Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (1)

Vuoti di memoria 

Iniziamo oggi la pubblicazione in 9 puntate (con cadenza quotidiana) del racconto della collaboratrice di Naufraghi/e Simona Sala “Il martirio di Filomena”, con le illustrazioni di Franco Cavani. Ci auguriamo con questo di offrire a lettrici e lettori un momento di tregua dalla crescente fatica di stare con i piedi su questo mondo.


Gentile Signor Galvani,

la prego di scusare questa invadenza, poco consueta per me, che mi spinge a cercare il suo appoggio sebbene di fatto siamo due sconosciuti.

Galvani ricordava perfettamente le parole con cui iniziava quella lettera, anche se non era per leggerla che la cercava. Era certo che si trovasse nel suo studio, ma non ricordava dove. Pensò intensamente all’ultima volta che l’aveva tenuta tra le mani. Di tanto in tanto le cambiava nascondiglio, poiché aveva sempre paura che la domestica potesse scovarla e, magari per un impulso malizioso, consegnarla alla moglie. Ma questa volta dove l’aveva messa? Possibile che non ricordasse?

Ripensò alla conversazione sentita casualmente due giorni prima. Galvani stava schiacciando un pisolino sulla sdraio accanto alla piscina, in un angolo del parco, quando era stato punto al gomito da una vespa.

Sorreggendo il braccio che si gonfiava con quello sano, si era avviato verso la casa per procurarsi del ghiaccio e un antistaminico, quando attraverso la finestra aperta aveva sentito il telefono squillare. Aveva risposto la moglie (forse si era fatta chiamare apposta a quell’ora, sapendo che lui faceva la siesta). Nonostante il dolore al braccio Galvani aveva rallentato il passo sollevando i piedi con cautela per evitare che la ghiaia del viale scricchiolasse. Una volta giunto sotto la finestra aperta, si era appollaiato di fianco a una grossa ortensia blu, da dove riusciva a sentire la conversazione.

«Ah, buongiorno dottore, (la voce della moglie, roca per il fumo, sembrava leggermente irritata) no, certo posso parlare, no, non c’è. È sceso nel parco per la sua siesta… Ho fatto come mi ha detto, certo… Gliel’ho chiesto, sì… Sì, esattamente… proprio così… (Una breve pausa, durante la quale si sentirono solo mugugni di assenso, mmhh, mmmhh)… Lei crede siano necessarie ulteriori analisi? Capisco, demenza?… Sì, certo, sono solo sospetti, ma è comunque necessario andare a fondo… Alzheimer? Ha ragione, non saltiamo a conclusioni affrettate».

Sua moglie non sembrava sconvolta o addolorata, ma manteneva il tono funzionale di sempre. Sicuramente, pensò Galvani, stava pensando a come incastrare i nuovi appuntamenti medici nella sua fitta settimana, se prima o dopo la lezione di Pilates, se nei giorni in cui andava dal parrucchiere oppure quando si incontrava con la figlia in città. Lo rivelavano le sue pause e quell’ultima frase: «Perfetto dottore, per intanto la ringrazio, le farò sapere mercoledì quando ci vediamo. Ora chiamo anche mia figlia, forse riesce ad accompagnarci. Arrivederci».

Mancavano dunque sei giorni all’appuntamento che gli avrebbe stravolto la vita: Galvani ne era certo… il cuore gli rimbombò nel petto, e per un attimo il terrore eclissò il dolore della puntura.


Galvani stava perdendo la memoria, su questo non c’era dubbio. Dopo quella telefonata aveva passato due notti a spulciare centinaia di siti internet in cui si parlava di perdita di memoria, nel masochistico intento di procurarsi tutte le conferme del caso. Che qualcosa non andasse più per il verso giusto era evidente (aveva riposto il suo orologio d’oro nel reparto delle uova in frigorifero, e due giorni prima non ricordava la password del suo pc, per non parlare dei nomi degli amici), ma la natura del disturbo, di quegli inquietanti vuoti di memoria, non era ancora stata identificata con certezza.

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani


Storico scambio di prigionieri, la Russia libera i dissidenti

Vuoti di memoria 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

MOSCA — Nella pista dell’aeroporto di Ankara, in un inconsueto remake del Ponte delle Spie, si sono mossi in direzione opposta e contraria drappelli di uomini e donne che non potrebbero essere più diversi. Da una parte, detenuti politici russi ingiustamente incarcerati per aver lottato per la verità e occidentali e russi con doppia cittadinanza diventati loro malgrado pedine politiche. Dall’altra, assassini, spie, criminali informatici e riciclatori di denaro che non finiranno di scontare la loro pena. Uno scambio di prigionieri storico per numeri e portata geografica. Mai visto neppure ai tempi della Guerra Fredda. Ventiquattro detenuti in tutto. Sedici contro otto, più due minori. Ben sette i Paesi coinvolti: Russia, Bielorussia, Stati Uniti, Germania, Slovenia, Norvegia e Polonia. Più la Turchia che ha fatto da zona franca per quella che ha definito «la più grande operazione di scambio di prigionieri degli ultimi tempi». Sette aerei sono comparsi da Est e da Ovest, poi lo scambio che ha trasformato per un giorno l’aeroporto Esenboga di Ankara nel Glieniker Brücke del Terzo Millennio.

Tre statunitensi tornano a casa: il reporter del Wall Street Journal Evan Gershkovich detenuto dal marzo 2023 per tradimento, la giornalista di Rfe/Rl Alsu Kurmasheva arrestata lo scorso ottobre per fake news e il marine Paul Whelan incarcerato nel 2018. Vola invece a Berlino il tedesco Rico Krieger che lo scorso mese era stato condannato a morte e poi graziato in Bielorussia. E in Germania troveranno asilo anche nove detenuti politici russi tra cui gli oppositori Ilja Jashin, Vladimir Kara-Murza e Andrej Pivovarov, il cofondatore dell’ong Nobel per la pace Memorial Oleg Orlov, l’artista pietroburghese Sasha Skochilenko, le due ex collaboratrici di Navalny Natalia Fadeeva e Lilia Chanysheva. Mentre il presidente russo Vladimir Putin ieri ha accolto come “patrioti” all’aeroporto Vnukovo di Mosca il “killer del tiergarten” Vadim Krasikov che stava scontando l’ergastolo in Germania per l’omicidio di un dissidente ceceno-georgiano in esilio a Berlino, due agenti dormienti smascherati in Slovenia Artjom e Anna Dultsev insieme ai loro due figli, l’agente del Gru Pavel Rubtsov che si spacciava per il giornalista spagnolo Pablo Gonzales, l’hacker e figlio di un deputato Roman Seleznev, il riciclatore di denaro Vladislav Kljushin, la spia sotto copertura Mikhail Mikushin, il contrabbandiere Vadim Konoshchenok.

Si è chiuso così il più grande — e singolare — scambio di prigionieri tra Russia e Occidente. Più grande di quello del luglio 2010 quando dieci spie russe vennero barattate per quattro agenti detenuti in Russia. Segno di un dialogo possibile anche nel momento più basso delle relazioni causato dall’offensiva russa in Ucraina. Un accordo «non facile», ha confermato il governo tedesco restio fino all’ultimo a rilasciare il killer Krasikov, ma «necessario per aiutare le persone imprigionate arbitrariamente da Mosca e Minsk». Lo scambio scalfisce la retorica di Donald Trump e segna una vittoria per Joe Biden e per la sua vice ora candidata alla presidenza Kamala Harris che possono rivendicare di aver riportato a casa tre cittadini statunitensi e di aver scongiurato che altri detenuti politici russi innocenti facessero la fine di Aleksej Navalny morto in carcere lo scorso febbraio. Anche lui avrebbe dovuto fare parte dello scambio e non è un caso che ieri Harris abbia voluto chiamare la vedova Julija. Biden ha lodato «l’impresa diplomatica» portata a termine grazie alle «decisioni coraggiose e audaci» prese dai suoi alleati, in particolare la Germania, e al «sostegno logistico essenziale» della Turchia. «Oggi è un potente esempio del perché è fondamentale avere amici in questo mondo», ha detto parlando dalla Casa Bianca circondato dalle famiglie dei tre statunitensi e di Kara-Murza, vincitore del Pulitzer per i suoi commenti dal carcere sul Washington Post.

Vladimir Putin, invece, ha dimostrato che non abbandona chi gli resta leale, ma ha anche ulteriormente indebolito l’opposizione privando i suoi più illustri esponenti come Kara-Murza e Jashin del peso morale che dava loro la prigionia e accusandoli di complotti con l’Occidente. L’opera di discredito è già iniziata. «In Russia non ci sono prigionieri politici. Ci sono politici in Russia che hanno lavorato per Stati stranieri, nemici della Russia, che quindi hanno violato la legge. E sono stati scambiati nell’interesse di questi Stati», ha commentato ad esempio il politologo falco Sergej Markov. Mentre l’ex presidente Dmitrij Medvedev ha lanciato una velata minaccia: «Lasciamo che i traditori raccolgano febbrilmente nuovi nomi e si travestano sotto programmi di protezione dei testimoni».

A far ipotizzare a un imminente scambio era stata già a metà luglio l’inconsueta velocità dei processi che si erano conclusi nello stesso giorno con la condanna di Gershkovich a 16 anni di carcere e di Kurmasheva a sei anni e mezzo. Voci di un possibile scambio di prigionieri si erano poi susseguite frenetiche quando, all’inizio di questa settimana, gli avvocati di diversi prigionieri politici avevano denunciato di non avere più notizie dei loro assistiti. All’inizio si era pensato a un trasferimento da una colonia penale all’altra, come spesso accade, ma quando i detenuti che mancavano all’appello avevano sfiorato la decina in tanti avevano sospettato che ci fosse dell’altro. Ieri mattina la conferma. «Non riesco nemmeno a descrivere la felicità e il sollievo che questa notizia porta», ha commentato Emma Tucker, direttrice del Wall Street Journal. Anche Julija Navalnaja si è unita al giubilo: «Ogni prigioniero politico rilasciato è una grande vittoria e gioia. Nessuno dovrebbe essere tenuto in ostaggio da Putin, torturato e morire nella prigione di Putin». Resta però l’amarezza per un accordo arrivato troppo tardi per Navalny e per tutti gli altri detenuti politici ancora ostaggio di Putin. «È questo che non dobbiamo dimenticare», ha detto l’attivista Sergej Parkhomenko. «Oggi in Russia ci sono centinaia di prigionieri politici. Rimangono ogni giorno nelle mani del dittatore, in condizioni di tortura, in pericolo mortale».

Nell’immagine: la foto ufficiale pubblicata dalla presidenza degli Stati Uniti


Noi e l’utopia storica della pace

Vuoti di memoria 

Di Gianni Cuperlo, La Stampa

Su questo giornale Massimo Cacciari ha posto la domanda che da anni la politica ha rimosso dall’agenda: è stato forse un intervallo la non-guerra tra i grandi spazi imperiali dopo le tragedie della prima metà del’900? Null’altro che «una pausa per meglio prendere la rincorsa in vista della definita “sistemazione” del pianeta?».

Lo ha fatto richiamando la sconfitta delle istituzioni che nell’avallo di monumentali filosofi del diritto avevano imboccato il sentiero di una regolazione giuridica del conflitto. Si riferiva ai fantasmi dell’Onu e all’assetto di autorità sovranazionali (Corti penali e Alte corti di giustizia) vittime della propria impotenza. Per questa via la Guerra è tornata a soggiogare una razionalità divenuta ostile al realismo di un potere che i singoli Stati non detengono più mentre a profilarsi su scala globale sono oligarchie inedite. Con due conseguenze. Un tempo storico d’incertezze: «non si può più immaginare che quanto stai pensando si possa realizzare» confidava ancora Cacciari dialogando mesi fa con Antonio Gnoli. E la sottovalutazione – questa sì, delittuosa – di quanto sia illogico lo sradicamento «sul campo» di Imperi sopravvissuti a secoli di Storia e Memoria. Se pensiamo alle ambizioni di Putin sull’Ucraina o alla riconquista del Mediterraneo da parte del «sultanato» turco, comprendiamo perché dopo la Guerra Fredda, quando l’Europa pareva tramandata a confini inviolabili, siamo tornati alla narrazione di diritti storici come traguardi da ripristinare. Può succedere così che il Cremlino resusciti il mito di Pietro il Grande o Caterina II. E se Obama a suo tempo aveva battezzato la Russia «una potenza regionale», per Putin l’offesa non era a Lenin ma ai Romanov.

È l’uso presente di un passato che non è passato mai e dall’Ucraina ai Balcani c’è un’Europa alle prese con la lotta per l’egemonia su territori scomposti dopo la Grande Guerra. Non dopo Maastricht, ma all’indomani del disgregarsi degli Imperi centrali. Libia, Siria, alcuni tratti della penisola arabica, hanno vissuto conflitti eredità della fine del dominio ottomano. Dinanzi a tutto questo la domanda è come sia potuto accadere che il pensiero politico occidentale sia incorso dopo l’’89 nell’abbaglio più grave, l’aver scambiato la fine della pace con la fine della guerra. Avere creduto, o finto di credere, che il collasso dell’Impero russo, zarista e poi sovietico, avrebbe generato un’egemonia senza più argini.

«L’idea più stravagante che possa nascere nella testa di un uomo è credere sia sufficiente per la politica entrare a mano armata nel territorio di un popolo straniero pensando di imporre le sue leggi o la sua costituzione. Nessuno ama i missionari armati, il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è respingerli come nemici», parecchio tempo fa a dirlo fu Robespierre in polemica con l’illusione girondina di esportare la libertà e la rivoluzione. Non prenderei l’uomo a modello, ma almeno racconta perché il tema interroga il potere da un paio di secoli.

In realtà da molto più tempo se pensiamo al consiglio di Augusto morente a Tiberio: «Non estendere i confini dell’impero». Invece, una trentina d’anni fa l’Occidente quei confini ha dilatati nel segno di una teoria economica tradotta in dottrina morale ritenendo a quel punto le stesse istituzioni dell’ordine politico e finanziario del secondo’900 zavorre da cui liberarsi. Un errore drammatico. Una fuga dalla Storia. E quando, come per i «sonnambuli» del 1913, è giunto lo schiaffo del risveglio, la realtà ha presentato il conto. Con la guerra a precipitare di nuovo nel cuore dell’Europa, e l’Europa a dividersi tra la giusta difesa del popolo ucraino e una lettura apocalittica dell’Orso russo, da fermare una volta ancora «sul terreno» perché «dopo Kiev ci sarebbero Moldavia, Finlandia, Transnistria, e poi la Senna e chissà». C’è chi ha scomodato Monaco ’38, l’accordo sordido secondo la definizione di Avishai Margalit. E immorale quell’accordo fu, ma più che il merito a renderlo tale fu l’interlocutore, l’uomo che avrebbe condotto il continente alla distruzione.

Il punto è cosa accade quando le culture della mediazione finiscono asservite a un principio di potenza privo degli anticorpi che il «Male» del vecchio secolo aveva generato. Succede ciò che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere: l’esonero dal dovere di indicare un punto di caduta per conflitti divenuti irrisolvibili perché ritenuti tali. Ma quale capitolazione della politica vive qui! Lo si comprende meglio se ci si chiede perché dal 24 febbraio di due anni fa la Casa Bianca, e l’Europa al seguito, non abbiano mai sciolto il nodo di quale sarebbe l’approdo per una pace giusta. La condizione territoriale del 23 febbraio di quell’anno? O il ritorno al 2014 prima dell’annessione russa della Crimea? Nel frattempo sono morte seicentomila persone e un Paese è stato decimato nel suo popolo lasciando un panorama di macerie. E allora, quanto può reggere un mondo senza un ordine a disciplinarne i conflitti in essere respingendo, anche nella teoria politica, la Guerra nell’accezione di un primato delle armi? Perché se quel primato s’impone, nessuna Autorità potrà impedire la furia di sistemi d’offesa e distruzione sempre più perfezionati, con l’incubo di un incidente, o di uno Stranamore ricomparire in una scia di rovine. Per tutto questo fa impressione scorgere termini della sapienza novecentesca – disarmo e pace in vetta al resto, concetti legati alla sfera della politica, del pensiero filosofico, del diritto, della fede religiosa – scomunicati da un sentimento, e un lessico di Stati e governi, che ne cancellano origine e potenzialità dentro la Storia in atto.

A chiusa del ragionamento, Cacciari un «metodo» lo indica. La via della competizione nello sviluppo, nella Tecnica e nella Scienza, in un’innovazione che metta a gara la forza di sistemi culturali e giuridici. Sarebbe la ricerca di un’egemonia da plasmare su basi alternative a una «vittoria» origine della possibile auto-distruzione. La Storia di cicli simili ne ha conosciuti con una potenza che si affermava, poi declinava lasciando vuoto uno spazio occupato da una potenza diversa. Fu così nel passaggio dall’Olanda del’600 al primato britannico su mari e oceani. E ancora, nel transito da quello all’Impero americano costretto oggi a ritrarsi.

In questo interregno di assenza, e di caos, la politica può limitarsi a scortare l’esistente in attesa che una nuova potenza s’imponga. Oppure, interrogarsi su quali principi, e istituzioni e pratiche di diplomazia, dialogo interreligioso e filosofico, creatività, possono mettere in sicurezza il mondo e la stessa credibilità del Diritto in grado di regolarlo. Sono due mete diverse. Ma tra sistemare carrarmati sul tabellone di un Risiko terribilmente tragico e assumersi la responsabilità di un altro ordine possibile, vive lo spazio di un nuovo pensiero democratico che per prima la sinistra deve attrezzare a partire dal ruolo che il Pd può scegliere di avere oggi in Europa.

D’altra parte compito nostro, di chi la Politica si ostina a preservare, è anche restituire l’utopia storica di un disarmo e una pacificazione a fronte di carneficine in atto rispetto alle quali gli auspici moralistici paiono spergiuri. Qui l’alleanza tra Pensiero, Tecnica e Politica avrebbe un campo da esplorare e traguardi da raggiungere. Provarci è un dovere. Dovessimo rinunciare a farlo, sarà su quello che saremo giudicati.

Nell’immagine: Anne-Louis Girodet de Roussy-Trioson, “La rivolta del Cairo”  (1810 ca.) 


Imane, l’essere umano trasformato in mostro

Vuoti di memoria 

Di Nicoletta Verna, La Stampa

L’aspetto che più colpisce, e più inquieta, del dibattito sul caso Carini-Khelif è la metodica, meticolosa, spietata costruzione da parte prima degli organi sportivi, poi dei media, poi dei commentatori tutti della rete del concetto di mostro, con riferimento a Khelif. Un mostro, per definizione, è un essere con caratteristiche diverse dalla norma e, in quanto tale, generatore di stupore e paura. I tratti principali del mostro sono l’abnormità e l’ibrido: e nella narrazione che in queste ore viene fatta di Khelif, lei li racchiude entrambi. Si specifica che la sua forza è abnorme, che il suo corpo non è femminile. Viene mostrata in immagini dai tratti del volto duri, in forte contrapposizione con le sue foto da bambina, quando era normale, quando era conforme.

Perché questa costruzione? A cosa conduce? Credo ci siano almeno tre ragionamenti da fare.

Il primo. La funzione sociale del mostro è da sempre quella di riflettere le paure e le ansie della società e, d’altro canto, di rassicurarci a proposito della nostra normalità. Frankenstein è diventato uno dei più indissolubili miti della letteratura perché affonda le sue radici nelle paure umane: nacque da un incubo di Mary Shelley, e fu espressione della paura al tempo diffusa per lo sviluppo tecnologico. Khelif incarna una paura fortissima, e da qui l’esasperazione nella narrazione della sua mostruosità. È la paura della complessità. Il suo corpo esula dalla norma: e in una società che sempre più predilige le forme di espressione di pensiero basate sulla banalizzazione, lei è un esempio negativo, disforico, deviante. La nostra società gratifica il normale, colui che obbedisce alle sue norme, mentre nei confronti dell’anormalità nutre profonda diffidenza, quanto non aperto odio. Khelif ci spaventa. Per questo va accuratamente presentata ed esibita come mostro.

La seconda riflessione riguarda, necessariamente, la questione di genere. Khelif è, innegabilmente, una donna. Ma una donna che, per alcune caratteristiche, esula dai classici canoni della femminilità. E anche questo spaventa. C’è un saggio molto interessante della sociologa femminista americana Jude Ellison Sady Doyle, «Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne», dove l’assunto è che la mostruosità femminile esiste da sempre ed è una chiave di lettura dell’umanità. Si insinua in ogni mito, dal più noto al meno conosciuto: Sirene carnivore, Furie che dilaniano uomini, Meduse che pietrificano. Queste figure rappresentano, come ogni mostro, tutto ciò che viene ritenuto terrificante. In particolare, tutto ciò che gli uomini trovano minaccioso nelle donne, che sia bellezza, intelligenza, rabbia o potere. Khelif appare minacciosa poiché incarna il mito della potenza fisica. E destabilizza la nostra società patriarcale, poiché se la sua diversità diventasse norma scardinerebbe completamente gli equilibri e i rapporti su cui da sempre si basa la società occidentale.

La terza riflessione, la più importante. Qualunque opinione possiamo avere su questa vicenda, non dovremmo mai perdere di vista un elemento fondamentale. Khelif è, prima di tutto, e oltre ogni altra considerazione politica, sportiva, sociale e di genere, un essere umano. Dimenticarsene per opportunità politica (in primis), per semplificazione, per paura significa porsi al livello dei freak show dove società molto meno evolute della nostra strumentalizzavano, ridicolizzavano, denigravano persone con caratteri sessuali secondari tipici del sesso opposto per impressionare gli spettatori. Khelif è un essere umano e noi ce ne stiamo dimenticando, ma disumanizzare lei significa in primis disumanizzare noi stessi, perché non rispettare la dignità personale e la dimensione morale di un nostro simile significa rinunciare alla nostra anima e alla nostra dignità di esseri pensanti.

Nell’immagine: l’amorevole mammo Giorgia Meloni consola la povera vittima della mostra brutta e cattiva


Agosto, guerra mia non ti conosco

Vuoti di memoria 


Il frate “liberale” e i Giochi olimpici

Vuoti di memoria 

L’amico Libano Zanolari, giornalista sportivo per eccellenza, ha pescato tutto quanto si poteva pescare (com’è sua intelligente ricerca e abitudine) nella storia greca, quella degli dei e dei filosofi e in quella primitiva cristiana (con Ambrogio che impone a Teodosio la chiusura dei Giochi) ed  anche nell’archeologia, per illustrarci la storia delle Olimpiadi e darcene una visione affascinante, quasi più metafisica (o divina, “olimpica”, appunto) che fisica.

C’è un fatto, che tocca la “filosofia atletica”, che i più ignorano o preferiscono dimenticare (considerate anche le polemiche seguite alla rappresentazione parigina, che hanno coinvolto l’attuale maggiore e miglior storico di Francia, Patrice Boucheron, che è stato chiamato come esperto per le rievocazioni e le immagini storiche). Un fatto che val la pena ricordare: il motto dei Giochi olimpici è stato suggerito a Pierre de Coubertin (il fondatore delle Olimpiadi moderne) da Henri Didon, un frate dell’Ordine dei domenicani. Ne racconta biografia e storia Yvon Tranvouez in un libro  apparso alla  vigilia dei Giochi (Plus vite, plus haut, plu fort. Le père Didon, inspirateur de Jeux olympique, éd. du Cerf, 2024).

Henri Didon (1840-1900) era direttore della scuola Albert-le-Grand ad Arcueil dal 1890 e, assai moderno per la sua epoca, poneva grande attenzione al corpo nell’educazione. Nel gennaio del 1891 riceve in visita Pierre de Coubertin, che milita e si dà da fare per l’estensione delle discipline atletiche negli istituti scolastici e nell’organizzazione di competizioni tra gli istituti. E, infatti, quella visita porta immediatamente alla creazione dell’Associazione atletica Albert-le-Grand alla quale il padre domenicano (stando a ciò che racconterà lo stesso Coubertin) dà per motto la famosa formula, così folgorante nella sua concisione latina: citius, altius, fortius. Didon la parafraserà nei termini: correte più in fretta, saltate più alto, colpite più forte. De Coubertin vi vide subito la sintesi di “tutta la filosofia atletica”.

Giustizia sia quindi resa a quel padre domenicano. Anche perché, religioso conosciutissimo, predicatore eccezionale che attirava e conquistava gli ambienti più culturalmente vivi di Parigi, proposto anche per la  prestigiosa cattedra di predicatore quaresimale di Notre-Dame, fu ritenuto personaggio incontrollabile, ingestibile e indomabile dai suoi superiori e fu quindi continuamente osteggiato e punito, tanto da essere esiliato in un convento di Corbara, in Corsica.

Tranvouez nel suo libro descrive appunto la storia di un religioso “non conforme” della seconda metà del XIX secolo. Didon è infatti ritenuto un “liberale” in un tempo in cui è deprecabile esserlo, in una Chiesa cattolica “intransigente”, in cui il Sillabo di Pio IX (1864) enumera il lungo catalogo degli errori intollerabili, da condannare (come i princìpi fondamentali di libertà di pensiero, di coscienza, di stampa, di culto, la laicità dello stato) e proclama l’infallibilità del papa. garante dell’ortodossia cattolica (1871), e sono frequenti le apparizioni mariane (mentre Didon manifesta  le sue preferenze per Maria Maddalena). L’ossessione del padre domenicano è il “moderno” e la sua angoscia l’abisso che si sta creando tra la Chiesa e il mondo. Bisogna invece essere “liberale e moderno” poiché il Vangelo sa rilevare la sfida del “mondo moderno” senza per questo lasciarsi prendere dal mito di un progresso che “scuote, rovescia, polverizza tutto”.

Nell’immagine: Henri Didon


Se per Putin Gaza è “una nuova Stalingrado”

Vuoti di memoria 

Il Ministero degli Esteri russo ha commentato con uno stringato comunicato l’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh in Iran, fermandosi poco oltre le parole di circostanza: per la diplomazia russa si sarebbe trattata di un’azione “inaccettabile” e “foriera di enormi tensioni militari”. L’imbarazzo e la cautela della dichiarazione è risultato palpabile proprio perché la Russia non ha ancora perso la speranza di giocare un ruolo di mediazione per la soluzione del conflitto israelo-palestinese.

Putin ha recentemente paragonato la Striscia di Gaza a Leningrado, che fu lungamente assediata dalla Germania durante la Seconda Guerra Mondiale, provocando l’ira degli israeliani e il plauso di Hamas. Paragone “forte” ad uso e consumo dell’opinione pubblica “pro-Palestina”. Storicamente il ruolo dell’URSS era stato di sostegno alla causa arabo-palestinese ma nei primi venti anni dell’era Putin i rapporti della Russia con Israele erano stati molto buoni soprattutto dal punto di vista commerciale. Tuttavia le cose sono iniziate a mutare rapidamente dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, quando il regime di Mosca ha dovuto iniziare a pensare come mettere insieme la questione siriana con quella turca (e con quella iraniana) ancor prima di quella palestinese.

“Per anni la Russia si è presentata come mediatrice in Medio Oriente, ma ora il Cremlino non ha né la capacità né la volontà di perseguire una vera riconciliazione o risoluzione dei conflitti” sostiene Anna Borshevskaya del “Washington Institute for Near East Policy”. Si tratta di una tesi sostanzialmente corretta ma è al contempo vero che Putin naviga prima di tutto a vista e cerca di capire come sia possibile aprire delle linee di faglia nel principale campo nemico, ovvero quello americano.

“Si tratta di presentare la Russia come una grande potenza senza la quale non si può prendere alcuna decisione internazionale fondamentale, e come un contrappeso agli Stati Uniti”, afferma correttamente l’esperta, per la quale l’obiettivo dichiarato della Russia in politica estera è quello di “distruggere l’ordine mondiale liberale e sostituirlo con uno multipolare”.

“Tutto il mondo è concentrato su Israele e sulla Striscia di Gaza, il che significa che la Russia ha molto margine di manovra in questo momento”, afferma Nikolay Kozhanov del Centro per gli Studi sul Golfo dell’Università del Qatar, il quale cita, a sostegno di quanto afferma, il fatto che la Russia è stata in grado di eliminare il trattato per la messa al bando dei test nucleari in modo relativamente silenzioso: la Duma di Stato ha approvato recentemente una legge in tal senso senza che nessuno se ne accorgesse.

Sei giorni fa Bashar al-Assad è atterrato a Mosca per un incontro a quattr’occhi con Putin. Uno dei temi trattati dai due leader è stato quello di un possibile negoziato tra il presidente siriano e Erdogan. La Turchia ha interrotto i rapporti diplomatici con la Siria dopo l’inizio della guerra civile nella repubblica araba nel 2011 e attualmente mantiene le sue forze militari nel nord-ovest della Siria ma Damasco insiste da tempo sul ritiro di tutti i militari turchi dai suoi confini. Con i chiari di luna che ci sono nella regione e la netta posizione assunta dalla Turchia in chiave anti-israeliana, il Cremlino vorrebbe mettere un punto perlomeno a questa vertenza.

Secondo Iqbal Durre, professore associato presso il Dipartimento di Studi Regionali Esteri dell’Università Linguistica Statale di Mosca, dopo che Damasco ha ammorbidito la sua posizione sul ritiro delle truppe turche, si è aperta una finestra di opportunità per una potenziale ripresa dei colloqui tra Turchia e Siria. Da lì si potrebbe pensare a nuovi accordi tipo quello di Astana di qualche anno fa, che metterebbero Tel Aviv di fronte a un fatto compiuto nella riconfigurazione della regione.

In questo contesto la complessità delle relazioni tra Russia e Israele è destinata a perdurare. Israele è rimasta a guardare il conflitto in Ucraina. Tel Aviv non ha aderito alle sanzioni occidentali, non ha fornito armi all’Ucraina ma è stata “critica” nei confronti dell’azione militare russa e ha accolto i rifugiati ucraini e la nuova diaspora giovanile russa no-war. Il punto di equilibro tra i due Stati finora è stato chiaro: nessuna interferenza reciproca nei due conflitti che stanno tenendo con il fiato sospeso il mondo.

C’è poi la questione dell’Iran. In effetti, un conflitto più ampio che coinvolga Hezbollah e altri sostenitori iraniani potrebbe dirottare gran parte degli aiuti militari che Teheran ora invia a Mosca. Putin doveva atterrare a Teheran tra qualche giorno per discutere anche di questo ma ora potrebbe rimandare una visita che avrebbe un chiaro significato politico.

Resta infine la questione dei rapporti diretti tra la Russia e Hamas. Una delegazione del movimento di Hamas il 1° marzo scorso è giunta a Mosca e ha avuto una lunga discussione con l’Inviato Speciale del Presidente russo per il Medio Oriente e l’Africa, Mikhail Bogdanov, nell’ambito degli incontri tra i rappresentanti dei vari movimenti palestinesi, tra cui Fatah e la Jihad Islamica, per giungere a un’unità d’intenti nella lotta contro Israele. Per ora la Russia appare solo come il “gran cerimoniere” di un eventuale armistizio tra fazioni palestinesi ma è chiaro che in questo modo il Cremlino può capire meglio cosa succede nel radicalismo politico mediorientale.

Putin ha, in ultima istanza due obiettivi principali in Medio Oriente: mantenere il flusso di armi dall’Iran e una presenza militare in Siria, dove la Russia controlla il porto di Tartus. Un piatto forse non ricchissimo, ma che esige comunque ampiezza di vedute e rapidità di manovra.

Nell’immagine: il recente abbraccio fra Bashar al-Assad e Vladimir Putin


I rischi della sfida a Teheran

Vuoti di memoria 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Tel Aviv, 31 luglio. È mattina presto. In spiaggia si gioca a volley, si corre, si passeggia, si nuota. Come se niente fosse. Eppure, in nottata, la guerra di Israele contro Hamas è arrivata nel cuore di Teheran. Ismail Haniyeh è stato eliminato sotto gli occhi e la protezione del regime iraniano. Due operazioni notturne israeliane possono far tracimare la guerra da Gaza all’Iran, passando per il Libano. In realtà, qui la guerra non è mai lontana. Le sirene possono squillare in qualsiasi momento, con meno di due minuti per precipitarsi nei rifugi o buttarsi per terra (queste le istruzioni). La gente ci ha fatto l’abitudine. O la compartimentalizza.

Gaza è vicina. Stessa spiaggia, stesso mare, un baratro psicologico di distanza. Resta il dramma umanitario dei due milioni di palestinesi. Resta l’angoscia per gli ostaggi. Resta il peso sociale e familiare del richiamo dei riservisti. Ma per il pubblico israeliano la guerra contro Hamas è condotta, e può continuare, a compartimenti stagni. Non così se entrasse in campo Hezbollah, accreditato di capacità militari e missilistiche ben superiori a quelle di Hamas. Se poi l’Iran mettesse lo zampino nel conflitto, la posizione di Israele diventerebbe strategicamente difficile. Quando Netanyahu parla di “guerra totale”, sorvola su due indispensabili dettagli. Richiederebbe un fortissimo sostegno, se non diretto intervento, americano e la mobilitazione della società israeliana.

Qui c’è consenso sulla guerra a Hamas, non sull’allargarla a Hezbollah e al Libano. Da ieri, il rischio è salito. È l’operazione contro Hamas che può condurre allo scontro con Iran e Hezbollah. Nella notte fra il 30 e il 31 luglio Gerusalemme ha sferrato due colpi, mirati e micidiali, a Hezbollah e Hamas. Il secondo ha eliminato il capo politico di Hamas mentre era sotto l’ala protettiva iraniana; ha strappato il burattino dalle mani del burattinaio. Il regolamento di conti in sospeso con Hamas è diventato anche una sfida a Teheran, mentre inaugurava Presidente il riformista Masoud Pezeshkian. Il primo era la risposta al razzo di Hezbollah sul campo di calcio di Majdal Shams. Ha colpito un sobborgo di Beirut minimizzando quanto possibile vittime e danni. Avrebbe raggiunto l’obiettivo, eliminando un capo militare di Hezbollah, Fouad Shukur.

Quali le conseguenze? L’eliminazione di Ismail Haniyeh mette forse una pietra tombale sul negoziato per il cessate il fuoco a Gaza, per quanto americani e altri possano cercare di resuscitarlo. Gli israeliani non diranno di no se serve a liberare gli ostaggi, ma Hamas? Ismail Hanyeh era il regista del negoziato. La tregua era già in salita; adesso diventa un sesto grado. Il rischio di un’estensione della guerra al fronte nord era legato ad un intervento massiccio di Israele contro obiettivi Hezbollah in Libano. Quello di ieri è stato abbastanza “chirurgico” da rientrare nella “proporzionalità” senza provocare escalation da parte di Hezbollah. Le due parti potrebbero considerare di aver pareggiato i conti – per ora.

Il rischio di guerra regionale si sposta però alla casa madre, l’Iran. Come non reagire all’esecuzione di un leader amico, venuto a Teheran per rendere omaggio al nuovo Presidente? Rimanere con le mani in mano sarebbe un segno di debolezza che in Medio Oriente nessuno si può permettere. Teheran è imperscrutabile. Se risponde per procura, il braccio più agguerrito resta Hezbollah e la maggior vulnerabilità di Israele è il confine col Libano. Hezbollah può, forse, assorbire l’eliminazione di Fouad Shukur. Quella di Ismail Haniyeh rimette al centro della scena il conflitto di fondo fra Teheran e Gerusalemme. Può sorprendere per come è avvenuta, mentre il leader di Hamas era fra le accoglienti braccia iraniane, ma anche se Israele non la rivendica è l’esecuzione della condanna a morte di tutta la dirigenza, politica e militare, di Hamas, emessa da Gerusalemme il 7 ottobre. È il “principio di Monaco” applicato rigorosamente da Israele ai terroristi delle Olimpiadi del ’72. Allora il Mossad ci mise un decennio. La fine di Ismail Haniyeh è arrivata molto più presto. Non merita lacrime, ma allontana la tregua a Gaza. Israele deve evitare di farne pagare il prezzo ai civili palestinesi. Nel suo stesso interesse.

Nell’immagine: bambini (probabilmente a Gaza) con il ritratto funebre di Ismail Haniyeh


Hanno ucciso l’uomo del negoziato

Vuoti di memoria 

Di Alberto Negri, il manifesto

Quando uccidi il negoziatore vuol dire che del negoziato non ti importa nulla. E pure del cessate il fuoco a Gaza. La scelta di Tel Aviv è quella di una guerra infinita ai palestinesi e allargata a tutto il Medio Oriente, rappresaglie comprese (se resteranno rappresaglie). È questo il messaggio brutale che Israele e Netanyahu hanno consapevolmente inviato alla comunità internazionale con l’assassinio del leader di Hamas Ismail Haniyeh, colpito a Teheran, e che aveva condotto in questi mesi le trattative su Gaza a Doha e al Cairo. Poche ore prima gli israeliani avevano ucciso in Libano con un drone Fuad Shukr, considerato uno dei vertici di Hezbollah, il movimento sciita capeggiato da Nasrallah.

Queste due operazioni contro massimi esponenti dell’«asse della resistenza» sono dirette contro l’Iran considerato lo sponsor più importante dei movimenti anti-israeliani. L’aria che tira dalle parti del governo dello Stato ebraico è quella di puntare a una resa dei conti con i suoi nemici e avversari. Il clima generale dopo l’assassinio di Haniyeh sembra quasi evocare il colpo di pistola che nel 1914 a Sarajevo fece fuori l’arciduca Francesco Ferdinando, erede del trono austriaco, e noi europei, inesistenti e muti, appaiamo come i sonnambuli, alla vigilia della grande guerra, descritti nel libro di Christopher Clark.

Dentro Hamas, Haniyeh era il referente politico all’estero, soprattutto in Qatar e tra le petro-monarchie sunnite del Golfo e rappresentava lo schieramento più favorevole al negoziato del movimento islamico palestinese. Yahya Sinwar, l’altro capo nel mirino di Israele, è espressione soprattutto dell’ala militare e del fronte interno. Anche se applicare categorie politiche tradizionali in questi casi può apparire arbitrario, Haniyeh era l’”uomo ragno” che tesseva la tela diplomatica. Insomma hanno ucciso l’uomo del negoziato.

La stessa stampa israeliana parla di una guerra regionale imminente: mastavolta il conflitto potrebbe avere conseguenze ancora più ampie.

Le reazioni adirate all’assassinio di Haniyeh di Russia e Cina – oltre che della Turchia di cui fu ospite – dicono che questi alleati di Teheran si sentono direttamente chiamati in causa. Soprattutto Pechino, primo partner economico di Teheran, che prima ha mediato un accordo tra l’Iran e l’Arabia saudita e poi, di recente, anche un’intesa tra le fazioni palestinesi per il futuro di Gaza. Quanto alla Turchia di Erdogan, in rotta di aperta collisione con Israele, non si può certo ignorare che Ankara – sulla via di riallacciare le relazioni con la Siria di Assad – è membro delle Nato dal 1953 e rappresenta il maggiore esercito dell’Alleanza sul fianco sud-orientale del Mediterraneo: tra pochi giorni ci sarà il vertice generale della Nato a Washington e non sarà certo una passerella visto che sul tavolo ci sono conflitti come l’Ucraina, Gaza e ora nel più vasto Medio Oriente.

Ma ovviamente i più coinvolti di tutti sono gli Stati uniti che non si capisce da chi siano governati e quale sia il senso delle loro azioni, soprattutto in Medio Oriente. Verrebbe da dire che dopo il discorso di Netanyahu al Congresso che il premier israeliano, ricercato dalla procura della Corte penale internazionale, abbia preso la guida anche a Washington. In realtà sta approfittando della voragine che si è aperta da qui a novembre con il ritiro dalla campagna elettorale di Biden per dare libero sfogo alla deriva bellica e omicida dello stato israeliano che dopo il 7 di ottobre ha trovato una sponda negli estremismi radicali della regione. Proseguire la guerra contro Hamas a Gaza e sul fronte nord contro Hezbollah, rappresenta una sorta di assicurazione sulla vita politica di Netanyahu e del suo governo. E questa polizza ha come garanti e complici gli Stati uniti.

Non solo Netanyahu sa che da questa amministrazione Biden in via di liquidazione non verranno conseguenze ma che gli Stati uniti saranno in guerra al suo fianco. Non ha motivo di dubitarne visto che in mesi di conflitto a Gaza – dove gli israeliani hanno fatto 40mila morti perlopiù civili – gli Usa gli hanno versato decine di miliardi di dollari di aiuti militari. Anzi, invece di frenarlo, lo hanno applaudito, con poche eccezioni, quando ha evocato nel suo discorso di Washington la guerra all’Iran. Le stesse balbettanti mediazioni americane nella regione sono apparse più che altro delle perdite di tempo. Basti pensare a quello che non ha fatto l’inviato Usa Amos Hochstein in Libano, un ex militare israeliano che ai democratici americani in questi anni è servito più a seminare guai che a risolverli.

Ma il più incredibile è il segretario di stato Usa Blinken. Scomparso da un po’ di tempo dal quadrante mediorientale, dove ha lasciato che fosse la Cia a occuparsene con i brillanti risultati che vediamo, Blinken ha evitato di fare ipotesi sull’impatto che la morte di Haniyeh avrà sugli sforzi per un cessate il fuoco a Gaza e ha dichiarato, testuali parole: «Ho imparato nel corso di molti anni a non fare mai ipotesi sull’impatto che un evento ha avuto su qualcos’altro. Quindi non posso dire cosa significa». Lunare. Questo è il segretario di stato Usa da cui in parte dipendono le sorti dell’umanità, non un passante qualunque. «Vuoto di potere in Medio Oriente», titolava in marzo un articolo di Foreign Affairs. E ora è in questo vuoto che viene inghiottito il destino di milioni di persone.