Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (3)

Il sacrificio di Maria João 

Galvani estrasse il plico di fogli di carta sottile a linee orizzontali scritti solo da una parte. La grafia era minuta e regolare e, allontanando i fogli dagli occhi, le pagine sembravano lembi di pizzo. Galvani indossò gli occhiali e saltò al secondo capoverso, pur conoscendolo a memoria.

Per prima cosa credo sia necessario presentarmi, non ho infatti la supponenza di credere che i nostri brevi incontri abbiano lasciato un segno in lei. Sono Maria João Gonçalves Pereira, madre di João Gonçalves, che è stato suo allievo cinque anni or sono. Non so se lei ricorda, ma João era maggiore di due anni rispetto ai suoi compagni di classe. Aveva frequentato le scuole in Portogallo, dove lo avevamo lasciato dai nonni quando decidemmo di emigrare in Svizzera. Come forse ricorda gliene accennai, spiegandole anche i motivi dell’aggressività iniziale di João, a contatto con ragazzini non ancora in adolescenza (quando lui era in piena tempesta ormonale) e costretto ad esprimersi in una lingua che non conosceva.


João era odioso e il suo comportamento mi mortificava, così decisi di mettercela tutta per cambiare le cose. Tanto per cominciare ogni sera mi prendevo un’ora per parlargli in italiano, cosa non scontata per me – ma lui mi subìva e basta. Subìva me, sua madre, un’estranea che di colpo doveva chiamare «mamma» pur avendola vista solo in fotografia e nel corso di qualche breve soggiorno in Portogallo (mio marito lavorava come cameriere e le nostre vacanze combaciavano raramente). Una madre che, forse un po’ innaturalmente, lo costringeva a parlare in italiano, quando lui non aveva ancora elaborato il lutto per la perdita dell’amato nonno.


Credo che quello per João sia stato uno dei periodi più difficili. Lui è cresciuto nel nord del Portogallo, non lontano dall’Oceano Atlantico, in un paese rurale in cui i coetanei si contavano sulle dita di una mano. I genitori di mio marito lavoravano la terra: persone di poche parole, dai modi forse un poco rudi e schietti, ma molto generose. Avevano mani impressionanti, deformate dal lavoro. Da giovane mio suocero aveva imparato a leggere: la sua fortuna era stata quella di rimanere orfano e venire affidato alle cure severe dei gesuiti. Mia suocera non ebbe questo privilegio, e probabilmente non riuscì mai a capire fino in fondo il piacere che lui si concedeva tutte le sere quando, rientrato dal lavoro, prendeva un libro e si sistemava su una sedia o sul divano del poco pretenzioso salotto.


Mi deve scusare, Signor Galvani, se sto divagando. È un mio grave difetto, ho sempre l’impressione di dovermi giustificare, di dovere spiegare al mondo i motivi della mia presenza e delle mie azioni. Volevo semplicemente farle comprendere l’ambiente in cui era cresciuto mio figlio, abituato a trascorrere molto tempo in solitudine e a parlare lo stretto necessario.

Un giorno il nonno di João non ritornò dai campi. Allarmato dalla madre, suo figlio minore andò a cercarlo in motoretta, e lo trovò mezz’ora più tardi con il volto conficcato nella terra che aveva appena lavorato, stroncato da un infarto. Io e mio marito chiedemmo un permesso straordinario e partimmo in macchina quella notte stessa. Mio marito Filipe si trattenne fino al confine tra Spagna e Portogallo: non diceva niente, limitandosi a fissare l’asfalto con gli occhi che strabuzzavano. Una volta in patria però scoppiò a piangere e cominciò a pigiare l’acceleratore come un forsennato, come se arrivare un’ora prima avrebbe fatto la differenza. João ci aspettava sullo spiazzo di terra battuta davanti a casa, aveva gli occhi gonfi e quando lo abbracciammo tremava. Ci fece strada fino alla camera ardente, dove mio suocero giaceva in una bara di legno scuro, vestito del suo abito migliore, i baffi ben pettinati, il volto ripulito dalla terra e le mani grosse e nodose raccolte in grembo. Quattro donne, tra cui mia suocera, erano impegnate a recitare il rosario. Al nostro ingresso nessuna si alzò o si interruppe: si limitarono a invitarci a prendere parte alla preghiera con un cenno del capo. La veglia durò due giorni, durante i quali cercai di rendermi utile preparando caffè e offrendo biscotti agli ospiti. Approfittai di quei momenti in cucina, dove nessuno ci avrebbe disturbato, per ricucire con João un filo che si era spezzato dodici anni prima, quando di comune accordo con l’uomo che giaceva nella bara due stanze più in là, proprio al tavolo di quella cucina, avevamo deciso che noi ci saremmo sacrificati partendo per la Svizzera.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Le mani di Putin sulla federazione boxe salvata con i soldi di Kremlev, l’oligarca pregiudicato

Il sacrificio di Maria João 

Di Giuliano Foschini e Anais Ginori, La Repubblica

Non chiametelo Kremlev. Ma Lutfuollyev. Umar Lutfulloyev, perché questo è il suo vero nome. E questa è la sua vera storia, quella che nel mezzo di queste Olimpiadi sta mettendo in grandissima difficoltà il governo Meloni davanti al mondo: Umar Lutfuollyev è infatti il presidente dell’Iba, la federazione internazionale del pugilato non riconosciuta dal Cio, che ha squalificato Imane Khelif sostenendo che fosse “un uomo”. Ed è quello a cui hanno creduto il vice premier Matteo Salvini e diversi esponenti del governo nel lanciare la campagna contro la Khelif e queste Olimpiadi “woke” (Salvini) o “sodomite” (Kremlev). Costringendo così in un angolo la presidente del Consiglio. Perché Kremlev, o Lutfulloyev, non è un buon amico. Anzi, è una compagnia assai imbarazzante, come racconta un report di trenta pagine del Cio di cui Repubblica è in possesso: pregiudicato, amico di alcuni tra i più grandi narcotrafficanti del mondo, non gradito dalle principali banche mondiali e soprattutto fedelissimo del presidente russo Vladimir Putin grazie al quale ha fatto una fortuna gestendo, insieme alla guardia del corpo dello Zar russo, la lotteria e le principali società di scommesse della Russia.

Luftuollyev è nato in Tagikistan. A marzo del 2010 ha ventotto anni quando si presenta all’Anagrafe del suo paese con una richiesta insolita: ha deciso di cambiare il suo cognome in Kremlev. È più russo, dice. Per gratitudine e ammirazione verso Vladimir Putin. In realtà la manovra gli serve anche a cancellare dal suo curriculum due precedenti: una per percosse nel 2007 e una per estorsione nel 2004. Sono due macchie troppo importanti per la carriera da imprenditore che il nuovo Kremlev sta per iniziare.

Kremlev è amico infatti di Alexei Rubezhnoi, una delle guardie del corpo di Putin, per questo persona di assoluta fiducia. Kremlev e Rubezhnoi sono amici da ragazzi, entrambi discreti pugili amatoriali. E non a caso nel 2016 con un colpo di mano si prendono la federazione pugilistica russa: Rubezhnoi presidente, l’altro nel board. È solo l’inizio: perché grazie all’intercessione del bodyguard, Kremlev incontra almeno due volte Putin (secondo alcune fonti citate da Proekt, uno dei più importanti siti di giornalismo investigativo russi). Che dovrà ringraziare perché grazie allo Stato alcune sue società prima gestiscono una lotteria nazionale e poi entrano da leader nel mondo delle scommesse con licenze blindate.

Ma il Cio che c’entra in questa storia? Nello stesso periodo in cui Kremlev fa soldi con le concessioni sui giochi in Russia, il Comitato olimpico mette sotto inchiesta l’Iba, la federazione internazionale di pugilato. C’è un buco di decine di milioni di euro e una serie di denunce di corruzione (il caso era scoppiato alle Olimpiadi di Rio) all’interno della classe arbitrale. Il presidente della Federazione è l’uzbeko Gafur Rakhimov, considerato dalle autorità giudiziarie americane «il più grande trafficante di eroina del mondo». Nel 2018 aveva preso il posto di Wu Ching-kuo, autocrate taiwanese al potere per undici anni prima di doversi dimettere sulla scia di denunce per corruzione e truffe arbitrali. Il commissariamento sembra la sola strada quando sul palcoscenico arriva Kremlev che si offre di pagare tutti i debiti della federazione purché resti nel programma olimpico. «Kremlev – si legge nella relazione del Cio – dichiara che utilizzerà i suoi fondi privati». È pronto a pagare «16 milioni di dollari di debito» con una provenienza, nota però il Cio, «non tracciabile e trasparente». Di più: Kremlev è in contatto con il suo predecessore Rakhimov e sostiene di voler partecipare alla nuova presidenza dell’Iba. Risultato: il Cio rifiuta la proposta. E il 26 giugno del 2019 esclude la federazione. A dicembre del 2020 Kremlev è il nuovo presidente di una federazione che, all’improvviso, cancella i debiti e diventa ricchissima: distribuisce premi a valanga, attirando nei fatti pugili da tutto il mondo. Di chi sono i soldi? Forse quelli di Kremlev. Ma certamente apre il portafoglio Gazprom che diventa main sponsor di tutti gli eventi più importanti.

A novembre, dando appuntamento in un albergo di lusso della capitale francese, Kremlev viene a sfidare il Cio che l’ha escluso da Parigi 2024. «I campioni del mondo sono dieci volte più famosi di quelli olimpici» commenta l’oligarca che ha appena fatto tappa a Roma. «Ho incontrato il Papa e abbiamo parlato di pace, della necessità di aiutare le persone» prosegue, lui che è nato musulmano, facendo un parallelo tra l’Iba e «la Chiesa cattolica, che aiuta i bisognosi». «Dio ha scelto di mettermi a capo della federazione» conclude Kremlev. O forse più modestamente è la lunga mano del Cremlino.

Nell’immagine: Vladimir Putin con il numero uno dell’Iba Umar Kremlev


Fourest: “Dietro il battage social sulla vicenda della boxeuse italiana c’è la guerra ibrida di Mosca”

Il sacrificio di Maria João 

Di Anais Ginori, La Repubblica

L’intellettuale Caroline Fourest, direttrice del settimanale Franc-Tireur, esperta dei sistemi di disinformazione, aveva denunciato già qualche settimana fa la «guerra ibrida» della Russia contro i Giochi di Parigi. «Oggi la vediamo in azione – osserva Fourest a proposito della polemica sulla pugile Imane Khelif – ma come prima risposta vorrei dire che non dobbiamo cadere in una trappola».


L’intellettuale Caroline Fourest

Quale?

«Non è sufficiente dire che sono solo fake news o che si tratta unicamente di una manipolazione dell’estrema destra filo-russa. Dobbiamo smascherare l’elemento irrazionale ed eccessivo di questa campagna di disinformazione sulla pugile algerina ma al tempo stesso riconoscere che esiste un dibattito legittimo su come creare categorie sportive che aiutino a ristabilire l’equilibrio delle gare. La questione di genere esiste, attraversa lo sport, ma deve essere affrontata in modo pacato e sereno, e non nella precipitazione di un ritiro sportivo che viene poi strumentalizzato».

Che idea si è fatta dell’abbandono di Angela Carini?

«Al di là delle reali motivazioni della pugile italiana, mi pare chiaro che siamo di fronte a un tipico ‘blitz disinformativo’. Ripartiamo dall’inizio. Si sparge questa voce, spinta dall’agenzia russa Tass, secondo cui la pugile algerina non avrebbe superato un test di femminilità della federazione pugilato Iba. Prima obiezione: la federazione nega che ci sia stato un test cromosomico, quindi di cosa parliamo? Un test di femminilità non significa nulla. Seconda obiezione: la squalifica della pugile algerina è stata decisa da una federazione che non è più riconosciuta dal Cio proprio perché è nelle mani di Gazprom e dei russi, con gravi problemi di affidabilità. Quindi abbiamo una federazione di pugilato screditata nel mondo dello sport che fa un test di femminilità che non corrisponde a nulla, ingigantito da un’agenzia russa per far passare per uomo una pugile donna. Che sia una donna lo dice l’anagrafe, le sue foto di bambina. Ecco però riuniti tutti gli ingredienti per creare esattamente il tipo di polemica che piace ai robot russi e all’estrema destra, dentro all’obiettivo di impedire il normale svolgimento di questi Giochi».

Perché?

«Parigi 2024 è una bestia nera per Vladimir Putin. Tutti i sistemi russi di disinformazione sono mobilitati in questa fase. E la questione di genere è una delle loro tante ossessioni per radicalizzare opinioni e consentire la polarizzazione del dibattito come sta avvenendo sulla pugile algerina. Prima dell’apertura dei Giochi, abbiamo pubblicato su Franc-Tireur una lunga inchiesta con il ricercatore David Colon, dimostrando che la Russia ha creato da zero siti e profili assomiglianti a normali testate informative per produrre e diffondere fake news sui Parigi 2024. Il servizio di disinformazione del Gru – l’intelligence militare russa – grazie all’intelligenza artificiale può creare in pochi minuti centinaia di migliaia di account falsi e commenti che sembrano veri. A quel punto molti profili reali, che ritrovano contenuti che corrispondono alla loro visione del mondo, amplificano la diffusione. A dare forza a tutta l’operazione arrivano gli account ufficiali dei soliti profili dell’estrema destra filorussa. Il sostegno finanziario della Russia a questi partiti è stato già evocato in passato. La somma di tutti questi meccanismi rende molto facile seminare il caos su un argomento delicato o sensibile».

E’ stato così anche per la polemica sul banchetto queer descritto come una parodia dell’Ultima Cena?

«Il meccanismo è lo stesso. Cos’è successo ? C’era un momento della cerimonia che poteva essere vagamente ispirato al dipinto di Leonardo da Vinci. Ma c’era anche un cantante (Philippe Katherine, ndr.) dipinto di blu con una corona d’uva in testa, chiaro riferimento Dioniso, il dio della festa e del vino, sul tema greco dell’Olimpo. I robot russi sono riusciti ad amplificare la voce di tutti coloro che volevano vedere Gesù, e non Dioniso. Dal mio punto di vista non sarebbe grave se fosse stata un’ispirazione all’Ultima Cena, farebbe parte di un approccio artistico dissacrante tipicamente francese. Fatto sta che l’autore dello spettacolo, il regista Thomas Jolly, nega e dice che voleva mostrare un banchetto pagano. Anche in questo caso, la propaganda russa ha funzionato nel distorcere la realtà. Fa parte della guerra ibrida che la Russia sta conducendo contro l’Occidente. Queste Olimpiadi, in cui i russi non sono presenti a causa della loro invasione dell’Ucraina, si tengono in Francia, uno dei paesi che tiene testa a Mosca nel conflitto. Sono due motivi sufficienti per cercare di destabilizzare Parigi 2024 con ogni mezzo».

Sulla pugile Khelif come sullo spettacolo di Thomas Jolly non c’è un dibattito legittimo, ma una campagna di odio. Jolly ha ricevuto minacce di morte.

«Il rischio che un terrorista di estrema destra spari a Jolly o a qualcun altro coinvolto in queste campagne diventa serio. La minaccia islamica in Francia non è diminuita, ma il rischio di terrorismo estremista di destra è il secondo più alto a causa del livello di odio riversato continuamente nel dibattito. Non c’è solo una questione di manipolazione geopolitica o informativa, bisogna anche tenere presente che queste derive possono mettere in pericolo la vita persone».

C’è un modo di difendersi?

«Scontiamo ancora una dose di ingenuità tra chi deve difendere le nostre democrazie, ma stiamo facendo progressi. In Francia, per molto tempo i servizi segreti francesi non hanno osato parlare di questi tentativi di destabilizzazione. Più di un anno fa, è stato invece deciso di iniziare a comunicare apertamente sulle operazioni intercettate. Ci vorrà del tempo. Siamo partiti in ritardo. Ci sono addirittura studi che dimostrano che sui social la menzogna viaggia sei volte più veloce della verità. Si tratta quindi di una guerra ibrida e asimmetrica. L’unico modo di provare a vincere è identificare e smascherare questi meccanismi di manipolazione, spiegando ai cittadini cosa li guida e perché. È come una gara di 100 metri. La verità viaggia più lentamente, ma quando arriva ha l’ultima parola».

nell’immagine: Angela Carini al momento del ritiro contro Imane Khelif


Sam Altman di OpenAI sta diventando una delle persone più potenti della Terra. Dovremmo avere molta paura

Il sacrificio di Maria João 

Di Gary Marcus, The Guardian

Il 16 maggio 2023, Sam Altman, l’affascinante CEO miliardario di OpenAI, dalla voce dolce ed eternamente ottimista, ed io ci siamo trovati di fronte alla sottocommissione giudiziaria del Senato degli Stati Uniti sulla supervisione dell’IA. Eravamo a Washington DC ed era l’apice della mania per l’IA. Altman, all’epoca 38enne, era il ragazzo immagine di tutto questo.

Cresciuto a St Louis, nel Missouri, Altman aveva abbandonato Stanford ed era diventato presidente dell’incubatore di startup di enorme successo Y Combinator prima dei 30 anni. Pochi mesi prima dell’udienza, il prodotto “ChatGPT” della sua azienda aveva conquistato il mondo. Per tutta l’estate del 2023 Altman è stato trattato come uno dei Beatles, facendo tappa a Washington nell’ambito di un tour mondiale, incontrando primi ministri e presidenti di tutto il mondo. All’epoca, i giornali dipingevano il giovane Altman come sincero, talentuoso, ricco e interessato solo a promuovere l’umanità. Le sue frequenti dichiarazioni sul fatto che l’IA avrebbe potuto trasformare l’economia globale ingolosivano i leader mondiali.

A poco a poco, mi resi conto che io, il Senato e, in ultima analisi, il popolo americano, eravamo stati probabilmente presi in giro.

Il senatore Richard Blumenthal aveva convocato noi due a Washington per discutere di cosa si dovesse fare con l’IA, una tecnologia “a doppio uso” estremamente promettente, ma anche potenzialmente in grado di provocare danni enormi, dagli tsunami di disinformazione alla proliferazione di nuove armi biologiche. L’ordine del giorno era la politica e la regolamentazione dell’IA. Abbiamo giurato di dire tutta la verità, nient’altro che la verità.

Altman rappresentava una delle aziende leader nel settore dell’IA; io ero lì come scienziato e autore, ben noto per il mio scetticismo su molte cose legate all’IA. Ho trovato Altman sorprendentemente coinvolgente. Ci sono stati momenti in cui ha evitato di rispondere alle domande (in particolare alla domanda di Blumenthal “Che cosa la preoccupa di più?”), ma nel complesso sembrava genuino, e ricordo di averlo detto anche ai senatori dell’epoca. Entrambi ci schierammo decisamente a favore della regolamentazione dell’IA. A poco a poco, però, mi sono reso conto che io, il Senato e, in ultima analisi, il popolo americano, eravamo stati probabilmente presi in giro.

Per anni il nome OpenAI [“Intelligenza artificiale aperta“, ndr] è sembrato una bugia, poiché in realtà diventava sempre meno trasparente nel corso del tempo. Le frequenti allusioni dell’azienda al fatto che l’AGI (l’intelligenza artificiale generale, un’intelligenza artificiale in grado di eguagliare o superare le capacità cognitive di qualsiasi essere umano) fosse dietro l’angolo mi sono sempre sembrate un’illazione ingiustificata. Ma di persona, Altman è stato straordinario; mi sono chiesto se non fossi stato troppo duro con lui in precedenza. Col senno di poi, ero stato troppo tenero.

Ho iniziato a riconsiderare la questione dopo che qualcuno mi ha inviato una segnalazione su un fatto piccolo ma significativo. Al Senato, Altman si è dipinto come molto più altruista di quanto non fosse in realtà. Il senatore John Kennedy (rep.) gli aveva chiesto: “Ok, lei guadagna un sacco di soldi, vero?”. Altman rispose: “Non guadagno. Mi pagano solo l’assicurazione sanitaria. Non ho alcuna partecipazione in OpenAI”, precisando poi: “Lo faccio perché mi piace”. I senatori se la sono bevuta.

Altman non stava dicendo tutta la verità. Non possedeva azioni di OpenAI, ma possedeva azioni di Y Combinator e Y Combinator possedeva azioni di OpenAI. Il che significa che Sam aveva una partecipazione indiretta in OpenAI, un fatto riconosciuto sul sito web di OpenAI. Se questa partecipazione indiretta valesse solo lo 0,1% del valore dell’azienda, come sembra plausibile, varrebbe quasi 100 milioni di dollari.

Questa omissione era un segnale d’allarme.

La discussione sui soldi non è stata, col senno di poi, l’unica cosa della nostra audizione in Senato che non mi è sembrata del tutto sincera. Molto più importante è stata la posizione di OpenAI sulla regolamentazione dell’IA. Pubblicamente, Altman ha dichiarato al Senato di essere favorevole. La realtà è molto più complicata.

Forse una piccola parte di Altman vuole davvero una regolamentazione dell’IA. Gli piace parafrasare Oppenheimer e riconosce che, come le armi nucleari, l’IA pone seri rischi all’umanità. Per dirla con le sue parole, pronunciate al Senato (anche se dopo un po’ di sollecitazioni da parte mia): “Abbiamo cercato di essere molto chiari sull’entità dei rischi. I miei peggiori timori sono che l’AI possa causare danni significativi al mondo”.

Presumibilmente Altman non vuole vivere nel rimpianto e nell’infamia. Ma a porte chiuse, i suoi lobbisti continuano a spingere per una regolamentazione più debole, o nulla. Un mese dopo l’udienza al Senato è emerso che OpenAI stava lavorando per indebolire la legge sull’intelligenza artificiale dell’UE.

Quando, nel novembre 2023, OpenAI ha licenziato Altman per essere stato “poco sincero” con il suo consiglio di amministrazione non mi sono sorpreso più di tanto.

All’epoca, pochi hanno condiviso la decisione del consiglio di amministrazione di licenziarlo. Un gran numero di sostenitori è venuto in suo aiuto; molti lo hanno trattato come un santo. E cinque giorni dopo è stato reintegrato, con l’aiuto del principale investitore di OpenAI, Microsoft, e di una petizione a sostegno di Altman da parte dei dipendenti.

Ma da allora molte cose sono cambiate. Negli ultimi mesi, le preoccupazioni sul candore di Altman si sono moltiplicate. Il giornalista Edward Zitron ha scritto che Altman è “un falso profeta, uno squallido truffatore che usa la sua notevole abilità per impressionare e manipolare l’élite della Silicon Valley”. Il pioniere dell’intelligenza artificiale Geoffrey Hinton ha recentemente scritto un saggio intitolato “Sam Altman Playbook”, in cui mostra come Altman sia riuscito a ingannare così tante persone, con un misto di esagerazioni e di apparente umiltà.

Molte cose hanno portato a vederlo sotto un’altra luce. Per alcuni il momento scatenante è stata l’interazione di Altman all’inizio dell’anno con Scarlett Johansson, che gli ha chiesto esplicitamente di non creare un chatbot con la sua voce. Altman ha quindi utilizzato un doppiatore diverso, ma ovviamente simile alla sua voce, e lo ha chiamato “Her” (un riferimento al film in cui la Johansson forniva la voce a un’intelligenza artificiale). La Johansson si è infuriata. Questo episodio è emblematico di un problema più ampio: grandi aziende come OpenAI insistono sul fatto che i loro modelli non funzionano se non sono addestrati su tutta la proprietà intellettuale del mondo, ma non pagano (o danno un compenso minimo) a molti degli artisti, scrittori e scienziati di cui usano le ricerche e le conoscenze. L’attrice Justine Bateman lo ha descritto come “il più grande furto nella storia degli Stati Uniti”.

A parole OpenAI ha sottolineato l’importanza di misure per la sicurezza dell’IA, ma di recente diversi dipendenti che si occupavano di sicurezza hanno lasciato l’azienda, sostenendo che le promesse non sono state mantenute. L’ex ricercatore sulla sicurezza di OpenAI, Jan Leike, ha affermato che l’azienda ha dato la priorità agli oggetti luccicanti piuttosto che alla sicurezza. Il co-fondatore di OpenAI Ilya Sutskever ha lasciato l’azienda e ha chiamato la sua nuova ditta Safe Superintelligence, mentre l’ex dipendente Daniel Kokotajlo ha avvertito che le promesse sulla sicurezza sono state disattese.

Per quanto i social media siano stati dannosi per la società, un’intelligenza artificiale “selvaggia”, che OpenAI potrebbe sviluppare anche solo accidentalmente, potrebbe essere molto peggiore.

La noncuranza di OpenAI nei confronti della sicurezza è aggravata dal fatto che l’azienda ha tentato di punire i dipendenti che sollevavano pubblicamente perplessità su questo tema.

Anche il consiglio di amministrazione dell’azienda si è sentito ingannato. L’ex membro del consiglio di amministrazione di OpenAI Helen Toner ha dichiarato: “Per anni Sam ha reso le cose molto difficili al consiglio di amministrazione, nascondendo informazioni, descrivendo in modo volutamente sbagliato le cose che stavano accadendo nell’azienda, e in alcuni casi mentendo apertamente al consiglio”.

Eppure Altman è ancora lì, e ancora incredibilmente potente. Dirige ancora OpenAI e, in larga misura, è ancora il volto pubblico dell’IA. Ha ricostituito il consiglio di amministrazione di OpenAI in gran parte a suo piacimento. E nell’aprile di quest’anno il segretario alla Sicurezza interna americana si è recato in visita ad Altman per reclutarlo nel comitato per la sicurezza e la protezione dell’IA.

La posta in gioco è alta. Il modo in cui l’IA si sviluppa ora avrà conseguenze durature. Le scelte di Altman potrebbero facilmente influenzare l’intera umanità – non solo i singoli utenti – in modi duraturi. Come OpenAI ha riconosciuto, i suoi strumenti sono già stati utilizzati dalla Russia e dalla Cina per creare disinformazione, presumibilmente con l’intento di influenzare le elezioni. Forme più avanzate di IA, se sviluppate, potrebbero comportare rischi ancora più gravi. Qualunque cosa abbiano fatto i social media, in termini di polarizzazione della società e di influenza sottile sulle convinzioni delle persone, non è niente a confronto di ciò che potrebbe fare l’IA.

Inoltre l’IA generativa, resa popolare da OpenAI, sta avendo un enorme impatto ambientale in termini di utilizzo di elettricità, emissioni di gas serra e consumo di acqua. Come ha scritto recentemente Bloomberg “l’IA sta già creando scompiglio nei sistemi energetici globali”. Questo impatto potrebbe crescere, forse in modo considerevole, con il previsto aumento delle dimensioni dei modelli. In larga misura i governi accettano la tesi di Altman, secondo la quale l’IA alla fine darà i suoi frutti (che però finora non si sono visti), giustificando così i suoi costi ambientali.

Onestamente, non credo che continuando sulla strada attuale riusciremo ad avere un’IA di cui ci si possa fidare.

Infine, sopravvalutare l’IA attuale potrebbe portare alla guerra. La “guerra dei chip” tra Stati Uniti e Cina sulle esportazioni, ad esempio. Gli Stati Uniti stanno limitando l’esportazione di componenti indispensabili per l’IA, ostacolando così la capacità della Cina in questo campo, e ciò sta facendo aumentare le tensioni tra le due nazioni.

Altman potrebbe aver iniziato con buone intenzioni. Forse voleva davvero salvare il mondo dalle minacce dell’IA e guidarla verso il bene. Forse l’avidità ha preso il sopravvento, come spesso accade.

Quello che è certo è che non possiamo contare sul fatto che aziende di IA giganti e private si governino da sole in modo etico e trasparente. E se non possiamo fidarci di loro per governare se stesse, di certo non dobbiamo lasciare a loro il governo del mondo.

Per poter avere un’IA di cui ci si possa fidare, da tempo chiedo uno sforzo transnazionale, simile al consorzio per la fisica delle alte energie del Cern. È giunto il momento di farlo. Uno sforzo di questo tipo, incentrato sulla sicurezza e sull’affidabilità dell’IA piuttosto che sul profitto, e sullo sviluppo di una nuova serie di tecniche di IA che appartengano all’umanità – piuttosto che a una manciata di aziende avide – potrebbe essere di importanza cruciale.

Inoltre, i cittadini devono alzare la voce e chiedere un’IA che sia un bene per i molti e non solo per i pochi. Una cosa che posso garantire è che non arriveremo alla terra promessa dell’IA se lasceremo tutto nelle mani della Silicon Valley. I padroni della tecnologia hanno nascosto la verità per decenni. Perché dovremmo aspettarci che Sam Altman, visto l’ultima volta in giro per la Napa Valley con una supercar Koenigsegg da 4 milioni di dollari, sia diverso?

Gary Marcus è uno scienziato, imprenditore e autore di bestseller. È stato fondatore e CEO della società di machine learning Geometric Intelligence, acquisita da Uber, ed è autore di sei libri [non tradotti in italiano, ndr], tra cui il prossimo “Taming Silicon Valley” (“Domare la Silicon Valley”)
Traduzione e adattamento a cura della redazione
Nell’immagine: Sam Altman giura di dire “tutta la verità” al Senato USA


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (2)

Il sacrificio di Maria João 

Si fermò e respirò a fondo. Era mercoledì pomeriggio: mancavano quattro giorni all’appuntamento con il medico e due alla tradizionale festa che davano per celebrare l’inizio dell’estate. Sua moglie era a un corso di yoga e aveva detto che sarebbe passata in lavanderia a ritirare una camicia, alla domestica era stata anticipata la giornata libera. Gli restava esattamente un’ora per trovare quella lettera e disintegrarla, una volta per tutte. Si guardò intorno nel suo lussuoso studio, il suo regno. Oltre la finestra aperta i rami degli alberi del parco fremevano per la brezza leggera. Due uccelli si richiamavano in lontananza con insistenza. Dove poteva avere messo quella lettera? Le pareti erano rivestite di librerie. Sotto la finestra un divano di cuoio sfondato recava l’impronta del corpo massiccio di Galvani. Sul suo antico tavolo da lavoro, disposto obliquamente al centro, troneggiavano due computer e il portatile che gli serviva durante i suoi numerosi viaggi all’estero. Davanti al maestoso camino un’immensa poltrona dava la schiena a chi entrava.

Galvani si mise a cavalcioni sul divano e frugò tra i grossi cuscini. Infilò la mano in un buco che aveva realizzato lui stesso, utilizzandolo come nascondiglio fino al giorno in cui aveva trovato la domestica intenta a passare lo straccio perfino negli anfratti del divano. Tastò speranzoso, ma la lettera non c’era. Si spostò verso gli scaffali, dove le sue mani vagarono alla cieca e invano dietro alle file di libri dei ripiani più bassi. Davanti al divano su un tavolino basso acquistato in India, giacevano pile di libri e riviste, ma lì la lettera non l’avrebbe lasciata di sicuro. Cercò di pensare all’oggetto più insospettabile dello studio, a qualcosa che non venisse spolverato, pulito e lucidato regolarmente. La sua proprietà veniva infatti scandagliata da cima a fondo, dentro e fuori, da due giardinieri, una domestica e una cuoca a metà tempo, oltre a una cameriera e a una specie di maggiordomo su chiamata quando davano una delle loro celebri feste.

Sentì la frenesìa familiare di quando il suo cervello si imbarcava in percorsi tutti suoi. Pensando alla sua casa la associò come sempre al valore che aveva, ai soldi che gli avrebbe fruttato, e di riflesso gli venne in mente la banca… Galvani era in preda all’angoscia: se la lettera non fosse stata dove pensava, non avrebbe più saputo dove cercarla. Nello studio c’era una mappetta che sua moglie non avrebbe mai aperto, e che la domestica spolverava in modo quasi distratto, al riparo da qualsiasi curiosità: conteneva la cartella dell’ipoteca della villa ottocentesca in cui vivevano da ormai quindici anni e per la quale si era quasi dissanguato (ma ne era valsa la pena, aveva acquisito uno status symbol che mai avrebbe osato sperare). La mappetta si trovava insieme ad altri tre classificatori contenenti progetti teatrali, incipit di saggi, versi sparsi… bozze accumulatesi negli anni e che non avrebbero visto la luce. I battiti del suo cuore si intensificarono e le mani cominciarono a tremargli. Aprì la mappetta e con un sospiro di sollievo trovò la grossa busta sigillata con il logo della banca. La strappò e fece cadere sul tavolo una busta più stretta e rettangolare, su cui esattamente vent’anni prima in inchiostro nero qualcuno aveva scritto «Al gentile Signor Galvani»

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Aspettando i droni dall’Iran: da Tel Aviv alcune riflessioni sull’ebraicità israeliana

Il sacrificio di Maria João 

Questo primo rovente weekend di agosto Tel Aviv si appresta ad accogliere lo Shabbàt all’ombra di una nuova angosciante minaccia da parte dell’Iran e dei suoi alleati, che potrebbe tradursi in un pericolosissimo conflitto regionale. Netanyahu e il suo governo di estremisti irresponsabili sembrano agire incuranti del parere dei cittadini che chiedono con urgenza un accordo per il cessate il fuoco che consenta il ritorno immediato degli ostaggi superstiti, né ascoltano le ammonizioni degli alleati a cominciare dagli Stati Uniti.

Anche se la megalomania di Ben Gvir e Smootrich, e gli interessi personali di Netanyahu nel protrarre la guerra ad ogni costo − per salvarsi la poltrona e rimandare i conti con la giustizia − sono probabilmente solo alcuni dei moventi dietro gli omicidi mirati che hanno ulteriormente esasperato i rapporti con il Libano e l’Iran negli ultimi giorni, quel che è certo è che i cittadini israeliani sono oggi esposti a maggiori rischi e hanno i nervi a pezzi.

Dal 7 ottobre in poi lo slogan “annientare Hamas” è diventato una bussola pericolosa che sta portando la società israeliana nel baratro non solo dal punto di vista della sicurezza, come dimostra anche l’impossibilità degli sfollati di far ritorno alle loro case, ma anche da quello economico, di salute mentale e etico, se si pensa solo al numero di morti a Gaza e all’imbarazzante vicenda intorno agli stupri anali a danno dei prigionieri palestinesi della scorsa settimana. Per motivi di sicurezza, quindi, molte linee straniere hanno sospeso i voli per Israele e questo sabato sera si svolgeranno solo le manifestazioni a sostegno delle famiglie degli ostaggi, mentre quelle contro il governo sono state annullate per precauzione.

Se Israele sta scivolando nelle mani di estremisti privi di una vera strategia politica, i suoi cittadini sono chiamati a combattere una guerra interna per la sopravvivenza e per il futuro volto del paese e dell’ebraismo intero. Già nel 1967, anno che ha segnato un pericoloso cambio di rotta, il saggio prof. Yeshayahu Leibowitz aveva intuito il rischio che la società si avviasse gradualmente verso la “bestialità”. Uno dei cancri maggiori era, secondo lui, la commistione tra nazione e religione voluta dai laici per opportunismo politico. Leibowitz proponeva invece una divisione tra stato e religione basata su un punto di visto religioso a partire da due premesse: anzitutto il fatto che la tradizione religiosa ebraica pervade tutti gli ambiti della vita privata e comunitaria del fedele e non può accontentarsi della garanzia di alcune concessioni formali da parte di un potere secolare; in secondo luogo bisognava tenere presente la contingenza storica dello stato israeliano, nato da istanze laiche, lontane dall’osservanza dei precetti.

Quello che lo Stato israeliano ha fatto, e che secondo Leibowitz è dannoso per la fede stessa, è di introdurre amministrativamente degli elementi religiosi nel sistema, così da dissimularne l’essenza secolare e accontentare quanti guardano all’ebraicità israeliana da un punto di vista di fede. Ma una religione ancillare all’autorità politica, ridotta a elemento amministrativo al pari della sanità, della polizia o del servizio postale, è l’opposto della vera religione. Leibowitz, nella sua opera, ha articolato la proposta mostrando come la divisione tra religione e nazione risulterebbe a vantaggio di entrambi. Le istituzioni religiose, anzitutto, avrebbero tutto da guadagnare dall’essere indipendenti dall’autorità secolare.

Il rabbinato sarebbe infatti una reale punto di riferimento per i fedeli, non uno strumento amministrativo, non dipenderebbe più finanziariamente dal governo, ma gestirebbe i propri fondi autonomamente (come ha fatto per secoli, e continua a fare tutt’ora, nella diaspora). Quanto ad elementi come l’assenza di mezzi pubblici in Israele durante la Shabbàt o la presenza esclusiva dei matrimoni religiosi, si tratta secondo lui di distorsioni che, integrate nello stato laico, finiscono per dissacrare lo stesso significato religioso di questi comandamenti. Infatti, se lo Stato da un lato assicura che gli autobus non viaggino di sabato, dall’altro garantisce ai suoi cittadini il diritto di violare la Shabbàt, per esempio, guidando le loro auto private. Inoltre lo Stato non riconosce la santità della Shabbàt, né prevede per legge il precetto del “riposo” sabbatico.

Allo stesso modo, imporre il matrimonio religioso a chi non crede finisce per dissacrare la pratica religiosa e per indurre gli ebrei non credenti a commettere, da un punto di vista halakhico, peccati molto più gravi rispetto alla semplice convivenza. Infine, la separazione di Stato e religione impatterebbe anche sull’annosa questione di “chi è ebreo”. Un Israele laico non avrebbe interesse nel definire “l’ebraicità” o la “non-ebraicità” dei suoi cittadini, che sarebbero tutti legalmente eguali. La definizione di “ebreo” rientrerebbe all’interno del discorso storico-tradizionale, rafforzando la coscienza religiosa dell’ebreo e la sua influenza sullo spazio pubblico. La separazione di religione e stato secondo Leibowitz significherebbe insomma l’inizio del grande confronto tra ebraismo e secolarismo dove la religione, come forza indipendente, costituirebbe la principale garante etica del regime laico, un’alternativa chiara e inequivocabile in tutti i settori della società.

L’originale e forse utopico pensiero di Leibowitz costituisce un esempio tra tanti di come la lotta etica verso la cessazione dell’occupazione richieda anche una comprensione profonda dei meccanismi religiosi e storico-politici che, insieme, hanno favorito l’emergere di una becera leadership che sfrutta narrative estremamente parziali delle scritture e interpretazioni della tradizione ebraica che promuovono un’etnocrazia a livello tanto politico quanto metafisico. Si è trattato di un processo lento le cui radici affondano probabilmente anche nel sistema binario che ha preso piede all’interno dell’ebraismo nel corso dei secoli e che contrappone perennemente gli ebrei agli altri popoli (Ishay Rosen-Zvi & Adi Ophir, From a Holy Goy to a Shabbat Goy: The Emergence and Persistence of the Jews’ Other).

Gli israeliani tuttavia sono soli anche in questa lotta, mentre nelle sinistre radicali europee e statunitensi sono sempre più frequenti i rigurgiti di vero antisemitismo e l’utilizzo del gergo nazista contro ebrei e israeliani. Un fatto grave e controproducente che penalizza i palestinesi, i quali sono i primi a fare le spese dell’antagonismo e dell’isolamento percepito dagli ebrei. Sono infatti proprio le svastiche che fanno capolino nei social a riaccendere traumi sopiti e a portare anche ebrei di livello culturale elevato ad applaudire alle esecuzioni mirate, favorendo il governo israeliano che da questo isolamento cerca di trarre vantaggio. Le dinamiche sono dunque estremamente complesse, gli attori molteplici e il razzismo una piaga che colpisce tutti, ma ognuno deve estirpare il proprio, ed è tempo di rimboccarsi le maniche.

Nell’immagine: sposi al Muro del Pianto di Gerusalemme. In Israele sono consentiti solo i matrimoni religiosi


Hezbollah e Israele, due arsenali che annunciano un massacro

Il sacrificio di Maria João 

Di Michele Giorgio, il manifesto

La decisione su come e quando reagire militarmente all’attacco a Beirut, con cui Israele ha assassinato il comandante militare di Hezbollah, è da giorni sul tavolo del Consiglio della Jihad, l’organismo che supervisiona tutte le operazioni militari e di sicurezza del movimento sciita libanese ed esercita una forte influenza sul Consiglio della Shura, il braccio politico dell’organizzazione. Guidato dal segretario generale Hassan Nasrallah, il Consiglio della Jihad è il comando militare supremo di Hezbollah che mantiene una comunicazione diretta con Teheran e il comandante della Forza Quds della Guardia rivoluzionaria, Ismail Qaani.

L’uccisione di Fuad Shukr pone in una posizione di maggior potere ai vertici militari di Hezbollah Ibrahim Aqil, responsabile della Brigata Radwan, la più addestrata al combattimento. Come si è detto in questi ultimi giorni, la risposta di Hezbollah con ogni probabilità avverrà in coordinamento con forze alleate, come i ribelli Houthi yemeniti e alcune milizie irachene.

LA PARTECIPAZIONE diretta dell’Iran non è certa, nonostante le dichiarazioni bellicose fatte dai suoi leader, inclusa la Guida suprema Ali Khamenei, dopo l’assassinio compiuto da Israele del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, poco dopo aver partecipato alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente, Masoud Pezeshkian.

Il coinvolgimento diretto dell’Iran potrebbe spingere gli Stati uniti – il presidente Joe Biden giovedì notte ha assicurato una piena assistenza militare a Israele – a entrare nel conflitto e ad attaccare l’Iran. Senza dimenticare che il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu cercherà di cogliere l’occasione per attaccare le centrali nucleari iraniane, un obiettivo minacciato più volte dal premier nel corso degli anni.

La reazione militare del fronte sciita più Hamas a Gaza (che difficilmente potrà partecipare in modo significativo) alle uccisioni compiute da Israele ricorderà quella iraniana dello scorso aprile, quando Teheran lanciò verso Israele – che aveva assassinato un comandante della Guardia rivoluzionaria bombardando la sede diplomatica iraniana a Damasco – centinaia di droni e decine di missili balistici, in gran parte abbattuti dalle difese dello Stato ebraico con l’aiuto di stati uniti e Gran Bretagna e degli alleati arabi. Ma sarà molto più ampia per dimensioni e tecnologia.

Secondo gli esperti militari, vedrà un utilizzo significativo di missili che, rispetto ai droni, sembrano avere più possibilità di penetrare i sistemi di difesa israeliani. Soprattutto vede protagonista Hezbollah che lo scorso aprile non aveva partecipato all’attacco iraniano. Proprio Fuad Shukr ha dotato Hezbollah, dopo la guerra con Israele nel 2006 e con l’aiuto iraniano, di missili di precisione, missili da crociera, missili antinave, razzi a lungo raggio e aerei senza pilota.

Hezbollah, secondo dati di esperti internazionali, dispone di 150mila tra proiettili di artiglieria, razzi di corta gittata (Falaq 1 e 2, Shahin, Katiyuscia, Fajr 3); 65mila missili di media gittata (Fajr 5, Khaibar 1, M303, Zilzal 1), circa 5mila missili a lunga gittata (Fateh 110 e Scud C), duemila droni e centinaia tra missili antinave (C802, Yakhont) e mini-sottomarini. Armi con cui Hezbollah può causare gravi danni e colpire in ogni punto di Israele. Il movimento sciita dichiara di avere 100mila uomini, ma solo un terzo di essi sarebbe realmente addestrato al combattimento prolungato.

Una possibilità concreta è l’impiego di combattenti sciiti anche di altri paesi (Iran, Pakistan e Afghanistan) attualmente in Siria, per lanciare incursioni profonde all’interno del territorio israeliano, in risposta all’eventuale (molto probabile) ordine di Netanyahu di invadere via terra il Libano e di occuparlo almeno fino al fiume Litani. Il lancio simultaneo, da vari punti, di centinaia di droni e missili però resta la strada preferita per l’attacco a Israele.

Non è detto che Tel Aviv e Washington saranno in grado di respingerlo come ad aprile. Allora difesero Israele anche Giordania e Arabia saudita che stavolta, secondo le indiscrezioni, resteranno a guardare per non peggiorare le relazioni con Teheran.

ISRAELE farà affidamento sui suoi sistemi antimissile ma sa che di fronte a un attacco massiccio che potrebbe durare ore, non sarà impenetrabile. Hezbollah punta a colpire siti militari e strategici ad Haifa, a Tel Aviv e in altre parti del paese. Almeno in parte raggiungerà i suoi obiettivi.

Se dopo scoppierà una guerra totale, Israele farà massiccio uso della sua aviazione, una delle più potenti e avanzate del mondo. In quel caso le distruzioni e le perdite di vite umane in Libano saranno immense, non lontane da quelle subite da Gaza e la sua gente nei passati 10 mesi.

Nell’immagine: Un membro di Hezbollah con un lanciarazzi a Sidone


La stupidità della guerra. Nel libro del generale Petraeus la vicenda militare Usa dal conflitto mondiale all’Ucraina

Il sacrificio di Maria João 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Deo Gratias, siamo in guerra! Lo pensano soddisfatti i generali che prenotano acquazzoni di medaglie e si sentono, con l’arrotare delle baionette, finalmente meno inutili, grotteschi e decorativi; e i politici, sordi e ciechi e insensibili a tutto se non ai loro meschini bisogni, alle loro omertà, ai loro intrighi così microscopici da risultare incomprensibili. E poi i “pescecani’’, i profittatori, i parassiti, i procaccianti, i padroni e i contabili della più criminale delle industrie, la Difesa, che vuol dire morte. Ci sarà da lucrare nel tempio dove si perfezionano e puzzano i vizi più abbietti, i più desolati peccati mortali: l’avidità, l’indifferenza all’uomo, il cinismo. Sono loro i nuovi eroi dei conflitti di oggi, non quelli di Hemingway bilanciati tra la guerra, una donna e le corna di un toro, intenti a “godere’’ il rischio. A noi toccano questi manager, eroi seduti, generati dalla poltrona e dal tavolino, grigi, di scarso e difficile rilievo umano, strateghi della produzione bellica, e della distribuzione delle materie prime e delle risorse per la vittoria.

E poi, ad officiare, si fanno sotto gli intellettuali con le loro ignobili formulette catechistiche, e gli esperti, e i giureconsulti del metafisico diritto internazionale che è quanto serve per coprire le porcherie proprie e sanzionare quelle del nemico. Sono, tutti costoro, come i corvi. Sostengono di sapere, non si sa per quali vie, chi vincerà e si rallegrano della morte, “un sacrificio necessario’’. Ce l’abbiamo fatta, smaniano. I bombardamenti scavano già i loro profondi solchi di fragore. E quelli a buccinare: ci vuole la guerra per fare il mondo migliore.

Leggo un libro, monumentale, del famoso generalissimo americano David Petraeus che Utet ha opportunamente tradotto, L’arte della guerra contemporanea: dietro il titolo pretenzioso c’è la storia militare dell’edificazione dell’impero americano e della sua inesorabile decadenza, dalla Seconda guerra mondiale all’Ucraina. Dovrei riflettere dunque sulle memorie della Corea e del Vietnam. E invece per un riflesso capovolto il generale mi introduce, temo involontariamente, alla irrimediabile stupidità della guerra, anche quella dichiarata dalle democrazie, quella delle Buone Cause. Alla sua inutilità: assoluta sconvolgente criminale.

Se c’è una inerzia nel mondo, una continuità nelle cose che esistono e si oppongono a esser mutate o spente, questa è la guerra con la sua inerzia, i suoi stupidi luoghi comuni, il suo peso infinito. Chi si ricorda dei piccoli soldati, dei “poilus’’, dei non eroi, quelli dei pidocchi, delle “spallate’’, i destinati a vivere poco, come le mosche d’autunno? Restano solo i nomi, vite e sentimenti come vecchi soprammobili finiti alla rinfusa sul banco di un rigattiere. La guerra invece resta: come gli scheletri fossili di animali di un tempo che è stato. Se ne occuperanno poi gli storici con il semplicismo della immaginazione archeologica. Guardatevi attorno: tutto ci parla di lei, il nome delle strade, le statue degli eroi in uniforme, con le armi in pugno, baciati dalla gloria e dalla morte. La guerra è la madre delle letterature, all’alba di ciascuna ci sono epopee e massacri in endecasillabi o rime sciolte l’Iliade, la Chanson de Roland, il romancero del Cid. Il romanzo ha iniziato la sua vita raccontandoci le violente avventure dei cavalieri e soltanto più tardi si è interessato ad altri soggetti. Perché la guerra, considerata in sé stessa, è un fenomeno che sbalordisce . E la scienza, diceva Aristotele, comincia sempre con lo sbalordimento.

I pacifisti, ottimisti e tapini, continuano a credere che basti mostrarne agli uomini la crudeltà e ricordare continuamente il numero delle sue vittime e delle sue devastazioni perché gli uomini vi rinuncino. Illusi. Guardatevi attorno nell’ex continente della pace. Nel 2022 un despota che sogna di rinnovare gaudii appassiti scatena un sanguinoso parapiglia e subito la mischia, il macello agiscono su di noi come una modificazione brusca e profonda della sensibilità e degli ordinari procedimenti del pensiero. Le facoltà raziocinanti di élites con l’ambizione alla roba e al pareggio di bilancio sono subito annebbiate, persino l’istinto più profondo di tutti, quello della conservazione, è soffocato: guerra fino a quando sarà necessario! La psicologia sociale va a rotoli, tutti i valori si capovolgono, dalla morale alla economia. La proibizione dell’omicidio e il divieto della distruzione sono gettate a mare, le frontiere del sacro si allontanano e si confondono.

Ucraini e russi, li si potrebbe dire fratelli. E invece… Stupisce la rapidità con cui si riattivano le vecchie ire e i torti veri o presunti. Quello che era latente si risveglia come un vulcano. Il meccanismo è avviato, inesorabile: si odia, intensamente. In questo stato di eccitazione si respinge ogni idea di compromesso e solo dopo un lungo martirio forse diventeranno ragionevoli e ammissibili quelle concessioni che da principio si giudicavano ripugnanti e insopportabili. La guerra è innanzitutto un epidemia mentale .

Ed eccoci arrivati ai generali, ai comandanti in capo, alla gente potente, tonante e superciliosa degli Alti comandi: quelli che saltan su dall’Annuario e dalle poltrone quando le giunture delle società scricchiolano, la macchina è in moto e una porta di ferro si apre sul buio. Quelli che gridano, come lo spagnolo Millan Astray, con la pistola in pugno: abbasso la filosofia! Chini sulle loro carte misurano l’Ucraina o Gaza o l’Afghanistan e l’Iraq, terre e città pestate dalle bombe e dagli eserciti, come se fossero distese su un tavolo di obitorio, cadaveri congelati da cui cavare con arte ancora qualche litro di sangue. Curiosi pensieri vengono in mente osservandone la calma: il comandante e i suoi ufficiali, bravi e seri studiosi di tattica e di strategia, che minuziosi elaborano il modo di lanciare tonnellate di esplosivo in certi punti abitati da altri uomini, probabilmente bravi e intelligenti come loro.

David Petraeus mi sembra, a leggerlo, uno di quelli che in guerra indossa la divisa dell’ottimismo a scatto fisso, che porta a perdere le campagne e la faccia ma a mantenere il favore dei potenti e dei giornali. Di guerre ne ha perse due, Iraq e Afghanistan, e contro avversari primitivi, in ciabatte. Ma in fondo anche Napoleone, il “fatale dagli occhi d’aquila’’ fantasticato da Goethe e Beethoven alla fine della sua fiammeggiante epopea, come è finito? Sconfitto. I generali statunitensi! Strana razza: alcuni sono diventati perfino presidenti. Non c’è riuscito il vero, unico Cesare americano, MacArthur. Il Pacifico e il Giappone erano state le sue Gallie, poi dominato da isterismo tattico pretendeva in Corea di usar subito la Bomba. Lo pensionarono bruscamente, che tempi primitivi! oggi comanderebbe, con il suo garibaldinismo perentorio e pubblicitario, la Nato ‘’espansiva’’ e sarebbe la goduria degli inviati speciali. Poi avrebbe grasse occasioni di aver successo nel politicantismo e nei consigli di amministrazione. Petraeus, più modestamente, ha diretto la Cia.

Nell’immagine: il generale Petraeus


Strage di Bologna, quei camerati schiavi del passato

Il sacrificio di Maria João 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Il modo penoso e peloso con cui Giorgia Meloni ha deciso di infangare il quarantaquattresimo anniversario della strage di Bologna segna un punto di rottura civile e democratica. L’Italia non merita questo oltraggio alla sua Storia. Quelle 85 vittime innocenti non meritano questa offesa alla Memoria. In un Paese normale, dalla presidente del Consiglio di un partito altrettanto normale ci si dovrebbe aspettare che il ricordo di quell’immane tragedia serva a saldare una volta per tutte i conti con quel suo maledetto “passato che non passa”.

A sanare per sempre tutte le ferite che il terrorismo neofascista ha inferto alla carne viva della Repubblica. A riconoscere quell’orrore e quel sangue sfogliando proprio le pagine più oscure dell’album di famiglia della vecchia destra tricolore dalla quale proviene anche lei. A consentire finalmente alla “Nazione” di uscire dall’incubo degli Anni di Piombo.

Purtroppo l’Italia di oggi non è un Paese normale, e meno che mai lo sono Meloni e i suoi Fratelli. Le parole usate dalla premier per replicare alle critiche più che legittime di Paolo Bolognesi sono vergognose. Definire «ingiustificati» i sacrosanti attacchi alle sue tesi negazioniste sull’origine di quel mostruoso attentato è una palese mistificazione dei fatti. Evocare il pericolo di gesti «di odio» che potrebbero mettere a repentaglio la sua «incolumità personale» è una subdola istigazione a compierli.

Tutto questo conferma una volta di più che in questa sedicente destra “di governo” — oltre ad ardere l’eterna fiamma mussoliniana — batte un “cuore nero” post-missino, che la rende irriformabile e incompatibile con la Costituzione Repubblicana.

Ci vogliono cinismo e ipocrisia, per imputare l’eccidio del 2 agosto 1980 a un «terrorismo che le sentenze attribuiscono a esponenti di organizzazioni neofasciste». Una formula anodina che — senza dirlo in modo esplicito — serve alla Sorella d’Italia per compiere la solita impostura: prendere le distanze da una verità giudiziaria, che secondo lei e i suoi “volonterosi carnefici” non coincide con quella storica. E non per caso, alla fine del suo comunicato, rilancia la formula di rito che ripete ogni anno: siamo sempre in attesa di «arrivare alla verità sulle stragi che hanno insanguinato la Nazione». Un insulto al ricordo di quei morti.

Le piaccia o no, a quella verità ci siamo già arrivati da un pezzo. Le sentenze sono state almeno quindici, quasi tutte passate in giudicato. Non riflettono pareri né opinioni, ma il verdetto definitivo di Tribunali, Corti d’Appello, Corti di Cassazione, che “in nome del popolo italiano” hanno ritenuto colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio tre terroristi dei Nar, Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini, col supporto di due esponenti dell’eversione nera, Paolo Bellini e Gilberto Cavallini. Non c’è nient’altro da sapere. C’è solo da prendere atto. Ma questo la premier non lo fa e non vuole farlo.

E questa è chiaramente “la linea del partito”: anche Ignazio La Russa — confermando che con lui se si scommette sul peggio si vince sempre – ricorre alla stessa ambiguità meloniana: «Vile attentato che le sentenze hanno attribuito a una matrice neofascista». Più in fondo all’abisso riesce ad arrivare solo Salvini, che anche quest’anno cinguetta su X il suo immenso dolore per quella «ferita ancora aperta», senza mai dire chi l’ha procurata.

Neanche a Palazzo Chigi Meloni riesce a guarire dalla sindrome vittimistica dell’Underdog della Garbatella che denunciò nel suo discorso di investitura. Neanche da donna sola al comando riesce a liberarsi da quella vocazione settaria e minoritaria da agit-prop di Colle Oppio, che la rende capace di parlare sempre alla sua ridotta elettorale e mai all’intera comunità nazionale.

È da anni che Meloni e i suoi «splendidi ragazzi» — in ossequio a un teorema inventato dall’ala più eversiva dell’Msi — avvelenano i pozzi sulla mattanza neo-fascista di Bologna. Cossiga dà inopinatamente il “la”, in un’audizione del marzo 1991, quando a domanda del missino Pinuccio Tatarella risponde: «La targa alla stazione di Bologna, che definisce “fascista” la strage, va tolta…».

La gioventù neofascista si infila subito nella crepa bugiarda aperta dal Grande Picconatore. E sposa la fantomatica “pista palestinese”: la bomba alla stazione nascerebbe dalla violazione del presunto “lodo Moro”, un accordo che i servizi segreti avrebbero sottoscritto con l’Olp per sventare attentati. Una bufala, archiviata presto dalla Procura. Ma da quel momento, la “pista palestinese” diventa la foglia di fico dell’estremismo nero. Nell’agosto del 1994 Bellini e Ciavardini la rilanciano, organizzando il primo Comitato Trasversale “E se fossero innocenti”, per insinuare dubbi sulla colpevolezza di Mambro e Fioravanti.

Il 2 agosto 2000, nel 40esimo della strage, i giovani militanti confluiti in Alleanza Nazionale la fanno aleggiare in piazza, sempre con Ciavardini, al grido “Nessuno di noi era a Bologna”. Nel 2004, in un evento di Azione Giovani a Catania in cui si parla della strage, al fianco di Ciavardini compare Giorgia in persona, che in un volantino dichiara testualmente: “Vogliamo che sia fatta chiarezza sulle stragi, da Piazza Fontana alla Stazione di Bologna… vogliamo la verità sulle pagine strappate della nostra storia, che qualcuno non ha il coraggio di riportare alla luce”. Nel 2005, con una fiaccolata nella Capitale, la “pista palestinese” è cavallo di battaglia del Comitato “L’ora della verità”, in cui confluiscono ex di Avanguardia Nazionale.

Negli anni successivi, partorita dalle ceneri di An la sua nuova creatura FdI, Meloni intensifica la campagna di disinformazione sulla strage. 2 agosto 2017: «37 anni senza giustizia e senza verità». 2 agosto 2018: «Tutto è avvolto nel mistero, nessuna verità, nessuna giustizia». 2 agosto 2019: «C’è necessità e urgenza della desecretazione dei documenti sulla strage di Bologna e sul Lodo Moro». 15 ottobre 2019 (col processo a Cavallini in corso): «Attendiamo risposte urgenti… su un intrigo dai risvolti internazionali che qualcuno si ostina a considerare una vicenda di terrorismo interno». 2 agosto 2021: «Tra ombre e depistaggi, continuiamo a chiedere verità e giustizia».

La macchina della menzogna non si ferma nemmeno quando Meloni diventa presidente del Consiglio. Sostiene con forza le proposte di legge presentate dai suoi bracci armati Foti, Rampelli e Mollicone, che chiedono una Commissione parlamentare d’inchiesta «sulle connessioni tra il terrorismo internazionale e le stragi» di Piazza Fontana e di Bologna.

Non va mai nella città devastata da quel lutto incancellabile. In compenso, nel comunicato del 2 agosto 2023 si riperde la «matrice» e parla solo di un generico «terrorismo», aggiungendo che «il governo accelera sul versamento degli atti declassificati sulla strage». Accreditando ancora una volta l’ipotesi che arcana imperii e segreti irriferibili impediscono di accertare le vere responsabilità di quell’immonda macelleria umana. Come se, nel frattempo, i cinque terroristi neofascisti non fossero stati condannati a una dozzina di ergastoli.

Si arriva così allo scempio di ieri (venerdì 2 agosto 2024), che è insieme etico e politico, morale e istituzionale. Se non ci fosse da piangere, verrebbe quasi da ridere di fronte all’indignazione meloniana per le accuse di Bolognesi.

Di fronte a un uso così fraudolento della realtà, denunciare la sprezzante doppiezza della premier non è «mancanza di rispetto»: è un solo un doveroso disvelamento. «Per la destra italiana la strage di Bologna è una macchia da negare e da cancellare a tutti i costi» non è una «frase molto grave»: è solo una frase molto giusta. È logico che faccia infuriare gli eredi di Mussolini e i nipotini di Almirante. Insieme al cuore nero della “destra reale”, queste semplici ma atroci evidenze mettono a nudo il cuore di tenebra della leader che la guida.


L’ombra del passato che non si smacchia

Il sacrificio di Maria João