Il contagio di Putin sul fronte orientale

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

L’attentato contro Robert Fico è allarmante per l’intera Europa. Forse è stato un atto di violenza puramente locale, senza propaggini geopolitiche o di sicurezza. Ma non c’è niente di locale nel malessere di un intero pezzo di Europa. La Georgia si gioca la prospettiva europea con una legge illiberale; la Bulgaria l’ingresso nell’euro per fragilità politiche interne; la Macedonia del Nord l’avvio dei negoziati con Bruxelles per l’adesione all’Ue pur di ritrattare la componente “Nord” del nome frutto di un faticosissimo compromesso con la Grecia; Serbia e Kosovo hanno abbandonato qualsiasi parvenza di dialogo costruttivo sotto l’egida di Bruxelles, che era uno dei (pochi) fiori all’occhiello della politica estera europea.

Cosa non sta funzionando nell’Europa centrorientale? Tre cose: la forza di gravità dell’Unione europea si è smorzata; le pulsioni nazionaliste e tensioni regionali sono rispuntate; la pressione russa per riacquistare influenza e contrastare l’ancoraggio all’Europa e all’Occidente si è fatta fortissima. Adesso si è fatta guerra aperta. Mai sottovalutare i colpi di coda di un impero in liquidazione. È evidentemente l’Ucraina a farne le spese per prima. Ma il colpo che Mosca sta dando in Georgia è altrettanto determinante, perseguito tramite i buoni uffici dell’oligarca locale, Bidzina Ivanishvili, che manovra il partito al governo, “Sogno Georgiano”, per tagliare le gambe ai sogni euroatlantici dei giovani goergiani che in questi giorni scendono in piazza sventolando la bandiera dell’Ue. Quasi senza ricorrere alle armi, tranne la piccola invasione del 2008, in Georgia la Russia ha realizzato il “regime change” che insegue col sangue in Ucraina. A Tbilisi ci è riuscita grazie alle divisioni interne favorito un misto di corruzione e disinformazione.

L’Europa centrorientale è purtroppo in marcia indietro. Dagli anni Novanta aveva intrapreso un processo di assestamento democratico e consolidamento dello Stato di diritto – la democrazia non si improvvisa solo andando a votare, le istituzioni vanno costruite, i poteri tenuti separati – richiedono consenso interno e stabilità esterna. Il primo si è incrinato anche per effetto della fatale attrazione autocratica, fuori e dentro l’Ue, vedi Serbia di Aleksandr Vucic, vedi l’Ungheria di Viktor Orbán, entrambi riusciti a blindare democraticamente, via urne, il loro potere non democratico. Entrambi hanno avuto un buon maestro a Mosca. La seconda è venuta totalmente a mancare.

Una volta tanto però non diamo tutte le colpe a Vladimir Putin. Il rischio geopolitico che corre attraverso tutta la fascia di Paesi dell’Europa centrorientale dal Baltico al Mar Nero non è solo conseguenza della latente minaccia russa – che Mosca nega senza che nessuno dei diretti interessati creda alla smentita… È fatto anche d’instabilità politica endogena, di tensioni interne ed esterne, di democrazia in affanno, di ansie di sicurezza. Certo, il Presidente russo ci inzuppa il pane, ad esempio nei Balcani dove pianta bandierine incoraggiando il secessionismo della Repubblica Srpska in Bosnia, ma trova terreno fertile nel riaccendersi di tensioni etniche o nazionali e di rivalità politiche interne che fanno cadere come birilli i governi di coalizione, come avvenuto in Bulgaria. E approfitta sia della ritirata degli Usa che devono concentrarsi sulle priorità strategiche, che fanno passare in secondo piano i Balcani, che delle esitazioni europee. Dopo aver preso la Croazia nel 2013, l’Ue ha traccheggiato per dieci anni sull’allargamento. Chi era in lista d’attesa non ci crede più.

Se terrorismo locale, l’attentato contro Robert Fico è un gesto che si può isolare. Il malessere generale est-europeo no. Per affrontarlo bisogna rimboccarsi le maniche. Questo vale per chi è già dentro l’Ue e per chi ne è fuori, ma vale anche per Bruxelles.

Nell’immagine: l’arresto di Juraj Chintula dopo l’attentato a Fico


Come sostenendo l’Ucraina piovono dollari sulle fabbriche americane

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Si è dato grande risalto, anche in casa nostra, al “gigantesco pacchetto” (60.8 miliardi di dollari) di aiuti all’Ucraina approvato dal Congresso americano. Non per metterci medaglie, ma, fatte le giuste proporzioni, risulterebbe difficile trovare un attributo equivalente all’aiuto sinora concesso dalla piccola Svizzera (400 milioni per aiuti umanitari, 100 per le attività di sminamento; 1.8 miliardi previsti e votati entro il 2028 per la ricostruzione e la pace; 66 mila profughi ucraini ospitati). Della quale Svizzera – criticata spesso e non sempre a torto per essere o troppo spettatrice e prudente, con la sua neutralità ostentata e non sincera, o troppo calcolatrice e opportunista, con i depositi oscuri nelle sue banche e le iniziative di pace per farsi un’immagine attiva e almeno in apparenza indipendente – non si può negare che è umanamente generosa o non si può semplicemente sostenere che agisca per ottenerne un riscontro economico o mantenere posizioni di mercato. 

Degli aiuti svizzeri all’Ucraina c’è chi ha chiesto (tra l’altro un consigliere nazionale ticinese) “trasparenza”; non tanto, a quanto pare, perché si teme un uso improprio (spese per armi?), spreco o corruzione, quanto piuttosto perché dovremmo anche darci una calmata nell’aiutare gli altri e guardare in casa nostra, sia ai nostri bisogni, sia in termini di sicurezza e di difesa. Fa eco in questi giorni qualche associazione economica padronale: sburocratizziamo e facilitiamo l’accesso al lavoro a quei 40 mila profughi ucraini in età lavorativa, che ne abbiamo proprio bisogno!

Mentre ci si arrovella in tutto questo (il gigantesco pacchetto americano, gli interrogativi e le iniziative svizzere) ecco che appare un’interessante indagine. Che non solo fa discutere, ma dimostra ancora una volta come la guerra, provocata perlopiù da interessi di conquista o d’occupazione, accende reazioni le quali, vestite di libertà, diritti, autonomie e generosità, nascondano di fatto obiettivi traversi, profittevoli all’interesse nazional-economico mille miglia lontano. L’indagine (la trasparenza) è dovuta a Mark F. Cancian e Chris H. Park dell’americano CSIS o “Center for strategic and international studies” di Washington (porta il titolo: What is in the Ukraine Aid Package, and What Does it Mean for the future of the War). Studio dettagliato, informato, corredato di grafici significativi.

Riassumendo. Del gigantesco “”package” USA di 61 miliardi, solo 2.5 sono destinati a “aiuti umanitari globali” e 0.3 ad altre agenzie americane; 7.9 sono destinati a un sostegno finanziario al governo ucraino (e non si sa come e dove li spenderà). Tutto il resto è spesa militare, o per equipaggiamento militare per l’Ucraina (25.7) o per attività militari in Ucraina (17), o per appoggio alle forze americane contigue stanziate in Europa (7.3).

La parte essenziale dei 25.7 miliardi per l’equipaggiamento militare è destinata a sostituire il materiale militare americano inviato a Kiev (13.4 miliardi), somma che quindi ritorna all’esercito americano. Sette miliardi di dollari sono utilizzati per rafforzare la base industriale di difesa statunitense. Rimangono quindi solo 1.6 miliardi del “gigantesco pacchetto” che arriva direttamente a Kiev sotto forma di sussidi o prestiti. C’è una seconda posta: “attività militari legate all’Ucraina”. Serve a finanziare la formazione per l’utilizzo delle nuove armi, come i Patriot o gli aerei F16.

A conti fatti, dice lo studio: “circa il 72 per cento dell’aiuto all’Ucraina e l’86 per cento dell’aiuto militare saranno tutti spesi negli Stati Uniti”. Ed è grazie a questo e, in misura minore, per il conflitto a Gaza e in Israele, che l’industria dell’armamento o della difesa gira a pieno regime negli Stati Uniti, risollevando l’economia del Paese.

C’è un’aggiunta, condensata in un interrogativo: “Quegli impegni [cui vanno aggiunti i 41.56 miliardi di euro già versati e i 24 miliardi supplementari appena promessi dall’Europa, ndr] serviranno a sbaragliare Putin? Difficile a dirsi. In ogni modo, non potranno risolvere il problema della mobilitazione degli uomini, che mancano crudelmente all’esercito ucraino”.

Ed è così che rimane… un problema umano.

Nell’immagine: prospetto pubblicitario per il sistema missilistico Patriot, fabbricato dall’americana Raytheon


Se non voi, chi?

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Esercito la professione di avvocato da lunghi anni, ormai e da quasi dieci, mi occupo di richiedenti asilo e stranieri. Non è semplice gestire questo tipo di incarti, non solo perché la vita degli esseri umani coinvolti è stata segnata da difficoltà e orrori indicibili, ma anche perché queste difficoltà proseguono nell’iter giudiziario e di cosiddetta accoglienza che si svolge qui in Svizzera.

Ogni giorno sono confrontata con leggi, decisioni e attività amministrative e politiche che, in nome di una politica di chiusura, in nome di una presunta sicurezza, di fatto escludono, emarginano esseri umani in spregio ai più elementari diritti fondamentlai dell’uomo.

Duole costatare che parlare di questi temi e far conoscere la realtà di queste leggi, politiche e finte accoglienze, sia davvero difficoltoso. Probabilmente perché  riguarda persone che non votano, sulle quali si può, però,  far leva per accapararsi i voti di quella grande fetta di elettorato alla quale si può far credere che “fare la guerra tra poveri” possa portare ad essa un vantaggio.

Il tutto con la complicità dei media che solo sporadicamente si occupano di queste tematiche. 

Duole, così, costatare che la parte di società civile che vuole mettere in evidenza le criticità e la pericolosità sociale di questo sistema di esclusione ed emarginazione delle persone percepite come “diverse”, sia essa stessa emarginata e silenziata.

Per esempio, il Collettivo R-esitiamo l’8 febbraio 2024 aveva consegnato oltre 370 firme (raccolte in brevissimo tempo) di cittadin* svizzer* e residenti in Svizzera, che chiedevano ai Consiglieri di Stato di dare un permesso alle circa 111 persone cosiddette NEM, presenti sul territorio ticinese; di regolarizzare insomma il loro statuto per permettere loro di vivere finalmente normalmente come tutti noi. 

Queste persone, infatti, non hanno ottenuto lo statuto di rifugiato (permesso B) e nemmeno l’ammissione provvisoria (permesso F) pur essendo provenienti da Paesi verso i quali non possono tornare o essere rimandati. Sono persone costrette a vivere con l’aiuto d’urgenza anche se vorrebbero poter essere autonome e poter contribuire alla vita economica del nostro Paese. Non hanno il permesso di lavorare, non possono formare famiglia o ricongiungersi alla propria, non possono andare oltre la scuola dell’obbligo, non hanno accesso a formazioni o apprendistati, non possono muoversi liberamente,…. Sono bloccate in un limbo disumano, con l’incubo di poter essere rinviate nel loro Paese d’origine. Ed è questa una condizione che può avere delle conseguenze deleterie sul loro stato di salute psicofisico. 

Le firme erano stata consegnate ai Consiglieri di Stato.

Nessuno dei 5 eletti si è degnato di rispondere agli oltre 370 firmatari, nessun pensiero, nessuna riflessione in merito. Ma ancora più sconvolgente, per i 370 firmatari, è stato vedere la firma del consigliere di stato De Rosa su un preavviso negativo del Cantone inviato alla SEM proprio per una di queste 111 persone.  

Come previsto per legge,  infatti, vi è la possibilità per uno straniero di ottenere un permesso B come caso di rigore, se in Svizzera da oltre 5 anni, ha imparato l’italiano e ha possibilità di svolgere un’attività lavorativa. Per intenderci, la legge, per quanto sempre più restrittiva, prevederebbe per queste persone una via di scampo se solo fosse applicata correttamente. Il primo passo per ottenere ciò, è appunto, il preavviso favorevole da parte del Cantone di residenza che viene inviato alla SEM.

Il “Collettivo R-esistiamo” aveva, perciò, chiesto un incontro al consigliere di stato De Rosa, richiesta rimasta completamente ignorata. 

Dopo solleciti, il 26 marzo è stata inviata un’e-mail dalla Direzione del DSS che non entra nemmeno lontanamente nel merito della richiesta firmata dalle 370 persone. Eppure, sarebbe interesse, non solo economico, del Dipartimento Sanità e Socialità (DSS) che tutte le persone rimangano in salute, o no?

Per quel che riguarda la lettera con preavviso negativo firmata da De Rosa, la Direzione del DSS scrive “… il direttore del DSS, in qualità di presidente del Consiglio di Stato, è chiamato a firmare tutti gli atti e le decisioni governative…”. 

Sconcertante, diciamocelo! Rispondere, infatti, che il consigliere di stato De Rosa sia “costretto” a firmare queste decisioni negative solo perché è l’attuale presidente del Consiglio di Stato, è un gravissimo atto di deresponsabilizzazione e violenza istituzionale, in quanto perpetua la politica di totale chiusura e repressione del Dipartimento delle Istituzioni, che blocca le 111 persone in questo limbo disumano e straziante precludendo loro qualsiasi via d’uscita. 

È vero che le decisioni sui preavvisi vengono predisposte dagli organi del Dipartimento degli Interni (DI), ma, apporre una firma su una sentenza che di fatto blocca la vita di un essere umano o addirittura lo mette in pericolo di rimpatrio forzato, rende chi firma complice.

Il “Collettivo R-esistiamo”, pertanto, ha inviato un comunicato stampa, ripreso dalla sottoscritta in questo testo,  chiedendo: se non gli altri consiglieri di stato, chi può fermare questa spirale di disumanizzazione istituzionalizzata? Se non voi, chi?

Le 111 persone, nel frattempo, perdono la speranza e si ammalano. 

Mentre gli oltre 370 firmatari stanno ancora aspettando una risposta da tutti i consiglieri di stato.

Ricordiamoci che “…la forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri.” – Preambolo alla Costituzione Federale della Confederazione Svizzera. Eppure di tale comunicato,  della denuncia all’indifferenza dei Consiglieri di Stato di fronte a vite umane, nessuno ne ha fatto menzione.

Pertanto anche io mi chiedo se non tutti noi, chi può fermare questa deriva razzista e disumanizzante perpetrata nei confronti dei richiedenti asilo e degli stranieri?

L’avv. Immacolata Iglio Rezzonico è specialista della migrazione


Le tante facce del lavoro minorile in Svizzera

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Luca Beti, tvsvizzera.it

Oggi, la forma di dipendenza più diffusa è quella digitale. I bambini non riescono più a staccare gli occhi dallo schermo dei loro smartphone, disimparando così cosa significa giocare. Secondo uno studio di Save the Children, molti adolescenti trascorrono oltre cinque ore al giorno online, con conseguenze negative per il loro sviluppo cognitivo e sociale.

Anche i bambini vissuti nel XIX secolo e all’inizio del XX secolo spesso non sapevano cosa significasse divertirsi, perché non avevano né la possibilità né il tempo di giocare. Dovevano infatti lavorare per contribuire al reddito familiare.

Un capitolo trascurato della storia svizzera

La mostra “Bambini lavoratori nel XIX e XX secolo” al Forum della storia svizzera punta i riflettori su vari aspetti del lavoro minorile in Svizzera. “È la prima volta che viene presentata una panoramica così completa delle attività svolte dai bambini”, spiega Pia Schubiger, storica e curatrice dell’esposizione a Svitto. “Le informazioni sono frutto di uno studio approfondito del materiale esistente. Questa mostra potrebbe dare avvio a ulteriori ricerche su una pagina trascurata della storia svizzera”.

In passato, il contributo dei figli e delle figlie era essenziale nell’agricoltura, nell’artigianato e nelle piccole industrie a domicilio. Il lavoro minorile non è quindi un fenomeno nato con l’industrializzazione. I bambini crescevano nel mondo degli adulti, imparando attraverso il gioco le competenze necessarie per diventare un sostegno indispensabile per le loro famiglie, spesso indigenti.

“A seconda dell’età si occupavano della cura del bestiame, aiutavano nello sfalcio del fieno, nel trasporto del latte o nelle faccende domestiche”, ricorda Schubiger. “Per essere integrati nel processo lavorativo, i bambini disponevano di strumenti di lavoro su misura, fatto che sottolineava la crescente responsabilità che gravava sulle loro spalle nell’economia di sussistenza della famiglia”.

Fonti di guadagno accessorie

A seconda della regione, le famiglie di contadini arrotondavano le entrate con impieghi stagionali, come il taglio dei boschi o lo sgombero della neve. A Rothenthurm, comune nel Canton Svitto, la produzione di ghiaccio naturale o l’estrazione della torba – attività consentita fino al 1987, anno in cui le zone palustri vengono protette – rappresentavano importanti entrate accessorie durante l’inverno, a cui partecipavano anche i bambini. “Dal 1850, la torba diventò un combustibile molto richiesto”, illustra la curatrice della mostra. “Dopo essere stata compressa da una macchina, il ragazzo, il ‘Lädälibueb’, aveva il compito di spostare la torba squadrata su una tavola di legno, dove veniva tagliata in blocchi e lasciata essiccare”.

Con l’avvento del turismo, nel XIX secolo si schiusero nuove opportunità di guadagno. Ad esempio, nelle fattorie di montagna, come nella valle di Lauterbrunnen, venivano prodotti pizzi fatti a mano al tombolo, venduti direttamente ai viaggiatori. “Anche i bambini venivano coinvolti in questa attività”, ricorda Schubiger. “Iniziavano a lavorare al tombolo già a sei anni e ci si aspettava da loro che producessero mezzo metro di pizzo al giorno”.

I bambini di Svevia

Il fenomeno dei cosiddetti bambini di Svevia (Schwabenkinder) ha origine durante la seconda guerra di coalizione (1799-1801), un periodo di conflitti tra le monarchie europee alleate e la Francia rivoluzionaria e napoleonica che interessò anche i Grigioni. A causa della morte di centinaia di uomini e padri di famiglia e di una crescente povertà, i bambini della Svizzera orientale intraprendevano una marcia di sette-dieci giorni verso l’Alta Svevia (oggi  parte dei Länder del Baden-Württemberg e della Baviera) dove trovavano lavoro nelle fattorie. “Partivano in aprile, alla fine dell’anno scolastico, e ritornavano in ottobre”, spiega la storica. “Le ragioni di questa emigrazione vanno ricercate nella fame e nella povertà”.

La maggior parte degli “Schwabenkinder”, di età compresa tra i sei e i 14 anni, proveniva dalle regioni grigionesi di lingua romancia, come l’alta Surselva o la val Lumnezia, fatto che li confrontava con una barriera linguistica. Viaggiavano in gruppi di 10-20, accompagnati da una persona adulta, di solito una donna. Portavano con sé pochi oggetti e il cibo bastava per i primi giorni della marcia di 150-200 chilometri. E così si sostenevano mendicando o chiedendo ospitalità a contadini e conventi. “Una litografia di metà Ottocento mostra il ‘mercato degli schiavi di Ravensburger’, dove i bambini grigionesi venivano affidati alle famiglie contadine della Svevia”, dice Schubiger. Il punto d’incontro tra chi cercava lavoro e gli agricoltori erano i mercati delle città o dei maggiori centri abitati. Di solito, le trattative venivano condotte dalla persona che accompagnava i bambini.

L’attività principale dei ragazzi era la cura del bestiame al pascolo. Nelle fattorie più grandi dovevano dare anche una mano nel mulino o nell’osteria. Le ragazze aiutavano invece in casa e si occupavano dei bambini. Lavoravano in cambio di vitto, alloggio e un modesto salario. La componente principale della paga consisteva in abiti e calzature, il cosiddetto ‘doppelt Häs’. I giovani lavoratori venivano infatti vestiti dalla testa ai piedi. Tra il 1850 e il 1860 si registrò un rapido calo del numero di bambini che partivano per la Svevia, principalmente a causa dell’inizio di un’altra migrazione, quella verso l’America, degli sforzi per sviluppare nuove fonti di reddito e dell’avvento del turismo. “Con lo scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1914, questo fenomeno si interruppe definitivamente”, ricorda Schubiger.

In fabbrica fino a 16 ore al giorno

Nel XIX secolo, con l’ascesa dell’industrializzazione iniziò lo sfruttamento dei bambini come manodopera a basso costo nelle fabbriche, soprattutto tessili. Al pari degli adulti, lavoravano fino a 16 ore al giorno, trascorrendo l’intera giornata, e talvolta anche le notti, in ambienti polverosi, soffocanti e caldi, per un misero salario.

Ai bambini venivano assegnati lavori semplici, ripetitivi, spesso pericolosi, come ricorda la testimonianza di Arnold Stauber che nel 1883, a 14 anni, iniziò a lavorare nel cotonificio della ditta Kunz a Windisch, nel Canton Argovia. “Il nostro lavoro era il più nauseante e, come mi sono reso conto in seguito, anche il più malsano della fabbrica», scrive Stauber nelle sue memorie. “Di pomeriggio, quando i filatoi erano fermi, noi ragazzi dovevamo pulire e oliare i cilindri, gli alberi e i fusi. Dovevamo sdraiarci sulla schiena e scivolare sotto le grandi macchine per svolgere il lavoro di pulizia. Olio e grasso ci colavano sul viso e sui vestiti. Era difficile muoversi lì sotto e spesso ci facevamo male sbattendo la testa o il naso contro il metallo”.

Alcuni bambini iniziavano a lavorare già a otto anni, con gravi conseguenze per il loro sviluppo psicofisico, compromettendo anche la loro educazione. L’ex operaio tessile Arnold Stauber racconta nel suo libro Erinnerungen eines ehemaligen Textilarbeiters (Ricordi di un ex operaio tessile) la sua routine giornaliera: entrava in fabbrica alle sei di mattina, andava a scuola dalle otto alle undici, ritornava nel filatoio per una mezzora prima di pranzo, seguiva le lezioni dalle 14 alle 16, per poi lavorare ancora due ore.

La condizione dei bambini migliorò, almeno in parte, con l’introduzione dell’obbligo scolastico a livello federale nel 1874 e con la legge federale sulle fabbriche del 1877, che vietava il lavoro ai minori di 14 anni e disciplinava il lavoro notturno e domenicale. “Tuttavia, specialmente nelle regioni più povere e isolate, i bambini continuarono a essere una forza lavoro essenziale per l’economia delle famiglie, come gli spazzacamini ticinesi in Italia e i bambini di Svevia”, conclude Schubiger. “Inoltre, anche nel XX secolo, la storia svizzera viene macchiata da alcune pagine tragiche, come quelle legate ai collocamenti coatti, che si sono protratti fino al 1981, e alle misure coercitive a scopo assistenziale“.

Nell’immagine: La contadina Cäcilia Schmidig, intorno al 1942. © Leonard von Matt / Fotostiftung Schweiz


Nakba, la ferita dei palestinesi

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Widad Tamimi, La Repubblica

Anni fa, Ayman Odeh, avvocato e membro arabo-israeliano palestinese della Knesset nonché leader del partito Hadash, scrisse sul New York Times che la creazione dello Stato di Israele aveva rappresentato l’autodeterminazione per gli ebrei, ma anche una catastrofe – “nakba” in arabo – per i palestinesi. Non ripescò nella solita cesta degli eventi storici di cui si discute, non avanzò interpretazioni o recriminazioni sui fatti, si limitò a condividere una parte dolorosa e importante della storia palestinese e con essa quella della della propria famiglia. Scrisse, senza enfasi né vittimismo, che sarebbe stato giusto legittimare quel dolore e quel pianto, mentre Israele per legge vieta la commemorazione della Nakba nel giorno della sua fondazione.

D’altra parte, la dolorosa verità della Nakba rimanda all’inesorabile e inestricabile concatenamento degli eventi che ha caratterizzato la storia dell’umanità in ogni tempo. La Nakba palestinese, come tutte le Nakbe del mondo, accomunate in una sorta di doloroso flusso epocale, non è un evento storico isolato in quanto inseparabile da quello della fondazione dello Stato di Israele.

La storia è fatta a cerchi, uno dopo l’altro in una catena di anelli, che da un punto partono e a quel punto arrivano, per poi ricominciarne uno nuovo. Basterebbe ricordare il tragitto del cerchio precedente per sapere dove la linea va a cadere. Invece si sale, sale, sale fino a rallentare per un attimo la corsa, guardar le cose da lassù in cima e poi giù in picchiata, a capofitto al modo in cui gli altri, prima di noi, hanno sbattuto la testa nel punto più basso. Per questo appiccichiamo i giorni della memoria al calendario come le figurine di un album: tutti lì, una lista di eventi, purtroppo troppo spesso raccapriccianti.

Siamo intrappolati in una specie di involontaria coazione a ripetere, che Freud definiva compulsione, un processo di origine inconscia che ci porta a replicare, pur conoscendone la natura, esperienze che già in passato si sono rivelate distruttive. Jung considerava addirittura innata questa caratteristica umana manifestamente volta a reiterare i comportamenti del passato anche quando destinati con assoluta certezza ad allontanarci dal bene.

La memoria allora diventa una funzione più vana che efficace. Come spolverare un suppellettile a primavera e poi rimetterlo subito al suo posto, senza mai girarlo troppo per guardarlo da ogni lato e soprattutto tenendolo ben distinto dagli altri, e quel bello strato di polvere che si accumulerà sino alla primavera dopo. È così che finiamo per commemorare le tragedie della storia, ognuno pensando che la propria sia unica, che sia stata più rovinosa delle altrui, analizzandola con maniaca ossessione per il dettaglio.

Di quegli anelli della storia, ho avuto esperienza in famiglia: mio nonno, ebreo, lasciò Trieste e la sua casa nel 1938, perse tutto, portandosi in viaggio la sola illusione che sarebbe stato un rimedio temporaneo. Mio padre, palestinese, diventò un rifugiato con quello stesso abbaglio di momentaneità nel cuore. Nessuno dei due fece ritorno a casa.

In comune avevano il dramma di aver dovuto abbandonare il proprio paese e l’amarezza di rifugiati scampati a massacri li unì in momenti di condivisa commozione.

Shoà, termine ebraico giustamente preferito a olocausto in quanto richiama, quest’ultimo, l’idea di un sacrificio inevitabile, significa catastrofe. Proprio come Nakba in arabo. In entrambi i casi si tratta di tragedia provocata e voluta da esseri umani che non solo determina la perdita della vita di altri ma ne annienta la dignità. Si interrogava Primo Levi, se fosse ancora un uomo, colui che è costretto a vivere nel fango, che non conosce pace, che lotta per un pezzo di pane, che muore per un sì o per un no di qualcun altro. La vera tragedia è vagare su un pezzo di terra e non saper più che farsene dell’esistenza, rendersi conto della malvagità umana e di quel miserevole confrontare le dimensioni del proprio e dell’altrui dolore. Poco importa a quelli che camminano sfatti tra Rafah e Kan Younis, in cerca della tanto sospirata sicurezza che tra le macerie manca, se tra quelli che siedono al tavolo delle trattative siano i loro o gli altri ad aver minato la pace. A differenza delle vittime della Nakba del 1948 i Palestinesi di oggi, invece che unirsi all’infinita folla di coloro che di esodo ne hanno vissuto almeno uno della storia, sono dentro, intrappolati. Ma tra il partire e il restare, senza né cibo né acqua, umiliati, privati della propria umana dignità, puniti con la fame e la morte, senza aver neppure commesso un reato, non c’è differenza. Di catastrofe si tratta in entrambi i casi. Alle sollecitazioni di David Grossman a Guardare con gli occhi del nemico o di Azar Nafisi a Imparare a riconoscersi nel nemico mi capita di soffermarmi e domandarmi se la svolta non possa essere perfino più ampia: perché mai consideriamo nostro nemico un altro essere umano che come noi desidera la pace, aspira alla giustizia per se stesso e i suoi figli, sogna di essere libero e vivere? Non è forse che ci potrebbe essere compagno, nostro vicino di casa e addirittura fratello, se ci rendessimo conto che la sua pace è la nostra, e la nostra sofferenza la sua?

A prescindere dalle interpretazioni dei fatti, che scavano in cerca di giustificazioni alle più orrende pagine della Storia, come se sapere chi ha cominciato possa scagionarci dalla colpa, continuiamo a dimenticarci che siamo innanzitutto umani e che ogni qualvolta la sicurezza, la pace, la dignità di un altro essere umano è stata calpestata, non è stata la tragedia di quel solo uomo o del suo popolo, ma dell’intero genere umano.

Nell’immagine: giovani palestinesi ricordano la Nakba mostrando le chiavi che rappresentano le case che le loro famiglie hanno dovuto abbandonare


Liliana Segre e l’antisemitismo: perché serve una memoria comune contro l’odio

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Giovanni Maria Flick, La Repubblica

La denunzia di Liliana Segre e il suo ammonimento che gli odiatori devono essere «protetti e curati» riempiono la mente e il cuore di desolazione prima ancora che di paura e di reazione.

La senatrice Segre rivendica il diritto-dovere di vivere, di ricordare e raccontare le atrocità di cui è stata vittima e testimone, di respingere «questa ondata spaventosa di odio e antisemitismo» anche nei confronti di ebrei italiani che non c’entrano e che non condividono le decisioni politiche dello Stato di Israele.

Reagisce alla «indifferenza generale» di tutti noi e chiama in causa la responsabilità di tutti noi e di ciascuno di fronte all’accusa di essere in qualche modo corresponsabili di quell’indifferenza alla negazione o addirittura alla irrisione della Shoah.

Purtroppo ha ragione, ed è ancora più ripugnante e inaccettabile che debba in questo modo “giustificare” novantatré anni di una vita piena di sofferenza, poi di ricordi e testimonianze; perché il ricordo di quelle atrocità non si scolori con il passare del tempo e la scomparsa dei suoi protagonisti.

La memoria della Shoah muove dalle violenze degli anni ’20 del secolo scorso per l’avvento del fascismo, rese emblematiche dall’omicidio di Giacomo Matteotti che ricorda tutte le vittime della violenza fascista; violenze poi seguite dalle persecuzioni razziste con le ignobili leggi del 1938; dalla responsabilità del regime fascista nelle atrocità durante la guerra.

Penso a Fossoli e al campo di smistamento verso i lager dello sterminio; alla Risiera di San Sabba a Trieste; alla cooperazione fascista alle numerose stragi naziste della popolazione civile, dei militari e dei partigiani, durante la Resistenza da cui nacque la Costituzione; alla deportazione degli ebrei di Roma il 16 ottobre 1943 da cui tornarono poche decine di persone; alla strage delle Fosse Ardeatine.

È quanto basta per sottolineare la necessità almeno di rispettare una memoria che è comune a tutti noi, anche se purtroppo da molti non è condivisa ma è contrastata o totalmente ignorata; soprattutto dai più giovani nella loro abissale ignoranza di un passato che essi non hanno vissuto né conosciuto. È una ignoranza di cui siamo corresponsabili perché non abbiamo voluto o potuto o saputo raccontare loro un momento essenziale della nostra storia.

La giusta e sacrosanta solidarietà con il popolo palestinese di fronte a una reazione sproporzionata oltre ogni dire — e da molti non condivisa neppure in Israele — con il coinvolgimento della popolazione civile non può e non deve risolversi con una condanna spietata quanto generica dell’ebraismo in generale o dei suoi esponenti.

Quella condanna ripercorre in modo ignorante e sprezzante il cammino dell’odio: l’antigiudaismo e il fanatismo religioso verso i “responsabili della morte di Cristo” e i loro discendenti; poi l’antisemitismo pseudoscientifico contro la “razza ebraica” in una assurda generalizzazione; infine l’antisionismo che chiama le persone a “rispondere” oggi della fondazione e dell’esistenza dello Stato ebraico da decenni.

Sono le tappe del rifiuto inaccettabile di una “memoria almeno comune anche se non condivisa” da parte di una minoranza incolta e incivile nelle manifestazioni che si susseguono soprattutto tra e con i giovani e nell’ambito universitario.

Dalla “pari dignità sociale” dell’articolo 3 della Costituzione stiamo passando alla “indignazione e indegnità collettiva” dell’odio alimentato dall’incultura, dalla superficialità e dalla strumentalizzazione “politica”. Non è un buon segnale per il futuro che ci attende e ci coinvolge tutti, se non sapremo reagire.

Nell’immagine: Milano, 13 maggio. La senatrice a vita Liliana Segre


Sul treno con i soldati russi: “Stiamo uccidendo i nostri fratelli”

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Giovanni Pigni, La Stampa

SEBASTOPOLI – SAN PIETROBURGO. Il vagone ristorante del treno “Tavria” sulla tratta Sebastopoli-San Pietroburgo è gremito di militari. Alcuni sono diretti al fronte, altri rientrano a casa per una breve licenza. 

«Fare la guerra agli ucraini è dura, siamo lo stesso popolo», confessa Sasha, un soldato sulla quarantina. «È come combattere contro noi stessi». Con i suoi occhi azzurro ghiaccio, mento squadrato e braccia muscolose, sembra uscito da un vecchio film di guerra sovietico. Sul suo viso si notano piccole ferite, risultato di un salto faccia in giù in una trincea per sfuggire a una bomba lanciata da un drone. Mentre sorseggia samogon, una vodka artigianale, racconta di essere un militare di carriera, con esperienze nella Marina, in Siria e ora sul fronte di Kherson. Ha molti parenti in Ucraina, alcuni dei quali combattono per Kyiv. Prega ogni giorno di non incontrarli sul campo di battaglia.

Una volta, la sua unità ha catturato un soldato ucraino. «Sinceramente ho provato una gran pena», dice Sasha. «Diceva che non voleva combattere e io stesso non volevo farlo contro di lui».

Sasha non risponde alle chiamate in arrivo della moglie. «Capirebbe dalla voce che sono un po’ brillo e mi rimprovererebbe», spiega sorridendo il soldato. Mi mostra la foto di lei e dei loro quattro figli. Il suo sguardo si fa triste. Ha passato sei mesi senza vederli.

Di fronte a Sasha sta seduto un militare corpulento di nome Artem. Prima del conflitto, Artem lavorava come specialista di alto livello in una delle più grandi aziende del Paese. Ha scelto di arruolarsi come volontario dopo la scomparsa di alcuni suoi familiari, secondo lui uccisi da militari ucraini all’inizio della guerra.

Il suo compito ora è gestire sistemi antiaerei e pianificare le offensive. Dalle sue decisioni, racconta, dipendono innumerevoli vite. «Io disegno delle frecce su una mappa e i soldati avanzano», spiega Artem dopo aver stappato l’ennesima birra.

A volte Artem si trova nella difficile posizione di inviare all’attacco squadre di uomini, ben consapevole che le loro possibilità di sopravvivenza sono quasi nulle. La tattica ha lo scopo di distrarre le forze nemiche, fungendo da diversivo mentre l’offensiva principale si svolge altrove.

«Non posso dirlo agli uomini, altrimenti non combatterebbero con la speranza di vincere», spiega il militare con gli occhi umidi di emozione. «E dopo tutto questo non si dorme bene», racconta, indicando le ciocche di capelli grigi comparse negli ultimi mesi. Essendo benestante, Artem ha rinunciato allo stipendio militare. «Non voglio essere pagato per uccidere persone», afferma.

Alcuni soldati sono visibilmente ubriachi. Un malinteso scatena una lite tra Sasha e un altro passeggero; sembra che stiano per venire alle mani, ma poi si calmano. La tensione si trasforma in una competizione improvvisata di flessioni tra i tavoli del vagone, sotto gli sguardi irritati del personale.

I soldati descrivono il fronte come l’inferno sulla terra. Le perdite sono enormi: circa duecento ogni giorno, dicono alcuni. I droni seminano morte dal cielo e finiscono i soldati feriti sul campo di battaglia.

Pasha ha sempre una granata appesa alla cintura, racconta, pronto a farsi esplodere piuttosto che finire prigioniero e rischiare di essere torturato. «Molti ragazzi giovani che conoscevo sono morti, non avevano neanche trent’anni», racconta Marat, un padre di famiglia del Tatarstan, chiamato alle armi con la mobilitazione parziale del 2022. «Tra noi mobilitati siamo rimasti in pochi». Lo scorso dicembre era nascosto con altri uomini in una casa sul fronte di Vuledar quando un tank li ha scoperti e ha aperto il fuoco, ferendolo a una gamba. Per la ferita ha ricevuto un indennizzo di tre milioni di rubli (circa 30.000 euro) che ha usato per comprare una casa nuova.

Nonostante la scheggia ancora piantata nella gamba e la diagnosi di stress post traumatico, Marat è stato ritenuto idoneo al servizio e rispedito al fronte. «Se non rischiassi cinque anni di carcere per diserzione, uscirei ora dal treno e me ne andrei a casa anche a piedi – si sfoga -. Questa guerra è priva di senso».

Un altro soldato, diretto al fronte, sorride amaramente: «Probabilmente non ce la farò questa volta», dice, indicando la ferita da arma da fuoco al petto, dalla quale non è ancora completamente guarito. Sia Sasha che Artem non hanno dubbi che la Russia vincerà alla fine, nonostante l’enorme costo in termini di vite umane. «Ci riprendiamo le nostre terre storiche», dice Sasha, convinto che l’Ucraina non sia mai stata una nazione sovrana. «La Russia non andrà oltre a meno che i Paesi Nato non ci attacchino», aggiunge. Artem compara la guerra in corso alla sfida tra due pugili: «Alla fine, saranno loro a esaurire le energie per primi».

Sono quasi le undici di sera e il vagone ristorante sta per chiudere. Uno dei militari si alza e propone un brindisi. L’atmosfera, prima rumorosa e allegra, diventa improvvisamente cupa e solenne. «Per i ragazzi», dice il soldato. Sasha e Artem si alzano con tutti gli altri e bevono in silenzio.


La democrazia, che noia

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Di Michele Serra, La Repubblica

A meno di pensare che la metà della popolazione georgiana sia al soldo delle potenze occidentali (sui social sicuramente è una rivelazione accreditata), da quelle parti, a quanto pare, moltissima gente vorrebbe sentirsi europea, non è attirata nemmeno un po’ dalle maniere vigenti nella vicina Russia, e manifesta per questo: correndo dei rischi sicuramente imparagonabili a quelli, piuttosto blandi rispetto ai loro, che qualunque cittadino europeo corre opponendosi al proprio governo.

È più o meno quanto accadde e accade in Ucraina — mi scuso per la semplificazione, serve solo per capire che effettivamente, in quella vasta e varia fascia di Eurasia che sta a mezzo tra Est e Ovest, ci si sente in bilico tra due destini, e due maniere di vivere.

Ciò che Putin e il suo cappellano militare, il mai abbastanza citato pope Cirillo, considerano decadenza e vizio, per milioni di persone, a quelle longitudini, profuma di novità e di conquista.

Chissà se noi europei ci sentiamo davvero coinvolti in quella scelta, che riempie le piazze e accende i Parlamenti a tre ore di aereo da casa nostra. È come se considerassimo scontati, una vuota formalità, diritti e conquiste che ancora grondano il sangue dei nostri genitori e nonni che si sono battuti per la democrazia.

Ci sembra vecchio e vuoto ciò che per moltitudini di esseri umani, in giro per il mondo, sarebbe una sconvolgente novità: lo stato di diritto, la fine dell’autocrazia.

È proprio vero che non si apprezza mai ciò che si ha. Se non nel momento, drammatico eppure formativo, nel quale lo stai perdendo. Essere viziati, e annoiati, è la caratteristica fondamentale di ciò che chiamiamo, per convenzione, Occidente.

Nell’immagine: Putin e pope Cirillo festeggiano


Cifre alla mano, perché bocciare una riforma tributaria voluta solo per i Paperoni

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

La riforma della Legge tributaria su cui andremo a votare il 9 di giugno è un ennesimo schiaffo alla maggioranza delle persone residenti in questo Cantone. Infatti a beneficiare realmente di queste modifiche, spacciate come riduzione delle imposte per tutti, saranno meno del 2% dei contribuenti.

La misura che stride maggiormente con la realtà socioeconomica del nostro Cantone è la riduzione dell’aliquota massima sul reddito dal 15% al 12%, e una riduzione delle imposte per le persone molto benestanti pari al 20%. Un vero e proprio regalo ai ricchi. La dimostrazione che questa riforma è stata costruita esclusivamente per le persone molto facoltose è il semplice fatto che 12 contribuenti risparmieranno complessivamente 4 milioni di franchi in imposte all’anno, mentre i 50’000 esenti non vedranno nulla. Esenti che arrivano alla fine del mese privandosi anche di beni di prima necessità.

Questa riforma si inserisce in un più ampio disegno di riduzione delle imposte alle persone facoltose e alle aziende iniziato nel 2017 con la riduzione dell’aliquota massima sulla sostanza. Globalmente le modifiche della Legge tributaria dal 2017 ad oggi sono costate all’anno al Cantone circa 170 milioni.

Tutte queste modifiche di Legge sono state vendute come necessarie per evitare la fuga di contribuenti facoltosi o di aziende. Fuga che si trasformerebbe in perdita di gettito e quindi in meno soldi per la formazione, per la socialità, per la sanità e per una serie di altri servizi destinati a tutta la popolazione.

Due elementi sono da considerare. Il primo è che di queste riforme abbiamo finora visto solo le perdite di gettito, una perdita di gettito che ha messo in ginocchio le finanze del Cantone; il secondo è che in realtà la fuga di aziende e contribuenti non si è mai verificata.

La mancanza di risorse, che sta causando gli attuali disavanzi, ha portato Governo e Parlamento a mettere in atto una serie di misure di risparmio a scapito del personale pubblico, poliziotti, impiegati dell’amministrazione cantonale, operatori sociosanitari e docenti, con conseguente diminuzione della qualità dei servizi, della motivazione e dell’attrattività del posto di lavoro. Ma non solo: anche a scapito di case anziani, istituti per invalidi e per giovani problematici. La serie di tagli, iniziata nel 2023 e proseguita nel 2024, non è terminata e proseguirà in maniera ancora più incisiva nel 2025.

Mentre ai ricchi si fanno regali, si taglia sui servizi sociosanitari, sulla formazione e sugli istituti che accolgono le persone più fragili del Cantone: un’azione immorale di cui non andare orgogliosi, come invece fanno i fautori di queste modifiche ergendosi a salvatori della Patria.

Insieme alla riduzione dell’aliquota massima sul reddito guardiamo anche due precedenti modifiche di Legge per confutarne le motivazioni-giustificazioni.

La prima è la riduzione dell’aliquota massima sulla sostanza per le persone con più di 1,3 milioni costata al Cantone 20 milioni di franchi, la seconda la riduzione per le aziende dal 9% al 5.5% dell’aliquota sull’utile dal costo 80 milioni di franchi.

Le giustificazioni a questi regali sono sempre le stesse, la fuga di buoni contribuenti dal Cantone. Uno spauracchio che non hanno mai saputo-potuto dimostrare.

Eppure non sarebbe difficile. I dati sulla sostanza delle persone fisiche nei vari Cantoni sono pubblicati sul sito dell’Ufficio federale delle contribuzioni, mentre i dati sugli occupati sono pubblicati dall’Ufficio di statistica cantonale.

Ebbene, dal 2003 ad oggi il nostro Cantone è quello che ha visto l’aumento maggiore dei contribuenti con più di 5 milioni, passando da 359 a 2’229 casi di tassazione. Paragonando questi risultati con quelli di altri Cantoni, spesso citati quali destinazioni preferite dai contribuenti in fuga, come il Canton Zugo, il Canton Grigioni e il Canton Svitto, il Ticino mostra una crescita percentuale del 520%, molto superiore a quella di Zugo (242%), Grigioni (413%) e Svitto (396%).

Se guardiamo alle aziende, un recente articolo apparso su la Regione ha evidenziato che il nostro è il secondo cantone preferito dalle aziende elvetiche. E se guardiamo agli occupati dal 2003 ad oggi, in Ticino sono cresciuti del 31%, mentre in Svizzera del 29%.

È quindi evidente che ci sono altri elementi oltre fiscalità che rendono attrattivo il nostro Cantone sia per le persone, che per le aziende.

Abbiamo strutture scolastiche molto buone e ben distribuite sul territorio, una sanità di prossimità e di qualità, un’amministrazione facilmente raggiungibile, siamo lungo il principale asse di comunicazione europeo nord sud, un asse che ci avvicina sia a Milano che a Zurigo, viviamo in un clima pre alpino e parliamo italiano, elemento non trascurabile per molti cittadini italiani.Per quanto riguarda le aziende, oltre alla lingua, siamo confinanti con un bacino di manodopera qualificata, fattore decisivo per la scelta della sede.

Votare “Sì” a questa riforma tributaria vuol dire ipotecare la possibilità di mantenere i servizi e le infrastrutture al livello attuale e quindi ridurne l’attrattività. Votare “Sì” vuole anche dire non avere le risorse per affrontare le sfide del futuro, mettendo la progettualità del Cantone su un binario morto.

Votare “NO” a questa ingiusta riforma vuol dire cambiare l’attuale politica fiscale di Governo e Parlamento, permettere al Cantone di affrontare i veri problemi della società, e non assecondare i vizi dei ricchi.

Ivo Durisch è granconsigliere e capogruppo PS


I nomi ballano attorno a Putin

L’invasione dell’Ucraina ha creato il caos nei Paesi dell’ex blocco sovietico. Proteste in Georgia, tensioni in Moldavia, l’ansia dei Baltici e le derive ungheresi. Per evitare che diventi conflitto aperto è urgente una forte azione europea 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Dopo aver mantenuto a lungo la maggior parte dei membri del vecchio governo, Vladimir Putin ha preso una decisione inaspettata: il ministro della difesa Sergei Shoygu è stato licenziato e il suo posto subentra Andrei Belousov, un economista civile e consigliere di lunga data di Putin.

A differenza del 2018, quando aveva riconfermato Dmitry Medvedev come primo ministro appena un paio d’ore dopo il suo insediamento, questa volta Vladimir Putin ha trascinato la nomina del primo ministro per diversi giorni – e ha annunciato la prevedibile riconferma di Mikhail Mishustin solo tre giorni dopo il suo insediamento. Non c’erano state grosse sorprese nella lista dei ministri civili presentata alla Duma per l’approvazione, tranne l’assenza proprio del nome di Andrei Belousov, fino ad allora responsabile dell’economia con il grado di primo vice-primo ministro.

Soltanto due giorni fa è arrivata la grande notizia: Putin ha dimesso Sergei Shoigu da ministro della difesa e ha nominato Belousov al suo posto. Shoigu è passato alla carica di Segretario del Consiglio di Sicurezza al posto di uno dei più stretti collaboratori di Putin, l’ex capo dell’FSB (intelligence) Nikolai Patrushev, la cui stella sembra in declino

Belousov è comunemente indicato come il più stretto consigliere economico del presidente: ha lavorato direttamente con Putin in varie posizioni e funzioni dal 2008. “Un uomo di Stato in una cerchia di nemici”, così Belousov era stato definito da un esponente del governo nel 2018, quando l’economista era stato nominato primo vice primo ministro. Una caratterizzazione che gli è rimasta appiccicata negli ultimi anni, visto che Belousov è stato particolarmente attivo nella ricerca e nell’accaparramento di super-profitti da parte delle aziende produttrici di risorse.

Belousov, classe 1959, si è laureato presso la famosa Scuola di Fisica di Mosca. Nel 2006, German Gref lo aveva chiamato a fare il suo vice al ministero dell’economia e nel 2008, quando Vladimir Putin diventò primo ministro per quattro anni, Belousov entrò a far parte dello staff governativo, nel ruolo apicale di direttore del Dipartimento di Economia e Finanza. Cinque anni dopo, arriva la nomina nella posizione chiave: assistente economico dell’amministrazione presidenziale.

Belousov non è un semplice esecutore. Ha in testa una sua idea di come dovrebbe funzionare l’economia russa. E Putin lo ascolta. È uno della linea dura, ed è stato uno dei pochi fra gli economisti di Putin a sostenere l’annessione della Crimea. Sempre favorevole all’aumento della spesa pubblica, a metà degli anni Duemila, quando era vice del Gref, sostenne con il ministro delle Finanze Alexei Kudrin che i proventi petroliferi in eccesso raccolti nel Fondo di stabilizzazione dovevano essere spesi in progetti infrastrutturali anziché risparmiati. Deciso assertore dell’ampliamento della spesa pubblica come volano per l’economia, con l’inizio della guerra Belousov è riuscito a convincere le grandi aziende a versare al bilancio un contributo una tantum di 300 miliardi di rubli dai loro profitti in eccesso del 2022. E ora il governo sta sviluppando un piano per “perfezionare” il sistema fiscale, il cui elemento principale potrebbe essere un aumento dell’imposta sui profitti dal 20% al 25%, cioè 2.000 miliardi di rubli all’anno. Uno dei suoi cavalli di battaglia è stato il progetto nazionale per lo sviluppo della produzione di droni, per il quale il governo distribuì prestiti favorevoli e adottò regolamenti speciali.

Belousov è il primo ministro della Difesa che non ha mai prestato servizio in nessuna agenzia di sicurezza, che non ha esperienza nemmeno di servizio militare obbligatorio, e che ha trascorso la maggior parte della sua carriera negli uffici senza mai vedere da vicino un campo di battaglia.

Il portavoce presidenziale Dmitry Peskov, comunque, ha ritenuto necessario spiegare questa nomina nei dettagli ai giornalisti, lasciando intendere che Belousov è stato nominato per supervisionare la spesa del crescente budget militare. Il bilancio del Ministero della Difesa e del blocco energetico è cresciuto dal 3% al 6,7% del Pil nell’ultimo biennio, e si sta avvicinando pericolosamente “alla situazione della metà degli anni ’80, quando la quota di spesa del blocco energetico nell’economia era del 7,4%”, ha ammesso Peskov. I compiti di Belousov sono “inserire l’economia del blocco militare nell’economia del Paese, in modo che corrisponda alle dinamiche del momento attuale” e rendere il ministero della difesa “assolutamente aperto alle innovazioni”.

L’industria della difesa, insieme all’indotto che lievita rapidamente grazie a questa spesa, è diventata la base della crescita e del surriscaldamento dell’economia russa: il compito di Belousov, convinto assertore del keynesismo militare e in vista del tentativo di conquistare Kharkiv, sarà quella non certo di ridurre la spesa bellica ma di razionalizzarla, riducendo sprechi e corruzione.

La notizia dell’inatteso cambio del ministro della Difesa in Russia ha occupato le prime pagine dei media non solo russi ma anche occidentali. Tutti cercano di dare un senso alla nomina di Belousov, e la maggior parte concorda sul fatto che essa ha completato la transizione della Russia verso un’economia di guerra.

“Lo scopo del rimpasto è consolidare il ruolo del complesso militare-industriale come principale locomotiva dell’economia, alle cui esigenze sarà subordinata la vita dell’intero Paese”, ha dichiarato Evgeny Suvorov, autore del canale “Telegram MMI” ed economista della Centro Credit Bank; “la stabilità e la durata di questa tendenza dipendono da una sola cosa: il petrolio sopra i 60 dollari”.

“Putin ha rimosso dalla guida dell’esercito l’uomo su cui sia gli ambienti russi favorevoli alla guerra sia gli analisti occidentali hanno attribuito parte della colpa per i fallimenti di Mosca all’inizio dell’invasione”, osserva invece il New York Times. In questo senso si chiude definitivamente anche l’annosa vicenda di Evgeny Prigozhin, che aveva costruito i successi della Wagner non solo sui campi di battaglia ma anche nelle denunce di inefficienza e corruzione nei confronti di Shyogu.

La sua sostituzione con Belousov ha messo in ombra altre nomine nel governo, alcune importanti e significative. Belousov, responsabile della politica economica, è stato sostituito da altri due vice-primi ministri: Alexander Novak, responsabile dell’energia, e Denis Manturov, che dal 2023 combina le cariche di vice-primo ministro e di capo del Ministero dell’Industria e del Commercio. Novak è a capo del settore energetico russo dal 2012 e come ministro dell’energia e poi vice primo ministro si è guadagnato una buona reputazione: “calmo, competente, preciso, non coinvolto in scandali, capace di negoziare, come dimostra l’accordo petrolifero OPEC+, in vigore da diversi anni”, afferma Sergei Vakulenko, esperto del Centro Carnegie di Berlino.

Denis Manturov è l’uomo del capo della “Rostec”, Sergei Chemezov, la cui posizione, a giudicare dai cambiamenti nel governo, si sta rafforzando. Durante la guerra, oltre all’industria della difesa e alla sostituzione delle importazioni, un’area importante per Manturov era la supervisione della vendita di beni di società straniere in Russia. È stato il ministero dell’Industria e del commercio a coordinare la maggior parte dei grandi affari.

Insomma un rimpasto forte, per un Putin che non si accontenta di mettere alle corde l’esercito ucraino ma che intende mettere al riparo il paese dalle turbolenze economiche e politiche che hanno segnato questi ultimi due anni.

Nell’immagine: Andrei Belousov