Come la Svizzera si lasciò sfuggire il finanziatore del genocidio in Ruanda

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

Di Virginie Mangin, swissinfo.ch

Félicien Kabuga ha trascorso 25 anni in fuga. Per buona parte di quel periodo, sulla sua testa ha pesato una taglia di 5 milioni di dollari (4,5 milioni di franchi), fissata dagli Stati Uniti dopo che il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR) lo aveva accusato di aver contribuito a istigare il genocidio del 1994 contro l’etnia tutsi.

Quando è stato arrestato in Francia, nel 2020, Kabuga aveva ormai superato gli 80 anni. Lo scorso anno la Corte dell’Aia lo ha giudicato non idoneo a sostenere un processo, annullando l’atteso procedimento legale nei suoi confronti per genocidio e crimini contro l’umanità.

La storia di Kabuga, tuttavia, avrebbe potuto prendere una piega molto diversa. Nel luglio 1994, quando il genocidio era ormai quasi terminato, l’uomo entrò in Svizzera con un visto. Quattro settimane dopo, per motivi ancora poco chiari, le autorità elvetiche lo espulsero, mandandolo in Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo. Dopodiché, Kabuga scomparve.

“Se è riuscito a sfuggire alla giustizia per così tanto tempo, lo si deve anche alla Svizzera”, afferma la parlamentare dei Verdi Svizzeri Christine Badertscher. “Con tutta probabilità, nel 1994 le autorità elvetiche avrebbero avuto modo di arrestarlo”.

Berna ha deciso di riesaminare la vicenda. A febbraio, l’Assemblea federale ha approvato la richiesta di Badertscher di analizzare nel dettaglio quanto accaduto per chiarire il ruolo del Paese nel caso. Il Governo ha due anni di tempo per redigere il rapporto.

Distribuzione di machete e propaganda

All’inizio degli anni Novanta, Kabuga, esponente dell’etnia hutu, il gruppo etnico maggioritario del Ruanda, era un personaggio benestante, circondato di amicizie influenti. Entrato nella cerchia ristretta del presidente Juvénal Habyarimana – anch’egli hutu – grazie al matrimonio di due delle sue figlie con i figli di Habyarimana, Kabuga esercitava il potere politico senza avere alcun ruolo ufficiale nel Governo, afferma César Murangira, presidente dell’organizzazione per le vittime del genocidio Ibuka Suisse.

Le uccisioni iniziarono il 7 aprile 1994, il giorno dopo l’assassinio di Habyarimana. Incolpando la minoranza tutsi per la sua morte, gli estremisti hutu dell’apparato politico e militare locale la attaccarono senza pietà. Secondo le sentenze emesse dall’ICTR nel 1998 e nel 2011, Kabuga sarebbe stato tra loro.

“È stato definito il finanziatore del genocidio”, afferma Murangira. “Faceva parte del gruppo di persone che hanno pianificato il massacro e fornito alla milizia i mezzi materiali e ideologici per perpetrarlo”.

Nell’aprile 1994, Kabuga contribuì alla creazione di un Fondo di Difesa Nazionale (FDN), usato per acquistare armi e munizioni per gli Interahamwe, la milizia giovanile del partito al potere in Ruanda, che partecipò alle uccisioni. In qualità di presidente del comitato FDN, Kabuga raccolse diverse donazioni a suo nome.

Inoltre, attraverso la sua Kabuga ETS, importò dei machete e li fece distribuire agli Interahamwe perché commettessero atrocità a Gisenyi, nel Ruanda occidentale, oltre a fornire uniformi e veicoli per il trasporto di uomini e armi sui luoghi dello sterminio.

Secondo l’ICTR, Kabuga partecipò anche alla propaganda. Tramite la famigerata stazione radio RTLM (Radio-Télévision Libre des Milles Collines), di cui fu cofondatore nel 1993, lui e i membri della sua cerchia diffusero messaggi contro il popolo tutsi, con l’obiettivo di spazzarlo via dal Paese. Molti storici e storiche sostengono che, tramite l’incitamento all’odio e la messa alla gogna di specifici individui, le trasmissioni dell’emittente hanno contribuito a mobilitare gli hutu contro i tutsi.

Una breve fuga in Svizzera

Il 6 giugno 1994, nel bel mezzo del genocidio, Kabuga chiese all’ambasciata svizzera di Kinshasa, nel vicino Zaire, un visto per sé, la moglie e i sette figli e figlie. I documenti furono rilasciati tre giorni dopo. Come rivelato all’Assemblea federale, il ministero degli Esteri “si rese conto di chi fosse Kabuga” solo il 14 giugno, quando le autorità cercarono di far annullare il visto. A quel punto, però, l’uomo aveva già intascato i documenti ed era tornato in Ruanda.

Il giorno successivo, il ministero degli Esteri diede istruzioni all’Ufficio immigrazione perché impedisse l’ingresso in Svizzera a Kabuga. Il divieto, però, non venne mai applicato: il 22 luglio, mentre in Ruanda erano morte già più di 800’000 persone, la famiglia entrò in Svizzera.

Due settimane dopo il loro arrivo, a Parigi venne presentata una denuncia per genocidio contro di lui. Il giorno successivo, Kabuga presentò una richiesta di asilo in territorio elvetico.

A quanto pare, fu solo allora che i ministeri della Giustizia e degli Esteri si resero conto della sua presenza in Svizzera. Il ministero della Giustizia ordinò che l’intera famiglia venisse imbarcata su un aereo per Kinshasa dall’aeroporto di Ginevra. Il clan partì il 18 agosto, lasciando i contribuenti svizzeri con molti interrogativi senza risposta e con un conto di 21’302 franchi (23’500 dollari): il costo dei biglietti aerei che la famiglia si era rifiutata di pagare e che le autorità avevano coperto per accelerarne la partenza.

Le ragioni ufficiali del mancato arresto

Il motivo per cui Kabuga non fu mai arrestato è uno dei punti chiave dell’analisi in corso. Finora il Governo svizzero ha fornito all’Assemblea federale solo risposte parziali. Innanzitutto, nel 1994 il contesto giuridico era molto diverso. All’epoca, l’unico modo per processare una persona accusata di aver violato le Convenzioni di Ginevra sui conflitti armati era secondo il Codice penale militare.

A tale scopo, il Governo aveva bisogno di una “supposizione concreta che fosse stato commesso un atto riprovevole”. Sebbene Kabuga fosse stato inserito in una lista di “persone indesiderabili” stilata nel giugno 1994 e le autorità svizzere fossero a conoscenza della sua partecipazione alla RTLM e della natura delle trasmissioni dell’emittente, il Governo ha sostenuto che nell’estate del 1994 non vi erano sufficienti indizi che Kabuga avesse “violato personalmente” le Convenzioni di Ginevra.

Inoltre, il ministero degli Esteri indicò di voler valutare le possibilità di un arresto solo il 17 agosto, un giorno prima che la famiglia Kabuga venisse deportata: in altre parole, troppo tardi.

La Svizzera ha aggiunto al proprio Codice penale il genocidio nel 2000 e i crimini contro l’umanità nel 2011, dopo aver ratificato la convenzione della Corte Penale Internazionale nel 2001. Questi cambiamenti, che consentono di perseguire chi ha commesso gravi crimini all’estero, sono stati orchestrati anche in seguito al caso Kabuga, dice Badertscher.

Gli stretti legami tra Ruanda e Svizzera

Dopo la sua partenza, la presenza stessa di Kabuga in Svizzera divenne fonte di dibattito. Un rapporto commissionato dal ministero della Giustizia a metà degli anni Novanta – l’unica indagine ufficiale condotta finora sulla vicenda, incentrata esclusivamente sulla questione del visto – ha evidenziato diversi errori amministrativi: l’ufficio immigrazione non aveva esaminato a fondo la sua richiesta di visto e non ha applicato il divieto di ingresso.

L’allora capo dell’ufficio immigrazione, Alexandre Hunziker, se ne assunse la colpa. Nel dicembre 1994 fu mandato in pensione anticipata, all’età di 59 anni, “per motivi di salute”. Si dice che Hunziker abbia rilasciato personalmente il visto a Kabuga, senza trasmettere il divieto di ingresso alla polizia di frontiera. Amico del genero di Kabuga, Fabien Singaye, che lavorava all’ambasciata ruandese a Berna, aveva cenato con lui diverse volte. Singaye è stato espulso nell’agosto 1994 per spionaggio.

Il fatto che Kabuga abbia scelto di fuggire proprio in Svizzera non dovrebbe sorprendere: il Paese elvetico aveva instaurato stretti legami con il Ruanda, uno Stato prioritario per la cooperazione svizzera allo sviluppo fin dagli anni Sessanta. Il legame tra i due Paesi è stato esaminato con attenzione dopo il genocidio: un rapporto commissionato dal ministero degli Esteri nel 1996 concluse che l’agenzia svizzera per lo sviluppo non aveva intrapreso alcuna azione politica per smorzare le tensioni prima dell’aprile 1994.

“Avere Kabuga qui e poterne seguire il caso da vicino avrebbe potuto mettere profondamente in discussione il ruolo della Svizzera in Ruanda”, afferma la storica Thanushiyah Korn dell’Università di Basilea. Ma finché il Governo non rivelerà apertamente le sue azioni passate, si tratta solo di speculazioni, aggiunge Korn, che sta esaminando il ruolo di donatori e donatrici internazionali nel periodo precedente al genocidio.

Una delusione lunga 30 anni

Kabuga è uno dei tanti presunti responsabili del genocidio che sono riusciti a sfuggire alla giustizia nonostante mandati di arresto internazionali a loro nome, dice Murangira, e alcuni sono ancora in fuga. Il fatto che persone come lui riescano a rimanere impunite per tanto tempo, finendo per essere ritenute non idonee a un processo, ha un impatto molto profondo sulle vittime.

“È una delusione che va avanti da 30 anni, perché la giustizia internazionale ha fallito”, dice Murangira, che è tra i sopravvissuti al genocidio. “Il passare del tempo non favorisce le vittime: molti tra coloro che erano sopravvissuti e avrebbero potuto testimoniare sono ormai morti”.

A Berna, Badertscher spera che l’analisi storica possa costituire una “riparazione simbolica” per come la Svizzera ha gestito il caso Kabuga.

“Quello che è successo non si può più cancellare”, dice. “Ma una rivalutazione storica può aiutare a chiarire il ruolo delle autorità elvetiche e a fare i conti con quanto accaduto, per poterlo comprendere meglio”.

Nell’immagine: Félicien Kabuga


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Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 


Il mito della milizia

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

La politica non è un lavoro perché, se così fosse, finirebbe col distaccarsi dalle vere esigenze del popolo. Si farebbe ‘casta’, élite autoreferenziale attenta a conservare solo i propri privilegi. Un assunto da sempre pilastro indiscusso della democrazia elvetica. Chi più chi meno, nella Confederazione e nei Cantoni, lo usa come faro del proprio procedere nell’applicazione del sistema politico istituzionale, ma anche i dogmi più granitici, proprio perché figli dell’umanità, sono fallaci.

Di fatto, con gli anni, la politica di milizia elvetica si è trasformata in stereotipo valoriale, un mito finito a torto nel bagaglio della ‘svizzeritudine’. La realtà è un’altra seppur incartata come un uovo di Pasqua nell’argento e nell’oro della presunta militanza volontaria. M’impegno gratuitamente e mi sacrifico un po’ per il bene del Paese. Ma è davvero così?

Stereotipo, perché ogni campagna elettorale, federale o cantonale, necessita consistenti investimenti finanziari dei partiti e dei singoli in lizza. Non solo. Essere presenti oggi nel territorio, ‘frequentare’ i cittadini, farsi conoscere e magari rispettare, diffondere le proprie opinioni, confrontarsi e discutere, comporta molto tempo e soprattutto soldi da spendere nel web in primis. Un buon profilo social, un’ottima pagina Facebook, il filo diretto e attualizzato con i propri ‘fan’ hanno un prezzo che il politico deve pagare ad altri perché già troppo impegnato altrove. E l’immagine conta. Anche in Ticino sono nate nuove figure professionali, così come in mezzo mondo. Giovani professionisti del web che, in verità spesso per pochi soldi, gestiscono Facebook, X, Instagram, TikTok e via discorrendo 24 ore su 24. E poi grafici, consulenti d’immagine, collaboratori scientifici, ‘scrivani’ a pagamento, giuristi e chi più ne ha più ne metta. La politica, benché se ne dica, è complicata e lo è a maggior ragione là dove la democrazia, per sua natura, dovrebbe quasi quotidianamente nascere dal basso per ascendere verso il vertice istituzionale, con tutto ciò che comporta: serrati confronti e lunghe mediazioni fra non pochi interessi contrapposti. Da sempre e a maggior ragione oggi con una comunicazione che ha cambiato registro, si è velocizzata, nel tempo e nello spazio.

L’esempio più eclatante, e al contempo più inquietante, ci giunge dalla democrazia deliberativa o cosiddetta diretta. Convincere i cittadini ha un prezzo, ma il costo sta raggiungendo punte preoccupanti. Prediamo le ultime votazioni popolari, quelle dello scorso 3 marzo sulla tredicesima AVS. La campagna referendaria sulla rendita di previdenza è costata ben oltre 8 milioni di franchi, quasi la metà spesi dai contrari (3 milioni dalla sola economiesuisse, associazione del mondo imprenditoriale). A prescindere dal risultato – nel caso specifico hanno vinto, come è noto, i favorevoli alla tredicesima – c’è forse ancora qualcuno convinto che la milizia politica sia pratica reale in Svizzera? Detta altrimenti, se la politica presenta un costo finanziario sempre più elevato, chi potrà permettersi in futuro di far capo a tutto l’armamentario di propaganda e comunicazione capace di strappare un sì o no al popolo votante? Già c’è, per dire, chi paga i ‘raccoglitori’ di firme per la promozione di referendum o iniziative popolari.

Nota a margine. I canali professionali dell’informazione (media indipendenti) si stanno sempre più riducendo, soprattutto a livello regionale, e la pressione sta coinvolgendo anche il servizio pubblico (SSR-SRG). Una deriva che premia i grandi gruppi editoriali e non aiuta la politica di milizia, a maggior ragione se forza di opposizione. In un questo contesto è interessante notare che la stragrande maggioranza delle entrate mondiali date dalla pubblicità su internet (il 76.8% del totale nel 2022, fonte Quaderno 20 dell’Osservatorio culturale del Canton Ticino-DECS) finisce nelle tasche delle prime dieci aziende, le stesse che gestiscono l’informazione sui social a cui fanno capo vieppiù cittadini per essere ‘informati’ sui fatti del mondo (sic!). Gli stessi portali che spopolano anche in Svizzera.

In realtà anche alle nostre latitudini la politica ha sempre avuto un costo, diretto o indiretto. È giunto il momento di riconoscerlo e darsi gli strumenti per garantire e potenziare il confronto democratico fra tutte le parti coinvolte, anche se con pochi mezzi a disposizione. Solo riconoscendo la politica come ‘professione’ si può tentare di limitare – sconfiggere è una chimera – la falsificazione, la demagogia e la retorica vuota, metodi certo sempre esistiti, ma che nella nostra contemporaneità hanno assunto dinamiche globali e dunque ingovernabili. Detta altrimenti, la politica ha bisogno di professionisti eletti, riconosciuti e trasparenti, a prescindere dal censo e dal patrimonio personale. Perché il vero rischio oggi è che la ‘casta’ si rafforzi davvero; la stessa che detiene le chiavi della finanza e dell’economia, che fa e disfa le sorti del Paese alimentando il mito della democrazia senza costi.

Nell’immagine: una seduta del Consiglio degli Stati


Diventare svizzeri non è facile

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

In Svizzera gli stranieri sono più di due milioni, a fine giugno dell’anno scorso precisamente 2’275’965, circa un quarto della popolazione. Un terzo degli abitanti ha un passato migratorio. Molte di queste persone sono nate in Svizzera, sono perfettamente integrate e vorrebbero la cittadinanza. Nel 2022, sono state 41’500 le persone che hanno acquisito la cittadinanza elvetica. La naturalizzazione, però, non è semplice.

Diventare svizzeri non è facile. Lo aveva piegato bene il bel film di Rolf Lyssi nel 1978, Die Schweizermacher, “Il fabbricasvizzeri”, una satira pungente sulla trafila a cui si devono sottoporre gli stranieri che scelgono di diventare svizzeri. In quasi cinquant’anni, le condizioni per accedere alla nazionalità elvetica non sono migliorate. Unica eccezione, la facilitazione introdotta nel 2018 per gli stranieri di terza generazione. Una proposta dell’allora consigliera nazionale socialista Addolorata Marra, un nome che richiama afflizioni meridionali, infatti la sua famiglia ha origini pugliesi. “La Svizzera deve riconoscere i propri figli”, diceva Ada Marra quando nel 2008  ha promosso un’iniziativa parlamentare per facilitare, almeno, la naturalizzazione delle terze generazioni. Una riforma accettata in votazione popolare nove anni dopo.

In quanto a naturalizzazioni, la Svizzera è fanalino di coda. Superata solo dalla Corea, secondo i dati del Global Citizenship Observatory, che si basa sulle condizioni previste dalle legislazioni in materia di cittadinanza, come ha spiegato qui Agnese Zucca, co-promotrice del Comitato nazionale dell’Iniziativa per la democrazia.

Ottenere la cittadinanza elvetica è un percorso complesso. Bisogna dimostrare di essere un cittadino al di sopra di ogni sospetto, aver vissuto almeno dieci anni in Svizzera, almeno cinque in Ticino e tre nel Comune di richiesta. Queste norme sono cantonali e discutibili: se la cittadinanza è nazionale, non dovrebbero esserci regole diverse fra i Cantoni. Altra condizione è di non aver beneficiato dell’aiuto sociale durante i dieci anni che precedono la domanda. Poi, alla fine della procedura, bisogna sostenere un’esame. Una cinquantina di domande sui temi più disparati che concernono il nostro Paese. Un test che sarebbe interessante proporre, per esempio, ai deputati del Gran consiglio o dell’Assemblea federale, per vedere se i nostri eletti sono degni di essere svizzeri.

Per cambiare questo stato di cose, l’anno scorso l’alleanza della società civile Azione Quattro Quarti ha lanciato l’iniziativa popolare “Per un diritto di cittadinanza moderno (iniziativa per la democrazia)”. L’iniziativa chiede “un cambio di paradigma nel diritto della cittadinanza elvetico: chiunque viva qui stabilmente e soddisfi criteri oggettivi ed esaustivi deve aver diritto alla naturalizzazione – precisa il Comitato promotore-. La procedura di naturalizzazione deve essere semplificata e si deve porre fine all’arbitrarietà che spesso prevale oggi. Ciò consentirà di sviluppare ulteriormente la democrazia, per tutti e tutte coloro che qui sono a casa”.

Una riforma in questo ambito è più che necessaria, per offrire opportunità e diritti anche ai cittadini che contribuiscono al benessere di questo Paese senza essere riconosciuti a pieno titolo. 

L’iniziativa per la democrazia propone di modificare la Costituzione, specificando che hanno diritto alla cittadinanza gli stranieri che: “soggiornano legalmente in Svizzera da cinque anni, non compromettono la sicurezza interna ed esterna della Svizzera e hanno conoscenza di base di una lingua nazionale”.  La Svizzera è una Willensnation, un’unità territoriale in cui vivono etnie diverse, con quattro lingue e culture. Il carattere specificatamente nazionale è da sempre fluido e con le immigrazioni dell’ultimo secolo ancora di più. Negli anni settanta si è diffuso un vento xenofobo e razzista con le iniziative Schwarzenbach contro l’inforestieramento (“Cercavamo braccia, sono arrivati uomini”, ammonì Max Frisch). Poi ci ha pensato l’Unione Democratica di Centro, diretta dal tribuno Christoph Blocher, a lanciare strali contro gli stranieri, condizionando la politica svizzera degli ultimi decenni e ancora oggi, visto che propone di frenare soprattutto l’immigrazione di chi viene in Svizzera per lavorare contribuendo al benessere del Paese.

È ora di migliorare la nostra democrazia rendendo tutti gli abitanti di questo Paese cittadini allo stesso modo, con gli stessi diritti e doveri. La Svizzera solidale deve prendere il sopravvento e indirizzare il Paese verso l’apertura, accettando e accogliendo tutta la popolazione che lo desidera. Come ricordato, sette anni fa più del 60% dei votanti ha approvato la proposta di concedere la naturalizzazione agevolata degli stranieri di terza generazione. Un piccolo passo, ma un bel risultato. È ora di replicare questo successo. Bisogna fare un passo avanti sostenendo l’iniziativa per la democrazia per un diritto di cittadinanza moderno.

Firmate e fate firmare

Nell’immagine: una scena di “Die Schweizermacher”


Diritti ma anche doveri elvetici

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

L`emergenza è passata, ma le questioni di fondo sono sempre di attualità, sia perché – purtroppo – non si può escludere che il coronavirus incriminato torni ad imperversare, sia perché il 9 giugno prossimo dovremo votare sull’iniziativa popolare “Per la libertà e l’integrità fisica”, che concerne proprio la questione della vaccinazione.

In generale, si tende a vedere nella nostra Costituzione federale un contenitore di diritti. Ma la Costituzione è anche, non soltanto un’enunciazione di diritti; vi sono anche i doveri. Una comunità si fonda sulla salvaguardia dei primi, ma anche dei secondi, perché i doveri sono indispensabili per il perseguimento del bene comune. La Costituzione federale contiene le norme fondamentali dell’ordinamento giuridico elvetico, dalle quali scaturiscono diritti e doveri dei cittadini.

Ciò valeva anche quando ci si proclamava difensori della Costituzione e si sfilava, sventolandone il testo con la sua copertina rossa (il rosso della bandiera svizzera), contro le misure di protezione necessarie per combattere la pandemia del Covid 19, in particolare contro la vaccinazione.

Non vi sono diritti senza doveri. Si cresce imparando a riconoscere e difendere ciò che ci appartiene come singoli cittadini, ma anche a rispettare ciò che appartiene a agli altri. La Costituzione non è stata scritta per me e per te come individui, ma per noi tutti come società. L’articolo 6 della Costituzione, intitolato “Responsabilità individuale e sociale”, parla di responsabilità e di doveri: “Ognuno assume le proprie responsabilità e contribuisce secondo le proprie forze alla realizzazione dei compiti dello Stato e della Società”: il principio generale della responsabilità dell’individuo verso la società.

L’articolo 10 della Costituzione federale sancisce il “Diritto alla vita e alla libertà personale”. “Ognuno ha diritto alla vita e alla libertà personale …”

A volte, come nel caso del Covid, il diritto alla vita e quello alla libertà personale entrano in collisione. In base al già citato articolo 6, un individuo non può dire: io non mi vaccino, ho diritto alla mia libertà personale. Se muoio sono affari miei. No, non sono affari suoi, perché se non si vaccina può contagiare altri, quindi violare il loro diritto alla vita.

Ora, in una situazione di pericolo sociale come quello creato dalla pandemia Covid 19, il diritto alla vita era inevitabilmente minacciato. Vaccinarsi significava dunque dare concreta attuazione all’articolo 6 (assunzione delle proprie responsabilità e contributo alla realizzazione dei compiti dello Stato e della Società) e dell’articolo 10, nel senso di contribuire a salvare la propria vita e quella degli altri, e anche nel senso di dare attuazione al diritto alla vita proprio e degli altri. A questo fine, si rende necessaria una limitazione della libertà personale.

Di fatto, non si è osato rendere obbligatoria la vaccinazione. Il Covid è stato superato, speriamo per sempre (facciamo gli scongiuri). Anche le grandi epidemie di peste del passato sono state superate passando su montagne di morti.

L’autorità competente a dichiarare l’obbligatorietà della vaccinazione sarebbe stata il Consiglio federale, che si è limitato a raccomandarla, anche se, in base all’articolo 185 capoverso 3 della Costituzione, “può emanare ordinanze e decisioni per far fronte a gravi turbamenti dell’ordine pubblico o della sicurezza interna …” .

Ovviamente, la moderazione, l’equilibrio, la diffidenza elvetica verso imposizioni dall’alto rendono di fatto applicabili soltanto in casi estremi interventi di tal genere. Queste caratteristiche svizzere sono di fatto una garanzia contro l’avvento di regimi autoritari e/o, peggio ancora, totalitari.

La Svizzera si identifica (o tende a identificarsi) in una sorta di repubblica autorevole, ma non autoritaria, grazie al consenso generale, che si alimenta grazie al benessere, all’ordine, alla moderazione, alla pulizia, a una buona dose di conformismo borghese. Storicamente parlando, questa repubblica autorevole si è affermata a partire dal superamento degli sconquassi conseguenti alla Rivoluzione francese, del Sonderbund (1848 – Costituzione federale) e dello Sciopero generale del 1918. In anni recenti il regime elvetico è stato ed è scosso dall’ascesa di personaggi e movimenti populisti-nazionalisti come Christoph Blocher, la nuova UDC, la Lega, eccetera.

Tornando all’iniziativa popolare “Per la libertà e l’integrità fisica”, sulla quale Popolo e Cantoni dovranno pronunciarsi il 9 giugno 2024, il testo è il seguente: Art. 10 cpv. 2 bis “Gli interventi nell’integrità fisica o psichica di una persona necessitano del suo consenso. La persona interessata non può essere punita né subire pregiudizi sociali o professionali per aver rifiutato di dare il suo consenso”.

Chi scrive non condivide tale iniziativa per i motivi esposti in precedenza, essenzialmente per la sua tendenza ad assolutizzare i diritti e a dimenticare i doveri, e ritiene che, per poter essere accettata, essa dovrebbe essere completata, più o meno come segue: …“Nel caso di grave pericolo per la popolazione, in particolare in caso di epidemia o pandemia, le terapie e le misure preventive possibili, quali le vaccinazioni di comprovata sicurezza ed efficacia, possono essere dichiarate obbligatorie dal Consiglio federale e applicate negli stabilimenti di cura pubblici, anche senza il consenso delle persone interessate. Il personale medico e sanitario è tenuto a dare esecuzione alle presenti disposizioni. Non possono essere accettate obiezioni di coscienza, nel caso di esistenza di un concreto pericolo per la vita e la salute generali”.

Nell’immagine: una delle vignette di Franco Cavani al tempo del Covid ()


La vita, lo sport, il mondo

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

La vita, lo sport e il mondo di Libàno Zanolari, è un libro molto particolare e sorprendente, che merita per diverse ragioni di essere letto e meditato. Visto che l’autore è stato per molti anni un noto e apprezzato giornalista sportivo, cominciamo con una metafora calcistica: le pagine di Zanolari propongono al lettore parecchie triangolazioni interessanti. Di una di esse sono in piccola parte responsabile: quando, alcuni anni fa, Libàno mi chiese di leggere alcune sue poesie, accettai; e poi cercai di suggerire una mezza idea. Quelle poesie, che ora appaiono in questo volume, non erano affatto disprezzabili; ma forse, pubblicate da sole in libretto o plaquette, sarebbero parse al lettore un poco desuete, perché le scelte metriche e retoriche dell’autore parlano soprattutto di modelli non recentissimi. Perché allora non provare a inserire quelle poesie in una narrazione parcamente autobiografica, dentro la quale i versi avrebbero potuto assumere un valore e un significato maggiori? La mezza idea fu presa molto seriamente da Zanolari, che iniziò presto la nuova impresa; e il risultato attuale è dunque un costante dialogo tra prosa e poesia, tra racconto disteso e folgorazione; un prosimetro, come si sarebbe detto una volta, nel quale il racconto spiega la situazione in cui una poesia ha potuto nascere, e ne propizia l’apparizione improvvisa, mossa ora dall’ammirazione ora dallo sdegno, ora dalla bellezza e ora dall’orrore; e la poesia, quando si manifesta improvvisa sulla pagina, illumina retrospettivamente la prosa che l’accompagna, ne accende più intensamente il segreto.

Infatti, ed ecco apparire la seconda, ampia triangolazione, ciò che l’autore offre al lettore in forma narrativa e raggruma poi in pochi versi è un intreccio di situazioni, argomenti e a volte divagazioni di ampia portata. Punto di partenza, quasi sempre evidente, solo in rari casi lasciato all’intuizione del lettore, è l’esperienza biografica: c’è all’inizio un giovane poschiavino di belle speranze e di umili origini che finisce, un po’ per scelta un po’ per caso, a lavorare per la Televisione della Svizzera italiana, seguendo le manifestazioni sportive che lo portano in giro per il mondo. E, insieme a questo che è l’asse portante del libro, c’è naturalmente anche la dimensione familiare, la memoria che riconduce alle proprie origini, agli affetti presenti e passati, alle zone felici e tristi della vita, agli amici perduti; sicché il libro, che procede per brevi capitoli, è anche una galleria di quadri esistenziali, vividi e coinvolgenti, lieti o dolenti a seconda delle stagioni. Con pochi tratti, Zanolari ci fa entrare nel suo mondo, o per meglio dire nella molteplicità dei suoi mondi, in un bilico costante tra la val Poschiavo, così splendidamente raffigurata nell’opera del suo maestro Riccardo Tognina, il Ticino e la Svizzera, i tempi quasi eroici della televisione di mezzo secolo fa e gli innumerevoli appuntamenti sportivi che fanno spaziare il lettore dalla Finlandia al Messico, da Mosca alla Sierra Nevada.

Lo sport, dunque, professione e passione; e potrebbe a prima vista sembrare strana la relazione tra gesto sportivo e visione poetica. Per fugare il dubbio, che non ha davvero ragion d’essere, ecco una citazione:

Nelle feste Panelleniche, come nei giochi di Corinto, di Delfi, di Nemea, si scorge un intreccio tra cerimonia religiosa e gara sportiva, tra razionalità del divino e razionalità del corpo. E proprio al quinto-quarto secolo risale la grande scultura che rappresenta scene agonistiche: Mirone, Fidia, Policleto, Lisippo, Ermes, Scoopas – nei loro legami con l’Acropoli, con i fregi del Partenone, con l’architettura cultuale, disegnano quell’energia sacra e belligerante che pervade i Ginnasi e fa dell’esercizio atletico uno degli aspetti terrestri più contigui alla trascendenza. La fusione di sforzo supremo e armonia riproduce nelle membra una vicenda cosmogonica, un caos che diventa ordine necessario delle cose.

A parlare così è uno dei maggiori poeti contemporanei, Milo De Angelis, nel suo saggio di quarant’anni or sono intitolato Poesia e destino, dove si incontra un capitolo molto importante ai fini del nostro ragionamento, Poesia e gesto atletico. La scelta poetica di Libàno Zanolari nasce anche da qui, dalla coscienza che tra il gesto fisico dell’atleta e quello di chi prova a vivere e scrivere poeticamente esista un’antica alleanza; non per nulla il termine greco agòn si applicherà poi nei secoli, e ancora oggi, ai due ambiti, quasi indistintamente. Come non ricordare, a questo proposito, il senso di assoluta concentrazione e assoluto abbandono che ognuno di noi ha provato, da ragazzo, praticando con gli amici questa o quella attività sportiva? Chi, come me, ha giocato un po’ a calcio, sente ancora con un brivido il profumo di erba appena tagliata che può salire da un campo; e non può non rileggere con commozione il finale di una poesia (sempre di Milo De Angelis).

LE SQUADRE

freccia,
portaci tu i piedi
verso la vittoria, e in questo spiazzo
fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio,
fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non
piova.

Questo antichissimo valore di ciò che oggi chiamiamo “sport” appare spesso nelle pagine di Zanolari; e, proprio per questa ragione, un capitolo conclusivo come quello dedicato a Giacometti può assumere una celeberrima scultura dell’artista come emblema altissimo del gesto atletico: L’homme qui marche vorrà dire anche quello, vorrà riconduci alla condizione assoluta di corpi eretti che procedono nello spazio: verso il nostro destino, appunto. O verso l’origine, si potrebbe anche dire, che Zanolari riconoscerà evidentemente in Atene («L’incontro con quella città l’avevo sognato fin da ragazzo»), che sotto le devastazioni del presente e del recente passato conserva ancora la traccia di un antico sogno, di «uomini simili a Dei, e viceversa».

Ma a questo filo tematico tanto importante, se ne aggiunge un secondo, gravido di altre conseguenze: il giornalista e cronista sportivo che viaggia in questo libro non è per nulla soltanto un giornalista sportivo; è un uomo curioso e ironico, un lettore appassionato, un cittadino responsabile e dotato di una propria visione del mondo, che è visione culturale e politica, dichiarata con onestà intellettuale e costantemente messa al lavoro durante i viaggi. Per capire meglio il tipo di curiositas che anima Libàno Zanolari quando approda in una delle molte città del mondo, si potrebbe ragionare su un esempio opposto, che è esempio illustre e per molti aspetti ovviamente ammirevole: quello di Eugenio Montale, inviato speciale del «Corriere della Sera» per meriti culturali. Montale va in giro per l’Europa a incontrare personaggi di primo piano, o a evocarne la presenza in questa o in quella capitale, e riunisce poi i suoi scritti migliori in un volume, intitolato Fuori di casa. (Mondadori, Milano 1975). Per esempio lo incontriamo nel 1953 a Lisbona, a ragionare sul fatto che «il Portogallo è uno dei due paesi latini che il Cielo ha meglio preservato dalla volgarità. (l’altro è la Spagna)». Ma la Lisbona in cui Montale ascolta il fado al Negresco (un ristorante di lusso, «uno dei pochi che abbiano camerieri non addormentati», annota il poeta) è la Lisbona di Salazar, cioè di una dittatura (come lo è la Spagna di Franco). E a questo proposito invano si cercherebbe qualche traccia nel pezzo montaliano, che pare del tutto disinteressato alla questione e che sottace ogni riferimento alla situazione politica. Zanolari rappresenta un caso diametralmente opposto: dovunque si trovi, è proprio l’orizzonte politico-culturale ad orientare le sue riflessioni, i suoi incontri e i suoi passi. E il lettore lo seguirà nel suo caparbio tentativo di riportare a galla, insieme alle tracce di un’antica bellezza, le memorie che parlano di ingiustizia, di repressione, di torture, e che si intrecciano con tutte le altre ragioni di questo libro: la vita privata, l’interesse per lo sport. Valga, come esempio fra i tanti, un breve testo poetico, nato da una riflessione su Atene (di nuovo!) e dalla rievocazione del regime dei Colonnelli, del calvario patito da Alekos Panagoulis, che diventa emblema di molte altre figure evocate nel libro, grandi e piccole, imprigionate e torturate, umiliate ed offese:

TORTURA – Per Amnesty International

Della tua nobiltà
certo, anche il calice più amaro
puoi bere: ma se giaci umiliato,
reciso il filo che ai meandri
t’annodava dell’anima, nell’angolo –
al ragno e al pipistrello
contesa – sigillata la fessura
che uno spicchio di cielo
schiudeva ai sogni, più nulla, nemmeno
la tua morte possiedi.

Questi tre fili, agonistico, autobiografico e politico-culturale, intrecciati in modi diversi lungo tutta l’opera ora in versi ora in prosa, riappariranno con forza nel capitolo finale, nell’elenco degli ultimi desideri in caso di nuovo infarto, visto che nel precedente nessun flash gli è apparso: l’agonismo, l’esperienza di vita e l’orizzonte politico vorticano e sorridono nel gioco di una bimba che apre al futuro, alla speranza e alla gioia; e prima, potranno scoprire in una figura altissima una sorta di precursore e garante. La figura è quella di Alberto Giacometti, quasi conterraneo di Zanolari, a cui si è già accennato; e più in particolare una sua scultura famosissima, L’homme qui marche. 

Vale la pena, per concludere questo breve viatico, ascoltare direttamente l’autore, in un paragrafo molto bello che riassume forse il senso profondo di questo libro:

“L’homme qui marche” non è mai stato paragonato a un atleta, a un olimpionico,
anche perché Giacometti non ha mai speso una parola in materia di “sport”.
Non è mai stato paragonato nemmeno all’homo viator, spe erectus  di Paolo di Tarso, l’uomo cristiano in cammino, diritto nella speranza, anche in questo caso forse per non  far torto all’artista, formalmene luterano come la mamma, in realtà poco interessato al culto ufficiale. Ma c’è una parola che unisce sforzo atletico e sforzo intellettuale, creativo, una parola magica: “agòn”, pietra filosofale, “religione” greca, usata non solo nello “stadion”, ma in qualsiasi altro campo della vita, dove tutto si decideva al termine di una pubblica sfida, poesia e opere teatrali comprese. L’atleta greco a Olimpia corre per rendere onore agli Dei che gli hanno dato un bellissimo corpo, capace di mille imprese. “L’homme qui marche” celebra la misteriosa forza che lo spinge, non è interessato alla forma esterna, all’involucro che racchiude il nucleo: incede con poche speranze in una ricompensa divina, secondo molti senza speranza alcuna, essendo Dio morto ad Auschwitz e su altri mille campi di battaglia, fra mille atrocità.
“L’homme qui marche” non ha scelta: obbligato ad essere doppiamente eroe senza sapere dove e quando il fato gli riserverà la prossima sfida, la prossima battaglia e quale sarà il suo premio – se ci sarà – in questa o forse in un’altra dimensione.

Nell’immagine: Alberto Giacometti, “L’homme qui marche” (1961)


L’Aia dice basta, Israele risponde col fuoco

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

Di Michele Giorgio, il manifesto

I giudici internazionali hanno scritto un nuovo capitolo del procedimento di accusa di genocidio nei confronti di Israele avviato a gennaio su richiesta del Sudafrica. Ieri la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aia, accogliendo gran parte delle ulteriori richieste presentate dal Sudafrica a protezione della popolazione di Gaza, ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva in corso contro la città palestinese di Rafah, sul confine con l’Egitto. Contro le speranze dei palestinesi però non ha ordinato un cessate il fuoco immediato e generale a Gaza, così come era accaduto a gennaio.

Leggendo la decisione, il presidente della Corte Nawaf Salam, ha affermato che la situazione umanitaria a Rafah, già «disastrosa», è peggiorata dopo la sentenza emessa a gennaio dalla Cig. «La Corte – ha aggiunto Salam – non è convinta che gli sforzi di evacuazione e le relative misure che Israele afferma di aver intrapreso per migliorare la sicurezza dei civili nella Striscia di Gaza, in particolare nei confronti delle persone sfollate di recente dal governatorato di Rafah, siano sufficienti ad alleviare l’immenso rischio a cui la popolazione è esposta a seguito dell’offensiva a Rafah».

MENTRE LA NUOVA DECISIONE della Corte dell’Aia veniva rilanciata dai media in tutto il mondo, a Rafah una tremenda esplosione ha devastato una zona di Shaboura. In un video si vede una nuvola di fumo nero che si alza verso il cielo. Israele ha poi detto di aver colpito una importante base di Hamas e di aver ucciso, in un altro punto, un comandante di alto profilo del movimento islamico. Per alcuni l’attacco è la risposta dell’esecutivo israeliano alla sentenza della Cig.

La Corte ha anche ordinato a Israele di garantire il libero accesso al valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto in modo da permettere il trasferimento senza restrizioni degli aiuti umanitari. In terzo luogo, Salam e gli altri giudici chiedono che Israele lasci passare investigatori internazionali e che siano adottate misure per evitare la distruzione delle prove relative alla Convenzione sul genocidio.

Lo Stato ebraico inoltre deve presentare entro un mese un rapporto sui progressi nell’applicazione delle misure ordinate. Tra i punti letti dal presidente della Corte c’è anche il «rilascio immediato e incondizionato» degli ostaggi a Gaza. Tredici giudici si sono espressi a favore della sentenza due contro, tra cui Aharon Barak, nominato da Israele.

BENJAMIN NETANYAHU dopo la sentenza ha convocato un incontro d’emergenza con il procuratore generale Gali Baharav-Miara, ministri e avvocati dello Stato, per decidere la risposta agli ordini della Cig. È il secondo colpo che il premier israeliano subisce dai giudici internazionali negli ultimi giorni. Lunedì scorso il pubblico ministero della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto di emettere mandati di arresto per Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant – oltre che per i leader di Hamas – per crimini di guerra e contro l’umanità.

TEL AVIV NON CAMBIA la sua posizione riguardo le accuse di genocidio e di violazioni a Gaza del diritto umanitario che continua a ricevere. Israele, spiegano i suoi rappresentanti, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre ha intrapreso «una guerra giusta in conformità con il suo diritto di difendere il proprio territorio e i propri cittadini, pur mantenendo i propri valori morali, il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario».

Il ministro della Sicurezza nazionale, l’estremista Itamar Ben Gvir, ha esortato a intensificare l’attacco su Rafah e tutte le operazioni militari a Gaza. E così vogliono gran parte dei politici e una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica.

Più articolato, ma solo in apparenza, il commento del capo dell’opposizione, il centrista Yair Lapid. La sentenza della Cig avrebbe potuto essere evitata con un «governo sano e professionale», ha detto criticando l’esecutivo guidato da Netanyahu per non aver «impedito a ministri folli di esprimersi pubblicamente, arrestato i criminali che hanno appiccato il fuoco ai convogli di aiuti (per Gaza) e condotto gli sforzi diplomatici in modo tranquillo ed efficiente». Lapid sembra dare peso solo alla comunicazione fallimentare del governo e alle misure che il governo non ha preso mentre non fa riferimento alle proporzioni e agli effetti dell’offensiva israeliana che ha distrutto gran parte di Gaza e gettato nel baratro di una devastante emergenza umanitaria oltre due milioni di palestinesi.

PRETORIA INTANTO APPLAUDE all’ordine «più forte» della Cig. «Il Sudafrica accoglie con favore l’ordinanza emessa oggi… I palestinesi di Gaza stanno affrontando il loro settimo mese di sofferenza attraverso punizioni collettive per qualcosa di cui non hanno alcuna responsabilità individuale», ha commentato il presidente Cyril Ramaphosa. Soddisfazione hanno espresso anche l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen e Hamas, anche se non è arrivato l’ordine di cessazione totale dell’offensiva israeliana. Il leader del partito palestinese Iniziativa nazionale ed ex candidato alla presidenza dell’Anp, Mustafa Barghouti, sottolineava ieri che «dovrebbero essere imposte sanzioni a Israele se si rifiuterà di attuare gli ordini ricevuti dai giudici dell’Aia che, comunque, non hanno intimato di fermare gli atti di guerra israeliani a Gaza e il ritiro completo delle forze di Israele dalla Striscia».

LA GUERRA INTANTO VA AVANTI e nulla lascia pensare che si fermerà presto. Le forze israeliane hanno intensificato gli attacchi su Gaza, in particolare a Jabaliya, nel nord, dove l’esercito israeliano ha annunciato di aver recuperato i corpi di altri tre ostaggi uccisi il 7 ottobre nei pressi del kibbutz Mefalsim. Nel nord di Gaza almeno cinque palestinesi sono stati uccisi e altri sono rimasti intrappolati sotto le macerie di un edificio colpito da un raid aereo.

E mentre lo spettro della fame è riapparso in tutta Gaza, ingenti scorte di cibo in attesa di entrare dall’Egitto hanno iniziato a marcire sotto al sole a causa della chiusura del valico di frontiera di Rafah per la terza settimana consecutiva.

Nell’immagine: manifestanti israeliani bloccano il convoglio umanitario diretto a Gaza


Non c’è pace in questa prigione a cielo aperto

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

Di Martina Marchiò, La Stampa

Tre nuovi sacchi bianchi per cadaveri si sono aggiunti ai tanti altri senza nome. Sono di una famiglia intera arrivata già morta al nuovo punto sanitario di Medici Senza Frontiere a Rafah. Ho pensato per un attimo che forse è stato meglio così, se ne sono andati insieme, spero che non abbiano sofferto, che non abbiano capito.

In questo nuovo punto, attivo da qualche giorno, offriamo cure d’emergenza ai pazienti più gravi, quasi tutti vittime di esplosioni. Li stabilizziamo, cercando di portare in vantaggio la vita sulla morte, e poi li trasferiamo nei pochi ospedali ancora funzionanti. Intanto, il confine è ancora chiuso, il carburante non basta e le medicine che abbiamo non sono infinite. Ancora poche settimane e, se non entreranno nuove forniture, saremo costretti a fare scelte difficili per alcune delle nostre attività.

A Rafah più di 800 mila persone si sono spostate verso la zona costiera, dove mancano i servizi, o verso la zona centrale. Per alcuni è la nona o la decima volta. Qualcuno sceglie di rifugiarsi in edifici pericolanti e già colpiti dai bombardamenti piuttosto che vivere nel caldo soffocante delle tende. Interi quartieri sono ormai quasi deserti, e sembra impossibile immaginarli straripanti di persone fino a pochi giorni fa.

I bombardamenti continuano, ci sono case ancora in piedi con terrazzi che guardano il cielo, perché sono camere da pranzo ormai senza pareti e senza soffitto. Le persone sono lì, sedute a tavola e guardano il mondo che scorre.

Gli ultimi giorni sono stati molto duri anche per la zona centrale, dove molte aree, tra cui Nuseirat, sono state pesantemente attaccate. Due giorni fa centinaia di pazienti sono arrivati nella notte all’ospedale di Al-Aqsa, supportato da Medici Senza Frontiere, 20 pazienti sono morti. Tantissimi bambini sono arrivati feriti e in stato di shock per quello che avevano appena vissuto. Molte persone sono morte sotto le macerie senza avere il tempo di capire quello che stesse succedendo.

La popolazione viene schiacciata su due fronti, da Rafah e dalla zona centrale, stipati in uno spazio che non può contenerci tutti.

Persone intrappolate, vite andate perdute, altre preservate e cambiate per sempre. Non c’è ancora luce alla fine di questo tunnel, non c’è pace per chi resta in questa prigione a cielo aperto.

Martina Marchiò, Coordinatrice medica di Medici Senza Frontiere a Gaza

 


Veronica Noseda – Le Pen e Meloni verso il nuovo fronte della super-destra europea

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione 

Veronica Noseda è nostra corrispondente da Parigi


Subdolo e sempre in agguato

Dopo trent'anni Berna ha deciso di indagare sulla vicenda, ma ci vorranno due anni prima di una conclusione