Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (5)

Un senso di gratitudine 

Galvani aveva dovuto reprimere il desiderio istintivo di toccarla. La donna dimostrò un certo pragmatismo mentre gli esponeva per sommi capi la situazione privata di suo figlio João.

Lui per un certo tempo li aveva aiutati. In modo molto discreto, così che nessuno potesse un giorno rimproverargli di avere fatto delle preferenze, o di avere avuto dei secondi fini. Galvani fece di tutto perché João godesse delle simpatie dei professori, calcando la mano con i colleghi sulle sue presunte doti; chiuse più di un occhio di fronte a certi atteggiamenti prevaricatori nei confronti di ragazzi più mingherlini, ma soprattutto istituì un incontro settimanale a tre con la madre, al fine di discutere progressi ed errori alla presenza di João.

Galvani si rivide in quel periodo lontano, in cui si sentiva ancora molto maldestro. D’altronde sentimentalmente non gli andava particolarmente bene: la prima moglie aveva chiesto il divorzio proprio in un momento in cui lui viveva nel terrore di ammalarsi alla prostata come era successo a suo padre (i segnali c’erano tutti: di notte si alzava almeno due volte per orinare). Galvani aveva cominciato a prestare attenzione all’alimentazione e si era banalmente iscritto in palestra, sostituendo gradualmente gli abiti vecchi con roba più colorata e alla moda. Forse era diventato un po’ pacchiano, col senno di poi doveva ammetterlo, ma all’epoca pensava di essere attraente a sufficienza per una donna delle pulizie, per di più portoghese.

Gli incontri settimanali cominciarono come stabilito, e lentamente diedero i propri frutti. Settimana dopo settimana João sembrava acquistare fiducia. A casa la madre continuava a seguirlo da vicino, con un affetto e una dedizione mai opprimenti, sebbene permeati dai sensi di colpa. Ma settimana dopo settimana Galvani notava con sconcerto anche qualcos’altro: se la prima volta la donna si era presentata con un abito che l’aveva turbato, cominciò gradualmente a coprirsi, spesso indossava dei dolcevita e capitava che non si togliesse nemmeno il soprabito. Teneva i capelli sempre raccolti e le sue frasi si fecero più brevi. Galvani ignorò quella presa di distanza: continuò a invitare madre e figlio a mangiare con lui, a bersi almeno una cosa, a fare una passeggiata, ma la risposta alle sue proposte era sempre negativa.

Quel comportamento, che Galvani leggeva come altezzoso, con il passare dei mesi lo aveva portato a sviluppare un’antipatia, quasi un odio, nei confronti di quella donna che, in cambio delle sue attenzioni e del suo tempo, lo trattava con sdegno e freddezza.

Conservo con gelosia il ricordo dei nostri scambi, per i quali non potrò mai esserle grata abbastanza. Adesso che ci ripenso, rammento che João, dopo il nostro primo incontro, mi chiese di vestirmi con maggiore decenza. Secondo lui a volte indossavo abiti troppo appariscenti. Mi creda, Professor Galvani, non è mai stata mia intenzione cercare di sedurla in alcun modo, o venire etichettata come donna poco seria. Sono legata a mio marito da moltissimi anni, e non gli ho mai dato motivo di vergogna. Le parole di João quindi mi colpirono profondamente, facendomi riflettere sul fatto che non abbiamo mai modo di capire fino in fondo la conseguenza di ogni nostra azione. L’imprevisto finisce sempre per avere il sopravvento.

Mi dispiace avere potuto contraccambiare solo miseramente il suo tempo e le sue attenzioni per João. Quello che lei ha fatto non ha prezzo per noi, eppure eccomi di nuovo qui a chiederle aiuto. Ci sarebbe di che vergognarsi… Questa volta, glielo prometto, non mi limiterò a inviarle conserve fatte in casa, marmellate e buoni-libro, ma vorrei pagarla. Non si scandalizzi, la prego, ma sono convinta del fatto che il tempo di ognuno di noi abbia un prezzo. La mia situazione economica, pur non essendo rosea o al di sopra di ogni preoccupazione, è sicuramente migliore rispetto a quando arrivammo in Svizzera, abbastanza stabile da evitarmi quelle situazioni imbarazzanti che creano disagio e senso di inferiorità.

I nostri incontri terminarono da un giorno all’altro, verso la primavera. Quando gliene chiesi il motivo lei non me lo volle fornire, e io non insistetti. Immaginai che affrontare un divorzio (me ne aveva accennato João) fosse una cosa difficile, che richiedeva tempo ed energie, per cui decisi di continuare da sola il percorso di dialogo che avevamo iniziato con João. Spero che nel frattempo lei abbia raggiunto una sua serenità. Ho sempre serbato nel cuore un profondo senso di gratitudine, e spesso, ripensando alle sue parole, ho trovato una risposta e un sostegno. È anche grazie a lei, Professor Galvani, se João ha individuato la sua strada e ora ha una vita serena. Presto compirà vent’anni e la settimana scorsa ci ha portato a casa la sua prima ragazza, una persona deliziosa. Ma sto di nuovo divagando, mi scusi.

Credo che una delle cose più belle di quando si aiuta il prossimo sia anche la gratitudine che ci viene data in cambio. E proprio il ricordo della sua generosità, le sensazioni di accoglienza provate allora, mi hanno armata ora del coraggio necessario per cercarla, per riprendere sfacciatamente i contatti con lei. È vero, avrei forse potuto chiederle il permesso, ma avevo troppa paura di un rifiuto, e oltre a lei non saprei a chi rivolgermi. Non sono mai riuscita a costruire grandi rapporti con gli indigeni, ancor meno con persone in qualche modo impegnate in attività intellettuali.

La prima volta che aveva letto quell’espressione Galvani si era stupito. Nonostante la donna non gli avesse mai dato l’impressione di essere stupida (aveva pur sempre imparato quasi perfettamente l’italiano e aveva fatto una certa carriera), non l’avrebbe mai associata a nessuna «attività intellettuale».

Su un angolo del tavolo da lavoro, di fianco a un vaso pieno di gigli dal profumo dolciastro, c’era un grande vassoio d’argento intarsiato. Vi erano disposte alcune bottiglie di cristallo contenenti whisky, Galvani si servì un bicchiere di Laphroaig e sprofondò nella poltrona davanti al camino. Gli pulsavano le tempie, il senso di colpa faceva il suo corso, anche se con gli anni aveva perso di vigore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Lorenzo Cremonesi – Giochi diplomatici e preoccupata attesa per la rappresaglia di Teheran contro Israele

Un senso di gratitudine 


Gaza, la devastazione calcolata dei corpi e della psiche di un’intera popolazione richiede tempo!

Un senso di gratitudine 

Nell’interminabile “attacco contro Hamas” dell’esercito israeliano, considerato una legittima risposta al traumatico massacro perpetrato da Hamas in Israele il 7 ottobre, non basta evidenziare l’enorme sproporzione nella conta dei morti da entrambe le parti, regolarmente aggiornata dall’ONU nei suoi bollettini [ad oggi poco meno di 40’000, ndr].

Occorre considerare anche l’intento di costringere gli abitanti di Gaza, anziani, donne e bambini compresi, a vivere costantemente nel degrado e nel terrore, per privarli di ogni dignità e ridurli a disprezzabili “animali” che non meritano di sopravvivere. La pedopsichiatra francese Myriam David, ebrea, reduce dai campi di concentramento nazisti, spiega bene come funziona questo meccanismo.

“Credo che non si è detto, a proposito dei campi come ad esempio Birkenau e altri, ciò che ha funzionato nel senso della distruzione: la lunga durata dell’assenza di cure. Un lungo tempo senza cure significa mancanza di cibo, cibo schifoso, sporcizia schifosa, abbigliamento schifoso, lo sfinimento, la carenza di sonno e tutto ciò che questo fa al corpo. E credo che non si sia detto abbastanza che quando tutto ciò accade al corpo, ebbene l’anima se ne va, ammesso che esista, in ogni caso la psiche se ne va e non si pensa più. Un corpo maltrattato non può più pensare. Diventa abietto! Induce l’altro, che è normale, a disprezzarlo, lo autorizza al disprezzo totale e suscita in lui il desiderio di colpirlo e distruggerlo.”

Conoscere la realtà è possibile e necessario

I nostri media parlano sempre meno di ciò che accade ai civili di Gaza, ma nonostante la sistematica uccisione di giornalisti (113 al 2 agosto scorso), conoscere la dimensione della traumatica strategia di persecuzione, espulsione o sterminio di un intero popolo è possibile. Basta guardare il video “Gaza après le 7 octobre” realizzato dal giornalista Aymeric Caron, deputato ecologista, e presentato al parlamento francese il 29 maggio scorso. Le immagini, forse ancora più insopportabili della terribile sofferenza dei civili, sono quelle dei soldati israeliani in azione, e gli appelli alla distruzione ed espulsione di tutti gli abitanti di Gaza da parte di varie autorità israeliane, di coloni estremisti e dei giornalisti di Channel 14, la TV che sostiene incondizionatamente il primo ministro Netanyahu. Il sito di informazione CinéMutins, che ha pubblicato il documentario, spiega così la sua scelta:

“È un sogno o è la realtà?”, chiede una bambina stordita dalle ferite riportate. È un incubo, senza dubbio, e nulla può giustificarlo, né i crimini del 7 ottobre né la detenzione di ostaggi israeliani da parte di Hamas. Condannare tutti i crimini del 7 ottobre, quelli precedenti e seguenti, condannare l’antisemitismo e tutte le forme di razzismo, è un atto minimo di buon senso. Tuttavia, è necessario precisarlo sempre. Ogni persona normale desidera che gli ostaggi sopravvissuti possano tornare dalle loro famiglie e che il massacro a Gaza cessi immediatamente. Ma per arrivare alla fine di questo processo occorre guardare in faccia le cose, vedere cosa sta succedendo a Gaza dopo il 7 ottobre, cosa sta facendo l’esercito israeliano, cosa non mostrano i canali televisivi.”

Ostacolare sistematicamente l’accesso dei rifornimenti alimentari e sanitari e lasciar cadere bombe su ospedali, ambulanze, scuole-rifugio, fognature e tende dei campi profughi non sono “effetti collaterali” della caccia ai capi di Hamas. Servono a distruggere ogni volontà di resistenza, per rendere desiderabile e accettabile qualsiasi esodo dalla propria terra. Da Gaza chi ha potuto permetterselo è già fuggito all’estero. Intanto nel documentario si vedono i progetti di villette in riva al mare che alcuni imprenditori israeliani propongono per quando Gaza sarà… restituita ai coloni.

Disumanizzare i nemici privandoli di ogni dignità è anche indispensabile per spegnere le coscienze dei soldati che devono imporre brutalità e privazioni inumane ai civili palestinesi. Dopo la strage del 7 ottobre il ministro della guerra israeliano Benny Ganz l’aveva detto chiaramente: “combattiamo animali umani” e da allora il governo di Israele non fa distinzioni fra i responsabili di quel massacro e i civili palestinesi colpevoli solo di vivere sulla “terra promessa”… a un altro popolo. Un popolo che fu a sua volta vittima del più grave genocidio della storia, il cui trauma si tramanda per generazioni.

Per non girare la testa dall’altra parte

Naomi Klein nel suo commento al capolavoro di Jonathan Glazer “La zona d’interesse”, premio Oscar per il miglior film straniero, proprio sul tema dell’indifferenza allo sterminio degli ebrei, chiede: “Quel ‘mai più’ significa mai più per tutti o mai più per gli ebrei? È una promessa che rende Israele intoccabile?” e nel suo articolo ricorda come il regista Glazer (anch’egli ebreo) abbia coraggiosamente preso posizione sulla questione: “Tutte le nostre scelte sono state fatte per riflettere e metterci di fronte al presente, non per dire ‘guardate cos’hanno fatto allora’, ma piuttosto ‘guardate cosa facciamo adesso’ (…) sbarazzandosi dell’idea che paragonare gli orrori di oggi ai crimini nazisti significhi di per sé minimizzare, e non lasciando dubbi sul fatto che fosse sua intenzione tracciare una continuità tra il passato mostruoso e il nostro mostruoso presente”.

Invece di assistere indifferenti al prolungamento infinito di questa guerra dovremmo forse chiederci quale “mostruoso futuro” ci riserveranno le generazioni di palestinesi traumatizzati nel “mostruoso presente”. Chiederci se il pacifismo promosso anche dal Pontefice non sia la soluzione politica più realistica e vantaggiosa per tutti. Dovremmo esigere dai governi occidentali, da decenni complici indifferenti di una situazione drammatica ed esplosiva, che si attivino efficacemente per far cessare il massacro e per una pace giusta e duratura fra israeliani e palestinesi.

È vero, la distanza fra la Palestina e noi è un po’ più grande rispetto a quella fra le ciminiere del campo di Auschwitz, appena dietro il muro, e la famigliola felice del comandante Rudolf Höss, nel film di Glazer. Ma il meccanismo dell’indifferenza nella psiche umana rimane lo stesso di allora. E come ricorda spesso Liliana Segre citando Primo Levi “l’indifferenza porta alla violenza perché è già violenza”.

Nell’immagine: il fotogramma iniziale del video Gaza après le 7 octobre


Ancora grazie, signora Thatcher

Un senso di gratitudine 

Di Ian Chambers, il manifesto

In risposta alle rivolte razziali di uomini bianchi nelle strade di diverse città del Regno Unito, si è fatto il solito ricorso alla conservazione di una società «di legge e ordine». Naturalmente, le radici della questione – il razzismo e l’etnonazionalismo bianco – sono molto più profonde. E toccano le questioni della povertà, del degrado industriale e urbano e della globalizzazione della produzione e della finanza che hanno portato a scartare settori della popolazione come “rifiuti”. Questi sono i risultati del disfacimento del patto post-1945 tra capitale e socialdemocrazia e del programma di responsabilità politica per il benessere sociale.

In un mondo in cui tutti sono stati educati a essere individualmente responsabili per sé stessi, dalla salute all’istruzione, la precedente rete sociale si è disfatta. Sostenuta in tutto lo spettro politico istituzionale sia dai conservatori che dai laburisti a partire dagli anni Ottanta, l’economia neoliberale, che consiste nello spogliare i beni pubblici per ottenere profitti privati, è diventata un vangelo. Così come Margaret Thatcher, anche il nuovo Labour di Tony Blair era entusiasta di installare questo ordine politico ed economico. Margaret considerava Tony il suo miglior allievo.

NEGLI ANNI SETTANTA, sotto la signora Thatcher, i giovani neri erano stati pubblicamente identificati dalla stampa e dai politici di destra come la causa del declino economico della Gran Bretagna. L’immigrato (anche se la gioventù nera era in gran parte di origine britannica) era il capro espiatorio, il totem per “sorvegliare la crisi”, per citare il titolo di un noto studio collettivo dell’epoca coordinato dall’intellettuale giamaicano e fondatore degli studi culturali, Stuart Hall. La razza era la lente attraverso la quale leggere la minaccia alla britishness e a un mondo bianco e parrocchiale apparentemente assediato dagli stranieri e dai loro modi poco inglesi (tutto quel curry, reggae e ganja). Suona familiare. E, naturalmente, uno degli affluenti di questa ideologia populista ci porta sulla strada della Brexit.

Ma la storia, come sempre, è più complessa e attinge a strutture e correnti più profonde. Ad accompagnare la creolizzazione in mostra negli skinhead rasati che ballavano il reggae mangiando cibo asiatico e picchiando i pakistani, c’è stata la seduzione dell’ordine politico da parte della “riforma” economica neoliberale che ha stabilito le condizioni per cui i ricchi sarebbero diventati più ricchi, la classe media sarebbe stata schiacciata e i poveri scartati. Questa era la “Cool Britannia” nel suo superficiale multiculturalismo e nella violenta ristrutturazione di una società post-industriale.

TUTTO È DIVENTATO un’opportunità per fare soldi. L’industria è stata denazionalizzata. L’energia, le ferrovie e l’acqua sono state privatizzate. Se questo significava aumentare gli sprechi e l’inefficienza, allora si poteva ricavare denaro dalla loro riparazione e manutenzione, garantendo al contempo dividendi crescenti per gli azionisti. È stata installata un’ideologia quasi punk: Cash from chaos.

Il servizio ferroviario è contemporaneamente il più costoso e il più lento d’Europa. I fiumi e i mari della Gran Bretagna sono inondati di acque reflue non trattate. Le bollette dell’energia sono salite alle stelle e la povertà è pubblicamente evidente nelle migliaia di banche alimentari sparse per il paese, suggerendo una società sull’orlo della disgregazione sociale. Ma, come disse notoriamente la signora Thatcher, la società non esiste. È solo colpa tua se sei povero, disoccupato e senza sostentamento o aiuto.

L’INSTALLAZIONE dell’individuo egoista come epitome del soggetto politico moderno non è certo un’esclusiva britannica. È maturata nel corso di molti decenni nel mondo anglofono e oggi è diventato un mantra globale. È vero, è stato in gran parte grazie ai britannici che è entrato nel lessico politico dell’Ue. Ma poi se ne sono andati senza assumersi la responsabilità. Proprio come la loro precedente politica in Medio Oriente. Ciò che è specifico e caratterizza la scena britannica, che accompagna e alimenta il razzismo rabbioso a cui assistiamo oggi, è una democrazia disfunzionale che nasconde una crisi politica più profonda che ha poco a che fare con gli immigrati (la maggior parte dei quali sono cittadini britannici di nascita) o con la religione, e molto a che fare con l’incapacità politica della classe politica privilegiata di proporre alternative distintive.

Appesantito da una monarchia ereditaria, da una Camera dei Lord non eletta e da una Camera dei Comuni (basta ascoltare il linguaggio: il Re, i Lord, i Comuni, come se fossimo ancora in uno stato medievale) eletta con un sistema non rappresentativo, significa che tutti i governi del Regno Unito sono governi di minoranza in termini di voto popolare. L’estrema destra Reform Uk, con oltre il 14% dei voti alle recenti elezioni, avrebbe ottenuto quasi 100 deputati in un sistema di voto proporzionale e non gli attuali 5, come ha sottolineato Leonardo Clausi qualche giorno fa su questo giornale. Meno male, verrebbe da dire. Ma è solo un ulteriore occultamento del malessere strutturale.

QUEI CORPI BIANCHI arrabbiati per le strade, che brandiscono fuoco e Union Jack (meglio la bandiera inglese di San Giorgio: di questi tempi, la Union Jack è troppo inclusiva), annunciando le soluzioni populiste dell’etnonazionalismo, non sono stati prodotti dai migranti (o dagli “stranieri” europei) ma dallo stesso Stato britannico. Quando si svuota la politica e si toglie la sostanza, questa viene rapidamente riempita dal fascismo populista. Incoraggiata dai media e reclutata dall’opportunismo politico, la politica populista ha rotto il guinzaglio. Sulle rovine delle illusioni imperiali ancora evocate dalla sua classe politica, il dibattito è sceso in strada. Non incontrerete Boris Johnson o Keir Starmer lì, ma da dietro le tende delle loro case multimilionarie, sbirceranno la rabbia contro la luce sbiadita dello spettacolo che hanno sceneggiato e installato.

Nell’immagine: Dimostranti gettano un bidone della spazzatura durante una protesta anti-immigrazione a Rotherham, nel nord dell’Inghilterra


Crollo criptovalute: Bitcoin in forte calo e investitori in fuga

Un senso di gratitudine 

Di Giovanni Turi, La Stampa

Sulla scia dell’andamento delle Borse, c’è pressione anche sul mercato delle criptovalute. A inizio giornata di lunedì 5 agosto, il Bitcoin ha registrato un calo del 15%, poi attenuato nel primo pomeriggio a -9,88%. Numeri intorno alle due cifre, che hanno fatto scendere il suo valore sotto la soglia dei 53 mila dollari.

Si tratta di una flessione che arriva dopo la sua settimana peggiore dal crollo di Ftx e che trascina con sé tutte le altre valute digitali. Per fare qualche esempio: Litecoin crolla del 16,69%; Ethereum di quasi il 16% a 2.295 dollari; Ripple del 12,8%. Ed è così che negli ultimi tre giorni il mercato delle criptovalute ha bruciato 313 miliardi di dollari.

In particolare, lo scivolone si lega ai risultati dei mercati asiatici, che hanno fortemente risentito della decisione della Banca del Giappone di alzare i tassi di interesse per la seconda volta consecutiva, con la Borsa di Tokyo che ha perso oltre il 12%. Dall’altra parte del globo, i mercati europei hanno aperto con il segno meno di oltre 2 punti percentuali, a seguito di risultati simili a Wall Street nella giornata di venerdì.

Gli investitori, intanto, vendono e fuggono dall’azionario buttandosi nei beni rifugio tradizionali, quali oro, titoli di Stato tedeschi e statunitensi. Una categoria in cui le criptovalute non rientrano, per via delle loro fluttuazioni e della loro volatilità.

Il down delle criptovalute sarà avvertito da una platea più ampia di investitori dopo che la Securities and Exchange Commission (Sec), ovvero i regolatori statunitensi, ha approvato nuovi fondi negoziati in borsa per Bitcoin e Ether. Da inizio anno, infatti, è scattato il via libera a un gruppo di partecipanti per operare con Eft (Electronic fund transfer), i quali hanno visto centinaia di milioni di dollari confluire nelle monete.

Inoltre, secondo la Cnbc, Morgan Stanley presto consentirà ai suoi oltre 15 mila consulenti finanziari di vendere azioni di Ibit di BlackRock e Fbtc di Fidelity e di proporre Etf Bitcoin ai rispettivi clienti.


6 agosto 1945, la Bomba

Un senso di gratitudine 


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (4)

Un senso di gratitudine 

La lettera «Al gentile Signor Galvani» continuava.

Furono anni molto difficili, Professor Galvani, anche perché era praticamente impossibile uscire dalla condizione di migranti-manodopera, e si finiva sempre per elevare la comunità portoghese a proprio punto di riferimento. Feci fatica a trovare un impiego, trascorsi i primi mesi a decifrare i giornali. L’italiano lo imparai così: grazie agli annunci di lavoro e a un piccolo dizionario tascabile. Mio marito lavorava come cameriere e spesso sacrificava le vacanze per dare una mano a un suo amico che faceva il custode, senza dubbio per amicizia, ma anche per arrotondare un po’.

Finalmente riuscii anch’io a trovare un lavoro come donna delle pulizie in una scuola serale in cui lavoravano alcune connazionali. All’inizio lavoravo poche ore, sufficienti però permetterci di spostarci in un appartamento più grande e di inviare regolarmente soldi a casa. A dire il vero due anni fa avevamo già cominciato a pensare di farci raggiungere da João. Nel frattempo io ero infatti riuscita a diventare coordinatrice di un piccolo team di pulizia privato e stavo analizzando l’annuncio di una ditta che cercava una direttrice per il settore logistico-organizzativo. Mi offrivano delle ore in ufficio che mi avrebbero permesso di emanciparmi finalmente dalla schiavitù del lavoro serale.

Con mia grande sorpresa fui assunta e la nostra vita cambiò. Di colpo alla fine del mese ci avanzavano dei soldi e mio marito poté abbandonare i suoi lavoretti extra. Ci rendemmo conto di tutto quello che ci eravamo persi in quegli anni di lavoro e sacrifici: iniziammo a uscire a cena, ad acquistare dei mobili nuovi (ci eravamo sempre accontentati dell’usato), a comprarci un abito di cui non avevamo necessariamente bisogno, ma la cosa più bella fu che aumentammo considerevolmente l’importo da inviare tutti i mesi in Portogallo.

Ci scapparono così tra le mani quasi tre anni, durante i quali avremmo potuto prendere João con noi, risparmiandogli forse una bella dose di sofferenza. Avrebbe vissuto con minor dolore la morte del nonno, avrebbe avuto modo di conoscerci prima, si sarebbe integrato meglio a scuola… sono insomma mille le cose che per João sarebbero state più semplici se noi fossimo stati meno egoisti. Ma con il senno di poi, immagino che capiti anche a lei, tutto sembra più facile e scontato.

Dopo i funerali del nonno tornammo in Svizzera in tre. Ci ritrovammo a dovere ricavare in fretta e furia una stanza dal mio studio e, almeno nei primi mesi, a dovere consolare della morte del nonno e del distacco dalla nonna un figlio per molti versi a noi estraneo.


Fu in queste condizioni psicologiche che João si aggregò a una classe di ragazzini più giovani di lui nel mese di maggio, quando la scuola stava per finire. Io allora non la conoscevo ancora, Signor Galvani, altrimenti forse mi sarei rivolta a lei, chiedendole dei consigli per migliorare lo stato emotivo di mio figlio durante i mesi di vacanza che ci attendevano. Fu un inferno, non esagero: a un certo punto João smise quasi del tutto di parlarmi… ma preferisco non rivangare, per me fu un periodo doloroso, e ancora oggi sono perseguitata dai sensi di colpa. Al termine dell’estate il destino aveva però in serbo una sorpresa. E mi creda, non esagero quando affermo che, decidendo per puro altruismo di aiutarci, lei ha dato una svolta alla nostra vita!


Altruismo
, pensò Galvani. Aveva convocato la madre di João dopo l’ennesimo pestaggio a meno di due settimane dall’inizio della scuola. Pur avendo deciso, dopo anni di esperienza, di non figurarsi mai i genitori dei suoi allievi prima di averli incontrati (poiché era una perdita di tempo, e spesso una delusione), la vista della madre di João lo aveva impressionato. Si era ritrovato davanti una donna leggermente più alta di lui, riccia e scura, i cui occhi attenti spalancati erano attraversati da un’ombra di apprensione. Il naso era imponente ma non spezzava l’incanto del volto, sovrastando fiero la bocca carnosa. Il vestito color senape le si incrociava sul petto, mettendo in evidenza i bei fianchi allenati dal lavoro fisico, e un girovita sottile. La sua pelle era ricoperta da una patina di sudore.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


L’escalation più temuta

Un senso di gratitudine 

Via dal Libano, “e con ogni mezzo”, intimano gli Stati Uniti, seguiti da diverse cancellerie occidentali, ai propri cittadini residenti nel Paese dei Cedri. Dando dunque per scontato che, fra rappresaglie e controffensive, sarà proprio il piccolo e fragile mosaico libanese lo scenario principale del prossimo massacro regionale. Terre e popolazioni abituate a subire le guerre degli altri, ma anche a organizzarne in proprio, come negli anni settanta-ottanta avvenne con il lungo scontro armato nazionale del ‘tutti contro tutti’, cristiani e musulmani e drusi e palestinesi, a volte lacerati al loro interno, autentica follia autodistruttiva: favorita dalle interessate intromissioni militari di siriani e israeliani, incendiari e registi di una autentica carneficina (150.000 morti). Inizio della fine della “Svizzera del Medio Oriente”, come con faciloneria veniva definito il Libano prima della grande tragedia imposta anche dal cinismo dei suoi potenti vicini e dai santuari dell’OLP. 

Ora, con la mattanza di Gaza ancora in corso dopo nove mesi, si attende o si teme l’apertura vera del “secondo fronte” al Nord. Costretto dagli assassinii mirati di Israele (il più simbolicamente importante quello del capo politico di Hamas, Ismail Aniyeh, ma anche di capi del jihadismo libanese), l’Iran prepara la sua obbligata ritorsione, e lo Stato ebraico la sua ennesima replica. Escalation garantita. Che inevitabilmente passerà appunto dal Libano, prima roccaforte sciita con il ‘partito di Allah’, l’Hezbollah che dal 7 ottobre bombarda il Nord di Israele in sintonia e solidarietà con l’offensiva di Hamas al Sud, e le puntuali rappresaglie dell’aviazione di Tsahal. Finora, guerra a bassa intensità. Contenuta, anche per interesse e intervento diplomatico americano e occidentale, ma immensa polveriera in grado di esplodere ad ogni istante. Soprattutto se la Repubblica islamica (che ha fin qui dimostrato la sua debolezza militare) dovesse di nuovo esibirsi, e magari con maggiore successo, in un bombardamento a tappeto di droni e missili contro Israele come nella notte di metà aprile, aggiungendovi azioni sporadiche su bersagli israeliani all’estero, oppure dei suoi alleati regionali dell’ “Asse della Resistenza” (dalla Siria, all’Irak, allo Yemen degli Huthi). 

Reazione bellica di cui gli eredi di Khomeini conoscono però la pericolosità. Possono infatti fornire al governo nazional-messianico di Netanyahu l’occasione-pretesto per colpire in profondità la teocrazia iraniana, e i suoi centri di ricerca per la costruzione dell’atomica: forma di guerra preventiva da tempo pianificata, e spesso rivendicata, dagli strateghi di Israele, che nella Repubblica della Rivoluzione islamica hanno il loro principale bersaglio, silenziosamente condiviso dai sunniti a guida saudita. Un’America con a capo un indebolito e “dimissionario” Joe Biden, e con la prospettiva di un ritorno di Trump alla Casa Bianca, farebbe stavolta molta più fatica a bloccare i piani dello Stato ebraico, anche perché gli alleati di Teheran, Russia e Cina, si limiterebbero a proteste verbali. Si aprirebbe comunque una voragine drammaticamente incerta in tutta l’area, un allarmante allargamento del conflitto (fin dove, fin quando?), nuove tragedie per i civili, con Israele forse costretto anche a intervenire sul terreno almeno nel sud del Paese dei Cedri, dove da anni cerca di allontanare i miliziani di Hezbollah dai suoi confini, spingendoli al di là del fiume Litani.

Ma anche Netanyahu sa che il paese dei cedri è stato la tomba del più alto numero di soldati israeliani uccisi durante le invasioni del Libano. Intreccio di incognite e rischi ad altissima intensità. 

Scritto per “la Regione”
Nell’immagine: missili ipersonici iraniani puntati contro Israele


Dall’Italicus alla strage di Bologna, la memoria insidiata

Un senso di gratitudine 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Per non dimenticare chi siamo, cosa abbiamo vissuto e le prove che la Repubblica ha dovuto attraversare per rimanere se stessa, dopo la memoria della strage di Bologna del 2 agosto 1980, con gli 85 morti e più di 200 feriti, arriva il cinquantesimo anniversario della bomba esplosa il 4 agosto 1974 sul quinto vagone del treno 1486 Italicus in corsa verso Monaco di Baviera: dodici vittime e un volantino firmato Ordine Nero: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti”.

Ieri (domenica 4 agosto) il presidente della Repubblica Mattarella, sempre più custode solitario di una memoria nazionale insidiata, ha voluto ricordare non solo l’attentato, ma la sua natura e il suo significato, denunciando «una strategia terroristica che mirava a destabilizzare la Repubblica»: «Nella catena sanguinosa della stagione stragista dell’estrema destra italiana, di cui la strage dell’Italicus è parte significativa, emerge la matrice neofascista, come sottolineato dalla Cassazione e dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, pur se i procedimenti giudiziari non hanno portato all’espressa condanna di responsabili».

Non è dunque l’ossessione degli antifascisti — come sostiene l’ultimo giustificazionismo — che incalza Giorgia Meloni per conoscere il suo giudizio storico sui vent’anni di dittatura, sulla stagione del post-neo-fascismo e sui suoi intrecci coi gruppi criminali organizzati dell’estrema destra che volevano realizzare nelle stragi il progetto piduista di involuzione autoritaria dell’Italia: è semplicemente il calendario civile del Paese, che ad ogni scadenza di una vicenda nazionale accidentata crea un appuntamento ineludibile tra il governo e la storia, tra la cronaca e le istituzioni, costringendo chi guida l’Italia a prendere posizione, rievocando l’accaduto con l’obbligo morale di interpretarlo e di giudicarlo.

La destra lo fa, ogni volta accompagnando la sua condanna di eventi mostruosi (e ci mancherebbe altro) con una riserva, un distinguo, una perplessità, nascondendosi dietro le sentenze della magistratura che chiamano in causa il neofascismo, rifiutandosi sempre di sciogliere in proprio il nodo dell’ambiguità.

Questa riserva nella lettura condivisa della stagione stragista e nella deriva terroristica delle organizzazioni di estrema destra consente a Giorgia Meloni di tenere aperto uno spiraglio al grande dubbio: come se la premier dicesse a tutto il suo mondo che deve prendere atto della verità ufficiale accertata dai tribunali, ma non rinuncia a coltivare in quello spiraglio l’ipotesi di un ribaltamento della storia, di una rilettura ideologica della vicenda nazionale, o almeno di una sterilizzazione politica e culturale della natura della Repubblica.

Proprio questo è il vero obiettivo della destra estrema che ci governa: cancellare l’imprinting che la Resistenza, con la lotta armata al fascismo e al nazismo, ha dato alla democrazia italiana riconquistata, alla Costituzione che la traduce in principi, regole e valori, alle istituzioni che coerentemente ne derivano. Una Repubblica disossata, senza più una spina dorsale costruita nella lotta per il recupero della libertà, neutralizzata negli ideali, liberata dal mito fondatore della democrazia che spodesta la dittatura e recupera il concetto di Patria nello spirito della Costituzione.

Come gli affluenti del grande fiume della Nazione, a quel punto tutte le culture politiche sono riconosciute, legittimate e ammesse a pari titolo nel concerto politico-istituzionale della nuova Italia, compresa quella post-neo-fascista. Il risultato è una Repubblica ufficialmente anonima, formalmente indefinita, in realtà concepita, disegnata e realizzata dalla destra come esito finale della sfida con la sinistra per l’egemonia culturale.

Altro che Rai: qui è in gioco l’intero palinsesto valoriale del Paese. Alla sinistra verrebbe sottratta la rendita di posizione dell’antifascismo come fondamento repubblicano. Alla destra verrebbe amnistiato il peccato originale del fascismo, nuova cultura se non costituente certo costitutiva della vera Seconda Repubblica italiana. Con in più la suggestione per Meloni di non cifrare soltanto una stagione di governo, ma addirittura l’impresa titanica di un sovvertimento culturale con proiezioni istituzionali, annullando una storia del Paese per iniziarne un’altra, rimanendo fedele non solo alla sua avventura e alla sua natura, ma anche al suo spirito antisistema.

Un sistema ribaltato da Palazzo Chigi, nella classica ribellione delle élite (se così si può dire nell’anomalia del caso italiano) mascherate da underdog, uno degli esiti di scuola della deriva populista del Paese.

La posta in gioco è la più alta, vale a dire la natura della democrazia, a cui a quel punto bisognerà pur dare un nome, tra il modello liberal-democratico a destra in disuso, la pratica dispotica di Putin, le tentazioni neo-autoritarie dei leader sovranisti e “patrioti”, la “verticale del potere” degli autocrati.

Un giorno Giorgia Meloni dovrà pur svelare la sua idea di democrazia, che resta fino ad oggi misteriosa. E proprio per questo non si può non vedere che ormai Sergio Mattarella, con la sua pedagogia costituzionale, non è più soltanto un punto di riferimento del Paese: ma un punto democratico di contraddizione.

Nell’immagine: Bologna, 4 agosto 1974: la strage del treno Italicus


Inghilterra, 24 ore di follia: negozi in fiamme, caccia all’immigrato e saluti nazisti. Cosa sta succedendo

Un senso di gratitudine 

Di Antonello Guerrera, La Repubblica

Caccia all’immigrato, negozi di stranieri bruciati, polizia assaltata, saluti nazisti, hotel di immigrati minacciati. Estrema destra, giovanissimi estremisti, hooligan e presunti “patrioti” da 24 ore hanno messo a ferro e fuoco diverse città in Inghilterra e a Belfast, in Irlanda del Nord. Sembrano le premesse dei tremendi “riots” del 2011, in cui morirono cinque persone.

In teoria, si sarebbe trattato di manifestazioni di protesta contro l’immigrazione incontrollata, dopo la strage di bambine a Southport lunedì scorso per cui è stato arrestato un 17enne nato a Cardiff e figlio di genitori ruandesi, sul quale si è scatenata una marea di fake news e bufale. Invece, da parte di centinaia di vandali e facinorosi in varie località del Regno, si è assistita a una inquietante e furiosa razzia di tutto ciò che, nella testa degli aggressori xenofobi e razzisti, non è “bianco” o “vero inglese”.

Le scene peggiori si sono viste ad Hull, nel nord dell’Inghilterra, a Liverpool ma anche a Belfast. Nella città dei Beatles nel pomeriggio alcuni teppisti e violenti, in apparenza anche minorenni, hanno assaltato per esempio un negozio di telefonini gestito da immigrati. A un certo punto i gestori hanno provato a barricarsi nel locale, ma i balordi hanno bloccato e sfondato la saracinesca per poi entrare.

Non solo. I teppisti hanno messo a fuoco anche la nuova biblioteca “Spellow Library” aperta solo l’anno scorso per bambini adulti e adolescenti, dopo un investimento di sei milioni di sterline per rivitalizzare e riqualificare quell’area della città. La deputata locale Anna Turley ha scritto su X: “Questi sono vandali e criminali”.

Debbie Stokes, una residente locale del quartiere della biblioteca poco sopra lo stadio dell’Everton di Goodison Park, ha detto in un’intervista a Sky News di essere “scioccata per aver scoperto quanti miei conoscenti sono in realtà dei razzisti, che strumentalizzano il pretesto della terribile strage di bambine a Southport. I nazisti bruciavano i libri. Qui invece bruciano la biblioteca. È disgustoso. Ieri sera pensavo a tutti i miei vicini di casa stranieri e a quanto erano spaventati dalle orrende scene cui abbiamo assistito”.

Ad Hull, invece, città in cui i bianchi rappresentano circa il 94% della popolazione locale, la situazione  era questa, dopo i riots: negozi di scarpe e di telefonini devastati, ma anche la panetteria popolare della catena Greggs. Come riportato da vari utenti e residenti su X, a saccheggiare telefonini e tablet c’erano anche “manifestanti” bardati dalla Croce di San Giorgio, ossia la bandiera dell’Inghilterra.

Sempre ad Hull vi è stato un vero e proprio linciaggio da parte di orde di estremisti e razzisti. Secondo le prime ricostruzioni, in un’auto in movimento c’erano “stranieri” come li chiama la folla impazzita. In un video qualcuno dice anche “uccidiamoli!”. I delinquenti circondano la macchina, la prendono a calci e poi aggrediscono guidatore e passeggeri. Al momento non si conoscono le condizioni delle vittime di questo barbaro assalto.

Ma  anche a Belfast si è assistito a momenti di altissima tensione. A Sandy Row, una delle storiche roccaforti protestanti e unioniste, sono stati devastati negozi di immigrati. Il proprietario musulmano quasi in lacrime, racconta tutta la sua disperazione: “Non è rimasto niente. Solo cenere. Ce l’hanno con noi. Ce l’hanno con l’Islam”. Purtroppo egli non è stato l’unica vittima della furia razzista e fascista nella capitale nordirlandese. Altri esercizi commerciali e negozi di barbieri gestiti da stranieri o musulmani sono stati brutalizzati.

Durante uno dei tanti confronti tra estremisti di destra e contro-manifestazioni di sinistra, a Leicester si sono visti anche saluti nazisti.

Ma c’è grandissima allerta anche oggi domenica 4 agosto, perché sono previste altre manifestazioni dell’estrema destra in tutto il Paese. Pare sia stato assaltato dai razzisti un hotel per richiedenti asilo a Rotherham, nel nord dell’Inghilterra poco fuori Sheffield. Le immagini che stanno arrivando sono angoscianti.

A Middlesborough gli estremisti hanno preso il controllo di un incrocio stradale e hanno detto agli automobilisti che sarebbero potuti passare solo se “bianchi”. Venerdì scorso ci sono stati gravi disordini anche a Sunderland, con estrema destra, hooligan e facinorosi che hanno attaccato le forze dell’ordine in difesa di una moschea locale, messo a fuoco una stazione di polizia, due automobili e saccheggiato diversi negozi.

Questa è la prima vera sfida per il nuovo primo ministro, Sir Keir Starmer, che ha promesso il pugno duro e che a breve dovrebbe annunciare tribunali aperti 24 ore su 24 per punire e incriminare i responsabili il prima possibile. Intanto, il leader britannico ha già annullato le vacanze previste per la settimana prossima. Perché l’emergenza è sempre più grave. Oggi Starmer ha rilasciato un comunicato alla nazione da Downing Street: “Questi criminali saranno puniti con il massimo della legge. Se ne pentiriranno amaramente”.

Intanto, la ministra dell’Interno Yvette Cooper ha annunciato maggiori protezioni per le moschee, con la formazione di una task force di emergenza tra le forze dell’ordine per intervenire prontamente qualora ci fossero minacce da parte degli estremisti. Un annuncio che ai aggiunge al schema già esistente Protective Security for Mosques, finanziato dal governo con 29,4 milioni di sterline annuali.

A aizzare gli animi ci si è messo, e non è la prima volta, anche Elon Musk, l’imprenditore americano di Tesla e SpaceX, che suo social network “X” (ex Twitter) ha preannunciato “la guerra civile” nel Regno Unito. Il commentatore del Guardian James Tapper ha scritto: “L’estrema destra si è spostata online, dove la sua voce è più pericolosa che mai. Social media come X fomentano costantemente la crescita dell’estremismo permettendo ai paladini dell’estrema destra di avere una piattaforma per spargere violenza”.

Anche a destra, intanto, c’è preoccupazione su come la situazione possa sfuggire al controllo delle autorità. Questi assalti e proteste violente sono di centinaia di persone sparse in varie città del Regno ma hanno dimostrato di essere molto violente. Il leader della destra populista Nigel Farage non si fa sentire da tre giorni oramai quando in un video, pur condannando le violenze, ha attaccato il primo ministro Sir Keir Starmer per aver chiamato, secondo lui, tutti i manifestanti di questi giorni “di estrema destra”. Da allora, alla luce dei fatti gravissimi di queste ore, il leader di Reform UK non si è fatto più sentire.

Anche dell’attivista di estrema destra Tommy Robinson, osannato dai manifestanti e tuttora latitante per non aver rispettato l’ordine di un tribunale, si sembravano esser perse le tracce. Anzi, in un tweet ha dichiarato di non giustificare la violenza, nonostante tutti i suoi messaggi, video e dichiarazioni infiammatorie. Ora, invece, il Daily Mail ha scoperto che, mentre i suoi seguaci stanno mettendo a ferro e fuoco l’Inghilterra, lui si sta rilassando, godendosi una vacanza in un hotel a cinque stelle a Cipro. C’est la vie.

Nell’immagine: disordini a Bristol, sabato 3 agosto