L’ultimo mistero dello Zar

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Ne parlano tutti. Ne parlano ormai apertamente gli ucraini, con il comandante delle forze armate Oleksandr Syrsky che fa rapporto quotidiano a Volodymyr Zelensky. Ne parlano i giornalisti europei, che entrano nelle città russe «liberate» insieme ai soldati di Kyiv. Ne parlano nelle chat e nelle cucine i russi, come segnalano perfino i sondaggi dei centri demoscopici ufficiali come «Obschestvennoe Mnenie», che registra una impennata dello «scontento o rabbia verso il potere», dal 18% al 25% in una settimana. Ne parla Aleksey Klemeshev, sindaco di Lgov, cittadina russa a 60 chilometri dal confine con l’Ucraina, che invita i suoi cittadini a fuggire e a «non tornare fino a che la situazione non si sarà stabiluizzata». Ne parlano ormai perfino nei talk show della televisione russa, dove ieri sera l’inviato del quotidiano «Kommersant» Maksim Yusin ha parlato di «territori perduti», invitando gli spettatori a «prepararsi al peggio» e proponendo al governo di evacuare gli abitanti di «tutta la zona frontaliera», il famigerato «prigranichye», un termine coniato per indicare quell’area ancora tutta da quantificare del Sud Ovest russo a rischio di passare agli ucraini.

L’unico che non ne parla è Vladimir Putin, che dopo una riunione in teleconferenza con i suoi sottoposti sulla «situazione frontaliera» è sparito dalla scena. L’abitudine del leader russo di assentarsi in momenti di difficoltà è ben nota fin dai tempi dell’affondamento del sottomarino «Kursk», nel 2000, un anniversario che cade proprio in questi giorni. Putin non ha mai pronunciato in pubblico il nome del suo feroce critico Alexey Navalny, ed era sparito un anno fa durante l’ammutinamento dei mercenari di Evgeny Prigozhin. Nel 2022 aveva perfino cancellato il suo discorso annuale al parlamento. Dopo un quarto di secolo, i cremlinologi hanno imparato: Putin esterna, volentieri e frequentemente, quando sa (o pensa di sapere) cosa fare e crede di poter vincere.

Una tattica che, per un uomo che ha fatto del controllo totale dei media uno degli strumenti del suo governo, può rivelarsi anche ragionevole: tanto non ci sarà nessuno che lo criticherà per il suo silenzio, in compenso non rischia frasi avventate o promesse che dovrebbe poi rimangiarsi (al massimo lo fa fare ai suoi sottoposti). Il problema, ora che la Russia sta subendo la prima invasione straniera in 55 anni (dallo sconfinamento cinese sull’isola Daman), è che non è solo Putin a tacere. Insieme a lui sono insolitamente silenti i suoi più agguerriti collaboratori: Dmitry Medvedev che amava minacciare l’atomica sull’Europa, la capa della propaganda Margarita Simonyan, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov. La dichiarazione di Nikolay Patrushev su una «operazione pianificata con la partecipazione della Nato e dei servizi occidentali» sembra più un tentativo di un falco declassato di tornare alla ribalta. Come nelle ore del golpe di Prigozhin, i più accesi sostenitori del regime – da quelli al vertice agli attivisti di provincia che iscrivono i figli nei gruppi militaristi – preferiscono rintanarsi. Ma se nel giugno 2023 lo facevano nel timore della vittoria della Wagner, stavolta sembrano seguire la regola d’oro degli autoritarismi: non contraddire il capo. E siccome non si sa cosa vorrà dire il capo, meglio tacere.

I più prudenti, come il regista Karen Shakhnazarov, si sono portati avanti dichiarando in tv che «dobbiamo riconoscere di poter perdere la guerra», avvertendo che «non si tratta di disfattismo o panico». I più inflessibili, come il deputato reazionario Vitaly Milonov, propongono di salvare dalla «zona frontaliera» soltanto donne, vecchi e bambini, lasciando i maschi a «difendere la loro terra». Posizioni opposte espresse da personaggi secondari del teatro putiniano, che possono venire smentiti senza danni. Ma c’è un altro segno che Putin sta fuggendo da una realtà che non gli piace: nonostante la marcia dell’Ucraina nella «zona frontaliera» prosegua, per il momento non si osserva uno spostamento di forze di Mosca dal Donbas verso Kursk. Tutte le «linee rosse» minacciate dal Cremlino in caso di «escalation» sono state bruciate, ma l’impressione è che il comando continui a considerare come priorità occupare territori ucraini invece che difendere i propri. Resta da capire se si tratta di un rischio strategico consapevole, o se Putin semplicemente sta sottovalutando il pericolo. Nel secondo caso, il vecchio schema di rompere il silenzio per far scattare il solito adagio russo dello «zar buono ingannato dai boiardi» tra qualche giorno potrebbe non bastare più.

Nell’immagine: Putin silente ( da documento fotografico reale leggermente ritoccato in Photoshop)


I terroristi e i civili. La guerra delle cifre sui 40mila morti di Gaza

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

La guerra che da dieci mesi si combatte a Gaza è la più letale delle tante succedutesi nei territori palestinesi negli ultimi tre decenni, con oltre 40mila morti, secondo il bilancio fornito il 15 agosto dal ministro della Sanità di Gaza che dal 2007 è gestito da Hamas, come tutte le strutture amministrative e di governo della Striscia dopo che nel 2006 il gruppo armato vinse le elezioni e cacciò con la forza dirigenti e funzionari di Fatah dall’enclave.

Il conflitto iniziato il 7 ottobre con i pogrom di Hamas nel Sud di Israele, che fecero 1.200 vittime israeliane e 250 ostaggi – tra cui donne, anziani e bambini – è costato la vita finora a 40.005 palestinesi, numero che include «solo i corpi che sono stati ricevuti e seppelliti», spiegano le autorità sanitarie locali. Almeno la metà degli edifici della Striscia è stato distrutto o danneggiato, 1.9 milioni di persone sono sfollati interni (su una popolazione di 2 milioni di persone nella Striscia, fonte Onu), molti costretti a spostarsi più di una volta.

Israele mette in discussione l’affidabilità delle cifre diffuse da Hamas, ma l’Onu ha ribadito che il bilancio è in linea con le sue stime e anzi potrebbe aggravarsi, perché molti cadaveri sono ancora sotto le macerie e perché i dati non includono le vittime indirette del conflitto, ovvero le persone morte per fame o mancanza di cure. L’ha spiegato il 14 maggio Farhan Haq, portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, durante un briefing nel quartier generale dell’organizzazione. «Purtroppo abbiamo la triste esperienza di doverci coordinare con il ministero della salute (di Gaza, ndr) sulle cifre delle vittime ogni pochi anni. Le loro cifre si sono dimostrate generalmente accurate».

In questa matematica dell’orrore l’esercito israeliano afferma di aver «eliminato circa 15mila combattenti di Hamas», e altri 1.000 durante il pogrom del 7 ottobre. Il ministro della Sanità di Gaza invece non distingue tra civili e combattenti, ma afferma che almeno 5.956 vittime sono donne e 10.627 bambini, 115 dei quali neonati e 2mila sotto i 2 anni, dice Euro-Mediterranean Human Rights Monitor.

La percentuale di donne e bambini vittime del conflitto è stata oggetto di controversie e polemiche. Il think tank americano Washington Institute for Near East Policy ha sollevato dubbi a maggio, chiamando in causa una revisione dei dati fatta dall’Onu. Il 6 maggio, le Nazioni Unite avevano dichiarato che il 69% dei decessi segnalati fino ad allora (34,735) riguardava donne e bambini. Due giorni dopo, il totale restava invariato ma la stessa Onu aveva portato la percentuale di donne e bambini vittime al 52%, utilizzando come fonte questa volta solo il ministero della Salute e non il Government Media Office (Gmo) di Gaza. La differenza si spiega con il fatto che le vittime con informazioni incomplete – ovvero non identificate con un documento di identità o un certificato di nascita – non sono state incluse nella ripartizione demografica.

Data la distruzione di molti edifici amministrativi e l’impossibilità per i giornalisti stranieri e le organizzazioni indipendenti di entrare a Gaza – Israele ha bloccato gli accessi – il lavoro, già difficile in guerra, di accertare il numero dei morti diventa ancora più complicato. A Gaza, i funzionari sanitari faticano a fare le identificazioni negli ospedali e negli obitori sopraffatti, con cadaveri spesso irriconoscibili.

Ad oggi, l’ufficio per gli affari umanitari delle Nazioni Unite (Ocha) e l’organizzazione mondiale della Sanità riportano 39.965 vittime: 10.627 bambini, 5.956 donne e 2.770 anziani, 12.927 uomini e 7,685 non identificati. I feriti sono oltre 92 mila.

L’esercito israeliano ha perso 329 soldati. Dopo il primo rilascio di ostaggi durante la tregua di novembre, Israele conferma che 111 rapiti sono ancora nelle mani di Hamas, compresi i corpi di 39 di loro. Tra gli ostaggi ci sono 15 donne e due bambini che hanno meno di 5 anni.

Nell’immagine: palestinesi piangono il corpo di un parente, ucciso da un attacco israeliano, prima del suo funerale a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. 


Un’altra intelligenza artificiale è possibile

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Evgeny Morozov, il manifesto

Uno spettro si aggira per l’America – lo spettro del comunismo. Questa volta, è digitale. «Può funzionare un comunismo gestito dall’intelligenza artificiale?», si chiede Daron Acemoğlu, economista presso il Massachusetts Institute of Technology (Mit), mentre il venture capitalist Marc Andreessen si preoccupa della prossima creazione di un’intelligenza artificiale (Ia) comunista da parte della Cina (1). Anche l’agitatore repubblicano Vivek Ramaswamy espone la propria analisi, affermando su X che l’Ia filocomunista costituisce una minaccia paragonabile a quella del Covid-19.

Ma chi, nel panico generale, conosce realmente la questione in oggetto? Esiste davvero un’intelligenza artificiale comunista sul modello cinese, con piattaforme improntate su quelle delle grandi società statunitensi e sottoposte a uno stretto controllo statale? Oppure un’intelligenza artificiale in linea con lo Stato sociale all’europea, dallo sviluppo centralizzato nelle mani delle istituzioni pubbliche?

La seconda opzione presenta aspetti interessanti, tanto più che, oggi, la corsa all’Ia tende a prediligere la rapidità a scapito della qualità – come riscontrato a maggio scorso quando la funzione AI Overviews di Google ha suggerito agli utenti di mettere la colla sulla pizza e di mangiare sassi. Il finanziamento pubblico dell’Ia generativa, affiancato da una rigorosa selezione dei dati e da un’inflessibile supervisione, potrebbe potenziare la qualità degli strumenti e alzare il prezzo per le società fruitrici, garantendo così un miglior compenso ai creatori dei contenuti.

Tuttavia, lo sviluppo dell’economia socializzata dell’intelligenza artificiale, non determinerebbe un’ulteriore capitolazione dinnanzi alla Silicon Valley? Un’Ia «comunista» o «socialista» deve limitarsi a decidere chi detenga e controlli i dati oppure modificare i modelli e le infrastrutture informatiche? Non potrebbe, forse, promuovere trasformazioni più profonde?

Una risposta positiva ci è offerta da due esempi della storia contemporanea. Il primo prende il nome di CyberSyn, l’iniziativa visionaria del presidente cileno Salvador Allende. Questo progetto tanto ambizioso quanto effimero (1970-1973), condotto da un carismatico consulente britannico, Stafford Beer, si proponeva di inventare un modo più efficace di gestire l’economia, sfruttando le modeste risorse informatiche del paese.

CyberSyn, spesso definito «Internet socialista», si serviva della rete cilena di macchine telex per far confluire l’insieme dei dati di produzione delle società nazionalizzate vero un computer centrale a Santiago. Tuttavia, nell’intento di evitare le insidie della centralizzazione sovietica, introduceva una forma di apprendimento automatico all’avanguardia volto a garantire maggior potere ai lavoratori.

I tecnici del governo si recavano nelle fabbriche e lavoravano in stretto contatto con gli operai per schematizzare i processi produttivi e di gestione applicati sul campo. Queste preziose informazioni, non disponibili per i dirigenti di una società capitalistica, venivano successivamente tradotte in modelli operativi e, quindi, monitorate con l’aiuto di software specifici di statistica. Inoltre, gli operai-manager potevano essere allertati in tempo reale sui problemi che si presentavano.

Il fulcro di CyberSyn era la visione di un sistema ibrido in cui la potenza di calcolo amplificasse l’intelligenza umana. Trasformando le conoscenze implicite in competenze esplicite e fruibili, i lavoratori – la classe recentemente giunta al comando del paese – avrebbero potuto agire con sicurezza e consapevolezza, a prescindere dalla loro precedente esperienza nei settori della gestione e dell’economia. È forse questa l’Ia socialista su cui ci stiamo interrogando? Per approfondire ulteriormente il significato di questo particolare concetto, è necessario soffermarci sulle avventure di Warren Brodey, psichiatra dedicatosi alla cibernetica prima di diventare hippy, oggi centenario

Una razionalità ecologica

Alla fine degli anni 1960, grazie agli stanziamenti di un ricco socio, Brodey crea a Boston un laboratorio sperimentale, Environmental Ecology Lab (Eel). A distanza di alcune stazioni della metropolitana, i suoi amici Marvin Minsky e Seymour Papert, del Mit – istituzione a cui un tempo aveva aderito –, sviluppano progetti di Ia che, secondo lui, seguono la strada sbagliata. Minsky e Papert partono dal presupposto che il ragionamento umano sia guidato da un insieme di regole e di processi algoritmici astratti e basti individuarli, quindi decifrarli, per fornire a un computer un’«intelligenza artificiale».

Discostandosi da questo approccio, Brodey e i suoi cinque collaboratori ritengono che l’intelligenza, affatto circoscritta al nostro cervello, nasca dalle interazioni con l’ambiente circostante. È un’intelligenza ecologica. Di per sé, regole e meccanismi astratti non hanno alcun significato, poiché a determinare quest’ultimo è il contesto. Per illustrare questa teoria, esponevano un semplice esempio: l’invito a spogliarsi assume diversi significati a seconda che sia pronunciato da un medico, dall’essere amato o da uno sconosciuto incontrato in un vicolo scuro.

La scommessa stava nel concepire un’Ia in grado di cogliere in maniera autonoma queste sottili sfumature. Oltre a modellizzare i processi cognitivi umani, si punta a chiedere ai computer di padroneggiare un’infinita varietà di concetti, di comportamenti e di situazioni, ma anche le loro correlazioni – in altri termini, di capire nella sua interezza il contesto culturale della civiltà umana, unico capace di dare un senso al tutto.

Invece di investire le proprie energie in questa missione apparentemente impossibile, la squadra di Brodey sogna di mettere computer e tecnologie cibernetiche al servizio degli esseri umani per permettergli di esplorare, ma anche di arricchire, il proprio ambiente, e soprattutto la propria persona. In quest’ottica, le tecnologie dell’informazione non sono semplici mezzi per eseguire ordini, bensì strumenti per pensare il mondo e interagire con esso. Si immagini, per esempio, una doccia cibernetica reattiva che conversa con noi sul cambiamento climatico e sulla scarsità di risorse idriche, o ancora un’automobile che, mentre guidiamo, ci invita a riflettere sullo stato dei trasporti pubblici. Il laboratorio inventa una tuta che, se indossata per ballare, cambia la musica in tempo reale, mettendo in risalto le complesse relazioni tra suono e movimento.

L’Environmental Ecology Lab prende apertamente le distanze dalla scuola di Francoforte e dalla sua critica della ragione strumentale: è il capitalismo industriale, non la tecnologia, a privare il nostro mondo della sua dimensione ecologica e ad obbligarci sulla via della razionalità mezzi-fini denunciata da Theodor Adorno, Max Horkheimer e Herbert Marcuse. Per ristabilire questa dimensione smarrita, si pone l’obiettivo di farci prendere coscienza, con l’aiuto di sensori e computer, delle complessità nascoste dietro gli aspetti dell’esistenza che ci sembrano più banali.

Le idee eccentriche di Brodey hanno lasciato un’impronta profonda ma, paradossalmente, quasi invisibile nella nostra cultura digitale. Durante la sua breve carriera al Mit, Brodey ha preso sotto la sua ala un tal Nicholas Negroponte, tecno-utopista all’avanguardia, i cui lavori all’interno del Mit Media Lab hanno notevolmente influenzato i termini della discussione attorno alla rivoluzione digitale. Eppure, le rispettive filosofie dei due uomini erano diametralmente opposte.

Brodey pensava che gli apparecchi cibernetici di nuova generazione dovessero distinguersi innanzi tutto per la loro «reattività», in modo da facilitare il dialogo uomo-macchina e da affinare la nostra coscienza ecologica. Affermava che gli individui aspirano sinceramente all’evoluzione e vedeva nel computer un alleato in questa impresa di trasformazione permanente. Il suo protetto Negroponte ha riadattato il concetto per renderlo più duttile: la principale funzione delle macchine era, dunque, capire, prevedere e soddisfare i nostri bisogni immediati.

Insomma, laddove Negroponte cercava di creare macchine originali ed eccentriche, Brodey, convinto che gli ambienti intelligenti – e l’intelligenza stessa – non potessero esistere senza le persone, cercava di creare esseri umani originali ed eccentrici. La Silicon Valley ha adottato il punto di vista di Negroponte.

Un’altra caratteristica distingueva Brodey dai suoi colleghi: mentre gli informatici dell’epoca vedevano nell’Ia uno strumento di human augmentation – in termini di potenziamento, con macchine che eseguivano i compiti più semplici per incrementare la produttività –, lui puntava sullo human enhancement – un concetto che andava ben oltre la semplice efficienza.

La distinzione tra questi due paradigmi è tanto sottile, quanto cruciale. Pensiamo all’augmentation quando si utilizza il Gps del telefonino per orientarsi in luoghi sconosciuti: in questo modo si arriva prima e con maggiore facilità a destinazione. Tuttavia, il beneficio è effimero. In mancanza di questo aiutino tecnologico, ci troveremmo ancor più impotenti. L’enhancement consiste nel servirsi della tecnologia per sviluppare nuove competenze – nel caso in questione, il perfezionamento di un innato senso dell’orientamento, attraverso tecniche avanzate di memorizzazione, oppure imparando a interpretare i segnali offerti dalla natura.

In sostanza, l’augmentation ci sottrae capacità in nome dell’efficienza, mentre l’enhancement ci permette di acquisirne di nuove e arricchisce le nostre interazioni con il mondo. Da questa fondamentale differenza dipende il modo in cui incorporiamo la tecnologia nelle nostre vite per trasformarci in soggetti passivi o in artigiani creativi.

Brodey aveva maturato queste convinzioni all’epoca della sua partecipazione, in qualità di psichiatra, a un programma più o meno segreto elaborato dalla Central Intelligence Agency (Cia), all’inizio degli anni 1960. L’agenzia statunitense aveva avuto la brillante idea di insegnare il russo a una squadra di non vedenti attentamente selezionati, per fargli ascoltare le comunicazioni sovietiche intercettate. L’ipotesi era che, data la loro cecità, gli altri sensi fossero più sviluppati rispetto a quelli di analisti dotati della vista. Dopo diversi anni di collaborazione con queste persone, nell’intenzione di individuare segnali interni ed esterni – temperatura corporea, tasso di umidità ambientale, qualità della luce… – sollecitati per migliorare le loro percezioni, Brodey aveva scoperto che la loro capacità di perfezionare i sensi era universalmente condivisa.

Sebbene questo programma di miglioramento, che ci offriva potenzialmente una sensibilità artistica, fosse decisamente poetico, Brodey, da incorreggibile pragmatico, riteneva fosse impossibile da mettere in pratica senza il ricorso ai computer. Quando tentò di importarlo al Mit con la speranza di trasformarlo in un campo di ricerca ufficiale, si scontrò con una ferma opposizione, e non solo dalle fila dell’élite conservatrice dell’Ia. Altri vi scorsero tetre connotazioni naziste: Brodey non stava forse suggerendo di realizzare esperimenti sugli esseri umani? Questa levata di scudi lo costrinse a rivolgersi a finanziatori privati.

La sostanziale differenza tra augmentation ed enhancement – e le sue conseguenze in termini di automatizzazione – è diventata evidente solo alcuni decenni dopo. La prima punta a creare macchine che pensano, sentono come noi, rischiando di rendere caduche le nostre competenze. Gli attuali strumenti fondati sull’Ia generativa si propongono di aumentare il lavoro di artisti e autori ma minacciano anche di sostituirli, in maniera pura e semplice. Al contrario, le tecnologie intelligenti di Brodey non intendevano automatizzare l’umanità fino a renderla obsoleta né a standardizzare l’esistenza, bensì promettevano di arricchire i nostri interessi e di estendere le nostre facoltà, ossia di elevare l’esperienza umana invece di limitarla.

Sbloccare le capacità umane latenti

Un punto di vista coraggioso nel contesto dell’epoca, quando la maggior parte dei rappresentanti della controcultura pensava la tecnologia come forza anonima e senz’anima di cui era meglio diffidare o, nelle comunità favorevoli al «ritorno alla terra», come strumento di emancipazione esclusivamente individuale. Quando, a metà degli anni 1960, Brodey elaborava queste idee, la sua vita professionale e familiare subì pesanti conseguenze. Le sue prese di posizione lo spingevano sempre più verso le frange avanguardiste dell’establishment statunitense. Come molti all’interno del movimento hippy, non riconosceva la legittimità della politica, motivo che gli impediva di tradurre le teorie in rivendicazioni.

All’altro capo del mondo, un filosofo sovietico, Evald Ilyenkov, come lui nato nel 1924, si poneva domande molto simili, pur all’interno di un quadro concettuale proprio del «marxismo creativo». I suoi lavori permettono di capire meglio come si colloca il potenziamento umano nel pensiero comunista e socialista.

Come Brodey, Ilyenkov aveva lavorato a lungo con persone non vedenti. Dai suoi studi, concludeva che le capacità cognitive e sensoriali sono frutto della socializzazione e dell’interazione con la tecnologia. Laddove troviamo un buon ambiente pedagogico e tecnologico, possiamo coltivare le competenze latenti. Il comunismo si poneva l’obiettivo di liberare, sotto l’egida dello Stato, le capacità umane latenti affinché ognuno potesse realizzare pienamente il proprio potenziale, indipendentemente dalle barriere sociali o naturali.

Ilyenkov, esasperato dal fascino dei burocrati sovietici per l’Ia di stampo statunitense, elaborò una critica particolarmente convincente in un articolo del 1968 intitolato «Idoli e ideali» (6). Secondo lui, l’elaborazione di un’intelligenza artificiale equivaleva alla costruzione di un’enorme e distruttiva fabbrica di sabbia artificiale nel bel mezzo del Sahara. Anche qualora funzionasse alla perfezione, sarebbe stato assurdo non ricorrere a una risorsa naturale disponibile in quantità, appena al di là delle sue mura.

Quasi sessant’anni dopo, la denuncia di Ilyenkov ha conservato tutta la sua attualità. Continuiamo a essere bloccati nel deserto a difendere la legittimità di quella fabbrica, senza accorgerci che nessuno, tranne gli stati maggiori e gli architetti dell’ordine economico, ne ha realmente bisogno. Brodey utilizzava un altra immagine, suggeritagli da Marshall McLuhan: le sue tecnologie ecologiche avevano il potere di illuminarci, come un pesce che improvvisamente prende coscienza dell’esistenza dell’acqua. Allo stesso modo, era ormai necessario informare gli ossessionati dall’Ia che erano circondati da un colossale giacimento di intelligenza, umana, creativa, imprevedibile e poetica.

Rimane da sciogliere la grande domanda: possiamo realmente migliorarci se continuiamo a ricorrere a concetti quali l’Ia, che sembra contraddire l’idea stessa di sviluppo umano?
L’ambizione di costruire un’intelligenza artificiale ha captato miliardi di dollari e, per alcuni, il suo costo si ripercuote sul piano personale. L’intransigenza dei suoi promotori che ne hanno assicurato l’espansione – grazie alle raccolte di fondi in ogni direzione e a una rigida definizione dei confini della disciplina – ha portato all’emarginazione dei pensatori visionari come Stafford Beer e Warren Brodey, che si è sempre sentito a disagio di fronte al marchio di «intelligenza artificiale».

I due uomini, che sono riusciti a incontrarsi poco prima della morte del primo, nel 2002, provenivano da ambienti diametralmente opposti. Beer, ex dirigente di impresa, era membro dell’ultra élitario Club Athenaeum britannique; Brodey era cresciuto a Toronto in una famiglia ebrea della classe media. Questo non impedì loro di nutrire lo stesso disprezzo verso l’Ia come disciplina scientifica e verso il dogmatismo dei suoi specialisti. Condividevano, inoltre, lo stesso padre spirituale: Warren McCulloch, celebre mente della cibernetica.

La cibernetica era nata subito dopo la seconda guerra mondiale, sotto il patrocinio del matematico Norbert Wiener. Molti ricercatori, pionieri nei rispettivi campi (matematica, neurofisiologia, ingegneria, biologia, antropologia…), avevano evidenziato una difficoltà comune: tutti si scontravano con processi complessi e non lineari in cui diventava impossibile distinguere tra cause ed effetti – poiché l’apparente effetto di un dato processo naturale e sociale poteva rivelarsi al contempo legato a un altro.

La cibernetica, articolata attorno a questa idea di mutua causalità e di interconnessione tra fenomeni apparentemente indipendenti, più che una disciplina scientifica appare una filosofia. I suoi grandi pensatori non abbandonavano il loro campo di ricerca iniziale, ma arricchivano le proprie analisi grazie a una prospettiva nuova. L’approccio interdisciplinare permetteva di comprendere i processi in atto nelle macchine, nei cervelli umani e nelle società per mezzo di un unico insieme di concetti.

Quando ha fatto la sua comparsa a metà degli anni 1950, l’intelligenza artificiale si è presentata come propaggine della cibernetica; in realtà, aveva più i tratti di una regressione. La cibernetica si ispirava alle macchine per capire meglio l’intelligenza umana, non per riprodurla. La disciplina emergente dell’Ia, disinibita, iniziava ad aprire una nuova strada, fabbricando macchine capaci di «pensare» come noi. L’obiettivo non era svelare i misteri della cognizione umana, ma soddisfare le esigenze del suo principale cliente: l’esercito. La ricerca era apertamente mossa dagli imperativi di difesa, elemento determinante per la sua futura evoluzione.

Così, alcuni dei progetti iniziali ispirati alla filosofia cibernetica, come il tentativo di fabbricare reti neurali artificiali, si sono rapidamente reindirizzati verso scopi militari. Queste reti non sarebbero più servite a districare gli intrecci del pensiero ma ad analizzare le immagini aeree per localizzare navi nemiche o petroliere. L’ambiziosa ricerca di un’intelligenza artificiale ha finito per rivestire di un’aura scientifica banali contratti militari.

In questo contesto, l’interdisciplinarità non è una priorità. L’Ia era dominata da giovani e brillanti matematici o informatici che ritenevano la cibernetica troppo astratta, troppo filosofica e soprattutto potenzialmente sovversiva. Va detto che, nel frattempo, Norbert Wiener aveva iniziato a sostenere le lotte sindacali e a criticare l’esercito, allontanando così la probabilità di ottenere finanziamenti dal Pentagono.

L’intelligenza artificiale che permetteva di «potenziare» gli operatori umani e di elaborare armi autonome, non aveva certo problemi di questo tipo. È stata fin dalle origini una disciplina scientifica a sé. Mentre le scienze tradizionali cercavano di capire il mondo, aiutandosi a tratti con la modellizzazione, i pionieri dell’Ia avevano deciso di costruire modelli semplificati di un fenomeno del mondo reale – l’intelligenza –, per poi convincerci che nulla distingueva i primi dal secondo. Un po’ come se alcuni geografi rinnegati creassero una nuova disciplina, il «territorio artificiale», allo scopo di convincerci che, con i progressi della tecnologia, cartina e territorio diventano una sola e unica cosa.

Sotto diversi punti di vista, la traiettoria – e la tragedia – dell’Ia durante la guerra fredda assomiglia a quella delle scienze economiche, in particolare statunitensi. L’economia negli Stati uniti aveva sprigionato un pensiero effervescente, plurale, in sintonia con le dinamiche del mondo, reale, consapevole dell’influenza del potere e delle istituzioni (dai sindacati alla Federal reserve) su produzione e crescita. Le priorità della guerra fredda l’hanno trasformata in una disciplina ossessionata dai modelli astratti – ottimizzazione, equilibrio, teoria dei giochi… – la cui pertinenza nella vita reale aveva un’importanza secondaria. Anche se oggi alcune applicazioni digitali, come la pubblicità online o i servizi di noleggio con conducente (Ncc), si basano su queste costruzioni matematiche, la validità specifica di un approccio parziale non basta a dargli nuova legittimità. Il punto è che l’economia ortodossa moderna non ha molto da proporre per risolvere problemi come le disuguaglianze o il cambiamento climatico, se non soluzioni incentrate sul mercato.

Questa analisi si applica anche all’intelligenza artificiale che, seppur descritta come un trionfo tecnologico, appare spesso come un eufemismo applicato a militarismo e capitalismo. Per quanto i suoi difensori riconoscano la necessità di adottare controllo e regolamentazione minimi, faticano a immaginare un futuro in cui la nostra concezione di intelligenza non sia dominata dall’Ia. Fin dall’inizio, quest’ultima è stata considerata, più che una scienza – caratterizzata da obiettivi finali non predeterminati –, un ibrido tra religione e ingegneria. Il suo proposito finale era la creazione di un sistema informatico universale in grado di eseguire ogni tipo di compito senza un esplicito addestramento – decisione cui attribuiamo solitamente il nome di intelligenza artificiale generale (Agi).

Ritroviamo, così, un nuovo parallelismo con l’economia: durante la guerra fredda, l’Iag è stata concepita negli stessi termini in cui gli economisti interpretavano il libero mercato, ossia come una forza autonoma, autoregolamentata, a cui l’umanità si sarebbe dovuta adattare. Da un lato, il pensiero economico dissimula il ruolo della violenza coloniale, del patriarcato e del razzismo nell’espansione del capitalismo, come in una naturale estensione della propensione umana «a fare scambi, traffici e baratti (7)», descritta dalla celebre formula di Adam Smith. Dall’altro, la tradizionale narrazione sulle origini dell’Ia riconosce i contributi della cibernetica, della matematica, della logica, ma non fa alcun cenno al contesto storico o geopolitico. Un po’ come se definissimo l’eugenetica e la frenologia quali semplici branche della genetica e della biologia senza menzionare la loro dimensione razzista. Non dimentichiamo, sottolinea Yarden Katz nel suo eccellente saggio Artificial Whiteness (8), che l’intelligenza artificiale non sarebbe mai esistita senza il militarismo, il corporativismo e il patriottismo esacerbato dalla guerra fredda.

Un principio così distorto potrà un giorno essere posto al servizio di ambizioni progressiste? Non è forse inutile invocare un’«intelligenza artificiale comunista» così come sognare laboratori clandestini dal volto umano o fantastici strumenti di tortura?

Le esperienze di Stafford Beer e Warren Brodey suggeriscono che faremmo bene a rinunciare allo spettro dell’intelligenza artificiale socialista per concentrarci sulla definizione di una politica tecnologica socialista post-Ia. Invece di tentare di umanizzare i prodotti esistenti, ipotizzando applicazioni di sinistra o inventando nuovi modelli di proprietà economica, dobbiamo rendere accessibili a tutti, senza differenza di classe, di etnia o di genere, le istituzioni, le infrastrutture e le tecnologie che favoriscono l’autonomia creatrice e permettono di realizzare appieno le sue capacità. In altri termini, dobbiamo innescare la transizione da human augmentation a human enhancement.

Vivere in una palla, non in una bolla

Una politica di questo tipo potrebbe fondarsi sulle componenti dello Stato sociale ben lontane dalle parole d’ordine conservatrici del capitalismo: educazione e cultura, biblioteche, università ed emittenti pubbliche. Aprirebbe così la strada a una politica educativa e culturale socialista, invece di rafforzare l’economia neoliberista, come fa l’approccio attuale.

Brodey aveva capito molto presto che non poteva esistere una IA socialista senza socialismo. Fin dall’inizio degli anni 1970, riconosceva che il contesto della guerra fredda negli Stati uniti privava totalmente di significato le sue ricerche su «human enhacement» e «tecnologia economica» – oltre al suo aperto e fiero rifiuto del denaro del Pentagono, ma anche di istituzioni come il Mit, per evidenziare la propria opposizione alla guerra del Vietnam.

Stando alle affermazioni di Negroponte, Brodey non volle mai sentir parlare di una cattedra al Mit. Non era interessato alle comodità. Preferì andare a costruirsi una casa a base di schiuma e sfere di plexiglass nel cuore di una foresta del New Hampshire. Un ambiente «reattivo e intelligente» a lui confacente. Ma questo era troppo, anche per i suoi estimatori. «Non tutti aspirano a vivere in una palla», ironizzava Negroponte al tempo.

Il pensiero di Brodey era permeato di utopismo. Lui e il suo più caro collega, Avery Johnson, nutrivano la speranza che l’industria statunitense scegliesse di far propria la loro visione – prodotti reattivi e interattivi capaci di far nascere nuovi gusti e centri di interesse negli utenti, piuttosto che cullarsi nel desiderio consumistico. Ma le aziende hanno optato per la versione più conservatrice di Negroponte, in cui l’interattività permette in primo luogo alle macchine di individuare le nostre angosce e indurci a comprare di più.

Nel 1973, Brodey, disilluso, si trasferì in Norvegia. Qui, rinacque maoista, membro attivo del Partito comunista dei lavoratori, tanto da recarsi in Cina per confrontarsi con alcuni ingegneri sul suo concetto di «tecnologie reattive». Un cambio di rotta affatto banale per un uomo che aveva avuto un ruolo attivo in progetti dell’esercito, della National Aeronautics and Space Administration (Nasa) e della Cia, durante la guerra fredda.

Come ho potuto cogliere nelle lunghe conversazioni avute con lui negli ultimi dieci anni in Norvegia, dove vive ancora oggi, Brodey continua a rappresentare perfettamente il progetto di evoluzione aperta che aveva promosso negli anni 1960. Senza dubbio, per lui, lo human enhancement ha funzionato. Questo significa che potrebbe funzionare per tutti – a condizione di scegliere le tecnologie adeguate e coltivare una buona dose di scetticismo riguardo all’intelligenza artificiale, comunista o meno.


Il bacio fake tra Kamala Harris e Donald Trump è una pericolosa invenzione dell’IA di Elon Musk

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Pier Luigi Pisa, La Stampa

xAI, l’azienda di Musk che sviluppa intelligenza artificiale, ha appena aggiornato Grok, il chatbot simile a ChatGpt e Gemini che imita la creatività umana. La nuova versione di Grok può creare immagini a partire da un testo: vuol dire che in un attimo si possono ottenere foto realistiche. Basta solo descrivere ciò che si ha in mente. Con risultati talvolta devastanti, soprattutto se l’IA consente di generare immagini inappropriate. E Grok sembra non avere filtri, in un periodo delicatissimo per l’America e il futuro della democrazia

Sulle elezioni presidenziali Usa si sta abbattendo la tempesta perfetta.

Elon Musk, uno dei più accaniti sostenitori di Donald Trump, ha appena aggiornato la sua IA, Grok, capace per la prima volta di generare immagini a partire da un testo.

Praticamente senza filtri.

È diventata virale, per esempio, l’immagine fake creata con Grok in cui un uomo che somiglia a Donald Trump e una donna che sembra Kamala Harris si baciano appassionati, è una delle tante immagini fake – e inappropriate – condivise nelle ultime ore dagli utenti del social X, un tempo noto come Twitter, anche questo di proprietà di Musk.

Sebbene le regole di utilizzo di Grok vietino la generazione di immagini offensive, violente, oscene e diffamatorie, gli utenti che stanno testando la nuova IA di Musk riferiscono che non ci sono limiti a ciò che si può generare.

Una veloce ricerca di “Grok 2” su X restituisce le seguenti immagini:

*Obama che sniffa cocaina

*Trump che spara con due pistole

*Trump abbracciato a K Harris incinta

*Taylor Swift in lingerie

*Hitler che mangia una fetta di anguria

*Un UFO con lo stemma nazisti

La testata The Verge è addirittura riuscita a creare una foto falsa di Barack Obama che tenta di accoltellare Joe Biden.

In alcuni casi i protagonisti delle immagini somigliano vagamente agli originali in carne e ossa. In altri sono praticamente identici.

Chi ci guadagna da un’ondata di scatti fake è proprio Donald Trump, che rispetto a Kamala Harris è indietro nei sondaggi ed è pronto a giocare sporco per recuperare terreno (come quando, qualche giorno fa, ha scritto che la folla in attesa della vicepresidente americana all’aeroporto di Detroit era stata creata con l’IA).

Elon Musk, invece, si trova in una posizione paradossale riguardo a Grok, l’intelligenza artificiale generativa attualmente accessibile solo agli utenti premium della piattaforma X.

Da un lato Musk dovrebbe essere responsabile della regolamentazione e del controllo di questa potente tecnologia. Dall’altro, il fervido sostegno dell’imprenditore a Donald Trump solleva dubbi sulla sua volontà di imporre limiti rigorosi all’uso di Grok.

La sua tendenza a cavalcare le controversie e a sfidare le convenzioni suggerisce che Musk potrebbe utilizzare la sua IA per alimentare la disinformazione, attaccare Kamala Harris e potenzialmente influenzare l’opinione pubblica durante la corsa alla Casa Bianca.

Proprio Musk, recentemente, ha condiviso sul suo account X, seguito da più di 190 milioni di follower, uno spot che critica Kamala Harris in cui è stata utilizzata la voce della vicepresidente Usa clonata dall’intelligenza artificiale.

Il “caso Grok” solleva importanti questioni etiche sull’uso dell’IA nei social media e sul peso che hanno le big tech – e i ricchi uomini d’affari che operano nel settore dell’intelligenza artificiale generativa – nei processi democratici.

 


L’inevitabile necessità di un reddito di base universale nell’era dell’intelligenza artificiale

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Da Ceo.com

Il XXI secolo ha visto la rapida ascesa dell’intelligenza artificiale (IA), che ha trasformato quasi ogni aspetto della nostra vita. Se da un lato questa rivoluzione tecnologica porta con sé innumerevoli vantaggi, dall’altro solleva preoccupazioni circa la delocalizzazione dei posti di lavoro e la disuguaglianza economica. Con l’avanzare dell’IA, la necessità di un reddito di base universale (UBI, dalla dicitura inglese) diventa sempre più evidente per affrontare le crescenti sfide della forza lavoro.

Il potenziale dell’IA di lasciare le persone senza lavoro non è un timore infondato. In uno studio ampiamente citato dell’Università di Oxford, i ricercatori Frey e Osborne stimano che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti è a rischio di automazione nei prossimi due decenni. Allo stesso modo, un rapporto del McKinsey Global Institute suggerisce che entro il 2030 l’automazione potrebbe spostare tra i 400 e gli 800 milioni di persone in tutto il mondo.

Alla luce di queste proiezioni, è fondamentale esplorare potenziali soluzioni per mitigare gli impatti negativi dell’IA sulla forza lavoro. È qui che entra in gioco l’UBI. Diversi studi ed esperimenti sull’UBI, come l’esperimento sul reddito di base di GiveDirectly in Kenya, l’esperimento finlandese sul reddito di base, l’Alaska Permanent Fund e lo Stockton Economic Empowerment Demonstration (SEED), forniscono preziose indicazioni sui potenziali benefici dell’implementazione dell’UBI come risposta alle sfide poste dall’IA.

L’UBI consiste nel fornire un pagamento regolare e incondizionato in contanti a tutti gli individui, indipendentemente dal loro stato occupazionale o dal livello di reddito. Offrendo sicurezza finanziaria, l’UBI può contribuire a tamponare gli shock economici causati dalla perdita di posti di lavoro dovuta all’IA e all’automazione. Ecco perché l’UBI potrebbe essere una parte essenziale del nostro futuro nell’era dell’intelligenza artificiale:

  1. Riduzione della povertà e della disuguaglianza di reddito: L’UBI può contribuire a colmare il crescente divario di reddito esacerbato dall’automazione, che colpisce in modo sproporzionato i lavoratori poco qualificati. È stato dimostrato che i trasferimenti di denaro da parte dei programmi UBI possono alleviare la povertà, come dimostrato dall’Alaska Permanent Fund e dall’esperimento di GiveDirectly in Kenya.
  2. Maggiore sicurezza finanziaria: Con l’incertezza della stabilità del lavoro dovuta all’AI, l’UBI può offrire agli individui una rete di sicurezza finanziaria. Questo senso di sicurezza può promuovere il benessere mentale, come osservato nell’esperimento finlandese sul reddito di base.
  3. Incoraggiare l’imprenditorialità e l’innovazione: Un reddito garantito può favorire un ambiente in cui le persone si sentono sicure di poter correre dei rischi, come avviare un’attività imprenditoriale o dedicarsi a un’attività creativa. Questo può spingere all’innovazione e potenzialmente creare nuove opportunità di lavoro nel lungo periodo.
  4. Sostenere l’istruzione e lo sviluppo delle competenze: L’UBI può aiutare i lavoratori a investire nella loro istruzione e ad acquisire nuove competenze, rendendo più facile l’adattamento ai cambiamenti del mercato del lavoro e alla crescente domanda di manodopera qualificata nell’era dell’intelligenza artificiale. Questo investimento nel capitale umano può portare a una forza lavoro più resiliente e adattabile.
  5. Miglioramento della rete di sicurezza sociale: Poiché i programmi di welfare tradizionali possono faticare ad adattarsi ai rapidi cambiamenti del mercato del lavoro, l’UBI può fungere da rete di sicurezza più flessibile ed efficiente, raggiungendo una popolazione più ampia che necessita di sostegno.
  6. Promozione della salute e del benessere: La sicurezza finanziaria fornita dall’UBI può ridurre lo stress e l’ansia legati alla perdita del lavoro o all’instabilità economica. Individui più sani e meno stressati hanno maggiori probabilità di contribuire positivamente alla società e all’economia.
  7. Rafforzamento della spesa dei consumatori: L’UBI può aiutare a mantenere la spesa dei consumatori di fronte alla perdita del lavoro, sostenendo la crescita economica e prevenendo una spirale negativa causata dalla riduzione della domanda di beni e servizi.

Sebbene l’UBI non sia una soluzione unica per le sfide poste dall’IA, offre una strada promettente per affrontare gli impatti sociali ed economici dell’automazione. Fornendo una rete di sicurezza finanziaria agli individui in un mercato del lavoro incerto, l’UBI può aiutarci a navigare nel panorama in rapida evoluzione dell’era dell’intelligenza artificiale.

Ceo.com è un sito che si definisce “al servizio della comunità dei leader eccezionali”


Il caldo anomalo che uccide e fa impazzire il mondo

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Angelo Romano, Valigia Blu

Un “killer silenzioso”. Così i medici hanno definito le ondate di calore perché mietono molte più vittime di quanto la maggior parte delle persone si renda conto. E hanno impatti sui corpi e sulla salute mentale.

Uno studio pubblicato recentemente su Nature Medicine ha rilevato che nel 2023 – l’anno più caldo mai registrato anche se gli scienziati prevedono che il 2024 prenderà presto il suo posto – le ondate di calore, aggravate dall’inquinamento da anidride carbonica, hanno ucciso quasi 50mila persone in Europa. E il tasso di mortalità sarebbe stato dell’80% più alto se le persone non si fossero adattate all’aumento delle temperature negli ultimi due decenni. Questo significa che gli sforzi compiuti per adattare le società alle ondate di calore sono efficaci, spiega al Guardian Elisa Gallo, epidemiologa ambientale presso ISGlobal e autrice principale dello studio. “Ma il numero di decessi legati al caldo è ancora troppo alto e l’Europa si sta riscaldando a un ritmo doppio rispetto alla media globale: non possiamo dormire sugli allori”.

Come già rilevato dall’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite, le ondate di calore in Europa stanno diventando più intense, più lunghe e più frequenti. Entro il 2050, prosegue il rapporto, circa la metà della popolazione europea potrebbe essere esposta a un rischio elevato o molto elevato di stress da ondate di calore durante l’estate.

“L’adattamento all’aumento delle temperature ha svolto un ruolo cruciale nella prevenzione della mortalità in Europa, ma rimane insufficiente”, ha aggiunto Dominic Royé, ricercatore presso la Climate Research Foundation, che non ha partecipato allo studio.

“Il caldo estremo sta avendo un impatto estremo sulle persone e sul pianeta. Il mondo deve raccogliere la sfida dell’aumento delle temperature”, ha affermato il mese scorso il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, esortando a una maggiore cooperazione internazionale. Guterres ha chiesto di intervenire in quattro aree:
1) Prendersi cura delle persone vulnerabili;
2) Proteggere i lavoratori;
3) Utilizzare i dati e le ricerche scientifiche per incrementare la capacità di adattamento;
4) Limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C sostituendo i combustibili fossili con le energie rinnovabili.

Gli scienziati sostengono che i governi possono proteggere le persone dalle ondate di calore progettando città fresche con più parchi e meno cemento, istituendo sistemi di allerta precoce per avvertire le persone del pericolo imminente e rafforzando i sistemi sanitari in modo che i medici e gli infermieri non siano costretti a sovraccaricarsi quando le temperature salgono.

Ma anche le azioni individuali, come stare in casa e bere acqua, hanno un forte effetto sul numero di morti. Controllare i vicini e i parenti anziani che vivono da soli può fare la differenza. Il dottor Santi Di Pietro, assistente alla cattedra di medicina d’urgenza dell’Università di Pavia, ha affermato che i suoi colleghi curano più pazienti al giorno di quanti ne curassero all’inizio di gennaio durante la stagione influenzale.

“Il cambiamento climatico deve essere considerato un problema di salute”, spiega ancora Gallo. Anche sui luoghi di lavoro.

Secondo un rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), oltre il 70% della forza lavoro mondiale è a rischio di morte o malanni a causa del caldo estremo. Quasi 23 milioni di infortuni sul lavoro in tutto il mondo sono causati dal caldo eccessivo.

L’Africa (93%) e la penisola arabica (83%) sono le aree dove la forza lavoro è maggiormente esposta alle ondate di calore. Europa e Asia centrale sono invece le regioni dove il rischio di caldo estremo sta aumentando più rapidamente che in qualsiasi altra parte del mondo, con un incremento di oltre il 17% dal 2020. Il rapporto prevede che le ondate di calore provocheranno circa 1,6 milioni di vittime a livello globale entro il 2050 e che il Sud-Est asiatico potrebbe essere tra le regioni più colpite.

A lungo termine, i lavoratori sviluppano malattie croniche gravi e debilitanti, che colpiscono il sistema cardiovascolare e respiratorio e i reni. Sempre secondo l’ILO, 26,2 milioni di persone soffrono di malattie renali croniche a causa dello stress da caldo sul posto di lavoro.

Le categorie più a rischio sono, in particolare, i vigili del fuoco, i panettieri, gli agricoltori, gli operai edili, i minatori, gli addetti alle caldaie, gli operai di fabbrica. I lavoratori d’età pari o superiore a 65 anni, in sovrappeso, affette da malattie cardiache o da ipertensione arteriosa, sono maggiormente a rischio.

Uno degli aspetti meno dibattuti è quello relativo, infine, agli impatti delle ondate di calore sulla salute mentale. Negli ultimi anni, le discussioni sull’impatto dei cambiamenti climatici sulla salute mentale si sono concentrate sull’eco ansia, un termine che indica la preoccupazione, la paura o l’ansia cronica legata al destino del pianeta a per via di gravi eventi climatici.

Meno si parla di alcuni filoni di ricerca che stanno cercando di comprendere meglio gli effetti dei cambiamenti climatici, in particolare il caldo estremo, sulla salute mentale. Tra questi, anche l’ultimo rapporto dell’IPCC, secondo il quale l’aumento delle temperature globali ha “influenzato negativamente” la salute mentale nelle regioni di tutto il mondo.

In generale, il caldo e il disagio possono influire sull’umore di una persona, portandola a sentirsi più irritabile e stressata con effetti a catena sul comportamento. Un numero crescente di ricerche collegano il caldo estremo a un aumento dei comportamenti violenti.

Il caldo estremo può avere implicazioni ancora più significative sul sonno. Le ricerche dimostrano che il riscaldamento notturno sta peggiorando la qualità e le ore di sonno a livello globale. Giorni o settimane di sonno in stanze troppo calde possono non solo aggravare condizioni croniche come il diabete e le malattie cardiache, ma anche influenzare negativamente i disturbi psichiatrici

Tutti questi aspetti sono esacerbati per chi ha problemi di salute mentale. In questi casi, le ricerche hanno individuato un aumento dei ricoveri in ospedale di persone con problemi di salute mentale e anche un rischio maggiore di morire durante i periodi di alte temperature.

Tuttavia, restano ancora tante le lacune nella comprensione delle interazioni biologiche, psicologiche, sociali e ambientali tra salute mentale e calore, spiega Alessandro Massazza, project advisor su cambiamento climatico e salute mentale presso Wellcome, una fondazione che si occupa di salute mentale, malattie infettive e clima. Le ricerche sono ancora sporadiche e limitate e, con esse, anche le politiche dei governi: la salute mentale è a malapena presente negli impegni relativi al clima in tutto il mondo.

Attualmente, solo il 3% degli impegni climatici presentati dai governi nazionali nell’ambito dell’Accordo di Parigi menziona la salute mentale, prosegue Massazza. L’Australia Meridionale è uno dei pochi Stati che prevede un supporto mirato per i gruppi a rischio, compresi quelli di persone affette da patologie mentali. Anche le politiche basate sulla natura, che migliorano l’accesso agli spazi verdi e blu, e le politiche dei trasporti che incoraggiano l’uso di mezzi di locomozione lenti, come le biciclette, hanno dimostrato di avere benefici per la salute mentale e l’ambiente.

“Una migliore comprensione di come e perché il caldo estremo ha un impatto negativo sulla salute mentale – conclude Massazza – sarà essenziale per realizzare un mondo in cui nessuno sia bloccato da problemi di salute mentale, anche nel contesto di un clima che cambia”.

Nell’immagine: sempre più caldo (da Climate Reanalyzer)


Contro la comunità jenisch fu commesso un genocidio culturale?

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Daniele Mariani, tvsvizzera.it

Il Consiglio federale ha commissionato una perizia legale per esaminare il ruolo che la Svizzera ha avuto nel trattamento della comunità jenischCollegamento esterno, stando a quanto ha riportato domenica la NZZ am SonntagCollegamento esterno. Il rapporto dovrà esaminare, tra le altre cose, se le istituzioni coinvolte e il Governo abbiano commesso un genocidio o crimini contro l’umanità nei confronti di questa comunità nomade.

La perizia è stata affidata al professore di diritto internazionale dell’Università di Zurigo Oliver Diggelmann e al suo team, che dovranno consegnare le loro conclusioni in autunno. Una presa di posizione del Consiglio federale è attesa entro la fine dell’anno.

Collocamenti coatti

La storia recente del popolo jenisch in Svizzera è stata costellata da innumerevoli discriminazioni. Al centro delle critiche vi è il programma assistenziale Bambini della strada portato avanti tra il 1926 e il 1973 dalla fondazione Pro Juventute, ampiamente finanziata della autorità federali e cantonali.

Il programma si prefiggeva di rieducare i bambini e le bambine nomadi. Come? Sottraendoli alle loro famiglie e ospitandoli in istituti o presso genitori affidatari. ” Molti bambini della strada ed anche i loro genitori vennero inoltre internati in riformatori e penitenziari oppure in cliniche psichiatriche”, ricorda un articoloCollegamento esterno dell’Archivio federale svizzero.

La vicenda è recentemente balzata di nuovo agli onori della cronaca grazie al film Lubo del regista italiano Giorgio Diritti, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.

Circa 2’000 vittime

Si stima che nel corso dei cinque decenni durante il quale è stato attivo il programma circa 600 bambine e bambini siano stati sottratti alle loro famiglie d’origine. Altri lo furono dalle chiese o dalle autorità cantonali e comunali. Complessivamente le vittime di questi provvedimenti furono circa 2’000. “Molte di loro – sottolinea Pro JuventuteCollegamento esterno prendendo le distanze da quanto fatto all’epoca – hanno subito violenze e sono state sfruttate come manodopera a basso costo”.

Fu solo nel 1973, in seguito alla pubblicazione l’anno precedente di un articoloCollegamento esterno della rivista Beobachter che destò scalpore tra l’opinione pubblica, che il programma venne interrotto.

A cinquant’anni di distanza le ferite sono ancora profonde tra la comunità jenisch e tra quelle persone rimaste vittime di questi affidamenti coatti.

Dare un nome all’ingiustizia

Le scuse presentate dal 1986 dall’allora presidente della Confederazione Alphons Egli e il varo nel 2017 della Legge federale sulle misure coercitive a scopo assistenziale e i collocamenti extrafamiliari prima del 1981Collegamento esterno, che prevede un risarcimento fino a 25’000 franchi alle vittime di questi provvedimenti, non sono però sufficienti, secondo la comunità jenisch.

“Si tratta di giustizia; di dare un nome chiaro ai torti subiti” poiché non è mai stato detto “come dovevano essere giudicati gli atti per i quali [le autorità] si erano scusate”, sottolinea alla NZZ am Sonntag Daniel Huber, presidente della Radgenossenschaft der LandstrasseCollegamento esterno, l’organizzazione che difende gli interessi delle comunità jenisch e sinti.

La richiesta emana dalle stesse vittime, aggiunge Huber. “Immaginatevi una persona di 85 anni direttamente colpita che viene da voi e vi dice: ‘Sto morendo e non ho ancora sentito delle scuse concreto per ciò che ci è stato fatto’”.

Un fascio di indizi importante

Digelmann e il suo team dovranno ora determinare se quanto accaduto contravviene in particolare l’articolo 264 del Codice penaleCollegamento esterno, secondo cui ci si rende colpevoli di genocidio non solo se si uccidono persone nell’intento di distruggere “un gruppo nazionale, razziale, religioso, etnico, sociale o politico in quanto tale”, ma anche se si trasferiscono “con la forza fanciulli del gruppo a un altro gruppo” o se si sottopongono i suoi membri “a condizioni di vita atte a provocare la distruzione totale o parziale del gruppo”.

Nella lettera apertaCollegamento esterno indirizzata a inizio anno alla responsabile del Dipartimento federale dell’interno Elisabeth Baume-Schneider, la Radgenossenschaft der Landstrasse non ha dubbi: quanto avvenuto tra il 1926 e il 1973 è stato un “genocidio culturale”. Una conclusione a cui è giunta anche la professoressa di diritto penale Nadja Capus. “Ci sono forti prove che Pro Juventute, con il sostegno delle autorità federali, cantonali e comunali, abbia agito con l’intenzione di distruggere gli jenisch come gruppo”, afferma Capus, interpellata dalla NZZ am Sonntag.

Il fascio di indizi contenuto nell’ampia documentazione lasciata da Pro Juventute sembra a prima vista essere importante. Nel 1927, riporta ancora il giornale domenicale, il presidente del consiglio di fondazione dell’organizzazione, Heinrich Häberlin, scriveva che la comunità jenisch rappresentava “una macchia oscura nel nostro Paese, così orgoglioso del suo ordine culturale”. Una macchia – quella del “vagabondaggio” – che bisognava cercare di rompere, “facendo a pezzi la comunità familiare, per quanto posso sembrare difficile”, sosteneva dal canto suo l’ideatore del programma “Bambini della strada” Alfred SiegfriedCollegamento esterno.

Nell’immagine: Un campo della comunità jenisch verso il 1930


Il dottor Stranamore è un’altra volta tra noi

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato due articoli di Gianni Cuperlo e di Marco Tarquinio. Entrambi facevano a loro volta riferimento ad un intervento di Massimo Cacciari su La Stampa, che però non avevamo ripreso. Dato l’interesse dell’argomento lo facciamo oggi, seppure in ritardo

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Chiediamocelo dunque – poiché forse di fronte all’immagine della catastrofe potremmo cercare con più forza di evitarla: non è stato che un intervallo la non-guerra, o la guerra per interposta persona, tra i grandi spazi imperiali dopo la Seconda guerra mondiale? Nient’altro che una pausa per meglio prendere la rincorsa in vista della definitiva “sistemazione” del pianeta? Perfino l’atomica, questa formidabile arma di equilibrio, sembra aver perduto il suo potere deterrente. Forse in qualche laboratorio del grande complesso militare-industriale si è scoperto il modo di usarla senza finire tutti sottoterra.

Così come si inventano virus e poi vaccini, armi batteriologiche e poi antidoti. Soltanto la Tecnica, è noto, può, secondo la vox populi, risolvere i problemi che essa stessa genera. Se siamo certi di poter usare la Bomba senza che ci colpisca come un boomerang perché non usarla? Chi ha detto che è morto il dottor Stranamore? E chi dice che oggi finirebbe male? Lo puoi fare? – dice ancora la vox populi – E allora fallo.

Quale Giudice, d’altra parte, quale Autorità terza potrebbe impedire che la logica della guerra (ancora) non dichiarata, ma in atto, si svolga “iuxta propria principia”?

Se la filosofia se ne va misera, via dal mondo dove a parlare è solo la volontà di potenza, la scienza giuridica non conosce disfatta minore. Sognava, un tempo non certo remoto, addirittura una giuridicizzazione del conflitto politico. Contribuiva, coi suoi massimi esponenti, alla creazione di Alte Corti di Giustizia, di Corti penali internazionali. Si batteva per conferire all’Onu effettivi poteri sovranazionali, superando la procedura dei veti. E citavano anche i filosofi i nostri giuristi, per dare fondamento alle loro teorie del diritto internazionale: i Rawls e gli Habermas – e maledicevano il cupo realismo dei Miglio e degli Schmitt.

La grande politica è tornata a imporsi in tutta la sua tragicità. Volontà di potenza contro volontà di potenza. E schiacciate nel mezzo le istituzioni che ne avrebbero dovuto giudicare gli atti e anche giungere a sanzionarli. Esplicitamente ormai queste istituzioni sono considerate “nihil” dai detentori del potere effettuale. Nihilismo concreto: ogni soggetto non dotato di potere in atto è niente, semplicemente non è. Parla, dichiara, ma la parola non ha più valore. Neppure più il velo dell’ipocrisia sta a coprire la realtà che il diritto vigente è il diritto del più forte. Ma proprio questo è il problema: chi è il più forte? Come lo si deciderà?

Tacciono i filosofi, muti i giuristi, le assemblee parlamentari ridotte a fantasmi. Non ci sarà altro arbitro, allora, che il conflitto in armi? La decisione spetterà soltanto al vincitore? Così è sempre stato e così è destino avvenga ancora, se tutti gli istituti di mediazione, tutti i luoghi di discussione e compromesso vengono smantellati.

Quando la rotta non è più segnata dalla volontà del confronto e del compromesso – o quando sembra che il perseguirlo non corrisponda più ai propri interessi – la situazione normale trapassa nell’imprevedibile. Normale diviene il susseguirsi di situazioni eccezionali. Virus locali ovunque in agguato che possono in ogni istante esplodere nella Pandemia. E ciò moltiplica le istanze di controllo, di sorveglianza, il rafforzamento spasmodico di barriere di ogni tipo, l’accentramento delle funzioni esecutive.

O si esce dalla guerra tra i grandi spazi imperiali o questa prospettiva distopica si svilupperà inesorabilmente. L’incertezza sul futuro genera paura. Sembra non esservi più nulla intorno a noi che possiamo dire capace di dar forma al futuro. Un grande scrittore del Novecento, Elias Canetti, ha parlato di questa situazione in pagine memorabili. «Questa cattedrale con i suoi ottocento anni potrebbe ridursi in polvere la prossima notte… questa città traboccante di vita crollare in un quarto d’ora». Se non avvertiamo la realtà del pericolo non potremo superarlo. Se lo comprendiamo, invece, può crescere la possibilità di salvezza.

L’incertezza che domina sempre più la nostra vita deriva certo anche dal fatto che non possiamo più rivolgerci al potere dello Stato come al regolatore in ultima istanza. Noi “fingiamo” ancora che il governo si costituisca nel sistema dello Stato, ma in realtà l’Auctoritas che decide è la risultante di una serie straordinariamente complessa di atti, mediazioni, conflitti tra oligarchie economico-finanziarie globali, in cui si incarnano le funzioni di Ricerca e Sviluppo, e dimensioni amministrativo-burocratiche particolari degli apparati statuali o di insiemi di Stati, come nel caso dell’Unione Europea.

È questo il “luogo” del Politico oggi – “luogo” che coinvolge non solo la navicella del pianeta, ma lo spazio in cui essa ancora naviga. È “male” questa situazione? A vedere la resistenza dei governi dei vecchi Stati europei e la senile gelosia con la quale proteggono gli antichi privilegi, si direbbe di sì. Ma forse è proprio il carattere globale del confronto tecnico-economico e la mescolanza di interessi che esso produce a contenere e frenare gli appetiti egemonici di quei soli Stati in grado di svolgere ancora una propria politica, cioè i grandi Imperi. Forse è proprio lo “stacco” tra statuale e effettiva potenza politica a trattenerci sull’orlo della catastrofe.

Ma non potrà durare se gli Imperi non sapranno interrogarsi su cosa significhi guerra oggi, su che cosa per essi voglia dire vittoria. È possibile vincere la Guerra? E le guerre debbono per forza essere condotte attraverso massacri e distruzioni? La Guerra non può essere vinta. Le guerre sì, ma senza necessariamente ricorrere all’antico, crudele, barbaro gioco delle armi. A cosa porta la vittoria militare? A cosa ha portato in Iraq? Nessuna vittoria “a ferro e fuoco” può più portare alla sottomissione della nazione vinta. Figurarsi nel caso di grandi spazi culturali, di millenari Imperi, se è immaginabile la loro umiliazione. Il “metodo” non può che essere quello della competizione sul piano complessivo della Tecnica: sviluppo, innovazione, efficienza amministrativa. E anche modello culturale, giuridico. Su questi piani la vittoria può essere reale, l’egemonia effettiva. Fin quando vi saranno uomini vi saranno nemici, diceva l’umanista Petrarca. Ma non è affatto necessario che i nemici siano così ciecamente tali da pensare di poter vincere soltanto rischiando con la Guerra l’auto-distruzione.

Nell’immagine: Peter Sellers nei panni del Dottor Stranamore nel film di Stanley Kubrick “Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba” (1964)


Grigliata di Ferragosto

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 


Accordo di tregua a Gaza ultima spiaggia per il Medio Oriente

Come sempre nei momenti di maggior crisi Putin parla molto poco; lascia ad altri la libertà di fare affermazioni anche strampalate; il dilemma è come mantenere le conquiste in Ucraina recuperando il territorio perso in Russia 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Solo il raggiungimento di un accordo di cessate il fuoco a Gaza, frutto dei colloqui previsti oggi a Doha, impedirebbe all’Iran di intraprendere la minacciata, da giorni, rappresaglia contro Israele per l’assassinio del leader di Hamas, Ismail Haniyeh, sul suo territorio. Lo hanno detto alla agenzia Reuters tre alti funzionari iraniani. Se i colloqui fallissero o Israele facesse in modo da ostacolarli e prolungarli, Teheran lancerebbe il suo attacco, hanno aggiunto i funzionari. Non è chiaro se questa sia anche la posizione di Hezbollah. Ma è probabile. La chiusura di un accordo di cessate il fuoco permetterebbe ai due alleati di congelare, in nome degli interessi dei palestinesi di Gaza, la risposta per le due uccisioni compiute da Israele senza apparire deboli di fronte alle provocazioni del governo di Benyamin Netanyahu.

Gli americani ieri erano sempre impegnati ad evitare l’escalation che temono per i loro interessi in Medio oriente. Il consigliere del presidente Brett McGurk è arrivato martedì al Cairo per discutere con funzionari egiziani della sicurezza al confine tra Egitto e Gaza. E ieri era attesto a Doha. Joe Biden ha inviato nella regione anche il mediatore Amos Hochstein che ieri ha tenuto colloqui a Beirut per cercare di placare la rabbia del movimento sciita per l’assassinio, compiuto sempre da Israele, del suo comandante militare, Fuad Shukr. «Continuiamo a credere che una soluzione diplomatica sia raggiungibile perché crediamo che nessuno voglia veramente una guerra su vasta scala tra Libano e Israele», ha detto Hochstein dopo l’incontro con Nabih Berri, speaker del parlamento libanese e leader del partito Amal alleato di Hezbollah. In Qatar oggi arriveranno anche il direttore della Cia, Bill Burns, e la delegazione israeliana guidata dai capi del Mossad David Barnea e dello Shin Bet (sicurezza interna) Ronen Bar. Sono inoltre girate voci che l’Iran potrebbe inviare a Doha un suo rappresentante per seguire le trattative anche se in modo indiretto.

In Qatar non ci sarà la delegazione di Hamas. Il movimento islamico palestinese insiste per il ritiro di Israele da Gaza e la fine dell’offensiva che ha devastato la Striscia, prima della sua partecipazione. Più di ogni altra cosa chiede che la trattativa sia fondata sulla proposta di accordo di tregua annunciata da Joe Biden, approvata anche dall’Onu. «Hamas è impegnato a rispettare la proposta presentata il 2 luglio, che si basa sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e sul discorso di Biden…Intraprendere nuovi negoziati consente all’occupazione israeliana di imporre nuove condizioni e di utilizzare il labirinto dei negoziati per compiere nuovi massacri», ha detto il portavoce Sami Abu Zuhri.

La stampa palestinese e una parte di quella israeliana, spiegavano ieri che a preoccupare i mediatori americani, qatarioti ed egiziani non è tanto l’apparente rigidità di Hamas che, si ritiene, di fronte a una proposta accettabile sceglierà comunque di andare alla tregua (definitiva) che cerca da mesi per fermare l’offensiva israeliana che ha ucciso almeno 40mila palestinesi a Gaza. Inoltre, Khalil Al Hayya, il nuovo negoziatore di Hamas in sostituzione di Ismail Haniyeh, risiede a Doha e ha canali aperti con Egitto e Qatar. Piuttosto sono un punto interrogativo le vere intenzioni di Netanyahu che nei giorni scorsi ha presentato nuove condizioni per andare avanti nei colloqui per la tregua e lo scambio di prigionieri con Hamas, a cominciare dal controllo che Israele, a suo avviso, dovrà mantenere lungo la frontiera tra Egitto e Gaza. Condizioni che anche i media israeliani e le famiglie degli ostaggi nella Striscia considerano dei «siluri» contro la trattativa e un modo per continuare la guerra che Netanyahu e i suoi ministri di estrema destra intendono continuare fino alla «vittoria assoluta» su Hamas.

Destra estrema israeliana che continua a dettare legge. Uno dei suoi esponenti di punta, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha annunciato la costruzione del primo insediamento coloniale ebraico dal 2017 nella Cisgiordania occupata. Nahal Heletz, sorgerà su terreni palestinesi dell’area di Battir proclamata dall’Unesco parte del patrimonio mondiale. Smotrich ha affermato che nessuno potrà fermare il progetto. «Continueremo a combattere la pericolosa idea di uno Stato palestinese e a stabilire i fatti sul campo. Questa è la missione della mia vita», ha dichiarato.

Mentre Smotrich descriveva la colonizzazione come un’arma puntata contro lo Stato di Palestina, i droni dell’esercito israeliano uccidevano quattro militanti di Hamas a Tammus, in Cisgiordania. Un quinto palestinese è stato ucciso in scontri a fuoco a Tubas, a pochi chilometri di distanza. Secondo i dati del ministero della Salute, dal 7 ottobre le forze israeliane hanno ucciso almeno 620 palestinesi in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. A Gaza, dove prosegue la nuova incursione israeliana a Khan Yunis, si sono svolti ieri i funerali di Asser e Ayssel, i gemelli neonati uccisi l’altro giorno assieme alla mamma, Joumana Arafa, una farmacista, e alla nonna, da una cannonata sparata da un carro armato israeliano a Deir al Balah. Il padre Mohamed Abul Qumsan, tra le lacrime ieri mostrava a tutti i certificati di nascita dei due gemelli. Aveva appena terminato la loro registrazione, quando i vicini lo hanno avvisato del bombardamento che aveva distrutto l’abitazione uccidendo la sua famiglia. «Mia moglie se n’è andata e così i miei bambini e mia suocera. Mi hanno detto che un carro armato ha colpito l’appartamento in cui vivevamo da quando siamo stati sfollati», ha detto Abu Al-Qumsan prima dei funerali dei suoi famigliari avvolti nel qaffan, i sudari bianchi tragico simbolo di Gaza dopo il 7 ottobre. Altri 12 palestinesi sono stati uccisi in bombardamenti aerei su Zayton (Gaza city) Le Forze armate israeliane si sono limitate ad affermare di «non colpire i civili».