Cara mucca, ti amo…

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Mi sa che la quietudine, in questo mondo sempre più tribolato, sanno darmela loro. Mi osservano curiose, non infastidite, quasi a chiedermi: e tu, come capiti da queste parti, con quali occhi e pensieri ci stai osservando? Queste sembrano tutte apprendiste mucche. Tra le più gentili fra le creature viventi. E non mi vergogno di professare un profondo amore per queste tranquille creature. Alle volte mi capita persino di associare il mio puro e semplice piacere di leggere al tipo di piacere che deve provare una mucca a pascolare.

Mi racconta l’amico contadino che un tale, ritenuto il saggio della valle, si inchinava ogni volta davanti a una mucca, le parlava e l’accarezzava con tenerezza; a chi gli chiedeva perché lo facesse, rispondeva: perché è uno dei maggiori prodigi del creato e nessuno ci pensa. 

E, ripensandoci, aveva mille ragioni: i più grandi scienziati del mondo non sono mai riusciti a trasformare l’erba in latte. E l’amico “politico” che m’accompagna, un poco fissato, ne approfitta subito, polemicamente: e anche la mucca nera fa il latte bianco. 

C’è chi fa il sindacalista delle mucche: le sfruttiamo, ci attacchiamo alle loro mammelle come sanguisughe; l’uomo è un parassita della mucca (e questa è forse la definizione che un non-uomo, nella sua zoologia, darebbe dell’uomo). La mucca – continua – si fa un culo così, non guadagna niente e poi, quando vien meno nella sua prodigiosa trasformazione, la si spinge su un carro e via, per altro guadagno, senza nemmeno il coraggio di guardarla negli occhi ringraziandola per quel che ti ha dato. 

Mi ricorda l’insuperabile e amato Elias Canetti, quello de “La provincia dell’uomo” o quello de “La tortura delle mosche” (non sono certo, dovrei riscoprirlo tra i tanti suoi libri Adelphi). Il quale diceva, pressappoco: mi addolora che non si arriverà mai ad una insurrezione degli animali contro di noi, degli animali pazienti, delle vacche, delle pecore, di tutto il bestiame che è nelle nostre mani, schiavo che non può sfuggirci.

Un tempo avevo persino immaginato un documentario o una fiction televisivi. Da proporre ora a qualche nostro regista che vuol farsi linciare dai soliti noti.

Tra le stranezze capitatemi sotto gli occhi in questi giorni c’è una sorta di sentenza della Corte dei conti europea che, alla fine di un rapporto critico sui lunghi trasporti cui condanniamo gli animali  spostandoli in giro per l’Europa (ogni anno sono più di un miliardo e mezzo tra bovini, ovini, maiali, polli, che facciamo viaggiare per il continente: la scemenza economica dell’uomo fattasi sistema), tra infinite sofferenze (fame, sete, ferite, stress termico), propone… di “integrare il costo della sofferenza animale nel prezzo del trasporto e, infine, nel prezzo della carne”, oppure di “preferire il trasporto di carne invece di animali vivi”. Ci manca il “porca vacca” istituzionale e poi è fatta.

E poi c’è la proposta supersonica della Nuova Zelanda che, per lottare contro il surriscaldamento climatico, decide di tassare le scorregge, le emissioni di gas a effetto serra, delle mucche. Sembra che il gas naturalmente emesso da milioni di bovini neozelandesi crei grossi problemi. Scrive infatti il “The New Zealand Herald”: “L’agricoltura ha a lungo scavato un buco in forma di vacca nella nostra politica climatica; esso rappresenta più della metà delle emissioni di gas a effetto serra della Nuova Zelanda”. Vacca uguale auto.

Tassare le scorregge di 10 milioni di bovini e 26 milioni di ovini (su 5 milioni di neozelandesi) non dev’essere impresa facile, anche se è provvido letame che ingrassa il bilancio dello stato. Da noi, anche se disperati, non si oserebbe nemmeno pensarlo. E poi, giustizia fiscale e produzione di metano per produzione di metano, perché esentare le flatulenze degli umani? E, infatti, eccoti che pochi giorni fa arriva la notizia, trionfante per gli allevatori insorti: il governo della Nuova Zelanda, che è di centro-destra, deve abbandonare il piano di tassazione di peti e flatulenze bovini, e una nuova legge con un nuovo piano più dettagliato di imposizione fiscale sarà presentata in Parlamento.

Cara mucca, che mi osservi curiosa e mi chiedi che cosa ne penso. Sinceramente, ci mancava anche il clima e il metano per renderti colpevole e farti soffrire di un’immagine negativa, ingiusta! 

Forse ti aveva compreso – meglio dell’homo oeconomicus – il primo homo sapiens, che riusciva a rappresentarti in tutta la tua maestà nelle grotte della Dordogna, dell’Hoggar di Altamira, del deserto della Libia…


Crisi della sanità „made in Switzerland“

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Non passa giorno che non si parli di crisi della sanità nel nostro paese.

Costi stellari, penuria di personale medico, cliniche e ospedali spesso impossibilitati a rispondere alle esigenze dei cittadini.

Perchè si è giunti a tanto ?

Non c’è una risposta unica, l’elenco delle carenze e bisogno di miglioramenti è lungo e complesso., nonchè estremamente costoso.

A questi interrogativi ha cercato di dare una risposta il Simposio sulla sanità sostenibile voluta dalla Swiss Medical Network , che ha organizzato a Locarno, per la terza volta, un simposio di riflessione e possibili soluzioni in questo delicato e complesso ambito.

Relatori : medici, specialisti del settore e organizzazioni impegnate a trovare soluzioni.

Fra le numerose proposte e progetti già a buon punto nella realizzazione spiccano : la formazione dei medici e degli infermieri. Uno dei problemi centrali è infatti la penuria di medici, una professione non molto popolare fra le nostre giovani leve, forse piu’ sensibili al richiamo e agli stipendi di Big Data.

Le iniziative al proposito non mancano.

Il vice presidente dalle FMH dott. Philippe Eggiman propone una formazione piu’ adeguata del personale medico, in grado di allegerire il compito dei medici già alle prese con una burocrazia, che personalmente e non solo ritengo « insostenibile ». Il dott. Eggiman ha confermato che la Svizzera dipende in larga misura da dipendenti provenienti dall’estero.

Molto attiva in questo senso anche la Presidente dell’ASI Sophie Ley , che ha coinvolto piu’ volte le autorità , impegno concretizzato in una iniziativa popolare, approvata nel novembre 2021, che obbliga cantoni e confederazione a riconoscere le cure infermieristiche come componente importante di tutte le cure incoraggiandole, che garantiscano che ci siano sufficienti infermieri diplomati per coprire il crescente fabbisogno.

Anche il Ticino ha risposto a questo appello. La rettrice dell’USI Prof.Dr. Luisa Lambertini ha introdotto negli studi dell’ateneo una cultura della sostenibilità con una associazione studentesca sensibile alle esigenze di qualità.

Il direttore sanitario della Clinica Sant’Anna Dr.medico Francesco Volontè ha in cantiere il progetto « bed side teaching , la creazione di un Medical Master con l’USI. Si tratta infatti di anteporre la qualità ai costi.

Una giornata di riflessione importante non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per i cittadini e dare a loro la possibilità di meglio capire e quindi agire di conseguenza quando è confrontato con il bisogno di cure.

Unanime il parere degli specialisti nel sottolineare l’importanza del medico di famiglia, in grado di guidare e indirizzare i pazienti in modo articolato e non dispersivo.

Il paziente, la paziente :  anche loro devono avere la possiblità di esser ascoltati. Ne ho parlato con il dott. Franco Denti, presidente dell’ordine dei medici. Concorda con la necessità di creare una associazione dei pazienti. La mole di lavoro dei medici non consente loro di intavolare , anche sono brevemente, un dialogo informativo con il paziente.  E’importante che ciò accada.  Per il paziente le cure mediche devono essere un momento di crescita cognitiva e di auto responsabilità. C’è un bel detto in inglese che dice « it takes two to tango ».

Un progetto auspicato da tutti gli specialisti presenti , che potrebbe essere facilmente integrato nella associazione dei pazienti esistente.

Per ballare il tango bisogna essere in due.


Ucraina di Zelensky. L’equivoco tra difesa e offesa

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Ci sono cose difficili da dire, ma inevitabili da pensare. L’opinione pubblica si era già divisa sulla coppia pace-guerra, oggi torna a separarsi sull’antitesi difesa-offesa. Non si tratta esattamente della stessa cosa, perché ognuna delle parole in questione ha un suo senso e un suo peso. Il concetto di pace è talmente virtuoso eticamente che sbaraglia il campo, silenzia il contraddittorio, è sovraordinato nel discorso pubblico per il suo evidente “plusvalore” morale, civile e politico. Siamo cioè di fronte a un universale, un assoluto tra i pochi che ci restano, perché tutti scegliamo la pace invece che la guerra, fosse anche soltanto per l’egoismo della nostra tranquillità personale. Ma quell’assoluto, nell’aggressione subita dall’Ucraina e nell’occupazione russa che ne è seguita, ha incontrato contraddizioni con cui abbiamo dovuto tutti — o quasi — fare i conti.

Poiché la guerra è un’evidente responsabilità di Mosca, che ha deciso di violare l’ordine internazionale, gli equilibri europei e la libertà di un Paese sovrano, la reazione generale immediata e automatica è stata di solidarietà con l’Ucraina. Solidarietà in parte concreta, in parte di facciata: perché appena l’Ucraina ha cercato di difendersi, dimostrando di poter e voler resistere al nemico in un rapporto di forze sproporzionato, una buona fetta di quel sostegno è evaporato, insieme con il giudizio di condanna sull’aggressore: che pure resta tale anche mentre il tempo passa, il giogo dell’occupazione diventa più pesante, e solo la condanna si indebolisce. Questo pentimento solidale naturalmente è avvenuto nel nome della pace, coprendo con quella bandiera un’inversione morale e una bestemmia politica. Cambiando completamente segno si è infatti trasformato in un atto esplicito d’accusa al governo ucraino, addossandogli l’intera responsabilità di protrarre il conflitto all’infinito.

Dunque secondo questo schema il popolo aggredito è colpevole di difendersi, o comunque dovrebbe farlo altrimenti, sapremmo ben noi insegnargli come, anche se non si capisce a che titolo. Resistendo al sopruso — che colpisce regole e valori di tutto l’Occidente, ma s’incarna nei corpi violati e nelle città distrutte d’Ucraina — il governo di Kiev manda anzi al macello il suo stesso popolo, e per superbia e protervia alza il costo umano e civile della guerra, allontanando sempre più Russia ed Europa, che pure un giorno dovranno tornare a parlarsi. Conclusione: la pace è a portata di mano (non si dice mai esattamente a quali vergognose condizioni, legalizzando l’abuso e fondando un nuovo ordine mondiale basato sul disordine della forza), basta finirla con l’esibizionismo e la mimetica di Zelensky, farlo infine ragionare o meglio ancora detronizzarlo, accettare il fatto compiuto, e vivere in una nuova geografia politica in continuo movimento, disegnata dai cingoli dei tank in un’occupazione che crea il diritto del nuovo secolo.

Ma è questa la “pace” che vogliamo? La pace del 1945 discendeva dalla vittoria militare su Hitler e dallo slancio di libertà della Resistenza, quindi dalla coscienza del valore di una riconquista della democrazia: da questo impegno e da questa consapevolezza sono nate nella pace di allora le Costituzioni, i diritti e le istituzioni che hanno costruito e governato i nostri Paesi nella pace e nella libertà. Cosa può nascere oggi da una pace firmata a mani alzate dall’aggredito, mentre l’impero che ha perso la guerra fredda si prende in Ucraina la rivincita sull’intero Occidente? E quale sarà la proiezione istituzionale e morale di questa pace umiliata nell’Europa di domani, in cui vivranno i nostri figli? Per loro prepariamo oggi un futuro in cui sarà smarrita anche l’ultima regola comune, qualsiasi codice condiviso di regolazione dei conflitti, qualunque sede di giudizio e ogni autorità riconosciuta di conciliazione, tutti i criteri di distinzione tra il bene e il male: in un continente che dopo la guerra ci apprestiamo a rifondare sull’arbitrio, nuova pietra angolare d’Europa.

Dunque c’è pace e pace, l’assoluto del concetto morale resta tale, ma non si sminuisce se associa a sé l’elemento della giustizia, per rafforzare l’obiettivo da raggiungere. Ora rispondiamo a una domanda: cosa serve di più al ripristino di un’Europa libera e civile, una pace qualunque, imposta dall’Armata occupante, o una pace giusta? La risposta è evidente, solo l’ideologismo di chi schernisce le regole di convivenza (perché in realtà disprezza la democrazia) può pretendere la capitolazione del Paese vittima, oppure chi ha già scelto il vincolo gregario di servitù nei confronti di Putin, come campione del prossimo modello di “democrazia dispotica”, quindi un esempio virtuoso per tutti i leader neo-autoritari e il loro folto seguito. Le due tendenze sono più vicine l’una all’altra di quanto sembri a prima vista: a entrambe manca la condivisione del valore della democrazia garantita in Europa fino ad oggi, pur tra errori e infedeltà. Mettiamo dunque agli atti che chi vuole la resa ucraina non lavora per la pace ma per l’aggressore, ha già scelto il più forte, mina le basi dell’equilibrio futuro con il mal sottile dell’eterna realpolitik.

Ora giunge l’invito a fermare o disarmare i raid ucraini d’incursione nel territorio russo. Mai dal campo della pace-resa è arrivato un simile invito al Cremlino, che ha fatto ciò che ha voluto nei territori occupati, conquistati e annessi, fermato o rallentato solo dalla resistenza della popolazione ucraina, sostenuta tra mille distinguo dai Paesi occidentali, tra cui l’Italia. Cioè, noi accettiamo obtorto collo di sostenere Kiev, purché combatta ad handicap: può difendersi ma non contrattaccare, le scelte strategiche dei generali di Putin sono libere e tutte permesse, quelle di Zelensky sono contingentate. In sostanza può battersi contro chi gli è entrato in casa, ma con un braccio legato dietro la schiena: la nostra solidarietà si concretizza nell’imposizione di un dislivello, con tanti saluti a chi deve pagarne il prezzo, mentre Mosca ringrazia. Questo limite unilaterale viene fatto discendere dall’articolo 11 della Costituzione, col “ripudio” della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ma questo sacrosanto “ripudio” non può iniziare oggi, dalla risposta ucraina con le incursioni in terra russa: valeva anche prima — quando nessuno invocava l’articolo 11 — , nel momento cioè in cui é cominciata “l’offesa alla libertà” di un popolo, con l’invasione.

La realtà dei fatti testimonia tempi, modi e responsabilità delle parti in causa, e anche di chi vuole chiudere oggi il conflitto non ad ogni costo, ma con un costo ben preciso a danno di uno solo dei due contendenti, con i morti altrui condonati e con un Paese sovrano mutilato. Amnistiare fin d’ora l’imperialismo russo non è il modo migliore per arrivare a un negoziato e per riprendere in prospettiva un dialogo con Mosca. Dopo il conflitto e una pace equilibrata per cui bisogna lavorare fin d’ora, mentre si aiuta Kiev a resistere, il vero dialogo nascerà solo dalla capacità dell’Occidente di coinvolgere la Russia in un nuovo piano di sicurezza europeo che riconosca il suo peso e il suo ruolo, e dissolva l’incubo russo in cui gli Stati Uniti e la Ue vogliano smembrare il Paese per annullarne la storia. Ma è oggi, adesso, che si decide con l’esito della guerra la sorte dell’Europa di domani. E la domanda finale è evidente: siamo già giunti al punto, quasi un secolo dopo Monaco, in cui i destini della pace e della democrazia debbano separarsi dopo che per anni ci hanno garantito uniti progresso, crescita e diritti nella libertà europea?

Nell’immagine: il presidente Zelensky davanti ai caccia F-16 mandati dall’Occidente


Khelif e le altre contro l’armata delle tenebre

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Di Alberto Piccinini, il manifesto

Dunque la pugile Imane Khelif, una delle Storie (con la lettera maiuscola) di queste Olimpiadi, è medaglia d’oro. E oggi lo sono anche le ragazze italiane della pallavolo, con Paola Egonu e le altre. Così Vannacci sarà sistemato per benino.

Con lui tutta un’armata delle tenebre che va da Musk a Trump alla sora Pina, ma Vannacci di più: la minaccia di togliersi i pantaloni in diretta durante un talk show per provare la sua indubbia mascolinità, proprio come ai tempi della visita militare e dei vecchi film con Edvige Fenech, svetta nell’incredibile repertorio di gag e genialate retoriche ascoltate in questi giorni.

Magra consolazione la vittoria nelle nostre piccole Olimpiadi tra presunti esperti in testosterone, cromosomi e fenotipi. Di certo non esperti di lealtà sportiva dal momento che la vicenda della pugile algerina fino alla fine è stata inquinata da titoli che ci tenevano a sottolinearne l’”intersex” e, come se niente fosse, ancora il sesso maschile. Ne abbiamo letti ovunque, su ogni social ma anche su Repubblica (intervista all’allenatore Falcinelli) e sul Corriere che dava spazio a un medico della federazione di pugilato Iba. Solo i titoli, dal momento che i testi avevano un tono del tutto opposto. Brutto segno.

Uno dei primi casi social di queste Olimpiadi era stata l’intervista tv nella quale la nuotatrice Benedetta Pilati, 19 anni, gioiva tra le lacrime per il suo quarto posto. Ma come? Possibile? Adesso le ragazze della pallavolo che affrontano in finale gli Usa hanno due risultati buoni, l’oro e l’argento, perché come ci ha spiegato una volta di più il loro allenatore Julio Velasco bisogna «godere di quel che si ha» nello sport. Magari nella vita è più complicato. Ritrovare dopo tanti anni in ottima forma e con le parole giuste uno dei pensatori di sinistra più lucidi di questo paese fa sempre piacere.

Meglio vincere o meglio partecipare? Se ogni quattro anni le Olimpiadi ce lo fanno chiedere, nel nome del vecchio (e parecchio compromesso) De Coubertin, è buona cosa. Meglio partecipare, meglio vincere. Si può essere contenti per aver partecipato, felici per aver vinto contro se stessi, per aver superato un limite qualunque, fatto qualcosa, senza nemici né troppe bandiere. È banale aggiungere che il racconto nazionalistico degli sport, tifoso fino all’urlo e al grottesco tv ha fatto il suo tempo? C’è talmente tanta di quella bellezza di cui godere, persino sexy, se non alla Olimpiadi dove?

Delle gare a Berlino nel 1936, passate alle storia per la vittoria del nero Jesse Owens di fronte a Hitler in persona, l’originale vittoria dei Buoni, si racconta che la vincitrice dei 100 metri femminili Helen Stephens, americana, fu accusata di essere un uomo. Prima di gareggiare dovette passare il controllo del Cio. Dopo la gara si trovò di fronte ancora Hitler, che salutò con una stretta di mano, subendo la corte esplicita (e manesca) del dittatore. Lesbica non ancora dichiarata (avrebbe vissuto con una compagna per tutta la vita) Stephens si sfilò con destrezza. A proposito, secondo alcuni Hitler incrociò anche Owens dopo la gara, lontano da sguardi indiscreti. Forse a modo suo si complimentò. Di certo fu il presidente americano Roosevelt a non stringere mai la mano al ragazzo dell’Alabama.

Nell’immagine: Imane Khelif bacia la medaglia d’oro


Oltre il buio della stupidità

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 


Nell’arena al cospetto degli dei, di Gesù (e della TV)

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Paolo di Tarso non ha dubbi: lo dice ai Corinzi, fanatici aficionados che non aspettano altro che i Giochi Istmici, di poco inferiori alle Olimpiadi: “non sapete che coloro i quali corrono nello stadio, corrono tutti, ma solo uno riceve il premio? Corrono per una corona corruttibile, ma noi, per una incorruttibile”.

E ai Filippesi, pure loro abituati ai giochi agonistici: “corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Gesù Cristo”. A Timoteo dice che “l’esercizio fisico è utile a poca cosa, la pietà a ogni cosa, avendo la promessa della vita presente e di quella futura”.

Non c’è compatibilità fra il cristiano Paolo e l’ellenico Pindaro che proclama la vittoria a Olimpia “splendente come l’oro e il sole,  preziosa come l’acqua”.

Ma, ricorda lo stesso Paolo, “uno solo vince”. Ecco una prima grande cesura fra cristianesimo e “paganesimo” greco: per i greci non esiste il podio, e men che meno il recente “diploma olimpico” assegnato ai primi 8. Pindaro ne sarebbe inorridito, per lui  il secondo posto equivale a un’umiliazione: ecco come descrive il ritorno a casa degli sconfitti a Olimpia: “ per vicoli obliqui (nascosti) schivando i nemici s’acquattano morsi dalla sventura. Né presso la madre un dolce riso suscita letizia”. Persino la madre li rimprovera a muso duro.

Siamo molto vicini al vae victis del ‘barbaro’ Brenno (guai ai vinti) pronunciato al cospetto dei Romani che dovevano pagare in oro il prezzo della sconfitta, e che pretendevano di trattare il riscatto.

Allo spietato Pindaro si contrappone il concetto della “partecipazione” attribuito a Pierre Fredy de Coubertin, in realtà espresso dal vescovo della Pennsilvania Ethelbert Talbot al seguito gli atleti americani a Londra nel 1908. Aveva  assistito all’ indegna gazzarra fra i suoi ragazzi e gli inglesi in uno dei tanti “sport” scemi apparsi alle Olimpiadi, il tiro alla corda , superato solo da una gara di nuoto a ostacoli nella Senna (Parigi 1900) dove si trattava di passare anche attraverso bidoni appesi a filo d’acqua. In un sermone tenuto nella cattedrale di S. Paolo a Londra, Talbot afferma che “essersi battuti con onore conta più della vittoria”. 

Si dimentica che la ‘partecipazione’ ai Giochi Olimpici è riservata a una ristretta élite al termine di una dura selezione: chi vince è un primus inter pares, un primo fra gente di uguale rango e valore. Il povero Pierre Fredy, uno dei grandi dell’umanità tra i più falsificati, ha cercato invano di liberarsi da questo stupido luogo comune appoggiandosi al frate domenicano Henry Didon e al suo  citius, altius, fortius – più veloce, più in alto, più forte (vedi qui Il frate “liberale” e i Giochi Olimpici di Silvano Toppi). 

De Coubertin lo ribadisce in opposizione all’”Emilio” di Rousseau, che vorrebbe limitare l’esuberanza giovanile attraverso l’educazione: “l’atleta non sarà mai moderato, deve godere della libertà dell’eccesso, deve puntare a battere i primati inducendo i rivali a crescere nel tentativo di emularlo”.

De Coubertin come Omero quando dice  che “bisogna tendere alla perfezione per diventare migliore degli altri”, come il mitico centauro Chirone, precettore di Achille “Piè veloce”: “essere sempre primo e il migliore”.

È il dogma del nostro tempo che vive di concorrenza spietata e che “taglia” i più deboli a scuola e nella vita come vengono “tagliati” (the cut) i giocatori di calcio meno bravi o meno adatti (a vincere, a far soldi), inducendoci ad applicare la legge dei gladiatori romani: mors tua, vita mea.

Uno spiraglio, una consolazione, forse, ci giunge da Platone: “la vittoria che uno riporta su se stesso è la prima e più nobile vittoria “; dal “Dhammapada” buddista: “la vittoria su se stessi è la massima vittoria, ha molto piú valore che soggiogare gli altri”; dai “Proverbi” della Bibbia: “chi domina se stesso vale più di chi conquista una città”. Ma chi viene massacrato, come gli ebrei prima, ora in rapporto 1-20 come i palestinesi  a Gaza, se sopravvive non ha piú nemmeno la possibilità di riportare la vittoria intima, di crescita,  troppo umiliato e privato di ogni umanità.

Per noi fortunati,  essenziale sarebbe evitare la passività, l’ignavia, condannata da Dante:
“questi sciaurati che mai non fur vivi,
la lor cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidiosi son d’ogni altra sorte,
non ti curar di lor ma guarda e passa.

Ma attenzione: in materia di vincitori e vinti nell’agone olimpico (e nella vita) l’onnipresenza della TV cambia le carte in tavola. Alla fine della gara gli sconfitti sono comunque protagonisti: hanno la loro finestrella in mondovisione dove, salvo eccezione, allegri e pimpanti, si producono in un mucchio di brillanti chiacchiere e scuse marce: è il trionfo della mistificazione e la conferma del terzo segreto (apocrifo) di Fatima: “il Maligno perderà l’umanità attraverso uno specchio magico”. Le pastorelle, un secolo fa, non potevano saperlo: era l’invenzione della televisione a colori: per il nostro sollazzo e per la gioia dello sponsor: l’americano Quincy Hall, e il botswano Tebogo, grande nei 200m, mostrano alle telecamere in modo ostentato, senza vergogna, le loro miracolose ciabattine, come fece il finlandese Lasse Viren a Monaco di Baviera nel 1972, rischiando la squalifica. Si salvò dicendo che aveva le vesciche ai piedi.

A Parigi 2024 abbiamo assistito all’esibizione delle borse e delle valigie Vuitton nella cerimonia di apertura, poi a quella degli scarpini dei vincitori malgrado la proibizione di qualsiasi pubblicità. A quando il campione olimpico dei 100 metri che corre per una marca di patatine fritte e le consuma sul podio poco prima dell’inno nazionale? Vade retro…

Nell’immagine: le medaglie delle Olimpiadi di Parigi consegnate su vassoi Louis Vuitton


ESCLUSIVA – “Ma io tornerò prima di quanto non creda il cittadino Vladimir Putin”

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Vladimir Vladimirovich Kara-Murza, 43 anni, attivista politico e giornalista russo-britannico di orientamento liberale. Kara-Murza è stato uno dei sedici prigionieri che il 1° agosto scorso è stato graziato nell’ambito dello scambio di prigionieri tra Federazione e Paesi Occidentali. Kara-Murza e gli altri sono stati trasportati in Turchia, dove sono stati scambiati con otto russi detenuti nei Paesi occidentali.

Kara-Murza tra il 2015 e il 2017 ha accusato il FSB, il Servizio federale per la sicurezza della Federazione Russa, di aver tentato di avvelenarlo due volte. Il 17 aprile 2023 è stato condannato, con l’accusa di tradimento e “diffusione di disinformazione” sulle forze armate russe, a 25 anni di carcere.

Questa è una delle prime interviste (realizzata al telefono) concesse da Vladimir dopo essere stato liberato. Attualmente l’attivista si trova in Germania. Non ha inteso parlare in questo contesto delle sue prospettive politiche, che definirà a partire dalle prossime settimane.

Una volta libero hai dichiarato: “pensavo che sarei morto in prigione”

L’ ho pensato all’inizio del settembre del 2023. Il capo dell’unità medica del centro di detenzione preventiva di Vodnik mi disse in una conversazione privata: “Vladimir Vladimirovich, hai un anno e mezzo di vita”. Già, perché una prigione russa non è il posto migliore per una persona, anche se in perfetta salute. Allo stesso tempo – e qui una cosa non contraddice affatto l’altra – sono un grande ottimista per natura, e (forse ancora più importante) uno storico per formazione. Ho ricevuto molte lettere in prigione, Molte di esse erano piene di disperazione, di sconforto, e molte persone erano abbattute….

A causa dell’isolamento in cui sono tenuti i prigionieri politici – soprattutto quelli che le autorità considerano i loro principali nemici – la società civile non comprende appieno, mi sembra, cosa succede esattamente in carcere. Potresti descrivere cosa significano per esempio dieci mesi di isolamento?

Si tratta di una tradizione molto antica, molto poco nobile e molto sovietica nel nostro Paese: i prigionieri politici che le autorità consideravano particolarmente pericolosi per un motivo o per l’altro vengono tenuti nelle condizioni più dure e in completo isolamento. Ad esempio, a suo tempo Anatoly Borisovich Shcharansky, noto personaggio pubblico, attivista per i diritti umani e uno dei fondatori del Gruppo di Helsinki di Mosca, trascorse 405 giorni in celle di isolamento punitivo. Alexey Navalny trascorse un totale di 295 giorni in cella di punizione.

Sapevo già prima del mio arresto che secondo il Diritto Internazionale l’isolamento prolungato equivale alla tortura, a un trattamento crudele e inumano. Inoltre, 15 giorni consecutivi sono considerati isolamento prolungato. Io sono stato in isolamento per quasi undici mesi ininterrottamente. Devo essere sincero, prima del carcere, prima di vivere questa esperienza in prima persona, non riuscivo a capire: che cos’è la tortura. Pensavo che se si sta seduti da soli si può scrivere quello che si vuole, si leggono libri, ecc. Solo una persona che non sa cosa sia la prigione però può pensare questo. È davvero una tortura.

I libri erano impossibili da leggere. Le righe si confondono. Leggi una pagina e non capisci cosa c’è scritto, la rileggi, poi ancora e ancora. Vladimir Bukovsky ne parla nel suo libro Il vento va e poi ritorna (Feltrinelli, 1978). È un grande libro, uno dei più importanti della mia vita. Forse il più importante. Quando l’ho riletto in prigione mi sono stupito che non fosse cambiato nulla da allora. Tutto ciò di cui scrive sta accadendo ancora oggi.

Anche scrivere in carcere è impossibile: ti danno carta e penna solo per un’ora e mezza al giorno. Il resto del tempo si cammina per la piccola cella, due metri per tre, da un angolo all’altro. Oppure si cerca di leggere il più possibile. Oppure si sta seduti a fissare il muro. E ci si siede su un piccolo sgabello, perché alle cinque del mattino la branda è fissata al muro e viene aperta solo alle nove di sera, quando si deve andare a letto.

Ma non è tutto. Oltre alla reclusione permanente, all’inattività forzata, al completo isolamento, il mio status di detenuto a “regime duro” comporta il divieto assoluto di comunicare telefonicamente con la famiglia. Anche questa è una tradizione molto sovietica. Le autorità del nostro Paese combattono non solo con gli avversari politici, ma anche con le loro famiglie. Ai tempi dello stalinismo “cannibale” venivano imprigionati ed esiliati i familiari dei “nemici del popolo”. Nei tempi più, come si suol dire, “vegetariani”, venivano semplicemente schiacciati, perseguitati, vessati e impediti di comunicare con i loro cari.

Durante i due anni e quattro mesi in cui sono stato in prigione, ho potuto parlare al telefono una volta con mia moglie e due volte con i miei tre figli. Mi hanno dato 15 minuti per telefonata, e ancora oggi mia moglie mi ha detto che si è messa in piedi con un cronometro per assicurarsi che nessun bambino parlasse con me per più di cinque minuti, in modo che tutti avessero quei cinque minuti. È una tortura anche per le famiglie, non solo per noi.

Cosa succedeva nell’ospedale della prigione? Lo hai definito peggiore dei 13 istituti di polizia e penitenziari che ha visitato in questo periodo.

Nel sistema penitenziario russo, la città di Omsk è un nome noto. Ha il regime più mostruoso, infernale. Non lo sapevo. Ricordo che l’anno scorso, quando sono stato portato da Mosca in Siberia, mi hanno messo in una cella di smistamento con altri detenuti. Siamo riusciti a chiacchierare per mezz’ora. E quando la guardia è arrivata e ha detto: “Kara-Murza, Omsk”, tutti intorno a me si sono improvvisamente ammutoliti e mi hanno guardato con un po’ di compassione. Ho capito cosa stava succedendo solo quando sono arrivato lì.

Non sono sorpreso di essere stato mandato a Omsk. È un dettaglio curioso: durante l’appello contro una delle cosiddette sanzioni, furono letti in tribunale i documenti del mio fascicolo personale. E tra questi c’era un documento interessante. Nel maggio 2023, il primo vice-capo del Servizio Penitenziario Federale Valery Boyarinev inviò un ordine personale al capo del campo “Vodnik” di Mosca, affinché fossi inviato nella regione di Omsk per scontare la mia pena. Descriverei il regime di Omsk come una via di mezzo tra un campo di concentramento e un manicomio. È un regime portato all’assurdo, assolutamente ipertrofizzato. Tutto si svolge virgola per virgola, secondo per secondo, punto per punto. Bisogna tenere le mani dietro la schiena, anche se si fanno due passi. Un passo a destra, un passo a sinistra. Non si può fare nessun movimento inutile. Perquisizioni continue. In carcere è importante tenere sotto controllo le emozioni, ma sarò sincero: non sempre ci si riesce quando si è dentro.

In carcere hai perso 25 chili. In Viaggio nella vertigine (Mondadori, 1967) Evgenya Ginzburg, deportata nel Gulag nel 1937, ha raccontato che dopo diversi anni di carcere si era guardata allo specchio e si era riconosciuta solo per la somiglianza con sua madre. Tu come ti percepivi?

Non c’era uno specchio in cella, ovviamente. C’era solo nel bagno. In qualche modo non ci ho nemmeno fatto caso, si vive ogni giorno con sé stessi. È stato uno shock per le persone che non mi vedevano da tempo. Ricordo che quando mi portarono [prima dello scambio, ndr] all’autobus dell’FSB, la prima cosa che mi disse Ilya Yashin fu: “Che aspetto di merda hai!”. Solo che ha usato una parola più forte. Ho risposto: “Ilyukh, grazie per il complimento”.

A proposito di paralleli storici, mi sono ricordato che Aleksandr Solzhenitsyn scrisse in “Arcipelago Gulag” che trovava sempre divertente pensare ai funzionari del partito sovietico che andavano nei sanatori d’élite per perdere da un chilo e mezzo a due chili. Scriveva: “Vi consiglio il Gulag sovietico. Un paio di mesi e vi libererete completamente del problema dell’eccesso di peso”. Posso confermarlo con la mia esperienza.

Durante la conferenza stampa hai citato Vladimir Bukovsky, espulso dall’URSS nel 1976. Perché?

Come storico sono stato molto coinvolto nel movimento dei dissidenti e ho avuto l’onore di conoscere personalmente alcune di queste persone. Bukovsky ha avuto un’enorme influenza sul mio sviluppo personale e per molti versi mi ha educato. Quando la mia attività era appena agli inizi, vedevo dei paralleli con il movimento dei dissidenti, con le repressioni degli anni Sessanta e Ottanta. Ma man mano che il caso si sviluppava, ovviamente, sono cominciati ad apparire sempre più paralleli con l’epoca di Stalin.

In primo luogo, la natura completamente chiusa del processo. Nemmeno i dissidenti avevano mai vissuto un’esperienza del genere: i posti a sedere nell’aula erano occupati da un pubblico preselezionato dal Gabinetto, e amici e colleghi non potevano entrare. Tuttavia i parenti potevano passare, si poteva vedere il volto di un parente nella sala. A nessuno è stato permesso di vedermi. Per l’annuncio del verdetto la sala in stile anni ’70 si è riempita di un pubblico preselezionato, mentre tutti coloro che erano venuti a sostenermi sono rimasti fuori. E, naturalmente, mi ha impressionato la sentenza. L’ultima volta che sono state inflitte condanne a 25 anni ai prigionieri politici era stato sotto Stalin.

Anche il fatto che nel mio caso la critica alle autorità sia stata equiparata in modo assolutamente ufficiale al tradimento della Madrepatria risale all’epoca di Stalin.

Quando hai capito che saresti stato scambiato, e non rischiavi più di morire?

All’ultimo momento, quando mi hanno portato nell’autobus dell’FSB nel cortile di Lefortovo [storica prigione di Mosca, ndr]. Tutto è iniziato martedì scorso, 23 luglio. All’improvviso, la porta della mia cella si è aperta. Due agenti in uniforme sono entrati e mi hanno portato nell’ufficio dell’edificio del PCC. Sulla parete c’è un grande ritratto di Putin, sul tavolo un foglio bianco e una penna. Mi dicono: “Vladimir Vladimirovich, siediti e scrivi”. Guardo, ed era una richiesta di grazia indirizzata al cittadino Putin: “Ammetto pienamente la mia colpa e mi pento di ciò che ho fatto” e così via, era scritto.

All’inizio ho pensato che mi stessero prendendo in giro e ho riso. Ma loro si sono rivelati privi di umorismo. Gli ho spiegato: “Non sottoscriverò la grazia In primo luogo perché non considero il cittadino Putin un presidente legittimo, lo considero un usurpatore, un dittatore e un assassino. In secondo luogo, non c’è alcuna colpa da parte mia. Sono in prigione solo per le mie opinioni, per le mie convinzioni, per i miei discorsi contro la guerra”.

E come è stato il viaggio?

Mentre l’aereo stava decollando l’agente del FSB seduto vicino a me ha detto: “Guarda fuori dal finestrino, questa è l’ultima volta che vedi la madrepatria”. Ho riso: “Sono uno storico e non mi limito a pensare o a credere, so per certo che tornerò. E sarà molto prima di quanto pensiate”. Abbiamo volato per tre ore o tre ore e mezza. Quando siamo atterrati abbiamo visto dai finestrini altri aerei e due autobus. Io ero l’ultimo in cabina. Il mio funzionario dei servizi mi ha guardato e mi ha avvertito: “Vladimir Vladimirovich, ora stai attento a quello che mangerai, sai come vanno queste cose”. Queste sono state le ultime parole che ho sentito dai nostri accompagnatori.

Nell’immagine: Vladimir Kara-Murza in una foto di famiglia scattata dalla moglie Evgenia


Mosca sgancia una testata termobarica a Kursk: cos’è e come funziona una delle armi più crudeli della guerra

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Di Monica Perosino, La Stampa

Tra tutte le invenzioni dell’uomo concepite per distruggere, mutilare, martoriare e uccidere un altro essere umano ce ne sono alcune che, nella loro semplicità, implicano una componente di crudeltà raccapricciante. Tra queste ci sono quelle che il ministro della Difesa russa – con un chiaro intento di terrorismo psicologico – ha detto di aver usato oggi contro uno “stazionamento di mercenari alla periferia meridionale di Sudzha, nel Kursk”, ovvero dei missili con testate termobariche. La prima volta che Mosca ha usato armi termobariche in Ucraina è stata il 28 febbraio 2022, 4 giorni dopo l’invasione su larga scala.

Le bombe termobariche (dalle parole greche caldo e pressione), note anche come bombe a combustione o bombe a vuoto, sono armi non convenzionali che sfruttano gli effetti combinati della pressione e della temperatura per causare danni distruttivi sull’uomo. Quando un’arma termobarica viene sganciata o lanciata, la prima carica detona per disperdere le particelle di carburante. La seconda carica accende il carburante disperso e l’ossigeno nell’aria, creando un’onda d’urto di pressione e calore estremi che ha il potenziale di riverberare e creare un vuoto parziale in uno spazio chiuso.

Queste bombe contengono una carica di propellente che, al momento dell’esplosione, crea una nuvola di particelle e gas incandescenti. La reazione di combustione consuma rapidamente l’ossigeno nell’aria, provocando una bassa pressione temporanea (il cosiddetto “effetto a vuoto”) che aspira all’interno tutto ciò che si trova nelle vicinanze. L’onda d’urto generata dalla detonazione è inizialmente meno potente di quella di una bomba convenzionale, ma la successiva onda di depressione causa danni devastanti, specialmente all’interno di spazi confinati come edifici, fortificazioni, tunnel o bunker. Gli effetti distruttivi delle bombe termobariche sono particolarmente letali per gli esseri umani, causando traumi mortali ai polmoni e ad altri organi interni.

In caso di esposizione a un attacco con arma termobarica, le vittime subiscono innanzitutto l’impatto dell’onda d’urto iniziale, che causa gravi danni ai polmoni e al sistema cardiovascolare. La repentina compressione dei fluidi corporei provoca emorragie interne e perforazioni degli organi vitali.

Successivamente, l’onda di depressione aspirante aspira l’ossigeno dall’ambiente circostante e dalle vie respiratorie delle vittime. Questo porta al collasso dei polmoni e a una rapida asfissia. Se si viene investiti da una testata termobarica si muore soffocati con gravi lesioni ai polmoni. In questo caso, meglio morire subito, visto che chi rimanesse in vita l’esplosione, sarebbe gravemente ustionato dalla nube incandescente di gas e particelle. Le ustioni di terzo grado ricoprirebbero ampie porzioni del corpo, causando danni irreversibili ai tessuti e un’agonia straziante.

In sintesi, la morte causata da un’arma termobarica è estremamente dolorosa e violenta, particolarmente crudele e disumana.

Le prime armi termobariche furono sviluppate durante la Seconda Guerra Mondiale dalla Germania nazista, che le impiegò sul fronte orientale. Successivamente, anche Stati Uniti e Unione Sovietica lavorarono allo sviluppo di questa tecnologia bellica, utilizzandola in numerosi conflitti a partire dalla Guerra del Vietnam fino alle più recenti campagne militari in Afghanistan e Siria.

Diversi strumenti internazionali proibiscono o regolamentano le armi che generano gas asfissianti o tossici, armi chimiche e armi progettate principalmente per essere incendiarie. Le armi termobariche, tuttavia, sono progettate principalmente per l’esplosione e non sono specificatamente incluse o escluse dall’applicazione di questi strumenti. Tuttavia, i principi generali consuetudinari del diritto internazionale umanitario che determinano la legalità dell’uso di tutte le armi, comprese le armi termobariche, proibiscono di causare lesioni superflue e non necessarie.

Il diritto internazionale, insomma, non proibisce l’uso di munizioni termobariche, dispositivi esplosivi aria-combustibile o bombe a vuoto contro obiettivi militari. Nel marzo 2024 tutti i tentativi regolamentare o limitare le armi termobariche sono falliti.

Nell’immagine: la bomba termobarica russa ODAB-500PMV


Non esiste una pace senza i palestinesi

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Di Amjad Iraqi, il manifesto

Il duplice assassinio del comandante di Hezbollah, Fuad Shukr, a Beirut, e del capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh, a Teheran, sono stati atti di follia strategica o di deliberata piromania. Mentre Israele ha rivendicato la propria responsabilità per il primo e mantenuto un certo mistero sul secondo, non vi è alcun dubbio che abbia orchestrato entrambi – e persino alcuni dei suoi alleati credono che, questa volta, gli israeliani abbiano esagerato.

I politici israeliani sono stati rapidi a cogliere il pretesto per un attacco di alto livello contro Hezbollah – un attacco missilistico dal Libano che ha ucciso 12 bambini e giovani drusi siriani nelle alture del Golan occupate, per il quale Hezbollah ha negato il proprio coinvolgimento – nonostante i residenti locali protestassero vigorosamente contro gli appelli alla rappresaglia. Shukr e Haniyeh erano certamente membri chiave dei loro rispettivi gruppi, ma Israele sa bene che entrambe le organizzazioni hanno meccanismi interni e piani di emergenza per sostituirli; dopotutto, questi non sono certo i primi omicidi che i due movimenti hanno subito.

Fondamentale è che, come hanno dichiarato Hassan Nasrallah di Hezbollah e l’Ayatollah Ali Khamenei dell’Iran, l’uccisione di due figure di spicco in capitali straniere, eseguita nel giro di poche ore, è stato un messaggio inequivocabile che ha infranto le cosiddette “linee rosse” stabilite tra le parti in lotta negli ultimi 10 mesi. Ora, il mondo trattiene il fiato in attesa di una ritorsione a un gioco di potere non necessario, avvicinandoci sempre più a una conflagrazione come non ne abbiamo viste da decenni.

Gli effetti volatili dell’arroganza militare di Israele sono stati chiari fin dai primissimi giorni dell’“Operazione Spade di Ferro”, la brutale campagna lanciata sulla Striscia di Gaza dopo il mortale attacco del 7 ottobre di Hamas. Ma la politica internazionale ha sempre dato più peso all’uccisione di leader simbolici che a quella di civili.
Infatti, sebbene il 7 ottobre abbia trascinato l’intero Medio Oriente in un vortice violento, ci è stato ripetutamente detto che la soglia di una “guerra regionale” non è stata ancora superata. Gli attori in lotta, insistono gli esperti, stanno ancora giocando un gioco rischioso ma calibrato per ristabilire la “deterrenza” reciproca, consentendo certi livelli di violenza che possono ancora essere letti come un tentativo di evitare il caos totale.

In molti modi, tuttavia, questo è un trucco discorsivo che sminuisce l’orribile verità sul campo: siamo già nel pieno di quella guerra regionale da mesi. La prova è nei corpi e nei detriti che si accumulano a Gaza e nel sud del Libano, e nell’attivazione delle alleanze guidate dall’Occidente e dall’ “Asse della Resistenza” su più fronti – dalle navi da guerra statunitensi nel Mediterraneo alle milizie Houthi nel Mar Rosso, dai raid aerei israeliani in Libano a un attacco missilistico dall’Iran.
Questo conflitto può diventare infinitamente peggiore. Tuttavia, il motivo per cui gli attori internazionali si sono improvvisamente messi in azione la scorsa settimana è lo stesso per cui la guerra sta entrando nella sua fase più pericolosa: che alcune vite, e alcuni interessi, contano più di altri.

Per i governi occidentali, il principale pericolo posto dagli assassinii di Shukr e Haniyeh non è il numero imprecisato di arabi o iraniani che potrebbero essere uccisi in un’escalation delle ostilità. Se non altro, gli ultimi 10 mesi hanno dimostrato che finché i palestinesi erano le principali vittime, una guerra prolungata era uno stato di cose tollerabile, sebbene deplorevole. Di conseguenza, le capitali occidentali, in primis Washington, hanno rifiutato di fare tutto il possibile per frenare i combattimenti, preferendo invece guadagnare tempo affinché Israele tentasse di portare avanti i suoi obiettivi dichiarati a Gaza e in Libano, nonostante fosse chiaro che gli israeliani avrebbero fallito.
Ora, tuttavia, i governi occidentali stanno entrando nel panico. Non temono solo ciò che una escalation potrebbe comportare per l’ordine globale, incluso alimentare il caos della sicurezza e interrompere le catene di approvvigionamento economico. C’è anche la prospettiva molto reale che una tale guerra possa comportare un enorme bilancio di vittime israeliane – e con essa, l’indebolimento senza precedenti dello stato di Israele.

Questo processo di decadimento o è probabilmente cominciato all’inizio del 2023, durante le battaglie interne del paese sulla riforma giudiziaria dell’estrema destra, ma è stato rapidamente accelerato dal 7 ottobre e dall’operazione a Gaza. I pieni danni dell’attuale intervento militare di Israele e la sua perdita di prestigio globale devono ancora emergere, ma un grave attacco di Hezbollah o dell’Iran probabilmente peggiorerà quel declino.

Anche se alcuni in Israele ammettono che l’esercito potrebbe aver esagerato, l’ego nazionale potrebbe costringerli a rispondere di nuovo; il ministro della Difesa Yoav Gallant sta già ordinando all’esercito di prepararsi per una “rapida transizione verso l’offensiva”. Il costante desiderio di regolare i conti e rivendicare una qualche forma di vittoria può prevalere su qualsiasi motivazione per deporre le armi.
Ci si sarebbe potuti aspettare che i leader israeliani riconoscessero l’avvitamento della spirale, con l’economia del paese in calo, l’esercito stanco e lo sfollamento della sua popolazione del nord e del sud. Ma questi leader sono troppo accecati dalle ambizioni ideologiche, dall’arroganza nazionalista e dalla paura per la propria sopravvivenza politica per considerare una via diversa dal militarismo e dalla retorica bellicista.

Non è solo Benjamin Netanyahu, il cui stesso gabinetto per la sicurezza ammette che il primo ministro sta direttamente sabotando un accordo con Hamas per il rilascio degli ostaggi. Da Gallant al Capo di Stato Maggiore delle Idf Herzi Halevi, gran parte della classe politica e militare ha un interesse in una qualche forma di prolungamento del conflitto. Tutti loro erano in carica il giorno in cui Israele ha subito il suo peggior fallimento nel campo della sicurezza da decenni, e tutti stanno combattendo per ripristinare le loro reputazioni, se non le proprie carriere; credono che un’emergenza senza fine possa aiutare a prolungare i loro giorni in carica.

Nel frattempo, i ministri di estrema destra del governo, guidati dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir, stanno abbracciando la crisi per perseguire i loro obiettivi messianici. I loro elettori sul campo, principalmente coloni in Cisgiordania, stanno abbinando progressi legislativi per l’annessione formale a pogrom sostenuti dall’esercito contro le comunità palestinesi, consolidando la loro visione della Grande Israele e promuovendo piani per reinsediare Gaza.

Sono proprio questi funzionari che il presidente Joe Biden e altri leader occidentali hanno dotato di quasi totale impunità, nonostante ogni indicazione dei loro scopi ulteriori, dei loro crimini di guerra palesi e persino del crescente risentimento da parte dello stesso pubblico israeliano. Per 10 mesi, i governi più potenti del mondo hanno fatto finta di nulla e si sono dichiarati impotenti, fingendo di avere poca influenza su uno stato che è alla ricerca di più armi, fondi e sostegno diplomatico per la sua offensiva. E Biden, anche se sta rendendosi conto di quanto sia stato “ingannato” da Netanyahu, ha comunque mantenuto aperti i rubinetti degli Stati uniti, assicurando che le redini del potere restino nelle mani dei pazzi e dei piromani.

Ora, Washington e, tra l’altro, i firmatari arabi degli Accordi di Abramo, stanno raccogliendo i frutti amari di uno dei loro più grandi errori: abbracciare l’idea che bypassare i palestinesi avrebbe spianato la strada alla pace regionale. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha frantumato quella convinzione errata, ma l’amministrazione Biden non ha ancora imparato la lezione.
Infatti, gli Stati uniti hanno preferito lanciare attacchi aerei nello Yemen e in Iraq, minacciare i tribunali più alti del mondo e assecondare Netanyahu a Washington con ovazioni, piuttosto che costringere Israele a un cessate il fuoco a Gaza. Il fatto che milioni di manifestanti in tutto il mondo siano scesi per le strade delle città e nei campus per chiedere la fine della guerra fin dai suoi primi giorni, e che l’amministrazione Biden non lo abbia fatto, mostra quanta più lungimiranza abbiano i cittadini comuni rispetto ai decisori seduti alla Casa bianca.

Ma la catastrofe non è inevitabile. Nel vuoto diplomatico lasciato dagli Stati uniti, altri hanno fatto passi avanti negli ultimi mesi per cercare di arginare le conseguenze. Il Qatar sta ancora mediando i negoziati tra Hamas e Israele, nonostante quest’ultimo insulti regolarmente e mini gli sforzi dei suoi ospiti, assassinando ora uno dei principali negoziatori dell’altra parte.
La Cina, che tradizionalmente si teneva lontana da un profondo coinvolgimento nel conflitto, ha facilitato gli ultimi sforzi per la riconciliazione palestinese, quando 14 fazioni, tra cui Fatah e Hamas, hanno firmato una dichiarazione di unità a Pechino il mese scorso. Il nuovo governo britannico guidato dal Labour ha invertito i tagli del suo predecessore all’Unrwa, ritirato le sue obiezioni alle richieste di mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale, e sembra essere vicino a sospendere alcune vendite di armi a Israele.

Un dato importante è che la Corte Internazionale di Giustizia abbia riconosciuto la plausibilità di un genocidio in corso a Gaza, ha dichiarato senza equivoci che l’occupazione israeliana è illegale, e ha richiesto azioni decise per porre fine a essa. E il Procuratore della Cpi Karim Khan sta aspettando il via libera per ordinare a Netanyahu e Gallant di comparire al processo all’Aia, insieme al capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar (che, se i rapporti sull’uccisione del comandante Mohammed Deif sono veri, è ora l’unico sospettato di Hamas ancora in vita).
Tutte queste sono misure minime rispetto alla massiccia influenza di Washington, o alle capacità di esercitare pressioni economiche e politiche più serie che altri governi detengono ancora. Ma sono indicatori della direzione infine intrapresa dalla politica internazionale. Gli Stati uniti non devono ritrovarsi a rincorrere questi cambiamenti: per andare avanti devono accettare la verità che il loro alleato più prezioso nella regione – e il potere stesso degli Stati uniti – è stata una fonte più di devastazione che di pace.

I palestinesi, per parte loro, sono in inferiorità numerica, privi di armi e superati dalle forze regionali e globali al di fuori del loro controllo, subendo una campagna genocida più distruttiva della Nakba del 1948. Le campagne di morte di Israele hanno fatto a pezzi ogni famiglia palestinese a Gaza, trasformato gran parte della Striscia in valli di macerie, e condannato 2 milioni di persone assediate, metà delle quali bambini, a una vita di traumi fisici e psicosociali.

Hamas sta sopravvivendo attraverso la sua resistenza armata e i suoi organi politici, ma ha subito pesanti colpi militari, perso gran parte della sua legittimità internazionale dopo i massacri del 7 ottobre, e sta lottando per mantenere il controllo e il sostegno nella stessa Gaza. L’Autorità Palestinese guidata da Fatah ha dimostrato ancora una volta la sua totale incapacità di aiutare il suo popolo, incollata al suo ruolo di forza di polizia dell’occupazione mentre scivola rapidamente nella bancarotta politica e finanziaria.
Tuttavia, i palestinesi hanno anche dimostrato di avere un potere sproporzionato di fronte a queste barriere colossali – e devono esercitarlo di conseguenza. Mentre la priorità principale è garantire la sopravvivenza dei palestinesi a Gaza contro missili, fame e malattie, è anche fondamentale affermare la loro azione politica in un momento in cui attori esterni – dall’esercito israeliano agli stati arabi e occidentali – stanno elaborando piani per dettare il loro destino.

Come tale, la dichiarazione di unità di Pechino è un’iniziativa cruciale, sebbene imperfetta, su cui mobilitarsi. Sebbene il presidente Mahmoud Abbas e i suoi lealisti probabilmente cercheranno di ostacolare gli sforzi di riconciliazione, molti membri di Fatah e Hamas stanno riconoscendo l’urgente necessità di cooperare per ristabilire la loro legittimità e preservare i controllo palestinese delle proprie questioni. La società civile palestinese dovrà esercitare pressioni sulle élite affinché traducano le loro dichiarazioni in azioni concrete, insistendo al contempo sull’apertura di vie per la partecipazione popolare e democratica.

Gli sforzi per stabilire un consiglio di ricostruzione di Gaza, guidato dai palestinesi e sostenuto da aiuti finanziari e tecnici dall’estero, dovrebbero essere elevati per garantire che la Striscia non diventi un campo di gioco per interferenze straniere, né da parte dell’Occidente né dell’Oriente. Sarà anche necessario elaborare un piano per sviluppare un apparato di sicurezza nazionale che integri le forze di sicurezza di Fatah, la polizia di Hamas e altri gruppi armati per avere la capacità e la credibilità per ristabilire l’ordine e la sicurezza tra la popolazione.
Le questioni di stato e i negoziati di pace non dovrebbero essere la priorità o la precondizione di questo programma nazionale: la sopravvivenza, la riabilitazione e la riorganizzazione devono avere la precedenza. E gli attori internazionali devono rispettarlo.

Ma tutto questo avrà poco significato se i palestinesi rimarranno prigionieri delle dinamiche geopolitiche che hanno ostacolato la loro causa per un secolo e portato la regione sull’orlo della calamità. Per quanto i poteri occidentali possano aggirare il problema, un cessate il fuoco a Gaza rimane la pietra angolare per la de-escalation regionale, e la liberazione palestinese il progetto per la speranza regionale.
La Palestina non è certamente il primo epicentro delle battaglie regionali del Medio Oriente, ma potrebbe essere la spaccatura finale che frantuma qualsiasi parvenza di ordine internazionale che non ha impedito una tale guerra. Ciò che accadrà dopo sarà definito da ciò che accadrà a Gaza, e i palestinesi devono impossessarsi degli strumenti per dargli forma.

Nell’immagine: Teheran, una donna passa davanti a un manifesto governativo


Racconto d’agosto – Il martirio di Filomena (9)

E pensare che ci sono governi che vorrebbero addirittura tassarti per i tuoi peti inquinanti… 

Prese una bustina di fiammiferi dalla mensola sopra il camino, dove un grande specchio gli rimandava la sua immagine. Aveva un’aria da vero scrittore con i suoi capelli bianchi e ancora ribelli, gli occhi accesi e brillanti, la camicia con qualche bottone aperto e le maniche arrotolate. D’altronde lo confermavano anche le foto numerose disseminate qua e là, incorniciate nell’alabastro, nel cristallo o nell’argento, che lo ritraevano insieme a due vincitori del Premio Nobel e a cinque vincitori di una serie di altri premi letterari internazionali. Su una foto stringeva la seconda moglie, bionda e raggiante, mentre il sindaco in persona gli consegnava le chiavi simboliche della città.

Erano stati vent’anni di successo. Il martirio di Filomena, inviato per raccomandata alle cinque maggiori case editrici esattamente un giorno dopo il divorzio dalla prima moglie e quattro mesi dopo la morte di Maria João, in tre casi suscitò reazioni quasi isteriche. Direttori ed editor presero d’assalto Galvani: pur di poterlo pubblicare gli comunicarono proposte assolutamente esagerate via segreteria telefonica, lettere raccomandate e mail, ma lui non prese alcuna decisione prima di essersi consultato con il suo avvocato e avere pianificato il suo futuro professionale nei minimi dettagli. Alla fine il manoscritto (tradotto in ventisette lingue in tre anni) fu venduto al miglior offerente; ispirò una serie televisiva canadese, una danese, una telenovela spagnola e due film, di cui uno statunitense e uno francese, nonché tutta una serie di gadget legati a MF, come ormai Il martirio di Filomena veniva chiamato dai milioni di fan in tutto il mondo. I critici fecero a gara per chi ne parlasse meglio, sicuri di trovarsi di fronte a un capolavoro letterario della civiltà globale.

E Galvani? Nulla fu creato, organizzato o venduto a nome di MF senza che lui ne avesse un tornaconto. I soldi in banca si moltiplicavano a una velocità che dava il capogiro, presto arrivò una seconda moglie con una figlia a carico e poi quella magnifica casa con il parco. Ovviamente nel giro di sei mesi Galvani lasciò la scuola, contento di non dovere più avere a che fare con i rivali di sempre, che improvvisamente lo salutavano con ampi sorrisi. La sua vita cambiò completamente.

Per quanti sforzi facesse, Galvani non riuscì mai a scrivere qualcosa di decente. Ci provò, e le grandi case editrici gli pubblicarono qualche innocuo racconto all’interno di raccolte allargate, pur non senza prima averlo sottoposto a un editing da purga. Ma se i suoi critici lo abbandonarono nell’attesa che gli riuscisse un altro colpo, milioni di ammiratori gli restarono fedeli, seguendolo nei festival di mezzo mondo. Subito dopo la pubblicazione del Martirio di Filomena, Galvani si era visto costretto ad assumere una segretaria a metà tempo che gestisse la posta degli ammiratori. A Galvani cominciarono a piacere cose che aveva sempre apertamente disprezzato, come i ristoranti stellati, gli orologi d’oro, il golf, le crociere ai Caraibi, i tour nell’India delle piantagioni, le feste… In poco tempo ingrassò di venti chili e si ritrovò circondato di amici; la gente a volte lo riconosceva per strada in angoli inaspettati del pianeta e chiedeva di fotografarlo. Ancora oggi, a distanza di vent’anni, riceveva lettere d’amore e di ringraziamento da tutto il mondo, e recentemente anche da ragazzi giovani (una nuova generazione si apprestava a scoprire Il martirio di Filomena).

Ora tutto era finito. Il martirio di Filomena avrebbe continuato a fare il suo corso garantendo un’assoluta tranquillità economica agli eredi (concretamente, suo fratello minore e sua moglie).

Galvani non avrebbe più dovuto temere nulla, nemmeno l’amnesia più impietosa. E forse Maria João avrebbe smesso per sempre di visitarlo nel sonno. I primi tempi della sua nuova vita accadeva spesso: Galvani si svegliava di notte, fradicio di sudore e in preda agli incubi dopo avere sognato una Maria João a volte lasciva, altre in lacrime. Galvani accettava quegli incubi come il prezzo (sopportabile) per la sua nuova vita.

Sfregò la capocchia del fiammifero, che prese fuoco al primo colpo. Avvicinò la fiamma alla carta e, prima di gettarla nel fuoco, si fermò a osservare per qualche istante le parole che si dissolvevano, sciolte dal calore. Mentre guardava le lingue arancioni avvolgere la lettera, con un sorriso beffardo mormorò:

«Grazie, cara Maria João, grazie di tutto. Conoscerti è stato un piacere».

(Fine)

© 2017 Simona Sala
Illustrazioni di Franco Cavani