L’inganno delle pensioni

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Sul sistema pensionistico svizzero è in atto un aspro confronto che dura da anni. Nel 1948 è stata introdotta l’Assicurazione vecchiaia e superstiti, più sociale e solidale perché fa pagare in proporzione ai redditi e distribuisce in egual misura a tutti i pensionati. Nel 1972 il popolo ha accettato il sistema dei tre pilastri, bocciando la proposta del Partito del lavoro che voleva ampliare l’AVS. Anche socialisti e sindacati, purtroppo, non hanno sostenuto tale proposta! Il secondo pilastro è gestito dagli assicuratori privati, più di mille in Svizzera, che spendono centinaia di milioni per gli stipendi di direttori e impiegati e incassano miliardi di franchi da investire in speculazioni varie. Il terzo pilastro è un fantasma: è il risparmio privato che solo una minoranza di cittadini può permettersi.

Il fronte menostatista sta cercando di ridurre o smantellare un settore fondamentale dello stato sociale.

AVS: lotta continua per boicottarla

È recente la scoperta dell’errore di previsione sui conti dell’AVS. Ballano 14 miliardi in più nei prossimi anni, ciò che dimostra che tante minacce di fallimento ripetute dai partiti borghesi e dai loro lacché erano infondate. Il Consiglio federale ha immediatamente approfittato dell’errore per annunciare una riduzione del suo sostegno all’assicurazione.

Poi c’è la tredicesima AVS, frutto del successo dell’iniziativa sindacale che abbiamo votato in marzo. Dall’indomani del voto i partiti borghesi hanno cominciato a tramare per boicottare la riforma, cercando di negare il finanziamento necessario. Ora il Consiglio federale propone di finanziare la tredicesima con l’IVA, mentre la consultazione proponeva di aumentare i contributi di lavoratori e datori di lavoro e solo in piccola parte l’IVA. In questo modo si accontentano i padroni e si ricorre all’imposta meno sociale che fa pagare a tutti i consumatori. Per modificare l’IVA bisogna ottenere l’approvazione del popolo, quindi si andrà al voto offrendo un’occasione ai sabotatori dell’AVS di contrastare la riforma.

L’errore di previsione di 14 miliardi di franchi ha però inficiato la campagna in vista della votazione popolare su AVS21, nel settembre del 2022. Consiglio federale e partiti borghesi hanno ripetuto all’infinito che non c’erano soldi, ingannando i votanti. La democrazia semidiretta va maneggiata con cura. Le informazioni del cittadino devono essere corrette per permettere il libero esercizio del voto. Perciò le donne socialiste e i Verdi hanno chiesto di rifare questa votazione, che ha innalzato l’età di pensionamento delle donne a 65 anni.

Riforma LPP, giù le mani dalle nostre pensioni

Il prossimo 22 settembre si voterà sulla Riforma LPP, la legge sulla previdenza professionale. La riforma è complessa ma sostanzialmente propone una riduzione delle rendite, fino a 3200 franchi l’anno, e un aumento dei contributi. Una fregatura, anche se per chi percepisce rendite basse vi è un piccolo miglioramento. I pensionati riceveranno meno ma pagheranno di più e gli assicuratori privati continueranno a incassare miliardi di franchi da investire in speculazioni immobiliari e nel sistema finanziario. La Riforma va quindi bocciata, perché non offre miglioramenti alla grandissima maggioranza dei pensionati.

Il fantasma del terzo pilastro

Il risparmio privato dovrebbe costituire una parte del sistema pensionistico, ma vale per una minoranza della popolazione. Il Consiglio federale propone ora di permettere ulteriori versamenti deducibili fiscalmente sul conto del terzo pilastro. Se una persona non ha versato tutto il capitale deducibile fiscalmente (7056.- franchi annui) potrà farlo in un secondo tempo. Seraficamente, il Consiglio federale spiega che: “Secondo la statistica fiscale relativa all’imposta federale diretta, attualmente la deduzione massima ammessa per la previdenza individuale fiscalmente agevolata è fatta valere da circa il 10% dei contribuenti”. Notizia bomba, che conferma l’inganno del sistema pensionistico elvetico. Il terzo pilastro vale solo per i ricchi o i benestanti. E a questi si concede un ulteriore regalo, la possibilità di incrementare il risparmio fiscalmente deducibile. Quanto costerà il dono ai ricchi? “La diminuzione del gettito d’imposta sul reddito dei Cantoni e dei Comuni può essere stimata a un importo tra 200 e 450 milioni di franchi”. – scrive il Governo – e “una riduzione del gettito dell’imposta federale diretta tra 100 e 150 milioni di franchi all’anno”. La tripartita UDC, liberali e Centro ha approvato in commissione questa proposta.

È una misura vergognosa che fa perdere centinaia di milioni di franchi alle casse pubbliche, in un periodo in cui Confederazione e Cantoni tagliano su servizi sociali, formazione e sanità. I milioni che andranno ai ricchi verranno addebitati ai più bisognosi.

Il sistema dei tre pilastri è zoppo

La gamba più solida, malgrado lo sciacallaggio borghese, è l’AVS. La Riforma del secondo pilastro è una fregatura perché fa pagare di più per ricevere meno e concede miliardi di profitti agli speculatori. Il terzo pilastro è un fantasma che serve solo ai ricchi e la maggioranza borghese si appresta a concedere un ulteriore regalo fatto di sgravi fiscali. La Costituzione è disattesa: ”Le rendite devono coprire adeguatamente il fabbisogno vitale” e “vanno adattate almeno all’evoluzione dei prezzi”. Ma quando mai?

Il confronto sulle pensioni, in atto da anni, è uno scontro fra difensori dello stato sociale e fautori del meno stato. In altre parole, è un capitolo della lotta di classe nel bengodi elvetico. 

Nell’immagine: archeologia futura, i Tre pilastri


Di chi sono quei soldi?

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Lo scorso 5 agosto il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ha chiuso l’inchiesta penale nei confronti di Glencore International AG e delle sue attività corruttive nella Repubblica democratica del Congo (RDC). Il gigante delle materie prime, basato nel Canton Zugo, è stato condannato ad una multa di due milioni di franchi e ad un risarcimento di 150 milioni di dollari per non avere impedito degli atti corruttivi commessi nello Stato africano da un suo partner commerciale, il controverso uomo d’affari israeliano Dan Gertler. A questo punto sorge un quesito: dove finirà questo denaro? La risposta è semplice: la legge elvetica prevede che le multe vadano ai Cantoni, in questo caso Zugo, mentre i risarcimenti e le confische finiscano invece nelle casse della Confederazione. Considerando il fatto che il budget annuale dell’MPC è di circa 80 milioni di franchi, con il solo risarcimento di Glencore per la vicenda congolese la Svizzera si assicura “gratis” il funzionamento di due anni della sua massima autorità di perseguimento penale. Un buon affare, insomma.

Ma è giusto così?

Glencore è stata condannata per le sue pratiche opache avvenute in Katanga, provincia meridionale della Repubblica democratica del Congo, ricchissima di materie prime, quali cobalto e rame. Qui, grazie a mazzette milionarie versate da Dan Gertler ad un fedelissimo dell’allora presidente Joseph Kabila, Glencore era riuscita a prendere il controllo del gigantesco conglomerato minerario di Mutanda. La ricchezza del sottosuolo non porta alcun vantaggio alla popolazione locale, vittima della della povertà e degli effetti nefasti della corsa al cobalto, materia prima sempre più indispensabile per il funzionamento delle nuove tecnologie dette “verdi”. Ricchezza che, malgrado una diminuzione dei prezzi di questa materia prima negli ultimi due anni, si riversa invece nelle casse del colosso di Baar che, nel 2023, ha realizzato un utile netto di 4,2 miliardi di franchi.

Il caso Glencore non è un unicum. Una dozzina di aziende sono state condannate negli ultimi anni in Svizzera per reati legati alla corruzione internazionale. In primavera il commerciante di materie prime ginevrino Gunvor è stato condannato ad un pagamento complessivo di 86,7 milioni di franchi per una vicenda di tangenti in Ecuador. La stessa società aveva già dovuto pagare alla Svizzera 94 milioni di franchi nel 2019 per dei casi di corruzione avvenuti nella Repubblica del Congo e in Costa d’Avorio. Altri casi hanno riguardato SICPA (in Brasile, Colombia e Venezuela), ABB (Sudafrica), SMB Offshore (Angola, Guinea equatoriale e Nigeria), KBA-Notasys (Brasile, Marocco, Nigeria, Kazakistan), Alstom (Lettonia, Tunisia e Malesia) e altri ancora. Se si sommano multe e risarcimenti si arriva ad un bel tesoretto: undici imprese hanno dovuto versare un totale di quasi 731 milioni di franchi. La maggior parte di questo denaro non è costituito da una multa, la cui pena massima è di 5 milioni di franchi, bensì da risarcimenti e confische. Ossia dal profitto realizzato in maniera illecita: dal furto, insomma.

Logica e senso di equità vorrebbero che le multe e soprattutto i risarcimenti percepiti dalla Svizzera nel contesto di inchieste penali condotte su pratiche illegali nei Paesi poveri potessero andare a vantaggio delle popolazioni di quegli stessi Stati. La legge svizzera, però, non lo permette. Anche perché nella gran parte di questi casi gli Stati interessati non hanno sostenuto il procedimento penale e non hanno fornito assistenza giudiziaria. Nel 2022, il Consigliere nazionale Christian Dandrès (PS, GE) ha chiesto al Consiglio federale di ridistribuire i risarcimenti versati da Gunvor nel 2019 ai Paesi vittime della corruzione, tramite progetti di sviluppo o di lotta alle pratiche corruttive. Il Governo ha risposto che la legge non permette di ripartire questi soldi con Congo e Costa d’Avorio «nemmeno a favore delle popolazioni locali».

Queste popolazioni sono così vittime di una triplice ingiustizia: sono prima privati delle materie prime per mano di dirigenti corrotti da stranieri; in seguito vedono gli utili di questi schemi corruttivi terminare nei conti annuali delle imprese elvetiche; infine, se le pratiche corruttive sono giudicate illecite, il provento del reato va ad ingrassare le casse pubbliche della ricca Svizzera. Giustizia? Nessuna.

Nell’immagine: una miniera della Glencore nella regione del Katanga (RPC)


Kamala Harris stupisce ma non facciamoci illusioni, la rimonta dem è appena cominciata

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Alan Friedman, La Stampa

Non fatevi ingannare dal chiasso euforico in arrivo da Chicago. Kamala Harris non ha ancora vinto le elezioni.

È vero, giovedì sera, a chiusura di una settimana di allegria ed entusiasmo alla Convention democratica, ha fatto il discorso della sua vita. È vero, Michelle Obama è stata fantastica e suo marito Barack – a prescindere da quello che pensate di come gestì la Primavera araba – oggi continua a essere il migliore oratore d’America. Entrambi gli Obama hanno asfaltato il barone arancione di Mar-a-Lago. Hillary Clinton si è presa la sua eloquente rivincita contro Trump. Joe Biden ha detto che il suo triste addio è piuttosto amaro. E Bill Clinton ha dimostrato di essere tuttora un eccellente idolo delle folle. Tim Walz, il dimesso candidato alla vicepresidenza proveniente dal Minnesota, si è rivelato un normale americano risoluto e, soprattutto, un ex allenatore di una squadra di football delle superiori. Se gli italiani vanno matti per il calcio, gli americani venerano i loro allenatori di football del liceo e del college.

Insomma, sembra tutto meraviglioso e i quattro giorni della Convention democratica nazionale sono stati un enorme successo. Il duo Harris-Walz probabilmente schizzerà ancora in alto nei sondaggi nei prossimi giorni, grazie a quel genere di “scatto” positivo che un evento di questo tipo produce.

Anche se la gente inizia a pensare che Kamala vincerà le elezioni del 5 novembre e che la minaccia Trump stia sfumando, opterei per attenersi ancora alla prudenza. Forse, le parole più intelligenti pronunciate durante la Convention democratica nazionale sono state quelle di Barack Obama quando ha ammonito che «malgrado l’incredibile energia che siamo riusciti a generare nelle ultime settimane, la corsa [alla Casa Bianca, ndr] continua a essere molto serrata in un Paese molto diviso».

Insomma, la corsa è ancora un testa a testa. Le elezioni per la presidenza in America sono decise spesso da uno o due punti percentuali soltanto. O meno. Fino a questo momento,Harris gode di un vantaggio che rientra ancora nel margine statistico di errore, che è di quattro punti percentuali. Nei sei stati in bilico (Georgia, Pennsylvania, Michigan, Wisconsin, Nevada, Arizona) Harris e Trump stanno ancora combattendo. Combattono in stati chiave nei quali votano milioni di persone, ma dove a decidere chi vincerà sono appena centinaia di migliaia di voti, in qualche caso soltanto decine di migliaia.

Si deve anche tenere bene a mente che tutto può succedere. Ieri il complottista e no-vax Robert F. Kennedy Jr. si è ritirato dalla corsa per la presidenza e ha fatto il suo endorsement per Trump. Aiuterà Trump? Un po’. Sarà un fattore decisivo a novembre? Probabilmente no. Il 18 settembre, Trump riceverà la sua sentenza dopo la condanna per 34 casi di frode penale. Potrebbe finire in carcere o dover pagare semplicemente una sanzione. Questo farà la differenza? Difficile.

Kamala potrebbe, alla fine, farcela. Ma attenzione: I candidati alla presidenza escono sempre dalle rispettive Convention con un brusco rialzo nei sondaggi di opinione. La vera domanda da porsi, pertanto, è la seguente: questo trend proseguirà anche a ottobre e porterà Kamala a una vittoria schiacciante? Oppure la profezia di Obama si rivelerà giusta e nonostante tutta l’energia per Kamala, la corsa alla presidenza comunque continuerà a essere un testa a testa fino all’ultimo? Ne parliamo tra un mese.

Traduzione di Anna Bissanti


Donald Trump, una fetta d’America si sente assediata. E lui le dà una voce

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Gianni Riotta, La Repubblica

Donald Trump fa pace con Brian Kemp, segno che non si sente al sicuro. Per l’ex presidente, candidato per la terza volta alla Casa Bianca, la filosofia di vita, coniata dal mentore, l’avvocato Roy Cohn, è «sempre terra bruciata, attaccare, mai scusarsi, tribunale, affari, donne». A Kemp, governatore repubblicano della Georgia, Trump riservava epiteti del tipo “Brian il piccoletto, traditore, figuro, infido… tira a campare”, solo perché non avallava i brogli elettorali trumpiani dopo la sconfitta contro Joe Biden, nel 2020. Geoff Duncan, allora vicegovernatore di Kemp, ha parlato a Chicago alla Convention Democratica di Kamala Harris, raccontando «le minacce di morte» ricevute da miliziani di destra per non aver corroborato il tentativo eversivo.

A sorpresa, Trump tende la mano al nemico Kemp: “È una buon tipo… avremo un bel rapporto da ora innanzi», non per una bizzarra conversione francescana, ma perché i manager della campagna, la veterana Susie Wiles e il duro Chris LaCivita, gli squadernano i dati, Harris avanti nel voto nazionale, 47,2% contro 43,5, e in rimonta negli Stati decisivi, con un miglior indice di gradimento: il 47,5% degli americani detesta la candidata democratica, ma il 45,1 la apprezza, mentre il leader repubblicano ha dalla sua il favore del 42,8% dei votanti, bocciato dal 53,5%.

Wiles e LaCivita riconoscono che i Democratici riceveranno più voti dei Repubblicani il 5 di novembre, ma fidano di recuperare abbastanza dei 538 punti che il Collegio Elettorale assegna, maggioranza a 270 punti, per vincere in minoranza. Basta che la Harris non si allontani troppo oltre il 3% di vantaggio, al riparo da ogni contropiede. Trump, a denti stretti, si rappacifica con Kemp e spera che la farsesca campagna elettorale dell’indipendente Robert Kennedy, jr., figlio del senatore-eroe Bob Kennedy caduto per un attentato nel 1968, ora ridotto a clown no vax e no green pass, ridicolizzato per la saga del povero orsetto morto abbandonato a Central Park a New York, si chiuda, e che il 5% dei consensi che Kennedy avrebbe in mano, secondo qualche fonte, si riversi, in cambio di un’ambasciata o di un ministero magari, nella cassaforte trumpiana.

Una poltrona sogna anche Elon Musk, imprenditore che dalla piattaforma social X coordina la disinformazione pro-Trump e, come segnala preoccupato il saggista Jon Lee Anderson, ne allarga la rete in America Latina, Europa, fino alle rivolte razziali in Gran Bretagna, alla Siria e alla Russia.

Wiles e LaCivita consigliano dunque a Trump di contrastare Kamala Harris mobilitando conservatori e moderati, ma altri spin doctor, guidati da Corey Lewandowski, obiettano: «Donald resti Donald!», spiegando che il successo elettorale del 2016 venne perché furia iconoclasta, insulti, sessismo e razzismo in filigrana smossero milioni di elettori, mentre un Trump politicamente corretto sarebbe disastroso. Chi prevarrà? Olivia Troye e Stephanie Grisham, dirigenti trumpiane disgustate dai tumulti a Capitol Hill, Epifania 2021, non hanno dubbi: «Trump sarà Trump, è la sua natura, gli ha dato successo, non la cambierà».

Mentre Kamala Harris tesseva la suadente narrativa di un’America solare e ottimista, furioso, Trump ha chiamato gli alleati tv di Fox News, precipitandosi in diretta nei programmi, per oltre dieci minuti. Rauco, focoso, non ha risposto alle domande degli imbarazzati conduttori Bret Baier e Martha MacCallum, «Signor presidente ci permetta di interromperla…», e ignorandoli è andato avanti nel monologo: «Perché non invitano Hunter (il figlio di Biden, accusato di truffa); Tim Walz (candidato democratico alla vicepresidenza) era appena un viceallenatore, non allenatore del football; tacciono su Cina e criminalità, tutto inutile, neri e ispanici voteranno per me», alternando dichiarazioni e post sui social media. Ai finanziatori questo piace, il finanziere Keith Rabois e suo marito Jacob Helberg raccoglieranno il 12 settembre fondi nella comunità ebraica a New York per il candidato vicepresidente repubblicano J.D. Vance, biglietto di ingresso 100.000 dollari, posti popolari, 250.000 le poltrone di lusso.

La scelta degli americani, chiusa Chicago, è nitida: un manifesto ottimista di leadership mondiale con gli alleati e una nazione capace di progredire, con Harris; una fortezza accerchiata da nemici, interni ed esterni, da sopraffare barricati fra le mura di dazi, ostili a Nato e Europa, con Trump. I Repubblicani hanno ancora, assicurano gli analisti dati Nate Cohn e Nate Silver, una più che ragionevole chance di successo perché, spiega il professor Richard Fording dell’Università di Alabama, «una fascia di cittadini segue la politica con attenzione, le Convention, i giornali, la tv, i dibattiti, ma una percentuale altrettanto numerosa non è attratta dalla coreografia della campagna, è colpita da elementi causali, oleografici, che nel 2008 favorirono Obama, nel 2016 Trump». Questi elettori che David Schleicher, giurista a Yale University, definisce “a bassa intensità di coinvolgimento”, decideranno la Casa Bianca 2024. Non si struggeranno su focus group, dossier, think tank, decideranno d’istinto, se sentirsi a casa nella comunità di Kamala o nel fortino di Donald.

Nell’immagine: Robert Kennedy Junior


Bentornata America! Per Kamala comincia il vero lavoro: convincere gli indecisi

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Kamala Harris:  la grande sorpresa di una campagna elettorale che sembrava destinata a proporre divisioni, litigi, storture inaudite. La sua entrata in scena è culminata ieri notte a Chicago in un trionfo tanto inatteso quanto riuscito. Fra gli applausi e l’entusiasmo dei delegati presenti, Kamala Harris ha accettato la nomination quale candidata democratica alla Casa Bianca in una atmosfera di entusiasmo e approvazione impensabili anche poche settimane fa. Ha promesso di essere la presidente di tutti gli americani, porre fine a sterili polemiche e risolvere i problemi che affliggono il paese. Questo con una gestione, sono parole sue, nell’interesse di tutto il paese e di tutti gli americani.

«Rispetterò il primato della legge, ci saranno elezioni libere e una nuova amministrazione in grado di governare con fermezza e dignità. Non stringerò la mano a dittatori come il nordcoreano Kim Jong-un. Gli autocrati non mi piacciono» ha detto, e al contempo ha difeso con fermezza l’importanza della Nato.

Al delicato capitolo Medio Oriente, Kamala Harris ha confermato il diritto di Israele di difendersi, ma al contempo chiesto alle parti in causa di giungere a un cessate al fuoco, alla liberazione degli ostaggi e, molto importante, di non ostacolare il sogno dei palestinesi di avere una propria patria, nella quale vivere in pace e serenità.

Al rivale Donald Trump non ha dato scampo. Lo ha definito un uomo pericoloso, senza una vera strategia di governo e alcun rispetto per le regole del gioco della democrazia americana e impegnato solo in una battaglia di divisioni, faziosità e cinismo. «Trump», ha affermato, «non è un uomo serio».

Diversi commentatori americani tra i più ascoltati hanno lodato il discorso e le promesse di Kamala Harris, al punto da dire che con lei si apre un nuovo grande capitolo della storia americana. Il suo discorso e la sua visione degli Stati Uniti fanno ben sperare nel futuro di una America alla quale eravamo abituati, nonostante i passi falsi della politica estera degli ultimi anni: guerre in Iraq, Afghanistan, Libia.

Una America come riferimento per molti paesi e custode di valori irrinunciabili per tutte le democrazie, tale il messaggio di Kamala Harris. Ha dedicato una parte del discorso alla sua infanzia: figlia di immigrati e in particolare la madre indiana che l’ha educata sin da piccola a non arrendersi mai, a battersi per un futuro migliore per tutti. Diceva «Kamala, non basta lamentarsi per le ingiustizie. Bisogna fare qualcosa e risolverle.»

L’entusiasmo palpabile ieri notte a Chicago non può non riproporre la domanda: come si è quindi potuti  giungere al Trumpismo ? È tutto cominciato con la creazione, 15 anni fa, del Tea Party (non tè come bevanda, bensì «Taxed Enough Already» (già abbastanza tassati) e il grande malcontento causato dallo scandalo nazionale della bolla immobiliare (subprime), con milioni di persone che persero la loro casa. Un movimento libertario facilmente riconoscibile nel trumpismo: ridurre il governo federale, la spesa pubblica, abbassare il debito pubblico e mettere fine agli aumenti delle tasse. Membri importanti del movimento sono Sarah Palin, Marco Rubio, Ted Cruz.

Questa campagna elettorale è stata, come tutte le altre, un misto di maratona e kermesse.  Per la RTSI ne ho seguite 4 : Reagan, Clinton, i due Bush padre e figlio. Il copione, sempre lo stesso :  giornate di 22 ore, impegni a non finire, obbligatori, perché computer e telefonino non erano ancora disponibili.

Anche il protocollo era molto severo:  la mia squadra venne arrestata perché si era avvicinata troppo al Presidente Reagan durante una sua apparizione in pubblico.  Dovetti naturalmente scusarmi e gli agenti della sicurezza accettarono la mia spiegazione. Protocollo anche nell’abbigliamento: la stampa americana in camicia bianca e cravatta nonostante il freddo glaciale (20 gradi sotto zero) per le primarie dell’Iowa in gennaio, o i 39 gradi della convention democratica di Dallas, Texas, in estate.

Missione compiuta ieri notte per Kamala Harris.  Ora però arriva la fase cruciale: come convincere gli indecisi? Secondo gli osservatori più qualificati il discorso intriso di contenuti chiari, seppur generici, avrà un ruolo importante nelle scelta degli elettori il prossimo 5 novembre, così come le prossime 10 settimane di intensa campagna, particolarmente negli “swing states”, ossia gli stati chiave e indecisi, nei quali nessun partito ha garantito in partenza un sostegno storico tale da assicurare i voti dello stato stesso nel collegio elettorale.

Nell’immagine: la piccola e la grande Kamala


Oprah, Michelle e Hillary: tutte le donne del presidente Harris

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Marco Liconti, La Stampa

CHICAGO – Hillary Clinton, Michelle Obama e Oprah Winfrey. Tre donne, due pezzi di storia recente del Partito democratico e un pezzo di storia tout- court dei media, dello spettacolo e della cultura Usa. Da loro è venuto il “boost” più convincente e potente alla candidatura di Harris alla Casa Bianca. Da loro alcuni dei momenti più memorabili della Convention e delle battute più taglienti nei confronti di Donald Trump, per una corsa elettorale nella quale la sensibilità dell’elettorato femminile sarà determinante.

Non solo per il tema dell’aborto, tra i più citati nelle quattro giornate di Chicago, segno che gli strateghi Dem sono sempre più convinti della sua rilevanza elettorale, ma anche per “l’history making moment”, con la possibilità di una prima donna (e black) presidente degli Stati Uniti. Quel «soffitto di cristallo» nel quale, ha rivendicato Clinton, «abbiamo impresso molte crepe». Fu proprio l’ex segretaria di Stato la prima donna a conquistare nel 2016 la nomination di uno dei due partiti maggiori.

«Sull’altro lato di quel soffitto di cristallo c’è Kamala Harris, che alza la mano e giura come nostro 47esimo presidente degli Stati Uniti», ha detto la Clinton esaltando la folla dello United Center. Una rivendicazione orgogliosa del proprio ruolo di apri pista, ma anche una spinta sincera per Harris, senza alcun rimpianto o rancore per non essere stata lei la prima donna nello Studio Ovale. E poi Michelle Obama, che è riuscita a oscurare (ancora una volta, direbbero i maligni) perfino il marito Barack, principale star della seconda giornata della Convention. Il popolo Dem ha seguito in autentica venerazione l’intervento col quale ha demolito Trump, a sostegno di Harris. «My girl», l’aveva chiamata Michelle nella telefonata nella quale lei e l’ex presidente le annunciavano il loro endorsement.

«Trump ha fatto tutto quanto era in suo potere per fare in modo che la gente avesse paura di noi due», ha ricordato Michelle, mettendo in guardia Harris. Poi, una delle stoccate più potenti: «La sua visione limitata e ristretta del mondo lo faceva sentire minacciato dall’esistenza di due persone che lavoravano duramente, altamente istruite e di successo e che per caso erano nere. Chi glielo spiega che il lavoro al quale ambisce è proprio un lavoro da neri?».

Il riferimento era a una delle battute più infelici del tycoon, quella degli immigrati che tolgono agli afroamericani i «lavori da neri», appunto. Soffitto di cristallo e questione razziale. Poteva bastare, visto che un sondaggio Economist/YouGov, chiuso al termine della seconda giornata della Convention assegna a Harris un vantaggio di 13 punti tra l’elettorato femminile. Ma per vincere la Casa Bianca serve di più. Ecco allora la carta a sorpresa di Oprah Winfrey, la «donna più influente al mondo» (copyright di Time), per convincere gli «indipendenti e indecisi» – a loro il suo appello particolare – ad uscire dal limbo e a fare la Storia.

«Presto, molto presto, insegneremo ai nostri figli come la figlia di una madre indiana e di un padre giamaicano, due immigrati idealisti e pieni di energia, due immigrati, come questa ragazza sia riuscita a diventare il 47° presidente degli Stati Uniti. Questo è il meglio dell’America», ha detto Winfrey a una platea entusiasta

Repubblicani hanno accusato il colpo. Il suo endorsement, secondo le stime dell’epoca, fu uno degli asset decisivi per la vittoria di Obama nel 2008. È per questo che la campagna Trump ha postato sui social media una lettera di Winfrey del 2000 nella quale affermava che il tycoon sarebbe stato un «buon presidente». Altri tempi, e del resto all’epoca Trump era anche amico dei Clinton. Ma le convention non servono solo a lanciare il candidato di turno, ma anche a presentare una nuova generazione di leader.

E a Chicago sono emersi quattro nomi su tutti, stavolta al maschile: il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro; il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg; il governatore del Maryland Wes Moore; e il leader dei democratici alla Camera, Hakeem Jeffries, prossimo speaker se a novembre i Dem, sull’onda dell’eventuale vittoria di Harris, riusciranno a ribaltare i rapporti di forza al Congresso.

Una generazione di 40-50enni in pista per traghettare il partito fuori dall’era dei Biden, Pelosi e Schumer (il leader del Senato), ormai giunta al tramonto, in caso di conquista della Casa Bianca. O per ricostruirlo, nel caso Harris non riesca a sfondare definitivamente il soffitto di cristallo.


Misteriosa o pragmatica, l’imprendibile Kamala Harris alla prova della realtà

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Gianni Riotta, LaRepubblica

CHICAGO — Il 24 agosto del 1960, vigilia di campagna elettorale per la Casa Bianca, il reporter del settimanale Time, Charles Mohr, chiese al presidente repubblicano Dwight Eisenhower: «Che idee le ha dato, in otto anni, il suo vice Richard Nixon?». La risposta fu brutale, subito rilanciata dai democratici di John Kennedy, «Se mi dà una settimana per pensarci qualcosa mi verrà in mente». Il vicepresidente di F.D. Roosevelt, John Nance Garner, detto Cactus Jack per le battutacce texane, considerava la carica «peggiore di una sputacchiera». Non ascoltate dunque il bla bla su quel che Kamala Harris, da ieri notte chiamata a sfidare il repubblicano Donald Trump, ha fatto o non fatto da vice del decano Joe Biden, l’argomento vale quanto il desueto oggetto evocato da Cactus Jack.

Con più eleganza, i cappellucci degli stand di Chicago sintetizzano Harris in “,LA”: Comma vuol dire virgola e “Commala” è la pronuncia corretta del nome, irrisa da Trump in grossolane distorsioni. “,LA” ha, ad oggi, appena 73 giorni per farsi conoscere dai 161 milioni di elettori registrati con la storica decisione di mandare, per la prima volta dal 1776, una donna al potere.

Kamala Harris ha rotto tanti tabù, prima donna e prima afroamericana District Attorney a San Francisco, prima Ministro della Giustizia in California, prima donna di colore senatrice dello stato, solo la seconda della storia alla Camera Alta. A chi la incontra nella residenza ufficiale, il Naval Observatory di Washington, Harris riserva una gag maliziosa: «Ho avuto 48 predecessori vicepresidenti, tutti maschi bianchi», anche se i puristi dell’Almanac of American Politics registrano zelanti «Charles Curtis, vice di Herbert Hoover nel 1929, era per 3/8 Nativo-Americano».

Da sempre Kamala Harris, 59 anni, papà giamaicano, mamma emigrata dall’India, studiosi a Berkeley University caparbi e presto divorziati, ha eluso le definizioni, laureata all’ateneo storico degli afroamericani, Howard University, un flirt lungo due anni con il controverso sindaco di San Francisco Willie Brown, invano contestato da Trump, la carriera in magistratura, divisa tra voglia di apparire Law&Order, dura contro i criminali, e liberal capace di comprendere come povertà e discriminazioni nei ghetti riempiano le galere: i neri sono il 12% della popolazione e il 32% dei detenuti.

Nel libro Smart on Crime, pubblicato nel 2010, Harris minimizza il razzismo della polizia, scrivendo «è idea diffusa che le comunità povere, in particolare afroamericane e ispaniche, considerino le forze dell’ordine il nemico. In realtà, è vero il contrario, i non abbienti sostengono i poliziotti», salvo mutare parere dopo le proteste 2020 per l’assassinio di George Floyd, strangolato dell’agente Chauvin a Minneapolis: «Troppi uomini e donne neri disarmati vengono uccisi in America. Troppi americani neri e latini incarcerati. La nostra giustizia penale ha bisogno di drastiche riforme».

Non chiedetevi dunque quale “,LA”, Kamala Harris, vedrete, se eletta, alla Casa Bianca. Dipenderà dalle circostanze, dura ove necessario, disposta ai compromessi se occorresse. I trumpiani le daranno dell’opportunista, lo staff parla di pragmatismo, ma da George Washington a Joe Biden dove passa la differenza?

In certi comizi Harris citerà quando «da bambina, a Palo Alto, culla di Google, non mi lasciavano giocare con i figli dei vicini perché nera». In altri la dichiarazione ferma del 2021 in Guatemala contro l’emigrazione: “Non venite in America! Gli Stati Uniti applicheranno la legge e difenderanno i confini». Sentirete citare i templi Hindu della mamma e la fede cristiana battista, il marito ebreo Doug Emhoff e la necessità di tregua a Gaza con i palestinesi, l’umiliazione di andare nelle scuole dei bianchi con il bus dei neri, l’orgoglioso «sono nera e asiatica, che bellezza una famiglia multietnica!».

Il mistero Kamala Harris durerà se perdesse le elezioni, altrimenti la presidenza, spietata Macchina della Verità che invecchia chi la occupa, vedi canizie di Clinton e Obama, ne rivelerà l’identità senza appello. Tra i palloncini bianchi, rossi e blu di Chicago, inni, feste, militanti si è consumata la festa, ora parte la guerra di idee e di interessi. Al Cremlino, Pechino, nei bunker di Gaza, a Pyongyang, in Turchia, sulla frontiera Israele-Libano il discorso di “,LA” è stato dissecato senza moine da influencer o algoritmi di TikTok, con feroce stima di forza e carattere: saprà reagire questa donna alle nostre offensive? La risposta non ce l’ha, per ora, nessuno, neppure Kamala Harris, verrà dal test ferreo della realtà. Venti anni fa il Los Angeles Times definì Harris “Barack Obama in California”, vedremo se del mentore manterrà l’incertezza davanti al mondo terribile del XXI secolo o se invece, sciogliendone le ambiguità Nobel, saprà unire la diaspora degli alleati e opporsi all’insorgenza totalitaria.


Fine della tregua, Macron alza il muro

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Filippo Ortona, il manifesto

Incominciano oggi le tanto attese consultazioni che il presidente della Repubblica Emmanuel Macron terrà con le varie forze politiche francesi. Dopo aver sciolto l’Assemblée Nationale a giugno, il partito di Macron è uscito con le ossa rotte dalle legislative di luglio, che hanno invece consacrato come prima forza politica del paese la coalizione delle sinistre del Nuovo Fronte Popolare.
Tuttavia, nessuna delle coalizioni parlamentari ha i numeri per una maggioranza assoluta. D’altronde, tale maggioranza manca dalle legislative del 2022: per due anni, infatti, Macron ha governato in minoranza, prima del crollo verticale delle ultime elezioni.

DOPO SETTIMANE di discussioni, i partiti del Nfp (France insoumise, Partito socialista, Ecologisti e Partito comunista francese) si sono messi d’accordo sul nome di una candidata premier: Lucie Castets, ex-funzionaria del Tesoro e attivista di lungo corso per i servizi pubblici. Ma l’opzione di un governo di minoranza di sinistra, finora, è stata completamente ignorata dall’Eliseo, malgrado il fatto che il Nfp abbia vinto le elezioni.

Urge qui sottolineare come i meccanismi della V Repubblica siano profondamente diversi da quelli di altre democrazie parlamentari. La nomina del primo ministro (o della prima ministra) spetta al presidente della Repubblica, senza alcun contrappeso formale. L’unico limite, sostanziale, è il fatto che l’Assemblée Nationale può votare una mozione di sfiducia. Tale mozione non è «automatica» alla presentazione di un nuovo governo, ma richiede l’iniziativa dei parlamentari.

Questo concederebbe a un eventuale governo di minoranza spazio di manovra per cercare di convincere altri gruppi a votare alcuni progetti di legge sui quali potrebbero prodursi delle maggioranze, caso per caso.

TALE È IL PROGETTO dei leader del Nfp, che ieri hanno pubblicato una lettera agli elettori e alle elettrici nella quale rivendicano il diritto di provare a formare un governo, in barba alle manovre della compagine macronista.

«Siamo convinti che possiamo migliorare concretamente e rapidamente il tenore di vita dei francesi», si legge nel comunicato firmato dai leader dei partiti e da Lucie Castets, che si dicono altrettanto convinti del fatto che «l’assenza di maggioranza assoluta non ci impedirà» di attuare alcuni punti fondamentali del programma, come l’abrogazione della riforma delle pensioni di Macron, l’aumento del salario minimo, il rifinanziamento dei servizi pubblici. Temi sui quali, secondo il Nfp, «tutti i parlamentari dovranno rendere conto dei propri voti davanti ai cittadini e alle cittadine». Dichiarazione meno retorica di quanto può apparire a prima vista: tra un anno, infatti, è molto probabile che si voti di nuovo.

IL NFP SARÀ LA PRIMA compagine a essere ricevuta da Macron, che chiuderà le consultazioni lunedì. L’Eliseo ha fatto sapere ieri che l’obiettivo è «comprendere in quali condizioni le forze politiche possono ottenere» una maggioranza più vasta possibile. È a partire da queste considerazioni che Macron deciderà chi nominare come premier.

A corredo del comunicato ufficiale dell’Eliseo, la presidenza ha fatto sapere all’Agence France-Presse che è particolarmente apprezzato «il lavoro di fondo svolto dalla destra repubblicana», cioè quel che resta della destra gollista dei Républicains, con «il blocco centrale», ovvero la coalizione macronista. Le medesime fonti hanno detto all’Afp che non sono disdegnate le manovre tentate dall’attuale primo ministro (dimissionario) Gabriel Attal, che nei giorni scorsi aveva invocato la creazione di una grande coalizione che escludesse il Rassemblement National di Marine Le Pen e La France Insoumise di Jean Luc Mélenchon. Un progetto che non ha raccolto alcun consenso nel Ps, a parte una minoranza conservatrice del partito più Raphael Glucksmann, capolista alle europee, ma il cui partitino conta un unico deputato in parlamento.


I Rotanzi: dalla Lavizzara al Nuovo Mondo

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Che Giorgio Cheda abbia lasciato un segno decisivo nella storiografia svizzero italiana dedicata all’emigrazione è un dato di fatto. Ma che i suoi studi – risalenti agli anni ’70 e ’80 del secolo scorso – abbiano ispirato, anche in anni recenti, non poche nuove pubblicazioni è un’ulteriore conferma della tenuta di un filone importantissimo d’indagine del nostro passato. Ad altri titoli recenti si aggiunge uno studio uscito, non a caso, in California nel 2021 ora tradotto in italiano. Ne è autrice Marilyn Longinotti Geary e si intitola Minatori, Mungitori e Mercanti – Dalle Alpi della Svizzera italiana alle Golden Hills di Australia e California, Armando Dadò Editore in coedizione con il Patriziato di Peccia e il Museo di Valmaggia, versione italiana curata da Emilio Motta. 

Colpisce la vicinanza temporale della catastrofe che ha nuovamente colpito l’Alta Vallemaggia tra il 29 e il 30 giugno scorsi (dopo alluvioni, esondazioni, frane del 1834 e del 1868 e la valanga del 1951) e la presentazione ufficiale del volume, venerdì 16 agosto a Peccia, davanti a quasi 200 persone. Nessuno si sarebbe aspettato tanta gente, salita fino al Centro internazionale di Scultura (anch’esso confrontato con qualche difficoltà e a tratti a corto d’ossigeno) per il libro, ma certamente anche per prendere atto di persona del dramma e dar prova di vicinanza e solidarietà.

Ma perché una ricercatrice americana decide di occuparsi di un capitolo geograficamente così lontano dalla sua realtà? Non per legami diretti di provenienza, visto che l’opera l’ha dedicata ai suoi antenati “immigrati, che lasciarono i loro villaggi in Boemia e negli Appennini alla ricerca di una vita migliore”. Ma perché anche la famiglia da cui discende ha vissuto il fenomeno della migrazione, pressoché continentale nella Vecchia Europa. Lo spiega lei stessa: “Io sono discendente di immigrati. Il mio nonno italiano, con il suo inglese stentato, vendeva frutta dal suo campo per mandare i quattro figli al college, mentre i miei nonni boemi gestivano un alimentari di paese, senza mai dimenticare le loro origini ceche. La mia infanzia, caratterizzata dalle lingue e dalle differenze culturali dei nonni – Wiener Schnitzel e Knödel al sabato, ravioli ai funghi alla domenica – mi ha spinto a esplorare le lotte e le conquiste degli sradicati”.

Tre sottolineature importanti, dunque: la ricchezza ideale di un’esperienza migratoria in termini culturali e civili, che può rafforzare un’identità comune grazie al contributo di storie, etnìe, provenienze diverse in grado di riconoscersi in una nuova terra d’accoglienza, anche se da moltissimi vissuta (o meglio subita) a caro prezzo. L’aspetto sociale, l’ambizione e la lotta quotidiana per la dignità e la vita appunto, che avvicinano i migranti di allora a quelli dei nostri giorni. Ancora Geary: “Le lettere parlano anche delle analoghe esperienze dei molti migranti di oggi, dagli honduregni ai guatemaltechi che sfidano i pericolosi passaggi di frontiera nel deserto del sud-ovest degli Stati Uniti agli africani e ai siriani che si aggrappano a barche sovraccariche al largo dell’isola siciliana di Lampedusa. Questi immigrati moderni condividono con i fratelli Rotanzi un’immensa speranza e una profonda nostalgia di una casa che potrebbero aver perso per sempre” (pag. 22). Terza sottolineatura: in luoghi, momenti e realtà diverse, la storia ha conosciuto migliaia di fenomeni migratori da un punto cardinale all’altro. 

“La storia del mondo” osserva Giorgio Cheda in Prefazione, “è una storia di emigrazione. L’uomo è l’unico animale che è stato in grado di adattarsi nei più diversi ambienti: dal deserto ai ghiacci polari, dalla foresta pluviale alle pendici dell’Himalaya. Gli Europei non solo sono emigrati in tutti i Continenti, ma hanno anche portato nelle Americhe milioni di schiavi africani. Conoscere le condizioni in cui nel passato si sono avvicendati gli spostamenti umani significa maturare una migliore consapevolezza riguardo alle convulsioni di quelli che si accavallano nel mondo scosso dalla globalizzazione, pericolosamente diviso fra nord e sud, fra sistemi democratici e no”. Aggiungendo, poco dopo, per contestualizzare le ondate migratorie europee – centrifughe e centripete nel contempo – altre, poche cifre: “Tra l’inizio dell’Ottocento e la Prima guerra mondiale, la popolazione europea aumentò da 188 a 458 milioni di abitanti. I contadini, che rappresentavano ancora i tre quarti della forza-lavoro, si ridussero a un quarto e fornirono il contingente notevolmente più numeroso di emigranti sia all’interno del Continente sia oltremare. L’apertura dei grandi spazi americani attirò, in un secolo, 50 milioni di Europei, soprattutto quando i piroscafi riuscirono a far loro attraversare l’Atlantico in pochi giorni e il treno a trasferirli nel Far West. Fra questi anche 400.000 Svizzeri distribuiti specialmente nella parte orientale degli Stati Uniti, mentre quasi tutti i Ticinesi preferirono la California”. Dove alcuni fecero anche fortuna: “Un migliaio (meno del 4% n. d. r.) dei 27.000 ticinesi emigrati in California, tra fine Ottocento e inizio Novecento, sono diventati proprietari di circa 1’800 km² di terra, superficie corrispondente ai quattro distretti di provenienza della maggior parte dei rancheros: Valle Maggia, Locarno, Leventina e Bellinzona, i due terzi del territorio cantonale”.

Ogni ondata migratoria ha la propria storia, i propri protagonisti, i propri esiti. Tutte, però, sono accomunate da una spinta condivisa, la ricerca di condizioni e prospettive di vita migliori, e da fortissimi risvolti emotivi legati alla partenza, al distacco, allo sradicamento, alla solitudine. Solitudine dovuta anche alla non conoscenza della lingua inglese, che spingeva i nostri ad unirsi, semmai, ad altre comunità italo parlanti fuggite dall’Italia settentrionale, allora in mani austriache (si legga il Prologo alle pp. 27-30). 

Ragioni ideologiche estranee alla diaspora ticinese, che tuttavia condivideva quelle economiche. E, tela di fondo, “la povertà che li spinse a cercare una vita altrove, ma il loro cuore rimase nella loro casa sulle Alpi”.

Chi erano, dunque, i tre fratelli Rotanzi – Francesco, Virgilio e Alessandro, figli di primo letto di Luigi (1814-1901; docente e Giudice di Peccia) – le cui lettere ai familiari rimasti in Ticino (già edite nei volumi di Cheda) costituiscono l’ossatura del libro? L’albero genealogico della famiglia è opportunamente pubblicato a pagina 9: Luigi, già nel 1852 aveva perso l’unico fratello, Francesco, a Sacramento (California). Il suo primogenito Francesco (diventato Francis), nato nel 1839, un diploma di insegnante, partì a 16 anni per l’Australia, da dove non rientrò mai più e dove morì il 26 dicembre 1880. Lo seguì, ma con destinazione California, Virgilio, nel 1861, anch’egli a 16 anni: la sua vita oltremare si protrasse per 10 anni, la morte lo colse a 26. Alessandro, il più giovane, lo raggiunse nel 1862, ma morì già 2 anni più tardi: l’ultimogenito fu, insomma, anche il primo a morire: aveva appena 21 anni. Dei tre fratelli, solo Virgilio (battezzato/anglicizzato Joseph Jean Virgil Giacobbi), ebbe un figlio, pochi mesi prima di scomparire, dalla sedicenne Elisa, nata a Parigi, ma di origini corse. Quel ramo della famiglia Rotanzi si spense definitivamente nel 1948 con la sua morte e nessun discendente diretto rientrò più in Patria. Quanto al capostipite, rimasto in Lavizzara, di fede liberale, sopravvisse a 6 dei suoi 10 figli e – si legge nel necrologio – “dovette subire l’ostracismo” quando il Governo conservatore prese il potere in Ticino. Ma, sottolinea Geary, “la rovina della carriera di Luigi pesò poco rispetto allo strazio della sua vita familiare”.

Una lettera di Luigi Rotanzi al figlio Francesco, datata 5 giugno 1868

  • Un’intervista, in inglese, all’autrice del volume
  • Un appuntamento in materia è annunciato al Centro internazionale di Scultura di Peccia, domenica 25 agosto alle ore 16.30


Elezioni Usa, perché la Kamalanomics non fa paura

La Confederazione, assieme ai paladini del meno Stato, attacca il sistema pensionistico: non finanziare la tredicesima AVS, diminuire i contributi del Governo, favorire gli assicuratori privati e maltrattare le donne, regalare milioni al 10% più ricco del paese 

Di Paul Krugman, La Repubblica

Kamala Harris ha tenuto il suo primo grande discorso di politica economica come candidata democratica alla presidenza. Si è trattato, ovviamente, di un discorso diverso da quelli “economici” e dalle conferenze stampa tenute da Donald Trumpnelle ultime settimane. Da un lato, Harris ha illustrato le sue proposte economiche, invece di divagare su argomenti come le folle più numerose o i mulini a vento. Inoltre, non sembra aver detto nulla di falso — in contrasto con Trump, che ha mentito o distorto i fatti circa due volte al minuto durante un evento a Mar-a-Lago.

Ma che dire della sostanza? I soliti sospetti sostengono che Harris si sia rivelata un’estremista di sinistra. Anche alcuni commentatori sono andati in iperventilazione, affermando che Harris sta invocando il controllo dei prezzi, il che è strano, perché non ha detto nulla del genere. Nel complesso, Harris si è attestata su una posizione moderata di centro-sinistra, non troppo diversa dall’originale programma Build Back Better di Joe Biden, attuato solo in parte.

Passiamo quindi alla sostanza, basandoci su una scheda informativa rilasciata dalla campagna di Harris, che ha fornito maggiori dettagli rispetto al discorso.

La proposta più importante e, a mio avviso, migliore è quella di ripristinare il credito d’imposta per i bambini, che l’amministrazione Biden ha attuato nel 2021 ma è scaduto all’inizio del 2022. Quando era in vigore, ha ridotto la povertà infantile; Harris lo integrerebbe con un credito maggiore per le famiglie con figli nel primo anno di vita.

Cominciamo col dire che le ragioni per combattere la povertà infantile sono schiaccianti, non solo per motivi morali — in un Paese ricco, perché i bambini che nascono in famiglie a basso reddito dovrebbero soffrire di privazioni? — ma anche dal punto di vista economico. In media, gli americani che crescono in povertà hanno una salute peggiore e redditi più bassi da adulti, il che rende la lotta alla povertà infantile un investimento per il futuro.

Sono meno entusiasta delle proposte di Harris in materia di alloggi, che combinano gli incentivi fiscali per i costruttori di case con l’assistenza al pagamento dell’acconto per gli acquirenti della prima casa. Non si tratta di politiche sbagliate di per sé. Ma il problema più ampio dell’accessibilità abitativa in America è rappresentato dalle norme e dai regolamenti che bloccano la costruzione di nuove unità abitative.

Purtroppo, questi ostacoli alla costruzione esistono a livello statale e locale e sono fuori dalla portata di qualsiasi politica federale. Tra l’altro, un aspetto poco notato del Progetto 2025 della Heritage Foundation è che, nonostante le invenzioni contro la burocrazia e la regolamentazione ambientale, il suo progetto Mandate for Leadership punta tutto sul Nimbyismo: “I comuni, piuttosto che il governo federale, devono avere l’ultima parola sulle leggi e i regolamenti in materia di zonizzazione, e un’amministrazione conservatrice dovrebbe opporsi a qualsiasi tentativo di indebolire la zonizzazione unifamiliare”. Trivella, baby, trivella, ma non costruire alloggi a prezzi accessibili.

Infine, a proposito dei prezzi, sono rimasto stupito da quanti commentatori creduloni, e non solo a destra, hanno affermato che Harris chiede il controllo dei prezzi, facendola passare per Richard Nixon, se non per Nicolás Maduro.

In realtà, Harris ha chiesto una legge per calmierare i prezzi dei generi alimentari. Ovviamente si tratta di un gesto politico populista, un modo per offrire qualcosa agli elettori sconvolti dai prezzi elevati. Ma solo perché qualcosa è popolare non significa che sia una cattiva idea.

Non abbiamo un piano dettagliato di Harris per la riduzione dei prezzi, ma è improbabile che sia più aggressivo di una proposta di legge presentata dalla senatrice Elizabeth Warren. Una proposta blanda, non molto diversa dalle leggi anti-gouging in vigore in molti Stati. Per esempio, il Texas (sì, il Texas) proibisce a molte aziende di “chiedere un prezzo eccessivo” su prodotti come cibo e carburante durante i disastri.

Perché abbiamo leggi contro il price gouging? Soprattutto perché gli elettori non sopportano che le aziende approfittino della carenza per praticare prezzi alti, ma anche perché quando non ci sono limiti ai prezzi, le aziende a volte agiscono per peggiorare la carenza.

Alcuni di noi ricordano ancora la crisi energetica della California del 2001, quando i produttori di energia elettrica ridussero l’offerta per far salire i prezzi dell’elettricità.

Il punto è che si può considerare ragionevole la presenza di limiti legali ai prezzi senza accettare l’opinione popolare, ma quasi sicuramente sbagliata, che l’avidità delle imprese sia stata il motore dell’inflazione.

E per chi paragona Harris a Nixon, che impose il controllo dei prezzi nel 1971, si tenga presente che Nixon fece anche pressioni sulla Fed per dare una spinta all’economia prima delle elezioni del 1972, mentre Harris ha detto chiaramente di rispettare l’indipendenza della Fed.

Che cosa abbiamo imparato sull’economia di Kamala Harris? Come ci si aspettava, è moderatamente di centro-sinistra. E per coloro che sono decisi a considerarla una comunista, mi dispiace, non lo è.