Caccia ai migranti con i mezzi forniti da Roma e Bruxelles

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Di Fabio Papetti, il manifesto

11 luglio 2023. Poco fuori Sfax, città costiera della Tunisia, viene ripreso un fuoristrada bianco mentre scorta un autobus pieno di migranti arrestati in uno dei recenti raid effettuati nella città. Ingrandendo l’immagine si vede che il fuoristrada è un Nissan Navara. Spulciando tra i bandi e le forniture della polizia di stato italiana si scopre che oltre cento di questi modelli erano stati dati dal governo italiano tra il 2022 e il 2023 al ministro dell’interno tunisino per il contrasto dell’immigrazione illegale.

Oggi i mezzi dello stesso modello vengono usati per espellere i migranti ai confini desertici della Tunisia, e non solo. Anche le forze di sicurezza di Mauritania e Marocco sono coinvolte in questo tipo di violenze.

Le Nissan sono solo una delle tracce che si intravedono tra le strade sabbiose dei paesi del Nord Africa e che oggi sono percorse da decine di mezzi stanziati dall’Unione europea e dai suoi Stati membri, tutti diretti a gettare i migranti nel nulla. Scorrendo indietro i programmi europei e gli accordi bilaterali si iniziano a vedere le prime forniture dal 2016, anno in cui la Germania ha donato alla Tunisia 25 Toyota Hilux.

L’ANNO SUCCESSIVO è sempre Berlino a fornire altre 37 Nissan Navara al ministro degli Interni tunisino. Ma la lista non finisce qui. La Spagna, finanziata per oltre 4 milioni dal fondo europeo per l’Africa, EUTF, e attraverso l’agenzia governativa per la promozione delle politiche pubbliche, la Fundación Internacional y para Iberoamérica de Administración y Políticas Públicas (FIIAPP) nel 2018 ha fornito 75 Toyota hilux e oltre cento Land Cruiser allo stato del Marocco, gli stessi modelli fotografati negli scorsi mesi durante rastrellamenti operati dalla polizia marocchina per le strade delle città alla ricerca di migranti dalla pelle scura.

Nello stesso anno infine, la FIIAPP ha donato alla Mauritania almeno 9 fuoristrada, due autobus e ha provveduto alla riparazione di due centri di detenzione a Nouakchott, la capitale del paese, e Nouadhibou, città sulla costa. Entrambi questi punti sono snodi fondamentali in cui i migranti vengono portati prima di essere espulsi verso i confini desertici del Marocco o le zone di frontiera con il Mali, dove ancora imperversano conflitti armati.

A CONFERMARE IL TUTTO ci pensa un responsabile di un centro di detenzione in Mauritania: «Questi ce li ha forniti la Spagna» dice mentre indica due autobus. Gli stessi immortalati da un video raccolto sul campo che andranno a espellere un gruppo di migranti. «Hanno pagato per questi due e per tre Hilux qui» aggiunge. Spesso i video-testimonianza di quello che succede al di là del Mediterraneo arrivano dalle stesse persone che subiscono queste violenze. Ma questo trend non è una novità per loro. Già nel 2005 si avevano notizie di migranti deportati dal Marocco dopo aver tentato di attraversare le enclavi spagnoli di Ceuta e Melilla.

Parte dei video raccolti durante questa inchiesta sono stati registrati prima del 16 luglio 2023, giorno in cui l’Europa ha deciso di stringere un patto di 105 milioni di euro con la Tunisia per contrastare l’immigrazione illegale. Eppure gli accordi sono andati avanti.

Un mese dopo la firma del Memorandum of understanding, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) aveva inviato una lettera all’Europa in cui criticava le politiche intraprese nel Nord Africa e l’appoggio offerto a governi dalle politiche sempre più razziste e discriminatorie.

In particolare l’organo delle Nazioni Unite criticava gli accordi «le cui future modalità di attuazione potrebbero comportare una possibile violazione del principio di non respingimento e dei diritti umani dei rifugiati». Su questo punto la lettera continua affermando di come manchino le linee guida per evitare che il materiale fornito dall’Ue al governo tunisino «non contribuirà – direttamente o indirettamente – alle violazioni dei diritti umani e non raggiungerà gli enti responsabili di tali violazioni». Conclude l’Alto commissariato ammonendo la politica dell’esternalizzazione delle frontiere, ormai divenuta un elemento centrale della risposta dell’Ue alla gestione della migrazione che non tiene conto del comportamento repressivo del Paese in questione.

QUESTE PAROLE sono andate perdute nel vento e i rappresentanti europei hanno continuato ad andare avanti sulla stessa strada, difendendo le scelte prese. Margaritis Schinas, commissario per la promozione dello stile di vita europeo, ha enfatizzato come, in relazione alle accuse sulle violenze commesse dalle forze di sicurezza tunisine, «l’Europa non finanzi questo tipo di tattiche, non sono incluse nel memorandum con la Tunisia e queste cose non accadono sotto il nostro sguardo».

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è spinta più in là e oltre a difendere il memorandum lo ha definito un esempio per le future relazioni con i paesi del Nord Africa. Da qui sono seguite le firme degli accordi con Mauritania, 7 marzo, Egitto, 14 marzo e Libano, 2 maggio: tutti hanno come punti principali la cooperazione per il contrasto all’immigrazione illegale.

IN TUTTA QUESTA STORIA riecheggiano le parole di François, uomo camerunense di 38 anni che nel settembre 2023 ha compiuto il suo terzo tentativo di attraversare il Mediterraneo. Intercettato dalle navi della Garde Nationale tunisina, equipaggiate con motori Yamaha, stesso modello di quelli forniti dall’Italia, è stato successivamente trasportato ed espulso nel deserto che separa la Tunisia dall’Algeria. Sono in tutto tre le volte che François è stato trasportato in mezzo al nulla dalle forze tunisine. Adesso vive ancora a Tunisi con la famiglia. Raggiunto dai reporter che hanno partecipato a questa inchiesta, ha espresso tutta la sua delusione per la situazione in cui si trova. «All’Europa non importa niente dei subsahariani. Ci considera spazzatura. Ci mette in questa situazione e continuerà a farlo finché non sarà soddisfatta».


La fragilità degli ayatollah

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Certe volte i puri fatti dicono più di cento raffinate analisi. Il presidente della Repubblica Islamica di Iran, Ebrahim Raisi, che muore insieme al suo ministro degli Esteri a bordo di un elicottero americano Bell 212 concepito negli anni Sessanta, ai tempi dello scià, simboleggia la crisi del grandioso progetto rivoluzionario avviato nel 1979 da Khomeini. La carenza di parti di ricambio causa sanzioni può spiegare la meccanica dell’incidente, a meno di non cedere alle tesi complottiste che insinuano l’ipotesi dell’attentato (israeliano, s’intende). Tra queste spicca per macabro umorismo quella secondo cui alla guida dell’apparecchio vi fosse un agente del Mossad di nome Eli Copter.

Inoltre, tragiche ironie della storia a parte, il fatto che il capo formale dello Stato persiano sia stato imbarcato col brutto tempo su un pezzo di antiquariato ne conferma la modesta rilevanza per il suo stesso regime. Infine, i festeggiamenti non troppo privati che hanno salutato a Teheran e in altre città iraniane la scomparsa di Raisi, noto soprattutto per le sanguinose repressioni di cui si macchiò in più giovane età contro seguaci dello scià e oppositori vari, ci ricordano che il grado di legittimazione del regime oscilla attorno alla linea di galleggiamento.

Congiungiamo i dati simbolico, personale e popolare per trarre qualche spunto da un evento che non cambierà la storia dell’Iran. Ma non la cambierà perché sta già cambiando.

Sul piano strategico, la guerra di Gaza con le sue diramazioni che investono l’intero arco di influenza dell’Iran — dall’Afghanistan occidentale a ciò che resta del Libano e dei “territori palestinesi” passando per Iraq e Siria, fino allo Yemen degli huti e oltre — ha infranto l’implicita intesa che aveva impedito lo scontro diretto fra Israele e Iran. La sequenza scattata con la liquidazione da parte israeliana di due potenti generali iraniani a Damasco, seguita da rappresaglia persiana e controrappresaglia israeliana, è stata declassata a recitazione di atti dovuti. Vero, oggi. Ma domani? In termini simbolici — che a quelle latitudini sono questione di vita o di morte — quella tripletta annuncia la fine dell’equazione di sicurezza per cui i due nemici perfetti avevano escluso di combattersi senza intermediari. Per restaurare la deterrenza perduta, o illudersi di farlo, Gerusalemme e Teheran hanno varcato la linea rossa, preoccupandosi di non farsi troppo male, per ora. Non ne hanno ancora fissata un’altra, ma l’antica è archiviata. Peggio: è di fatto elevata al grado nucleare.

Ormai Israele, potenza atomica non dichiarata ma effettiva, si trova di fronte un’altra potenza atomica, non dichiarata ma quasi effettiva. I tecnici valutano in settimane il tempo necessario all’Iran per dotarsi di un piccolo arsenale atomico. Accadrà se e quando il gruppo di potere militare — con residuo abbellimento teocratico incarnato da fragili ottuagenari — che guida il regime vorrà infilare fra le carte alla firma di Khamenei il relativo decreto operativo. Con tanti saluti ai tabù religiosi.

Se osserviamo insieme la crisi che scuote il governo di Gerusalemme mentre ne lacera gli apparati e l’incertezza sul futuro del regime iraniano, constatiamo che una guerra atomica in Medio Oriente è ipotesi estrema però ormai inaggirabile nelle matrici di sicurezza regionali.

Questo spiega l’attivismo diplomatico americano su entrambi i fronti. Esplicito nei confronti dell’amico israeliano, di cui disapprova la tattica adottata a Gaza e non solo. Ma attivo anche nei confronti dell’avversario iraniano, anche per impedire che venga definitivamente associato alla coppia sino-russa (ieri Putin e Xi hanno subito preso contatto con il presidente ad interim Mohammad Mokhber). Incontri riservati fra dirigenti degli apparati di sicurezza iraniani e statunitensi sono ospitati in Oman. Obiettivo: bloccare la scalata militare nella regione prima che finisca fuori controllo.

La prova del nove per il regime dei pasdaran verrà dalle prossime elezioni presidenziali, da tenersi entro cinquanta giorni. Le ultime tornate elettorali, a cominciare da quella che aveva elevato l’alquanto impopolare Raisi alla presidenza — via squalifica di ogni competitore credibile — registrano tassi di partecipazione talvolta infimi, specie a Teheran. La competizione (guidata) per il successore di Raisi non riguarda la conquista di una magistratura secondaria. Investe la legittimità del regime. Ci offrirà l’autoritratto di un regime ammalato, sì, ma dalle crescenti ambizioni strategiche, sostenute da raffinata cultura imperiale.


Willy Lubrini – Contro la morale e la Costituzione

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 


La pensione del capodicastero e quella della maestra

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Sono 17’000 i lavoratori assicurati all’Istituto di previdenza del Canton Ticino (IPCT), e  sarebbero dei privilegiati secondo il caporedattore del domenicale del Mattino della domenica, che sta conducendo una nerboruta campagna contro le Misure di compensazione decise dal Governo (con i sindacati) e dalla grande maggioranza del Parlamento per l’Istituto previdenza del Canton Ticino (IPCT). Tra questi lavoratori “nostrani” (il 95% risiede in Ticino) vi sono anche i docenti comunali di Lugano, che dipendono proprio dall’onorevole Quadri. Inoltre ci sono gli impiegati, i poliziotti, gli infermieri e gli operatori socioeducativi, dipendenti del Cantone e di altri enti assicurati dall’IPCT, una parte dei quali vive Lugano.

Tutti privilegiati da “bocciare” il 9 giugno? Le cose non stanno proprio così. La modifica della legge sull’IPCT introduce i mezzi per mantenere pensioni a livello di Migros, Coop e Città di Lugano: non esiste alcuna Rolls-Royce, contrariamente all’immaginario del Mattino della domenica. Chi è assicurato dai 25 ai 65 anni presso l’Istituto cantonale , grazie al varo delle Misure di compensazione riceverà una pensione di vecchiaia del 43% del salario assicurato. Senza queste misure di compensazione la pensione di vecchiaia IPCT crollerà al 37% del salario assicurato, dato da confrontare con il minimo di legge federale, che si situa al 34%. Ricordo che la Cassa pensioni di Lugano consente di arrivare ad una pensione di vecchiaia del 44% del salario assicurato, che è uguale alla pensione IPCT con Misure di compensazione (43%).

Se il 9 giugno l’aggressiva campagna del Mattino della domenica (e di Lega-UDC) avrà avuto come effetto di far bocciare dai Ticinesi le Misure di compensazione IPCT, il capodicastero Quadri beneficerà di una pensione normale, garantitagli dalla Cassa pensioni di Lugano presso cui è assicurato; mentre le “sue” maestre di scuola dell’infanzia e di scuola elementare no, essendo assicurate presso l’IPCT. Tutte le docenti comunali e cantonali finiranno per ricevere una pensione di vecchiaia vicina ai minimi di legge, che sarà tra le peggiori di tutta la Svizzera (settore pubblico e privato). E magari, gli assicurati IPCT, se risiedono a Lugano, finiranno per bussare agli sportelli del dicastero socialità della Città di Lugano, diretto dallo stesso on. Quadri. 

Uno scenario veramente preoccupante, sia dal profilo sociale, sia dal profilo economico, sia dal profilo dell’attrattività delle professioni del settore pubblico ticinese: scenario perciò da scongiurare, votando a favore delle Misure di compensazione IPCT il prossimo 9 giugno.

Raoul Ghisletta è municipale a Lugano (PS)
Nell’immagine: altro che Rolls-Royce


Israele-Hamas, il corto circuito del diritto

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

La decisione del procuratore capo della Corte penale internazionale di richiedere mandati di arresto per tre capi di Hamas e due leader di Israele ha un rilievo tecnico-giuridico e un risvolto politico, che andrebbero tenuti separati per un’obiettiva valutazione. Ma che, invece, finiscono inevitabilmente per contaminarsi, rendendo molto complicato lo scenario che si apre dopo la scelta di Karim Khan, lo stesso magistrato che ha incriminato Vladimir Putin per le atrocità commesse dai russi in Ucraina.

Sul piano giuridico la richiesta del procuratore è, come ha notato il New York Times, il più duro e circostanziato atto d’accusa alla strategia di Benjamin Netanyahu a Gaza, dalla quale ormai si è apertamente dissociato il presidente americano Biden, come ha ripetuto domenica 19 maggio nel discorso al Morehouse College di Atlanta. Sul piano politico, però, l’incriminazione del premier israeliano e del ministro Yoav Gallant, accomunati a tre capi di un’organizzazione terroristica come Hamas, rischia di rallentare, se non di bloccare, un percorso di normalizzazione dello scacchiere mediorientale, che si era appena aperto dopo l’incontro tra il consigliere di Biden per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman.

Gli aspetti tecnico-giuridici della decisione di Karim Khan — magistrato di grande esperienza sul tema dei crimini di guerra e contro l’umanità e che ha condotto un’indagine accurata recandosi anche sul territorio — sono notevoli e meritano attenzione, anche per l’originalità di alcune conclusioni. Tenuto conto, come dice un panel di esperti internazionali, che “l’attacco di Hamas in Israele il 7 ottobre e la risposta militare delle forze israeliane a Gaza hanno testato il sistema della legge internazionale fino ai suoi limiti”.

Ed è proprio il parere del panel, composto da sei giuristi anglo-americani (la più nota, ma non la più titolata, è Amal Clooney, moglie dell’attore George), due dei quali ex giudici della Corte penale, che è utile per capire le motivazioni che hanno portato il procuratore dell’Aia a incriminare i cinque “imputati”, mettendo sullo stesso piano il primo ministro eletto di uno Stato democratico come Israele e il capo di Hamas, Yahya Sinwar, che ha “governato” Gaza con terrore e brutalità, dopo aver messo nell’angolo l’Autorità palestinese (in questo, a dire il vero, con la compiacenza di Netanyahu per i suoi giochi di potere).

Secondo gli esperti, che convalidano le conclusioni di Khan, le motivazioni di questa equivalenza stanno nel fatto che il “conflitto in Israele e a Gaza comprende un conflitto armato internazionale e un conflitto non-internazionale che si svolge in parallelo”. E, secondo un ragionamento che, per usare le stesse parole del panel stressa le leggi internazionali fino ai suoi estremi limiti interpretativi, l’ostilità tra Hamas, definito “un gruppo armato non-Stato altamente organizzato”, “sono state sufficientemente intense da raggiungere la soglia di un conflitto non-internazionale”. Così, secondo i sei esperti, la guerra tra Israele e Hamas si salda con il “conflitto armato internazionale” tra Israele e la Palestina, giustificando la competenza della Corte penale a giudicare i leader di Israele e i capi di Hamas.

In un articolo inviato al Financial Times, per spiegare il loro parere e prevenire critiche, i sei giuristi, che definiscono il lavoro del procuratore “rigoroso, corretto e basato sulla legge e sui fatti”, affermano che “questo conflitto è forse senza precedenti… per le fratture che ha creato e, in alcuni contesti, anche anti-semitismo e islamofobia”. Ma, aggiungono, per parare critiche di parzialità, “nessun conflitto può essere sottratto alla legge, nessuna vita di un bambino vale meno di un’altra. La legge che noi applichiamo è la legge dell’umanità, non la legge di una parte”.

Ma il paradosso di questo apparentemente impeccabile documento giuridico è che, sul piano politico, finisce per rafforzare colui del quale richiede l’arresto e l’eventuale condanna (ci vorrà tempo, forse mesi, prima che la Corte si pronunci sulla richiesta del procuratore).

Perché la decisione di Karim Khan ha compattato Israele attorno a Benjamin Netanyahu. Perfino Benny Gantz, che gli aveva lanciato un ultimatum su Gaza accusando che «cinismo e obiettivi personali sono penetrati nei vertici dello Stato», si è schierato con lui definendo l’equiparazione tra Hamas e Israele «un atto di cecità morale». La stessa reazione hanno avuto i famigliari degli ostaggi, che pure continuano a protestare contro il primo ministro. E Joe Biden, che il giorno prima ad Atlanta era arrivato a sostenere le proteste non violente degli studenti, ha qualificato come «oltraggiosa» la decisione della Corte dell’Aia perché «non c’è equivalenza — ma proprio nessuna — tra Israele e Hamas».

Ora Netanyahu può sentirsi nella condizione di mandare avanti i suoi piani per un attacco a Rafah e di negare, o almeno far sospirare, il “sì” all’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita per un’estensione degli Accordi di Abramo, con la conseguente normalizzazione dei rapporti con Israele e la ripresa di un processo per creare uno Stato palestinese. La contaminazione tra il piano giuridico e quello politico rischia di creare un corto circuito, che affievolisce le speranze di pace. C’è da augurarsi che non le bruci del tutto.

Nell’immagine: il Procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan


Nel mirino dei giudici gli uomini, non i popoli

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Di Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa

Il ruolo che possono utilmente svolgere i giudici internazionali, per dare concreto effetto alla assunzione da parte della Comunità internazionale della responsabilità di prevenire e reprimere i più gravi crimini di guerra e contro l’umanità, è stato ed è tuttora controverso. Contro il modo di lavorare che è proprio di qualunque giudice – applicare le norme giuridiche ai fatti accertati – si oppone il vantaggio della duttilità propria dell’agire politico, che può arrivare addirittura a garantire salvacondotti a chi si sia reso responsabile di quei crimini. Utile o dannoso l’intervento dei giudici? Vi sono argomenti in vario senso, ma, per iniziativa delle Nazioni Unite, la scelta è stata fatta nel 1998 con lo Statuto di Roma, che ha istituito la Corte penale interazionale.

Sono 123 gli Stati che l’hanno ratificato. Vi sono importanti rifiuti. Tra gli altri non hanno accettato di partecipare al sistema della Corte, gli Stati Uniti, la Cina, la Russia, la Turchia, Israele, l’India, Pakistan: i governi più potenti. Importanti e concreti intralci al funzionamento della Corte nel corso del tempo sono venuti dagli Stati Uniti e dalla Russia. Quest’ultima ha addirittura minacciato i giudici della Corte che hanno ordinato l’arresto di Putin. E questa volta la Corte penale internazionale e il suo Procuratore sono stati oggetto di minacce, il cui contenuto non è noto, ma deve essere grave se è stato necessario farne oggetto di pubblica denuncia. La dichiarazione pubblicata dal Procuratore rende noto il quadro di prove e i crimini che si presentano ora alla valutazione dei giudici; nel contesto delle minacce ricevute, la pubblicità data serve anche a proteggere la procedura e i giudici.

Per la credibilità del diritto internazionale umanitario e per il sistema internazionale di giustizia, sarebbe drammatico che l’impegno preso dagli Stati venisse ora ignorato o addirittura trasformato in una accusa di insensibilità o faziosità politica rivolta al Procuratore e ai giudici della Corte penale internazionale. Il colpo sarebbe forse definitivo: in campo, con le loro pretese di immunità, rimarrebbero solo i governi più potenti (e aggressivi). In passato sono state rivolte alla Corte penale internazionale accuse di occuparsi solo dell’Africa e di numerosi governanti africani. Il lavoro di indagine svolto dal Procuratore della Corte penale internazionale e le conclusioni che lo hanno portato a richiedere ora alla Corte di emettere mandati di arresto per assicurare la presenza degli imputati al processo, dimostrano che quelle accuse di parzialità e discriminazione non erano fondate. È in corso un conflitto che vede impegnato il Procuratore della Corte penale internazionale ad indagare crimini internazionali da una parte e dall’altra. La Corte penale internazionale giudica persone, non Stati, e la responsabilità penale è personale. Con l’istituzione della Corte penale internazionale – che generalizza l’esperienza fondamentale dei processi di Norimberga e Tokio – è stata esclusa ogni forma di immunità legata alle funzioni di vertice statale svolte dai responsabili dei crimini elencati dallo Statuto della Corte. Si tratta di una Corte diversa dalla Corte internazionale di giustizia, che invece giudica il comportamento degli Stati. Davanti a quest’ultima Corte pende un procedimento, allo stadio preliminare, in cui è stata prospettata e non esclusa la commissione di genocidio da parte dello Stato d’Israele. Dal comunicato del Procuratore apprendiamo che le sue richieste di mandati di arresto riguardano tre capi di Hamas, nonché il primo ministro israeliano Netanyahu e il ministro della difesa Gallant. L’elenco dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità contestati agli uni e agli altri sono diversi ma tutti di estrema gravità. Ai capi di Hamas con riferimento ai fatti del 7 ottobre 2023 e successivi, si contestano i crimini di guerra e contro l’umanità di sterminio, omicidio, presa ostaggi, violenze sessuali e torture contro gli ostaggi.

Ai governanti israeliani, il Procuratore contesta i crimini di guerra e contro l’umanità di aver affamato la popolazione di Gaza come metodo di guerra, di aver commesso omicidi e stragi di civili, di aver inferto danni fisici e alla salute della popolazione civile, di aver compiuto persecuzione di un’intera collettività causandole gravi sofferenze. Fatti tutti da inquadrare in una punizione collettiva della popolazione civile, unitamente allo scopo di eliminare Hamas e liberare gli ostaggi.

È difficile dire se il grave punto di arrivo della indagine del Procuratore e la decisione che seguirà da parte dei giudici, servano alla pace. Sarebbe però gravissimo che gli Stati (e l’Unione Europea) non dessero peso e conseguenze ai fatti che il Procuratore espone e ai crimini corrispondenti. Il sistema internazionale di giustizia verrebbe messo nel nulla. Mentre forte è l’esigenza esposta dal Procuratore in chiusura del suo comunicato, che “le leggi internazionali umanitarie, fondamento della condotta umana durante i conflitti, si applichino in modo eguale a tutti gli individui… Ciò proverà tangibilmente che le vite di tutti gli esseri umani hanno egual valore”.

Nell’immagine: la sede della Corte penale internazionale, all’Aia


Giorgio Orelli, l’attenzione vigile e i suoi scritti sull’arte

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Di Massimo Gezzi, il manifesto

La relazione tra pittura e poesia è antichissima: basterebbe richiamare il celebre assioma di Orazio, ut pictura poësis, per ricordare che i poeti hanno da sempre percepito e teorizzato una affinità tra queste due arti in realtà piuttosto distanti, non fosse altro che per la diversità dei codici (semantico la poesia, asemantico la pittura) che esse utilizzano.

È sempre illuminante, dunque, leggere le pagine di critica d’arte scritte da un poeta, specie se quel poeta possiede l’intelligenza e la sensibilità di Giorgio Orelli, di cui l’editore ticinese Casagrande ha recentemente pubblicato, a cura dell’ottimo Ariele Morinini, Struttura luce poesia. Gli scritti sull’arte. Sull’esempio del grande maestro Gianfranco Contini, di cui fu allievo all’università di Friburgo, a partire dal 1950 Giorgio Orelli si cimenta per una sessantina d’anni (l’ultimo intervento è datato 2013, anno della sua morte) in una serie non fittissima di scritti d’arte, confrontandosi soprattutto con l’opera di pittori e scultori amici e conterranei come, per citare solo i più ricorrenti in queste pagine, Ubaldo Monico, Massimo Cavalli, Giovanni Genucchi e Pierino Selmoni.

SI TRATTA DI CONTRIBUTI originariamente apparsi su quotidiani, cataloghi di mostre, riviste, opuscoli di sala e volantini di invito, nei quali la voce di Orelli risuona con la consueta verve e forse con un tono particolarmente affabile e quasi familiare, specie quando si abbandona, soprattutto negli scritti meno antichi, alla narrazione biografico-aneddotica. Ariele Morinini, sia nell’introduzione sia nel ricco saggio finale che correda il volume, illustra con acume e limpidezza la qualità e le caratteristiche dello sguardo di Orelli sull’arte figurativa, che al poeta ticinese interessa proprio quando si propone come poesia, ovvero come «sintesi essenzialmente lirica»: sulla scorta di un celebre motto di Saba fin troppo citato e travisato, Orelli ammira negli artisti elettivi la «profonda onestà» che permette loro «di non recitare farse», di agire «con molta fedeltà alla natura della propria ispirazione», evitando gli eccessi e il tecnicismo (che non è sinonimo di tecnica), così come gli intellettualismi o la radicalità delle tendenze più contemporanee.

Tra i passaggi più godibili e indicativi della concezione di Orelli dell’arte, ci sono per esempio le righe in cui ammira «l’attenzione vigile, affrenatrice» che permette a Massimo Cavalli di dominare «l’eccitabilità che avrebbe potuto incoraggiarlo a una “azione” più diretta», o le ironiche geremiadi sull’esplosione della pop art alla Biennale di Venezia del 1964, o ancora il sospetto verso gli «eccessi di certo espressivismo avventuroso» che l’amico scultore Giovanni Genucchi sa evitare.

ORELLI PREDILIGE insomma gli artisti che chiama, con un termine machiavelliano, «respettivi», ovvero quelli che in ogni tempo, «dal Trecento in su, fino a Morandi» (pittore amatissimo), hanno saputo dare «esempi di un’arte davvero essenziale per definizione, che contiene i propri motivi per entro il suo parlar segreto, di qualità intima». Con il che si arriva a un altro pregio di questo libro: se è vero infatti che quest’ultima definizione richiama quella che Montale propose per la sua stessa poesia («un frutto che dovesse contenere i suoi motivi senza rivelarli»), il lettore incontrerà in queste pagine una fitta ragnatela di citazioni e di rimandi letterari che si stratifica nel tempo e serve anche a illuminare meglio l’opera poetica dello stesso Orelli, come accade non di rado leggendo gli scritti sull’arte dei poeti che, come lui, possiedono «una visione aperta e permeabili delle arti» (Morinini) e un orecchio e un occhio sensibilissimi

Nell’immagine: Giorgio Orelli


Allarmi o inutili speranze. La dittatura teocratica non cambierà

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

A scelta, “matrioska” o “scatola cinese”. Così è la struttura dell’Iran sciita. Componenti incastonati all’interno, struttura esternamente compatta.

Dentro un minimo di interlocuzione politica, ma di fatto incastrata in la confezione istituzionalmente saldata, lasciata in eredità dall’ayatollah Khomeini. Difficile se non (ancora) impossibile da sradicare, vincere, azzerare dal basso. Regime teocratico, che all’occorrenza più che ad Allah si rifà a Ciro il Grande quando si tratta di rianimare la lontana grandezza della nazione, come accade spesso negli ultimi tempi. Probabilmente inutile, perciò, immaginare che la morte del capo dello stato Ebrahim Raisi, deceduto col suo ministro degli esteri nell’elicottero sfracellatosi fra le nebbie e le montagne al rientro dall’Azerbaigian, possa decapitare politicamente il paese e destrutturarne l’impianto istituzionale.

Non ingannino troppo le manifestazioni di giubilo (fuochi d’artificio, meme, dileggio e feroci battute sui social) che ancora ieri sera, quando la notizia non era ufficiale, nelle regioni contestatrici e soprattutto quella curda, hanno tifato per la possibile scomparsa del numero due della gerarchia islamica. Per mantenersi al potere, la dittatura religiosa ha ancora buone riserve di forze repressive, e (soprattutto nelle campagne) anche di adesione popolare pagata a suon di preziosi sussidi economici e sociali. Del resto, lo scomparso non era certo un politico particolarmente apprezzato. Semmai una sorta di zelota, un irriducibile, un esecutore senza tentennamenti della faccia peggiore del regno integralista.

Fin da quando, giovanissimo, venne inserito in uno dei cosiddetti “Comitati della morte”, giurie locali con pieni poteri che, nell’applicazione distorta ed estrema della ‘sharia’, in tutto l’Iran procedettero a migliaia di incarcerazioni ed esecuzioni dei giovani che per primi tentarono una contestazione organizzata. Un Raisi mai protagonista in proprio (come accadde per altri religiosi usciti dai seminari di Qom), ma via via promosso soprattutto per la sua spietata fedeltà. Quindi: per tre lustri vice-procuratore generale (si racconta che per accertarsi dell’esecuzione delle pene si presentasse spesso alle impiccagioni), capo dal 2014 del sistema giudiziario, personalmente colpito dalle sanzioni occidentali per violazione dei diritti umani, e dopo un primo timido tentativo finalmente eletto presidente tre anni fa, ma con la più bassa percentuale di partecipazione al voto nella storia della nazione islamizzata.

Eletto, soprattutto, per volontà della guida suprema Alì Khamenei, l’ultraottantenne che su tutto ha l’ultima parola, dalle candidature di vertice fino a quanta parte del corpo deve coprire il volto e il corpo femminile. Ebrahim Raisi era dunque personaggio in simbiosi perfetta, anche se casuale, con le necessità e le urgenze repressive del regime nell’ultimo biennio: per prosciugare con violenza il dissenso dell’impavido movimento “Donna, vita, libertà” (centinaia di morti, migliaia di incarcerati per mano della “polizia morale”, stupri, torture, forche in azione, decine di intellettuali finite e finiti nel terribile carcere Evin a Teheran), e contrastare anche le spinte autonomiste-indipendentiste di alcune minoranze (Kurdistan, Beluchistan). Per attraversare tutto questo mare di terrore Raisi era il navigatore perfetto.

Lo era anche per assecondare le strategia dei “Guardiani della rivoluzione”, il potente braccio armato della “guida suprema”, da 100 a 120 mila combattenti (in Iran l’esercito ha ruolo comprimario), “Stato nello Stato”, controllore di buona parte dell’economia del paese, architetto di quella strategica “mezza luna sciita”, o comunque pro-Teheran, con cui la Repubblica ha organizzato focolai a propria difesa, dall’Hezbollah libanese, ai filo-iraniani irakeni, alla guardia nazionale siriana, agli houti yemeniti sentinelle dello stretto Bab-el-Mandeb che introduce al Mar Rosso, e naturalmente ad Hamas nell’inferno di Gaza, in parte essenziale eterodiretto da Teheran. Non per nulla israeliani e americani hanno operato letali attacchi selettivi proprio contro i suoi leader più influenti e in costante missione nei territori alleati: dal generale Qasem Soleimani ucciso a Bagdad, al comandante Reza Zahedi colpito a Damasco.

Nell’Iran ufficialmente in lutto, ci potrà dunque essere relativa e contenuta guerra per una successione che comunque verrà alla fine dettata da Kamenei e dai Guardiani. Ma non ci sarà vuoto di potere. Non a caso l’insistere sulla “continuità” istituzionale è stata la prima preoccupazione nell’iniziale dichiarazione della Guida suprema, quando più nulla faceva ormai sperare che il capo dello stato fosse sopravvissuto alla sciagura aerea.

Fra le nebbie, garantiscono gli esperti, non finirà anche la stabilità del regime. Che proprio ora deve temere come non mai la tentazione dell’attacco preventivo da anni sognato da Israele (e finora spenta da Washington), tentare di dotarsi dell’arma nucleare (non mancherebbe molto), consolidare l’alleanza con Russia e Cina, che hanno velocemente incorporato l’Iran degli ayatollah, in cerca di protettori, nel cosiddetto “Sud globale” che intendono pilotare in blocco contro ‘l’egemonia’ occidentale. Scelta di Mosca e di Pechino per cui ci sarebbe da scandalizzarsi, visto ciò che la Repubblica islamica rappresenta contro lo stato di diritto e contro “il corpo delle donne”. Ma a che servirebbe? Mosca e Pechino non sono per nulla interessati alla sostanza dei governi amici o da reclutare. La democrazia, anche internamente, non è certo nelle loro agende. E del resto, non fu un capo della Casa Bianca (Lyndon Johnson) ad affermare che “i generali golpisti e dittatori sud-americani sono dei figli di puttana, ma sono i ‘nostri’ figli di puttana”? Amen.

Nell’immagine: Ebrahim Raisi


Due pedalate nel Medioevo

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Ci sono libri che suscitano semplicemente una sana invidia. Perché si intuisce che chi li ha scritti si è preso tutto il tempo necessario per immaginarli, concepirli, pianificarli, viverli, raccogliere con tutta calma le informazioni tenendo nel contempo bene aperta la porta a eventuali sorprese. Poi la stesura e il confezionamento possono anche essere stati fatti in tempi record, come vogliono le dinamiche commerciali, ma nulla tolgono alla sana impostazione iniziale. E poiché siamo in ambito medievale, verrebbe voglia di parafrasare un celebre titolo di Jacques Le Goff: Tempo della Chiesa, tempo del mercante… e tempo dei due cavalieri solitari della bicicletta Antonini e Ferretti, che muniti persino di stemma araldico che allude alle loro sudate fatiche (è uno dei meriti della grafica del libro) hanno attraversato l’Europa da sud a nord, da Assisi a Bruges, alla ricerca della vera essenza del Continente, spinti da una fascinazione che deve averne alleviato di molto gli sforzi.

Quello di Jacques Le Goff (1924-2014) non è un nome richiamato a caso, perché “Monsieur Moyen âge” è stato davvero il terzo pellegrino silente di questo viaggio; di più, una sorta di Virgilio – come lo chiamano gli autori – che con la sua guida sicura ha dettato i passi con intelligenza in quell’epoca affascinante e tormentata che furono i mille anni tradizionalmente attribuiti all’Età di Mezzo, dal V al XV secolo dell’era cristiana (ma il dibattito è tuttora aperto). Di Le Goff si pubblica alla fine del volume un collage di interviste raccolte a Parigi da Antonini nei suoi ultimi anni di vita, e se affianchiamo le sue parole alle generose pagine introduttive firmate dalla scrittrice Marta Morazzoni e da Federico Fioravanti, l’ideatore del Festival del Medioevo di Gubbio, non possiamo che giungere alla medesima conclusione: il Medioevo non fu l’epoca buia che ci hanno insegnato a scuola. O comunque non solo: basterebbe citare quelle due-tre invenzioni di non poco conto come le università, le cattedrali, le banche, il formato-libro (il codice manoscritto) e poi la stampa a caratteri mobili, senza dimenticare le rivoluzioni agricole e più in generale il rilancio dell’economia internazionale su base borghese che ha rappresentato la vittoria finale della città sul contado (la Svizzera delle origini ne sa qualcosa). Quei mali che per pigrizia, a scuola come nei media, continuiamo ad attribuire al Medioevo – dall’inquisizione spagnola alla caccia alle streghe – sono infatti in gran parte tipici dell’epoca cosiddetta “moderna” (XVI-XVII secolo). Per i dubbiosi consiglio i podcast di Alessandro Barbero che smontano tre falsi miti come quelli dello ius primae noctis, della terra piatta e delle paure dell’anno mille. Tutte invenzioni e misinterpretazioni successive.

Per tornare al libro, introdotto da una presa di posizione che è già una dichiarazione d’intenti (“Sopravvivrà davvero qualcosa della nostra epoca, sfilacciata nelle sue incertezze, nella sua laicità incapace di costruire un’etica alternativa, nel suo approccio individualistico e nella sua struttura liquida”), gli autori hanno individuato un format che funziona molto bene: ognuna delle 33 tappe del viaggio tra l’Umbria e le Fiandre, per un totale di 2’315 chilometri, presenta una piantina, una traccia GPS scaricabile con il cellulare e una cronaca in tempo reale di Ferretti su “come sono andate le cose” dal punto di vista del loro viaggio (non senza simpatici aneddoti e considerazioni pratiche utilissime su ristoranti e alloggi: unico appunto, il libro è un mattone da comodino e non una pratica guidina tascabile…); a seguire, le pagine di Antonini sui principali monumenti e i fatti storici che caratterizzano i luoghi attraversati in giornata. Cercarli sulla mappa dell’Europa è un vero piacere: si incontrano luoghi irrinunciabili (Assisi, Perugia, Arezzo, Siena, Lucca, poi Lucerna e Berna, Beaune, Digione, Reims, Gand, Bruges) e altri in cui si inciampa quasi per caso, ma che non per questo mancano di svelare i loro segreti (da Pienza ad Angera, da Pontarlier a Namur). Il viaggio ha percorso a ritroso un bel pezzo della via francigena, barando soltanto un po’ perché i pellegrini medievali, a piedi, percorrevano 25-30 km al giorno e non i 70-90 dei nostri ciclisti. Per farsi perdonare non resterebbe che completarla da Assisi in giù, verso Bolsena, Viterbo, Roma, e poi Lucera di Puglia (la città musulmana voluta da Federico II) per chiudere in bellezza nella Sicilia normanna. E perché non un attraversamento dell’Europa da ovest a est? Da Santiago alle città tedesche su su fino alla Livonia o magari diritti fino a Praga… Insomma, i due cavalieri del pedale sembrano già pronti a una nuova partenza. Ne volessero un terzo, compatibilmente con gli impegni professionali e familiari, dovrebbero soltanto fare un fischio: uno di quelli che hanno appreso per richiamare il falcone.


La miglior amica dell’Europa è la Generazione Z

Soldi, bus e fuoristrada ai paesi del Nord Africa. Per deportare i subsahariani nel deserto 

Di Ilvo Diamanti, La Repubblica

Siamo alla vigilia del voto per rinnovare il Parlamento Europeo. Una scadenza importante non solo per l’Europa. Anche per l’Italia, dove il voto ha già assunto un significato politico “interno”. Per valutare i rapporti di forza fra partiti di maggioranza e opposizione. E dentro alla maggioranza e all’opposizione. La fiducia nei confronti dell’Unione Europea, fra gli italiani, appare in calo di 3 punti, negli ultimi mesi.

Secondo il recente sondaggio condotto da Demos oggi è scesa al 36%. Ma 10 punti meno rispetto al 2022. Si tratta, peraltro, di un ritorno alla “normalità”. Perché l’atteggiamento verso l’UE, in Italia, è divenuto “prudente”. Anche se in passato fortemente “europeista”, come hanno rilevato le indagini condotte da Demos per LaPolis – Università di Urbino. Questo clima d’opinione era, comunque, “bilanciato” dall’orientamento di fronte alla possibile uscita dall’UE. All’exit, già avvenuta nel Regno Unito. In caso di referendum, infatti oltre il 70% degli italiani affermano che “voterebbero No”.

Confermando l’adesione alla UE molto meno rischiosa che un percorso in solitudine. Per questa ragione avevamo definito gli italiani “Europeisti con riserva”. O, in alternativa, “Europei nonostante”. Per prudenza. Perché fuori dall’Unione i rischi per il Paese e, dunque, per i cittadini, sarebbero elevati. Non è un caso che la “curva della fiducia” raggiunga il livello più elevato nel biennio 2021-22. Quando l’Italia ottiene quasi 200 miliardi di euro, nell’ambito del Pnrr, redatto, allora, dal governo guidato da Mario Draghi. Successivamente, però, il sentimento dei cittadini si “raffredda”. O meglio si “normalizza”, perché i problemi di bilancio persistono. E le prospettive economiche e dei redditi non appaiono più positive. Così lo sguardo sull’Europa si annebbia. Oscurato da altri problemi che irrompono. In particolare, la guerra in Ucraina. La valutazione nei confronti della UE fra i cittadini è, comunque, influenzata da alcuni fattori. In primo luogo, come sempre, la preferenza politica e di partito.

Il consenso all’UE, infatti, è più ampio a Centro Sinistra. Supera di poco i due terzi fra gli elettori vicini a Stati Uniti d’Europa, ma oltre il 60% anche fra chi sostiene Alleanza Verdi e Sinistra. E poco più sotto (58%) nella base del PD e Azione. Il favore per l’UE scende al 46% fra gli elettori potenziali del M5s, che, nel Parlamento Europeo, ha una presenza limitata, anche per il suo passato “euro-scettico”. Ma fra coloro che guardano a Centro Destra e a Destra lo sguardo europeo è, sicuramente, più negativo. I sostenitori della Lega e dei Fd’I, infatti, mostrano un grado di fiducia verso l’UE del 35%, una misura che sale di poco nella base di FI (36%).

Il giudizio varia in modo evidente anche (e soprattutto) in base all’età. Infatti, la differenza “cresce” via via che “cresce” l’età. Raggiunge il massimo livello di “confidenza” fra i più giovani, con meno di 30 anni. E quindi “cala” al 42% fra chi ha fra 30 e 44 anni. Al 30% — e anche meno — fra gli adulti e gli anziani. (Un dato che mi fa sentire un po’ “più giovane”. O “meno anziano”, visto il mio convinto europeismo).

Il giudizio sulla Presidente Ursula Von der Leyen, fra gli italiani, riproduce l’opinione sull’UE. Com’era prevedibile. Così scende al 37%, dopo avere sfiorato il 60% negli anni del Covid. In particolare, nel 2022. Gli orientamenti politici, in questo caso, riflettono quelli verso l’UE. Anche se le valutazioni “personali” appaiono più elevate rispetto a quelle “istituzionali”, verso l’Unione.

Tuttavia, il clima d’opinione cambia sensibilmente quando lo sguardo si sposta su Mario Draghi. In passato, Presidente della BCE. E, attualmente, indicato come possibile successore di Von der Leyen alla guida della Commissione Europea. Una scelta che otterrebbe un largo sostegno, in Italia, visto che il favore per Draghi, nel sondaggio di Demos, sfiora il 60%. Il consenso nei suoi confronti è prossimo all’80% fra gli elettori vicini al PD e ad Alleanza Verdi-Sinistra. Ma va oltre, fra chi si schiera con Stati Uniti d’Europa, e Azione. Comunque, si avvicina o supera il 70% nella base del Centro-Destra. Mentre si ferma la 59% fra chi è vicino al M5s. D’altra parte, Draghi, nel febbraio del 2022, è stato chiamato a “sostituire” Giuseppe Conte, leader del M5s. Il quale, a sua volta, l’ha “sfiduciato”, pochi mesi dopo. A conferma che la “personalizzazione” della politica coinvolge i partiti, e le istituzioni. Senza confini.

Per questo occorre ri-volgersi alle prossime elezioni europee con attenzione. Consapevoli che, senza l’Europa, il futuro diventa difficile e complicato. Per noi. Ne sono consapevoli soprattutto i più giovani, come conferma il sondaggio di Demos. E i giovani sono il futuro.

Nell’immagine: Mario Draghi