Perché adesso Taiwan torna nel mirino cinese

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Di Giordano Stabile, La Stampa

Lo sfoggio di forza militare da parte della Cina, subito dopo l’insediamento del leader taiwanese più indipendentista di sempre, ha riportato di colpo l’attenzione mondiale sul “terzo fronte”, un conflitto congelato e a volte silente, ma sempre pronto a esplodere. L’esibizione muscolare di Xi Jinping arriva a stretto giro dalla visita di Vladimir Putin a Pechino, che è servita a resettare i rapporti fra le due potenze antagoniste dell’Occidente. La leadership cinese è rimasta molto prudente, a parole, nel sostegno alla Russia per quanto riguarda il conflitto in Ucraina. Ha insistito sul rispetto dei confini internazionali e sulla necessità di una soluzione diplomatica. Vero è che, nei fatti, i rapporti economici, gas e petrolio in cambio di componenti tecnologiche, sono essenziali per Mosca, tengono a galla il suo complesso militar-industriale e le consentono di reggere alle sanzioni di Usa e Ue. Ma dal punto di vista formale Pechino non vuole fare passi falsi. È decisa a sfruttare le contraddizioni che emergono nel blocco occidentale, messe in evidenza dall’altro fronte caldo, il conflitto israelo-palestinese. L’Ucraina, il nascente Stato palestinese e Taiwan, nella lettura del Sud globale, sono accumunate ma in maniera inversa rispetto alle posizioni atlantiche. E cioè alle regioni russofone ucraine viene riconosciuto il diritto a un’ampia autonomia e si giustifica in parte l’invasione russa perché questo statuto speciale non sarebbe stato riconosciuto. I Territori palestinesi sono visti invece come uno Stato sovrano a pieno titolo, invaso e occupato da un’altra potenza. Mentre Taiwan è considerata una regione cinese ingiustamente separata dalla madrepatria per un retaggio “coloniale”.

Ad alimentare la narrazione cinese è il cosiddetto “doppio standard”. Se per l’Ucraina occupata dai russi si sono mobilitate risorse a favore della resistenza e imposte sanzioni, lo stesso si dovrebbe fare per lo Stato di Palestina. Allo stesso modo, se il Donbass non ha diritto alla secessione da Kiev, lo stesso deve valere per Taipei. È un terreno accidentato, ma come si è visto con la nuova centralità dei tribunali sovranazionali, il diritto internazionale, dato per morto dopo le guerre unilaterali americane, è di nuovo centrale. Secondo Théodore Christakis, giurista dell’università di Grenoble, non c’è un diritto alla secessione, al di fuori di due situazioni: decolonizzazione e occupazione militare. La posizione dei governi europei è invece che il diritto esiste solo all’interno di realtà autoritarie, dittatoriali. Quindi il Kosovo sì, il Kurdistan forse, Taiwan dipende, ma la Catalogna no. È un argomento che fa sempre meno presa sul Global South, composto quasi per intero da nazioni che si sono rese indipendenti da imperi coloniali europei. Per loro la discriminante non è la democrazia ma i rapporti di forza. Nel Seicento, il giurista e filosofo olandese Ugo Grozio sosteneva che gli europei avessero il diritto di fare la guerra a qualunque popolo, anche se non erano attaccati. Una posizione teorica perfettamente allineata a quello che stava succedendo in quel momento nella realtà. All’alba del XXI secolo i cinesi cominciano a pensarla allo stesso modo. Quando, e se, ne avranno la forza, si riprenderanno Taiwan. La giustificazione giuridica seguirà.


Teatro, musica, televisione: un ricordo di Mando Bernardinello

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

C’è un esercizio pubblico – chiamiamolo con il suo nome, Birreria al Forte – che per i Luganesi è, da sempre, uno dei posti in cui sei quasi sempre certo di incontrare qualche faccia conosciuta. Colleghi, ex colleghi, professionisti della City, politici in carica e a riposo che coprono l’intero arco parlamentare, dalla Sinistra più radicale alla Destra più destra. Per tutti, la Birreria al Forte è semplicemente il Pedro. 

Mercoledì a pranzo mi trovavo lì e, come tante altre volte, seduto a un tavolo esterno, c’era anche lui, il Mando. Malconcio, amorevolmente aiutato da Mira, la storica cameriera arrivata in Svizzera dopo la frantumazione della ex Jugoslavia. Incerto sulle gambe, quasi piegato su sé stesso, Mando (Armando) Bernardinello mi ha salutato: ci siamo ripromessi di incontrarci, domani, a un pranzo al quale non mancava mai. Invece no. Rialzatosi a fatica dal tavolo del Pedro, è riuscito a salire sull’autobus e a tornare nella sua casa di Pambio-Noranco, dove è deceduto, solo, nelle ore successive. 

Mando aveva 78 anni: i 79 sarebbero arrivati il 5 ottobre. Professionalmente si è diviso tra teatro e televisione. O meglio, dopo il diploma alla Haute École d’Études Sociales di Ginevra, capisce che la sua strada sarebbe stata un’altra: bussa alla porta del prestigioso Théâtre de Carouge (fondato nel 1958), gli viene aperto e, per 4 anni, sarà l’assistente di François Rochaix, che quel Teatro ha diretto fino al 1981. Nel 1976 Mando collabora strettamente all’allestimento di Mère Courage et ses enfants di Bertolt Brecht, uno dei suoi autori feticcio. Un anno dopo rientra in Ticino ed è tra i fondatori della Cooperativa teatrale Panzinis Circus, che diventerà Teatro Pan. Ancora Brecht (un adattamento dialettale) e, nel 1979, uno spettacolo al quale partecipa anche un altro veterano tra i variopinti frequentatori del Pedro, Gerri Beretta-Piccoli. 

1979: Bernardinello approda alla RTSI, dove rimarrà fino al pensionamento inanellando una lunga serie di regie televisive e teatrali nell’ambito della prosa e in quello musicale, non senza qualche parentesi in trasmissioni per bambini e ragazzi in cui l’azienda allora eccelleva (Viavai; La bottega del signor Pietro: in questo triste momento, sono di più i titoli che dimentico). 

Come descrivere adesso un collega defunto, che faticava a parlare, col quale hai scambiato alcune parole quando a lui restavano solo poche ore di vita? Mando era professionalmente generoso: sapeva entusiasmarsi di fronte a ogni nuovo progetto. Era un uomo del fare, si rimboccava le maniche. Nel lavoro infondeva passione, oltre che solido mestiere. Qualche volta anche tratti di burbera asprezza, addirittura sregolatezza, quella sregolatezza che tuttavia lo portava a trovare soluzioni originali e praticabili anche nei frangenti produttivi più difficili.

Ha lavorato con alcuni “mostri sacri” del nostro Servizio pubblico (il Bigio e la Maristella, Pietro Aiani, Cito Steiger: anche qui son più quelli che dimentico e con i quali mi scuso). È anche stato tra i fondatori, nel 1982, del Teatro della Svizzera italiana (insieme a Pietro Aiani, Renato Reichlin, Sergio Genni, Peter Bissegger)

Ma il ricordo che ci resta di lui sarà soprattutto musicale: penso agli spettacoli registrati al Teatro Sociale di Bellinzona con Renzo Rota; ad alcune co-produzioni con la TV svizzero-tedesca SRF; a una memorabile edizione vivaldiana di Le Quattro stagioni, coprodotta nel 2002 con ZDF e ARTE. Quella registrazione segnò il più alto indice d’ascolto in assoluto tra i concerti trasmessi dal canale culturale franco-tedesco fondato nel 1992. Co-protagonisti di quell’impresa furono I Barocchisti diretti da Diego Fasolis, il violinista solista Duilio Galfetti e la voce narrante di Davide Livermore – oggi tra i più acclamati registi italiani – che in passato ha più volte collaborato con la RSI.

Come non sottolineare, infine, del caro Mando, un’altra perla? 29 gennaio 2006: per celebrare il Capodanno cinese e l’entrata nell’anno del Cane, al KKL di Lucerna, esaurito in ogni ordine di posti, va in scena un concerto particolarissimo, con musiche e interpreti anch’essi cinesi, che pochi o nessuno conoscevano in Occidente. 

La serata viene diffusa in diretta dal quarto canale della TV di Stato del gigante giallo. Fa il 2% di share, ma quella quota di mercato apparentemente modesta equivaleva – si stima – a 25-30 milioni di telespettatori. 

In questo servizio, diffuso dal TG di SRF e girato durante le prove, ritroviamo, sul finale, ultimo sulla destra, seduto al banco di regia, Mando Bernardinello, con il suo maglione rosso e i capelli bianchi che gli ricadevano sulle spalle. 


Ciao Mando


In nome della legge

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Nel 2010 alcuni cittadini creano l’Associazione Uniti per Brè (UpB). La creano per contrastare il progetto edilizio di una dozzina di ville “Ai Piani” di Brè, progetto subito percepito dalla popolazione come deturpante il paesaggio e il patrimonio naturale. Aderiscono oltre 300 persone, e l’anno successivo una petizione di UpB raccoglie 3024 firme. Al Municipio di Lugano si chiede che il progetto “Ai Piani” sia bloccato. Sono trascorsi ben 14 anni. Ed è di questa primavera l’inoltro alla Città delle osservazioni sulla Revisione del Piano Regolatore (PR), non condivisa dai membri dell’Associazione, e ancora una volta neppure da buona parte dei cittadini. L’esercizio democratico è importante, si spera nella svolta: cioè in una tutela integrale e definitiva del verde Ai Piani, oltre a una migliore pianificazione di Brè e della Città tutta. Altre Associazioni impegnate per il conseguimento di questo traguardo (anche la STAN Società Ticinese Arte Natura, Sezione ticinese di Patrimonio Svizzero, ha inoltrato le sue osservazioni in questa procedura) non si fermano alla critica del piano ma intendono impedire fermamente qualsiasi futuro azzonamento sconsiderato e incurante delle recenti acquisizioni disciplinari.

Si chiede che il nuovo piano per Lugano faccia quindi capo ai criteri innovativi in urbanistica e pianificazione, che superano il livello puramente tecnico-normativo dei vecchi piani regolatori. La conoscenza è al centro, e si invocano i valori del paesaggio, del patrimonio culturale, e di egame col territorio. Valori che anche le Linee Guida cantonali sul PAC (Programma d’azione comunale per lo sviluppo insediativo centripeto di qualità) sostengono fin dal 2018: “Le aree verdi e gli elementi naturali all’interno del territorio insediato sono tra gli elementi che permettono di garantire il benessere fisico e psicologico delle persone che in questo territorio abitano, lavorano e transitano, nonché di mantenere un equilibrio ambientale”. Inoltre: “La qualità di vita passa anche attraverso la salvaguardia dei luoghi sensibili, ossia i comparti che si distinguono per il valore degli insediamenti, degli edifici, degli spazi liberi, dal punto di vista urbanistico e architettonico, ambientale, sociale, culturale e identitario…Si tratta di evitare un ulteriore sviluppo insediativo che potrebbe comprometterne la sostanza, alterarne le caratteristiche e i valori, nonché sollevare problemi d’inserimento paesaggistico. Ricorrendo anche, se necessario, alla riduzione delle potenzialità edificatorie concesse dal PR“.

L’eccezionale prato alberato Ai Piani è un luogo sensibile se riferito alle Linee guida cantonali, un patrimonio che, unitamente alle peculiarità di Brè (differenti coltivazioni nelle fasce territoriali con microclima e apporto idrico differenziato lago/monte, varietà di tuberi e frutta tipiche) è stato a più riprese indicato alla Città come tassello di una rinnovata visione pianificatoria, incentrata sulla nozione di bioregione, sul rispetto del sistema idro-geomorfologico, bene comune principe: UpB ha inoltrato alla Città fin dal 2013 il “Progetto di ambiente territorio paesaggio SaluteBrè”, che mira appunto alla qualità di vita e alla salubrità in senso lato. E a oltre dieci anni di distanza, la stessa Associazione scopre una rassicurante realtà: l’edificazione Ai Piani non è condivisa neppure dal Dipartimento del territorio, che nell’Esame Preliminare dell’8 febbraio 2023 la definisce “ problematica” rispetto all’ISOS (Inventario Svizzero degli insediamenti da proteggere, Brè insediamento di importanza nazionale), affermando: ”Le quantità edificatorie messe in campo e la tipologia edificatoria immaginata non si conciliano adeguatamente con le pre-esistenze edilizie e con la disciplina delle zone limitrofe”; denunciando “un importante sovradimensionamento del Piano Regolatore sezionale”; perciò chiede che l’elaborazione del PAC individui i luoghi sensibili di Brè da salvaguardare.

In sostanza, il Dipartimento sta dicendo al Comune: 1. la pianificazione del comparto Ai Piani non va proprio bene, 2. questo paesaggio va considerato in ben altro modo, 3. la contenibilità è troppo alta. Si tratta di dettami inderogabili secondo la legislazione in vigore. Questa massiccia edificazione pare un vero e proprio vilipendio della legge, a maggior ragione adesso che il preavviso negativo dello Stato è molto schietto. Dalla sostanziale convergenza tra visione dipartimentale e istanze dei cittadini emerge con forza il tema culturale e politico: le scelte pianificatorie devono certo nascere dai principi del legislatore, ma anche dalla partecipazione dei cittadini e da una profonda conoscenza del territorio. Vanno sostenuti i percorsi con significative ricadute sulla qualità del paesaggio come quelli di STAN, UpB, e in generale delle Associazioni che danno concretezza ai nodi prioritari da affrontare e da sciogliere. Si può fare, in Svizzera abbiamo buone basi legali, a partire dalla Legge sulla Pianificazione del Territorio: “Gli insediamenti devono essere strutturati secondo i bisogni della popolazione e limitati nella loro estensione”; e applicandole bene si possono sciogliere molti nodi. Lugano lo può fare.

In nome della legge si faccia dunque chiarezza nella pianificazione urbana, si passi dalla teoria alla pratica, implementando una visione diversa e lungimirante. Il calcolo aritmetico della contenibilità è solo il punto di partenza, alcuni amministratori comunali pensano che ciò basti, ma non è così: occorre ri-dimensionare. In altre parole va identificata una nuova dimensione che salvaguardi gli spazi verdi rispettando l’ISOS, cioè le norme pianificatorie, come non ha invece purtroppo fatto il piano all’esame.

Non edificare Ai Piani è invece una scelta adeguata al contesto, a una pianificazione equilibrata, alla memoria storica: è infatti la millenaria antropizzazione dal monte Brè a valle, quindi l’intervento dell’uomo in base alle proprie necessità, ad aver originato la Città.

Cristina Kopreinig Guzzi, urbanista architetto, è membro dell’Ufficio presidenziale della Stan e consulente dell’Associazione Uniti per Brè


Sapienza e follia attaccate per la coda

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

“Sapienza e follia sono attaccate per la coda e non si può venire all’estremo dell’una senza dar principio all’altra”. Lo diceva, giusto giusto quattrocento anni fa, lo storico, scienziato e teologo veneziano Paolo Sarpi. Ci capiti sopra per caso a quella riflessione, ed è la più azzeccata per considerare quel che capita di scoprire oggi, andando un poco oltre i fatterelli e gli “squadrismi” locali.

Black Rock è una delle maggiori società di gestione degli investimenti al mondo, con sede a Nuova York. Il suo “portafoglio” ammonta a 10.500 miliardi di dollari. Dovessimo esprimere questa somma in Prodotto interno lordo (o Pil, che misura tutti i beni e servizi finali prodotti da un paese in un determinato periodo di tempo, un anno, un trimestre), quella società di Nuova York è l’equivalente di un paese come l’India, ritenuta la maggior democrazia del mondo, con un miliardo e mezzo di abitanti. O, se si vuole rincrudire, alla fine del primo trimestre di quest’anno quella società americana amministra fondi che sono l’equivalente del Pil di Germania, Canada, Francia e Svizzera assieme.

Ci si inquieta o si fa finta di inquietarsi per questa concentrazione capitalistica. Essa è tale e mai esistita nella storia dell’umanità, che si riesce a definirla: “una follia”. Lasciando forse intendere per dove può portare: o a una tirannide non solo economica, fondata sul ricatto sistematico sui governi che non le obbediscono o a un crollo e terremoto universalmente distruttivi, peggio del clima (la crisi del 2006 – quella dei subprime – moltiplicata per mille, insomma). Anche perché tutti i cosiddetti “attivi” non appartengono a Black Rock ma ai sottoscrittori (agli azionisti). Si dovrebbe dedurre, allora, che la saggezza rispunta e sa acchiappare almeno la coda della follia. Ma non è così. Altrimenti la cifra d’affari non sarebbe ancora cresciuta dell’11 per cento nell’ultimo trimestre di quest’anno appena iniziato e la redditività non sarebbe aumentata più velocemente del volume d’affari: gli utili sono infatti volati in alto del 36 per cento. Il trionfo del capitalismo.

La sapienza, dunque, non riesce a staccarsi dalla follia. Il paradosso è che per rianimarla deve sempre capitare il contrario e cioè: un tale e devastante livello di follia che la sapienza sarà costretta ad accorgersene.

Capita spesso che l’economia si costruisce sulle favole. Taylor Swift è una trentenne cantautrice americana che ha grande successo. Geopolitica, politica, banche, Wall Street, non c’è campo in cui la “star” non finisca per ruotarsi dentro.

Sul “Wall Street Journal” appare un articolo intitolato: “It’s Swift’s Economy and We’re All Living in it” (“È l’economia di Swift e tutti ci viviamo dentro”). Sul “Financial Times” – tra un commento sul debito americano, l’oro, la crescita, la democrazia – si riesce a collocarla dicendo: ”Scherzo, d’accordo, ma se si presentasse come candidata alla presidenza, potrei sostenerla, fosse solo perché è capace ad aggruppare”. In un resoconto di banca che conta (“The economic power of pop”, Nomura) si sostiene che girando per sei mesi negli Stati Uniti, Taylor Swift ha stimolato il prodotto interno lordo e il consumo e “la sua tournée risulta sinora la più redditizia della storia” (media di 14 milioni di dollari d’entrata per concerto). La prestigiosa agenzia Bloomberg calcola in 6 miliardi l’apporto della cantante con la sua tournée e il Washington Post 5.7 miliardi (stampandola su un dollaro, al posto di Washington, come nuovo emblema della solidità della moneta). Ed è semplice (commenta il Wall Street Journal): “quando Swift arriva, cresce la frenesia di spese (anche per i prodotti derivati)”.

Ed è così nata la “Swiftonomics”, l’economia Swift. Che non è però una minaccia per la stabilità finanziaria, per i prezzi (anche se dove tiene i concerti sono aumentati il prezzo degli alberghi, dei ristoranti, dei trasporti) e le politiche monetarie. E la Fed, la Banca centrale (si dice seriamente) “non dovrà preoccuparsi e adottare misure particolari, come una seconda “regola di Taylor”, integrando i concerti della star nelle previsioni sull’ inflazione e le decisioni sui tassi di interesse (ciò che fa appunto una regola classica detta “ regola di Taylor” dall’omonimo che l’ha inventata; uno scherzo della storia).

Eccoci così alla “favola* secondo cui la “Swiftonomics” ha salvato gli Stati Uniti da una recessione certa. Tanto che c’è chi ha scritto (Dan Fleetwood sul “Washington Post”): “Se Swift fosse un’economia (una nazione economica) essa sarebbe maggiore di quella di 50 paesi”.

C’è della follia in tutto questo. Questa volta diventa un circolo virtuoso: per salvare l’economia bisogna consumare della Taylor Swift e consumando Swift si accetta l’ordine della merce che ha permesso il successo di Swift, oggettivata appunto in merce miracolosa.

La “favola” non è così superficiale come potrebbe sembrare ad economisti e politici cosiddetti seri. Essa dice molto sullo stato del sistema economico attuale. Come il metaverso, le criptomonete o l’intelligenza artificiale, Swift è uno di quei miti che produce il capitalismo moderno per far continuare a credere alla sua capacità di saper sempre superare le proprie contraddizioni.

Miti con una sola funzione: garantire la passività di coloro che, concretamente, soffrono della crisi profonda. Ed è così che la sapienza va a braccetto con la follia.

Nell’immagine: uno dei megaconcerti di Taylor Swift


Non sempre il semplice è il sigillo del vero

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Con la votazione del 9 giugno si deciderà se concedere una riduzione del 20% dell’aliquota fiscale per coloro che hanno un reddito imponibile superiore a 400’000 franchi. L’obiettivo dichiarato è trattenere i ricchi e attirarne altri. I principali beneficiari di questa riduzione sarebbero soprattutto le persone con un reddito imponibile superiore a un milione di franchi.

Recentemente, si sono lette diverse opinioni che fanno riferimento ad uno studio del Centro competenze tributarie e giuridiche della SUPSI, in cui venivano comparate le aliquote massime applicate dai vari cantoni (le aliquote, cioè, applicate alla categoria di reddito più elevata). È comparando questa aliquota, e solo questa, che il Ticino risulta trovarsi al ventiduesimo posto. Non si tratta quindi, come invece maldestramente riportato in alcuni scritti, di una posizione generica del Ticino rispetto all’imposizione fiscale complessiva. Questa analisi richiederebbe ben altre, complesse, elaborazioni. Cerchiamo di approfondire.

Innanzitutto, le soglie di reddito per le aliquote marginali massime variano tra i cantoni. Ad esempio, il Canton Zugo impone un’aliquota dell’8% sui redditi oltre 140’000 franchi, Ginevra applica il 19% per redditi superiori a 628’637 franchi, e il Ticino il 15,076% per redditi sopra 400’000 franchi. Ma è lecito confrontare aliquote marginali massime applicate a categorie di reddito diverse?

In seguito, nel caso del Cantone Ticino, chi guadagna 1 milione di franchi paga 141’454 franchi di imposta (il 14,15% del reddito imponibile), mentre chi guadagna 500’000 franchi ne paga 66’074 (13,21%) e chi guadagna 400’000 franchi ne paga 50’998 (12,75%). Questo è il principio della progressività: all’aumentare della base imponibile, aumenta l’aliquota applicata. Alle imposte cantonali si aggiungono le imposte comunali e quelle federali che seguono lo stesso principio. Le somme così riscosse serviranno a finanziare servizi e prestazioni per la popolazione, come scuole, istituti per invalidi e la manutenzione delle strade. Con la riforma fiscale la progressività viene interrotta, col rischio che si trasformi in regressività.

Occorre inoltre considerare che i Cantoni applicano varie altre imposte e tasse (ad esempio, imposte sulla proprietà, imposte sulle vendite, imposte sulle plusvalenze) e detrazioni o deduzioni che possono influire sul carico fiscale complessivo. Inoltre, un cantone con un’aliquota fiscale marginale massima sul reddito più elevata potrebbe offrire maggiori detrazioni o deduzioni, riducendo così l’onere fiscale complessivo. Il Cantone Ticino è molto generoso, a livello di deduzioni, favorendo già ampiamente i redditi più elevati, proprio in virtù della progressività delle imposte, per cui l’aliquota d’imposizione cresce all’aumentare dell’imponibile. In altre parole, a parità di reddito lordo di partenza, si può ottenere un reddito imponibile più basso, che potrebbe rientrare in una categoria di reddito con una tassazione inferiore.

Per confrontare in modo rigoroso l’impatto fiscale sui contribuenti facoltosi tra due cantoni, sarebbe necessario considerare l’intera struttura fiscale, comprese tutte le imposte e le tasse applicabili, le detrazioni, le deduzioni oltre che i servizi e le prestazioni forniti dal Cantone alla cittadinanza. Pertanto, senza ulteriori elementi oltre alle aliquote marginali dell’imposta sul reddito, non è sensato determinare in modo definitivo quale Cantone sia fiscalmente più penalizzante o generoso nei confronti dei contribuenti ricchi.

Ne consegue che una politica fiscale dovrebbe basarsi su una valutazione globale degli impatti a lungo termine sulle finanze pubbliche, sull’economia e sulla società nel suo complesso, anziché su una mera competizione fiscale con altri cantoni. Una visione più ampia e inclusiva potrebbe portare a soluzioni più sostenibili ed equilibrate che tengano conto delle esigenze di tutti i cittadini e promuovano una crescita economica inclusiva e sostenibile. In altri termini, sarebbe opportuno considerare misure alternative agli sgravi fiscali ai ricchi per affrontare i problemi economici e sociali che ci affliggono. Si pensi agli investimenti nelle infrastrutture, nell’istruzione e nella formazione professionale, alle politiche per promuovere l’occupazione e la creazione di posti di lavoro dignitosi, e ai programmi per sostenere le persone in situazioni di povertà o disagio sociale.

La teoria del “trickle-down economics” (sgocciolamento) a cui si ispirano i fautori degli sgravi fiscali, teoria che, ricordiamolo, sostiene che riducendo le tasse sui ricchi si generi un beneficio per l’intera società, è stata oggetto di dibattito accademico e politico per decenni. Molte evidenze suggeriscono che questo effetto non si sia mai manifestato in modo significativo. In realtà, spesso le riduzioni fiscali per i ricchi portano a un aumento delle disuguaglianze economiche, anziché a una crescita economica diffusa. Oggi sappiamo, grazie alle analisi di fior di studiosi, che in Svizzera e in molti cantoni, incluso il Ticino, le diseguaglianze sono in crescita.

In definitiva, mentre la competitività fiscale può essere un fattore da considerare tra i tanti disponibili, è importante bilanciare questo obiettivo con altri obiettivi di politica economica e sociale per garantire una crescita sostenibile ed equa per tutti i cittadini. Cantoni come Zurigo e Ginevra dimostrano che investimenti in servizi pubblici di qualità e infrastrutture solide possono compensare aliquote fiscali più elevate, rendendo la loro offerta complessivamente più attraente.

Secondo i dati pubblicati dall’Amministrazione federale delle contribuzioni, come peraltro richiamato da Ivo Durisch nel suo bel contributo pubblicato su laRegione del 3 maggio 2024 (e su ‘Naufraghi’ il 14 mggio), nel periodo dal 2003 al 2020, in Canton Ticino il numero di contribuenti con un patrimonio superiore ai 5 milioni di franchi ha registrato un aumento straordinario, passando da 359 a 2229, superando di gran lunga ogni altro cantone, anche quelli con politiche fiscali “generose”. Si tratta di un dato oggettivo che smentisce l’idea che ad attirare i contribuenti ricchi sia una migliore attrattività fiscale. Sorge il dubbio che l’intera riforma fiscale, come più volte richiamato da Daniel Ritzer su laRegione, sia finalizzata a beneficiare i contribuenti ricchi stanziali, i nostri “ricchi”.

Affidare la politica economica alla sola competitività fiscale è riduttivo. È necessario un approccio equilibrato che consideri equità e sviluppo sostenibile per garantire una crescita inclusiva per tutti i cittadini.

Spartaco Greppi è economista
Nell’immagine: Robin Hood al contrario, stampa del 1890


La rete che pesca nella nostra infanzia e adolescenza

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

È sotto gli occhi di tutti che le tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno cambiato il nostro modo di vivere. Il ’900 è stato il secolo di due guerre mondiali, ma anche un periodo di mutamenti inimmaginabili. Avevo otto anni quando Jurij Gagarin volò nel cosmo, un’orbita completa attorno alla Terra. Ne avevo sedici l’anno del primo allunaggio. Poco più che trentenne misi per la prima volta le mani sulla tastiera di un Macintosh 128K. La memoria media di uno smartphone, che oggi ci accompagna dappertutto come un ipertecnologico coltellino svizzero, è di decine di milioni di volte più grande.

Secondo lo  psicologo sociale Jonathan Haidt, che Naufraghi/e ha ripreso da un articolo pubblicato dal portale Infosperber, dopo il 2010 è iniziata la fine dell’infanzia: «Le persone nate dopo il 1995 vivono un’infanzia completamente diversa perché varie invenzioni risalenti al 2010 hanno cambiato radicalmente le nostre vite. Soprattutto le piattaforme di social media e l’accesso costante tramite smartphone, che finirebbero per modificare il cervello dei bambini e dei giovani. A differenza di alcuni suoi colleghi – prosegue l’articolista –, Haidt vede una connessione diretta tra la diffusa introduzione di queste applicazioni e i crescenti problemi psicologici dei bambini e dei giovani in tutto il mondo».

I fattori che entrano in gioco sono chiaramente tanti. Nasciamo con alcune capacità innate, alcune delle quali si svilupperanno nel tempo, grazie all’esperienza concreta delle relazioni sociali e dell’apprendimento. Imparare a camminare è un processo difficile, così come non si impara a parlare e a comunicare se non si è esposti a stimoli e modelli adeguati. Tuttavia la maturazione dei cuccioli di Homo sapiens non terminerà a dieci anni:  ben altri cambiamenti aspettano ragazzine e ragazzini, che, attraverso quel complicato percorso che si chiama adolescenza, diverranno adulti. Va da sé che, già a partire dalla venuta al mondo, saranno indispensabili tutte le esperienze sociali, biologiche e culturali da affrontare con la più grande serenità possibile, nel mondo reale e non certo in quello virtuale.

Bambini, ragazzi e adolescenti devono avere il tempo per crescere, anche con la mediazione di genitori e maestri, senza che questi adulti colonizzino ogni minuto delle loro giornate. L’ozio è un diritto, come giocare a biglie improvvisandone le regole, costruire castelli con dei cubetti di legno, sfogliare un libro illustrato, fare scorrere le biglie colorate del pallottoliere, sognare di dirigere un circo, ascoltare le storie della nonna e avere paura pur sapendo come andrà a finire, giocare la finale dei mondiali di calcio in due, con discussioni accese a sapere se il pallone era passato sopra o sotto un’asta inesistente: Svizzera-Italia nel cortile di casa.

Invece, già da qualche anno, siamo alla dipendenza dagli schermi, indipendentemente dai contenuti che si trovano sul web, dalle enciclopedie alle botteghe, da blog di alto valore scientifico e culturale alla marea di pornografia (da cui bisognerebbe “non farsi fottere”, per citare la giornalista Lilli Gruber), dalle arti alla scienza, dai giochi interattivi al di tutto di più. 

Basti citare pochi dati proposti dalla Fondazione Dipendenze | Svizzera: l’88% della popolazione dai 15 anni in su utilizza internet almeno una volta alla settimana; tra i 6 e i 13 anni la percentuale è già del 63%, e il 43% possiede un telefono cellulare; tra 12 e 19 anni il 99% ne fa uso più di una volta a settimana. Tra gli 11 e i 15 anni il tempo medio trascorso davanti allo schermo durante una giornata scolastica è di 4 ore e mezza, ma diventa di 8 ore durante i weekend.

Ora c’è chi vuole porre dei limiti. A fine aprile una commissione di esperti, incaricati dal presidente francese Emmanuel Macron di determinare il corretto utilizzo degli schermi da parte dei nostri figli, ha rassegnato il suo rapporto, che ha messo in evidenza diverse criticità e formulato alcune raccomandazioni: nessuna esposizione agli schermi per i bambini di età inferiore ai tre anni; uso sconsigliato fino a sei anni, o limitato, occasionale, privilegiando i contenuti educativi con la presenza di un adulto; esposizione moderata e controllata a partire dai sei anni; nessun telefono cellulare prima degli undici anni; nessuno smartphone prima dei tredici anni; nessun accesso ai social network prima dei quindici anni; accesso solo ai social network “etici” dopo i quindici anni. La République intende legiferare in quella direzione e già altri Stati stanno battendo vie analoghe.

L’unica cosa fin qui certa è che siamo di fronte a un disastro delle istanze educative, che non sono solo la scuola, ma comprendono i media e la politica, per finire dentro le famiglie, indipendentemente dal livello socio-economico. Da anni si disquisisce, si minaccia, si lanciano anatemi, ognuno con la sua soluzione, spaziando tra l’incondizionato laissez faire e il più rigoroso e totale controllo censorio. Basti pensare che sono gli stessi genitori, di solito, a finanziare con orgoglio l’acquisto di smartphone, computer e tablet ai pargoli, ma non li si può incolpare di nulla. Sin dalla comparsa dei primi computer, la scuola ha cominciato a rincorrere il presente e a introdurre macchine e applicazioni nelle sue dottrine, fino a farsi travolgere. In nessun momento il mondo della pedagogia ha scelto di affrontare una riflessione epistemologica sul rapporto tra la formazione, l’educazione e l’allora imminente rivoluzione digitale: a partire dalla sua rilevanza pedagogica e al suo contributo alla costruzione di una conoscenza solida e pertinente.

Alla faccia di quella scuola che dovrebbe promuovere lo sviluppo armonico di persone in grado di assumere ruoli attivi e responsabili nella società e di realizzare sempre più le istanze di giustizia e di libertà.

Nell’immagine: e i bambini dove sono? La risposta è su TikTok


La società israeliana fa i conti con i mandati di arresto

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Di Sarah Parenzo, il manifesto

La richiesta di emettere un mandato di arresto nei confronti di Benyamin Netanyahu e di Yoav Gallant effettuata dal procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, costituisce un’ulteriore macchia dolorosa che intacca l’immagine dello stato di Israele agli occhi del mondo.

SE ANCHE mettiamo da parte le possibili implicazioni giuridiche e i risvolti pratici, è indubbio che nell’immaginario collettivo tali affermazioni si aggiungono all’accusa di genocidio formulata dalla Corte internazionale di giustizia contro Israele lo scorso gennaio, a conferma del fatto che stiamo inevitabilmente entrando in una nuova era nella quale lo stato ebraico cessa di godere di immunità agli occhi degli organismi di diritto internazionale. Come nel caso dell’accusa di genocidio, anche l’equiparazione di Netanyahu e Gallant ai leader di Hamas sono state accolte in Israele con sdegno e condannate come inaccettabili anche dai membri dell’opposizione. Bisogna rivolgersi lo sguardo agli esponenti della sinistra radicale per leggere delle reazioni forse più razionali, ma non per questo meno dolorose. Benché passando in rassegna il documento emerga che i capi d’accusa riferiti a Hamas siano molto diversi da quelli attribuiti agli esponenti del governo israeliano, non è una novità che parlare di crimini di guerra o crimini contro l’umanità commessi nei confronti dei palestinesi per il mainstream israeliano continui ad essere un tabù, in particolare dopo il 7 ottobre.

SE DUNQUE l’obiettivo degli organismi di diritto internazionale è quello di ristabilire l’uguaglianza nei confronti delle nazioni, impedendo discriminazioni o favoritismi, nell’ottica del breve periodo il rischio è che questo tipo di pronunce sortiscano l’effetto contrario, ricompattando la popolazione ebraica e favorendo nuovamente gli interessi di Netanyahu. Per scrollarsi di dosso e delegittimare tutte le accuse rivoltegli, il primo ministro israeliano anche questa volta si è servito dell’argomentazione dell’antisemitismo strumentalizzandolo come arma per riguadagnare consensi. Del resto l’isolamento degli israeliani, che si sentono sempre più in difficoltà di fronte all’opinione pubblica internazionale, è amplificato proprio dalla crescente percezione che la distinzione fra gli esponenti del governo e cittadini israeliani, e soprattutto tra israeliani ed ebrei, sia sempre più sfumata, come dimostra l’ultimo grave episodio di razzismo all’Università di Firenze. Anche senza bisogno di vedersi disegnare una stella di David sulla porta, israeliani ed ebrei di tutto il mondo, attivisti per i diritti umani inclusi, dopo il 7 ottobre hanno compreso di essere stati ufficialmente detronizzarti dal ruolo di vittima che il dramma della Shoah gli aveva conferito agli occhi del mondo.

TUTTAVIA l’immediato schieramento di Stati uniti e Germania a favore di Israele, così come le ipocrisie e i legittimi timori delle istituzioni occidentali, che hanno tutto l’interesse a salvaguardare l’equilibrio della regione mediorientale, dimostrano che l’operazione di elevare i palestinesi a ruolo ufficiale di vittime ha dei costi difficili da sostenere fuori dalle manifestazioni studentesche e di piazza.

Sembrerebbe più corretto affermare che questa fase del conflitto si sta distinguendo sempre di più dal punto di vista semantico. La comunicazione, che vede Israele sempre in svantaggio rispetto a Hamas, dimostra che le parole hanno un peso e sono armi altrettanto affiliate. Questo vale per i social, per i cartelli usati nelle proteste e, a maggior ragione, per queste dichiarazioni drammatiche sul genocidio e sui crimini di guerra che, a prescindere dall’esito finale delle procedure giuridiche, rischiano di risuonare per decenni a spese di Israele. Il prossimo governo israeliano avrà un bel lavoro da fare per riabilitare l’immagine del paese, ricostruirlo e ridare una speranza alla popolazione. C’è da chiedersi se la sinistra israeliana liberale saprà eventualmente cogliere la sfida, mettendo finalmente la questione palestinese e la fine dell’occupazione al vertice dell’agenda politica.


Stato di Palestina, l’Europa è divisa

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Di Marco Bresolin, La Stampa

BRUXELLES. Mentre uno Stato membro dell’Unione europea – i  Paesi Bassi  – ha appena approvato  una legge che punirà chi pronuncia il controverso slogan «From the river to the sea, Palestine will be free»  (Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera) altri due Paesi Ue –  l’Irlanda e la Spagna  – hanno compiuto  i passi necessari per riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina insieme con la Norvegia . Due fotografie che rendono bene l’idea di  quanto la questione mediorientale continui a essere controversa all’interno dell’Unione , ma anche di quanto nel Vecchio Continente si stia facendo sempre più largo una posizione in netto contrasto con quella degli Stati Uniti. Tanto che  la Casa Bianca è subito intervenuta per stigmatizzare la mossa di Madrid, Dublino e Oslo  e per dire che lo Stato palestinese deve essere riconosciuto solo attraverso una trattativa tra le parti «e non tramite un riconoscimento unilaterale».

«Il premier israeliano  Benjamin Netanyahu continua a bombardare ospedali, scuole, case e punisce con la fame, il freddo e il terrore più di un milione di bambini e bambine innocenti » ha sottolineato il capo del governo spagnolo,  Pedro Sanchez , annunciando davanti al Congresso che  il riconoscimento sarà formalizzato martedì 28 maggio . La decisione, annunciata in contemporanea con Irlanda e Norvegia, ha scatenato una  dura reazione di Israele , con il ministro degli Esteri Israel  Katz che ha richiamato gli ambasciatori nei tre Paesi : «Hanno inviato ai palestinesi e al mondo intero il messaggio che il terrorismo paga».  Un plauso è invece arrivato da Hamas , che considera il riconoscimento «un punto di svolta nella posizione internazionale», dall’Autorità nazionale palestinese e dalla Lega Araba, che ha invitato altri Paesi a seguire l’esempio dei tre.

Sviluppi in questo senso sono attesi nelle prossime settimane, quando alla lista si aggiungerà anche la Slovenia, come ha confermato ieri il premier liberale Robert Golob. La procedura parlamentare è già stata avviata nei giorni scorsi e l’iter dovrebbe concludersi intorno alla metà di giugno: «Spero che altri Paesi si uniscano a noi» ha auspicato il primo ministro. Uno di questi potrebbe essere il Belgio, dove ieri c’è stata un’accesa discussione tra i membri del governo: socialisti, verdi e centristi fiamminghi hanno avviato un pressing su Alexander de Croo per spingerlo a formalizzare il riconoscimento. Ma il premier frena: «Ora le priorità sono la liberazione degli ostaggi e il cessate il fuoco immediato». Più cauta, rispetto a qualche mese fa, anche la posizione di Malta, che si dice pronta a compiere questo passo «quando potrà dare un contributo positivo e quando ci saranno le condizioni».

Si tratta di una posizione sostanzialmente in linea con quella della Francia, secondo la quale il riconoscimento della Palestina «non è un tabù», anche se questo «non è il momento». Più netta la contrarietà della Germania: secondo un portavoce del ministero degli Esteri, «l’indipendenza dello Stato palestinese resta un nostro obiettivo», ma può essere raggiunto soltanto con il «dialogo». La pensa così anche Antonio Tajani: «Il nostro riconoscimento della Palestina non può essere fatto senza il riconoscimento da parte di Israele e viceversa» ha detto il ministro degli Esteri, rispondendo a distanza alle richieste delle opposizioni che hanno chiesto a Roma di unirsi a Madrid e Dublino. In particolare, la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha auspicato «un riconoscimento europeo». L’Alto Rappresentante Josep Borrell ha «preso atto» della decisione di Spagna e Irlanda e ha assicurato che lavorerà «incessantemente con tutti gli Stati per promuovere una posizione comune dell’Unione europea basata su una soluzione a due Stati».

Ma, come detto, le posizioni all’interno dell’Ue restano molto lontane. Prima di Irlanda e Spagna, solo la Svezia aveva compiuto questo passo da Stato membro dell’Unione nel 2014. Mentre Cipro, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria lo avevano fatto prima ancora di entrare a far parte del club a dodici stelle. La Cecoslovacchia lo aveva fatto prima della separazione, anche se la Repubblica Ceca ha poi preso le distanze. Secondo l’Anp, sono in totale 142 su 193 i Paesi membri delle Nazioni Unite che hanno riconosciuto la Palestina.

Nell’immagine: Pedro Sánchez annuncia la decisione al parlamento spagnolo


Plaidoyer per un socialismo wigano

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

La strada per Wigan Pier

La città di Wigan non ha una squadra di calcio conosciuta, e non ha dato i natali a un gruppo musicale di grido. Probabilmente se qualcuno ne ha sentito parlare è perché figura nel titolo di un bellissimo libro di George Orwell, pubblicato nel 1936 (e disponibile online). In esso l’autore di “1984” si pone proprio la domanda del perché all’epoca non c’erano più socialisti. Le ragioni invocate sono diverse, ma credo abbiano ancora validità al giorno d’oggi. La più divertente è che spesso sono i socialisti stessi a dissuadere un avvicinamento al loro movimento. Un altro motivo di cui si deve pur tener conto è che il fascismo – siamo nel 1936 – ha il suo fascino. Più fondamentalmente, Orwell si interroga sulla pertinenza di un obiettivo come la soppressione delle classi, o sul senso che ha  presentare il socialismo come progressista.

Una definizione del socialismo: libertà e giustizia

Per Orwell gli obiettivi essenziali del socialismo sono la libertà e la giustizia. Recentemente ho rivisto la copertina del disco America di Gianna Nannini. Vi figura la Statua della Libertà, con al posto della fiaccola un vibratore. Perché la Nannini non è socialista? Il mio amico Robert mi ha detto che quando ha stretto la mano di Jean Ziegler si è sentito fiero di essere svizzero; pensa che ci vogliano più persone come lui, persone impegnate per la giustizia. L’amico ha militato per poco tempo nell’UDC, e poi ha aderito a un partito che opera a livello comunale e che ha come slogan “le buone idee non hanno colore”. Perché Robert non è socialista?

Chi sono i socialisti?

Orwell scrive che probabilmente molti esitano a unirsi ai socialisti perché questi formano un gruppo in cui vi sono persone un pochino strambe. Così dice che “sarebbe di enorme aiuto, ad esempio, se si potesse dissipare l’odore di stranezza che ancora aleggia nel movimento socialista. Se solo i sandali e le camicie color pistacchio potessero essere messi in un mucchio e bruciati, e ogni vegetariano, astemio e Gesù strisciante fosse rispedito a casa a Welwyn Garden City a fare tranquillamente i suoi esercizi di yoga!” Naturalmente, per Orwell “non è del tutto corretto giudicare un movimento dai suoi aderenti; ma – dice – il punto è che la gente lo fa invariabilmente, e che la concezione popolare del socialismo è colorata dalla concezione di un socialista come una persona noiosa o sgradevole”. Certo oggi vi sono famiglie socialiste per ogni gusto: dai social-democratici, agli anti-capitalisti più convinti, passando per quelli che sostengono la causa LGBTQ+. Ma per alcuni versi, le esagerazioni dei militanti socialisti scientisti o mangia-preti, e di quelli che insistono sulle questioni identitarie allontanano una buona fetta della popolazione dal socialismo.

Il fascino del fascismo

Orwell non fa di certo l’apologia del fascismo, e dice esplicitamente che porta a un’infame tirannia. Il suo obiettivo è proprio di combattere il fascismo che all’epoca guadagnava sempre più terreno, anche in Inghilterra. Proprio per questo voleva che i più diventassero socialisti. Per situare precisamente la questione, condanna fermamente la “tattica sbagliata dei comunisti che sabota la democrazia”, e riconosce che il fascismo può esercitare un certo fascino. Scrive: “chiunque abbia dato anche solo un’occhiata al movimento sa che il fascista di base è spesso una persona di buone intenzioni, sinceramente ansiosa, per esempio, di migliorare la sorte dei disoccupati. Ma ancora più importante è il fatto che il fascismo trae la sua forza dalle varietà buone e cattive del conservatorismo. Per chiunque abbia un senso della tradizione e della disciplina, il suo fascino è garantito. Probabilmente è molto facile, quando si ha subìto la propaganda socialista più priva di tatto, vedere il fascismo come l’ultima linea di difesa di tutto ciò che c’è di buono nella civiltà europea”. Difficile negare l’attualità di questo proposito. Se per esempio do l’impressione che le tradizioni popolari e l’agricoltura non mi interessano, ma che il mio obiettivo è la difesa degli interessi dei lavoratori (stipendiati) per di più in uno spirito internazionalista, è probabile che io perda inutilmente l’adesione di un buon numero di persone ben intenzionate. 

La soppressione delle classi

Il libro di Orwell si apre su una descrizione della condizione dei minatori inglesi. È un bellissimo esempio di giornalismo immersivo e impegnato. La sua indagine sul campo ha diversi obiettivi oltre a quello di fornire degli elementi fattuali. Si tratta tra l’altro di mostrare come vive una parte della popolazione su cui si fonda l’economia dell’epoca, e di mettere in evidenza un certo numero di ingiustizie. Orwell segue a fatica i minatori lungo i cunicoli, ne loda la forza fisica, e sottolinea quanto i loro corpi abbiano a soffrire: tutti portano cicatrici profonde lungo la schiena, molti hanno perso i denti, e tanti muoiono sul luogo di lavoro. Inoltre, vivono in condizioni di igiene precarie, che potrebbero essere facilmente migliorate. Il suo passaggio in auto lungo una strada sopra a una miniera, è una metafora calzante del funzionamento dell’economia industriale di inizio XX secolo. È chiara l’attualità del proposito. Ancora oggi una mano d’opera “invisibile” permette al sistema di funzionare. Pensiamo all’importanza del lavoro non retribuito, o al degrado e alla svalutazione del lavoro in quello che si può chiamare il capitalismo algoritmico. Dalle nostre parti si tratta dell’uberizzazione e del lavoro gratuito di valutazione su Google, TripAdvisor, o Airbnb, più lontano si pensi all’esternalizzazione verso i paesi del Sud dei call-center e della raccolta dati per i vari ChatGPT e OpenAI.

Ma il punto essenziale per Orwell è di indicare che per lottare contro queste ingiustizie si deve abbandonare una “gestione della questione di classe estremamente stupida”, visto che è questa a “spingere una quantità di potenziali socialisti verso il fascismo”. Detto diversamente, si tratta di abbandonare una certa ideologia, tenere più presente la realtà, sia essa sociale, o culturale e psicologica. Di fatto Orwell dice: “se mi tormentate continuamente con la mia “ideologia borghese”, se mi fate capire che in qualche modo sottile sono una persona inferiore perché non ho mai lavorato con le mani, riuscirete solo a inimicarvi. Perché mi state dicendo o che sono intrinsecamente inutile o che dovrei modificarmi in qualche modo che non è in mio potere. Non posso proletarizzare il mio accento o certi miei gusti e convinzioni, e non lo farei nemmeno se potessi. Perché dovrei? Non chiedo a nessun altro di parlare il mio dialetto; perché qualcun altro dovrebbe chiedermi di parlare il suo? Sarebbe molto meglio dare per scontati questi miseri stigmi di classe ed enfatizzarli il meno possibile. Sono paragonabili a una differenza di origine, e l’esperienza dimostra che si può collaborare con gli stranieri, anche con quelli che ci stanno antipatici, quando è davvero necessario. Dal punto di vista economico, sono sulla stessa barca del minatore, del marinaio e del bracciante; ricordatemelo e combatterò al loro fianco. Ma culturalmente sono diverso dal minatore, dal marinaio e dal bracciante: ponete l’accento su questo e mi armerete contro di loro.”

Detto questo, non credo che basti dichiararsi fautore di un approccio pragmatico e non-ideologico per seguire la lezione di Orwell. Forse non basta neppure impegnarsi puntualmente per migliorare i salari, le pensioni, e il potere d’acquisto, o aumentare l’uso di energie rinnovabili, o ancora stare dalla parte di… una parte della popolazione. Il messaggio di Orwell è più semplice e al contempo più profondo: facciamo tutti parte di una grande famiglia umana, e tutti meritiamo libertà e giustizia.  

A cosa porta il progresso?

Ancora recentemente è stato ribadito in seno al Partito socialista ticinese che è importante rafforzare l’area progressista. Orwell sostiene che “la gente sa che in un modo o nell’altro il “progresso” è una truffa”, e fornisce i passaggi logici per arrivare a questa conclusione. Il primo passo consiste nel dire che il progresso è comunemente associato al progresso meccanico. Su questa base dimostra che “legandosi all’ideale di efficienza meccanica, ci si lega all’ideale di morbidezza. Ma la morbidezza è ripugnante [vedi più sotto la riduzione a un cervello]; e così tutto il progresso si vede come una lotta frenetica verso un obiettivo che si spera e si prega di non raggiungere mai.” Certi dicono che le macchine ci libereranno dal lavoro e ci porteranno a un mondo talmente bello che i preti non avranno più molto da prometterci. Di fatto è falso che il lavoro sia qualcosa di assolutamente noioso e penoso, e il non-lavoro qualcosa di sommamente desiderabile. “Se smettete di usare le mani, avete tagliato una grossa fetta della vostra coscienza”, e “non c’è quasi nulla, dalla cattura di una balena all’intaglio di un nocciolo di ciliegia, che non possa essere fatto con un macchinario. La macchina invaderebbe persino le attività che oggi classifichiamo come “arte”; lo sta già facendo [nel 1936], attraverso la macchina fotografica e la radio. Meccanizzate il mondo nella misura in cui potrebbe essere meccanizzato, e da qualsiasi parte vi giriate ci sarà una macchina che vi taglierà fuori dalla possibilità di lavorare, cioè di vivere”. Alzi la mano chi leggendo queste righe non ha pensato all’intelligenza artificiale! E qui termina la dimostrazione: “pertanto, il fine logico del progresso meccanico è quello di ridurre l’essere umano a qualcosa di simile a un cervello in una bottiglia”, visto che “la parola “progresso” e la parola “socialismo” sono legate indissolubilmente nella mente di quasi tutti. Il tipo di persona che odia le macchine dà per scontato di odiare anche il socialismo; il socialista è sempre a favore della meccanizzazione, della razionalizzazione, della modernizzazione – o almeno pensa che dovrebbe esserlo”.

Notiamo en passant che oltre a essere legate al dibattito in corso  sull’intelligenza artificiale queste considerazioni fanno anche luce su fenomeni sociali come la pratica degli sport estremi: non è forse perché viviamo una vita da precursori di cervelli in una bottiglia che cerchiamo emozioni (forti) scalando montagne, correndo in motocicletta, saltando in paracadute, e così via?

Conclusione

Il presidente del partito spagnolo di estrema destra Vox ha appena riunito a Madrid i leader di compagini politiche a lui vicine. Erano presenti alla conferenza Meloni, Orbán e il presidente argentino Milei. Quest’ultimo, davanti a una folla in visibilio, ha terminato il suo intervento gridando più volte libertad. È chiaro che la libertà, come la giustizia, sono invocate da più parti, ma è solo prendendole sul serio, e non limitandone l’ambito che le si difende veramente. Non basta promuovere la libertà d’impresa, il libero scambio, o le libertà individuali. 

Una seria e fattuale analisi della distribuzione delle ricchezze ha portato l’economista Thomas Piketty a raccogliere una serie di sue cronache sotto il titolo Vivement le socialisme!  Lui stesso ne è stato sorpreso. Ma “conversioni” come la sua sono essenziali perché, come dice Orwell in conclusione, “non c’è alcuna possibilità di salvare [il mondo] dal fascismo, a meno che non si riesca a far nascere un partito socialista efficace. Dovrà essere un partito con intenzioni genialmente rivoluzionarie e dovrà essere abbastanza forte numericamente da poter agire. Potremo ottenerlo solo se offriremo un obiettivo che la gente comune riconoscerà come desiderabile. Al di là di tutto, quindi, abbiamo bisogno di una propaganda intelligente. Meno “coscienza di classe”, “espropriazione degli espropriatori”, “ideologia borghese” e “solidarietà proletaria”, per non parlare delle sacre sorelle, tesi, antitesi e sintesi; e più giustizia, libertà e condizione dei disoccupati. E meno sul progresso meccanico, sui trattori, sulla diga del Dnepr e sull’ultima fabbrica di salmoni a Mosca; questo genere di cose non è parte integrante della dottrina socialista e allontana molte persone di cui la causa socialista ha bisogno, tra cui la maggior parte di coloro che sanno tenere in mano una penna. Tutto ciò che serve è far entrare nella coscienza pubblica due fatti. Uno, che gli interessi di tutti gli sfruttati sono gli stessi; l’altro, che il socialismo è compatibile con la comune decenza”.

Nell’immagine: il molo di Wigan oggi, con il ristorante dedicato a Orwell. Nel sito del Guardian sono disponibili belle fotografie d’epoca che mostrano l’ambiente narrato dallo scrittore


Karim Khan e l’illusione del giudizio universale

I cambiamenti del quadro geopolitico mettono la questione in una nuova – e preoccupante – prospettiva 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Viviamo in una età inflazionistica: inflazione monetaria, inflazione di idee, inflazione perfino di diritto internazionale, di giurisdizione penale mondiale, di procure planetarie indifferenti alla possibilità pratica di applicare le pene ai colpevoli ma ansiose di riaffermare inflessibili tribunali della Storia. Con pericolose conseguenze pratiche, prolungare gli inferi della guerra e il massacro degli innocenti, opposte alle buone intenzioni dei giudici di edificare a sentenza un mondo perfetto.

Il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan, e la folta schiera di giuristi a cui ha chiesto consulenza consapevole dell’impatto politico della sua decisione di procedere all’incriminazione contemporanea dei vertici israeliani e dei capi di Hamas per «crimini di guerra e contro l’umanità», appartengono a questa schiera. Dopo un ventennio di attività la Corte nata dallo statuto di Roma presenta, purtroppo, un bilancio miserevole: cinque condanne pronunciate, due terzi dei dossier contro i rabbiosi, gli incendiari, i mestieranti della sopraffazione internazionale, che si sono dissolti per insufficienza di prove, tredici imputati allegramente latitanti, una evidente, penosa assenza di strategia giudiziaria dei due predecessori di Karim Khan, Moreno Ocampo e la gambiana Fatou Bensouda. Molto gesticolare inutile, molti incantesimi accusatori vani dunque.

Alla Bensouda si chiese di smentire la constatazione che solo gli africani «cattivi» venivano perseguiti perché erano imputati più comodi rispetto agli intoccabili leader soprattutto occidentali; che passavano giorni politicamente felici sotto gli ombrelloni della Forza e della geopolitica. Tentò di indagare infatti sui crimini americani in Afghanistan. Finì, lei, sulla lista degli imputati ma delle assai più efficaci sanzioni dal governo di Washington. A dimostrazione che ahimè! anche i gallonati democratici rendono omaggio al diritto internazionale ma fino a quando non sfiora con le sue pretese i propri intangibili interessi. Solo alcuni dunque detengono la titolarità del’ “nomos’’, della legge, con un sovra-diritto e un sotto-diritto che si specchiavano sconciamente.

Quando venne nominato nel 2021 questo avvocato britannico di origini pachistane, pioniere della Giustizia internazionale con nel curriculum tutte le vergogne messianico-terroristiche del mondo dal 1992, Ruanda, Khmer rossi cambogiani, Liberia, Isis, si chiedeva di far uscire la Corte dalla impotenza. La sua nomina fu preceduta, non a caso, da tre sconfitte brucianti della Giustizia universale, l’assoluzione dell ex presidente ivoriano Laurent Gbagbo, del congolese Bemba e del keniano Uhuro Kenyatta. Karim Khan, subito alle prese non con vecchi dossier ma con le nuove guerre del terzo millennio, Ucraina e Gaza, non vuole tradire le attese. La sua linea è chiara: la giustizia internazionale non è un fenomeno storico concreto, collocabile in un tempo e in uno spazio, ma qualcosa di illuministicamente assoluto che esiste in un al di là della storia millenaria e quotidiana, sporca e contraddittoria, paralizzata da rumori e furori. Ha come scopo cambiare il mondo, raddrizzare i torti e le brutture che la politica degli Stati moltiplica e distribuisce. Insomma deve correggere la Storia. L’arbitrio e l’ingiustizia, il sopruso degli oppressori, purtroppo, assediano la condizione umana in mille luoghi e il’ “mai più! ’’pronunciato di fronte ai massacri è spesso sermone derisorio dei quelli che Khan definisce non vittime ma «sopravvissuti». Si immagina di poter chiudere la parentesi del tutto è permesso a chi è forte. All’Aia dovrebbe dunque sorgere una sorta di tribunale mondiale della Storia a cui si chiede di sostituire con le sentenze il sistema che regola il commercio tra gli Stati e le nazioni, ovvero la forza ma anche la diplomazia. In questa sfida Karim Khan, come gli illuministi accorti propagandisti dell’idea di Progresso, dimostra una notevole abilità nel servirsi dei media, concedendosi alla Cnn prima che alla Corte per annunciare la sua decisione, o rivelando di aver ricevuto sollecitazioni a occuparsi solo di squallidi dittatori nemici dell’occidente e non di leader fedelmente arruolati nelle alleanze corrette. La considerazione che una parte dei possibili imputati non riconosca la giurisdizione della Corte, dagli Stati Uniti alla Russia all’India alla Cina e a Israele, e che quindi le imputazioni e le sentenze abbiano una enorme rilevanza politica ma non conseguenze concrete, non sembra avere importanza.

Quel che conta è affermare l’obbligatorietà della azione penale mondiale che affidi ai giudici di stabilire nella Storia ciò che giusto e ciò che ingiusto. Per dirla con gli illuministi “ecrasez l’infame’’. Funziona? Forse bisogna domandarsi se questa super giustizia indifferente e insofferente alla lezione della realtà, questi brandelli di diritto internazionale, non provochino in realtà guai, non richiedano un “io dubito’’. Ad esempio la richiesta di Karim Khan non cementifica forse attorno all’imputato Netanyahu un consenso che vacillava vistosamente, rendendo il completamento della micidiale operazione Rafah scontata? O nel caso della guerra tra Russia e Ucraina emettendo mandati di cattura contro Putin e oligarchi non hanno reso preventivamente impossibile qualsiasi negoziato per un cessate il fuoco, visto che solo con questi colpevoli di crimini di guerra si potrebbe discuterlo? Bisogna rispondere a una constatazione: l’abisso tra quelli che Habernas chiamava «i fatti e le norme» si è allargato pericolosamente man mano che gli avvocati internazionali come Karim Khan estendono la loro sfera di competenza e istituiscono nuovi regimi giuridici. Questi sforzi sono giusti. Ma non ci sarà alcuna’“giuridicizzazione’’del mondo per il semplice fatto che non esiste, oggi meno che in passato, una comunità internazionale in grado di appoggiare questa trasformazione.

Nell’immagine: Karim Khan