Piccolo sfogo a tutela dei consumatori e della loro intelligenza

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Ognuno di noi è molte cose contemporaneamente. Ognuno di noi assume, in momenti diversi, ruoli e identità diverse. Apprendisti e studenti, madri e padri di famiglia, commercianti, politici, giornalisti, impiegati, per non parlare della categoria degli ipercritici pensionati, di cui da qualche tempo faccio parte: tutte e tutti siamo, 24 ore su 24, il target privilegiato e più o meno indifeso di ogni bombardamento pubblicitario. 

Del cittadino-consumatore andrebbe rispettata l’intelligenza, ma gli strateghi della commercializzazione e del marketing sembrano fare sempre più spesso il contrario.

Un marchio planetario come Nespresso, per esempio, non scherza. Due delle sue capsule più note si chiamano Livanto e Volluto. Quest’ultimo alluderà al morbido, luminoso e prezioso velluto? O alla voluttuosità della miscela? O alle voglie inconfessabili dell’affezionata clientela? Ma allora perché non Voluto con una elle sola, per indicare, appunto, il desiderio irresistibile che lega il consumatore al prodotto? O forse, dando per scontato che la lana (Wolle) e la sua stopposità non c’entrano, Volluto deriva dal verbo tedesco wollen? Se così fosse, perché non chiamarlo Wolluto (che aggiunge anche la W di evviva)? E come dimenticare la capsula Cosi (senza accento), quando Così avrebbe potuto significare che proprio così dev’essere il caffè?

Una nota azienda italiana che produce poltrone e sofà – di cui si era occupata anche la RSI nella rubrica Patti chiari (“Poltronesofà: le scomode verità“) – propone a raffica sui canali TV uno spot in cui pubblicizza le proprie offerte (“ma attenti, solo fino a sabato”). Di per sé, nulla da dire: vige libertà di commercio e quei soldi, insieme ai proventi degli altri inserzionisti, finanziano il Servizio pubblico svizzero nella misura del 13%. L’azienda in questione sta per compiere 30 anni, essendo stata fondata a Villanova di Forlì nel 1995. Oggi – si legge sul suo sito – ha conquistato, oltre all’Italia e alla Francia, anche Malta, Cipro, Belgio e, appunto, Svizzera (10 negozi). Tra i suoi testimonial, personaggi notissimi e trasversali della TV italiana: Amadeus, Antonella Clerici, Carlo Conti, Jerry Scotti (quello che già col riso non scherza), Orietta Berti, Sabrina Ferilli, Mara Maionchi e Luciana Littizzetto.

Da “consumatore” fedele e quotidiano di televisione (e di pubblicità) – aggiungeteci un’età non più verde e una soglia di sopportazione in deciso ribasso – ogni volta che leggevo i nomi per me strampalati dati a quei divani, mi inalberavo facendo sentire la mia indignazione in tutta la casa.

Un amico oggi mi informa che essi riprendono in realtà i toponimi di alcune località o frazioni sparse tra Piacenza, Forlì, Reggio Emilia, Bologna e la costa romagnola. Fornovo (di Taro, in provincia di Parma; il divano è ribassato del 59%), Viserbella (Comune di Rimini), Fosdondo (in provincia di Reggio Emilia) e Felisio (in provincia di Ravenna) sono i modelli in promozione questa settimana (ma attenti: solo fino a sabato, anche perché, contrariamente al resto d’Europa, di domenica il negozio ticinese è chiuso).

Tra i circa 90 modelli segnalo, in rigoroso ordine alfabetico: Albignano, Barete, Birandola, Borgallo, Campivo, Crostolo (che non è l’ottavo nano, bensì un torrente che scorre nei pressi di Reggio Emilia), Frigento, Gattatico, Giavello, Moglia (in provincia di Mantova: manca ancora il divano Maritolo, toponimo per ora inesistente), Ranzano, Savazza, Sottorio, Zadina.

Anche le poltrone della maison emiliana non scherzano: Fragnolo, Gacciola, Gavassa, Ripaldone, Stiore sono altrettante località ignote ai più, ma non – come qualcuno potrebbe pensare di primo acchito – il frutto di un brainstorming finito fuori controllo.  

Condannata in Italia, per pubblicità ingannevole (prometteva, per esempio, “doppi saldi e doppi risparmi” su tutto, mentre l’offerta era limitata alla merce già in saldo nei negozi), ho parlato di questa azienda, poiché è quella che con maggiore frequenza appare anche sui nostri canali nazionali, suscitando così ulteriori interrogativi: se in Svizzera ci sono circa 4 milioni di economie domestiche e un divano di media qualità dura 10 anni, l’insieme delle aziende presenti sul mercato nazionale dovrebbe venderne 1’300 al giorno. Quanti di questi ne piazzerà il produttore in questione (che spenderebbe in pubblicità circa 120 milioni di euro all’anno) per giustificare una presenza televisiva così massiccia? E se, sul mercato svizzero, i suoi mobili li chiamasse, per esempio, Bedano, Brontallo, Sguancia, Kippel, Brülisau o Tavannes gli affari andrebbero ancora meglio?

Va riconosciuto comunque che con quei nomi incomprensibili ai più, l’azienda di Forlì applica perfettamente il principio del glocal. Anche se, almeno alcuni, continuano a sembrare – per chi non è del posto – più surreali, buffi e strampalati di molti personaggi zavattiniani.


Dodicimila tonnellate di munizioni nei laghi svizzeri

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Da tvsvizzera.it

Le proposte non verranno realizzate, ma potranno servire da base per ulteriori accertamenti o per il lancio di progetti di ricerca, precisa un comunicato odierno.

Tra il 1918 e il 1964 sono state depositate sul fondale di alcuni laghi circa 12’000 tonnellate di munizioni problematiche, in esubero oppure obsolete, così come partite di prodotti fuori specifica. La maggior parte si trova nei laghi di Thun, Brienz e dei Quattro Cantoni, a una profondità compresa tra 150 e 220 metri.

Grazie al concorso di idee, armasuisse spera di coinvolgere maggiormente le scuole universitarie e l’industria nell’eventuale recupero delle munizioni dalle profondità lacustri, che potrebbe rendersi necessario se nel corso del monitoraggio delle acque fosse riscontrato il rilascio di sostanze inquinanti.

La documentazione del concorso sarà pubblicata a partire dal 7 agosto su simap.ch, la piattaforma della Confederazione per gli appalti pubblici. I contributi potranno essere presentati fino al 6 febbraio 2025. Le proposte saranno poi valutate sulla base di criteri predefiniti da una commissione di esperti e il risultato sarà reso noto ad aprile 2025.

Rischi per l’ecosistema

È stata effettuata una valutazione delle possibili tecniche di recupero nel 2005, ma tutte le soluzioni disponibili all’epoca avrebbero comportato notevoli sollevamenti di fanghi ed elevati rischi per il sensibile ecosistema lacustre, spiega la nota. Le munizioni sono ricoperte da uno strato di sedimenti fini spesso fino a due metri che potrebbero rimanere in sospensione se smossi e causare un esaurimento dell’ossigeno nelle profondità dei laghi, con un conseguente danneggiamento dell’ecosistema.

Oltre alla cattiva visibilità e ai rischi di esplosione, risultano problematiche anche la profondità, la corrente, le condizioni e le dimensioni delle munizioni (dai 4 mm ai 20 cm di grandezza, dagli 0,4 g ai 50 kg di peso), precisa Armasuisse

Nell’immagine: munizioni recuperate nel lago dei Quattro Cantoni


Idan Yaron: “Io, infiltrato tra i coloni: regna l’odio”

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

GERUSALEMME. «Penso che quando guardi i margini capisci meglio cosa è il centro, i valori comuni, le norme, i comportamenti, i modi di pensare. È lungo i “confini” che si verificano i fenomeni più interessanti».

Questa frase riassume il motivo per cui Idan Yaron, sociologo e antropologo sociale, specializzato nell’estrema destra in Israele, ha trascorso gli ultimi dieci anni stringendo legami con i “giovani delle colline”, molti dei quali seguaci e discepoli di Meir Kahane.

Idan Yaron è sposato e ha sette nipoti, ha insegnato all’Università Ebraica di Gerusalemme ed è stato docente senior all’Ashkelon Academic College. È stato riservista nelle unità d’elite delle Forze di difesa israeliane e ha lavorato come consulente organizzativo presso la scuola di antiterrorismo dell’esercito. Ha pubblicato testi sull’etica militare e ora, dopo dieci anni, sta per pubblicare una storia estesa del movimento kahanista in Israele, a partire dall’ascesa della Jewish Defense League fondata dal rabbino Kahane negli Stati Uniti nel 1968, fino all’attuale partito Otzma Yehudit, guidato da Itamar Ben-Gvir, in Israele. «Sono un antropologo, ho fatto dell’osservare, partecipando, la mia missione. Così, faticosamente, sono stato prima tollerato e poi accolto in questi gruppi e ora sono per loro un volto familiare. Quando ho cominciato a raccogliere documenti su di loro tutti pensavano ai kahanisti come un piccolo gruppo stravagante e estremista, e probabilmente nel 2014 erano marginali anche per la destra. Molti non riuscivano a credere che i leader di un movimento considerato così marginale sarebbero così rapidamente arrivati al centro della scena, per quello comincio sempre a studiare dai margini».

Come definirebbe il movimento kahanista per chi, in Europa, non ne ha mai sentito parlare?
Innanzitutto mi lasci dire, da professore, che non si può pensare di capire cosa sta succedendo oggi in Israele e nei territori palestinesi senza sapere chi era il rabbino Meir Kahane e come la sua ideologia stia oggi influenzando il governo. Il dogma kahanista è un dogma di odio, è un movimento di odio come puoi vedere in altri posti del mondo, in particolare gli Stati Uniti, i neonazisti in Europa e alcuni altri gruppi che sono contro gli immigrati. È esattamente lo stesso fenomeno, nessuna differenza. I “giovani delle colline” ne sono espressione. Si definiscono razzisti, vogliono avere la supremazia ebraica nello Stato, una supremazia di destra nello Stato e vorrebbero vedere gli arabi eliminati, in un modo o nell’altro, o per lo meno non presenti nella terra di Israele e quando dicono la terra di Israele intendono il Grande Israele, l’Israele biblico, non l’Israele degli attuali confini. Ma quello che va dal Nilo all’Eufrate, costituito da tutto l’attuale Israele, i territori palestinesi, il Libano, gran parte della Siria, la Giordania e parte dell’Egitto. Vogliono contribuire ad una visione messianica, apocalittica, che raggiungerà la fine dei giorni. Molti dei giovani chiedono uno Stato guidato da un Re e governato da sinedrio, un sanhedrin (l’antico consiglio ebraico che aveva autorità religiosa e giuridica, ndr) sotto la legge della Torah. Questo è il risultato finale nella loro visione.

Nelle sue analisi, ci sono state delle tappe recenti che spiegano questa ascesa al potere?
Guardi, è stato un processo netto e persistente in cui la società israeliana è diventata sempre più di estrema destra. Parlando solo di questi dieci anni ne identifico due. Una è l’operazione Margine Protettivo, lanciata contro i palestinesi nella Striscia di Gaza nel 2014, e più in particolare le onde d’urto che ha generato nelle strade israeliane.

È un momento cruciale perché si è creata un’atmosfera pubblica che è servita come piattaforma eccellente per lo sviluppo di un’organizzazione come Lehava, che era allora agli inizi. (Lehava è un gruppo estremista fondato nel 2015 da Bentzi Gopstein, che chiede l’espulsione dei palestinesi, l’annessione della Cisgiordania allo Stato di Israele, il divieto di matrimoni misti e l’allontanamento dei cristiani dalla Terra Santa). Quell’anno, abbiamo visto la gente di Lehava scendere in piazza, guidare le ricerche di giovani arabi da “punire”. Sulla scia di questi incidenti il movimento si è gonfiato. Poi l’operazione Guardian of the Walls, del 2021, ha confermato la retorica Kahanista. Sostenere che tutti gli arabi sono uguali, che vogliono tutti annientare lo Stato di Israele e che quindi vadano tutti considerati terroristi da combattere. Dunque pensare che oggi alcuni ministri di questo governo vengano dal movimento kahanista, e siano ideologi per la nuova generazione dei “ragazzi delle colline”, dovrebbe allarmare tutti. Non solo gli israeliani che da più di un anno scendono in piazza.

Fa riferimento a Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale, leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, colono, kahanista. Ieri gli Stati Uniti lo hanno accusato di «causare il caos» e «minare la sicurezza di Israele», dopo l’ultima dichiarazione: l’ipotesi della costruzione di una sinagoga sulla Spianata delle moschee.

Itamar Ben Gvir è la carne della carne del movimento sionista religioso. È stato un “giovane delle colline”, è un autentico rappresentante dell’anima degli insediamenti estremisti e radicali, ha una lunga storia di provocazioni che lo hanno aiutato a ottenere l’esposizione mediatica di cui aveva bisogno. Così ha raggiunto i suoi obiettivi politici e in questo è molto simile al rabbino Kahane, che sapeva esattamente come arrivare in prima pagina sul New York Times o sul Washington Post. Ben-Gvir ha imparato molto da lui.Due o tre giorni dopo il 7 ottobre, Ben Gvir ha distribuito migliaia di fucili d’assalto tra i coloni. Che ne pensa?
Parliamo di fatto di gruppi paramilitari, io le considero delle milizie. Chi abbia familiarità col campo sa che è già un dato di fatto. Ed è un rischio molto, molto serio per la sovranità israeliana, e temo non solo in Cisgiordania dove abbiamo perso il controllo. Penso che dovremmo usare tutte le misure che la democrazia ci concede per fermare queste attività, per frenare le azioni di persone che pensano di “essere la legge” e diventano un pericolo per la sicurezza di Israele.Ci sono anche delle unità militari influenzate dal kahanismo?
Certo, penso a Netzah Yehuda. Un’unità ultra ortodossa, è l’unità dei “giovani delle colline”. Non sono soldati, si sentono giustizieri. Non pensano alla sicurezza dello Stato, ma agli interessi degli insediamenti.Molti palestinesi in Cisgiordania, ma anche molti israeliani – penso a chi da mesi manifesta per chiedere le dimissioni di Netanyahu – descrivono il governo attuale come «il governo dei coloni». È una definizione che, secondo lei, corrisponde alla realtà?
Totalmente. La cosa principale di cui Netanyahu dovrebbe sentirsi responsabile è aver legittimato il movimento kahanista e i suoi disvalori accettando Otzma Yehudit (Potere Ebraico) e il partito Sionismo religioso nella coalizione di governo, per la sua sopravvivenza politica. Non possiamo dimenticare chi è stato e da dove viene Itamar Ben Gvir, attuale ministro della Sicurezza nazionale. Ha aderito al gruppo Kach a 16 anni, un’entità considerata gruppo terroristico dagli Stati UnitI. Un video del 1995 lo ritrae per la festa ebraica di Purim vestito come Goldstein, il colono estremista, israeliano di origine americana che nel 1994 aveva ucciso col suo mitragliatore 29 palestinesi riuniti in preghiera a Hebron. Nel video si vede Ben Gvir dire «è il mio eroe». È lo stesso uomo che si è vantato di aver appeso sul muro della sua villa, nella colonia di Kiryat Arba, il ritratto di Goldstein.Ben Gvir sostiene di averlo rimosso nel 2020.
Certo, perché è un pragmatico. Ma rimuovere un ritratto serve al politico. L’uomo continua a pensarlo come un eroe. Ben Gvir non è cambiato realmente, è tutta cosmetica. Nel profondo e in tutta la sua linea politica, è un kahanista. E sta ottenendo quello che vuole. L’anno scorso, sempre attraverso i “giovani delle colline”, ho partecipato a un evento a cui era invitato anche Ben Gvir e il ministro dello Sviluppo del Negev e della Galilea Yitzhak Wasserlauf, di Sionismo religioso. Ben Gvir ha preso la parola, si è scusato con i giovani per non aver anche ottenuto i risultati sperati, li ha tranquillizzati sulla pressione dall’interno e poi ha detto una frase, a mio avviso, cruciale: «prima la polizia entrava durante i nostri raduni, interrompeva le nostre attività. Ora sono fuori dalla porta, a sorvegliarci». È chiaro: Ben Gvir, da ministro della Sicurezza nazionale, è colui che gestisce le forze di polizia. Nella pratica, oggi, la polizia israeliana è la polizia di Ben Gvir. Chiunque come me osservi il suo partito nelle frange più estreme sa che se al nucleo più duro di Otzma Yehudit fosse concesso un po’ più di margine di manovra politico, metterebbero in atto le politiche di Kahane: segregazione razziale ed etnica.Pochi giorni fa Ronen Bar, il capo dello Shin Bet (l’agenzia di sicurezza interna israeliana, ndr), ha condannato le azioni dei coloni estremisti definendoli «atti di terrorismo» e in una lettera a Netanyahu ha detto che le azioni dei “giovani delle colline” rappresentano una grande macchia per l’ebraismo. Che ne pensa?
Concordo anche sulle virgole della lettera di Bar. Dovrebbe allarmarci che il capo dello Shin Bet ha ritenuto necessario scriverla e renderla pubblica, perché questa destra estrema nella mappa politica israeliana è sempre più radicale e dunque sempre più pericolosa per il nostro amato Paese. Penso di essere un uomo patriottico, sono al servizio della società israeliana e dello Stato, sono stato un ufficiale dell’esercito e ho combattuto tante guerre nelle unità speciali. Oggi sono anziano e scrivere di questa destra, di questi movimenti, è il mio modo di difendere il Paese. Perché considero il movimento kahanista una minaccia più grande delle minacce esterne. E credo lo abbia capito anche lo Shin Bet. Ecco il perché di quella lettera.

Nell’immagine: Il ministro Ben Gvir sulla Spianata delle moschee 


Yair Golan: “Annettere i territori danneggia la reputazione di Israele. Dividiamoci puntando ai due Stati”

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Fino al 6 ottobre la storia di Yair Golan ricalcava quella di molti dei protagonisti della vita politica di Israele. Una carriera nell’Idf, dove era arrivato a ricoprire l’incarico di Vice capo di Stato maggiore, finita a causa di un discorso giudicato troppo politico che lo sommerse di polemiche. Poi lo sbarco in Parlamento con Meretz, il partito con posizioni più progressiste rispetto a quelle del compassato Labour. Rimasto fuori dalla Knesset, Golan sembrava avviato a una carriera di commentatore. Poi venne il 7 ottobre: il generale, con la sua auto – per la cronaca, una Toyota Yaris bianca un po’ scassata – arrivò fino a Reim. Lì, da solo, salvò diversi dei ragazzi, guadagnandosi il rispetto anche di chi per anni gli era stato nemico. Lunga premessa, necessaria per spiegare perché l’uomo che siede di fronte a noi nel suo quartiere generale di Tel Aviv sia riuscito con facilità a vincere le primarie del Labour qualche settimana fa e a guidare il partito verso la fusione con Meretz, dando vita a un soggetto politico nuovo – i Democratici – che si presenta come l’erede della sinistra dei Padri fondatori di Israele.

Generale, la sinistra è quasi scomparsa dal Parlamento: oggi ha 4 seggi. Da dove si riparte?

«Siamo già ripartiti: l’unificazione fra il Labour e Meretz è il primo obiettivo raggiunto. Secondo sarà convincere gli israeliani che il vero problema non è né Hamas né Hezbollah né l’Iran, ma il governo Netanyahu: Israele non può sopravvivere come lo Stato messianico in cui lo stanno trasformando. Dobbiamo essere parte del mondo occidentale, essere una democrazia liberale».

C’è una parte del mondo occidentale che non capisce più Israele: come pensa di recuperare questa distanza?

«Cominciando da un accordo per riportare a casa gli ostaggi. Il prima possibile: ciò porterà al cessate al fuoco a Sud e alla fine della guerra a Nord. Da lì i nostri sforzi andranno verso nuove elezioni e quindi a costruire un governo democratico, che rispetti la legge e abbia una visione chiara di dove andiamo e di quali sono le questioni che dobbiamo affrontare: la prima è decidere del destino nostro e dei palestinesi».

Lei quali prenderebbe?

«Ci sono solo due strade: l’annessione o la separazione. Io credo che l’annessione di fatto che sta avvenendo in Cisgiordania vada fermata subito. La comunità internazionale non capisce quello che Netanyahu e i suoi partner stanno facendo lì: questo è parte della perdita di credibilità».

Quindi i due Stati sono a suo avviso ancora una realtà possibile?

«Credo ancora che la visione dei due Stati sia la più promettente, ma credo anche che la strada sia molto più difficile ora di quanto non lo fosse prima del 7 ottobre. Israele è sotto shock: non si può ignorare questo né la necessità di ristabilire un senso di sicurezza per la sua gente. Per riaprire la strada verso i due Stati dobbiamo passare da una separazione civile in cui il controllo della sicurezza sia in mano a Israele. Dare all’Anp la responsabilità sulla sicurezza troppo presto è ciò che ci ha portato al disastro: dopo Oslo e dopo il ritiro da Gaza. In cambio abbiamo avuto terribili ondate di terrore».

A Gaza ci sono più di 40mila vittime: sono tutte responsabili delle ondate di terrore?

«Molte delle persone uccise il 7 ottobre in Israele appartenevano a quello che qui chiamiamo “il campo della pace”. Gente che per una vita ha sostenuto il dialogo. Cosa hanno avuto in cambio? Questo non si può dimenticare. Come non si può dimenticare che Hamas ha fortificato Gaza incurante di essere in un’area densamente popolata. Il nostro esercito combatte in un terreno urbano che ha pochi precedenti nella Storia militare».

Il 20% dei cittadini di Israele ha origini palestinesi: che posto hanno nel futuro di questo Paese?

«Credo sia imperativo che nella prossima coalizione ci sia almeno un partito arabo. Le loro istanze vanno ascoltate: e accolte. Penso ad esempio a Mansour Abbas, che riconosce Israele e chiede, al suo interno, uguali diritti per la minoranza araba».

Nell’immagine: Yair Golan


Durov e lo strapotere social, non c’è libertà senza limiti

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Fabrizia Giuliani, La Stampa

È in gioco la libertà, ripetiamo continuamente a proposito di questioni molto diverse tra loro. È in gioco la libertà, dunque dobbiamo difenderla: questo è il frame – lo schema che si attiva, direbbe il vecchio Lakoff. La libertà è un bene nel quale ci riconosciamo, un bene da tutelare e garantire, chi la minaccia diventa avversario, non solo nel gioco argomentativo. Lo schema vale oltre le culture politiche, i confini geografici e religiosi: anche i paesi autoritari affermano di difendere e amare la libertà e ne invocano la tutela per giustificare azioni repressive, non è difficile trovare esempi nella storia e nell’oggi. Bisogna partire da qui, da una parola che è pronta a capovolgersi nel suo rovescio, meglio, a essere usata nel suo senso opposto per capire il dibattito che si è aperto sulla libertà di espressione dopo l’arresto di Pavel Durov in Francia, il 24 agosto scorso.

Il fondatore e amministratore di Telegram è ritenuto responsabile di attività criminali realizzati sulla sua app di messaggistica lanciata nel 2013, alla quale sono iscritti 900.000 utenti di ogni parte del mondo. Al netto di come davvero funzionino i criteri di applicazione della crittografia, la distribuzione dei server e la conservazione di dati, Telegram è nota e ricercata per l’impenetrabilità e la garanzia di anonimato. Al contempo, è una piattaforma duttile: l’unica a poter ospitare chat con oltre 200.000 iscritti dove ci si può scambiare «contenuti» di ogni genere. Solo su Telegram, rivendica il suo fondatore, gli utenti sono al riparo da incursioni esterne – leggi governi o autorità: la privacy, ribadisce, è valore non negoziabile, costi quel che costi. Ma quali sono esattamente questi costi e, soprattutto, chi paga il prezzo di questa libertà di espressione?

Sui migliaia di canali Telegram viaggia di tutto: è stato un luogo sicuro per chi ha cercava informazioni inaccessibili nei regimi autoritari, ha garantito anonimato ai dissidenti e ai perseguitati. Ma garantisce anche libera circolazione al traffico di materiale pornografico e pedopornografico – ragazzi e ragazze, bambini e bambine – al mercato di stupefacenti, alla pubblicazione di contenuti violenti sotto profili diversi. Non occorre proseguire nella lista, il tema che questa vicenda pone va molto oltre la policy della piattaforma e il suo fondatore, data la levata di scudi internazionale che ha portato politici, imprenditori e capi di Stato, a lamentare la minaccia alla libertà di espressione. Sembra paradossale, quasi un ossimoro, leggere le parole di Musk, le dichiarazioni di Lavrov o Ali Khamenei, ma è andata proprio così. E non è certo una coincidenza la lettera di Zuckerberg alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, dove si rammarica di aver ceduto all’amministrazione Biden censurando contenuti relativi alla pandemia – fake news – e afferma «oggi non lo rifaremmo»; detto in altre parole: abbiamo imparato a non accettare ingerenze, e non porre limiti. Ma una libertà che non si misura con il limite, può ancora dirsi tale? Questo è il crinale su cui deve misurarsi oggi la libertà di espressione, oggi che i confini tra natura, cultura, storia e tecnologia sono completamente ridefiniti e siamo più liberi, dunque, più responsabili del potere e delle conseguenze delle nostre parole. Oggi che sappiamo – dovremmo sapere – che non siamo monadi ma dipendiamo gli uni dagli altri, che la tutela di questo spazio comune – sulla terra e nell’etere – è l’unico bene non negoziabile. Oggi che dovremmo aver imparato, si spera, a distinguere la sopraffazione dalla libertà, anche quando si maschera a dovere.

Nell’immagine: Durov e gli aeroplaninini di Telagram


Sinner e il doping. Too big to fall? Intoccabile?

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Certo: in materia di giustificazioni e scuse marce abbiamo vissuto ben altro rispetto allo steroide anabolizzante usato dal massaggiatore per curare una ferita alla mano e finito sotto la pelle e nel sangue di Jannik.

Il Clostebol, usato anche per gonfiare il bestiame (come il Winstrol di Ben Johnson e molti altri), è stato identificato due volte a distanza di 9 giorni durante il torneo di Indian Wells nello scorso marzo. Troppe le incongruenze, i lati oscuri, le palesi violazioni di procedura che caratterizzano questo caso. Intanto non c’è stata comunicazione immediata, la squalifica è stata di soli 3 giorni, poi il tennista ha continuato a giocare in attesa della sentenza di una giuria londinese composta da 3 giudici, di cui uno solo conosceva l’identità del soggetto.

La sentenza, arrivata dopo mesi, dice che il Clostebol rintracciato è in misura di un milionesimo di grammo (!). Ma lo sport, dopo che i giudici americani rimettevano in pista gli atleti dopati perché non si può impedire a un professionista di svolgere il suo mestiere (‘Berufsverbot’), ha deciso di affidare le controversie a un Tribunale supremo, il TAS di Losanna, composto da 3 giudici.

Sinner ha scavalcato la giustizia sportiva come un altro famoso altoatesino, il marciatore olimpionico Alex Schwazer, assolto da un giudice di Bolzano. A questo punto, anche per un concetto di equità fra i grandi e i ‘peones’, i ‘barabitt’ che figurano oltre i primi 100 o anche 200, subito squalificati, l’agenzia mondiale antidoping WADA dovrebbe intervenire e demandare il caso al TAS. Tra l’altro, in casi del genere la norma dice che la quantità non fa testo, perché, semmai, dimostra solo che con il passare del tempo il doping nel corpo svanisce. Lo farà? Qui sta il punto: la giustizia si scontra con il peso specifico del grande campione in materia di immagine, di sponsor, di valore monetario, in definitiva. Si può buttare il re giù dal trono? Se la giustizia fosse uguale per tutti si, ma…

La vicenda non fa bene allo sport in generale, al tennis in particolare (molto tollerante), alla giustizia sportiva, e allo stesso Sinner che nel frattempo ha licenziato il fisioterapista che lo massaggiava con la strana pomata su una ferita della mano. Anche questa operazione puzza di bruciato: se lui (e il preparatore atletico) sono innocenti, se non sapevano che lo steroide sarebbe entrato sotto la cute e nel sangue del tennista, perché sono stati cacciati e additati a pubblico ludibrio, dopo tanto lavoro e tanta assistenza? E se inconsapevole, perché a Sinner sono stati sottratti 400 punti e il premio di 300’000 dollari, per lui un caffè?

Insomma, un pasticciaccio, anche se non raggiunge i vertici demenziali dei casi a cavallo del Duemila, di cui vi proponiamo una ‘compilation’ limitata per ragioni di spazio a 7 casi; li potete spostare come volete, liberi di ridere o anche di piangere:

1) Frank Vandenbrouke (Belgio), ciclista
A casa sua sono rintracciati corticosteroidi, eroina, epo e anabolizzanti: gli ingredienti della ‘bomba’ chiamata in gergo ‘pot belge’, intruglio belga. Frank si giustifica dicendo che lo prepara per il suo cane, vecchio e ammalato. Non creduto, squalificato per 2 anni. Frank muore a 34 anni.

2) Robert Fazekas (Ungheria), discobolo olimpionico ad Atene 2004
In due ore consegna solo poche gocce di urina. All’ufficiale medico francese che lo accompagna nei bagni, dice, testuale, in francese: “je suis timide, j’ai eu une éducation catholique”. Il cattolico che si vergognava di fare pipì nascondeva nel retto un contenitore di gomma con urina pulita che doveva arrivare tramite una cannuccia sotto il pene. Ma in questo caso (San Giuan fa mia l’ingann) la valvola che doveva aprire il contenitore si era inceppata. Privato della medaglia e squalificato per due anni.

3) Ludmila Engquist-Naroshilenko, ostacolista, olimpionica ad Atlanta, 1996 (Svezia, ex URSS)
Giustifica il testosterone con la scoperta di una tresca fra lei e un atleta da parte di suo marito e manager. “Per vendetta mi ha messo il testosterone nel caffelatte”. Per salvare la moglie Engquist si immola: “è vero, volevo punirla”. Ma anche lui non è creduto. Due anni di squalifica e fine della carriera.

4) Sara Errani (Italia), tennis, recente olimpionica nel doppio con Jasmine Paolini
Pizzicata In odore di letrozolo, un ormone stimolante, dice che è stata contaminata dal ripieno dei tortellini casalinghi preparati dalla mamma. Se la cava con due mesi di squalifica.

5) Marco Borriello (Italia), calciatore, Milan
Positivo al prednisolone (metabolite del cortisone) è parzialmente salvato dalla fidanzata Belen Rodriguez: “uso una crema per una micosi vaginale che ha contagiato Marco durante un rapporto non protetto”. Se la cava con soli 3 mesi di squalifica.

6) Dieter Baumann (Germania), olimpionico nei 5000m a Barcellona 1992 battendo i keniani
Positivo al nandrolone dice che uno sconosciuto lo ha iniettato nel suo dentifricio. Non creduto, 2 anni di squalifica.

7) Daniel Plaza (Spagna), marciatore, olimpionico nel 1992
Il nandrolone si spiega con un rapporto orale con la moglie incinta. Non creduto, 2 anni di squalifica.

Il primato del mondo in materia di bugiole tuttavia, appartiene al giocatore di pallacanestro americano D. Cooper, attivo anche a Cantù. Si è fatto consegnare una provetta di urina pulita da un’amica: tutto OK? No, perché la ragazza, ancora non lo sapeva, era incinta: 2 anni di squalifica all’unico maschio al mondo in dolce attesa.

Chiudiamo come abbiamo iniziato questa ‘compilation’, con una notizia da cani: a un certo punto, scoperta l’eritropoietina (aumenta i globuli rossi) è arrivato l’Oxyglobin, usato per l’anemia dei migliori amici dell’Uomo, nel senso degli umani, di ogni sesso, ecc: bub, bub, bao, bao.

Nell’immagine: pubblicità di un sito per la vendita online dello  steroide anabolizzante Clostebol


Elezioni Usa, la posta in gioco per l’Europa

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Ferdinando Nelli Feroci, La Repubblica

A poco più di due mesi dalle elezioni americane, con i sondaggi che danno i due candidati sostanzialmente appaiati, l’esito della consultazione elettorale resta incerto. E anche i programmi si sono per ora sostanziati più in appelli identitari, destinati a mobilitare i rispettivi elettorati, che in indicazioni concrete di policy. Per valutare l’impatto del risultato delle elezioni americane sul rapporto con l’Europa non resta che affidarsi alle scarse, e talora contraddittorie, indicazioni dei due candidati.

Un ritorno di Trump alla Casa Bianca sarebbe destinato a provocare problemi di gestione del rapporto transatlantico. Harris alla presidenza, in continuità con Biden, dovrebbe garantire intesa e collaborazione con gli alleati europei.

Trump non crede nelle alleanze e ancora meno nella dimensione strategica del rapporto con gli europei. Ha una concezione “transazionale” dei rapporti fra Stati. Ha una scarsa considerazione per l’Ue, e preferirebbe coltivare relazioni preferenziali con singoli Paesi. Un successo di Trump rafforzerebbe in Europa le formazioni politiche sovraniste ed euro-scettiche. E potrebbe aumentare le distanze fra Paesi Ue più o meno sensibili alle lusinghe degli Usa. Harris garantirebbe disponibilità a consultarsi e cercare convergenze sulle questioni più delicate della agenda internazionale.

Sul fronte della sicurezza e della difesa, al di là della retorica, è verosimile che entrambi i candidati chiederanno un maggiore impegno degli europei per la loro difesa. E che l’Alleanza tenderà a diventare “più europea” con tutte le conseguenze del caso.

Una vittoria di Trump potrebbe segnare la posizione americana sulla guerra in Ucraina, con una prevedibile sospensione degli aiuti militari, anche come strumento di pressione su Kiev in vista di un accordo con la Russia. Harris dovrebbe, almeno in un primo periodo, mantenere la linea di Biden sugli aiuti. Ma in entrambi i casi dipenderà dagli sviluppi sul terreno del conflitto. Nel caso di un successo di Trump gli europei dovrebbero assumersi maggiori responsabilità per gli aiuti, anche militari, all’Ucraina.

Sul conflitto in Medio Oriente, Trump potrebbe alleggerire le pressioni americane sul governo israeliano, garantire un maggiore allineamento degli Usa con le posizioni di Netanyahu, forse la rinuncia all’ipotesi di un accordo sulla base della formula dei due popoli e due Stati, oltre ad una più aggressiva politica di contenimento dell’Iran.

Harris, senza rimettere in discussione l’alleanza strategica con Israele, dovrebbe rilanciare il piano di Biden per la cessazione delle ostilità a Gaza, per la ripresa di un processo di pace basato su due popoli e due Stati, e una maggiore sensibilità per la questione palestinese. La marginalità degli europei sarebbe destinata a permanere.

Sui rapporti con la Cina, oggetto di un sostanziale consenso bipartisan, i due candidati dovrebbero confermare la politica di “contenimento” nei confronti del gigante asiatico, che oggi gli Usa considerano la maggiore minaccia alla loro sicurezza. Gli europei, che non si possono permettere un decoupling nei confronti di Pechino, dovranno continuare a esercitarsi in una politica di riduzione dei rischi, che non scontenti troppo gli alleati Usa.

In tema di transizione green e contrasto del cambiamento climatico invece le posizioni dei candidati sono contrapposte. Con Trump pronto a denunciare (per le seconda volta) gli obiettivi di de-carbonizzazione. E con Harris che dovrebbe confermare l’impegno degli Usa. Nel caso di un successo di Trump, la Ue sarebbe più sola a difendere la politica climatica. E più esposta alle critiche di chi considera gli obiettivi del Green Deal penalizzanti.

In questa fase di incertezza sull’esito del voto di novembre, è scontato che i governi europei si astengano da manifestare preferenze. Ma una corretta percezione degli interessi dovrebbe indurli a preferire la candidata democratica rispetto al più imprevedibile e destabilizzante Trump. Anche se il ritorno di un presidente americano così poco interessato al rapporto con gli europei potrebbe fare il miracolo di rilanciare l’ambizioso progetto di una autonomia strategica dell’Europa.


Ecco perché il caso Durov ci riguarda tutti

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Omar el Hamdani (CEO di Sicuranext), La Stampa

L’arresto del fondatore di Telegram Pavel Durov è al centro del dibattito nella grande comunità internazionale che si occupa di cyber security, la sensazione è che questo episodio apra definitivamente la strada a una società in cui il diritto alla privacy viene sacrificato in nome della sicurezza. In questo nuovo contesto, i responsabili delle piattaforme, insieme ai legislatori, avrebbero il dovere e di conseguenza il potere di monitorare e controllare ogni aspetto di ciò che avviene online e soprattutto all’interno delle piattaforme di loro competenza.

È però vero che oggi l’uso della crittografia e di tecnologie che garantiscono il diritto alla privacy e la sicurezza dei dati personali possono portare all’impiego di queste piattaforme, come nel caso di Telegram, per scopi illeciti. È anche evidente che la soluzione di questo problema, con tutte le sue ricadute che non possono essere tollerate, non risiede nel controllo di massa da parte di altri attori, poiché ciò spingerebbe semplicemente i malintenzionati a spostarsi di volta in volta su altre piattaforme, anzi diventerebbe un incentivo a far nascere nuove piattaforme capaci di tutelare meglio l’illegalità.

Oggi è totalmente anacronistico pensare di combattere l’uso criminale di queste piattaforme chiedendo la condivisione delle chiavi crittografiche, poiché ciò porterebbe semplicemente a un loro mancato utilizzo per tali scopi. Serve una soluzione condivisa senza forzature che minacciano la libertà e sono inefficaci.

L’arresto di Durov ha probabilmente motivazioni politiche molto più ampie di quelle attualmente evidenti, che diventeranno più chiare con il passare dei prossimi giorni e non deve diventare occasione per scelte liberticide che non favorirebbero la tutela della legge ma creerebbero solo nuovi luoghi di illegalità. Sicuramente il fulcro di questa vicenda è il tema della protezioni dei dati e quindi della privacy e della tutela di tutti noi, un argomento che sarà sempre più centrale nelle nostre vite.


La tassa sulle elemosine riaccende il conflitto tra gli Ortega e il Vaticano

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Erano mesi che in Vaticano si osservava un incomprensibile silenzio sul Nicaragua nonostante seguitasse la feroce persecuzione nei confronti della chiesa cattolica, che ha portato (dalla rivolta popolare del 2018) all’incarceramento e successiva espulsione di due vescovi, 154 sacerdoti e 91 suore, privati pure della cittadinanza. Come che fosse intercorso una sorta di tacito accordo di non belligeranza fra il regime del presidente Daniel Ortega e la Santa Sede. Riserbo assoluto osservato in primis dallo stesso arcivescovo metropolitano di Managua, cardinal Leopoldo Brenes.

«Nel timore che l’intero paese possa rimanere del tutto senza preti» ci aveva paventato nel luglio scorso su queste pagine l’ex comandante guerrigliera sandinista Dora Maria Téllez (anch’essa da tempo in esilio). Tanto che nella diocesi rurale di Matagalpa i preti sono stati ridotti a un quarto. Ebbene gli arresti di presbiteri sono ripresi con lena. E altri sette di loro sono stati deportati col primo aereo verso lo stato pontificio. Paiono salvarsi solo i religiosi filo orteguisti o i ricattabili, compreso qualche prelato.

NON SOLO. Dopo aver cacciato il nunzio apostolico (e congelato le relazioni diplomatiche), chiuso le emittenti radio cattoliche, proibito le processioni al di fuori dei luoghi di culto, confiscato i beni ecclesiastici ed espropriato (esattamente un anno fa) l’università dei gesuiti, è arrivata la ciliegina sulla torta: la tassa sulle elemosine. La vicepresidente (e consorte) di Ortega, Rosario Murillo, ha infatti introdotto una norma che estende il regime fiscale dell’economia privata anche alle istituzioni religiose e a qualsiasi donazione (con imposte dal 10 al 30%).

NON SI SALVANO neppure le chiese evangeliche. Inclusi i predicatori delle sette fondamentaliste, che pure in certe circostanze erano stati persino promossi dalla dinastia degli Ortega proprio in contrapposizione agli ecclesiastici cattolici. Mentre l’esoterica doña Rosario, prima ministra a tutti gli effetti, nei suoi discorsi radio/tv di ogni mezzogiorno, si erge a unica tenutaria della fede nel dio “todo poderoso”. Il tutto ha indotto domenica scorsa papa Francesco in San Pietro a uscire da questo silenzio: «All’amato popolo del Nicaragua: vi incoraggio a rinnovare la speranza in Gesù; ricordate che lo Spirito Santo guida sempre la storia verso progetti più alti; la Vergine Immacolata vi protegga nei momenti di prova e vi faccia sentire la sua tenerezza materna». Frasi timide, rassegnate, come che non ci sia più niente da fare. Quando lo scorso anno il pontefice argentino si era avventurato a paragonare Ortega a Hitler.

COME SE NON BASTASSE, oltre a ogni fede religiosa e all’azzeramento di qualsiasi residuo barlume di opposizione, il regime ha messo al bando altre 1.500 ong, che si aggiungono alle oltre 3.500 chiuse ed espropriate dei propri beni dal 2018. Dove per ong non si intendono solo le organizzazioni non governative senza fini di lucro legate alla cooperazione internazionale, e dunque agli ormai tanto famigerati “agenti stranieri” (di putiniana memoria). Ma della società civile e dell’associazionismo in generale sul territorio: sindacale, imprenditoriale, di entità culturali, del mondo del volontariato, indigene, sportive… Con l’obbligo per quelle superstiti di «collaborare con lo stato». Il che ha provocato «profonda preoccupazione» presso l’Alto commissariato per i Diritti umani dell’Onu.

Da ultimo Rosario Murillo è arrivata a esautorare nientemeno che il capo della scorta del marito Daniel (di fatto ormai assente) quale ennesima purga di funzionari pubblici, della polizia e dell’esercito di cui non si fida. Oltre ad aver sottoposto agli arresti domiciliari il proprio cognato, generale Humberto, ex capo dell’esercito durante e (per un periodo) anche dopo la rivoluzione.

DEL RESTO IL NICARAGUA è ormai equiparabile a una Corea del Nord in chiave latinoamericana, dove però è ancora permessa (anzi incoraggiata) l’emigrazione. E per un motivo preciso: sono le rimesse familiari (ammontate lo scorso anno a quasi 5 miliardi dollari) che salvano il bilancio delle famiglie e dell’intera economia nicaraguense.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immagine: Bergoglio vs. Ortega


Un rapporto esplosivo sulla neutralità svizzera

Osservazioni semiserie sui nomi di alcuni prodotti che meriterebbero una medaglia al Gran Premio dell’Assurdo. 

Di Serge Enderlin, Le Monde

Sulla carta nulla è cambiato. La Svizzera rimane un paese neutrale, nonostante gli sconvolgimenti provocati dalla nuova situazione “securitaria” sul continente europeo dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022. Mentre due Stati europei storicamente neutrali, la Finlandia e la Svezia, hanno raggiunto la Nato, Berna rimane ancorata a una lettura rigorista del suo statuto particolare. Essa ha così proibito a più riprese, in questi due ultimi anni, che degli armamenti che la Confederazione aveva venduto all’estero, a volte da decenni, fossero consegnati all’esercito ucraino.

Ma nei fatti, uno scivolamento strategico è in corso, e la Svizzera potrebbe avvicinarsi furtivamente all’Alleanza Atlantica, cosciente dell’isolamento della sua posizione strategica – il che non è il caso dei tre ultimi Stati europei neutrali (Irlanda, Austria, Malta) che fanno parte, loro, dell’Unione Europea (UE).  Il prossimo 29 agosto il rapporto esplosivo redatto da un gruppo di esperti di problemi della sicurezza sarà consegnato alla ministra della sicurezza elvetica, Viola Amherd, che è anche presidente di turno della Confederazione per il 2024.

Incaricata di imprimere“degli impulsi alla politica della sicurezza dei prossimi anni”, questa commissione di studio ha iniziato i suoi lavori nel 2023, dopo che il primo anno di guerra in Ucraina ha sottolineato la debolezza della posizione della sicurezza elvetica, e ha esposto il paese a numerose critiche provenienti dall’estero.

Formato da deputati di varia provenienza, da diplomatici, da alti funzionari, da un ex capo dell’esercito svizzero, e anche da una personalità straniera – il tedesco Wolfgang Ischinger, ex direttore della Conferenza di Monaco sulla sicurezza – il gruppo di esperti ha lavorato per un anno nel più assoluto segreto.

Atlantismo piuttosto che attendismo

Le principali linee delle raccomandazioni che si appresta a formulare sono tuttavia conosciute, dopo che il testo è apparso sul quotidiano popolare “Blick” di Zurigo, indubbiamente allo scopo  di anticipare le critiche che non mancheranno di partire dall’ala sinistra e pacifista del Partito socialista e dei Verdi, così come dall’UDC (estrema destra). Campione del sovranismo elvetico, quest’ultima, l’UDC, ritiene già che la Svizzera abbia abbandonato la neutralità seguendo le sanzioni UE contro la Russia.

Gli autori del rapporto, che non esitano a utilizzare espressioni molto dirette nelle loro affermazioni, sembrano preferire l’atlantismo all’attendismo. “La Nato rimane, in un futuro prevedibile, il garante della politica di sicurezza dell’Europa”, mettono subito in evidenza. “Rimane la referenza per gli eserciti occidentali moderni e definisce gli standard per la tecnologia degli armamenti. Una collaborazione con la Nato può rafforzare la capacità difensiva della Svizzera”. Quest’ultima sarebbe in particolare necessaria negli ambiti del digitale e della guerra ibrida. Il gruppo di esperti non suggerisce a Berna di aderire all’Alleanza Atlantica, anche se la lettura del documento “lascia trasparire simpatia nei confronti di questa opzione”, precisa il Blick, pur rilevando che “la Russia finora ha attaccato solo paesi che non erano membri della Nato”.

La commissione di studio incaricata dalla ministra Viola Amherd preconizza del resto che la Svizzera  non si accontenti di rafforzare le sue forze armate, ”ma anche che essa prepari seriamente la difesa comune (del continente), ciò che implica di esercitarsi”. Gli esperti raccomandano esplicitamente che soldati svizzeri possano partecipare a esercitazioni comuni della Nato fuori dai confini elvetici, ciò che di fatto renderebbe superata la nozione di neutralità così come è interpretata oggi a Berna. Un simile cambiamento non rimetterebbe in discussione, a loro parere, il principio di base dell’esercito di milizia.

Sul commercio di armi, la commissione propone un allenamento: “Il divieto di ri-esportare non è capito e in effetti non è accettato. In linea di principio, ogni tipo di cooperazione è uno scambio di buone procedure. Senza cooperazione non c’è capacità di difesa, e senza capacità di difesa non c’è cooperazione”. Nel rapporto si precisa inoltre: “Dal punto di vista della politica di sicurezza, la Svizzera attualmente è nella posizione dell’approfittatrice”.

Interoperabilità

In conclusione la Commissione di esperti raccomanda di revisionare a fondo il concetto di neutralità svizzera per renderla compatibile a fronte delle minacce attuali: “La politica di neutralità deve avere un peso maggiore del diritto della neutralità”. In chiaro: più pragmatismo e meno dogmatismo.

Le raccomandazioni del rapporto si basano anche sul messaggio che la Nato ha diffuso quando i membri della Commissione elvetica hanno fatto tappa alla sede dell’Alleanza Atlantica a Bruxelles. La Svizzera, hanno detto in sostanza, non deve rappresentare un ‘buco’ nel dispositivo della sicurezza occidentale. Di fatto, il concetto di interoperabilità con le forze Nato preoccupa sia lo stato maggiore elvetico, sia quello dell’Alleanza. Da entrambe le parti vengono moltiplicati i partenariati e le visite bilaterali, come quella effettuata a Berna dall’ammiraglio olandese Rob Bauer nel dicembre scorso. Presidente del Comitato militare della Nato, Bauer ha lodato la partecipazione svizzera all’esercitazione “Cyber Coalition” dell’Alleanza.

Sempre neutrale, ma sempre più allineata, la Svizzera procederebbe con una sorta di “avvicinamento rampante nei confronti della Nato”, hanno denunciato negli ultimi mesi i deputati dell’UDC, un partito che non sempre nasconde le sue simpatie pro-russe. Dopo la pubblicazione ufficiale del rapporto, fra una decina di giorni, il dibattito si sposterà in sede parlamentare. Per la ministra della difesa, Viola Amherd, sarà un esercizio di alto equilibrismo. Ma in definitiva è anche… ministra dello sport.

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Viola Amherd al summit del Bürgenstock sulla pace in Ucraina