Quando un quarto del reddito se ne va per l’assicurazione sanitaria

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Di Marija Milanovic, tvsvizzera.it

“Paghiamo sempre di più per servizi sempre meno comprensivi”: questo il sentimento generale per quanto riguarda l’assicurazione malattia che è emerso quando abbiamo incontrato due famiglie ticinesi che fanno parte di quella categoria di persone per le quali la cassa malati rappresenta una spesa troppo importante nel budget famigliare.

Anna (nome conosciuto alla redazione) e suo marito hanno tre figli, di cui due adolescenti ancora a carico, mentre la terza ormai è uscita di casa, lavora ed è indipendente. Vivono in Ticino, Cantone che è stato il più colpito dal recente aumento dei premi (+10,5%, contro il +8,3% a livello nazionale). E le spese per la salute Collegamento esternoassorbono una grossa fetta del reddito disponibile: “Usiamo circa il 25% dei nostri soldi per pagare le assicurazioni per tutti. E questo con la franchigia più alta [2’500 franchi, ndr]. Oltre all’assicurazione obbligatoria di base, poi, abbiamo anche delle assicurazioni complementari”.

Teresa (nome conosciuto alla redazione) e suo marito lavorano entrambi a tempo parziale. Hanno due figli maggiorenni, entrambi studenti universitari. Il figlio si mantiene ormai da solo grazie a diversi lavori, la figlia, invece, dipende ancora dai genitori per una parte delle spese che deve affrontare. “Penso che circa un terzo di quello che guadagniamo lo usiamo per la cassa malati”, ci spiega.

Anna e Teresa fanno parte di quella classe media che in Ticino si trova nella situazione di guadagnare troppo per poter ottenere sussidi e altri aiuti, ma troppo poco per affrontare serenamente gli aumenti del costo della vita. Come ci spiega Laura Riget, co-presidente del Partito Socialista ticinese, promotore di uno dei due testi in consultazione popolare il prossimo 9 giugno, ossia l’iniziativa che chiede che i premi dell’assicurazione malattie obbligatoria non superino il 10% del reddito disponibile, “negli ultimi 20 anni i premi sono esplosi soprattutto se paragonati all’evoluzione dei salari e delle pensioni. Ci sono sempre più famiglie del ceto medio che fanno fatica a pagare i premi e che non ricevono i sussidi. In passato i premi erano più bassi e quindi i sussidi bastavano a coprire i costi. Il sistema di sussidi aiuta le persone più fragili, ma non la fascia di ceto medio-basso”.

Aumento dei sussidi

Per le compagnie assicurative, il “sì” all’iniziativa sul tetto massimo dei premi di cassa malati non porterebbe cambiamenti: “La nostra iniziativa – prosegue Riget – chiede di limitare i premi al massimo al 10% del reddito disponibile di una famiglia. Quando sono superiori, intervengono i sussidi. Il testo chiede anche un maggiore contributo da parte della Confederazione poiché attualmente sono i Cantoni ad assumersi la grande fetta dei costi generati da questi sussidi”. In Ticino in particolare.

 

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Lo conferma il responsabile dell’Area di gestione sanitaria del Dipartimento cantonale della sanità e della socialità Salvatore Simone: “Il nostro è uno dei Cantoni che eroga il maggior importo per gli aiuti di questo tipo nel Paese”. La ragione è da cercare “nella particolare attenzione alle fasce economicamente più deboli della popolazione”, aggiunge, ma anche nella situazione finanziaria delle lavoratrici e dei lavoratori a sud del Gottardo. E in effetti, stando ai dati più recenti, nel 2023 hanno beneficiato della cosiddetta RIPAM (Riduzione dei premi dell’assicurazione malattia) 110’000 persone, ossia circa un terzo della popolazione (che, secondo il censimento 2019, il più recente, è di 353’343 abitanti). Si tratta di una spesa per il Cantone di diverse decine di milioni di franchi (erano 20,5 nel 2022, mentre i dati per il 2023 non sono ancora disponibili). Inoltre, l’ultima analisi dell’Ufficio federale di statistica in questo campo ha mostrato che i salari ticinesi sono i più bassi della Confederazione (situazione che peraltro si ripete da diversi anni). Ed è proprio questa combinazione di entrate basse e premi sempre più alti che spinge un crescente numero di persone a far capo ai sussidi per il pagamento dei premi.

Aiuti che, però, stando ad Anna, diventano sempre più complessi da ottenere: “Quest’anno non li ho nemmeno richiesti perché quando ho visto la lista di documenti necessari, ci ho rinunciato. Sono troppi”. Complicazioni amministrative, insomma, che portano molte e molti a desistere. Anche perché, aggiunge, “per la mia generazione non è sempre facile capire il funzionamento dei nuovi sistemi. Bisogna imparare a usare un’app, capire come funzionano le fatture elettroniche, imparare a inoltrare le fatture che mi arrivano a casa. Se poi aggiungiamo il fatto che dopo essere stati 25 anni fedeli a una cassa malati, quest’anno abbiamo deciso di cambiare quella di base, la situazione si complica ancora di più”.

Grande offerta sanitaria e molte/i over 65: le ragioni degli aumenti dei costi in Ticino

Il Ticino è uno dei Cantoni in cui l’incremento dei premi negli ultimi anni è stato più consistente (il 20% solo negli ultimi due anni). Per quali ragioni?  “Riflettono l’aumento dei costi della sanità”, prosegue Salvatore Simone. “E in Ticino questi sono tra i più alti in Svizzera pro capite. È un mix di fattori a influire sull’andamento, ma i due principali sono l’alta concentrazione di offerta sanitaria sul territorio e il fatto che il nostro Cantone abbia la più alta percentuale di assicurate ed assicurati over 65”. Per quanto riguarda il primo aspetto è una sorta di ‘circolo vizioso’: più offerta c’è (un grande numero di professionisti, studi medici, farmacie, ambulatori), più le persone ricorreranno a questi servizi. Servizi che poi devono essere pagati. Per cercare di contenere i costi in Ticino si sfruttano i margini di manovra a disposizione per limitare l’offerta, spiega Simone, introducendo per esempio dei limiti al numero di medici di determinate specializzazioni sul mercato o gestendo l’evoluzione dei volumi di attività nel settore ospedaliero stazionario. Eppure, il sentimento generale della popolazione è che nonostante questa grande offerta, il servizio sia peggiorato. Ci dice Teresa: “In passato, quando andavo dal medico avevamo anche il tempo di chiacchierare. Ora invece mi sembra che non abbia nemmeno il tempo di salutarmi. So che sono oberati anche loro dall’amministrazione, ma lo trovo un peccato”.

Il secondo aspetto, invece, è noto già da tempo, “ma è importante ricordarsi che non è il capro espiatorio di tutto”, ricorda Salvatore Simone. È però anche un dato di fatto che gli e le over 65 sono la fascia della popolazione che in genere ricorre di più alle prestazioni mediche e che la popolazione elvetica sta invecchiando.

Traslocare in un altro Cantone o in Italia

Soluzioni miracolo, però non ne esistono. Contenere l’esplosione dei costi sembra essere impossibile e quindi si cercano soluzioni alternative, come le proposte in votazione il prossimo 9 giugno.  Quali siano le probabilità di riuscita non è dato saperlo. Anche perché in diverse occasioni in passato quando la popolazione è stata chiamata alle urne per decidere le sorti della cassa malati, i cambiamenti radicali sono sempre stati respinti: è stato detto “no” a una cassa malati unica e “no” a quella pubblica. In uno Stato dove, ricordiamo, si tratta di un’assicurazione obbligatoria. “Non capisco perché – dice a questo proposito Anna – non mi si lasci la possibilità di scegliere come avviene in molti altri Paesi. Soprattutto se non vado spesso dal medico”. “E se deve essere obbligatoria – le fa eco Teresa – perché non inglobarla nelle imposte oppure detrarla direttamente dallo stipendio? Cambierebbe poco in sostanza, ma per me sarebbe psicologicamente più facile da accettare”.

Intanto, oltre ad ammettere di evitare di recarsi dal medico il più possibile perché non in grado di affrontare le spese, entrambe stanno considerando la possibilità di traslocare in un cantone con premi più contenuti. Un sacrificio, certo, lasciarsi alle spalle amici, parenti e luoghi conosciuti, ma che di anno in anno sembra farsi sempre più necessario per continuare a “mantenere uno stile di vita dignitoso”. Anna guarda a una soluzione ancora più radicale: suo marito è di origini italiane e una volta che i figli saranno indipendenti, la coppia valuterà se lasciare la Confederazione per traslocare al di là del confine, dove il sistema sanitario pubblico viene finanziato dalle tasse.

Nell’immagine: solo a Ginevra e Basilea i premi sono più alti, ma il reddito dei ticinesi è il più basso della Svizzera


La sostituzione della realtà

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Di Michele Serra, La Repubblica

Ti faccio dire quello che voglio io. Ti faccio essere quello che voglio io. Tu non esisti, sei un guscio vuoto, sei solo un pupazzo nelle mie mani. Non ti considero una persona, sei solo uno strumento al servizio dei miei scopi, sei solo la cavia del mio potere di manipolazione.

Non è la trama di un film distopico, non è un gioco sadico nel chiuso di un club privato, non è il delirio di un pazzo. È quello che accade veramente, e accade adesso, con le deep-fake, le false dichiarazioni costruite con l’intelligenza artificiale mettendo in bocca alle persone famose qualunque cosa.

Potete far dire a chi vi pare le cose più efferate, le più lontane dalla sua volontà e dai suoi sentimenti. Potete arruolarlo in qualunque schieramento politico, farne il testimonial di qualunque abominio, o idiozia, o crimine ideologico. Potete fare di un democratico un nazista, di una femminista una misogina, di un onesto un farabutto, di un mite un violento. Gli avete rubato l’immagine e gli avete cancellato la favella per rimpiazzarla con le vostre parole.

Dicono che la propaganda russa sia all’avanguardia in questo processo di mostruoso parassitismo, diffondere sui social la menzogna impossessandosi del corpo di un altro. E farlo contando sul fatto che se molti sapranno sventare l’inganno, molti altri, i più indifesi, i meno avvertiti, abboccheranno.

Ma attenzione, si tratta di una tecnologia a basso costo. Presto quasi chiunque potrà disporne: la formula della distopia non è solo nelle stanze dei bottoni, è alla portata di tutte le tasche. Di tutte le catastrofi che temo, per il futuro immediato, la sostituzione della realtà è quella che più mi spaventa, anche perché è la più probabile.

Nell’immagine: Trump arrestato dalla polizia americana. Troppo bello per essere vero


Con l’ IA chiunque cambierà la realtà

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 


L’incubo escalation della forza sul diritto

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

C’è una chiara escalation militare, politica e giuridica in Medio Oriente, ma diverse e contrastanti sono le letture che possiamo darne. L’invasione israeliana di Rafah va avanti. È iniziata gradualmente, quasi furtivamente, sullo sfondo degli appelli internazionali a non procedere. Dopo un attacco di Hamas, intercettato da Israele (evidenziando che dopo otto mesi l’organizzazione è ancora in piedi), l’esercito israeliano ha colpito la tendopoli di Tal as-Sultan a Rafah, che Israele stessa aveva designato come “zona sicura”. Decine le vittime civili palestinesi bruciate nelle loro tende, e centinaia i feriti.

L’escalation militare avviene nonostante un’escalation politica e giuridica. Oggi tre Paesi europei – Spagna, Irlanda e Norvegia – hanno riconosciuto lo Stato palestinese, portando a 143 su un totale di 193, i membri dell’Onu che riconoscono la Palestina. Con Spagna e Irlanda, sono nove in tutto gli Stati Ue che la riconoscono, ma altri se ne potrebbero aggiungere presto, come Slovenia, Malta e Belgio. A questo si accompagna l’escalation giuridica. Da tempo era nell’aria la richiesta della procura presso la Corte penale internazionale (Cpi) di procedere con i mandati d’arresto per i crimini commessi in Medio Oriente. La settimana scorsa il procuratore Karim Khan ha compiuto il passo, raccomandando alla Corte di procedere non solo nei confronti di tre leader di Hamas, ma anche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del ministro della difesa Yoav Gallant. È stata una scelta dovuta: l’alternativa era procedere solo contro Hamas, di fatto affermando che la Corte non è super partes ma processa solo criminali purché siano anche anti-occidentali (come nel caso di Vladimir Putin), oppure di non procedere affatto, facendo venire meno il senso stesso del tribunale. La Cpi è stata additata da Usa e diversi Paesi europei di falsa equivalenza tra Israele e Hamas. Ma la Corte non processa gli Stati, solo gli individui e l’unica equivalenza che è tenuta a riconoscere e rispettare non è tra i carnefici ma tra le vittime, siano esse israeliane, palestinesi, o di qualunque altra nazionalità. Pochi giorni dopo, poi, è arrivato il terzo dispositivo della Corte internazionale di giustizia (Cig), che si inquadra nel contesto del procedimento del Sudafrica contro Israele per il crimine di genocidio, invocando lo stop dell’invasione di Rafah.

La lettura dominante di questo concatenarsi di eventi sottolinea l’impotenza della comunità internazionale. Per settimane, Usa, Europa e mondo arabo hanno implorato Israele a fermarsi. L’amministrazione Biden l’ha fatto sia sbandierando un’enorme carota, rimettendo sul piatto la fatidica normalizzazione delle relazioni con l’Arabia Saudita, sia accennando all’uso del bastone, sospendendo per pochi giorni un carico di bombe a Israele. Ma Netanyahu ha preferito Rafah a Riad, sbeffeggiando ancora una volta Biden. La stessa lettura ci dice che, lungi dal rimettere Israele sulla via dei due Stati, a seguito del riconoscimento della Palestina da parte di altri Paesi europei, il ministro delle finanze israeliano, l’estremista Belazel Smotrich, ha minacciato di tagliare i collegamenti col sistema bancario palestinese, provocando di fatto il collasso della moribonda Autorità nazionale palestinese. Un lettura che mette in luce una generalizzata impotenza, infine, ci porterebbe ad affermare la tragicità dei tribunali internazionali. Israele non è firmataria dello Statuto di Roma, istitutiva della Cpi, e, sebbene sia membro della Cig, il tribunale non ha il potere di garantire il rispetto delle proprie sentenze, prerogativa che spetterebbe al Consiglio di sicurezza dell’Onu spesso bloccato da veti incrociati. Insomma, la lettura dominante è quella di un ordine internazionale in cui il potere bruto domina sul diritto.

Ma fermarsi qui sarebbe superficiale. Una lettura alternativa sottolinea, invece, la dinamica per cui il diritto prova ad alzare la voce sulla violenza. Le proteste nei campus universitari, gli Stati che riconoscono ora la Palestina, i tribunali internazionali che procedono nonostante le intimidazioni ci parlano di società civili, di governi e di organizzazioni internazionali che hanno il coraggio di farsi sentire. Lo fanno nell’unico modo potenzialmente efficace: non invocando vacuamente la pace come amano fare in molti; è passato da tempo il tempo delle parole e basta. Solo quando le parole sono seguite da azioni che dimostrano che non c’è impunità per i crimini di guerra si può sperare di invertire la spirale di violenza.

Sono azioni che richiedono coraggio perché comportano un costo per chi le esegue. Purtroppo, è il coraggio che manca ancora a molti altri protagonisti. La sospensione degli aiuti militari Usa a Israele è durata pochi giorni: è stato Biden ad abbassare lo sguardo per primo; mentre gli altri Stati che esportano armi a Israele, come Germania e Italia, non ci hanno neanche provato. Hanno preferito mostrare i muscoli solo nei confronti dei più deboli, ad esempio sospendendo gli aiuti umanitari all’agenzia Onu per i profughi palestinesi, l’Unrwa. Tra i diversi motivi che frenano l’azione c’è l’accusa di antisemitismo, ormai fusa con la qualsivoglia critica di Israele. Ma quando tutto diventa antisemitismo, la minaccia è che niente lo sia più. Avere il coraggio di parlare e di agire è negli interessi dei diritti di tutti, a partire dagli israeliani, perché Israele sarà sicura soltanto se e quando lo saranno anche gli altri, come ha ricordato in una recente intervista Aryeh Neier, sopravvissuto alla Shoah e gigante dei diritti umani, che oggi teme sia in corso un genocidio a Gaza.

Nell’immagine: le vittime dell’attacco israeliano alla tendopoli di Rafah


In Italia mancano infermieri e la colpa è (anche) della Svizzera

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Da tvsvizzera.it  / mrj

“Una bomba a orologeria”: così il sindacato italiano degli infermieri Nursing Up definisce la situazione di carenza del personale che “è pronta a esplodere nei mesi estivi”. Tra le regioni più in difficoltà, al primo posto ci sono Lombardia – dove si assiste a una fuga degli infermieri in Svizzera – e Campania dove le strutture di pronto soccorso sono in tilt.

Da un’indagine del sindacato emerge che nelle regioni più interessate dal fenomeno si viaggia con un media di 12-13 pazienti in gestione per ogni infermiera/e. “Una media – si legge in un comunicato di Nursing Up – che va ben oltre quella di sei pazienti al massimo per avere una sanità di qualità”.

Mentre i concorsi per infermiere/i finiscono per lo più deserti a causa delle magre offerte economiche, viene sottolineato nella ricerca, “si rischia il taglio di almeno il 10% dei posti letto a causa dei deficit di organico. Alcuni reparti potrebbero essere accorpati se non addirittura chiusi. In pericolo le aree di emergenza-urgenza”.

E, sempre in estate, “si prevede almeno il 30% in più di afflusso di pazienti nei pronto soccorso. [Una situazione] che non sarà assolutamente gestibile dal personale ridotto all’osso presente nelle strutture sanitarie da Nord a Sud. Le ferie del personale infermieristico potrebbero saltare”.

Lombardia e Campania particolarmente colpite

“In questo momento, nell’occhio del ciclone – spiega il presidente di Nursing Up, Antonio De Palma – ci sono realtà come l’ASST (Azienda socio sanitaria territoriale) di Lecco, quotidianamente alle prese con la fuga di professionisti verso la Svizzera. La struttura lecchese avrebbe una necessità immediata di 400 infermiere/i”.

“Nelle province della Lombardia più vicine alla Svizzera, e in particolar modo nell’area sanitaria di Lecco, ma anche nel territorio di Como, ovvero nell’ASST Lariana “si rischia da qui a breve un vero tracollo. I posti letto, già numericamente limitati, potrebbero essere ulteriormente ridotti del 10% per garantire un minimo di ferie e turnazioni dignitose ai pochi infermieri rimasti, mentre si rischiano chiusure di reparti nevralgici e pronto soccorso con accessi decisamente oltre il limite”.

Scendendo al sud, poi, c’è il caso della Campania, dove accanto alle croniche emergenze di diverse realtà da sempre in difficoltà, emergono situazioni a dir poco ‘esplosive’, scrive Nursing Up. L’Ospedale del Mare di Napoli, per esempio, che è tra i principali pronto soccorso cittadini, è alle prese “con un surplus di pazienti che già dal mese di marzo è ingestibile per i pochi infermieri ‘rimasti in trincea’. L’emergenza in Campania è perenne, ed è solo destinata ad aggravarsi ulteriormente”.

Nell’immagine: infermiere/i in un ospedale italiano


La biodiversità da salvare

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Di Carlo Petrini, La Repubblica

Con l’industrializzazione e l’uso indiscriminato delle risorse naturali abbiamo provocato una crisi climatico-ambientale e una galoppante perdita di biodiversità che non hanno eguali nella storia. Negli ultimi decenni abbiamo perso oltre un terzo della biodiversità marina e terrestre. Attualmente su 8 milioni di specie viventi, un milione rischia di scomparire. Questo ci porta a essere testimoni e vittime della sesta estinzione di massa, la prima innescata da una specie sola, Homo sapiens.

Il grande genetista Cavalli-Sforza definiva la nostra specie «prepotente»: dove arriviamo vogliamo cambiare le cose. Siamo perturbatori nati non solo perché non ci adattiamo più all’ambiente, ma anche perché continuiamo a piegarlo per renderlo gradevole ai nostri fini inculcati dalla società neoliberalista.

Mi spiego meglio: l’appiattimento delle differenze (biologiche e culturali) è funzionale a un modello di mercato che prospera nel momento in cui, dall’Italia all’Argentina, siamo bersagli di un marketing che cancella diversità e sovranità e ci rende consumatori degli stessi prodotti seriali.

Fagocitati da questa bulimia dei consumi, non ci rendiamo conto di essere immersi in una dinamica socioeconomica suicida il cui margine di uscita, e la possibilità di consegnare alle future generazioni un pianeta vivibile, si assottiglia sempre di più.

Non a caso il tema scelto per la Giornata mondiale della Biodiversità che si è celebrata il 22 maggio è stato: “Essere parte del piano”. Un richiamo all’azione collettiva (singoli individui, governi, organizzazioni, imprese) per conservare la biodiversità arrestandone la perdita in tutte le sue forme.

Come fare? Senz’altro non perseguendo la strategia adottata finora. Per salvaguardare il bello e il buono, il puro e l’immacolato, siamo stati soliti allontanarli dalle nostre azioni e dai nostri pensieri. Niente di più sbagliato.

Né i santuari protetti, né tantomeno la ricetta cara ad alcuni economisti per cui i Paesi ricchi comprano pezzi di foresta con la promessa di tenerla intatta per compensare le attività inquinanti possono funzionare, perché emarginano la biodiversità dalle nostre vite quotidiane e dalla sfera spirituale.

In virtù dell’essere perturbatori nati, siamo stati abituati a adottare una visione antropocentrica che vede la natura come un concetto separato dalla cultura, quando invece il nostro essere culturale è interconnesso al nostro vivere nel mondo naturale.

Inoltre, anche dal punto di vista scientifico è evidente questa correlazione. Ovunque nel mondo ci sia tanta biodiversità, c’è anche tanta diversità culturale, che si misura con la presenza di dialetti, ricchezza gastronomica, tradizioni popolari, etc.

Guardiamo all’Italia: le cause profonde che la fanno essere un hotspot di diversità biologica (avere un territorio irregolare con barriere geografiche, essere da sempre territorio di passaggio di popolazioni, avere decine di ecosistemi diversi) sono anche quelle che la rendono culturalmente così diversa. Quindi se vogliamo davvero tutelare la biodiversità, il primo passo dovrà essere riavvicinare la sfera della cultura a quella della natura.

In questo l’ambito alimentare può essere il luogo prediletto da cui iniziare il cambiamento di rotta. Quando parliamo di biodiversità infatti non possiamo dimenticarci della straordinaria varietà di vegetali e razze animali che nutrendoci, hanno sostenuto la nostra vita sulla Terra fino a oggi.

Eppure il settore primario sembra essersene dimenticato. Per far fronte alla crescita della domanda di cibo negli ultimi cinquant’anni abbiamo ridotto la biodiversità agroalimentare all’osso. Delle 8.803 razze animali allevate solo tre (lo 0,03%), sono quelle che provvedono alla maggior parte del nostro fabbisogno: la frisona bovina, la large white suina e la ovaiola avicola. Mentre dal punto di vista delle specie vegetali poche varietà di patate, mais, riso e grano forniscono il 60% delle calorie necessarie alla popolazione mondiale.

Nutrirsi di biodiversità però è legato a doppio filo alla salute nostra e degli ecosistemi. La biodiversità fornisce servizi ecosistemici essenziali, come l’impollinazione e la fertilità del suolo. Consente di produrre cibo che nutre senza depredare le risorse naturali o richiedere ingenti quantità di chimica in campo o antibiotici negli allevamenti. In questo senso la biodiversità in agricolo e dietetico è garante della sicurezza alimentare. Inoltre tutte le specie viventi sono soggette alla legge dell’evoluzione. Nascono, crescono, si stabilizzano e poi vanno incontro al decadimento.

Se in campo alimentare ci concentriamo su poche varietà ad alta resa, rischiamo di trovarci in un mondo privo di alternative nel momento in cui queste varietà andranno incontro alla decadenza.

Più difendiamo la salute dell’ambiente preservando la biodiversità, più difendiamo la nostra. È tempo di adottare un approccio ecologico integrale e umanista. Gli interessi della natura, di cui facciamo parte ma che è più grande di noi, coincidono con i nostri. Difenderli a partire da ciò con cui quotidianamente scegliamo di nutrirci può essere il nostro contributo individuale per essere parte del piano.


Ogni vita ha lo stesso valore

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Di Tahar Ben Jelloun, La Repubblica

«Ogni vita ha lo stesso valore». Questo dice il diritto. Non ci sono vite più importanti di altre. Lo dice la morte. Ma l’uomo non è d’accordo.

Ed è così che, dall’inizio della guerra contro Hamas, Netanyahu continua a ricordarci che la vita di un israeliano è più importante di qualunque altra. Lo dice con le parole, con le armi e con i bombardamenti, che hanno ucciso molti civili. Dice: «devo sradicare Hamas». Il suo esercito bombarda città, scuole, ospedali, impedisce il transito dei convogli umanitari, affama la popolazione di Gaza e niente sembra poterlo fermare.

Quando gli si domanda «dopo aver ucciso quanti palestinesi riterrete di aver ottenuto la vostra vendetta?» risponde «uccideremo fino all’ultimo sostenitore di Hamas».

Quando il TPI (il Tribunale penale internazionale) chiede ai giudici di emettere mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ministro della difesa da una parte e contro i tre dirigenti di Hamas dall’altra, Israele grida, quasi unanime, all’antisemitismo. Abbiamo sentito quel grido anche in Europa. «Come osano mettere sullo stesso piano un paese democratico e un movimento terrorista?»

Quando, il 7 ottobre 2023, i miliziani di Hamas hanno commesso un crimine terribile contro gli abitanti di un kibbutz e contro i giovani che partecipavano a un festival, il mondo, o quasi tutto il mondo, è inorridito e io personalmente ho espresso i miei sentimenti e condannato il massacro senza ambiguità. Ciò mi è valso minacce di omicidio da parte di un ex primo ministro islamista marocchino. Sapevo quali sarebbero state le conseguenze di quell’attacco. Decine di migliaia di morti. Oggi si parla di più di 30.000 morti, di cui 12.000 bambini. Senza contare i numerosissimi feriti. La domanda da porsi è se, politicamente, l’attacco del 7 ottobre «merita» di avere un costo tanto elevato.

È vero che il 7 ottobre ha risvegliato la causa palestinese. Non si era mai vista tanta solidarietà con la Palestina nei campus delle grandi università americane, inglesi e persino francesi. La causa era stata dimenticata. I dirigenti dormivano, confortati dal denaro inviato dalla comunità europea, denaro che alcuni sembra abbiano sottratto.

Oggi di quella causa si sono appropriati i giovani in cerca di un obiettivo. Una vita vale una vita. Questo dicono le proteste degli studenti in tutto il mondo.

In Francia i giornalisti e la maggior parte dei politici rifiutano di usare la parola «genocidio» per descrivere ciò che sta succedendo a Gaza. Sul quotidiano israeliano di sinistra Haaretz, lo scorso 14 gennaio, un osservatore israeliano, Gideon Levy, ha scritto: «Supponendo che la posizione di Israele all’Aia sia giusta e legale e che Israele non stia commettendo un genocidio o qualcosa di simile, di che cosa si tratta? Come chiamereste voi le uccisioni di massa? Si tratta di una discriminazione senza limiti e su una scala difficile da immaginare». (Lo cita Elias Sambar, che ha appena pubblicato per Gallimard il libro La dernière guerre?)

Le parole sono importanti. Dopo la Shoah, certe parole non possono essere usate per riferirsi ad altro. «Genocidio» è una di quelle. Ma per chi muore sotto le bombe, per le decine di migliaia di gazawi uccisi in modo metodico, non ha molta importanza quale parola si usa.

La morte li ha coperti con un silenzio eterno. La situazione è in stallo. Le negoziazioni non portano da nessuna parte. Gli sfortunati ostaggi e le loro famiglie vivono un’angoscia profonda.

Elias Sambar, ex ambasciatore palestinese presso l’Unesco, dice: «Non si fa nulla per evitare la corsa verso l’abisso». Poi lascia la parola al poeta Mahmoud Darwish: «Ci sono morti e colonie, morti e bulldozer, morti e ospedali, morti e radar per controllare chi è morto più di una volta nella sua vita, per controllare i morti che rinascono dopo la morte, i morti che nutrono la bestia della civiltà con la morte e i morti che muoiono per seppellire chi è già morto.»

Forse le Nazioni Unite, quando nel 1947 hanno creato lo Stato di Israele, una terra per due popoli, non immaginavano che la loro decisione avrebbe prodotto un conflitto che sarebbe durato quasi cent’anni!

La situazione è in stallo, non c’è spazio per la speranza e l’odio fa buchi nelle menti e nella memoria.

La brutalità dei bombardamenti su Gaza ha prodotto almeno una generazione di orfani che vorranno vendetta.

L’attacco del 7 ottobre ha creato un precedente indimenticabile e altrettanto brutale. Come potranno i due popoli superare tanto reciproco odio?

Edgar Morin (che ha 102 anni!) il 22 gennaio scorso ha scritto su Le Monde: «è una tragica lezione della storia: i discendenti di un popolo perseguitato per secoli nell’Occidente cristiano, poi razzista, possono diventare al tempo stesso persecutori e bastione avanzato dell’Occidente nel mondo arabo. (…) La globalizzazione non ha creato alcuna solidarietà e le Nazioni Unite sono sempre più disunite».

Traduzione di Alessandra Neve
Nell’immagine: Gaza dopo un bombardamento


La prima volta di una donna al timone della SSR-SRG

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Donna, finalmente e per la prima volta. Svizzero-tedesca, oggi requisito anche politico indispensabile. Scelta all’interno dell’azienda, più tranquillizzante per il personale. Volto noto oltr’Alpe e profilo giornalistico apprezzato e non controverso. Messi in fila, sembrano i segnali di una buona, accurata decisione. 

Susanne Wille, cinquantenne argoviese, un prodotto della “Casa”, è stata dunque chiamata per il dopo-Marchand. Alla guida di una SSR-SRG che vive il momento più delicato della sua storia. Nell’immediato per l’ordinanza del Consiglio federale che, se confermata il mese prossimo, azzopperà comunque il servizio pubblico (soltanto per la RSI, oltre un centinaio di posti di lavoro in meno); e a media scadenza con l’attacco frontale dell’iniziativa popolare dei “200 franchi bastano” (che significherebbe il quaranta per cento di risorse in meno, quasi metà di tutto il personale a casa, programmi radio-tv ridotti al lumicino, qualità dell’offerta a precipizio). 

Ha il curriculum giusto, la neo-direttrice (debutto in novembre). Studi, esperienza lavorativa, carriera (da giornalista-presentatrice-produttrice, fino alla responsabilità del dipartimento culturale), e buona conoscenza dell’Azienda. Scarsa famigliarità coi meccanismi manageriali, sarà il principale rilievo critico di chi deve cercare a tutti i costi un punto debole. Ma è stato spesso così per i massimi dirigenti succedutisi alla direzione generale. Quasi tutti hanno imparato in fretta, soprattutto coloro che si sono poi affidati a un proficuo gioco di squadra. Ci sa fare anche nei rapporti interpersonali, ci dice un suo ex collega al settimanale “Rundschau” e all’approfondimento quotidiano “10 vor 10”. E aggiunge: “Per nulla una giornalista arrendevole e accomodante, ma rigorosa”.

E poi l’esperienza del lavoro a Berna. Quindi conoscenza del mondo politico federale. Che non è poco, anzi di questi tempi una sorta di ‘valore aggiunto”. Perché la battaglia che deve condurre è certo fatta, come ha detto nelle prime dichiarazioni (anche in italiano) da neo-nominata, per una “SSR vicino alla gente, di cui ci si possa fidare e in cui ci si possa identificare”; ma sarà anche, si spera non soprattutto, di capacità di muoversi nei meandri, nelle tensioni, anche nelle contraddizioni di una politica nazionale non sempre lucida e coerente e consapevole di quello che per il paese, per la coesione nazionale, per la stessa democrazia significherebbe mettere non solo alle corde, ma fuori dalle corde del ring mediatico, un servizio pubblico radio-televisivo come il nostro. Certo, con i suoi possibili errori, una complessità che andrebbe meglio lubrificata, la sfida non facilissima della rapidità e profondità dei cambiamenti tecnologici. Tutte situazioni che hanno fatto dire all’ex direttore generale Walpen che la soluzione migliore sarebbe stata quella di individuare per la guida dell’azienda “da salvare” un politico di spicco, popolare, deciso, eventualmente anche un esponente dell’UDC. Meglio di no, ha saggiamente deciso chi doveva scegliere (ed è stato parere unanime sul nome). Ognuno al posto suo. In una distinzione di ruoli che è meglio non sovrapporre o miscelare.

Non che di Susanne Wille si voglia a tutti i costi fare un ‘santino’. Del resto, c’è chi le ha attribuito e rimproverato in passato il forte ridimensionamento della rete 2 di Radio DRS, come capitato anche a Espace 2 della romanda RTS (ma non fortunatamente in RSI). E i bilanci si possono comunque fare soltanto alla fine di un percorso attraversato, nel caso della direzione generale, da molti complicati binari. Ma intanto registriamo la buona accoglienza dell’annuncio della sua nomina per gran parte del mondo politico nazionale. Che, si sa, non sempre eccelle per coerenza. Si pensi al consigliere federale Albert Rösti, capo del Datec. Gli è bastato meno di un anno al governo per passare da firmatario di spicco dell’iniziativa “200 fr. bastano” alla convinzione che si tratti invece di un’iniziativa “troppo radicale” e perciò inaccettabile. Vera capriola. Miracolo e contaminazione della collegialità nel governo federale. Contromossa autentica.  O passaggio puramente tattico. Si vedrà, dato che sulla questione ci aspetta una lunga stagione anche parlamentare, oltre all’appuntamento col rinnovo (che tipo di rinnovo dipenderà ancora dalla politica) della concessione.

Così come, per Susanne Wille, ci sarà da smussare il confronto non facile, aspro, con gli editori privati, soprattutto quelli dei grandi gruppi, che abbandonarono il tavolo di un tentato dialogo con la SSR quando furono certi che la votazione dei “200 fr. bastano” si sarebbe fatta. Convinti che togliere al servizio pubblico radio-tv le entrate pubblicitarie corrisponda a un automatico travaso di quelle risorse nelle loro casse. Nulla di sicuro e dimostrabile.

La notizia di ieri non dispiacerà alla RSI. La “primadonna” SSR sembra sensibile al mantenimento della “chiave di riparto” fra le varie regioni. Meccanismo di importanza esistenziale per i collaboratori e i programmi della sede di Comano. Dove, sappiamo, ancora si cercano comunque strade di razionalizzazione con risparmi sui costi produttivi e anche di personale. Ma non c’è solo il canone per “correggere” la situazione a danno della RSI. Un certo tipo di centralizzazione oltr’Alpe di alcuni servizi, per esempio, se insistiti possono comunque portare a forme di ridimensionamento e di possibili tagli nel Cantone. 

Buona notizia, dunque, ma piedi per terra. La signora Wille promette anche di “voler cambiare l’azienda”. Vedremo eventualmente come. Per noi, e non solo per ricordo e affetto professionale, la SSR rimane pur sempre la più piccola delle buone radio-tv pubbliche europee. 

Nell’immagine: Susanne Wille


Perché nel dopo Urss non è emerso un partito socialista russo?

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Perché in Russia non è sorto un partito socialista e genuinamente di sinistra?

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, la Russia zarista fu il laboratorio di un grande movimento plurale di emancipazione sociale. Inizialmente con i giovani illuministi, che con la loro “andata al popolo” (da qui la denominazione di “populisti”) cercarono di mobilitare i contadini poveri della Russia e dell’Ucraina. Vennero sconfitti, e le conseguenze furono la declinazione (e degenerazione) in chiave terroristica del movimento.

Tuttavia già dagli anni ’80 di quel secolo iniziò a formarsi, in tutto l’impero, un multiforme movimento operaio che puntava non solo al miglioramento delle condizioni salariali e di lavoro, ma si forgiava anche sulla formazione culturale degli stessi. Fu attraverso le cosiddette “scuole domenicali” che, in seguito, personaggi importanti del movimento socialdemocratico come Martov, Lenin. Krupskaja, Zasulich e Plechanov condussero la loro battaglia per trasformare quell’afflato in vero e proprio movimento politico.

La socialdemocrazia russa nascente, però, dovette scontrarsi con tendenze rivoluzionarie, che negavano l’esigenza della lotta politica, in particolare di quella legale. Non si trattava solo della maggioranza dei populisti e dei sostenitori di Bakunin, ma anche di personaggi come Pëtr Tkachev. Questo nome può non dir niente ai contemporanei ma, a suo tempo, fu molto popolare in Russia. Tkachev teorizzava la necessità di non seguire il tradizionale percorso del movimento operaio di crescita “dentro lo Stato borghese” ma di legare le frequenti spontanee insorgenze contadine a una minoranza intellettuale, dalla cui unità d’intenti si sarebbe sviluppata una società comunista.

Inoltre la lotta politica del movimento socialista si scontrava con due elementi peculiari della società russa: l’esistenza di un’autocrazia non disponibile a lasciare il passo alla borghesia nazionale e l’incapacità di quest’ultima ad avere un progetto di sviluppo capitalistico autonomo dallo Stato. Questi aspetti sono stati trattati da una vasta letteratura anche recentemente, basti pensare ai capitoli iniziali dell’ottimo libro di Ettore Cinnella (1905 la vera rivoluzione russa, Db Pubblisihing, 2019). A fronte di ciò si svilupparono tre diverse ipotesi all’interno del movimento marxista. Quella dei menscevichi di Martov, che riteneva impossibile una rivoluzione democratica senza un ruolo preminente del “Partito dei Cadetti”, ovvero del partito liberale russo. La strategia bolscevica invece prevedeva un ruolo più attivo del proletariato e dei contadini nella rivoluzione democratica, se non addirittura un ruolo egemone. L’idea di Trotsky, infine, era quella di una “rivoluzione permanente”: con essa il proletariato avrebbe realizzato sia i compiti della rivoluzione democratica che i primi passi di quella socialista, in attesa dello sviluppo della rivoluzione in Occidente.

Quest’ultima ipotesi sembrò trovare una verifica negli avvenimenti che si produssero tra il febbraio e l’ottobre del 1917 (vedi Lev Trotskij, Storia della Rivoluzione Russa, Sugarco, 1987) ma anche qui la storia di dimostrò più complessa di qualsiasi teoria.

Invece di forti sindacati come in Europa Occidentale, in Russia si svilupparono i Soviet (consigli) che prima della rivoluzione assunsero forme di strutture di “dualismo di poteri”, per poi diventare organi di amministrazione gestionale delle imprese, e infine appendici inerti del partito unico al potere.

Così i lavoratori che in URSS si trovarono costituzionalmente al potere non solo ne furono espropriati dalla burocrazia dominante, ma non ebbero a propria disposizione, come in Occidente, dei sindacati rivendicativi, per difendere i propri interessi. Su questi aspetti diversi contributi di Rita di Leo, negli anni ’70, furono utili a comprendere il rapporto tra operai e Stato in URSS.

I lavoratori salariati vissero una lunga stagione di passività sociale, basata su un compromesso con la élite dominante. Le leve del comando vennero lasciate in mano alla burocrazia in cambio di una bassa produttività del lavoro. Solo raramente nel periodo krusceviano si assistette a delle rivolte, come nel caso di Novocherkassk nel 1962, quando una rivolta contro il caro-prezzi sfociò in un massacro, in cui la polizia uccise 26 dimostranti (per una ricostruzione dettagliata e stimolante del periodo post-staliniano si veda Andrea Graziosi, L’Urss dal trionfo al degrado. Storia dell’Unione Sovietica, 1945-1991, Il Mulino, 2011)

Al momento del crollo dell’URSS (1985-1991) i settori più attivi della società che auspicavano il passaggio a un socialismo democratico si dimostrarono quelli dell’intellighenzia urbana: la classe operaia industriale, ancora molto concentrata in grandi bacini industriali, restò invece passiva spettatrice dei mutamenti in corso, o si mise sulla strada di costruzione di movimenti rivendicativi che finirono però a rimorchio delle diverse frazioni della vecchia “nomenklatura” che aspiravano a gestire il passaggio al libero mercato.

Come ho avuto modo di sintetizzare nel mio libro dedicato alla “Perestrojka”, le cose però non si dimostrarono né semplici né lineari: “la maggioranza di loro si trasformò in sostenitori dell’economia di mercato, e si dichiararono favorevoli a radicali forme di decentramento del potere politico, compresa la completa autonomizzazione economica e fiscale della Repubblica russa dall’Unione Sovietica, uno degli obiettivi principali di Eltsin” (Yurii Colombo, Un’ambigua utopia, Massari, 2021)”.

Gli anni ’90 furono caratterizzati dalla deindustrializzazione di buona parte del paese, che condussero sempre a una maggiore atomizzazione sociale e sfiducia in larghi settori della società sulla possibilità dell’azione politica come motore del cambiamento. La nostalgia per il ‘welfare state’ sovietico divenne nostalgia per il periodo sovietico tout-court, di cui si dimenticarono presto i difetti e le inefficienze. Ciò favorì il comunista Zjuganov, che per un decennio mantenne il suo partito sopra l’asticella del 20%, prima di iniziare un lento ma inesorabile declino, oscurato sempre più dal pragmatismo bonapartista putiniano.

Fu in questo drammatico quadro che si svilupparono i tentativi di costruire un partito socialista in Russia, che potesse essere un’alternativa ai comunisti.

Il Partito Socialdemocratico di Russia, tra i cui principali dirigenti c’era Mikhail Gorbaciov, fondato nel 2001 e frutto della coalizione di diversi partiti socialdemocratici, non superò mai i 12.000 iscritti e in pochi anni divenne un’appendice di “Russia Giusta”, un partito che era stato persino accolto nell’Internazionalista Socialista prima di esserne espulso perché favorevole alla pena di morte e poi all’invasione dell’Ucraina.

Così mentre le socialdemocrazie europee hanno conosciuto un declino, ma non un’eclisse, negli ultimi decenni nella Federazione Russa continuano ad esistere solo piccole formazioni di sinistra non staliniste, come il Movimento Socialista Russo di ispirazione trotskista, che è stato recentemente accusato dal governo russo di essere “agente straniero”.

Cosi, dopo la rivoluzione, in Russia e negli altri Paesi dell’ex URSS, il movimento socialista più articolato d’Europa, schiacciato tra utopia e realismo statalista, ha di fatto da tempo cessato di esistere. E non se ne prevede la rinascita in tempi brevi.

Nell’immagine: il simbolo e il sito del Movimento socialista russo oggi. La scritta in russo dice: “QUESTO MATERIALE È PRODOTTO E/O DISTRIBUITO DALL’AGENTE ESTERO “MOVIMENTO SOCIALISTA RUSSO” (RSM), O RIGUARDA LE ATTIVITÀ DELL’AGENTE ESTERO “MOVIMENTO SOCIALISTA RUSSO” (RSM) 18+ – In connessione con la decisione del Ministero della Giustizia di considerare il Movimento Socialista Russo come “agente straniero”, siamo costretti ad annunciare la cessazione delle attività dell’organizzazione e l’autoscioglimento. Percepiamo quanto accaduto come un’alta valutazione delle nostre attività. Ti consigliamo di fare attenzione e di seguire le notizie.”


Uno spazio sicuro per condividere l’esperienza migratoria

Il Ticino è il cantone nel quale i premi di Cassa malati pesano maggiormente sui redditi delle famiglie 

È difficile sapere ciò che accade nei centri per i richiedenti asilo. Spesso le persone che vengono ospitate non sono disposte a raccontarsi. Si sentono esposte al pericolo – un ricatto silenzioso – essendo in attesa di ricevere un permesso di soggiorno che consenta loro di vivere liberamente. Non cercano guai, vogliono vivere nel migliore dei modi e uscire al più presto. Come arrivare allora alle persone e alle loro storie?  Così importanti per comprendere il fenomeno migratorio e promuovere una riflessione pubblica più consapevole?

Una delle risposte possibili risiede nelle attività di un’associazione nata di recente in Ticino, la Fabbrica di ospitalità. Un opificio speciale appunto, sorto dalle idee di studenti e docenti dell’Accademia di Mendrisio, dove si lavora con costanza per produrre materie prime altamente costruttive. Dialogo, scambio, ricerca. In un approccio che fonde architettura, spazio sociale e qualità delle relazioni umane. 

E dove la chiave di volta è quella  del “to work with”.  Un lavoro che non cala dall’alto per aiutare qualcuno, con declinazioni quindi paternalistiche, ma che si sviluppa con tutti gli attori coinvolti e in particolare con le persone richiedenti asilo ospitate nei centri cantonali o federali. Un metodo che ha fatto scaturire l’idea di un laboratorio di denuncia che si è svolto lo scorso fine settimana proprio a Mendrisio. 

Sono così stati soprattutto dei giovani migranti ad essere parte attiva in questa giornata di scambio. Un tavolo informale e ludico dove condividere con il dialogo e la scrittura anonima esperienze e problemi vissuti all’interno dei centri di accoglienza. 

Si parla di aspetti essenziali per la qualità della vita. Di corretta nutrizione, di proprietà e pulizia degli spazi comuni. Dell’igiene presente in bagni e docce. Per loro le condizioni sono buone e accettabili. La pulizia è per lo più impeccabile, eccezion fatta per i casi in cui è la mancanza di disciplina di altri ospiti a generare dei disagi.

Si dimostrano molto saggi nonostante la giovane età. E tengono a precisare che il loro è un punto di vista parziale. Sostengono infatti che per avere un quadro più oggettivo si debba parlare anche con chi si sente meno a proprio agio all’interno dei centri. Con chi soffre più di loro, che invece accettano meglio questa condizione come passaggio obbligato. 

“Il centro è ben organizzato” sostengono “ed è accettabile in quanto bisogna avere pazienza prima di uscire e per ottenere uno stato di maggiore libertà”. Uno tra loro dichiara che se gli venisse chiesto di ripartire per il paese di origine, sceglierebbe di restare in ogni caso. “Ci resterei tutta la vita” – afferma con energia – “anche se, per quanto ben organizzato, assomiglia comunque sempre ad un carcere”. 

Non è così semplice condividere delle esperienze negative e in generale un percorso complesso come quello migratorio. Anche quando non presenta traumi, che spesso restano celati. Per evitare di rivivere la sofferenza e perché si temono ripercussioni peggiori sulla libertà personale, quando non un rifiuto della richiesta di protezione.

Raccontano di vivere dei piccoli problemi, piccole discriminazioni, ma che nel complesso la loro esperienza personale non può essere descritta come negativa. Emerge che a Balerna, per esempio, il centro d’accoglienza è molto affollato e che a volte sia addirittura difficile dormire a causa del rumore provocato dal gran numero di persone. 

Dai racconti appare chiaro che ci sono delle difficoltà nella gestione della vita comune nonostante l’organizzazione possa ritenersi efficace. Concentrare sotto lo stesso tetto molte persone, che spesso si suddividono in gruppi con diverse provenienze, lingue e culture, può far esacerbare liti e malintesi. 

La conversazione del laboratorio si fa vivace. È veloce e brillante, e si svolge in francese e in inglese. Un giovane si fa particolarmente loquace mostrando il proprio bisogno di raccontare. Insieme si affronta così il tema sempre spinoso del razzismo e dell’educazione sociale. Che in ultima analisi tutti vedono come una questione fondamentale. “Sia fuori che dentro i centri” in modo che i cittadini che abitano i luoghi dove sorgono e gli ospiti richiedenti asilo, vengano preparati a questa esperienza. Ad una dimensione sociale nuova che non deve essere necessariamente divisiva e fonte di strumentalizzazione. 

Ci sono difficoltà concrete che anche se piccole possono costituire dei grossi problemi per chi è appena arrivato in un altro paese. Questi giovani hanno una scolarizzazione medio alta e pensano anche a chi non ha la stessa fortuna. Alle persone analfabete che necessitano inizialmente di una guida che possa spiegare loro e chiarire quale sia il comportamento da tenere nei centri. In generale, gioverebbe moltissimo poter conoscere le regole e le leggi basilari del Cantone, o semplicemente il sistema dei trasporti pubblici per potersi muovere con più autonomia e consapevolezza. 

Rispetto alla cittadinanza locale, emerge come il rapporto più difficile da instaurare sia paradossalmente quello con i più giovani, mentre le persone più anziane dimostrano di essere molto più accoglienti e comprensive. “Cercare di socializzare vuol dire spesso umiliarsi” si afferma. Senza assumere una posizione vittimistica, questi ragazzi esprimono la loro volontà di vivere secondo il rispetto e le leggi basilari dello Stato, percorrendo la propria strada e guardando al futuro senza badare a ciò che pensano gli altri. Loro conoscono il proprio valore. 

È particolarmente affascinante sentirli dialogare, si ha l’impressione che in questo spazio la società diventi realmente permeabile. È l’inizio di un lavoro che appare straordinario e foriero di novità interessanti per ciascuno di noi. Questi giovani si attivano insieme e analizzano costruttivamente dei problemi apparentemente semplici, ai quali però nessuno sembra aver ancora pensato. 

Nell’immagine: un momento dell’attività della Fabbrica di ospitalità