Quei giochetti che all’elettore non piacciono

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Da diversi anni, pur continuando a seguire attentamente quanto succede in quell’ambito, non occupo più cariche pubbliche. Le elezioni comunali sono alle spalle, i ballottaggi pure. Senza stravolgimenti, senza grandi sorprese, all’insegna di una sostanziale stabilità: limitandoci ai Municipi, l’opinione pubblica – quella che ha votato, degli assenti parlerò tra poco – ha quasi sempre riconfermato chi si ripresentava per un nuovo mandato. Neppure l’affacciarsi di nuove formazioni o nuove alleanze sul piano locale o cantonale ha sostanzialmente mutato il quadro.

Sottolineate le eccezioni di Vico Morcote (82.3%, dove si contrapponevano tre liste civiche), Airolo (79.4%), Cevio (78.4%; anche qui tre liste civiche) e Bissone (77.8%), a preoccupare è, ancora una volta, il fatto che, mediamente, su 10 aventi diritto di voto, almeno 3 se non 4 sono rimasti a guardare, o forse hanno addirittura girato lo sguardo dall’altra parte.

Eppure, le Comunali sono l’appuntamento che, più delle molte votazioni (spesso tecniche e complicate da decifrare) in calendario, più delle Federali e delle Cantonali, riesce ancora a richiamare le generazioni anagraficamente più vecchie.

Ad ogni tornata l’elenco delle presunte cause della disaffezione crescente si ripete: troppe liste, spesso ad hoc, nate quasi per caso; troppi candidati raccolti qua e là, che accettano, ma subito fanno gli scongiuri per non essere eletti; un quadro sempre più confuso e frammentato, anche all’interno delle grandi aree di pensiero; una diffusa mancanza di cultura politica; la cronica latitanza di giovani che potrebbero spingere altri giovani – confrontati con problemi simili ai loro – a votarli; una generica – pigra, comoda e confusa – de-ideologizzazione in atto che spinge parecchi a dire “la politica non mi interessa, i partiti sono tutti uguali” (“hinn tücc istess”), un po’ come accade nelle Parrocchie dai banchi sempre più vuoti (“sono cattolico, mi sono anche sposato in chiesa, ma non ho bisogno di intermediari: io parlo direttamente con Dio”).

Infine, ad allontanare ancor più dal voto possono contribuire anche alcuni espedienti che la Legge cantonale sull’esercizio dei diritti politici (LEDP, art. 58) permette, ma che a mio giudizio dovrebbero essere invece rivisti. In un Comune ticinese che conosco molto bene (non so se il fatto sia avvenuto anche altrove), un candidato brillantemente eletto in Municipio, che ha così contribuito, nella fattispecie, all’agognato raddoppio del suo Partito (il PLR), la sera dopo, più o meno improvvisamente, rinuncia e cede il proprio posto a un Municipale in carica che non era stato rieletto. Mi sono messo nei panni di quelle elettrici e di quegli elettori che, chiedendo un rinnovamento nelle persone, hanno votato il candidato rinunciatario fidandosi del suo impegno durante la campagna elettorale, del suo volantino, e dando per scontato che se uno si mette in lista, poi è disposto, in caso di elezione, a onorare l’impegno preso.

La storia elettorale ticinese è ricca di episodi come quello citato, tanto nelle elezioni per il Gran Consiglio che in quelle comunali. Questo non basta, però, a far digerire a tutti simili stratagemmi che – in assenza di motivazioni davvero serissime, in primis di salute – dovrebbero semplicemente essere vietati dalla legge. Prima di mettersi in lista, inoltre, chiunque dovrebbe verificare fino in fondo e con coscienza la propria disponibilità, capacità, volontà di onorare l’impegno preso. Se ha dei dubbi, se sussistono potenziali conflitti d’interesse, se manca il tempo, lasci perdere.

A spingermi, per una volta, a parlare di politica, è anche il dibattito in corso in Italia attorno alle elezioni europee del 9 giugno: alcuni leader (Schlein, Meloni, Tajani, Renzi, Calenda) hanno scelto di figurare sulle rispettive liste pur occupando ruoli istituzionali e/o di partito che difficilmente (soprattutto ai primi tre) permetteranno di partecipare regolarmente alle sedute del Parlamento europeo. Lo fanno per ragioni di marketing elettorale, per raccogliere voti di lista, per provare a trascinare alle urne chi ancora potrebbe essere attirato dai loro volti che affollano quotidianamente i teleschermi e le pagine dei giornali.

Beh, a mio parere non è corretto e – pur certo che anche quello dell’Avvocato del popolo sia un calcolato marketing elettorale – sto con Conte. Egli ha proposto un disegno di legge che decreti l’incandidabilità al Parlamento europeo di Strasburgo dei parlamentari italiani in carica. “Questo inganno collettivo che si sta consumando a danno dei cittadini non sarà più possibile” ha detto l’ex Presidente del Consiglio italiano commentando la sua iniziativa (“Corriere della Sera” del 14 maggio 2024, p. 17)

Perché, anche nel Canton Ticino, non intraprendere un passo legislativo che impedisca – se non in casi eccezionali e motivati – rinunce che non corrispondono alla volontà espressa dalle elettrici e dagli elettori? O che, quantomeno, fissi in almeno 1 o 2 anni la permanenza minima in carica di un eletto, sempre che non sussistano ragioni serie e gravi tali da consentirgli di abbandonare la carica?

È, ripeto, una questione di rispetto: della democrazia e della volontà di chi, partecipando, la alimenta e la mantiene in salute cercando di arginare la crisi di fiducia in corso. Altrimenti, la prossima volta, scornato da simili giochetti, l’esercito degli assenteisti potrebbe allargarsi ulteriormente. La scheda senza intestazione, che tanto preoccupa chi opera nei Partiti, è espressione di una libera scelta. Tutti insieme dovremmo invece preoccuparci molto di più di fronte a chi ha da tempo rinunciato del tutto a esprimersi, cestinando la busta con il materiale di voto. È quella la realtà che dovrebbe allarmarci di più!

Nell’immagine: un prezioso diritto nella spazzatura


Non a spese del paesaggio

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Lo spettro dell’industrializzazione della montagna si sta avvicinando. Con la legge sull’elettricità in votazione il prossimo 9 giugno, non priva di spunti interessanti, è in gioco la protezione della natura. Questa legge mira infatti ad accelerare le procedure pianificatorie per l’installazione di turbine eoliche e parchi solari anche in aree naturali meritevoli di tutela. Contro le ordinanze emanate dal Consiglio federale non sarà possibile lanciare un referendum, le opposizioni o i ricorsi saranno inutili: è quindi una legge che si prospetta perniciosa anche perché andrà a restringere la sovranità del popolo.

I fautori del SÌ, comprese non poche associazioni ambientaliste, affrontano la questione con proclami salvifici quando, nei fatti, a prevalere sono il credo dei grandi gruppi industriali e le convenienze nazionali – anche nel contesto della cosiddetta transizione energetica: va sempre più di moda colorarsi di verde per acquistare credibilità e vendere meglio. Il capolavoro consisterà poi nell’autorizzare (e sovvenzionare) anche qualche parco fotovoltaico in odore di speculazione, con buona pace dei progetti perlomeno validi. È l’altra faccia della corsa ai sistemi definiti non inquinanti.

Fatto curioso: le associazioni ambientaliste favorevoli agli impianti fotovoltaici in montagna sono le stesse che proteggono una fauna (i grandi predatori) che mette direttamente in ginocchio l’economia pastorale, contribuendo a fare strame dell’arte casearia. In aggiunta, c’è la palese contraddizione fra il ripristino di paludi, praterie, tratti di fiume, e l’accettazione di deroghe per l’installazione di parchi solari in altitudine: si promuove il recupero di uno stagno e nel contempo si va a massacrare il paesaggio con enormi superfici ricoperte di pannelli fotovoltaici.

In Svizzera, alcuni di questi progetti su larga scala sono già stati bocciati alle urne, come per esempio il parco solare di Orsières, VS (150’000 m2) e il maxiparco di Surses, GR (660’000 m2, per un totale di 20’000 economie domestiche). Anche in Francia da tempo la popolazione si sta muovendo per cercare di circoscrivere il dilagare di impianti fotovoltaici. Esemplare è il caso – recentissimo – della vasta rete in corso di realizzazione nelle Alpi dell’Alta Provenza: secondo i calcoli degli oppositori, nella regione della montagna di Lure (cara a Jean Giono, l’autore del romanzo “L’uomo che piantava alberi”) sono già stati disboscati 144 ettari di bosco per far posto a 12 centrali fotovoltaiche. Altri 523 ettari potrebbero presto essere disboscati a vantaggio delle multinazionali dell’energia, che stanno puntando i terreni per installare i loro pannelli a costi concorrenziali. L’autunno scorso, per diversi mesi una delegazione di oppositori si è battuta contro l’ennesimo parco solare, in costruzione sopra Cruis (un villaggio di 700 abitanti nelle Alpi dell’Alta Provenza). “È un progetto che va letteralmente contro natura,” asseriva uno dei dimostranti. “Abbattere alberi – i nostri serbatoi di carbonio – per impiantare pannelli solari in nome della decarbonizzazione è totalmente assurdo”.

Il pericolo che qualcosa del genere avvenga anche in Svizzera non è così irreale. Lo scempio provocato da queste nuove centrali su territori meritevoli di protezione dovrebbe far desistere da subito non solo i promotori ma anche la politica. Su un aspetto così fondamentale, l’agire dei politici non dovrebbe permettersi distrazioni. Invece, purtroppo, se la nuova legge sull’elettricità dovesse essere approvata, i rappresentanti dello Stato non faranno che ribadire il loro ruolo, che sarà quello di rimuovere gli ostacoli alla realizzazione dei progetti.

Fra l’altro, prenderanno parte alla corsa alle energie cosiddette pulite anche società finanziarie che non hanno niente a che vedere con la progettazione e l’installazione di parchi fotovoltaici; si muoveranno in modo piuttosto perentorio (come sta già succedendo) per sondare la possibilità di attivarsi in questa direzione. Viene ovviamente da chiedersi se i loro intenti siano davvero ambientalisti e/o filantropici, o non si tratti piuttosto di pura speculazione. Al momento le analisi preliminari nonché una verifica del bilancio costi / benefici sono a dir poco embrionali. Tuttavia, in ossequio a una strategia commerciale e politica, in varie circostanze questi promotori hanno enfatizzato l’assenza di problemi o addirittura lasciato intendere di aver già avuto le necessarie conferme.

È triste vedere come si consideri il territorio non come valore in sé con le sue ricchezze naturali e culturali, bensì come portatore di profitto. Il primo passo per una migliore politica energetica non è aumentare la produzione, bensì risparmiare e sfruttare il potenziale del fotovoltaico su edifici e infrastrutture esistenti.

Troppo spesso ci si dimentica della funzione protettiva delle terre alte nei confronti del piano. La cultura cittadina e imprenditoriale è poco incline a riconoscere alla montagna questo ruolo fondamentale. Scriveva Virgilio nel 36 a.C.: “Cura la montagna se vuoi salvare il piano”. La Svizzera si appresta a fare l’esatto contrario.

La natura ha una sua sapienza con la quale sarà impossibile non fare i conti.


Governi sordi alle proteste dei giovani

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Di Nathalie Tocci, affarinternazionali

Cosa hanno in comune le proteste nelle università americane e le manifestazioni in Georgia? Apparentemente poco. L’oggetto è anzitutto diverso. Nel primo caso, gli studenti hanno occupato i campus universitari per protestare contro la guerra di Israele a Gaza, invocando un cessate il fuoco immediato. I giovani hanno denunciato non solo il governo israeliano di Benjamin Netanyahu ma anche l’amministrazione di Joe Biden per il massacro di 35 mila palestinesi, la distruzione pressoché totale di Gaza e la carestia dilagante causata dalle restrizioni degli aiuti umanitari nella Striscia. In Georgia la manifestazione è contro la cosiddetta “legge russa”, ossia una normativa – attualmente al vaglio del parlamento a Tbilisi dove il partito governativo filorusso Sogno georgiano ha la maggioranza – che ricalca una legge russa usata per sopprimere la società civile, erodendo la democrazia in una delle sue dimensioni vitali. La normativa prevede che un’organizzazione debba autodenunciarsi come “agente straniero” qualora riceva più del 20% dei finanziamenti da fonti non-georgiane. La legge, oltre che minare la sopravvivenza di una società civile libera e quindi della democrazia liberale, rappresenta un segnale preoccupante della potenziale influenza di Mosca sul Paese, nonostante il suo recente riconoscimento come candidato per entrare nell’Unione europea. Bidzina Ivanishvili, il magnate georgiano e fondatore del partito Sogno georgiano, è noto per le sue simpatie filorusse e le sue critiche virulente contro l’Occidente. Il contenuto delle due proteste è quindi totalmente diverso: in un caso riguarda la guerra in Medio Oriente, il rispetto del diritto internazionale e la politica estera americana, nell’altro le pulsioni imperialiste della Russia e la difesa della democrazia in Georgia.

Luci e ombre delle proteste dei giovani

La forma e l’evoluzione delle manifestazioni sono altrettanto diverse. Quella nei campus americani non è priva d’ombre: le posizioni espresse da alcuni studenti hanno rasentato l’antisemitismo o il sostegno aperto a Hamas. Inoltre, si sono verificati casi di vandalismo e intimidazione. Il Presidente Biden ne ha denunciato la violenza e le espressioni di antisemitismo, ribadendo tuttavia che le proteste pacifiche e la piena libertà d’espressione sono sacrosante in una democrazia liberale ed escludendo dunque l’intervento della Guardia Nazionale per sopprimerle. In Georgia le cose sono andate in modo drammaticamente diverso: la polizia è intervenuta violentemente, con lacrimogeni, cannoni d’acqua e bombe a mano contro i manifestanti, ferendone centinaia e arrestandone decine. L’uso spropositato della violenza è stato denunciato non solo dalla società civile georgiana, ma anche da quella internazionale, dalle istituzioni europee e dalla Presidente della Georgia Salome Zourabichvili, il cui ruolo è però sostanzialmente cerimoniale. Mentre dunque negli Stati Uniti il governo, pur sotto accusa dei manifestanti, ne difende i diritti, in Georgia quest’ultimi vengono calpestati violentemente dalle forze governative. 

Quali sono i punti comuni tra le due proteste?

È altrettanto importante sottolineare ciò che accumuna le due proteste: entrambe sono guidate da giovani manifestanti. Gli studenti americani, in netto contrasto alle generazioni più vecchie nel Paese, reclamano con forza la responsabilità del loro governo, ma anche dei loro atenei, nel mettere fine alla catastrofe umanitaria a Gaza. Invocano il disinvestimento delle università da Israele e reclamano la sospensione degli aiuti militari americani, senza i quali la guerra di Netanyahu probabilmente volgerebbe al termine. La critica nei confronti dell’amministrazione Biden è di non fare abbastanza e sicuramente di non fare tutto ciò che è nel suo potere per mettere fine a quella che gli studenti considerano, giusto o sbagliato, una guerra genocida. Al netto delle opinioni sulla guerra a Gaza e fatta naturalmente eccezione dei casi di violenza e discriminazione, è una generazione di ragazzi che ha a cuore i diritti nel loro Paese e nel mondo. Anche la stragrande maggioranza dei manifestanti nelle strade e piazze di Tbilisi sono ragazzi, attaccati all’indipendenza, alla libertà e alla democrazia del loro Paese, convinti che l’unico modo per proteggerle dalle ambizioni imperiali russe sia attraverso l’integrazione nelle organizzazioni euroatlantiche. È difficile immaginare che queste proteste non avranno un forte impatto sulle elezioni parlamentari del prossimo autunno.

In entrambi i casi, il governo rimane impassibile. Biden, pur difendendo il diritto di protestare pacificamente, ha esplicitamente rifiutato di rivedere la propria politica (a oggi fallimentare) in Medio Oriente: gli studenti sono liberi di manifestare dunque, ma le loro richieste verranno ignorate. Il governo georgiano è deciso a fare altrettanto e il parlamento procede imperterrito: la legge russa – la cui approvazione era stata sospesa lo scorso anno a seguito di proteste simili – è ora passata in seconda lettura e si avvia a breve alla terza e ultima lettura in parlamento. Tuttavia, né in Georgia né negli Stati Uniti le proteste cesseranno, che siano in strada oppure espresse alle urne a tempo debito. Sarebbe bene che gli adulti, testardamente aggrappati alle proprie posizioni, iniziassero finalmente ad ascoltare.

Nell’immagine: protesta notturna all’Università di Los Angeles

 


Quante donne e bambini sono morti a Gaza? La difficle interpretazione dei dati ONU

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Di Matthew Mpoke Bigg, Lauren Leatherby e Abu Bakr Bashir, La Repubblica

Le Nazioni Unite hanno cominciato a riportare numeri molto più bassi sulle donne e i bambini uccisi nella Striscia di Gaza, ammettendo che le informazioni sul numero di persone uccise durante l’offensiva militare israeliana nel territorio palestinese sono incomplete.

Quante persone sono morte a Gaza

Ancora il 6 maggio l’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite riferiva, nei suoi comunicati regolarmente aggiornati su internet, che su un totale di 34.735 morti si contavano almeno 9.500 donne e 14.500 bambini. Due giorni dopo, in un altro aggiornamento online, ha riportato cifre differenti: 4.959 donne, 7.797 bambini e 10.006 uomini uccisi. Il numero complessivo dei morti è rimasto più o meno lo stesso, ma un funzionario dell’Onu ha detto che per circa 10mila delle vittime l’organizzazione attende dalle autorità di Gaza dati identificativi più precisi e che per questo motivo non sono stati inclusi nella scomposizione in uomini, donne e bambini.

Questa variazione nei dati (e la confusione sulla discrepanza), ha gettato benzina sul fuoco del dibattito sulla credibilità delle informazioni fornite dalle autorità di Gaza sul numero di abitanti della striscia morti a causa del conflitto. La quantità di vittime tra donne e bambini è considerata un indizio importante, anche se incompleto, del numero di civili uccisi, una questione centrale nelle critiche rivolte alla conduzione della guerra da parte di Israele.

Due fonti diverse

La correzione nei dati è arrivata perché le Nazioni Unite hanno cominciato a fare riferimento a una fonte più prudente (il ministero della Sanità di Gaza) invece di usare i dati dell’Ufficio stampa del governo di Gaza, come avevano fatto nelle ultime settimane. Entrambi gli organismi fanno parte del governo di Hamas nell’enclave.

Molti funzionari di organizzazioni internazionali ed esperti che conoscono bene il metodo usato dal ministero della Sanità per verificare i morti a Gaza, che consiste nel mettere insieme i dati che arrivano da obitori e ospedali in tutto il territorio, dice che i numeri forniti in generale sono affidabili.

Il ministero afferma che il conteggio delle donne e dei bambini uccisi è basato sul numero totale di persone di cui è riuscito a verificare con certezza l’identità, 24.840 individui in tutto alla data del 13 maggio.

Ci sono altre 10mila persone che sono state uccise, dice il ministero, ma per le quali non dispone dei nomi completi, dei documenti di identità ufficiali o di altre informazioni necessarie per accertare con sicurezza la loro identità. È per questo motivo che non sono state incluse nel dato sulla scomposizione in uomini, donne e bambini riportato dalle Nazioni Unite, secondo alcuni funzionari. «Ci sono altri diecimila cadaveri e passa, all’incirca, che non sono ancora stati pienamente identificati», ha detto lunedì Farhan Haq, un portavoce dell’Onu. Ha poi aggiunto: «I dettagli – quanti di loro sono bambini, quanti di loro sono donne – saranno inseriti una volta che sarà stato interamente completato il processo di identificazione».

Haq ha detto che le Nazioni Unite si stanno basando sui dati forniti dal ministero della Sanità, come «in tutti i precedenti conflitti». Ha aggiunto che avevano cominciato a utilizzare i dati dell’Ufficio stampa del governo perché il ministero aveva smesso temporaneamente di mandare rapporti, ma che ora che ha ripreso ad aggiornare il conto delle vittime l’Onu ha ricominciato a usare quello.

Che cosa dicono Israele e altri detrattori?

Le autorità israeliane dicono di non credere al conteggio delle vittime fornito dal ministero della Sanità di Gaza. Un portavoce delle forze armate, il tenente colonnello Nadav Shoshani, ha rimarcato che il ministero non distingue tra combattenti e civili nelle sue statistiche. Ha detto anche che Israele considera ogni vittima civile come una tragedia.

Dopo che la correzione al ribasso da parte dell’Onu del numero documentato di donne e bambini uccisi nella guerra, il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Israel Katz, ha definito i nuovi dati «la miracolosa risurrezione dei morti a Gaza», affermando che l’Onu aveva preso per buoni «dati finti forniti da un’organizzazione terroristica».

Elliott Abrams, storico commentatore della destra americana, ha scritto in un articolo per il Council on Foreign Relations, domenica, che diventa «sempre più evidente che questi numeri sono propaganda di Hamas».

Ma i dati citati dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non sono drasticamente differenti da quelli usati dalle Nazioni Unite. La scorsa settimana il premier ha detto che le forze israeliane avevano ucciso circa 14mila combattenti di Hamas e 16mila civili, per un totale che si aggira intorno alle 30mila vittime, senza specificare come siano stati calcolati questi numeri.

I nuovi dati sono considerati credibili?

Un segnale che il governo americano considera attendibili le cifre sulle vittime fornite dalle autorità sanitarie di Gaza l’ha dato il presidente Joe Biden quando ha citato il numero totale nel suo discorso sullo stato dell’unione di marzo. Le Nazioni Unite pubblicano le statistiche del ministero della Sanità di Gaza su un sito web e gli altri esponenti del Palazzo di Vetro vi fanno spesso riferimento.

Qualche settimana fa il ministero ha pubblicato l’ultimo elenco che riporta nel dettaglio l’identità di tutti quei caduti che è stato possibile identificare con certezza. Ha pubblicato anche una serie di rapporti dettagliati per spiegare come compila queste statistiche.

All’inizio della guerra, quando qualcuno contestò l’attendibilità delle cifre fornite, il ministero pubblicò una lista di nomi, età e documenti identificativi dei morti. I ricercatori della Scuola di igiene e medicina tropicale di Londra hanno analizzato quei dati in un rapporto pubblicato a novembre sulla rivista The Lancet e non hanno trovato «nessuna ragione evidente per dubitare della loro validità».

Come vengono compilate le statistiche sulle vittime

Esperti internazionali che hanno lavorato con funzionari sanitari di Gaza durante questa e altre guerre dicono che gli ospedali e gli obitori nella striscia raccolgono e segnalano i nomi, i documenti di identità e altri particolari delle persone che vengono uccise nel territorio.

Il conteggio dettagliato esclude migliaia di persone la cui scomparsa è stata dichiarata agli ospedali ma che si pensa siano sepolte sotto le macerie. Sono conteggiate come decedute solo quando viene ritrovato il corpo.

L’Ufficio stampa del governo di Gaza ha sempre fornito un bilancio delle vittime simile a quello del ministero della Sanità, ma con dati differenti, e spesso più alti, riguardo al numero di donne e bambini uccisi.

Ismail al-Thawabateh, il direttore generale dell’ufficio, ha detto in un’intervista che il ministero della Sanità elenca e classifica un individuo come deceduto solo quando tutti i suoi dati anagrafici sono stati documentati e verificati da un congiunto. Non ha spiegato perché il suo ufficio abbia usato una scomposizione delle vittime tra uomini, donne e bambini basata sul numero di morti complessivo.


Grande regista del traffico di cocaina. Il pesante sospetto sul dittatore ex sandinista

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Nel porto di Vado Ligure sono stati trovati l’altro giorno dalla guardia di finanza 116 chili di cocaina nascosti in sacchi di caffè provenienti dal Nicaragua. Il valore dei 102 pacchetti di droga ammonterebbe a 7 milioni di euro. Il container era stato inizialmente scaricato da un cargo interoceanico nel porto di Genova, per poi essere smistato in quello minore savonese. Gli inquirenti stanno cercando ora di risalire ai destinatari della merce.

Non è la prima volta che container con stupefacenti giunti dal Nicaragua vengono scoperti in Europa. Appena il 10 gennaio scorso la dogana russa aveva sequestrato oltre una tonnellata di cocaina nel porto di San Pietroburgo, confezionata in mille pacchetti (che portavano la sigla BBB e DIOR) per un valore di ben 120 milioni di euro. Nulla si è saputo dei risultati delle successive indagini; e men che meno ci sono stati commenti da Managua. Cosi come nell’ottobre scorso erano stati intercettati nel porto franco di Malta 40 panetti di cocaina provenienti anch’essi dal paese centroamericano, stavolta celati in un carico di noccioline.

Ma, per rimanere in Italia, già dieci anni fa il Nucleo Investigativo dei carabinieri di Roma aveva condotto l’indagine “Bate” che portò a scoprire un giro di coca gestito da una ditta dei Castelli Romani che lavorava pietra imbarcata nel porto di Corinto (sul pacifico nicaraguense) al cui interno era nascosta la polvere bianca in container giunti in vari scali italiani. Gli inquirenti disposero allora una ventina di arresti di implicati pugliesi e calabresi, che a loro volta la collocavano nel mondo dello spaccio.

Secondo il programma tv “Esta Semana”, diretto da Carlos Fernando Chamorro, ex direttore (durante la rivoluzione) dell’organo del Fronte Sandinista Barricada e oggi costretto all’esilio in Costarica, il transito di stupefacenti in Nicaragua sarebbe gestito direttamente dal clan della famiglia del presidente Daniel Ortega e della sua vice (e consorte) Rosario Murillo. Che sceglierebbe di volta in volta il relativo cartello con cui collaborare. Del resto il consuocero della coppia presidenziale, Francisco Diaz, è nientemeno che il capo della polizia in Nicaragua, che è poi quella che supervisiona i movimenti del narcotraffico in loco. Non è un caso che negli ultimi anni i suoi agenti abbiano intercettato presunti carichi di droga ogni volta incredibilmente accompagnati da centinaia di migliaia di dollari cash. Cosa mai accaduta nelle rotte della droga nel resto dell’America Latina. A conferma di come non si trattasse altro che di “lavaggio” di denaro indebitamente piovuto nelle mani degli Ortega.

Del resto a Managua non si muove foglia che la tutto fare Murillo non voglia. Ogni cosa è da lei millimetricamente preordinata. Compresa la relazione con i cartelli narco, come ha assicurato a “Esta Semana” Javier Melendez, ex direttore dell’Istituto di Studi Strategici e Politica Pubblica, fatto chiudere dal regime dopo la ribellione studentesca soffocata nel sangue nel 2018. Da allora tutta l’opposizione politica, sociale, dei media e persino della chiesa cattolica è stata via via cacciata dal paese o ha dovuto andarsene. Mentre i business del transito della cocaina, delle miniere d’oro, del legname e del passaggio dei migranti verso gli Stati Uniti si è ulteriormente consolidato nelle mani della dinastia orteguista.

Prova ne sia la notizia di questi ultimi giorni dell’ex presidente di destra di Panama, Ricardo Martinelli, che ha scelto di rifugiarsi proprio nell’ambasciata del Nicaragua nella capitale panamense per scampare a una condanna a dieci anni di carcere per riciclaggio di denaro sporco. Proprio lui che fino a un paio di mesi prima era il candidato favorito alle recenti presidenziali. Gli è comunque subentrato il suo delfino, José Raúl Ulivo, che la prima cosa che ha fatto una volta eletto è stata proprio quella di recarsi all’ambasciata nica per farsi fotografare col proprio mentore Martinelli. Chiaro il messaggio.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immagine: la coca sequestrata


Leggere male e capire peggio

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Qualche tempo fa, appoggiandosi alle conclusioni di uno studio effettuato dall’Istituto di economia pubblica svizzera dell’Università di Lucerna, Lorenzo Quadri affermava che tale lavoro accademico comprovasse l’assioma per il quale l’immigrazione sarebbe una specie di sciagura nazionale.

Già il fatto che Quadri prenda per buono uno studio universitario è una buona notizia, visto che da quel che scriveva per lui le università sono solo luoghi buoni per diffondere “la narrazione della casta spalancatrice di frontiere”, la quale le controllerebbe e le finanzierebbe, ma naturalmente si può sempre cambiare opinione e farlo può anche essere atto di intelligenza.

Incuriosito sono andato a cercare lo studio lucernese, che probabilmente per interessare il consigliere nazionale, municipale e giornalista si vede che in qualche modo deve essere riuscito a sfuggire alla lunga mano dei “poteri forti mainstream spalancatori di frontiere”, ed ho messo a confronto le sue conclusioni, almeno quelle esposte nel suo riassunto, con quello che di queste conclusioni e di chi sostiene tesi politiche differenti ha compreso Quadri. Ecco cosa ne è uscito.

Dice Quadri: “Immigrazione = ricchezza ossia l’immigrazione fa crescere il PIL. FALSO. In Svizzera, si legge nello studio, dal 2000 il PIL pro capite al netto dell’inflazione è cresciuto del 23%. Altri paesi, ad esempio la Germania, hanno registrato una crescita analoga, ma con molta meno immigrazione”.

Lo studio lucernese riporta effettivamente il paragone tra la crescita del PIL pro capite svizzero e tedesco, aggiunge che solo una piccola parte della crescita del PIL pro capite negli anni può essere attribuita all’immigrazione, ma avverte anche sul fatto che le stime sono soggette a una grande incertezza, che non abbiamo studi posteriori al 2013 e che il PIL non è probabilmente un misuratore corretto. Ma soprattutto lo studio lucernese non ci dice che cosa sarebbe successo senza l’immigrazione, la quale ha occupato molti posti di lavoro che altrimenti sarebbero rimasti vuoti o si sarebbero trasferiti all’estero per mancanza di addetti. Su questo primo punto il minimo che si può dire è che, anche se fosse vero che una maggiore quota di immigrazione non significa per forza maggiore ricchezza, o perlomeno maggiore ricchezza significativa, ciò non ha comunque per conseguenza che sia vero l’assunto contrario, ovvero “blocco dell’immigrazione = benessere”.

Dice ancora Quadri: “L’alta immigrazione è indispensabile per colmare le carenze di manodopera. FALSO. Dopo 22 anni di immigrazione oggi le aziende che affermano di avere difficoltà nel reclutamento di personale sono al livello più alto dal 2004, ossia dall’inizio delle misurazioni”.

Qui le conclusioni dello studio sono riportate in maniera piuttosto “addomesticata”. Lo studio lucernese indica infatti che l’elevata immigrazione porta in Svizzera molti lavoratori qualificati, ma anche che essa non ha eliminato la carenza di questa manodopera. Contrariamente a quel che sostiene il consigliere nazionale, municipale e giornalista, l’immigrazione ha quindi colmato una parte delle carenze di manodopera, ma non tutte. Il paradosso sta però nel fatto che per colmarle tutte avremmo bisogno di maggiori afflussi di stranieri, non di minori afflussi, come vorrebbe Quadri. Ad ogni buon conto gli studiosi lucernesi indicano che i lavoratori immigrati creano altro lavoro, poiché per ogni posto di lavoro creato in un’azienda orientata all’export per un lavoratore qualificato immigrato si creano da 0,6 a 1,4 posti di lavoro nell’industria locale.

Continua Quadri: “Si trasferiscono qui solo cittadini comunitari che hanno un lavoro. FALSO. Il 40% degli immigrati UE, ovvero quasi la metà, è arrivato per ricongiungimento familiare. Quindi completamente al di fuori da logiche di mercato del lavoro”.

Il dato riportato è corretto, ma non ha nulla di nuovo. È la conseguenza del fatto che l’accordo sulla libera circolazione Svizzera/UE riconosce finalmente i lavoratori come tali, non come schiavi moderni, al contrario di quanto faceva la Svizzera precedentemente con il famigerato statuto degli stagionali. Essendo uomini o donne, non solo braccia prestate all’economia, hanno spesso una famiglia, e ci mancherebbe anche che la lasciassero oltre frontiera per far piacere a qualcuno.

Termina Quadri: “Gli immigrati pagheranno le pensioni agli svizzeri. FALSO. Gli immigrati non finanziano nemmeno le proprie, di pensioni. A lungo andare, infatti, le rendite che percepiscono sono superiori ai contributi che pagano”.

Lo studio lucernese indica in realtà un’altra cosa, ovvero che attualmente l’immigrazione allevia i problemi strutturali dell’AVS (in Svizzera ci sono 4 pensionati ogni 10 persone in età lavorativa, nel caso degli stranieri questo rapporto è attualmente di 1 a 10), ma dice correttamente anche che questo rapporto cambierà in futuro, perché anche gli stranieri invecchiano. Intanto per ora essi contribuiscono al finanziamento dell’AVS.

L’immigrazione è quindi descritta nello studio lucernese con le sue luci ed ombre, com’è normale che sia per un fenomeno così complesso. Non viene né santificata né demonizzata.

I ricercatori indicano come nessuno abbia ancora studiato approfonditamente gli effetti dell’immigrazione sulle infrastrutture del nostro Paese, e il consigliere nazionale, municipale e giornalista nel suo commento coglie l’occasione, pur senza dati a disposizione, per affermare che essi sarebbero certamente negativi. Io non ho alcun dato per dire se la supposizione di Quadri sia vera o meno, ma se lo fosse egli dovrebbe chiedersi perché ha riempito per anni paginate e paginate di invettive contro i frontalieri, che proprio perché tali, non consumano nulla di queste infrastrutture, salvo quelle dedicate al trasporto. Detto altrimenti, se gli immigrati residenti non vanno bene, almeno quelli che vengono ad occupare i posti di lavoro che altrimenti sparirebbero e che non impattano su scuole, ospedali, servizi ecc. dovrebbero essere benvenuti, sempre che siano pagati correttamente dai datori di lavoro nostrani in modo da non costituire fattore di dumping, o no?

Attendiamo un altro studio accademico capace di sfuggire alle sgrinfie dei poteri forti mainstream spalancatori di frontiere che ci spieghi questa contraddizione. Nel frattempo impariamo a leggere bene i documenti e a cercare di capirli per quel che dicono davvero, la democrazia se ne gioverebbe.

Nell’immagine: quando si distorcono i fatti e le cifre


Moniti storici per il presente

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Nell’arena politica anche la storia diventa materia di scontro. Come sosteneva Orwell, controllare il passato vuol dire controllare il presente e quindi porre le basi dell’egemonia, dall’informazione (stampa, radio, televisioni, canali sociali, fondazioni culturali) alle scuole di ogni ordine e grado. In Italia la destra al potere non esita a detronizzare i dirigenti che appartengono al campo avverso, o che semplicemente non manifestano simpatie per questo o quel partito. Ma il passato è coriaceo, non tollera il rovesciamento dei fatti e delle responsabilità accertate dalle testimonianze e dall’ingente archivio delle fonti.

Di qui il continuo tentativo di riscrivere determinati episodi ricorrendo a perifrasi (v. l’uso di libertà al posto di Liberazione), oppure minimizzando il contributo dei repubblichini alle stragi naziste. Ogni fase che ha segnato il ventennio mussoliniano subisce una ripulitura semantica, che si tratti della marcia su Roma, la Resistenza, il 25 aprile. Vedremo tra qualche settimana (la data è il 10 giugno) come verrà ricordato dal governo il delitto Matteotti: non siamo sicuri che gli eredi del neofascismo si aggregheranno alle commemorazioni.

Come detto, la tecnica più efficace consiste nell’occupare in modo sistematico i centri nevralgici. Di qui passa il flusso informativo che permette di orientare umori e preferenze della cittadinanza. La strategia è tanto più efficace quanto più la società è disgregata, frammentata, sfiduciata nei confronti del sistema dei partiti. Anche verso quelle formazioni che un tempo garantivano un collante robusto, fatto di programmi e valori difesi da gente onesta. Un pur breve sguardo alla progressiva ascesa del fenomeno fascista all’indomani della Grande Guerra del 14-18 permette di comprendere come le istituzioni dell’Italia liberale siano precipitate anno dopo anno nel gorgo dell’intimidazione e della violenza.

Il caso Salvemini

Nella scuola il primo passo verso la «normalizzazione» dei rapporti tra corpo docente e autorità avviene del dicembre del 1925, tramite il decreto legge in cui si dispone l’esonero dal servizio di tutti i funzionari statali (e dunque anche degli insegnanti) «che non diano per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori d’ufficio piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si ponessero in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo». La più illustre vittima di questo decreto sarà lo storico Gaetano Salvemini, che già qualche mese prima aveva scelto di auto-esiliarsi a Londra. Nella lettera in cui comunicava al rettore dell’Università di Firenze la sua rinuncia alla cattedra, Salvemini osservava: «Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, ormai, completamente, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento della Storia – quale io lo intendo – perde ogni dignità, perché deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e ridursi a servile adulazione del partito dominante, oppure a mere esercitazioni erudite, estranee alla coscienza morale del maestro e degli alunni».

Nel 1928 Salvemini avrebbe dovuto far tappa in Ticino per un ciclo di conferenze, dietro invito delle cerchie antifasciste, ma le autorità federali (Motta) e cantonali (Cattori) opposero il veto per non guastare le relazioni con l’Italia. In una lettera inviata ai giornali, uno dei protagonisti della vicenda, lo scrittore Francesco Chiesa, motivò la decisione con queste parole: «Mi sono rifiutato a invitare Gaetano Salvemini, non certo perché io disconosca il suo valore scientifico, ma perché non credo opportuno che la nostra scuola inviti una persona la quale, fuori di patria, ha assunto un atteggiamento così aperto di battaglia contro il Governo del suo paese. Governo che indipendentemente da ogni consenso o dissenso dottrinale, rappresenta per noi l’Italia».

Il giuramento del 1931

Il secondo giro di vite interviene nell’ottobre del 1931. Il regime impone a tutti i professori attivi negli atenei italiani di giurare fedeltà a Vittorio Emanuele III e al Duce. La formula è la seguente: «Giuro di essere fedele al Re, ai suoi Reali successori e al Regime Fascista, di osservare lealmente lo Statuto e le altre leggi dello Stato, di esercitare l’ufficio di insegnante ed adempiere tutti i doveri accademici col proposito di formare cittadini operosi, probi e devoti alla patria e al Regime Fascista. Giuro che non appartengo né apparterrò ad associazioni o partiti la cui attività non si concilii con i doveri del mio ufficio». Aderiscono oltre milleduecento docenti, solo dodici rifiutano la firma. Le conseguenze sulle carriere accademiche degli oppositori, come pure sul destino dei loro familiari, saranno pesanti.

Per la difesa della razza

La terza discriminazione, la più nota e probabilmente la più infame, sopraggiunge nel novembre del 1938 e porta il titolo «Provvedimenti per la difesa della razza italiana», 29 articoli in cui i legislatori (sempre il Re e Mussolini) escludono dal consorzio umano tutti gli ebrei e i loro figli, anche coloro che sette anni prima avevano prestato giuramento.

Il Corriere della Sera, nell’edizione dell’11 novembre 1938, riporta la misura in prima pagina a caratteri cubitali: «Le leggi per la difesa della razza approvate dal Consiglio dei ministri». Seguiva una sintesi degli articoli: «I matrimoni misti sono proibiti – La definizione di “ebreo”, le discriminazioni e l’annotazione allo Stato Civile – L’esclusione dagli impieghi statali, parastatali e di interesse pubblico – Le norme concernenti le scuole elementari e medie e gli insegnanti». Danno man forte, sulla base di una presunta scientificità, i cattedratici fieramente razzisti, con notazioni quali «la popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana». E ancora «Esiste ormai una pura “razza italiana”». Farneticazioni, certo, ma che gettarono nella miseria più nera l’intera comunità ebraica presente nella penisola da secoli.

Il lettore, giunto a questo punto, si chiederà se l’attuale destra italiana non sia tentata dall’imboccare strade scivolose, prossime alle «democrature» dell’Est. Noi non vogliamo crederlo. Gli antidoti, benché infiacchiti da un’opposizione spesso scombinata e litigiosa, conservano ancora il loro principio attivo. Tuttavia è meglio stare all’erta, come i casi sopra elencati insegnano.

Scritto per laRegione


Le dieci tradizioni svizzere nella lista dell’UNESCO

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Di Alexandra Andrist, tvsvizzera.it

L’elenco dei Patrimoni culturali immateriali dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) non va confuso con quello dei Patrimoni mondiali. La prima riguarda le tradizioni che si tramandano di generazione in generazione, la seconda i beni culturali e naturali.

Dopo che l’anno scorso la pratica del canto lirico in Italia è stata iscritta nella lista, un altro tipo di canto potrebbe entrarne presto a far parte: in aprile la Svizzera ha infatti presentato al comitato UNESCO la candidatura dello jodel.

Nel comunicato stampa, l’Ufficio federale della cultura (UFC) sottolinea che “nonostante lo jodel sia ben radicato nella popolazione, la salvaguardia e lo sviluppo di questa tradizione per le generazioni future richiedono impegno”.

Presentando la candidatura, l’UFC ha anche esposto le misure concrete per sviluppare la tradizione di questo canto senza testo e senza parole molto radicato in diverse regioni della Svizzera. Ad esempio, sono previste nuove offerte formative e iniziative per promuovere le nuove leve e sensibilizzare il pubblico

Dal 2009, presso l’Università di Scienze Applicate e Arti di Lucerna è possibile conseguire un diploma in jodel. L’istituto offre una specializzazione in questo canto nell’ambito di una laurea in musica popolare.

La Svizzera conta attualmente dieci tradizioni iscritte nella lista dell’UNESCO. La prima è stata presentata e approvata dall’organizzazione dell’ONU nel 2016.

Un festival che si svolge una volta ogni generazione

Ad avere questo onore è stata la Fête des Vignerons – la Festa dei viticoltori – che si tiene a Vevey. Rende omaggio alla tradizione vinicola della regione, che comprende i vigneti terrazzati del Lavaux, iscritti nell’altra lista dell’UNESCO, quella del Patrimonio mondiale.

La manifestazione si svolge nella città sulle rive del Lago Lemano a intervalli irregolari, tra i 14 e i 28 anni. Il primo festival si tenne nel 1797 e fu la prima cerimonia pubblica in cui vennero premiati i migliori viticoltori della regione.

La data di svolgimento è decisa dalla Confraternita dei viticoltori di Vevey. L’ultima edizione si è tenuta nel 2019 e durante le tre settimane ha attirato un milione di persone. L’arena costruita appositamente è stata la più grande mai allestita nel centro di una città svizzera, con 20’000 posti a sedere e cinque palchi.

Il ‘clou’ della manifestazione è uno spettacolo organizzato in quest’arena che si affaccia sul lago. Nel 2019 la rappresentazione ha riunito 5’500 attori e comparse, 900 cantanti e 240 musicisti. Per l’occasione sono stati realizzati in Italia 6’000 costumi.

Se in passato questi spettacoli avevano una forte connotazione religiosa, oggi sono “diventati una celebrazione laica del duro lavoro e della fertilità della natura e attingono ad allegorie pagane e a costumi e simbolismi giudaico-cristiani”, spiega la Confraternita dei viticoltori.

La data della prossima festa non è ancora stata annunciata.

Il Carnevale di Basilea

Il Carnevale di Basilea, una delle poche città protestanti in cui la tradizione è sopravvissuta dopo la Riforma, è stato inserito nella lista dell’UNESCO nel 2017.

Le prime tracce documentate di questo evento nella città sulle rive del Reno risalgono al 1418. I festeggiamenti iniziano al suono dei pifferi e dei tamburi alle 4 di mattina del lunedì successivo al Mercoledì delle Ceneri e durano 72 ore.

Le cosiddette ‘clique’, i gruppi carnevaleschi della città, sfilano per le vie del centro indossando sgargianti costumi per il cosiddetto Morgestraich. Al pomeriggio del lunedì e del mercoledì si svolge invece il corteo, famoso per i suoi carri allegorici.

Il carnevale di Basilea – sottolinea l’UNESCO – “contribuisce alla coesione sociale, promuove la tolleranza attraverso la critica sociale e aiuta a salvaguardare il dialetto locale”.

Nel 2024, la festa ha attirato oltre 200’000 persone. Tra i temi più popolari di quest’ultima edizione: il cambiamento climatico, l’intelligenza artificiale, il 150° anniversario dello zoo di Basilea, il film Barbie, le guerre in corso nel mondo, l’acquisizione del Credit Suisse da parte di UBS e l’inflazione.

Tecniche tradizionali

Quando pensiamo alle tradizioni culturali, pensiamo a determinati eventi, alla cucina, alla musica e all’arte, ma raramente a tecniche particolari.

Eppure, nel 2018 due di esse sono state inserite nella lista UNESCO: la gestione del rischio valanghe e l’arte dei muri a secco.

Assieme all’Austria, la Svizzera si è vista riconoscere i suoi metodi di gestione del rischio valanghe.

Nell’inverno 1950-1951 le slavine uccisero nel Paese quasi 100 persone. L’anno delle valanghe, come fu poi soprannominato, diede il via all’introduzione di una serie di misure per mitigare i rischi.

La Svizzera ha sviluppato una serie di strategie: dall’addestramento dei cani da soccorso all’analisi del manto nevoso, dalla documentazione alla formazione delle guide alpine, fino alla costruzione di infrastrutture di protezione.

Dal 1° novembre al 30 aprile, una rete di osservatori di valanghe si alza ogni mattina intorno alle 6 per verificare la presenza di neve fresca e raccogliere dati. Queste persone eseguono un carotaggio per esaminare il manto nevoso. I dati vengono poi inviati all’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos e trasformati in previsioni e modelli giornalieri dettagliati.

L’UFC spiega che un “ampio e informale corpus di conoscenze” sulle valanghe si è tramandato di generazione in generazione. “Questo sapere tradizionale è in costante sviluppo, in quanto il know-how storico è combinato con le tecnologie più moderne”.

La seconda tecnica, che non concerne però solo la Svizzera ma anche altri Paesi europei, è l’arte dei muri a secco. Si tratta di una tecnica costruttiva che prevede l’accatastamento di pietre l’una sull’altra, senza l’utilizzo di malta, cemento o collanti, se non talvolta di terra secca. Questi muri – sottolinea l’UFC – “fanno parte del paesaggio svizzero e sono una testimonianza della cultura edilizia e artigianale rurale; rappresentano inoltre un ambiente prezioso per piante e animali, perché favoriscono la biodiversità”.

“Le strutture in pietra a secco sono sempre realizzate in perfetta armonia con l’ambiente e la tecnica esemplifica un rapporto armonioso tra esseri umani e natura”, scrive dal canto suo l’UNESCO.

Elevazione fisica e spirituale

La Svizzera è nota per i suoi splendidi paesaggi alpini. Non è quindi una sorpresa che l’alpinismo, l’arte di scalare le montagne, sia stato inserito nella lista del patrimonio immateriale dell’UNESCO nel 2019.

Tuttavia, l’alpinismo va oltre l’aspetto puramente fisico della scalata: è anche la conoscenza dell’ambiente di alta montagna, la storia e i valori che queste persone appassionate incarnano. Una parte essenziale della mentalità alpinistica è il senso di squadra e di comunità, rappresentato dalla corda che collega gli uni agli altri, scrive l’UFC.

Mentre c’è chi scala le vette per sfiorare il cielo, a Mendrisio, nel Canton Ticino, le Processioni della Settimana Santa avvicinano le persone credenti a Dio.

Iscritte nell’elenco UNESCO nel 2019, si tratta di due momenti ben distinti. Il Giovedì Santo la processione è una ricostituzione storica della Passione di Gesù Cristo, con circa 270 personaggi che percorrono le vie del borgo ticinese.

Il Venerdì Santo è invece il momento più spirituale e solenne: le luci della città vengono spente e le vie si illuminano coi trasparenti con immagini sacre montati su cornici di legno e che fungono da lampioni.

L’artigianato svizzero

L’orologeria fa parte del Patrimonio culturale immateriale solo dal 2020. Storicamente è stata un’attività a conduzione familiare, tramandatasi di generazione in generazione.

È una pratica – scrive l’UNESCO – che si trova “all’incrocio tra scienza, arte e tecnologia”.

Quando la Svizzera ha presentato la candidatura per inserire questa attività nell’elenco, sono state presentate delle misure per salvaguardare questa tradizione, tra cui la documentazione, la formazione e la comunicazione per sensibilizzare ed evidenziare il valore tradizionale dell’orologeria svizzera.

L’orologeria ha fatto molto di più che modellare l’economia svizzera. Ha anche plasmato la realtà sociale del Paese, trasmettendo molti dei suoi valori culturali, come il lavoro manuale ben fatto, la pazienza e, naturalmente, la puntualità.

Le cosiddette fabbriche di cattedrali sono un’altra delle tradizioni che la Svizzera condivide con alcuni Paesi europei. Nate nel Medioevo, queste fabbriche riunivano tutti quei laboratori artigianali che avevano le competenze necessarie per costruire le imponenti chiese delle città più importanti.

Oggi questa rete di laboratori si riferisce piuttosto a organizzazioni o gruppi che si riuniscono per restaurare edifici tradizionali.

Queste botteghe salvaguardano le usanze e le tecniche tradizionali delle varie professioni e le conoscenze vengono tramandate di generazione in generazione e al di là delle frontiere.

Tradizioni agricole svizzere

Tra maggio e giugno e poi a fine estate, nelle regioni alpine svizzere capita spesso di incrociare mandrie di mucche decorate con corone floreali e accompagnate da contadini e contadine in abiti tradizionali. È la salita all’alpeggio o rispettivamente la discesa.

Oltre a costituire un elemento importante per l’industria casearia svizzera, la stagione alpestre, una pratica documentata fin dal Tardo Medioevo e diventata patrimonio mondiale immateriale dell’UNESCO nel 2023, rappresenta un mix di competenze, usanze e rituali che creano forti legami economici e sociali nel mondo agricolo e tra le comunità montane.

A far parte della lista dal 2023 è anche la tecnica di irrigazione utilizzata in diverse regioni delle Alpi, le cosiddette “bisses”. Le “bisses” sono canali di irrigazione costruiti diversi secoli fa per portare l’acqua dai ghiacciai ai terreni coltivali.

Storicamente, la costruzione di una bisse era spesso uno sforzo comunitario. Il tempo che un individuo doveva dedicare alla costruzione di una bisse era calcolato in base alla superficie di terreno agricolo che utilizzava.

In Svizzera, la maggior parte delle bisse è lunga tra i cinque e i dieci chilometri. Quella di Saxon, in Vallese, è la più lunga, con i suoi 28 chilometri.

Traduzione di Daniele Mariani


Ben venga Maggio

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Di Enrico Lombardi, laRegione

Mezzo secolo, un’eternità. Dentro un tempo sempre più a breve termine, chiuso in un presente senza prospettiva, senza profondità storica, capita di ritrovarsi d’un tratto in una stagione, come quella attuale, in cui il mondo studentesco è tornato prepotentemente a manifestare in piazza e ad occupare sedi universitarie anche in Svizzera. Così, riemerge dalla memoria un passato che anche in Ticino, nel nome di “impegno”, “ribellione”, “rivolta”, trovava negli studenti un moto che metteva insieme ansie, aspirazioni ed una forte contrapposizione verso quello che era sentito come “sistema”, ingiusto e repressivo.

Certo, erano allora passati pochi anni dal “famigerato” ’68, da quel movimento innovatore straordinario che ha avuto nel maggio francese e nella battaglia di studenti e lavoratori un po’ in tutto l’Occidente un culmine che si è esteso anche nella nostra provincia, con le manifestazioni e l’occupazione dell’Aula 20 alla Scuola Magistrale di Locarno nel marzo del 1968. Un primo momento di forte mobilitazione che a poco a poco si è attenuato, ma non si è spento. Sotto la brace, ancora covava, dopo pochi anni, quell’ansia di progettare e sviluppare un modello di società diverso, aperto anche alla forte partecipazione solidale nei confronti delle vittime di un mondo che non aveva smesso, anche dopo vent’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, di infliggere altri conflitti, altre sofferenze, dal Vietnam al Cile. 

In quello che era rimasto il luogo di una certa “élite” studentesca, qual era il Liceo di Lugano, allora ancora l’unico del Cantone, il fermento si è via via coagulato nell’azione del “Movimento studentesco”, che ha saputo riunire sensibilità ed orientamenti diversi in una serie di momenti di riflessione anche convulsi, contradditori, ambiziosi tesi a voler perseguire un concreto cambiamento di paradigma, anzitutto dell’istituzione scolastica così com’era intesa fino ad allora.

Fra il marzo e il maggio del 1974 il Liceo di Lugano è in ebollizione, gli studenti occupano scale, aule, corridoi, per scioperi e manifestazioni sempre più frequentati e condivise anche oltre i cancelli di Viale Cattaneo.

Quell’effervescenza fu appunto il risultato dell’azione, nei mesi precedenti, del Movimento studentesco, che alla fine si focalizzò nella richiesta di abolizione del controllo delle assenze dalle lezioni, ritenuta una manifestazione dell’autoritarismo della scuola e della famiglia. 

La mattina del 22 marzo i registri delle assenze furono sottratti da un gruppo di studenti: un gesto di sfida, per dire no al controllo “autoritario” del sistema scolastico, ma in fondo per opporsi ad una logica di promozione sociale, attraverso una scuola ormai vecchia e chiusa su sé stessa, che in quei primi cruciali anni di democratizzazione (o massificazione) degli studi era vissuta come puro specchio di un meccanismo di promozione sociale che andava combattuto. 

Per reazione la Direzione del Liceo convocò tutti gli studenti in Aula Magna; ma l’incontro, come era prevedibile, da momento di reprimenda nei confronti dei membri del Movimento studentesco si trasformò in assemblea di protesta degli studenti. La rivolta era iniziata e raggiunse il suo apice nel mese di maggio, ancora una volta come reazione a un gesto repressivo della Direzione dell’Istituto: la sospensione di due studenti impegnati nella lotta.

Quella primavera di rivolta, lasciò certamente il segno, perché mai prima di allora, e come allora, l’adesione alle manifestazioni e ai cortei fu tanto partecipata quanto temuta dal Governo e dagli organi di polizia mandati, ad un certo punto, il 17 maggio, a “sgomberare” l’istituto. Dopo di allora la politica fu costretta a “fare i conti” con una realtà antagonista studentesca (e poi degli apprendisti) che chiedeva di essere riconosciuta come interlocutore ed artefice di nuovi programmi e progetti. La scuola non fu più la stessa, perché anche dentro il mondo degli insegnanti stava cambiando la percezione del proprio ruolo e veniva maturando la concezione di un diverso funzionamento del corso di studi.

In tanti, forse tutti i suoi più diversi aspetti, quello della primavera del ’74 rimane un momento di “crescita” della sensibilità politica e sociale di molti studenti, insegnanti, e delle numerose famiglie che vissero direttamente o indirettamente quell’esperienza, nell’aperto sostegno come nello sdegnato dissenso. Un momento che, ripescato oggi dentro qualche documento d’archivio, o nella memoria di chi, dopo mezzo secolo, ancora si ricorda di quei giorni, di quelle settimane, appare forse ancora capace di parlare all’oggi di una generazione di giovani spaesati e in cerca di identità e di futuro. 

È vero, le differenze sono molte, perché questi 50 anni sono davvero passati ed il mondo è cambiato. Ma certi meccanismi di relazioni sociali, dentro e fuori la scuola, ancora resistono e per molti versi si sono ulteriormente aggravati nella loro condizione di focolai d’ingiustizie, di prevaricazioni.

Forse è questo uno dei motivi importanti, per cui vale la pena tornare a pensare a quell’esperienza, ed è per questo che a Trevano, sabato 18 maggio a partire dalle 16.30, si svolgerà un evento specifico in ricordo di quei fatti, di quella rivolta. Non un evento nostalgico, ma il tentativo di rileggere un’esperienza e raccontarla per quel che oggi ancora può valere e contare. In una serie di brevi interventi, di immagini d’epoca, di testimonianze dei protagonisti di allora, si cercherà ancora di “parlare” e confrontarsi senza alcuna pretesa di esemplarietà. Anzi, sarà pure l’occasione per dare all’evento la possibilità di trasformarsi  in una vera e propria festa musicale. Perché quei primi anni ’70, hanno avuto anche un suono che è rimasto a segnare un’epoca e che ancora oggi dà conto di una irrefrenabile voglia di nuovo e diverso. 

Nell’immagine: maggio 1974, gli occupanti davanti al portone di entrata del Liceo


Chi è Robert Fico, il premier slovacco accusato di ’Ndrangheta tra l’amicizia con Putin e la guerra ai giornalisti

Su chi anche in Ticino si candida e che subito diserta lasciando il seggio al subentrante. Non ci vorrebbe una legge? 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Robert Fico  è l’uomo dei primati. È il  primo leader “rossobruno”  ad aver agguantato lo scettro da premier in Europa. In sostanza, è il primo ex comunista ad aver (ri)conquistato il potere scippando le bandiere della destra, diventando ferocemente nazionalista, xenofobo, complottista, omofobo e  No Vax . Il camaleontico padre padrone della Slovacchia ha  vinto la sfida elettorale 2023 al grido di «vogliamo la pace in Ucraina» . E come tanti pacifisti putiniani ha proposto di abbandonare Zelensky al suo destino. Il suo mantra è stato, sin dalla campagna elettorale: «Non daremo più neanche una pallottola all’Ucraina». E a gennaio di quest’anno ha persino aggredito un cronista: «Mica penserà che a Kiev ci sia la guerra? Sta scherzando, non può essere serio. Ci vada e constaterà che in quella città si vive una vita assolutamente normale». Poche ore prima un missile aveva colpito un edificio della capitale ferendo una ventina di persone.

Grande ammiratore di  Vladimir Putin , cui ha chiesto anche una mano in campagna elettorale secondo un’inchiesta di  VSquare , Fico ha promesso che se ne infischierà del mandato d’arresto internazionale e ha giurato solennemente che non arresterà «mai» lo Zar se metterà piede in Slovacchia. Altro primato triste, il leader populista è stato il primo premier in Europa su cui si è allungata l’ombra della ‘Ndrangheta: sei anni fa è stato costretto a dimettersi a furor di popolo dopo l’omicidio di un giovane giornalista d’inchiesta,  Jan Kuciak, che indagava sui legami  tra l’entourage del primo ministro e le ndrine .

Dipinto spesso come un Viktor Orbán in Do minore, il giurista dalla faccia eternamente imbronciata è nato sessanta’anni fa a Topolcani ed è forse il più opportunista e il più sanguigno degli autocrati dell’Est che hanno sfidato in questi anni l’Europa. Il copycat del tiranno magiaro è soprannominato “Red Bullo” per i modi spicci e l’insulto facile: all’ex presidente europeista Zuzana Caputova aveva dedicato un «cagna» e «marionetta di Soros». E lei, afflitta da una campagna d’odio senza freni e da minacce di morte, ha deciso quest’anno di gettare la spugna e non ricandidarsi più — soprattutto per tutelare la famiglia. Poche settimane fa gli slovacchi hanno eletto dunque presidente un sodale di Fico, Peter Pellegrini, leader di Hlas. E la morsa autoritaria del premier rischia di subire ora un’accelerazione ulteriore.

In questi decenni il pluri premier slovacco ha dimostrato di non essere meno scaltro del tiranno ungherese. Intorno a sé non ha riunito una corte di boiardi arricchiti come Orbán ma comunque una vera e propria banda criminale, secondo le procure slovacche. E da quando è tornato al potere, non a caso, ha chiuso d’imperio l’autorità anticorruzione che indagava, tra l’altro, su casi che riguardavano il suo partito. A dicembre aveva annunciato la mannaia sull’ufficio guidato da Daniel Lipsicaccusandolo di «diffondere il male». Non pago, ha depenalizzato i reati da “colletti bianchi”. Il tutto, ignorando gli allarmi e i richiami delle istituzioni europee. Ma i socialisti europei, intanto, hanno cacciato il suo partito. Sulla carta, Smer si definisce ancora un partito “socialdemocratico”.

Sempre su modello di Orbán e Kaczynski, il leader slovacco sta cercando con un colpo di spugna di liberarsi del pluralismo e del giornalismo indipendente. A fine aprile ha presentato una legge che ha l’obiettivo di smantellare l’emittente radiotelevisiva pubblica Rtvs per sostituirla con una rete totalmente controllata dalla coalizione di governo. Una mossa-fotocopia delle misure intraprese quattordici anni fa da Budapest e nove anni fa da Varsavia e che ha trasformato l’informazione pubblica ungherese e polacca in un totale megafono del regime.

E sempre ad aprile, Fico ha minacciato una legge, di nuovo su modello russo e ungherese, che impone alle Ong che ricevano più di 5000 euro al mese di rivelare le loro fonti di finanziamento. Un modo per intimidirle e stigmatizzarle. In politica estera Bratislava ha mostrato una linea meno radicale degli autocrati cui si ispira costantemente: non appoggia l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, ma non si oppone all’adesione di Kiev all’Unione europea.

Come disse la grande veterana della politica estera americana, Madeleine Albright, Bratislava ha continuato ad essere al lungo «un buco nero» nell’Europa liberata dai regimi sovietici. Devastata da corruzione, legami tra i palazzi e le mafie, permeata da un’insopprimibile nostalgia filorussa. E Fico ha fiutato il vento e la delusione diffusa per la rissosità dei governi diversi dai suoi che hanno cercato disperatamente di porre fine al banditismo di governo. E ha cavalcato quel vento e quei malumori senza pudore.