Senza casa non c’è ritorno

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Lorenzo Kamel, il manifesto

Nell’agosto di 76 anni fa, le autorità israeliane formalizzarono il «Comitato di trasferimento», finalizzato a impedire il ritorno dei profughi palestinesi e a favorire il loro assorbimento permanente nei paesi limitrofi. Venne accompagnato da una serie di politiche volte a ripopolare decine di villaggi palestinesi – ne vennero sfollati 418 – con migliaia di olim khadashim («nuovi immigrati») arrivati in Israele per lo più nei mesi precedenti e nei quattro anni successivi a quegli eventi.

LARGA PARTE dei profughi palestinesi non si riversò tuttavia nei paesi limitrofi: “preferì” accamparsi lungo la cosiddetta striscia di Gaza, con la speranza di tornare il prima possibile nelle loro case. Negli ultimi mesi, soprattutto nel nord della striscia di Gaza, dove risiedevano 1,2 milioni di palestinesi e dove ne restano circa 200mila, l’esercito israeliano ha detonato e raso al suolo intere aree e quartieri: la storia, parafrasando Mark Twain, non è mai uguale, ma sovente fa rima.

William Dalrymple ha scritto che le «operazioni di distruzione» in corso ricordano «lo stile di Gengis Khan». Al di là della provocazione, mirano anche, se non soprattutto, a convincere una larga parte dei palestinesi – almeno 115mila gazawi hanno raggiunto, previo pagamento di ingenti somme, l’Egitto – ad abbandonare ogni speranza di poter tornare nelle loro case. Queste ultime, semplicemente, non esistono più.

Ciò non stupisce. Sei giorni dopo l’attentato compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, il presidente israeliano Isaac Herzog era stato chiaro: «Non ci sono civili innocenti a Gaza. C’è un’intera nazione là fuori che è responsabile». Già due mesi più tardi, in data 9 dicembre, un’inchiesta congiunta del Guardian e di Haaretz documentava che «la proporzione di morti civili nella Striscia di Gaza è superiore a quella di tutti i conflitti mondiali del XX secolo».

Tali dati sono peraltro in linea con quelli pubblicati cinque mesi più tardi dall’Onu, secondo cui «almeno il 56% dei palestinesi uccisi nella guerra di Gaza è composto da donne e bambini»: ad essi vanno aggiunti i giovani uomini e gli adulti che non hanno nulla a che vedere con Hamas e le altre fazioni militari palestinesi.

La ragione per la quale una parte dei 16mila bambini palestinesi uccisi negli ultimi dieci mesi non presenta ferite visibili («sembra quasi che dormano») è riconducibile all’utilizzo di bombe termobariche: queste ultime utilizzano l’ossigeno dell’aria circostante per generare esplosioni ad alte temperature.

Nonostante le chiare evidenze, alcuni minimizzano o mettono in dubbio la strage di bambini in corso: i «negatori della realtà» sono sempre esistiti e vanno inquadrati come tali. Altri giustificano l’uccisione di decine di migliaia di civili sostenendo che essi sono usati come «scudi umani» da Hamas.

LA LEGGE INTERNAZIONALE – così come il buon senso – non contempla il diritto di bombardare e radere al suolo interi edifici pieni di civili sulla base della presunta presenza di uno o più terroristi. A ciò si aggiunga che le autorità israeliane hanno nascosto armi e gruppi terroristici all’interno di ospedali e sinagoghe fin da prima della fondazione dello Stato: ciò viene ricordato anche in diverse placche commemorative esposte a Tel Aviv e altre città israeliane.

Ultimo ma non meno importante: esistono decine di video a riprova del fatto che i palestinesi – compresi giovani uomini e bambini – sono sovente utilizzati dai soldati israeliani come scudi umani durante le loro operazioni militari.

Nonostante queste considerazioni, i dati apocalittici che le sottendono, le crescenti proteste registrate nelle piazze israeliane e i timori per la sorte degli ostaggi israeliani, un cessate il fuoco appare più che mai come una chimera. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni Settanta a oggi, a non aver mai portato a termine un qualsiasi tipo di accordo – di pace o di altro tipo – con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora.

Al contrario: è proprio per la sua pluridecennale avversione a un qualsiasi accordo che il primo ministro israeliano può contare sul pieno sostegno di Otzma Yehudit (Potere ebraico), il partito guidato dal ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, condannato nel 2007 in via definitiva da un tribunale israeliano per incitamento razziale e sostegno al terrorismo.

Eppure, un cessate il fuoco appare più che mai necessario. Non solo in quanto garantirebbe il ritorno a casa degli ostaggi israeliani ancora in vita e porrebbe fine a una mattanza dai contorni epocali, ma anche perché costringerebbe quanti hanno votato per i partiti al governo in Israele a prendere atto del fatto che l’occupazione permanente dei territori palestinesi e l’oppressione strutturale dei suoi abitanti non porterà alla vittoria auspicata: l’unico modo per vivere in piena sicurezza passa attraverso un compromesso politico che includa anche i diritti dei palestinesi.

E TORNIAMO al contesto, troppo spesso omesso o assente. Se per discutere di ciò che sta avvenendo a Gaza si deve al contempo necessariamente parlare dei crimini compiuti da Hamas il 7 ottobre, ne deve conseguire che per discutere dei crimini del 7 ottobre sia necessario allo stesso tempo parlare del contesto vissuto dalla «controparte».

Ad esempio della pluridecennale occupazione dei territori palestinesi, del fatto che tra l’1 gennaio 2008 e il 6 ottobre 2023 sono stati uccisi 6.407 palestinesi e 308 israeliani, delle migliaia di palestinesi che sono detenuti nelle carceri israeliane senza accuse né processi, del pogrom di Huwara del febbraio 2023, oppure, tra molto altro, dei dati ufficiali forniti dall’Unicef che in data 18 settembre 2023 sottolineava che i primi nove mesi dello scorso anno erano stati quelli con il maggior numero di bambini palestinesi uccisi nella Cisgiordania occupata.

Tutto ciò per dire che il contesto o vale sempre – e sarebbe l’opzione auspicabile – o non vale mai. Studiarlo non è certo un modo per condonare crimini e violenze, bensì un antidoto alle narrazioni facili. La negazione e la disumanizzazione degli “altri” sono ben visibili tanto tra i palestinesi (Hamas ne è solo un esempio) quanto tra gli israeliani (si vedano, tra molto altro, i “principi di base” messi nero su bianco dal governo israeliano il giorno del suo insediamento).

La pluridecennale presenza di un esercito occupante e di milioni di civili sotto occupazione militare è invece una condizione vissuta, rispettivamente, solo da una delle due parti in causa.

Nell’immagine: Una donna lascia Khan Younis dopo l’ordine israeliano


“Salvate le ragazze che lottano per l’Iran, in cella moriranno”

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Shirin Ebadi, Taghi Rahmani*, La Stampa

Le prigioniere politiche iraniane stanno subendo una repressione brutale nella sezione femminile del carcere di Evin. Come attiviste e attivisti per i diritti umani, siamo solidali con le donne iraniane e chiediamo un’indagine internazionale indipendente.

Settanta donne di idee, affiliazioni e generazioni diverse sono attualmente prigioniere politiche nella più famigerata delle carceri iraniane. Vi si trovano ingiustamente, solo per aver lottato per la libertà e per i diritti umani in Iran.

Da lì, ci hanno raccontato che il 6 agosto le forze di sicurezza e le guardie penitenziarie hanno fatto irruzione nella loro sezione con una violenza brutale. Secondo le informazioni ricevute, verificate e confermate da diversi organi di stampa indipendenti, numerose prigioniere politiche sono state picchiate dalle guardie penitenziarie e dagli agenti di sicurezza perché protestavano per l’impiccagione di Reza (Gholamreza) Rasaei, avvenuta quella mattina.

Le prigioniere avevano già manifestato in modo analogo, a volte di loro iniziativa e a volte per contribuire ad altre mobilitazioni, per chiedere l’annullamento delle condanne a morte della loro compagna di prigionia Pakhshan Azizi – una giornalista iraniana di origini curde – e di altre tre donne: l’attivista per i diritti del lavoro Sharifeh Mohammadi, l’attivista per i diritti delle donne Varisheh Moradi e Nassim Gholam Simiari.

A causa dell’aggressione e delle gravi ferite inflitte, numerose prigioniere hanno perso conoscenza e altre sono state steccate dopo un esame sommario da parte del medico del carcere, senza ricevere cure mediche adeguate.

Nel contesto dell’aumento della repressione interna contro attiviste e attivisti per i diritti umani e contro dissidenti politici, esprimiamo allarme per l’aumento delle esecuzioni che hanno raggiunto un drammatico picco il 7 agosto, con 29 esecuzioni in una sola giornata, 26 delle quali collettivamente nella prigione Gesel Hasar della città di Karaj.

Lontano dagli sguardi dell’opinione pubblica e mentre l’attenzione della stampa si concentra sulle crescenti tensioni in Medio Oriente, la Repubblica islamica iraniana continua la sua guerra principale: quella in grande stile contro chi le si oppone e contro le donne iraniane.

Ora più che mai le prigioniere del carcere di Evin si ergono come bastione della resistenza nella lotta per la libertà. Queste donne, ingiustamente e illegalmente detenute come prigioniere politiche, meritano la nostra ammirazione e urge mobilitarci per loro.

In solidarietà con le donne e gli uomini che continuano a rischiare la loro vita per lottare in favore dello stato di diritto, della pace e della democrazia in Iran, noi e le nostre organizzazioni chiediamo:

– l’immediata cessazione della pena di morte, una punizione inumana e degradante, coerentemente col nostro impegno per l’abolizione universale della pena capitale;

– la scarcerazione di tutte le prigioniere e i prigionieri, arbitrariamente in carcere per motivi politici e di coscienza e la fine dei procedimenti giudiziari che violano i diritti alla difesa e a un processo equo;

– l’immediata attuazione, da parte dello stato iraniano, di misure che garantiscano l’incolumità fisica e psicologica delle persone detenute in tutto il paese, soprattutto nella sezione femminile del carcere di Evin;

– l’avvio di un’indagine indipendente internazionale per scoprire la verità sulle violenze commessi contro le prigioniere politiche di Evin, le cui incriminazioni dovranno essere doverosamente ricevute dalle autorità iraniane.

*tutte le firme sul profilo instagram @narges_mohamadi_51

Nell’immagine: Iran, l’impiccagione di due donne


Harris-Trump, duello sull’economia

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Mario Platero, La Repubblica

La Convention democratica di Chicago metterà meglio a fuoco due modelli opposti sul piano economico e sociale in America, quello di Donald Trump che punta su un rafforzamento del capitalismo libertario e sul malessere, per conquistare voti, e quello di Kamala Harris che punta sulla promessa di risollevare la classe media con un maggiore interventismo dello Stato.

Tutto questo in un quadro di fondo che dà l’impressione di essere giunti alla fine di un’epoca. Dopo 40 anni, il modello capitalistico reaganiano, ormai maturo, mostra il fiato. Lo stesso si percepisce per la crescita: siamo entrati nella fase matura del ciclo economico e alcuni, come Paul Krugman, parlano di recessione. Lo stesso vale per la Borsa, dopo anni di aumenti continui, i rally potrebbero aver raggiunto la maturità.

Se poi dal livello macro scendiamo a quello settoriale, siamo anche alla maturità del settore hi tech: le grandi, Microsoft, Amazon, Meta, Alphabet, Apple sono da anni le potenze dominanti dell’economia del Paese. E con la recente sentenza per abuso di posizione dominante contro Google abbiamo visto i primi segnali che potrebbero portare alla fine di un’epoca. Questa sensazione di essere arrivati a un giro di boa produce incertezza che si traduce in malessere fra l’opinione pubblica e in volatilità sui mercati.

È sullo sfondo di queste svolte potenzialmente storiche che gli americani dovranno scegliere due visioni a confronto. Quella di Trump che promette il ritorno a una vecchia America felice. Deregolamentazione, in particolare nel settore petrolifero, lotta all’inflazione, tagli fiscali (ridurre dal 21% al 15% l’aliquota sui profitti aziendali) e da tariffe commerciali dal 20% fino al 60% per le importazioni dalla Cina sono i suoi capisaldi. Peccato che siano inflazionistici e in contraddizione fra loro!

Anche Kamala Harris propone incentivi fiscali, mirati alla classe media e medio bassa (un credito fiscale di 6.000 dollari per un anno dalla nascita di un bambino, 25.000 dollari agevolati per l’acquisto della prima casa, 40 miliardi di dollari per contribuire alla costruzione di tre milioni di nuove case).

Ma la proposta più controversa è di mettere un tetto ai prezzi alimentari al dettaglio affidando alla Federal Trade Commission (Ftc) l’identificazione dei “colpevoli”. Un passo falso, una forma di interventismo per strizzare l’occhio alla sinistra del partito che, per come l’ha presentato, non ha supporto fra gli economisti.

Ed ecco il marchio diffuso di “comunista”. “Kamunism” ha intitolato a tutta pagina il New York Post mostrando la candidata democratica che parla da un podio sotto il simbolo della falce e martello. La cosa, già denunciata da Trump, è diventata virale (Kam-rad — compagna — hanno scritto altri, e cosi via) e ha cancellato in un giorno settimane di lavoro per dimostrare che Kamala Harris non ha le sue radici nell’estrema sinistra dal partito.

Ma lo stesso vale per Trump, le sue proposte ricalcano il vecchio modello reaganiano portando le proposte su livelli che lo stesso Reagan non avrebbe concepito. Soprattutto mostra di preoccuparsi più delle grandi aziende e dell’1% più ricco che della classe media che soffre. Una dicotomia che sta cominciando a palesarsi nonostante la sua abilissima retorica.

Per entrambi ci sono pochi dettagli concreti sulle molte promesse, in molti casi difficilmente attuabili visto che il Congresso avrà comunque l’ultima parola. Resta il fatto che Trump guarda indietro all’America di un tempo, ormai inesistente, paternalistica e oggettivamente poco creativa, mentre Harris promette di portare il Paese in una nuova dimensione più adatta alle sfide del nostro tempo.

Guardare avanti e avere speranza e fiducia per un cambiamento vero sono radicati nel Dna di questa Nazione. Ed è vero che Harris rischia con proposte che le attribuiscono il marchio della “comunista”, ma almeno tiene conto del “giro di boa” strutturale di cui si parlava poco sopra. Un giro di boa che riguarda anche la politica: le democrazie mature sono sotto attacco del totalitarismo. E su questo punto le posizioni dei due, anche per come si manifestano nei discorsi e negli interventi pubblici, sono ancora più chiare.

Nell’immagine: Chicago, 17 agosto: in posa davanti a un murale di Kamala Harris


È morto Alain Delon, addio al mito del cinema francese

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Da La Stampa

Alain Delon, la leggenda del cinema francese, è morto all’età di 88 anni domenica 18 agosto 2024, hanno dichiarato all’AFP i suoi tre figli.

«Alain Fabien, Anouchka e Anthony, insieme al (suo cane) Loubo, sono profondamente addolorati nell’annunciare la morte del loro padre. Si è spento serenamente nella sua casa di Douchy, circondato dai tre figli e dalla sua famiglia. (…) La famiglia vi chiede di rispettare la sua privacy in questo momento di lutto estremamente doloroso», è stato scritto in un comunicato congiunto.

Ad aprile era stato posto sotto “tutela rafforzata” per motivi di salute.

Nato a Sceaux (Seine) l’8 novembre 1935, all’età di 17 anni, Alain Delon si arruolò nella marina militare francese e nel 1953 venne destinato al corpo di spedizione nel Sud-est asiatico che partecipava alla guerra d’Indocina. Congedato nel 1956, il giovane Alain iniziò a frequentare a Parigi l’ambiente degli intellettuali e il mondo dello spettacolo e a recitare in teatro, finché la sua singolare bellezza e la sua duttilità nell’affrontare ruoli anche modesti vennero notate da alcuni produttori cinematografici.

Fu così che per il giallo di René Clément “Delitto in pieno sole” (1960) l’attore, scelto inizialmente per una parte secondaria, ottenne invece quella del protagonista, il subdolo Tom Ripley che uccide un giovane miliardario per assumerne l’identità. Il film ebbe un buon successo e rappresentò per Delon un trampolino di lancio, proponendo per la prima volta quel personaggio controverso a lui estremamente congeniale. Fu però un maestro come Visconti a consentirgli di lasciar affiorare una complessità interpretativa, che lo impose all’attenzione, quando lo diresse magistralmente in “Rocco e i suoi fratelli” (1960), opera in cui lo spirito neorealista si fonde con le cadenze del melodramma. Delon rese perfettamente l’introversa malinconia del giovane protagonista, Rocco Parondi, un figlio del Meridione immigrato a Milano, proletario dall’animo ‘viscontianamente’ nobile, ma destinato per la sua eccessiva mitezza a risultare un perdente.

Il film favorì l’inizio di una carriera italiana dell’attore francese: Michelangelo Antonioni lo volle, infatti, per “L’eclisse” (1962), facendogli interpretare il dinamico e arrivista agente di borsa Piero. Nel 1963 fu ancora Visconti a scritturarlo per “Il Gattopardo”, nel ruolo dell’affascinante Tancredi, nipote del principe di Salina, valorizzato dalla lettura chiaroscurale e barocca del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa elaborata dal regista.

Nello stesso periodo Delon fu protagonista in Francia di un ‘polar’ (il poliziesco alla francese) che si rivelò un grande successo commerciale: “Colpo grosso al Casinò” (1963) di Henry Verneuil, dove recitò per la prima volta con il più popolare attore francese dell’epoca, Jean Gabin, interpretando un giovane impulsivo truffatore. Ai successi della vita professionale per Delon si legarono in maniera inscindibile i clamori di quella privata: una lunga e tormentata storia d’amore con l’attrice Romy Schneider, il discutibile attivismo politico e imprenditoriale, che ebbe un seguito anche giudiziario, il suo coinvolgimento in vari scandali rosa. Le vicende biografiche finirono per rendere ancora più avventurosa e seducente, agli occhi del grande pubblico, l’immagine dell’attore, che divenne, sul finire degli anni Sessanta, emblematica dei personaggi amorali e privi di scrupoli protagonisti di certi polizieschi francesi.

È sulla ambigua maschera di Alain Delon che il regista Jean-Pierre Melville costruì la figura del sicario di “Frank Costello faccia d’angelo” (1967). In “Borsalino” (1970) di Jacques Deray, il divo ebbe modo di confrontarsi con l’altro attore simbolo del cinema francese, Jean-Paul Belmondo, gareggiando con lui nell’imprimere un piglio canagliesco alla recitazione in una commedia poliziesca che ebbe successo in tutta Europa. E proprio con Belmondo già da tempo era in scena sulle cronache di gossip l’immagine della rivalità con Delon, sebbene i due grandi attori si considerassero amici fino alla fine.

Gli anni Settanta furono per Delon contrassegnati da ruoli sempre legati al ‘polar’, con qualche altra apparizione nel cinema d’autore. L’attore, infatti, sostituì Marcello Mastroianni nel film “La prima notte di quiete” (1972) di Valerio Zurlini, e contribuì a rendere memorabile la figura torbida e romantica del protagonista, Daniele Dominici, un maestro disilluso che rispecchia le contraddizioni e i dubbi di una generazione. Anche in “Mr. Klein” (1976) di Joseph Losey, Delon raffigura alla perfezione un personaggio tragico e sfuggente: l’usuraio perseguitato dall’idea di un altro sé stesso negli anni bui dell’occupazione nazista a Parigi.

Successivamente la carriera di Delon ha registrato una leggera battuta d’arresto. È stato infatti il protagonista di polizieschi e thriller di minore interesse, cercando di rilanciarsi come produttore e regista con “Per la pelle di un poliziotto” (1981) o “Braccato” (1983), e occupandosi anche di fiction televisiva. È tornato al cinema francese d’autore come protagonista, enigmaticamente autoironico, in “Nouvelle vague” (1990) di Jean-Luc Godard. L’appeal seduttivo di Delon è poi apparso lievemente appannato nel rendere l’invecchiato Giacomo Casanova di “Il ritorno di Casanova” (1992) di Edouard Niermans, dal racconto di Arthur Schnitzler. In seguito ha recitare in due polizieschi con Deray, “Un crime” (1993) e “L’orso di peluche” (1994), e successivamente ha anche interpretato sé stesso nell’ironica sarabanda sugli attori francesi diretta da Bertrand Blier, “Les acteurs” (2000).

In anni più recenti Delon ha rarefatto le sue interpretazioni cinematografiche (tra le più recenti si ricorda quella del 2008 nella pellicola “Asterix alle Olimpiadi”) per dedicarsi essenzialmente alla recitazione televisiva (tra le altre: “Fabio Montale”, 2002; “Le lion”, 2003; “Frank Riva”, 2003-04; “Un mari de trop”, 2010). Tra le sue interpretazioni successive quelle nella pellicola cinematografica “S Novym godom, mamy!” (2012) e nel docufilm “Belmondo par Belmondo” (2015), omaggio alla carriera dell’amico-rivale Jean-Paul.

 

Dal Gattopardo a Rocco e i suoi fratelli, così Alain Delon è diventato leggenda

Di Alberto Infelise, La Stampa

Poche persone al termine della loro vita possono essere considerate qualcosa d’altro rispetto alla loro semplice esistenza. Alain Delon è stata sicuramente una di queste. Passano in secondo piano i suoi amori, le sue famiglie, le sue discusse e discutibili opinioni politiche, la sua esposizione da rotocalco, la sua fama mondiale di sex symbol. Ancorché ognuna di queste cose sia stata straordinaria, fuori dal comune, epica e abbia fatto parlare letteralmente tutto il mondo.

Delon, come pochi altri nella storia, è stato il cinema. Tra gli attori europei forse solo Jean Paul Belmondo e Marcello Mastroianni sono diventati a livello mondiale delle personificazioni dell’arte. Delon, con quella faccia da angelo che nascondeva qualcosa di rotto dentro, di complicato, di duro e difficile, è stato e sarà per sempre il Tancredi del Gattopardo di Luchino Visconti, il Jacques Chaban-Delmas di “Parigi brucia?”, il tragico Daniele di “La prima notte di quiete” di Valerio Zurlini (nel quale riuscì a far diventare personaggio il suo stesso cappotto color cammello), e naturalmente il protagonista di “Rocco e i suoi fratelli” con il quale Visconti lo proiettò nella categoria del mito artistico ed estetico.

Delon è stato soprattutto l’immagine stessa di quel periodo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta in cui si sono formati miti indelebili per la cultura popolare del Novecento, quel momento in cui giovani di grande talento usciti dall’infanzia segnata dalla Seconda Guerra Mondiale hanno cambiato il mondo e le sue regole con la loro arte, con la loro passione e bravura, imponendo delle regole nuove, delle abitudini nuove, dei modi di essere nuovi, trasformando per sempre la percezione di ciò che era bello e attraente.

C’è una meravigliosa foto di quegli anni che in un secondo solo spiega che cosa sia stato Delon. Su un divano siedono una delle ragazze più corteggiate dell’epoca, Marianne Faithfull, uno degli uomini più spaventosamente sexy e potenti del Novecento, Mick Jagger, e Delon. Ebbene, Faithfull (allora invidiatissima compagna di Jagger) volge lo sguardo perso verso Delon, che sorride sornione. Mick Jagger (che è, è stato e sarà l’immagine stessa dell’attrazione sensuale) guarda sconsolato davanti a se stesso, perso in un nulla in cui sai che se dall’altra parte c’è Delon, tu puoi pure essere il cantante dei Rolling Stones, ma insomma, non basta ancora.

Perché questo è stato Alain Delon: un mistero rinchiuso in un’immagine meravigliosa, che nessuno si è potuto prendere la libertà di non guardare in preda alla fascinazione.


In Thailandia la rivincita (con incognite) dei Shinawatra

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

È uno scenario che fa sorridere chi segue da vicino la tormentata politica thailandese, e solleva molti interrogativi. Paetongtarn Shinawatra, la più giovane figlia di Thaksin Shinawatra, ex-Premier, deposto da un colpo di stato nel 2006, è la nuova prima ministra del paese. La famiglia Shinawatra torna così al potere, dopo 11 anni dalla rimozione della prima donna alla guida del governo, Yingluck Shinawatra, zia della neo-nominata.

Un déjà vu, che conferma come l’enorme influenza del patriarca, Thaksin Shinawatra, miliardario, ex magnate della telefonia, non sia mai venuta. E ciò malgrado il suo lungo esilio, auto-imposto per sfuggire ad una condanna per corruzione e terminato l’anno scorso, dopo negoziati e accordi segreti.

A 37 anni, Paetongtarn Shinawatra ha già scritto la storia, diventando  la premier più giovane ad assumere la carica. La sua nomina arriva dopo che la Corte Costituzionale del Paese ha, in pochi giorni, sciolto il principale partito d’opposizione, Move Forward, e destituito il premier Srettha Thavisin.

La controversa rimozione di Thavisin, dopo appena un anno di mandato, per aver violato le linee-guida etiche, ha sorpreso molti osservatori. La base della decisione risiede nella nomina da parte di Srettha di un membro del gabinetto, un ex avvocato che era stato condannato nel 2008 per aver tentato di corrompere funzionari della corte.

In un paese dominato dalle divisioni interne e dai giochi di potere, ci si chiede chi e cosa ci sia veramente dietro a tale rimozione, che rilancia il dibattito urgente sul ruolo e il potere degli organi giudiziari. Per molti critici si tratta infatti di un “colpo di stato costituzionale” che confermerebbe la continua e pericolosa invasione della magistratura da parte della politica.

A poche ore dalla rimozione di Thavisin, Thaksin, che di fatto non è membro del principale partito al potere, il Pheu Thai, ha convocato tutti i partiti della coalizione di governo nella sua dimora di Bangkok, per scegliere il candidato alla successione del premier rimosso. In poche ore, la scelta è ricaduta sulla figlia Paetongtarn, malgrado la sua precedente riluttanza.

Giovane e inesperta, la nuova leader ha sulle spalle il peso di essere figlia di un ex premier, amato dal popolo ma odiato dall’élite conservatrice. E questo anche se un anno fa il suo partito ha patteggiato con i nemici di sempre, pur di tornare a governare. Aveva bisogno di loro per farlo, e i partiti conservatori avevano bisogno di Thaksin per escludere dai giochi una nuova forza politica ancora più minacciosa del Pheu Thai, il partito Move forward, democraticamente eletto nel 2023, ma costretto a restare all’opposizione fino allo scioglimento di qualche giorno fa; uno sviluppo che di fatto suona come un avvertimento per qualsiasi entità politica con ambizioni riformiste.

La nuova Premier  si dovrà quindi muovere in un campo minato, sapendo che verrà accusata di agire in nome del padre e sapendo che il parlamento, pur avendola sostenuta per mantenere una certa stabilità, non si fida del genitore e non le darà mai carta bianca. Le coalizioni di governo in Thailandia non durano a lungo, soprattutto se l’esercito, difensore della monarchia, ritiene che chi è alla guida del paese stia diventando troppo potente. Sia Thaksin che la sorella Yingluck furono deposti da un colpo stato per questo motivo. C’è quindi da chiedersi se Paetongtarn subirà lo stesso destino, e quando. 

Nell’immagine: Paetongtarn Shinawatra


Il voto in Venezuela? «È una chiara frode, la sinistra mondiale apra gli occhi»

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Andrea Cegna, il manifesto

La situazione in Venezuela è ancora caotica e il Paese è sempre più all’interno del dibattito internazionale. Perché e come? La visione è quella di Edgardo Lander, gia docente di Scienze sociali presso l’Università Centrale del Venezuela a Caracas.

Cosa pensa delle elezioni presidenziali del 28 luglio?

Per dirla nei termini più sintetici possibili ci troviamo in presenza di una frode elettorale e quindi una violazione sistematica di ciò che è rimasto della Costituzione. Il sistema elettorale venezuelano è un sistema straordinariamente affidabile. Ha meccanismi di controllo in ogni fase. È praticamente impossibile alterarlo. Non per nulla il ministro delle Comunicazioni ha dichiarato che in realtà non c’è stato hackeraggio ma un sovraccarico creato dall’opposizione per sabotare i sistemi elettronici del Consiglio nazionale elettorale. Sarebbe questo i il motivo del ritardo del processo. Anche se la trasmissione dei dati avviene per telefono, non per internet.

Però molti dei partiti d’opposizione hanno riconosciuto il risultato.

I veri partiti di opposizione e le organizzazioni della società civile venezuelana rifiutano all’unanimità il risultato del 28 luglio. È evidente a tutti e tutte che si tratta di una frode, perché ciò che è stato annunciato non è ciò che è davvero successo.

C’è stato anche un supporto internazionale a Maduro….

Credo sia l’espressione di una crisi molto profonda della sinistra a livello globale. Per diversi settori della sinistra, sia in America Latina che nel mondo, esiste ancora una visione campista. Il pianeta è letto con lo schema della guerra fredda, dove l’imperialismo si identifica con gli Stati Uniti. Ogni governo che sembra opporsi agli Usa sarebbe antimperialista. Questo genera una confusione che impedisce di aprire gli occhi sui processi politici. Pensiamo al Nicaragua: mentre aumentava la repressione e veniva tolta la nazionalità ai vecchi leader sandinisti non si diceva nulla. Credo quindi che l’esperienza venezuelana sia un ulteriore banco di prova per la sinistra mondiale, la quale però sta fallendo miseramente sostenendo un governo profondamente corrotto, autoritario, che ignora tutti i fondamenti della Costituzione venezuelana, che ha politiche altamente repressive anche verso i settori popolari, che ha politiche economiche chiaramente neoliberiste, che ha aumentato in modo massiccio le disuguaglianze. Il Venezuela è un Paese che storicamente ha avuto molte disuguaglianze; durante i primi anni di Chávez queste si sono ridotte in modo significativo, ma oggi abbiamo livelli di disuguaglianza più alti rispetto a prima del governo Chávez. Questo è un governo militare, ora non si parla solo di un’alleanza civile-militare, ma di un’alleanza civile-militare-poliziesca. Per la prima volta la polizia è diventata un soggetto politico che agisce direttamente, parla direttamente, si esprime direttamente in televisione a sostegno del governo. È davvero una tendenza autoritaria molto marcata ed è straordinariamente dolorosa per la sinistra venezuelana, ma anche straordinariamente dolorosa e scioccante che questo possa essere legittimato dalla sinistra fuori dal Venezuela.

Ci sono differenze con il 2019?

C’è una differenza assolutamente fondamentale nelle precedenti elezioni, a differenza di queste, vigeva, da parte delle opposizioni, la politica dell’astensione. Un partito si candidò e perse. Maduro non aveva imbrogliato, non aveva bisogno di imbrogliare perché con un’opposizione divisa e non votante non aveva bisogno nemmeno di truccare il risultato perché era sicuro della vittoria. Adesso è diverso tanto diverso che il governo ha recentemente approvato una legge per il controllo delle Ong. Nel paese ci sono Ong che si occupano di tutto. La legge implica che ora devono rispettare una serie di regole che sono poi meccanismi di controllo e che possono arrivare a bloccare finanziamenti esteri, cosa che in una società così impoverita come quella venezuelana significa la morte di gran parte di queste organizzazioni.

Non pensa che ci siano attori internazionali in questa partita?

Il Venezuela ha una posizione geopoliticamente molto importante. Ha risorse energetiche abbondanti, le maggiori riserve di petrolio al mondo, ha molto oro, coltan, terre e metalli rari, quindi è un luogo di straordinaria attrazione. I rapporti commerciali con Russia e Cina sono visti dal governo statunitense come una minaccia ai propri interessi. Tutte queste forze, e interessi, operano e fanno parte della politica estera venezuelana. Ciò di cui si discute in Venezuela ha una rilevanza internazionale. Non per nulla appena annunciati i risultati del 28 luglio Cina, Russia, Cuba, e Nicaragua si sono subito congratulati con Maduro, mentre altri hanno subito gridato alla frode e altri come Brasile, Messico e Colombia hanno avuto una postura intermedia. La visione esterna di ciò che sta accadendo in Venezuela è assolutamente centrale per comprendere ciò che attraversa il Paese oggi.

Nell’immagine: La protesta antigovernativa nelle strade di Caracas


Io, infermiere a Gaza e l’incubo della polio

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Enrico Vallaperta, La Stampa

Che valore dareste a una stampella? Una di quelle semplici, ortopediche, usate dai pazienti come ausilio per camminare. A Gaza, oggi, è un bene primario ed essenziale. Prima ancora del cibo. Perché se sei ferito o hai subito l’amputazione di un arto e devi seguire un ordine di evacuazione diramato dall’esercito israeliano prima di un raid o di un bombardamento, una stampella assume il valore impagabile della tua unica possibilità di salvezza. E traumi, ferite e amputazioni sono i casi più frequenti, negli unici due ospedali – l’Al-Aqsa a Deir Al-Balah e il Nasser a Khan Yunis – che sono ancora, almeno parzialmente, in funzione rispettivamente nel Centro e nel Sud nella Striscia. Ma sono ospedali senza più letti. I pazienti vengono trattati sui pavimenti. Le persone – e soprattutto bambini – sono ovunque, in condizioni igienico sanitarie disastrose.

Abbiamo saputo che il ministero della Salute palestinese ha accertato il primo caso di poliomielite in un bambino di dieci mesi, non vaccinato, proprio qui, a Deir al-Balah. I test, effettuati ad Amman in Giordania, hanno confermato la diagnosi. Quello che è molto allarmante è la concomitanza tra l’isolamento del virus e la comparsa dei sintomi, come ad esempio la paralisi flaccida nei bambini. Ma a Gaza non ci sono laboratori per diagnosticare la malattia. E le condizioni per fare uscire i campioni sono complicate. Per tanto, valutare la diffusione del virus è impossibile.

Sono tornato a Deir Al-Balah da due settimane. C’ero già stato a dicembre. I problemi di oggi sono gli stessi di allora ma estremamente amplificati dai dieci mesi di guerra. Mancano le cure primarie. Con Msf offriamo supporto ai pronto soccorso, nelle sale operatorie, in fisioterapia e chirurgia, in maternità.

Le aree sicure sono sempre più affollate e compatte. Già sembrava impossibile allora, che due milioni di individui potessero trovare rifugio in zone umanitarie limitate. Oggi è inimmaginabile.

Gaza è l’unico contesto bellico al mondo dove la popolazione non ha modo di scappare. In Sudan, da dove sono tornato prima di ripartire per la Striscia, i civili possono in qualche modo riuscire ad allontanarsi dalla zona del fronte. Ma qui? Intanto, una linea chiara, un fronte vero e proprio, nemmeno c’è. Gli attacchi sono a 360 gradi, possono colpire ovunque. E non c’è una via di fuga possibile. Le persone, a Gaza, sono imprigionate tra il muro di confine e il mare. La sottile zona costiera è l’unico posto ancora sicuro.

Per entrare nell’enclave ho attraversato il valico di Kerem Shalom. Una scena così l’avevo vista solo a Raqqa, in Siria, nel 2017. A Est del mare, tra Deir Al-Balah e il confine, non esiste più nulla. Ci sono solo tende di rifugiati ovunque, circondano edifici distrutti. Che poi, la parola tenda, di fronte a teli di plastica stesi sulle teste, a volte è un eufemismo. Il sovraffollamento è totale: di persone, mezzi, carretti, animali, materiali.

I combattimenti tra i soldati israeliani e gli uomini di Hamas sono vicini. Non li vediamo. Ma le raffiche delle mitragliatrici le sentiamo eccome. Questa mattina (ieri per chi legge, ndr) ci siamo svegliati alle 5 per i bombardamenti israeliani, ad appena due chilometri da qui. Siamo 13 operatori stranieri e viviamo in una casa presa in affitto da un gazawi. Averla affittata a noi, per il proprietario, è un po’ come aver stipulato una forma di assicurazione. È come se generassimo una bolla fortunata che offre protezione a chi ci circonda. E attorno a noi, ieri, sono stati diramati due grossi ordini di evacuazione dai militari israeliani. E anche il nostro staff locale – 500 persone – ha dovuto occuparsi di spostare le famiglie. Non ho sentito esprimere rabbia, almeno apertamente, verso Israele. Ma tantissima demotivazione. Nessuno crede che la tregua si farà. L’unico obiettivo per il futuro è riabbracciare i familiari. Negli sguardi che incontro c’è incredulità e stupore per la mia scelta di essere qui. E molta riconoscenza.

Testo raccolto da Fabiana Magrì


La roulette russa di Putin, lascia la sua armata nel Donbass e difende la patria con le reclute

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Gianluca Di Feo, La Repubblica

A presidiare il caposaldo ucraino sui margini del bosco di Pokrovsk sono rimasti solo tre soldati: vengono sommersi di razzi e cannonate, tanto da doversi ritirare di corsa. I russi ormai sono a dieci chilometri da questa città chiave del Donetsk, considerata l’architrave di tutta la linea di difesa, e continuano ad avanzare, travolgendo bastioni che hanno resistito per dieci anni ma oggi sono sguarniti di uomini. Poco più a Sud, a Kurachove, una colonna di 27 tank e blindati tenta di sfondare attraversando la pianura: i parà ucraini li respingono con un tiro incrociato di cannoni e droni. È la terza carica del genere lanciata in due settimane e i generali di Mosca sembrano avere risorse inesauribili da gettare nella mischia, mentre Kiev non ha più riserve: sono tutte impegnate nella grande offensiva in terra russa.

Dal 6 agosto c’è una doppia guerra, con ruoli opposti. Nella regione di Kursk le brigate ucraine vanno avanti con una manovra inarrestabile, alimentata dall’afflusso ininterrotto di forze scelte e veicoli moderni. Sono pronte a far scattare altre trappole, chiudendo in una sacca i reparti nemici a Glushkovo e a Tetkino: i ponti alle loro spalle sono stati distrutti. Nel resto del fronte, lungo quasi novecento chilometri, sono i russi che continuano ad andare all’attacco in maniera massiccia: stanno minacciando le roccaforti del Donbass come Chasiv Yar, New York, Toresk dove si combatte casa per casa.

D’accordo con il presidente Zelensky, il generale Olekasandr Syrky ha fatto una scelta ardita, portando la guerra in Russia e mettendo Putin sotto scatto. L’operazione finora è stata condotta in maniera perfetta dal punto di vista militare. Ha ottenuto il risultato politico di spazzare via l’idea di invincibilità russa agli occhi degli alleati e ha risollevato il morale dell’intera nazione. Resta da capire quanto a lungo Kiev sarà in grado di sostenerla.

La reazione di Putin invece può apparire sorprendente. Il Cremlino considera strategica la conquista dell’intero Donbass e finora non ha spostato un solo fante o un solo tank da questo settore per contrastare l’irruzione contro Kursk. Le uniche unità trasferite dalla prima linea provengono dall’area di Kharkiv, che Mosca vede come un “cuscinetto” per impedire raid. Ai russi resta quindi la convinzione, o l’illusione, che la fiammata ucraina nel loro territorio sia destinata a spegnersi sotto il peso delle perdite e dei contrattacchi: sperano di imbrigliare i battaglioni mobili in una catena di trincee che stanno scavando con la massima fretta, soffocando poi la testa di ponte sotto il fuoco di artiglieria e aviazione. In pratica, vogliono rispondere alla guerra di movimento ucraina con una tattica di logoramento.

Probabilmente i generali non hanno alternative. In dodici giorni non sono riusciti a fare entrare in azione a Kursk una grande unità corazzata o meccanizzata. Possibile che nell’intera Russia, dalla Siberia a San Pietroburgo, non sia rimasta una sola brigata di tank per stroncare l’irruzione nel cuore della patria? La domanda comincia a circolare tra gli analisti, con il sospetto che la lentezza nella reazione dipenda dalla carneficina subita dall’esercito di Putin. Un recente studio statistico di Bbc e Medianova sostiene che siano morti 135 mila soldati, a cui va sommato un numero triplo di feriti. Il segretario alla Difesa americano Austin Llyod ha parlato di 350 mila morti e feriti; l’intelligence britannica di mezzo milione.

Nelle campagne di quest’anno ci sarebbero stati mille morti al giorno. Nonostante questo, con ricchi incentivi economici, i russi stanno arruolando tra 25 mila e 30 mila volontari al mese, rimpiazzando i vuoti nei ranghi. C’è però un problema di addestramento: questo personale non riceve la preparazione per condurre operazioni su larga scala. Inoltre tra 3725 e 10 mila ufficiali hanno perso la vita e la loro formazione richiede anni. Le forze migliori, quelle istruite ed equipaggiate per la guerra di movimento, sono state decimate nella primavera del 2022: paracadutisti, incursori, marines hanno pagato il prezzo più alto. Non solo.

A rotazione sono state mandate al fronte tutte le brigate esistenti: quelle che attualmente non sono in battaglia, cercano di riorganizzarsi con le reclute. Se teniamo presente che la prosecuzione dell’offensiva da Kharkiv al Donbass fino a Zaporizhzhia tiene impegnati 450 mila militari, quasi esclusivamente volontari, ci si rende conto che Mosca non dispone più di grandi unità pronte per sfidare le forze d’élite di Kiev che dilagano a Kursk. Rimangono soltanto i coscritti della leva obbligatoria, quei 300 mila fanti ragazzini che presidiano i confini dalla Scandinavia al Baltico fino alla Cina perché non è permesso il loro impiego in Ucraina: l’ultima risorsa di un impero che ha bruciato la sua armata.

Nell’immagine: soldati ucraini nella regione di Kursk


Locarno, un film importante sull’emigrazione italiana in Svizzera

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Tra le tante proiezioni stimolanti vissute al Festival di Locarno, va segnalato – e sarà uno dei film da ricordare della 77esima edizione – il documentario del regista svizzero Samir sull’emigrazione italiana in questo paese: La prodigiosa trasformazione della classe operaia in stranieri. Più che un semplice documentario, un monumento di oltre due ore dedicato al mezzo milione e più di italiani che tra gli anni 50 e gli anni 70 si trasferirono in Svizzera. Inizialmente pensata e voluta solo come una soluzione temporanea per rispondere al bisogno di manodopera dell’industria e dell’edilizia, l’emigrazione italiana finirà per diventare un fenomeno sociale di grande rilevanza, che inciderà in modo duraturo sulla società e sui costumi. Non senza conflitti e aspetti drammatici, come sappiamo bene e come già altri in passato hanno raccontato.

Il film di Samir (regista di padre iracheno, nato a Baghdad nel 1955, arrivato ragazzino in Svizzera ) è solo l’ultimo di una serie di opere cinematografiche (e letterarie) che hanno raccontato questo fenomeno. Da Siamo italiani di Alexander Seiler del 1964 (una svolta nel cinema svizzero, il primo film a focalizzarsi sui migranti), a Cerchiamo per subito operai, offriamo… di Villi Hermann del 1974, al sempre imperdibile Schweizermacher e a molti altri ancora. Di suo e di nuovo Samir aggiunge un punto di vista particolare e ha il vantaggio di poter guardare all’emigrazione italiana oggi, con tutte le svolte e le ripercussioni degli ultimi anni.

Quando  Samir giunge dall’Iraq a Zurigo nel 1961 non solo scopre la neve (scena commovente del film) ma si imbatte a scuola nei primi e ancora rarissimi figli di italiani. Assieme ai conflitti sociali che si creano anche nelle aule scolastiche, crescendo il giovane Samir scopre quel mondo a lui sconosciuto dell’italianità, che, inizialmente nascosta nelle baracche degli operai obbligati a restare senza famiglia, col tempo e con leggi finalmente meno disumane diventerà una componente importante della società elvetica. Tanto da condizionarne i gusti e a imporsi in ambito alimentare, nel vestire e nella musica. Ma non solo: l’emigrazione italiana a lungo farà anche da modello per le altre emigrazioni e l’italiano dventerà lingua franca sui cantieri, nell’industria e nella ristorazione tra i diversi stranieri.

Samir non nasconde il suo punto di vista e il film non si vuole solo sociale ma anche político, come d’altronde fa capire il brillante titolo dell’opera. Accanto alle trasformazioni sociali e di costume portate dagli italiani in Svizzera, il regista ci racconta le tragedie e i conflitti che renderanno sempre più scandalosa la situazione degli emigranti (soprattutto italiani, ma non solo) fino a far modificare la legislazione e consentire l’integrazione. Girato nel 2022 e 2023, il film molto opportunamente accenna anche al cambio paradigmatico dell’Italia, diventata da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Il compito di trasferire nell’Italia di oggi le conquiste degli italiani in Svizzera è un tema epocale.

Tra le sorprese del film, forse la piu vistosa è la rivelazione che persino i sindacati svizzeri furono freddi se non ostili nei confronti dell’emigrazione italiana. La svolta naturalmente arriverà presto anche in quell’ambito, ma forse il soggetto meriterà un approfondimento ulteriore anche per non attribuire patenti di intolleranza in modo improprio.

Sicuramente si tratta di un film di valore, anche dal punto di vista tecnico (l’intelligenza artificiale aiuta il regista a ricostruire il proprio punto di vista di adolescente) e dunque da non perdere. Lo rivedremo presto nelle sale cinematografiche anche ticinesi.

Nell’immagine: immigrate italiane in una fotografia d’epoca


Clima: i villaggi delle Alpi hanno il tempo contato

Come nel 1948 radere al suolo città e villaggi serve a ostacolare la rinascita della comunità. Netanyahu è l’unico primo ministro israeliano, dagli anni ’70 a oggi, a non aver mai portato a termine un accordo con i palestinesi: non c’è motivo di pensare che inizierà ora 

Di Serge Enderlin, Le Monde

Le montagne da queste parti sono sempre crollate, come sembrano ricordarci i monoliti di gneiss antidiluviano che ingombrano il letto del fiume, da tempo coperti dalla vegetazione. Ma raramente una montagna è crollata come nella notte tra il 29 e il 30 giugno, come testimonia l’enorme massa di roccia che ha inghiottito metà del villaggio di Fontana, all’imbocco della Val Bavona, in Svizzera. Siamo a una trentina di chilometri a nord di Locarno (Canton Ticino), la città del famoso festival del cinema sulle rive del Lago Maggiore. La frana per un solo metro non spazzato via il rustico di Fabian Balli, impegnato a sgomberare ciò che resta del suo terrazzo.

È uno sforzo inutile: davanti a noi c’è solo una desolazione minerale. Fino a poche settimane prima c’erano le case dei suoi vicini e i pascoli delle capre. “Pioveva da ore, una pioggia incredibile e terribile. Sapevamo che poteva portare grandi disgrazie, perché la montagna era instabile da mesi, per le continue piogge”, dice l’uomo sudato, con la pala in mano. “Erano le 23.30. Stavo dormendo al piano di sopra quando fui svegliato di soprassalto da un boato indescrivibile, puro terrore. Sono sceso, ho aperto la porta e nella penombra ho intuito che tutto il paesaggio circostante era scomparso”. Fabian Balli indica la casa sovrastante – in quel momento non occupata – che è stata polverizzata dall’impatto della frana.

Nella mano destra, sullo schermo del suo smartphone, le immagini del vivace villaggio prima che fosse annientato dalle forze della geologia. La lava torrenziale, che è precipitata da un’altitudine di 2.500 metri, ha interrotto in più punti l’unica strada della Val Bavona. Più di un mese dopo la distruzione il genio dell’esercito sta ancora lavorando duramente per posare una pista sopra le macerie. Il nuovo percorso passa 30 metri sopra il vecchio, sepolto sotto la massa rocciosa. In fondo alla valle, la frazione di San Carlo, che conta una ventina di abitanti, è ancora servita solo dall’elicottero. “Non ricostruiremo. Con una distruzione di queste dimensioni la questione non si pone più”, dice Fabian Balli. “Ma siamo stati fortunati: più in basso c’erano ancora persone nelle case distrutte”. Otto sono morte nel disastro e una risulta ancora dispersa: un bilancio insolitamente alto per questo tipo di eventi nelle Alpi svizzere. Il Paese è ricco e monitora ovunque i movimenti delle montagne con sensori ultra-sofisticati, per prepararsi a qualsiasi evento imprevisto. Ora tutto sta accelerando. Lo scioglimento del permafrost negli altipiani sta liberando masse considerate stabili fino a poco tempo fa e nei principali cantoni alpini della Svizzera (Vallese, Grigioni e Ticino), che hanno le valli più lunghe, più alte e più profonde, gli incidenti sono in aumento. Negli ultimi mesi strade sono state interrotte, gallerie interrate e linee ferroviarie ad alta quota minacciate. Il cemento glaciale naturale che teneva insieme le catene montuose sta cedendo sotto i colpi del riscaldamento globale.

Perdita di habitat

Quali sono le conseguenze di tutto ciò? Come spesso accade in Svizzera, la domanda viene dall’esterno. In questo caso da un altro Paese alpino, l’Austria, che è solo leggermente meno minacciato, poiché l’altezza delle vette è inferiore. Secondo Reinhard Steurer, professore di politica climatica presso l’Università delle risorse naturali di Vienna, “l’aspetto più preoccupante della crisi climatica è la perdita di habitat. Non solo nelle zone costiere, a causa dell’innalzamento del livello del mare, o nelle pianure con l’aumento delle inondazioni, ma anche nelle regioni alpine esposte, in particolare nelle Alpi occidentali, che sono le più alte. Quante volte si possono ricostruire le infrastrutture distrutte? Ne vale la pena, dopo la decima lava torrenziale?” L’esperto prevede che le valli più colpite dovranno essere abbandonate entro la fine del secolo, perché le infrastrutture saranno distrutte più spesso di quanto possano essere ricostruite.

In Svizzera questa osservazione radicale fa riaffiorare brutti ricordi: nel 2005, in un rapporto dell’Ufficio federale dello sviluppo territoriale, quattro architetti e un geografo hanno esposto la loro visione del futuro sviluppo urbano del Paese e hanno proposto di trasformare valli strutturalmente deboli in lande alpine, suscitando un diluvio di critiche. Il dibattito ha toccato l’identità della Svizzera e le sue origini di nazione di montanari costruita intorno all’idea di un rifugio roccioso inespugnabile. Le recenti frane hanno riportato questo argomento tabù sotto i riflettori. “Probabilmente non riusciremo a evitare l’abbandono di alcune aree”, afferma Lukas Rühli, responsabile della ricerca sul buon governo presso il think-tank liberale Avenir Suisse [vedi anche Il paesaggio alpino? “Un lusso che non possiamo più permetterci”]. “È brutale per le persone colpite, ma non si rende loro giustizia se si tiene nascosto l’argomento”. La Confederazione e i Cantoni investono molto nelle regioni strutturalmente deboli delle Alpi, spiega Rühli: “Tuttavia se mantenere in vita questi luoghi diventerà più costoso, a causa della minaccia di danni causati dai cambiamenti climatici, non sarà più giustificabile dal punto di vista economico”.

Wanda Dadò, da qualche mese sindaco del villaggio di Cevio, dove la Valle Bavona e la vicina Valle Lavizzara (anch’essa gravemente danneggiata) si fondono per diventare la Valle Maggia, rifiuta categoricamente questo argomento. Nelle ultime settimane ha dovuto occuparsi delle riparazioni d’emergenza e dell’approvvigionamento di acqua potabile della valle, poiché la presa della sorgente era stata bloccata dai ghiaioni. Ha anche dovuto aspettare che l’esercito installasse un ponte temporaneo, in modo che la valle non fosse più tagliata in due. Le considerazioni politiche sul futuro delle valli alpine per lei sono sconvolgenti.

“Solidarietà nazionale”

“Abbandonare le nostre valli? È un’idea di accademici e ingegneri, basata solo su calcoli economici e sulla rinuncia all’identità”, ribatte. “Ma prendiamoli in parola e parliamo di economia. In cima alle nostre valli ci sono le dighe che forniscono al Paese energia verde e priva di carbonio. Negli anni ’60, quando sono state costruite, abbiamo prestato la nostra terra per il bene comune, quindi troverei elegante se ci venisse restituita la stessa disponibilità adesso ne abbiamo tanto bisogno”. I danni in Val Bavona sono stimati in diverse decine di milioni di franchi svizzeri.

La società idroelettrica pubblica della Valle Maggia (Ofima) pagherà il 60% del conto; ha comunque bisogno di una strada per raggiungere i suoi impianti. Il Cantone pagherà il 20% e il Comune di Cevio, di cui fa parte la valle colpita, il restante 10%, una somma che comunque nelle sue casse non c’è. Per questo motivo a luglio Wanda Dadò ha lanciato un appello alla solidarietà nazionale su tutti i canali televisivi svizzeri.

A 800 metri dal suo ufficio, in un elegante edificio di granito, le scavatrici meccaniche stanno lavorando sotto il ponte provvisorio: in una grande nuvola di polvere minerale, come se la montagna fosse stata modellata dalla furia degli elementi, stanno allargando il corso del fiume Maggia per facilitare il drenaggio in caso di una prossima alluvione. Nel caldo dell’estate, grandi cumulonembi si librano sulle creste. Nella regione nessuno li guarderà più allo stesso modo.

Nell’immagine: una delle fotografie che illustrano l’articolo di Le Monde