Addio al disarmo: sono in aumento le testate atomiche «pronte all’uso»

L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, oltre 3900 sono schierate, ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

Altro che disarmo nucleare. Ora più che mai nel mondo aumenta il numero delle testate dispiegate. Complici i molti fronti di guerra attivati negli ultimi anni (in aggiunta a quelli da tempo aperti e non di rado dimenticati), primi tra tutti quello russo-ucraino e quello ancor più recente di Gaza. Perché, anche se il numero totale delle testate continua di anno in anno a decrescere, quelle pronte all’uso sono invece in sensibile crescita.

L’allarmante analisi è contenuta nel rapporto 2024 dello Stockholm international peace research institute (Sipri) dedicato ad armi, disarmo e sicurezza internazionale, pubblicato lo scorso 17 giugno. Nell’annuario del centro di ricerche svedese, arrivato alla sua 55esima edizione, si trovano tutti i dati relativi agli armamenti nucleari, aggiornati a gennaio 2024. L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, circa 9.600 sono classificate alla voce «scorte militari» per un potenziale utilizzo. Ma il dato più rilevate sembra essere quello che vede oltre 3900 di esse come schierate – ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato – con missili o aerei: circa 100 in più rispetto ai dati rilevati dallo stesso rapporto soltanto un anno prima.

«Non vedevamo le armi nucleari svolgere un ruolo così importante nelle relazioni internazionali dai tempi della guerra fredda», evidenzia allarmato Wilfred Wan, direttore del programma sulle armi di distruzione di massa del Sipri. «È difficile credere che siano passati appena due anni da quando i leader dei cinque maggiori stati dotati di armi nucleari hanno riaffermato congiuntamente che «una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai essere combattuta».

Oltretutto, guardando i dati dei rapporto, emerge come altre 2100 delle testate già schierate si trovano in uno stato di massima allerta operativo su missili balistici, quasi tutte riconducibili all’arsenale statunitense e a quello russo. La novità, sottolinea il rapporto Sipri, è che ora anche Pechino sembra avere diverse testate in posizione di allerta operativa. Senza contare che il suo arsenale è passato in un anno da 410 testate a 500.

Eppure la Cina si attesta solo in quinta posizione, mentre sono Usa e Russia a possedere circa il 90% dell’arsenale globale, seguiti a lunga distanza, in ordine decrescente, da Gran Bretagna, Francia, e poi India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Un capitolo a parte riguarda proprio il conflitto in corso tra Mosca e Kiev, che ha portato subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina sia Mosca che Washington a sospendere il più recente Trattato sulla limitazione delle armi di offesa strategiche (conosciuto come Start e risalente al 2010). La Russia si è inoltre ritirata dalla ratifica del Trattato sulla messa al bando degli esprimenti nucleari (noto con l’acronimo inglese Ctbt) con l’accusa che anche da Washington è mancata per anni la conferma al via libera.

Il rapporto denuncia anche come, pur a stoccaggio invariato, Mosca ha dispiegato circa 36 testate nucleari in più rispetto al gennaio 2023. Ma la guerra in corso genera anche un problema di vitale importanza per la democrazia. «La trasparenza in merito alle forze nucleari è diminuita in entrambi i paesi (Russia e Usa) in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel febbraio 2022». Eppure «i dibattiti sugli accordi di condivisione nucleare sono diventati più importanti», conclude il rapporto.

Nell’immagine: la parata militare del Giorno della Vittoria a Mosca


Quello slogan “Dal fiume al mare”

L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, oltre 3900 sono schierate, ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato 

Se l’allucinante trattativa per una tregua a Gaza già sembra un gigantesco tragico risiko giocato sulla pelle di decine di ostaggi israeliani e centinaia di migliaia di palestinesi – da cui dipenderebbe oltretutto la ritorsione militare iraniana contro Israele per l’assassinio a Teheran del capo politico di Hamas, Ismail Haniye, e quindi l’esplosivo allargamento del conflitto medio-orientale – nemmeno si riesce a immaginare quale inferno politico-militare potrà essere, dopo una eventuale incerta pausa, la partita finale per il ‘dopo Gaza’. Nebbia fitta. 

Non esiste un piano israeliano, non si vede una sconfitta definitiva di Hamas, è finora pura ipotesi il coinvolgimento dei paesi arabi moderati per una tranquilla “governance” della Striscia, mentre gli ayatollah eredi di Khomeini sostenuti da Mosca e Pechino faranno di tutto per tenere ben saldo quel ‘Fronte della resistenza’ pro-sciita a cui affidano quella sorta di ‘cintura di sicurezza’ per tenere a freno la totale ostilità dei nemici pericolosamente più prossimi (Arabia Saudita + Israele). Magma autentico. Con l’Occidente inchiodato alle sue abitudini o paralizzanti contraddizioni: l’assai transitoria amministrazione Biden (appena e ancora tre mesi di vita) che “media” armando però l’alleato israeliano; e d’altra parte l’Europa sempre sprofondata nella sua irrilevanza strategica e nei tormenti del conflitto ucraino. Che nemmeno vede (meglio: finge di non vedere) due eventi non certo di second’ordine. Avvenuti praticamente in contemporanea. 

La Corte Internazionale di Giustizia che stabilisce l’assoluta illegalità di tutte le colonie ebraiche esistenti nei territori occupati (ma davvero?) proprio nel momento in cui il governo Netanyahu preannuncia il più vasto programma di nuovi insediamenti in Cisgiordania (già 700.000 i “settlers”); e la Knesset, il parlamento di Gerusalemme, che a larga maggioranza, con argomentazioni sulla sicurezza ma anche di natura religiosa, nega la possibilità che lo Stato ebraico possa accettare la creazione di uno Stato palestinese, polverizzando quel mantra dei ‘due Stati’ a cui continua a guardare la comunità internazionale come soluzione dell’atroce conflitto. E qui cade anche una maschera, un’ipocrisia. “Palestina libera dal fiume al mare” (cioè dal Giordano al Mediterraneo, con la cancellazione di Israele) è lo “slogan d’odio”, com’è stato definito, di Hamas e dei sostenitori della causa palestinese. Ma si dimentica che la stessa parola d’ordine è utilizzata da anni sul fronte opposto: “Dal fiume al mare” è anche lo slogan a cui fanno ricorso i sostenitori di “Heretz Israel”, il “Grande Israele”, movimento messianico ostile a qualsiasi rinuncia di Giudea e Samaria, quindi a un’entità statale palestinese, che oggi detiene la guida di Israele. Nei fatti Netanyahu ha sempre respinto la soluzione dei due Stati, mentre la parte più nazionalista del suo governo vuole la semplice annessione di Cisgiordania e Gaza, e l’espulsione del più grande numero dei loro abitanti arabi.

Formalmente una differenza fra i due slogan ancora c’è. In Israele esso può essere cancellato democraticamente. A Gaza no. Ma l’evoluzione degli ultimi due decenni dice che essi sono sempre più contigui, pericolosamente sempre più vicini se non sovrapponibili. Il voto del parlamento israeliano lo conferma. 

Scritto per laRegione


Lo Zar apre a chi combatte i gay e la democrazia

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Di Anna Zafesova, La Stampa

Nel «grande scambio» dei dissidenti russi con le spie e i killer di Vladimir Putin, avvenuto qualche settimana fa, c’è un piccolo dettaglio passato abbastanza inosservato. Ilya Yashin l’ha raccontato nella sua intervista dopo il ritorno in libertà all’intervistatore-star Yuri Dud, sul suo canale YouTube: sull’aereo a bordo del quale i prigionieri del Gulag venivano portati ad Ankara per lo scambio, gli ostaggi americani e tedeschi erano stati fatti accomodare nella Business class, e l’ufficiale che teneva d’occhio l’oppositore russo a un certo punto si è accomiatato da lui scusandosi: «Sono stato promosso, mi mandano a scortare gli americani».

Una classifica che ogni russo, ogni ex sovietico, ha assorbito fin da piccolo, in una subalternità piena di risentimento che era stata riassunta nel motto di Nikita Krusciov «raggiungere e superare», una ammissione dell’arretratezza di Mosca che il suo pur timido «disgelo» aveva reso palese. «Loro», come vengono chiamati gli «stranieri», per i quali normalmente si intendono gli occidentali, possono venire odiati, osteggiati, combattuti. Ma la consapevolezza che rimangono un modello da invidiare rimane perfino nei momenti di maggior isolazionismo nazionalista della storia russa. Il decreto n. 702 firmato da Putin, che concede permessi di soggiorno agevolati nella Federazione Russa a cittadini di Paesi occidentali che «rifiutano la politica dell’imposizione di principi ideologici neoliberali», nasce dallo stesso desiderio di competizione. Almeno un milione di cittadini russi è fuggito dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, e le pubblicità più gettonate anche sui canali YouTube di blogger fedeli al regime come Ksenia Sobchak promuovono agenzie che permettono di dotarsi di un permesso di soggiorno in Romania, o almeno di un passaporto turco. Il sogno impossibile di milioni di russi è «uekhat», andarsene (in un’accezione del verbo che implica il «per sempre»). E quando il Cremlino apre le porte a rifugiati «ideologici» che vogliono «compiere una libera scelta a favore di un legame spirituale, culturale e legale» con la Russia, e i suoi «valori spiritual-morali tradizionali», lo fa per cercare di fare buon viso a un gioco già perso.

Inevitabile fare ironie sui potenziali candidati all’asilo politico in Russia per le vittime del liberalismo. Ogni Paese occidentale, dall’Italia alla Germania agli Usa, potrà stilare una propria lista di politici e opinionisti – prevalentemente di destra ma non solo – che a parole preferiscono Mosca all’Occidente «depravato». Difficile però che si formi una coda agli sportelli dell’ufficio immigrazione. I simpatizzanti del Cremlino non fanno di solito una buona fine, come ricorda la storia degli idealisti (all’epoca prevalentemente di sinistra) che avevano scelto l’Urss per finire nel Gulag, o scapparne delusi dopo pochi anni, come Lee Harvey Oswald, l’assassino di John Kennedy. Del resto, anche «immigrati» di lusso come Gerard Depardieu, che aveva preso il passaporto russo per sfuggire alle supertasse di François Hollande, o Steven Seagal, che non si perde una parata in piazza Rossa, preferiscono godersi il declino dell’Occidente

Nell’immagine: Putin, “difensore dei valori spiritual-morali tradizionali”, bacia un’icona


Dov’è finito il movimento pacifista?

L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, oltre 3900 sono schierate, ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato 

Di Heribert Prantl, il manifesto

C’è silenzio, un silenzio di tomba. Missili da crociera Tomahawk, missili SM-6 e missili ipersonici vengono dispiegati in Germania, il paese rimane in silenzio, l’Europa tace. Nessuna protesta, nessuna manifestazione.

La Germania è l’unico Paese in Europa a cui questi sistemi d’arma statunitensi sono destinati. Sono puntati contro la Russia.

Perché c’è tanto silenzio? Perché è estate, perché ci sono le vacanze? Perché la dichiarazione di Stati uniti e Germania sul dispiegamento è incredibilmente concisa e asciutta? È lunga solo nove righe. Il silenzio ha forse a che fare con il fatto che sembra esserci ancora tempo? Dopotutto, il dispiegamento non inizierà prima del 2026. Oppure perché si è convinti che questi missili «porteranno solo pace»?

«In futuro, dal suolo tedesco uscirà solo la pace»: questa è stata la promessa fatta dai due Stati tedeschi nel 1990 con il Trattato “Due più Quattro”. La Ddr e la Repubblica federale erano i due; i quattro erano Francia, Unione sovietica, Gran Bretagna e Stati uniti. Questo trattato ha aperto la strada alla riunificazione tedesca. La pace viene dunque da questi nuovi missili, che potrebbero essere dotati di armi nucleari? Oppure questa promessa ha assunto un significato diverso dopo la guerra in Ucraina, perché la deterrenza è ora più importante del disarmo? I tempi sono diventati così guerreschi che non ha più senso parlare di disarmo? La parola pace ha perso il suo fascino?
Dietro questi punti interrogativi c’è il silenzio.

Il presidente russo Vladimir Putin ha annunciato che reagirà in modo «speculare». Quando a un’azione minacciosa si reagisce con una minaccia maggiore, e gli avversari hanno contro-reazioni che si alimentano reciprocamente, questa si chiama escalation. L’escalation significherà che i missili a lungo raggio, che in teoria possono essere dotati di armi nucleari, lo saranno anche in pratica. Bertold Brecht aveva messo in guardia da questa corsa al riarmo decenni fa. «La grande Cartagine», scriveva nel 1951, «ha combattuto tre guerre. Era ancora potente dopo la prima, ancora abitabile dopo la seconda. Dopo la terza non fu più possibile trovarla». In una terza guerra mondiale, l’Europa sarebbe come Cartagine, o peggio. I cavalieri dell’apocalisse sono ora armati di armi nucleari.

Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha definito la decisione di installare i nuovi missili statunitensi in Germania una «decisione molto buona». Deve dire questo perché nel suo giuramento ha promesso di evitare danni al popolo tedesco? Quanto è grande il pericolo che la Germania diventi un campo di battaglia? Era questa la paura che ha segnato le proteste contro il riarmo negli anni Ottanta, quando i missili Pershing II vennero installati nella Repubblica federale.

La guerra nucleare, si diceva allora, durante le grandi manifestazioni, diventava «più precisa e più controllabile» con i missili Pershing; la soglia di inibizione al loro uso si sarebbe quindi abbassata. I Tomahawk che vengono ora impiegati meritano davvero la parola «preciso». E, a differenza dei Pershing, possono raggiungere Mosca. Questo aumenta o diminuisce il rischio che Mosca cerchi di eliminare questi missili in modo preventivo?

In Germania c’è un tale silenzio che si sente ancora l’eco delle vecchie proteste, quelle di allora, quando in tutta Europa c’era un movimento per la pace. Era quaranta, quarantacinque anni fa. Allora milioni di persone scesero in piazza con lo slogan «No alla morte nucleare» e protestarono contro la «doppia decisione» della Nato di installare i missili e avviare trattative con Mosca. In Germania, questo era il tema centrale delle proteste, con la manifestazione pacifista all’Hofgarten di Bonn dell’ottobre 1981, seguita dai numerosi blocchi contro i trasporti dei missili a Mutlangen. Tra chi ha sbarrato le strade ai missili c’erano scrittori come Günther Grass e Heinrich Böll, uomini e donne di chiesa, artisti e docenti universitari, e poi grandi masse di persone senza nome.

In quel periodo, al tempo dei movimenti per la pace, il disarmo arrivò anche nel sistema giudiziario tedesco: nel 1995, la Corte costituzionale federale stabilì che i blocchi effettuati dai sit-in non costituivano violenza. Le sentenze contro chi aveva bloccato i missili dovettero quindi essere annullate. Era molto tempo fa. Ma nel 2010 il Bundestag ha deciso a larga maggioranza che il governo Merkel avrebbe dovuto fare una campagna «vigorosa» per il ritiro di tutte le armi nucleari statunitensi dalla Germania. Anche questo era molto tempo fa. I missili Tomahawk di oggi sono meno pericolosi perché più precisi e veloci dei Pershing del passato? Oppure la situazione mondiale è così pericolosa che dobbiamo accettare di vivere con la paura che – se il peggio dovesse accadere – in Germania potrebbe non restare in piedi nemmeno una pietra?

Oggi la paura paralizza. All’epoca alimentava le proteste, ma oggi ne assorbe l’energia. Molte persone si spengono completamente quando si parla di guerra, armamenti e armi, perché hanno la sensazione di trovarsi di fronte a una montagna che non riescono a vedere perché diventa sempre più alta. Questo si chiama mancanza di speranza. E alcuni evitano di lottare per il disarmo perché non vogliono essere visti come amici di Putin.

Il ministro della difesa Boris Pistorius sostiene che c’è un «gap di capacità» per giustificare il rafforzamento militare. Ma anche il movimento per la pace soffre di un «gap di capacità». Ha perso la capacità di protestare in nome della speranza.

In Europa dobbiamo imparare di nuovo che cos’è la pace. Non c’è sicurezza con una spesa militare ancora più alta, né con un numero ancora maggiore di carri armati, né con un numero ancora maggiore di testate nucleari. La sicurezza non raddoppia se si raddoppiano le spese militari e le armi. Non si dimezza se si dimezzano le spese e le armi. Aumenterà se i due avversari imparano a guardarsi a vicenda. È così che possiamo imparare di nuovo come fare la pace.


Equilibrismi pericolosi

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Smartphone, giro di vite nelle scuole svizzere

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Da tvsvizzera.it

La responsabilità personale sulla quale si era puntato finora ha mostrato dei limiti e così molte scuole ci hanno ripensato: gli smartphone saranno d’ora in poi vietati all’interno dell’edificio scolastico.

Ne hanno ad esempio fatto l’esperienza i 1’000 alunni e alunne della scuola Burghalde di Baden, nel Canton Argovia, che hanno ripreso le lezioni lunedì.

“La pretesa che i giovani fossero in grado di regolare autonomamente l’uso del cellulare era troppo elevata”, ha spiegato la direzione della scuola in una lettera ai genitori, stando a quanto ha riportato il settimanale Schweiz am Wochenende (SaW), che ha dedicato un approfondimento al tema. La stessa direzione ha fatto sapere che da anni discuteva al suo interno di una politica sensata riguardo ai telefonini. “Questo ha portato a due votazioni nel team, entrambe quasi in parità”. Ora però l’umore è cambiato e un regolamento restrittivo – “tenendo conto di vari studi”, viene precisato – ha trovato una maggioranza.

Anche l’UNESCO sconsiglia il telefono in classe

Ad esempio, in un rapportoCollegamento esterno dedicato all’uso delle nuove tecnologie in ambito scolastico pubblicato un anno fa, l’UNESCO – pur non raccomandando un divieto – ha sottolineato che il telefono in classe è una fonte di distrazione maggiore per gli alunni e le alunne. “Uno studio condotto in 14 Paesi è giunto alla conclusione che un giovane che riceve una notifica ha bisogno di 20 minuti per riuscire a concentrarsi di nuovo”, ha dichiarato Patrick Montjouridès, tra gli autori del rapporto dell’UNESCO.

A far pendere l’ago della bilancia nella decisione di diverse scuole svizzere non sono stati solo i risultati scientifici, ma anche qualcosa di più semplice. “La vista di centinaia di alunni e alunne chini sul cellulare in mensa o all’esterno durante la pausa mattutina, nonostante le opzioni alternative offerte, era motivo di preoccupazione”, si legge ancora nella missiva della direzione dell’istituto argoviese.

Baden non è un caso isolato, spiega la SaW: sempre più scuole stanno introducendo restrizioni. In passato i divieti di utilizzo dei telefoni cellulari erano comuni solo alle elementari. Gli istituti superiori come la scuola secondaria di Arbon, nel Canton Turgovia, che ha un divieto in vigore da molti anni, sono state finora un’eccezione. Ora invece le proibizioni si diffondono e interessano anche gli smartwatch.

Alcune scuole cercano compromessi

In alcune località si cerca ancora un compromesso. Alcuni istituti, come la scuola secondaria di Muttenz, a Basilea Campagna, hanno avuto buone esperienze nel permettere l’uso dei dispositivi durante la pausa pranzo, tra le 12:15 e le 13:15. A Frick (Argovia) è entrato in vigore un divieto generale di utilizzo del telefono dalle 7:20 alle 11:40 e dalle 13:20 alle 16:50: un opuscolo con i dettagli sarà presto distribuito ai genitori. “Un ultimo sussulto di responsabilità personale”, rileva la SaW.

Anche a sud delle Alpi non si punta su un divieto generale. Gli allievi e le allieve devono però spegnere il telefonino, anche durante le ricreazioni. Le limitazioni valgono anche durante gite e visite di studio.

I cinque problemi più importanti dello smartphone

Secondo la SaW è comunque evidente come sia iniziato un ripensamento a tutti i livelli: tra chi gestisce le scuole, nei consigli dei genitori e anche nella politica. I divieti non sono più una questione di destra o sinistra. A Soletta è un consigliere cantonale dell’Unione democratica di centro (destra conservatrice) volerlo introdurre, a Basilea Città è invece un politico verde-liberale a proporre un divieto di utilizzo dei cellulari a livello cantonale.

Sono finiti i tempi in cui nelle mozioni parlamentari si chiedeva di introdurre un divieto a causa di “suonerie inquietanti”, come avvenuto in Argovia nel 2010. Ora non si tratta più di rumore, ma del bene più grande di tutti: la salute dei ragazzi. A scuotere le coscienze è stato in particolare un libro dello psicologo statunitense Jonathan Haidt, La generazione ansiosa, pubblicato anche in italiano. Una lettura considerata quasi obbligatoria nei circoli didattici e che serve agli amministratori scolastici come base scientifica per i divieti.

Haidt si avvale di un gran numero di studi scientifici condotti in America e in Europa per mostrare quanto le cose vadano male per la salute e lo sviluppo degli adolescenti e ritiene che il concetto di responsabilità personale sia fallito. Egli stesso padre, l’esperto consiglia di non utilizzare gli smartphone prima dei 14 anni e di non ricorrere ai social media prima dei 16. Sono cinque i problemi più importanti identificati dallo specialista e che vengono a suo avviso favoriti dal cellulare: aumento delle ansie e delle depressioni, perdita di sonno, solitudine, mania di confronto e difficoltà di concentrazione.


Mélenchon avvisa Macron: o l’incarico o l’impeachement

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Di Filippo Ortona, il manifesto

È ormai passato più di un mese dalle legislative anticipate volute da Emmanuel Macron e la Francia è ancora senza un governo. O meglio, è bloccata con quello vecchio, in teoria dimissionario, come se le urne non avessero sancito la sconfitta macronista e la vittoria, seppur parziale, della coalizione di sinistra del Nuovo Fronte Popolare.

Come ha scritto Le Monde in un editoriale, «a un mese e mezzo dalla propria disfatta, Macron si comporta come se avesse vinto e come se tutto dipendesse ancora da lui». In particolare, l’inquilino dell’Eliseo si rifiuta di incaricare la prima forza del parlamento di formare un governo, snobbando il Nfp e la loro candidata premier Lucie Castets.

Macron gioca a perdere tempo, secondo i giornali francesi, per favorire l’emergere di un accordo tra la propria compagine parlamentare e la destra gollista. Un accordo che sarebbe comunque ben al di qua della maggioranza assoluta, ma che avrebbe il beneficio di scalzare dal podio dell’Assemblée Nationale la temuta sinistra. Allo stesso tempo, au même temps, come recita uno dei motti preferiti da Macron, i suoi parlamentari cercano d’invogliare gli altri partiti a unirsi al progetto di una Grande Coalizione che escluda l’estrema destra di Marine Le Pen e La France Insoumise, che pure è il partito preponderante nel Nfp.

PER I LEADER della coalizione di sinistra, Macron cerca in questo modo di sconfessare e scongiurare, e infine di manipolare il voto delle legislative. Cercando a tutti i costi d’impedire alla sinistra di formare un governo, Macron sta effettuando «un colpo di mano contro la democrazia repubblicana», ha scritto domenica Jean-Luc Mélenchon sul proprio blog.

Secondo gli insoumis, le manovre dell’Eliseo giustificano l’avvio di una procedura di «destituzione», come ha scritto lo stato maggiore di Lfi in una lettera aperta pubblicata sabato da La Tribune du Dimanche, pubblicazione storicamente molto vicina alla presidenza della Repubblica.

«Emmanuel Macron sarebbe in procinto di nominare un capo di governo senza tenere conto» delle legislative, denunciano i leader di Lfi, per i quali una tale nomina sarebbe «senza precedenti nel mondo dei regimi parlamentari». Macron «deve ammettere il risultato delle legislative e nominare Lucie Castets, come proposto dal Nfp», si legge nel testo pubblicato su La Tribune. Qualora non lo facesse, «saranno utilizzati tutti i mezzi costituzionali per dimetterlo».

Gli insoumis fanno riferimento alla procedura di «destituzione» della più alta carica dello Stato, una specie di impeachement à la française, previsto dall’articolo 68 della Costituzione e che necessita l’approvazione dei due terzi dei deputati e dei senatori. Una soluzione del tutto «impraticabile», come ha scritto su X il segretario del Partito Socialista Olivier Faure, dissociandosi dall’iniziativa. Anche Marine Tondelier, segretaria degli Ecologisti, ha criticato la proposta destituente, notando che «nessuno l’ha sostenuta al di fuori di Lfi», ha detto ieri mattina sulla tv pubblica France Info.

LA CARICA ANTI-MACRONISTA degli insoumis, tuttavia, ha fatto infuriare l’ala conservatrice del Ps, che non ha mai smesso di militare per una rottura netta con Mélenchon e per un ritorno al Ps moderato di François Hollande. L’ala destra dei socialisti, infatti, vedrebbe di buon occhio una Grande coalizione che escluda Le Pen e gli insoumis. Un governo di unità nazionale compatibile con Macron, magari guidato da un ex-socialista conservatore come Bernard Cazeneuve, autore nel 2017 della famigerata legge sulla legittima difesa che ha provocato un’esplosione delle morti causate da agenti di polizia durante i controlli stradali.

Le minacce – o gli avvertimenti, come li ha definiti ieri il coordinatore del partito Manuel Bompard – di Lfi rischiano di compromettere tali abboccamenti, proprio alla vigilia dell’inizio delle consultazioni che Macron ha promesso di effettuare venerdì 23 agosto. Gli esponenti del Nfp si presenteranno uniti, guidati da Lucie Castets, che sperano di veder presto varcare la soglia di Matignon, la residenza ufficiale del primo ministro, o chissà, della prima ministra.

Nell’immagine: Emmanuel Macron alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi


Perché è scomparsa la razionalità e l’opinione pubblica è diventata emotiva

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Di Massimiliano Panarari, La Stampa

C’era una volta l’opinione pubblica… Potrebbe essere l’esemplare – ancorché, a questo punto, un po’ nostalgico e sconsolato – inizio di una storia. Quella di questi nostri tempi in cui la sfera pubblica sta vivendo tali e tante trasformazioni da apparire sempre più irriconoscibile. Modificata, anzi trasfigurata, dal «medium dell’eccitazione» di cui scriveva ieri nel suo editoriale il direttore di questo giornale, Andrea Malaguti. Come ricordava Denis McQuail, i mezzi di comunicazione di massa sono nati per massimizzare l’audience e, in tal modo, i profitti dei loro editori, ma nella società occidentale post-illuministica sono stati investiti anche del ruolo di contribuire in maniera decisiva alla formazione dei cittadini-elettori e alla costruzione della sfera pubblica. L’informazione, si sa, è al medesimo tempo circolazione di idee e merce.

E, dunque, l’elemento della sollecitazione (e del vellicamento) delle emozioni del pubblico – dallo scandalismo al sensazionalismo – sta già scritto nel Dna di una stampa che dalle gazzette dei philosophes passava all’industria editoriale nell’accezione moderna delle dinastie dei tycoons di Londra e New York che si inventarono i tabloid popolari e la yellow press. Così come, naturalmente, non si è mai data nel corso della Storia successiva alle rivoluzioni liberali del Settecento nessuna sfera pubblica in stile «repubblica dei filosofi» di Platone – sulla cui democraticità, peraltro, analogamente a tutte le forme di epistocrazia, si devono nutrire alcuni legittimi (e fondatissimi) dubbi. La sfera pubblica – prendendo a riferimento la sintesi magistrale che ne diede Jürgen Habermas in famoso libro del 1962 (Storia e critica dell’opinione pubblica) – è sempre stata, a dire il vero, uno spazio “emozional-razionale”, nel quale le emozioni (a cominciare dalle passioni politiche) hanno sempre posseduto un peso significativo. Nondimeno, alla fine, a prevalere – specialmente in virtù della presenza delle figure degli intermediari (dagli intellettuali ai giornalisti, dai politici ai funzionari sindacali) – era, come indicava appunto Habermas, la razionalità discorsiva. Certo, la mediazione introduceva un nodo critico, poiché la sfera pubblica consiste nel dialogo intorno a questioni di rilevanza collettiva da parte di individui liberi nel loro pensiero, ma la parabola temporale dell’opinione pubblica rappresenta (anche) una storia di fruttuose contraddizioni. E, soprattutto, un elemento imprescindibile di questa evoluzione coincide con la «pubblicità mediata», garantita giustappunto dai mezzi di comunicazione che permettono la condivisione degli argomenti e dei temi di cui discutono i cittadini (alimentando potenzialmente, altresì, il rischio della loro distorsione, come all’inizio degli anni Venti avevano già evidenziato Walter Lippmann ed Edward Bernays).

Attualmente viviamo sprofondati in una sovrabbondanza straordinaria di mezzi di comunicazione, quella che contraddistingue l’ecosistema mediale ibrido, e nei vari stadi ulteriori della democrazia del pubblico, senza però che la tanto auspicata crescita di consapevolezza generale si sia verificata. Anzi, siamo di fronte alla minaccia di finire stritolati – per ricorrere alla dicotomia segnalata da Andrea Malaguti – fra l’intelligenza artificiale e la violenza reale. Quella evocata a cuor leggero da vari pifferai magici e imprenditori irresponsabili della politica (innanzitutto populista) per attirare consensi sublimando le frustrazioni infinite, le aspettative illimitate andate deluse e le degenerazioni di quanto, a fine anni Settanta, Christopher Lasch (un conservatore serio e innamorato del modello democratico) aveva profeticamente chiamato la «cultura del narcisismo». Perché, nel frattempo, è accaduto che l’overdose mediale generata dal web ha sostituito l’«emozione pubblica» all’opinione pubblica, nel cui ambito, in verità, le opinioni non risultavano tutte equivalenti o interscambiabili – come nell’odierno stadio dell’opinionismo rancoroso e non informato –, ma, per riscuotere adesione, dovevano sottoporsi al vaglio del dato di realtà o, quanto meno, del confronto intersoggettivo. E non costituivano il frutto del delirio di onnipotenza delle monadi – i singoli dell’età liquida e della solitudine globale – che si trincerano dietro gli schermi digitali e si rinchiudono nelle loro corazze cognitive per difendersi dalla precarietà dilagata in tutti i campi dell’esistenza, fino (nei tanti, troppi casi peggiori) a trasformarsi in leoni da tastiera, odiatori seriali, complottisti di ogni risma e “Napalm51”. La contemporanea post-sfera pubblica – o “di transizione” (sebbene, a naso, non precisamente verso lidi migliori) – si regge sull’apologia della disintermediazione, ma ha introdotto nuove (e più subdole e invisibili) formule di re-intermediazione. E, nella domanda dopata di comunicazione istantanea, ha instaurato il primato di «una sfera pubblica emozionale» dove urlare è divenuto sinonimo di autenticità, e vari leader politici incitano alla polarizzazione e praticano la politica dell’inciviltà. Esattamente – per fare un esempio – come quei genitori, loro elettori, che aggrediscono insegnanti e arbitri, e disprezzano le regole comuni della convivenza, non sapendo minimamente dominare le proprie emozioni.

Ecco, qui non si sta esprimendo nessuna nostalgia dei “bei tempi andati” (che pullulavano di altre problematiche), né si vuole operare alcuna demonizzazione a senso unico dei social media. E, tuttavia, a proposito del tramonto dell’Occidente, disarticolato dai molteplici paradossi interessati del postmodernismo, va evitato l’errore di gettare il bambino da educare anche razionalmente all’autonomia e al senso di solidarietà con l’acqua sporca dei lasciti difettosi di questa parte di mondo. Perché adesso di una riscoperta aggiornata della razionalità (limitata, circoscritta e plurale finché si vuole) e di una difesa dell’universalismo e dell’idea della società aperta delle democrazie liberali ce ne sarebbe un disperato bisogno. Altrimenti, dentro la sfera pubblica (troppo) piattaformizzata, ci ritroveremo “magari” tra non molto con una maggioranza di “veri credenti” nella terra piatta.


I proletari dell’intelligenza artificiale

L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, oltre 3900 sono schierate, ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato 

Di , Internazionale

Come fa oggi un sito di commercio online a restituirci tutti i risultati che corrispondono a “maglia verde in seta” che stavamo cercando? Come fa un’auto che si guida da sola a riconoscere un pedone e a non investirlo? Come può Facebook capire che un certo contenuto è violento o pedopornografico e va bloccato? Come si comporta un chatbot per stabilire di quale informazione abbiamo bisogno? In tutti questi casi, la risposta è una: glielo insegna un essere umano.

Un essere umano che guarda, analizza ed etichetta milioni di dati ogni giorno e li fornisce a quella che comunemente chiamiamo intelligenza artificiale (ia). L’intelligenza artificiale, per poter funzionare, ha bisogno di persone che la addestrino. E i suoi istruttori sono i nuovi proletari digitali. Quelli che si occupano delle mansioni più semplici, che si trovano alla base della piramide lavorativa del settore, i cui piani più alti sono occupati da analisti di dati, ingegneri o programmatori specializzati. Per insegnare all’intelligenza artificiale a riconoscere contenuti, e a crearne di nuovi, è necessario etichettare correttamente i dati, descrivere immagini, trascrivere testi, fare piccole traduzioni, identificare segnali stradali o altri elementi all’interno di immagini. I cosiddetti data labeling, gli etichettatori di dati, attraverso lavori spesso ripetitivi e alienanti, permettono l’addestramento dei software. Senza l’intervento umano, l’ia non sarebbe in grado di operare perché non saprebbe come interpretare i dati che le vengono sottoposti.

“Quello che viene venduto come intelligenza artificiale è un tipo di apprendimento automatico, significa che bisogna nutrire la macchina con miliardi di dati, e sulla base di questo la macchina impara”, spiega Antonio Casilli, professore di sociologia al Telecom, l’istituto politecnico di Parigi, in Francia. “Per poter funzionare, che si tratti di creare un piccolo filtro di TikTok o software alla ChatGpt, c’è bisogno di masse enormi di dati, che devono però essere trattati, o meglio preaddestrati”. La “P” di chatGpt, che è l’acronimo di Generative pretrained transformer, significa infatti preaddestrato.

Questo lavoro di preaddestramento è fatto però da persone che non sono quasi mai valorizzate. “Non vengono riconosciuti come i veri autori di questi prodigi tecnologici perché da una parte sono oscurati da professionisti molto più visibili, come i data scientist o gli ingegneri, e dall’altra perché non c’è interesse a far riconoscere l’intelligenza artificiale come una tecnologia labour intensive, cioè che ha bisogno di molto lavoro. L’intelligenza artificiale fa finta di essere una tecnologia che serve ad automatizzare il lavoro, e quindi a risparmiare, mentre invece ne richiede tantissimo”, spiega ancora Casilli.

A sottolineare il concetto è anche Antonio Aloisi, che insegna diritto del lavoro all’università Ie di Madrid, in Spagna. “È sempre più evidente che l’imperfezione, l’incompletezza, l’inaccuratezza dei risultati, ha bisogno di un passaggio umano, che validi i risultati, che corregga gli errori e che faccia una prima verifica. In molte esperienze con i chatbot non c’è nulla di intelligente, ma soprattutto nulla di artificiale. I dati sono goffi, disfunzionali, per questo c’è bisogno di un ‘badante’ umano”.

Quello degli istruttori è un lavoro a suo modo specializzato, ma quella specializzazione non è ben pagata, anzi è pagata malissimo. Non c’è interesse da parte delle aziende che reclutano questi lavoratori a riconoscerne le competenze, perché riconoscerle significherebbe pagarle. Casilli, con il suo gruppo di ricerca Diplab del politecnico di Parigi, uno dei tre al mondo che fa ricerca sul campo su questo tema, ha intervistato più di quattromila persone in venti paesi, soprattutto in quelli a basso reddito come Venezuela, Madagascar o Kenya, e ha raccolto e analizzato le esperienze di lavoro delle persone coinvolte.

“Nella nostra ricerca abbiamo incontrato addirittura persone pagate 0,001 dollaro per ogni azione che compiono durante le loro mansioni. Sono reclutate in paesi talmente a basso reddito che per loro, purtroppo, diventa economicamente interessante svolgere questi compiti pagati male. In Venezuela, dove l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il salario medio è di sei-otto dollari al mese, arrivare a guadagnarne un po’ di più facendo microtask (traduzioni, descrizioni, tagging, sondaggi…) per l’intelligenza artificiale può in effetti rappresentare una prospettiva ed è su questo che fanno leva molte aziende come Google, la OpenAi, la Meta”.

Si tratta di una catena di approvvigionamento molto lunga. Queste aziende subappaltano il lavoro ad altre, che di solito operano all’estero. “La filiera arriva fino in Asia, in Africa o in America Latina, dove ci sono piccole realtà informali, in cui si lavora in nero, spesso a conduzione familiare, e lì diventa difficilissimo, e a volte perfino pericoloso, investigare. Dobbiamo addentrarci in case, in internet point, in luoghi malfamati, per intervistare queste persone”, spiega Casilli.

La ricerca di lavoratori avviene anche attraverso degli annunci online. “Vuoi aiutarci a plasmare il futuro dell’intelligenza artificiale? Abbiamo un lavoro al 100 per cento da remoto per te: non è richiesta alcuna esperienza, ma solo la volontà di imparare e contribuire al campo all’avanguardia dell’intelligenza artificiale. Che tu sia agli inizi o un professionista esperto, la nostra comunità ha un ruolo per te! Avrete l’opportunità di contribuire all’addestramento di applicazioni di ia come ia generativa, modelli linguistici di grandi dimensioni, assistenti virtuali, chatbot, motori di ricerca e molto altro ancora”. Questo è solo uno degli annunci che si trovano sui siti di ricerca lavoro per assumere addestratori di sistemi basati sull’intelligenza artificiale. L’antesignana di queste piattaforme è Amazon turk, nata come una sorta di supporto ad Amazon per mettere ordine tra i tantissimi annunci che comparivano sul sito, al caos delle descrizioni. Una bacheca globale per la ricerca di lavoro, con la possibilità di registrarsi e partecipare a queste microtask.

“Ci siamo imbattuti in situazioni diverse, dall’addestramento dei filtri per la moderazione dei contenuti su Facebook in Kenya allo sviluppo di sindromi post-traumatiche da stress abbastanza forti, a famiglie venezuelane che si organizzano per lavorare senza fermarsi mai”, dice Casilli, raccontando alcune delle testimonianze raccolte sul campo. Certi creano delle piccole fabbriche in casa, dove la mattina lavora il padre, poi è il turno della figlia quando torna da scuola, e la sera la mamma o addirittura la nonna. In Venezuela l’elettricità costa poco, e all’epoca di Chavez era stato lanciato un programma per distribuire computer in tutte le famiglie, quindi oggi un po’ tutti possono lavorare da casa.

Ci sono addirittura casi di false intelligenze artificiali: aziende che vendono videocamere di sorveglianza basata sull’ia a supermercati, e poi si scopre che non c’è alcuna intelligenza artificiale dietro, ma persone in Africa, pagate pochissimo, che fanno sorveglianza in tempo reale. “Abbiamo passato una settimana in una casa in Madagascar trasformata in fabbrica di dati, con lavoratori ovunque in garage, in soffitta. Erano almeno in 120 in una casa sommersa dalla spazzatura e con un bagno solo, pagati pochissimo e impiegati giorno e notte per far finta di essere un sistema di videosorveglianza basato sull’intelligenza artificiale”, racconta Casilli.

La paga bassissima, soprattutto se paragonata ai miliardi che girano nell’indotto delle grandi aziende tecnologiche, non è l’unico dei problemi. Un aspetto sottovalutato è quello dei traumi psicologici a cui sono sottoposti i lavoratori. Si tratta spesso di compiti ripetitivi e alienanti, e in molti casi, come nella moderazione dei contenuti sui social network, si ha a che fare con contenuti tossici, violenti, sessualmente degradanti.

E poi c’è l’instabilità. “Per i data worker uno dei problemi più sentiti, al di là delle paghe basse, è l’ansia di non avere un lavoro costante. Devono essere sempre disponibili. Non hanno alcun controllo sul salario, sul carico e sulle modalità di lavoro. I moderatori sono esposti tutto il giorno a contenuti osceni. Ci possono essere diverse conseguenze psicologiche”, spiega Simone Robutti, cofondatore della sezione berlinese e italiana della Tech workers coalition, un’organizzazione dei lavoratori del settore tecnologico nata per conquistare maggiori diritti e migliori condizioni. Molte di queste persone fanno questo lavoro perché hanno problemi di salute, non possono muoversi da casa. E quindi sono ulteriormente ricattabili, dice Robutti.

Un altro aspetto del problema lo individua Teresa Numerico, professoressa di logica e filosofia della scienza all’università Roma Tre, secondo cui molti lavoratori firmano degli accordi di riservatezza così restrittivi che hanno addirittura paura di chiedere supporto legale o psicologico. “È per questo che si sa pochissimo di questo sottobosco lavorativo”.

Il lavoro invisibile

Spesso, quando si parla delle conseguenze dell’avvento delle intelligenze artificiali nel mondo del lavoro, si vede il pericolo maggiore nella sostituzione degli esseri umani da parte delle macchine. Ma Numerico sposta lo sguardo. “La conseguenza peggiore di questo processo non è tanto che l’intelligenza artificiale ha cominciato a fare il lavoro degli esseri umani, ma che ha incorporato il lavoro umano in modo tale da averlo reso invisibile. Questo produce maggiore potenziale di sfruttamento”.

Stiamo assistendo da qualche anno alla cosiddetta piattaformizzazione del lavoro, cioè l’utilizzo delle piattaforme digitali e delle app per far incontrare domanda e offerta di lavoro. E sulle piattaforme sono impiegate persone che sono solo un’appendice delle macchine. “Questo li rende oggetto di sfruttamento. In un certo senso sono in competizione con le macchine. Si tratta di lavoratori intercambiabili. I rider sono ‘l’aristocrazia’ di questo processo, perché quantomeno si vedono”, dice Numerico.

Nel gennaio 2023 Time ha pubblicato un’inchiesta sugli addestratori della OpenAi che guadagnavano meno di due dollari all’ora. L’azienda a cui la OpenAi aveva esternalizzato questo lavoro era la Sama di San Francisco, negli Stati Uniti, che impiega persone in Kenya, Uganda, India e altri paesi a basso reddito. Anche Google, la Meta e la Microsoft fanno così. Quelli assunti dalla Sama per conto della OpenAi erano pagati tra 1,32 e 2 dollari all’ora, a seconda dell’anzianità e delle prestazioni. Si legge nell’inchiesta: “Un lavoratore della Sama incaricato di leggere e analizzare il testo per la OpenAi ha raccontato di aver sofferto di disturbi ossessivi dopo aver letto la descrizione di un uomo che faceva sesso con un cane davanti a un bambino. ‘È stata una tortura’, ha detto”. Gli etichettatori di dati più giovani ricevevano uno stipendio di 21mila scellini kenioti (170 dollari) al mese.

Come si vede dal racconto di Time, quando si parla di proletariato digitale esiste una divisione tra nord e sud del mondo. “Le grandi aziende che sviluppano e usano queste tecnologie hanno sede nei paesi ricchi. Ma chi completa manualmente queste attività è quasi sempre in Africa, in India. Anche perché le barriere all’ingresso sono poche: basta avere una connessione e una padronanza della lingua inglese”, spiega Aloisi. Numerico è d’accordo: c’è un tema di colonizzazione e razzializzazione.


La comprensione degli incesti ebraici per nuove prospettive politiche

L’inventario globale traccia 12.121 testate. Di queste, oltre 3900 sono schierate, ovvero puntate e pronte all’utilizzo immediato 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

Nonostante la seconda Intifada sia scoppiata nel 2000, il romanzo dello scrittore Abraham B. Yehoshua, La sposa liberata, pubblicato in Israele nel 2001, riflette il clima di entusiasmo e di speranza suscitato dalle relazioni di pace instauratesi tra palestinesi e israeliani dopo gli accordi di Oslo del 1993-1995. Il protagonista è Yohanan Rivlin, professore di storia dei paesi arabi all’Università di Haifa, che resta profondamente turbato dal divorzio del figlio Ofer dopo un solo anno di matrimonio con Galia. A differenza della moglie Haghit, giudice di corte d’appello, che ha accettato il divorzio del figlio come un fatto compiuto, Yohanan Rivlin ne è ossessionato e, dopo cinque anni, continua a cercarne la ragione. Appreso della morte del consuocero, approfitta della situazione per riallacciare i rapporti con la nuora nella speranza di carpire da lei il segreto di quell’inaspettata separazione. Pur di svelarlo è disposto a nascondere alla propria moglie il rapporto con la famiglia della nuora e addirittura a mettersi in situazioni imbarazzanti. Inizia a visitare la pensione di proprietà della famiglia di Galia e contatta la sorella maggiore, Tehila, che, dopo la morte del padre, gestisce l’attività con l’aiuto dell’inserviente Fuad. La crisi del figlio e la ricerca della verità s’intrecciano alle difficoltà del professore di portare avanti uno studio sull’Algeria degli anni promettenti e visionari della guerra di liberazione, mentre fuori infuria una terribile guerra civile accompagnata dal terrorismo islamico di cui Rivlin con i suoi studi cerca di individuare i prodromi. 

La svolta che conduce all’epilogo degli eventi è la rinuncia al possesso della verità, ovvero l’affidamento della verità ai palestinesi che custodiscono fedelmente i segreti degli ebrei. Il segreto dietro il precoce divorzio, infatti, risulta essere la relazione incestuosa tra Tehila, la sorella di Galia, e il defunto padre. Che Ofer abbia scoperto casualmente questo segreto è un fatto che inquieta la moglie Galia tanto da indurla a chiedergli la separazione definitiva. Sono i personaggi arabi ad aiutare il lettore a comprendere cosa sia successo al figlio di Rivlin, quale sia la ragione del suo turbamento e cosa abbia indotto la moglie a lasciarlo. Ofer non ha avuto un’allucinazione quando ha visto il padre di Galia a letto con la figlia, perché un’altra persona lo conferma, cioè Fuad il cameriere, che ha il passe-partout di tutte le porte dell’hotel. Fuad diventa il custode fidato del drammatico segreto al punto che l’arabo, sua lingua madre, incespica a causa dei frequenti rapporti con gli ebrei. Per promuovere la convivenza tra israeliani e palestinesi in questo romanzo Yehoshua impone dunque al protagonista ebreo di rinunciare a detenere la verità.

Come è noto lo scrittore israeliano amava servirsi delle dinamiche familiari come metafora per affrontare in profondità le spinose questioni politiche e sociali che affliggono la nazione ebraica. In questo caso l’incesto rappresenta una verità fondamentale del comportamento di ebrei e israeliani, che tendono a sposarsi tra di loro pur di non ammettere estranei. Trattandosi tuttavia di una verità dolorosa, penosa e difficile da affrontare, essi preferiscono ignorarla e rinunciare a possederla affidandola a custodi fedeli, cioè ai palestinesi. 

Per meglio comprendere l’incesto di cui parla Yehoshua potremmo ricorrere al lavoro degli studiosi israeliani Adi Ophir e Ishay Rosen-Zvi pubblicato nel volume Goy: Israel’s Multiple Others and the Birth of the Gentile (Oxford University Press, 2018) che attribuisce alla letteratura rabbinica la costruzione della netta concezione binaria che ancora oggi contrappone l’ebreo al non ebreo, dicotomia assente nell’epoca biblica e in quella post-biblica del Secondo Tempio. Ripercorrendo lo sviluppo del termine e della categoria del goy, “il non ebreo”, dalla Bibbia alla letteratura rabbinica Ophir e Rosen-Zvi mostrano che la concezione del non ebreo è nata molto più tardi di quanto suppongono gli studiosi, ovvero non prima del I secolo d.C. Spiegano che il concetto astratto di “gentile” sarebbe apparso per la prima volta nelle Lettere di Paolo, ma solo nella letteratura rabbinica esso divenne il centro di una struttura stabile e di lunga data che coinvolgeva Dio, la Halakhah (il diritto ebraico), la storia e la salvezza. Gli autori raccontano questo sviluppo attraverso analisi cronologiche dei vari testi biblici e postbiblici (compresi i rotoli del Mar Morto, il Nuovo Testamento e la prima patristica, la Mishnah e il Midrash rabbinico) e analisi sincroniche di diverse strutture discorsive. Esaminando alcune delle rappresentazioni nella cultura ebraica contemporanea in Israele e negli Stati Uniti, lo studio si conclude con un esame della straordinaria resilienza della divisione ebreo/goy e si chiede come sarebbe l’ebraismo senza il gentile come contrasto binario. Ophir e Rosen-Zvi sostengono dunque che i rabbini cercarono di stabilire linee precise per separare la loro comunità dagli altri stabilendo un Altro chiaramente definito.

Più in generale nella loro inaudita violenza i massacri del 7 ottobre e il drammatico conflitto in atto a Gaza hanno avuto come effetto secondario anche quello di sputare fuori molte delle scomode verità di Israele, che da mesi sono sotto gli occhi di tutti, tutti salvo gli israeliani stessi che non riescono ancora a fare i conti con i tabù preferendo nascondere la testa sotto la sabbia. Pensiamo per esempio alle violenze e torture subite dai detenuti palestinesi a Sdè Teiman, recentemente documentate in un inquietante report di interviste dall’organizzazione B’Tselem. Benchè sia difficile sottrarsi alla nausea anche solo leggendo nell’inserto del quotidiano Haaretz di questo fine settimana le testimonianze di soldati e riservisti che hanno prestato servizio nel campo di prigionia, per la maggior parte dell’opinione pubblica ebraica si tratta ancora di una distorsione della realtà, come la spinosa questione delle cosiddette detenzioni amministrative e in generale i trattamenti riservati ai palestinesi nelle carceri. A complicare le cose la minaccia della nuova rappresaglia iraniana e l’allargamento del conflitto a nord con Hezbollah che nelle ultime settimane stanno letteralmente logorando il sistema nervoso degli israeliani già esausti.
Per quanto prezioso, dunque, il lavoro di documentazione delle violazioni dei diritti umani sembra destinato maggiormente ad alimentare le critiche a Israele, o peggio l’antisemitismo, nel resto del mondo, mentre all’interno del paese viene visto come un oltraggio o cade nel vuoto come in un dialogo tra sordi. D’altra parte, il fatto che la salvezza di Israele non verrà quasi certamente dalla sinistra radicale, era cosa assodata già ai tempi della rivoluzionaria organizzazione socialista e antisionista Matzpen attiva negli anni ‘60 e ’70, i cui membri avevano ampiamente messo in guardia e denunciato le pericolose dinamiche oggi in atto. Ancora oggi quindi la sinistra radicale sembra fallire miseramente nell’approccio verso la società allargata, perennemente occupata dalla logorante guerra civile tra le sue diverse componenti. È verosimile che la speranza di Israele sia riposta in un movimento di centro che riesca a dialogare anche con le componenti conservatrici. Ma soprattutto è impossibile pensare di traghettare la società fuori dal girone infernale in cui è precipitata senza una profonda comprensione della storia e del pensiero ebraico in tutte le sue sfaccettature. In sede di ricostruzione, per favorire un cambiamento di consapevolezza e lo sviluppo di una nuova coscienza negli anni a venire, il rispetto dei diritti umani e civili, la fine dell’occupazione e la rieducazione al rispetto dell’altro dovranno andare di pari passo con lo studio dell’evoluzione delle categorie ebraiche che in determinate circostanze storico politiche hanno contribuito alla drammatica situazione attuale. Non basta allora un nuovo governo per Israele, bensì c’è da auspicare una rivoluzione dell’intero sistema scolastico.

Nell’immagine: il famigerato carcere israeliano di Sde Teiman