Occhi su Rafah

L’immagine dell’enorme tendopoli che invita a guardare il massacro dei civili palestinesi è stata condivisa 50 milioni di volte su Instagram. Replica da Israele per ricordare il 7 ottobre 

Di Riccardo Luna, La Stampa

«Se bastasse una bella canzone a far piovere amore, si potrebbe cantarla un milione di volte» per avere un mondo migliore. Era il 1990 quando Eros Ramazzotti impazzava alla radio con questo brano. Il muro di Berlino era appena crollato e qualcuno, esagerando, aveva detto che era accaduto anche per l’impatto di una struggente canzone d’amore di David Bowie, “Heroes”. Era un altro mondo, allora i social network non c’erano. Oggi potremmo aggiornare quel testo così: se bastasse mettere un like su una bella immagine su Instagram a far scoppiare la pace, ieri i carri armati israeliani non sarebbero entrati in quello che resta della Striscia di Gaza: Rafah. E invece lo hanno fatto. Proprio mentre a milioni cliccavamo soddisfatti su una immagine molto evocativa, probabilmente creata con l’intelligenza artificiale non si sa bene da chi: una tendopoli senza fine in un deserto con alcune tende che formano la scritta a caratteri cubitali “All Eyes on Rafah”, tutti gli occhi sono su Rafah; come a dire, vi stiamo guardando, forze armate israeliane, il mondo vi sta guardando, questa volta non potete fare quello che volete. E invece lo stanno facendo.

Noi li guardiamo, attraverso i social network, e loro avanzano nell’ultima cittadella che dà rifugio a più di un milione di profughi palestinesi. Del resto se i tweet fossero davvero stati potenti come le armi, nel 2009 i giovani iraniani avrebbero rovesciato il regime che li opprime da tempo; e se il successo su Tik Tok avesse comportato anche uno scudo anti missili, la resistenza ucraina avrebbe già respinto l’invasore russo. E, invece, lo sappiamo da tempo, i followers non sono soldati e le rivoluzioni non si fanno con uno smartphone, soprattutto se ti limiti a seguirle dal divano di casa e pensi di dare una mano con un like.

Eppure su Instagram finora una mobilitazione politica di queste dimensioni non si era mai vista: in meno di due giorni l’immagine “All Eyes on Rafah” è stata condivisa 50 milioni di volte e mentre scrivo sta accelerando. Non è un caso. Sono mesi che sui social network l’atteggiamento verso quello che accade in Medio Oriente è completamente diverso da quello che c’è negli studi televisivi e sulle pagine dei grandi giornali. E questo non succede perché i giovani che stanno sui social «stanno con Hamas e sono antisemiti», queste sono idiozie: accade perché su Instagram e su Tik Tok tutti hanno visto le immagini postate direttamente da Gaza di quello che succede dal giorno dell’invasione della Striscia, le foto e i video di un massacro quotidiano di civili inermi che per mesi l’informazione ufficiale ha inutilmente coperto, negato, minimizzato, giustificato: «C’è stato il 7 ottobre…».

“All Eyes on Rafah” non nasce oggi, ma a febbraio: è la frase pronunciata da un dirigente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità quando era chiaro che Israele non si sarebbe fermata e avrebbe attaccato anche l’ultimo rifugio palestinese. Allora “All Eyes on Rafah” è diventato un hashtag; poi è finito negli striscioni degli studenti che hanno occupato i campus americani e francesi e le nostre università. E ora diventa una calamita digitale per mettere assieme un sentimento dilagante. Non antisemita, non per Hamas: ecco, se un effetto tutto ciò può averlo non è fermare i carri armati e i bombardamenti, ma aprire gli occhi al popolo israeliano. È una speranza.

“Heroes” non fece cadere il muro di Berlino, ma nel 1987 David Bowie la cantò in un memorabile concerto davanti al Reichstag, il Parlamento della Germania Ovest. La storia dei due amanti che si incontravano ogni giorno davanti al Muro riempì di speranza il cuore delle persone e quella speranza li tenne in vita.

Nell’immagine: ciò che appare in Instagram


Bombardare Mosca e la Cina, gli scenari prospettati da Trump all’evento fundraising

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Della redazione Esteri de: La Repubblica

Bombardare Mosca e attaccare Pechino. L’ex presidente americano e candidato alle prossime presidenziali Usa, Donald Trump, ha deciso a sorpresa di mostrare i muscoli suggerendo una politica a dir poco interventista. A riferirlo è l’agenzia di stampa Reuters, secondo cui durante evento di raccolta fondi il tycoon americano ha annunciato che avrebbe bombardato Mosca in risposta all’invasione russa dell’Ucraina e avrebbe attaccato Pechino se la Cina avesse invaso Taiwan sotto il suo controllo.

Recentemente a Taiwan c’è stato il giuramento del nuovo presidente Lai Ching-te e, come il suo predecessore Tsai Ing-wen, intende mantenere lo “status quo” nello stretto di Taiwan e non cedere alle pressioni di Pechino. La Casa Bianca, all’epoca dell’amministrazione di Trump ha sempre sostenuto Taiwan, anche attraverso la vendita di armi che è poi continuata con la presidenza di Joe Biden.

Nonostante questo, le parole del miliardario americano hanno stupito il pubblico presente alla raccolta fondi per la sua campagna elettorale. “Credo che, se sarà rieletto”, ha confidato alla Reuters James Gilmore, ex ambasciatore presso l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, spiegando così che Trump non è un isolazionista ma che sta semplicemente cercando di convincere gli alleati a porre maggiormente l’accento sulla difesa dei propri Paesi.


Se il giornalista deve essere soltanto un passivo postino

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Cosa dovrebbe fare un giornalista, anche del servizio pubblico, prima di condurre o un’intervista o un dibattito? Documentarsi; conoscere al meglio il tema in discussione; quindi avere gli strumenti che gli consentano di sollevare interrogativi; se del caso di sollecitare una precisazione; eventualmente contraddire una dichiarazione se chiaramente infondata. Quindi, non contrapporre o cercare di imporre una propria convinzione personale, ma accompagnare la discussione in base alle proprie verificate conoscenze.

L’idea che in questo tipo di operazione informativa i conduttori debbano essere dei passa parola passivi, dei semplici addetti al cronometro dei tempi assegnati, postini neutrale delle affermazioni degli ospiti è fuori dal tempo e dalla logica, profondamente sbagliato, sicuramente estraneo agli interessi del pubblico.

Ecco invece che lunedì sera, nel corso di un dibattito sulle prossime votazioni, alla RSI il Consigliere agli Stati, Fabio Regazzi, pretende di rovesciare questa semplice regola del confronto pubblico. A fronte di una sua affermazione non approfondita e relativa al fatto che il 25 per cento dei contribuenti ticinese è esente da tasse (perché nell’obiettiva impossibilità economica di pagarle), il conduttore del programma interviene opportunamente per sottolineare e quindi sollecitare Regazzi sul fatto che questo dipende anche dai bassi salari in Ticino. Non un’invenzione, non una contestazione, ma un semplice e noto dato di fatto.

Apriti cielo. Forse ispirandosi all’arte venatoria di cui è appassionato ed alto esponente, Regazzi “spara” ad alzo zero contro il conduttore, ne copre la voce con la sua foga, gli intima praticamente di non continuare sull’argomento, lo accusa di voler “partecipare al dibattito” invece di limitarsi a “condurlo”, accusandolo implicitamente di volerne influenzare politicamente lo svolgimento. Con perla finale: “…allora venga lei al mio posto, che io la sostituisco nella conduzione”.

Una sceneggiata. Intollerabile. E anche intimidatoria. Comportamento padronale, come di tutti quei politici che intendono (e tanto desidererebbero) la casa del servizio pubblico come “cosa loro”, recinto in cui fare disfare e dire ciò che più aggrada, pretendendo di non essere disturbati, contrastando quei giornalisti a cui prima e dopo chiedono di essere preparati e rigorosi, di non essere mai abbastanza ‘coraggiosi’ (ma solo nei confronti dei rivali), ma guai se poi si permettono puntualizzazioni da loro ritenute fastidiose. Così come quelli dell’“allora in questi studi non mi vedrete più” (propositi sempre temporanei). O di chi, a poche settimane dalla consultazione “No Billag”, si permise di ricordare che il suo partito controllava migliaia di voti, capiti ci siamo?

Certo, il politico, come qualunque altro ospite, ha tutto il diritto di precisare che una domanda è mal posta, se la ritiene tale. Non però di vietare di porla. Spetterà al pubblico decidere se fosse o no opportuna. Non è autodifesa di categoria. Semplici regole del confronto democratico.

Nell’immagine: Regazzi sbertucciato su Facebook


Un buio presagio

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“Sofferenze giovanili, l’intero settore ancor più fragilizzato” è il titolo di un recente lungo articolo pubblicato da “laRegione” lo scorso 22 maggio a firma Cristina Pinho, in cui si torna opportunamente a proporre la difficile, per non dire drammatica situazione della gestione, da parte dello Stato, in particolare del Dipartimento Sanità e Socialità, dell’ampio spettro di situazioni, difficili e complesse, che riguardano bambini ed adolescenti nel nostro Cantone.

Disagio, sofferenza, fragilità: sono termini che ricorrono sempre più spesso nel descrivere la condizione in cui si trova e si manifesta un numero crescente di giovani, sin dalla più tenera età, proprio mentre la mannaia dei risparmi legati al preventivo approvato tre mesi fa da Gran Consiglio sembra profilarsi come un ulteriore duro colpo alle possibilità che a questi bambini ed adolescenti si possa rispondere con una presa a carico adeguata, sia a livello di strutture sia a livello di personale “formato”, chiamato ad occuparsene.

Uno specifico capitolo di questo ampio e problematico contesto socio-educativo è rappresentato da un progetto relativo ai casi più estremi, quelli della delinquenza e della sofferenza psichica giovanile. Nel citato articolo de “La regione”, ne parla in particolare Mario Ferrarini, direttore della Fondazione Vanoni, cui è stato assegnato dal Dipartimento il mandato di gestire un “Centro educativo chiuso per minorenni”, che, dopo l’avvenuta approvazione parlamentare, dovrebbe sorgere, ex-novo, a Castione, ed accogliere una decina di “utenti”. Costo dell’operazione circa 7 milioni di franchi, suddivisi fra partecipazione cantonale e federale.

Sembrerebbe una decisione che, nel quadro generale di tagli e riduzioni di aiuti finanziari statali, potrebbe rappresentare un lato “virtuoso”, relativo ad un investimento concreto per un’opera destinata a chi sta peggio, indice dunque di una sensibilità ed un impegno che vanno sostenuti. Ma il fatto è che da tempo un gruppo di persone -costituito non solo da operatori sociali- si è ampiamente espresso contro questo progetto e torna qui doverosamente a farlo poiché nulla è cambiato e non vi è stata alcuna possibilità, per il “Coordinamento contro il Centro chiuso”, di essere ascoltato in sede dipartimentale e di dibattito pubblico.

Le affermazioni di Ferrarini, secondo cui nei tre mesi di detenzione previsti “punteremo molto su un percorso che abbia una forte valenza educativa e risocializzante sviluppando laboratori tematici, consulenze individualizzate e tanto altro”, suonano non solo come un puro slogan, ma contraddicono anche studi ed esperienze sul campo che attestano quanto più lungo debba essere, forzatamente, il periodo riabilitativo di giovani con un tale vissuto, finiti nelle maglie della giustizia, reduci magari da giorni di detenzione. 

Certo, per il Dipartimento e per gran parte dei parlamentari che hanno votato questa soluzione, la costruzione di un simile centro chiuso, per di più dato in gestione ad una Fondazione privata, di chiara matrice cattolica (legata a Comunione e Liberazione), potrà pure apparire una soluzione, ma non lo è; anzi, al di là della sua improponibilità come modello rieducativo, rappresenta pure, tristemente, una scelta di disimpegno dello Stato dalle proprie specifiche responsabilità. Siamo, insomma, anche qui, nel campo delle concessioni arbitrarie al privato di questioni che dovrebbero essere e sono chiaramente pubbliche.

Dentro il triste contesto di un generale “taglio al sociale”, un tale investimento è del tutto inappropriato, sotto ogni punto di vista, a maggior ragione se pensiamo che va a discapito di più adeguati interventi finanziari per le opere sociali e sanitarie già esistenti, che andrebbero rafforzate (con più personale qualificato e una maggiore varietà di soluzioni logistiche) piuttosto che voler spendere milioni per costruire un unico centro di per sé nato male. E qui ribadiamo che la nostra non è solo una posizione politica, ma anche etica e professionale.

Molti operatori del settore minorile denunciano da anni il deficit di strutture e risorse per far fronte ad un problema che si fa sempre più grave e che si amplifica ulteriormente con le necessità della presa a carico che ne consegue. Come potrà colmare queste lacune una struttura da soli 10 posti? Come sarà possibile “raddrizzare” questi giovani in soli 3 mesi? Che prospettive avranno una volta terminata l’espiazione della pena/punizione camuffata con intenzioni e precetti educativi che paiono oggettivamente irrealistici?

Non ci si stancherà mai, qui, di ripetere che molti studi internazionali confermano, ormai da più di 20 anni, che strutture provviste di celle o di camere chiuse per minorenni sono controproducenti e aumentano di oltre l’80% il pericolo di recidività. Gli esperti ribadiscono che ogni società deve abbandonare, in generale e soprattutto con i giovani, l’applicazione di una giustizia che, camuffata con giustificazioni di vario genere, appare in sostanza semplicemente e brutalmente di tipo vendicativo-populista.

Ma poi, perché non si sono volute ricercare alternative perlomeno a livello di struttura? Il “Coordinamento contro il centro chiuso” ha più volte cercato di segnalare, oltre alla esplicita contrarietà nei confronti del progetto in questione, che esisterebbero semmai altre soluzioni praticabili. Partendo dal rafforzamento e adeguamento delle strutture esistenti, oppure riprogettando l’ex istituto minorile di Torricella (un comparto verde di 50.000 metri quadri!), fino a considerare l’importante realtà di Terravecchia e Bordei nelle Centovalli, che il Coordinamento ritiene una strada percorribile particolarmente gradita, per la polivalenza e potenzialità del comparto, ben strutturato e collaudato.

Purtroppo, nulla di alternativo pare muoversi e venir anche solo minimamente considerato, neppure con le condizioni finanziarie attuali e con la crescente urgenza di prese a carico particolari. Siamo nell’imminenza dello smantellamento del reparto pedo-psichiatrico al civico di Lugano, in seguito alla disdetta entro il 2025 da parte dell’EOC, un importante punto di riferimento per le urgenze di tutto il cantone. Si prevede di spostarlo, chissà quando, al futuro ospedale a Bellinzona.

Nel frattempo, udite udite, si pensa di installare dei container (moduli prefabbricati) da qualche parte. In ogni caso, in Ticino continuerà a mancare una vera Comunità terapeutica psichiatrica per minorenni!

E ancora, se vogliamo dire qualcosa anche sulle risorse umane, sappiamo che le pochissime pedo-psichiatre e i tre giovani nuovi assistenti, devono garantire picchetti da 24h oltre il loro quotidiano lavoro, con disponibilità mensile di circa una settimana e con un turnover che facilmente può portare ad un sovraccarico di lavoro estenuante. Un impegno che obbliga ad essere operative/vi di notte per casi sempre più frequenti.

La situazione è drammatica, eppure si rimane con l’idea che basterà il Centro chiuso, che non viene assolutamente messo in discussione, anzi, rimane l’unico progetto da sostenere (a tutti i costi, verrebbe da aggiungere, in tutti i sensi). 

Un progetto sbagliato, sotto ogni punto di vista, che deve perlomeno essere ripensato e discusso pubblicamente. Ne va del futuro (ma già del presente) di giovani sempre più numerosi, sempre più in difficoltà, che non si possono e non si devono né rinchiudere né abbandonare.

L’autore fa parte del Coordinamento contro il centro chiuso


Dove va l’Europa? È un problema anche nostro

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Di Jacques Pilet, Bon pour la tête

In primo luogo, l’economia. Le preoccupazioni si accumulano. La principale risorsa della Germania è minacciata. La sua industria – strettamente legata a quella svizzera – sta soffrendo per il costo esorbitante dell’energia dopo la rottura con la Russia, per l’attrazione esercitata dagli Stati Uniti, dove molte delle sue aziende stanno emigrando, e per la concorrenza cinese che, con le sue auto elettriche sta mettendo a dura prova il settore automobilistico. D’altra parte, la Francia è impantanata nel deficit e nelle tensioni sociali. L’Italia e la Spagna mantengono il morale alto, ma sono anch’esse oberate dal debito pubblico. I cosiddetti Paesi dell’Europa dell’Est se la passano meglio, addirittura bene: le loro economie sono diventate molto efficienti, grazie all’ingresso nell’UE, che è stata molto generosa nei loro confronti, ma lo slancio sta mostrando segni di rallentamento. Infine, tutti devono affrontare la sfida tecnologica degli Stati Uniti e della Cina.

Interrogativi: gli Stati riuniti a Bruxelles, nella configurazione che emergerà dalle urne all’inizio di giugno, daranno la priorità alla conoscenza, al sostegno all’impresa privata e, allo stesso tempo, al miglioramento sociale? Oppure la loro cosiddetta politica verde porterà alla decrescita? L’attuale attenzione alla corsa agli armamenti e agli aiuti all’Ucraina può aiutare alcuni settori industriali, ma sarà estremamente costosa. A Bruxelles si parla di 100 miliardi per questo scopo da qui al 2029. Ciò andrà inevitabilmente a scapito di altre aspettative, in termini di infrastrutture, istruzione, ricerca e coesione sociale. Per non parlare del fatto che la transizione ecologica, ci viene assicurato, richiederà un’ulteriore serie di miliardi. Quali priorità fisserà il nuovo Parlamento dell’UE? A seconda delle scelte fatte, l’impatto sull’economia svizzera sarà diverso. L’eccessivo armamento dell’Europa non ci fa guadagnare praticamente nulla, mentre la sua salute economica e sociale è molto più redditizia per noi.

Secondo punto. Il funzionamento stesso dell’Unione. Esistono due opinioni opposte. I fautori del progetto sanno di non poterla trasformare in uno Stato federale, ma vogliono rafforzare i poteri del Consiglio europeo (riunione dei capi di Stato e di governo) in particolare abolendo il diritto di veto delle nazioni, della Commissione, con nuovi compiti, e quelli auspicabili del Parlamento. Questa autorità aggiuntiva sarebbe giustificata per molti aspetti, al fine di unire le forze e rafforzare l’impulso collettivo. Ma sono pochi i leader nazionali che la sostengono. Perché è in contrasto con una tendenza importante, la rinascita del nazionalismo. Più poteri agli Stati, limitando quelli dell’Unione. Mettere fine a megalomanie come quella di Von der Leyen. Di più: smantellare la macchina dall’interno. Questi accenti si sentono in un ampio spettro. A destra, a destra della destra e anche a sinistra, sognano un’Europa sociale, a volte persino la fine del capitalismo. I sondaggi promettono il successo del partito di Marine Le Pen in Francia, dell’AfD in Germania, della versione dei patrioti della Meloni in Italia, e di partiti più o meno simili altrove. 

Questi partiti non otterranno la maggioranza che permetterebbe loro di stravolgere tutto, ma stanno avendo un impatto sulle altre famiglie politiche europee. Un partner come la Svizzera potrebbe essere felice di trattare con un’autorità di “Bruxelles” indebolita piuttosto che rafforzata. Non è così. I nazionalisti, che fanno tutti il gioco dell’UE – non vogliono uscire né dall’UE né dall’euro – difficilmente vorranno seguire politiche di condivisione con i Paesi terzi, che talvolta descrivono come approfittatori e opportunisti. Spetterà a tutti, passeggeri o meno della grande nave dell’Unione, analizzare nel dettaglio la sua futura rotta. Un compito non facile, visto che dipenderà da un collettivo di 27 capitani!

Terzo punto. Le dimensioni dell’Unione. Che tipo di allargamento si prospetta? Lo scorso dicembre, il Consiglio europeo e la Commissione hanno espresso la volontà di procedere all’eventuale ammissione, a determinate condizioni, di diversi Paesi già candidati. Cinque nei Balcani, tre nell’est del continente. Più la Turchia, che aspetta, più o meno convinta, da vent’anni. Un bell’impulso idealistico o un’illusione geopolitica? Una nave con 36 membri? Nulla sarebbe più come oggi. Buona fortuna per convincere i nostri cittadini e contribuenti! Quanto agli svizzeri, che sono vincolati da tanti accordi, in particolare sulla libera circolazione delle persone, se il progetto andrà avanti suderanno freddo. E non avranno una parola da dire, perché in definitiva è così che abbiamo voluto.

Ma ci sono molti ostacoli lungo questa strada. Il processo dovrebbe iniziare a est, con l’Ucraina e la Moldavia. Sebbene i loro confini siano a dir poco mal definiti e le loro società marce per la corruzione, sono ancora molto lontani dal soddisfare i requisiti. Poi i Balcani, con Serbia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Macedonia settentrionale e Montenegro. Il Kosovo è ancora fuori dai giochi. Sono tutti Paesi problematici, che non sono ancora stati convinti all’unanimità a partecipare.

Sylvie Goulard, ex europarlamentare e volto noto dell’apparato, soffoca la rabbia nel suo recente libro, “L’Europe enfla si bien qu’elle creva” (Edizioni Taillandier). Ritiene che il risultato sarà probabilmente una cosa grande, flaccida e incoerente, solo un’altra organizzazione internazionale. È interessante notare che, a suo avviso, sono gli Stati Uniti a spingere in tal senso, per allargare il campo occidentale senza impegnarsi troppo, a scapito degli europei. Per lei, si tratta piuttosto di un’Unione che serra i ranghi, non allargando ma approfondendo l’azione comunitaria. E occorre immaginare, tutt’intorno, cerchi variabili di cooperazione. Come il prossimo accordo bilaterale CH-UE.

Non c’è ancora nulla di definito, ma si sta preparando tutto. Anche se l’una o l’altra di queste prospettive dovesse subire un ritardo indefinito o uno stallo, il panorama futuro sarà modificato. E noi svizzeri, che ci piaccia o no, abbiamo in un modo o nell’altro i piedi nel piatto.

Nell’immagine: Mini Europe, Bruxelles


D-Day, il giorno più lungo per il Sudafrica alle urne

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Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Oggi il voto: 27,7 milioni di votanti registrati, 1 milione in piu’ di 4 anni fa e 9 milioni in piu‘ di 25 anni fa, sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo governo e i consigli regionali.

Interessante notare l’incremento della partecipazione al voto. Questo in un clima di sfiducia nei confronti della politica; con la gente che sente perciò anche il bisogno di un cambiamento.

Sue Nagel è una giovane imprenditrice nel KwaZulu Natal. Ragazza madre di 3 figli, mi dice che è fiera di aver potuto votare e dare il suo modesto contributo al futuro del paese. « Abbiamo conquistato il diritto di voto e dato a tutti i cittadini la possibilità di far sentire la sua voce. Non è cosa da poco. ». Sue ricorda con una certa emozione che la Costituzione del Sud Africa è un esempio per il resto dell’Africa.

Sue, come la maggior parte delle persone intervistate, chiede una leadership politica competente, in grado di risolvere i problemi che assillano il paese: la crisi energetica con le interruzioni quotidiane di corrente elettrica, disoccupazione, corruzione, criminalità, immigrazione clandestina. Con una certa sottile ironia Sue mi dice : « Siamo ottimisti scettici ».

Un’altra giovane, intervistata per strada, conferma questo stato d’animo. Nonostante le grandi manchevolezze, dice, l’ANC è un partito che si è sempre battuto per salvaguardare i valori di Nelson Mandela, che rimane il faro di questa nazione.

Dello stesso parere Sifundo Khumalo, giovane elettricista, che voterà ANC nonostante il pessimo bilancio della sua gestione, come ammette.

Sorprende la relativa assenza di disordini, che hanno caratterizzato le precedenti elezioni. Il Presidente Cyril Ramaphosa infatti ha mobilitato 2800 militari a sostegno delle forze dell’ordine. Finora tutto tranquillo. Poche le notifiche di irregolarità tra le quali una bella e popolare grigliata del partito MK davanti all’accesso del locale elettorale a Umbumbulu, villaggio a me noto e già teatro di precedenti disordini.

Secondo i sondaggi l’ANC, il partito di Nelson Mandela al potere da 30 anni perderà la maggioranza, e quindi si pone la questione di un governo di coalizione. Un vero dilemma. Le possibilità non mancano, ma i candidati non sono forse in grado di offrire quella stabilità e competenza necessari per rilanciare l’economia sudafricana, in gravi difficoltà.

Chi sono infatti i papabili per una alleanza con l’ANC ? EFF (Economic Freedom Fighters) di Julius Malema, populista, che promette di nazionalizzare banche e proprietà private senza compenso, ciò che provocherebbe il fuggi fuggi di tanti investitori di peso. L’MK (Umkhonto We Sizwe) di Jakob Zuma, l’ex Presidente pluri-indagato per corruzione, al punto che il suo stesso partito lo ha stralciato dalla lista elettorale. Il DA, Democratic Alliance, sarebbe un toccasana, ma finora non si è chiaramente detto disponibile. Il suo Presidente John Steenhuisen non è convinto di poter contare sull’ANC come partner affidabile per portare il paese a una svolta. Per Steenhuisen un tale « matrimonio di convenienza » non riforma né uno né l’altro. Comunque, continua Steenhuisen in una situazione così, a geometria variabile e complessa, potrebbe succedere di tutto.

Ecco quindi come si presenta il Sudafrica da stamattina al voto per il rinnovo del parlamento e dei consigli regionali, chiamato a scegliere il meno peggio. Fa ben sperare la maturità e il senso civico dei suoi cittadini, che nonostante le difficoltà e i gravi problemi non rinunciano a sperare in un futuro migliore.

Significativo l’appello dell’ex presidente della nazione arcobaleno Thabo Mbeki, che ha detto: « Andate tutti a votare, e poi riuniamoci e parliamo tutti insieme su come affrontare i problemi del nostro paese”. Da sperare che venga ascoltato.

Nell’immagine: in coda per votare


L’ex capo dei servizi israeliani: “Barghouti libero e due Stati. Solo così sconfiggeremo Hamas”

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Di Francesca Caferri, La Repubblica

KEREM MAHARAL (Nord Israele) — Fuori dalla finestra della casa di Ami Ayalon c’è moltissimo verde: la vegetazione fitta ricopre i fianchi del monte Carmelo, non lontano da qui, e scende fino al villaggio dove uno dei militari più importanti della Storia recente di Israele ha scelto di vivere. Pluripremiato eroe di guerra, ex capo dei commando della Marina prima e capo di Stato maggiore della stessa poi, per cinque anni direttore dello Shin Bet, il servizio segreto interno, ex parlamentare, è da tempo una voce importante nel campo di quelli che cercano una soluzione condivisa al conflitto israelo-palestinese, tanto da aver lanciato, già dal 2003, un’iniziativa congiunta con l’intellettuale palestinese Sari Nusseibeh a supporto della soluzione dei Due Stati.

Direttore, posizioni come la sua negli ultimi mesi sono difficili da trovare…

«La Storia di questo Paese ci insegna che solo dopo una grande crisi siamo in grado di cogliere le opportunità che abbiamo davanti a noi. Pensi alla pace con l’Egitto dopo la guerra dello Yom Kippur. Io sono convinto che dall’orrore del 7 ottobre possano nascere opportunità: e non sono il solo a pensarla così».

Un ottimista?

«Non baso il mio giudizio sui valori morali o sulle aspirazioni: parlo dal punto di vista della sicurezza. Il 7 ottobre Hamas sapeva bene che ci sarebbe stata una reazione da parte di Israele e che sarebbe stata violenta. Ci hanno spinto in una trappola, portandoci dentro Gaza e nascondendosi fra la gente, in modo che facessimo più vittime civili possibili, per dire al mondo che questo è Israele. L’unica maniera per uscire dalla trappola è crearne noi una per loro. Qual è il loro incubo? La soluzione dei Due Stati, perché li renderebbe politicamente irrilevanti: come del resto erano quando il processo di Oslo era in corso. E dunque per sconfiggere Hamas dobbiamo creare un orizzonte per i due Stati. E per fare questo dobbiamo capire che non tutti i palestinesi sono Hamas».

Missione difficile quando i sondaggi danno i consensi di Hamas fra i palestinesi alle stelle…

«Ha ragione. Oggi il 70-80% dei palestinesi appoggia Hamas: ma non perché ne condivide l’ideologia estremista, bensì perché ai loro occhi sono i soli che combattono per uno Stato palestinese. Lo dimostra il fatto che lo stesso 80% dei palestinesi rifiuta la sharia che invece Hamas vorrebbe introdurre. Per quanto riguarda gli israeliani, più dell’80% vuole una separazione, un confine netto, con i palestinesi: non mi interessa se è perché li amano o perché li detestano. Facciamo questo confine».

Lei parla di Due Stati: ma in Cisgiordania ogni possibilità di separazione è compromessa dall’avanzata sul territorio degli estremisti ebrei. Insediamenti illegali, strade bloccate: la continuità territoriale disegnata a Oslo non c’è più.

«È chiaro che dovrà esserci un processo politico per far ripartire il dialogo. Servono elezioni in Israele e un nuovo governo che poi si sieda e discuta uno scambio di territori. Dobbiamo parlare con i palestinesi ma prima dobbiamo decidere noi: cosa vogliamo? Gli estremisti alla Smotrich e Ben Gvir (i membri dell’estrema destra nel governo, ndr) vogliono portarci verso uno Stato unico, il nostro: l’80% degli israeliani dice no. Perché sa che uno Stato unico non sarebbe mai sicuro».

La premessa a questo ragionamento è il dialogo: qui, oggi, pare impossibile anche solo pensarci.

«Se uccidono i tuoi figli e violentano tua moglie vuoi una cosa sola: vendetta. All’inizio l’intervento su Gaza è stato una risposta legittima a un attacco, Israele aveva il diritto di difendersi. Il problema ora è: cosa vogliamo ottenere? Il nostro obiettivo dovrebbe essere una realtà politica a noi più favorevole a Gaza, invece facciamo sempre lo stesso errore: puntiamo alla sconfitta militare di Hamas e crediamo di aver vinto così. Ma Hamas non si sconfigge in questa maniera: è un’ideologia. Potremo uccidere i loro leader, distruggere le loro armi, ma il giorno dopo due ragazzini prenderebbero un coltello e colpirebbero, ispirati da Hamas. Di nuovo, vede, le parlo dal punto di vista della sicurezza, non dell’ideologia. Come fermiamo questa spirale? Gli israeliani non capiscono i palestinesi. Li vedono come popolo, ma non come un popolo: pensano che basterà dare loro qualche beneficio economico, invece i palestinesi sono un popolo, una nazione, aspirano alla libertà e sono pronti a morire per questo. Uno Stato è ciò che dobbiamo dargli».

In questa partita, che ruolo gioca Marwan Barghouti? Lei ne ha chiesto la liberazione…

«Nei sondaggi Barghouti è l’unico che batte sempre Hamas. Penso che meriti una possibilità. Crede nei Due Stati ed è un leader riconosciuto per la sua militanza: solo una persona con questo profilo potrà fare scelte difficili per la sua gente. Come due ex militari del calibro di Rabin e Sharon hanno fatto in passato per Israele».

Nell’immagine: Marwan Barghouti


L’umanità di Bergoglio

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Di Luigi Manconi, La Repubblica

Le parole di papa Francesco sull’eccesso di «frociaggine» all’interno dei seminari dove si formano i futuri sacerdoti vanno prese anche sul serio. Dico anche perché, in verità, il primo sentimento che si prova, così è per me, è la curiosità umana. David Riondino ha scritto dei fulminanti racconti in cui alcuni cardinali stranieri, usciti di soppiatto dalle mura del Vaticano per andare a «ingaglioffirsi» (Machiavelli) all’Ostaria da Giggi apprendono, tra un fiore di zucca e una pasta alla gricia, gli elementari stilemi del romanesco. È lì, tra Borgo Pio e via Germanico, che «frociaggine» trova il suo humus.

Così è accaduto, prevedibilmente, al Pontefice, che peraltro ha rivelato in più circostanze una forte vocazione alla franchezza nei modi e nelle parole. Questo non deve far dimenticare che Francesco è il Pontefice che pronunciò l’affermazione capace di determinare una svolta radicale: «Se uno è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarlo?».

Nella pastorale di Bergoglio, in materia di omosessualità, molti sono stati i passi indietro e le incongruenze. Ma sono quelle parole del luglio del 2013 che suonano come le più significative. Nel frattempo, la dottrina della Chiesa non è cambiata e agli omosessuali ai quali si assicura rispetto e accoglienza resta interdetta l’attività sessuale. La chiesa abbraccia i gay ma non ne riconosce quell’elemento fondamentale della loro personalità che è la sfera erotica. Non solo, come già a proposito dei sacramenti per i divorziati, la massima indulgenza si accompagna a una dottrina che non modifica i suoi divieti.

Così Bergoglio porta alle estreme conseguenze il messaggio di un autorevole cardinale che, in punto di morte, volle affermare: Dio più che giusto, è misericordioso. Ecco, la misericordia: è questo che fa comprendere la complessità e la forza del magistero di Francesco. Solo gli sciocchi possono stupirsi del fatto che abbia definito l’aborto «un grave peccato» — e cos’altro mai dovrebbe dire un papa? — aggiungendo che «non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere». E va ricordato che la misericordia non è solo una virtù grandiosa, bensì anche una categoria teologica che rimanda al mistero dell’incarnazione. È su questo che nel solco di una tradizione secolare si fonda l’umanesimo del Pontefice. Una concezione integrale dell’uomo basata sulla sua dignità, sulla sua capacità di distinguere il bene dal male, sulla sua libertà di scegliere. Da qui la partecipazione direi fisica di papa Francesco al dolore del mondo e alle sofferenze degli esseri umani. È il cuore del messaggio cristologico di questo Papa. Per tale ragione appare risibile il tentativo da parte della destra politico-mediatica di ridurre Bergoglio a un ruolo di contestatore del linguaggio politicamente corretto. Questo concetto mondano della figura del Papa risulta incapace di cogliere il tratto essenziale del carattere dell’uomo Bergoglio che è la compassione: intesa anche come compassione di sé, dei propri limiti e delle proprie debolezze.

Le parole pronunciate davanti all’assemblea sinodale rappresentano, tra l’altro, una vivida testimonianza della sua personalità. Bergoglio è un maschio latino eterosessuale di 87 anni e come la gran parte dei suoi simili ha una sensibilità problematica nei confronti dell’omosessualità. La massima tolleranza e anche la più intensa amicizia verso l’amore omoerotico non cancellano una sorta di inquietudine, dovuta a secoli di repressione e inibizione, che l’incontro con le persone omosessuali può suscitare. Tanto più in un pastore della Chiesa che vede come minacciosa — e qui credo che sbagli — la consapevolezza della propria sessualità tra i ministri del culto. Ed emerge un altro nodo particolarmente aggrovigliato, ovvero la relazione tra la Parola Rivelata e il mondo, nel tempo della secolarizzazione.

Il rapporto tra la fede e la ragione sono giunti al punto di massima tensione, dove l’umanesimo cristiano — ma forse tutti gli umanesimi — vacilla logorato dall’agnosticismo di massa e dalla erosione di tutte le comunità e dell’idea stessa di comunità, dal ritorno della barbarie (“la guerra mondiale a pezzi”) e dal dominio di macchine sempre più sofisticate e “disumane”. E si torna ancora al mistero dell’incarnazione: tanto più che il tema è propriamente la carne: è il corpo con le sue pulsioni e i suoi desideri, le sue tentazioni e le sue incontinenze. Ma anche i suoi deficit e i suoi handicap. La stessa immagine fisica del pontefice, costretto alla sedia a rotelle, non è più quella ieratica e solenne di molti dei suoi predecessori: è, piuttosto, l’icona dolente di un’umanità che ha rinunciato alla presunzione di onnipotenza, e che si ritrova a contemplare la propria vulnerabilità e la propria decadenza. È una chiesa debole, questa, che proprio perché ha visto ridursi la sua potenza politico-diplomatica — quella del pontificato di Papa Wojtyla, a esempio — ha valorizzato il proprio carisma morale. Così il pontefice che gli avversari e gli osservatori più futili definiscono “sociologo” se non “socialista”, ha rafforzato la sua identità di guida spirituale. Anche il suo ininterrotto gridare contro la guerra, nasce dalla crisi del suo potere temporale e del suo peso istituzionale, dalla debolezza del suo ruolo tra le nazioni, e dal mancato ascolto da parte dei capi di Stato e di chi governa davvero il mondo. Non è detto che sia un male. Persino le scuse per le parole improprie pronunciate una settimana fa, sono il segnale di questa gracilità della struttura psicologica di una leadership, messa in discussione da tanti. E rendono Francesco ancora più umano e, se posso permettermi, ancora più simpatico.


Quella deriva bellicista che ci porta in guerra

L’immagine dell’enorme tendopoli che invita a guardare il massacro dei civili palestinesi è stata condivisa 50 milioni di volte su Instagram. Replica da Israele per ricordare il 7 ottobre 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Ecco: la parolina è stata pronunciata: istruttori, consiglieri, berretti verdi. Sembra un vocabolo innocuo. Invece ricordatevi questa data, 27 maggio. Perché quando la guerra, quella grande, non quella per comoda procura o confortevolmente non belligerante, infurierà, potrete partir da lì per riflettere con sbigottimento su come è iniziata anche per noi. Purtroppo non ci aiuterà a soffrire di meno.

Si son persi due anni per accomodarsi sugli inverosimili (ma utilissimi, per loro, i centauristi della Immancabile Vittoria) paragoni storici con il 1939 e la seconda guerra mondiale: Putin come Hitler vuole conquistare il nostro mondo, Ucraina come la Polonia, rischi mortali di una nuova Monaco se si ascoltano i vili pacifisti eccetera, eccetera). Come si costruisce una omeopatica discesa agli inferi, un baedeker della guerra totale semmai era scritto, chiaro e distinto, nel Vietnam degli Anni Sessanta.

Eppure provate a negare che erano quelli tempi entusiasmanti. Altro che quelli delle lente digestioni bideriane per cui basta una prosa nudarella. L’America, e con lei l’Occidente, aveva finalmente a capo uomini brillanti ed energici, non crudeli e non fanatici, avevano afferrato il comando con baldanza, rapidi dinamici sicuri. Perché non c’era più tempo di aspettare, la Storia nei momenti cruciali non concede simili lussi. Se si esita, si riflette troppo, il mondo, quello nemico, va avanti senza di noi. Sì c’erano stati degli errori, Cuba, anche allora; come oggi, Afghanistan, Iraq. Ma in fondo niente di molto importante, niente di molto grave: un vetro rotto da una sassata, come spiriteggiava una delle teste d’uovo kennediane. Già: un vetro rotto. Ma quella sensazione di esser diventati vulnerabili non era facile eliminarla.

Come oggi la Guerra Fredda era più fredda che mai. Per questo. Il Vietnam, e ora l’Ucraina, sembravano il posto più adatto per rendere credibile la propria forza.

Iniziò proprio così, con l’invio degli istruttori militari a Saigon. Oggi lo annunciano in molti, il gallicano furore di Macron in prima linea. Si camuffa il tutto con filosofemi brodosi, minimalisti e di facile impiego: che cosa cambia, in fondo? Fu solo un modo per togliersi lo scomodo e la lungaggine di trasferire i discepoli, i soldati ucraini, in Inghilterra o in Polonia per addestrare alle nuove armi decisive, che chiuderanno la guerra in un baleno.

Non si accorse l’amministrazione Kennedy di una verità molto antica, che quando si comincia a discutere dell’impiego della forza, i fautori della forza sono sempre meglio organizzati, sembrano più numerosi e sanno utilizzare a loro favore tanto le armi della logica, quanto quelle della paura.

Come l’acqua si trasforma in ghiaccio, così in questi due anni di guerra l’idea che la vittoria ucraina fosse possibile senza di noi ha finito per cristallizzarsi fino a diventare una realtà. Non perché fosse vera, non lo è mai stato neppure al momento della ritirata russa all’inizio dell’aggressione. Ma perché è diventata reale nella mente di alcuni leader molto potenti che vi scorgevano enormi vantaggi per il proprio potere e per rassodare un incerto futuro politico. Così ciò che non è mai esistito e che fin dall’inizio è apparso subito fragile e caduco, la vittoria ucraina e la resa russa con la fine di Putin, è stato fatto diventare solido e stabile.

Un Paese eroico con un esercito formato da una falange tebana che apprendeva in fretta e disponeva di suggestive capacità di bricolage bellico, i droni fatti in casa, i pensionati con le bombe molotov capaci di respingere i tank russi, generali geniali e dall’aspetto marziale… E poi lui, Zelensky, il Grande Incantatore. Quello che fu il leader sudvietnamita Diem per dare corpo al tragico errore americano negli Anni Sessanta.

È il presidente-star ucraino che ha realizzato, mese dopo mese, un impercettibile ma sostanziale cambiamento, l’illusione che bastassero munizioni e poi carri armati e poi qualche missile e gli F-16 e …suvvia, ignavi, uno sforzo ancora ed è fatta. Perché era l’idea della vittoria che ci legava sempre più a lui. In questo modo i protettori hanno cominciato ad essere alla mercé del protetto.

Biden, Macron, e uno dopo l’altro anche quelli che pudicamente continuano a giurare: mai un soldato in Ucraina!, si sono accorti e si accorgeranno, a loro spese, che trattare con il complesso militar industriale (e finanziario) una volta che è riuscito a infilare un piede nella porta, è terribilmente difficile, ti conduce dove non volevi arrivare.

I quattrinosi guerrafondai, quelli democratici come quelli autocratici, hanno l’idea di disporre sempre di una arma nuova, di una strategia imbattibile. La loro fede sopravvive da più di due anni nonostante i fatti ne dimostrino sempre di più l’inefficacia. Sono dei credenti che convertono per utile o per mediocrità, a poco a poco, anche i politici. Così la diplomazia giace ormai silenziosa in un angolo, misera e sperduta come una ciabatta in mezzo al Sahara.

Utilizzando in modo spregiudicato brigate di esperti non restii ad accenti maccartisti per fare l’esame a chi non dimostrerebbe sufficiente zelo occidentale, la vittoria a tutti i costi contro “i mongoli’’ è diventato ciò che l’opinione pubblica occidentale, “il popolo” vuole. Perché questa «è la nostra guerra» non si può lasciare che gli ucraini la combattano da soli. La prima tappa sono appunto i consiglieri militari.

I civili continuano a illudersi di esser loro ad avere in pugno la situazione mentre i nuovi mastini della guerra, in doppiopetto e in divisa, si assicurano giorno dopo giorno una posizione di sempre più ampio controllo delle decisioni nella scelta dei fini e nella valutazione dei mezzi. Mentre i politici perdono il terreno, un passo dopo l’altro, senza neppure accorgersi che stanno perdendo. La bugia è diventata realtà, i governi occidentali vi sono intrappolati. La loro politica è fallita ma non possono ammetterlo. Perché sarebbe la loro fine politica. Forse potremmo battezzarla la estensione, su un altro scacchiere, della sindrome di Netanyahu.

Gli aiuti militari nelle risaie indocinesi e nella steppa ucraina non hanno cambiato niente, anzi vietcong e russi guadagnano terreno. Allora si spiega che la colpa non è di decisioni sbagliate ma dei sudvietnamiti e degli ucraini che si fanno uccidere troppo in fretta, sbagliano le controffensive, chiedono sempre e poi dilapidano i doni. Basterebbe qualche buon soldato occidentale che insegni loro a far meglio la guerra. Poi quando il primo “consigliere” sarà ucciso, perché avverrà, allora ogni soldato morto occidentale finirà per diventare una ragione in più perché altri ne muoiano in Ucraina. In Vietnam fu così.

Quando Kennedy fu ucciso “gli istruttori” erano già sedicimila. Settanta erano morti. La guerra era diventata infinita ed era già persa.

Nell’immagine: gli “istruttori” americani nella guerra del Vietnam


Il ratto d’Europa (di nuovo)

L’immagine dell’enorme tendopoli che invita a guardare il massacro dei civili palestinesi è stata condivisa 50 milioni di volte su Instagram. Replica da Israele per ricordare il 7 ottobre 

Tarlo esistenziale: e se il Parlamento europeo virasse a destra, come molti sondaggi prevedono, il prossimo 9 giugno, avrà ancora un futuro il progetto comunitario? La questione è generale e particolare. Generale perché in tal caso il cammino dell’Ue subirebbe una battuta d’arresto rispetto ai cantieri aperti nell’ultimo quinquennio; particolare perché anche nelle cerchie filo-europee elvetiche – che pur esistono, sebbene in posizione minoritaria – verrebbe meno quel poco di fiducia che ancora sopravvive qua e là nell’opinione pubblica e in qualche testata giornalistica. Insomma, la simpatia nei confronti di un’assise dominata dalle forze nazional-conservatrici che a giorni alterni amoreggiano con l’ultradestra è destinata a svanire anche nello schieramento progressista svizzero. Per la prima volta gli europeisti volterebbero le spalle ad una costruzione (Parlamento di Strasburgo e Commissione di Bruxelles) che finora hanno sempre sostenuto nonostante errori, silenzi, ritardi e riforme mancate. Ritrovandosi così, loro malgrado, fra le folte schiere di coloro che l’Ue l’hanno sempre combattuta (vedi Udc di Blocher e alleati vari). 

I partiti politici che fin qui hanno garantito all’Ue maggioranze più o meno solide – popolari, socialdemocratici e liberali – sono in declino in tutti i paesi dell’Unione. In Germania, per dire, la Spd del cancelliere Scholz è precipitata nelle preferenze di voto al quarto posto, dopo i democristiani della Cdu/Csu, i Verdi e la formazione neonazista dell’AfD (Alternative für Deutschland). L’AfD spopola soprattutto nei Länder dell’ex Ddr, e questo dato la dice lunga su cosa sia maturato nei territori un tempo vassalli del Cremlino. Anzi, si può dire che il nazionalismo sia rinato in tutto l’ex blocco orientale comunista, e in forme particolarmente aggressive e razziste, come ha documentato Tonia Mastrobuoni nella sua indagine pubblicata da Mondadori sotto il titolo «L’erosione. Come i sovranismi stanno spazzando via la democrazia in Europa». 

La situazione non è migliore in Francia e in Italia. Anche qui la destra è in marcia, cavalcando ogni manifestazione di malcontento, non importa se interna o esterna: l’afflusso e la gestione dei migranti, i bassi salari e la caduta del potere d’acquisto, la pletora delle regole, la transizione ecologica, la sicurezza energetica, i diritti civili… L’Unione è l’imputata ideale giacché tutti le possono rivolgere le più diverse accuse: inefficienza, costi stratosferici, elefantiasi burocratica, ingerenze eccessive negli affari delle singole nazioni… Di qui la parola d’ordine che sembra raccogliere un buon numero di consensi: meno Europa, più Stati nazionali, il che si traduce in una netta inversione di tendenza rispetto alla rotta seguita sinora.

Narra il mito che all’origine del nostro continente vi fu un rapimento: quello compiuto da Zeus (Giove) a danno di Europa, la figlia del re dei fenici. Zeus, per rapire la fanciulla, assunse le sembianze di un toro bianco, che se la mise in groppa per poi attraversare il mare fino all’isola di Creta. Ebbene, dopo il 9 giugno Zeus potrebbe ritrovarsi nelle fogge di un gambero, lento e impacciato, e svuotato delle ambizioni ereditate dai padri fondatori. Se questo avvenisse, vedremmo spuntare nella storicamente recalcitrante terra elvetica un nuovo fronte anti-Ue dopo quello costituito dall’Udc alla vigilia della bocciatura dello Spazio economico europeo (6 dicembre 1992). Anzi, se le urne dovessero confermare le previsioni, potremmo assistere al paradosso di una destra meglio disposta verso i «vampireschi funzionari» di Bruxelles di una sinistra che non riconosce più all’Unione quella capacità progettuale, quelle conquiste sociali e civili che per decenni hanno nutrito le sue speranze. Una disillusione, un amaro risveglio dal «sogno europeo» (Jeremy Rifkin) che finirebbe per infoltire le già numerose falangi degli euroscettici. Certo, nulla vieta di immaginare «un’Europa diversa» o «un’altra Europa è possibile», svincolata dall’Unione realmente esistente. Ma si tratta appunto di una visione, nobile e pura ma ininfluente sul piano delle politiche perseguite dalle istituzioni europee.

Nell’immagine: il rapimento di Europa in un mosaico del III secolo (Museo Nazionale di Beirut)