La morte di una donna salva UBS

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Un giorno d’aprile del 2005 Konstantin Dichliev sta uscendo da un ristorante di Sofia quando una scarica di piombo si abbatte su di lui. Dieci colpi letali.

L’uomo era il braccio destro di Evelin Banev, un ex lottatore professionista divenuto capo di una potente organizzazione criminale bulgara che riciclava milioni di euro in Svizzera.

Il giorno successivo Tatiana* è preoccupata. Dal suo ufficio di Zurigo legge i siti bulgari che accennano al fatto che il morto fosse implicato in un grosso giro di droga. Un giro controllato da Evelin Banev. Tatiana è inquieta perché è lei, bulgara di nascita, che gestisce i conti Credit Suisse di quelli che lei e la banca considerano onesti imprenditori attivi nell’immobiliare. 

È inquieta, Tatiana, ma non fa nulla. In questa storia di soldi e droga, Konstantin Dichliev è il primo ad aprire una macabra danza della morte. Nel 2006, a pochi mesi di distanza, due associati di Banev sono uccisi in Bulgaria. 

Nel 2007 tocca alla stessa mamma Dichiliev, raggiunta da un colpo di pistola in casa, il giorno prima del suo interrogatorio davanti ad un procuratore. Nel 2014, un compratore di coca rumeno che aveva fatto affari con il clan muore avvelenato con del veleno per topi. L’uomo era in realtà un poliziotto sotto copertura. 

Quando, nel febbraio 2022, Tatiana si ritrova a Bellinzona, sui banchi del Tribunale federale, è stanca. L’inchiesta penale, durata quasi quindici anni, l’ha logorata dall’interno. Troppa la pressione, tanti i morti. Non solo tra i bulgari.

Il suo superiore diretto in quegli anni al Credit Suisse è deceduto per malattia già nel 2008. Nel 2016 muore, sempre per malattia, anche la responsabile giuridica della banca che per dieci anni ha trattato il caso. 

Adesso tocca a lei, a Tatiana, essere malata e portare sulle sue fragili spalle, tutta sola, la responsabilità penale di una storiaccia più grande di lei. 

Nel giugno 2022 Tatiana viene condannata per riciclaggio di denaro aggravato. Condannata pure Credit Suisse, la cui carente organizzazione interna aveva di fatto permesso il riciclaggio commesso da Tatiana. Entrambi, la donna e la banca, annunciano ricorso.

Ma in questa vicenda che sembra maledetta si continua a crepare. 

Muore Tatiana, nell’aprile 2023, uccisa da un male divenuto incurabile. Muore Credit Suisse, uccisa dall’avidità di manager ultramilionari tuttora impuniti.

Il dossier è così ereditato da UBS che fa di tutto per archiviare il caso, dato che Credit Suisse ufficialmente non esiste più. Si arriva comunque al processo in appello, apertosi a fine settembre 2024. La sentenza è arrivata in questi giorni. 

I giudici hanno stabilito che la colpevolezza di UBS non può essere valutata “senza violare la presunzione di innocenza della persona defunta”: la banca deve quindi essere assolta. 

La reputazione sua e di tutta la piazza finanziaria svizzera è salva. Grazie a Tatiana e alla sua morte, lunga e silenziosa.

* Tatiana è un nome di fantasia
Nell’immagine: Evelin Banev al momento della sua estradizione in Italia nel 2012


L’oro nascosto nei giardini svizzeri

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Olivier Pauchard, tvsvizzera.it

È risaputo che l’oro è un bene rifugio. Custodirlo sotto forma di monete o lingotti è una sorta di assicurazione contro la sfortuna. Non sorprende quindi che questa pratica sia molto diffusa in Svizzera, un Paese rinomato per le sue assicurazioni, le banche e il commercio di metallo giallo.

Un recente studioCollegamento esterno dell’Università di San Gallo conferma il gusto della popolazione svizzera per il prezioso metallo. Dal sondaggio rappresentativo condotto su 3’000 persone emerge che il 65,2% ritiene che investire in metalli preziosi sia “saggio”.

L’oro è addirittura una delle forme di investimento preferite dagli svizzeri e dalle svizzere, anche se molto indietro rispetto agli immobili, ma pur sempre davanti a prodotti finanziari tradizionali come le azioni e le obbligazioni.

Sergio RossiCollegamento esterno, professore di economia all’Università di Friburgo, non è affatto sorpreso dalla mania dell’oro. “I cambiamenti politici e macroeconomici nel mondo sono fonte di preoccupazione, anche tra la popolazione svizzera, ci dice. Ci sono anche pressioni inflazionistiche che fanno temere un calo del potere d’acquisto dei risparmi depositati nelle banche. L’oro è considerato un investimento sicuro che non perde valore. Le persone che possono permetterselo acquistano quindi oro per mantenere o addirittura aumentare il proprio patrimonio”.

Tonnellate d’oro

“È chiaro che la ricchezza media nella Confederazione è molto più alta che altrove, sottolinea Sergio Rossi. Gli svizzeri e le svizzere hanno quindi la capacità finanziaria di acquistare tonnellate d’oro, cosa che in altri Paesi è meno facile o addirittura impossibile”.

Estrapolando i risultati dell’indagine, lo studio dell’Università di San Gallo ha potuto stimare la quantità di oro detenuta sotto forma di monete o lingotti – i gioielli non sono presi in considerazione – dai singoli individui in Svizzera. E le cifre sono impressionanti…

I risultati dell’indagine mostrano che il 22% delle persone intervistate possiede in media 100,83 grammi d’oro, l’equivalente di circa 7’500 franchi svizzeri. Per l’intera popolazione, queste cifre rappresentano un totale di 200 tonnellate per un valore di 14,9 miliardi di franchi.

Come Zio Paperone, gli svizzeri e le svizzere amano tenere il loro oro a portata di mano. Nella maggior parte dei casi (43%), se ne separano solo in situazioni di emergenza.

Come i pirati

Si potrebbe fare un paragone con i pirati che seppelliscono il loro bottino al riparo da sguardi indiscreti. Il 5% delle persone intervistate ha infatti affermato di nascondere il metallo prezioso seppellendolo nel giardino di casa. Anche in questo caso, estrapolando i dati, le cifre sono impressionanti: si ritiene che circa 10 tonnellate d’oro, per un valore di 750 milioni di franchi, siano sepolte sottoterra.

Il metallo giallo viene spesso conservato anche in casa, nascosto (15%) o in una cassaforte (18%). Le varie forme di custodia domestica sono quindi comuni quasi quanto i depositi bancari (39%).

“Mi ha un po’ sorpreso sapere che le persone continuano a seppellire il loro oro, ma riflettendoci, questo dimostra che una parte della popolazione non crede nella solidità delle banche, o non ci crede più. È un segnale di cui il settore bancario dovrebbe tenere conto, poiché forse la sua reputazione è stata intaccata”, commenta Sergio Rossi, riferendosi ai problemi incontrati da alcune delle principali banche svizzere negli ultimi anni.

Nell’immagine: l’oro detenuto dalla popolazione svizzera è spesso sotto forma di monete, come il marengo


“Buy now”, altro che Black Friday: il docufilm svela i danni del consumismo sull’ambiente

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Paolo Travisi, La Repubblica

Un tempismo perfetto: tra il Black Friday e Natale, Netflix sgancia sulla sua piattaforma un documentario che spara a zero sulle multinazionali, che con le loro tecniche di marketing e psicologia, inducono bisogni inesistenti ai consumatori, spingendoli a comprare, accumulare, gettare via. Si chiama Buy Now – L’inganno del consumismo, il titolo della piattaforma di streaming che usa la voce fredda e priva di emotività dell’IA, come filo conduttore narrante, alternando interviste a ex dipendenti o manager di importanti aziende, che dopo essersi resi conto della follia del consumismo sfrenato e compulsivo, hanno preso altre strade. E raccontano i danni fatti nel documentario, che non risparmia nessuno: ci sono Amazon, Apple, solo per citare i due brand più globali, ma si tirano in ballo anche le multinazionali del fast fashion, come Shein, che hanno cambiato il modo di concepire l’abbigliamento, trasformandolo in usa e getta o uno dei brand sportivi più importanti al mondo, Adidas.

Scritto e diretto da Nic Stacey, il doc di Netflix si divide in diversi capitoli, in cui lo spettatore è accompagnato passo dopo passo a scoprire quello che accade nella stanza dei bottoni, quelle commerciali e del marketing che sfruttano le debolezze dell’ignaro consumatore spingendolo a comprare: fin qui nulla di nuovo. Cose note, ma Buy Now ha il merito di affrontare l’argomento da un altro punto di vista, quello dell’inquinamento ambientale strettamente correlato al consumismo globale. Si, perché, più si comprano oggetti inutili, vestiti che non servono, cellulari nuovi solo perché è uscito il nuovo modello, e più si alimenta la fabbrica dei rifiuti globali.Globali esattamente.Un investigatore dei rifiuti (si definisce proprio così) ha messo un localizzatore Gps dentro un vecchio tv, e lo ha portato in una discarica a Dresda in Germania; da lì è stato trasportato fino al porto di Anversa, in Belgio per poi finire in una discarica abusiva in Thailandia, dove lavoratori sfruttati estraevano i materiali riutilizzabili e potenzialmente nocivi e senza alcuna protezione.

Altro caso emblematico: per essere a posto con la coscienza, noi consumatori portiamo capi usati in uno store di un brand molto famoso, che offre uno sconto sul nuovo, promettendo di riciclarli. Ma dove finiscono i nostri abiti usati? Molto probabilmente in Ghana che dal 2023 è la discarica di vestiti più grande al mondo, dove ne arrivano 15 milioni ogni settimana e se non vengono rivenduti sul mercato usato, finiscono ammassati sulle spiagge. E le immagini di tonnellate di magliette, scarpe, pantaloni ammassati in riva al mare è inquietante. Il mondo è sommerso di rifiuti. E lo saremo sempre di più, ci dice il documentario, perché quello che le aziende promettono di riciclare, in realtà sono percentuali infime, bassissime che non cambieranno nulla. Ed infatti Buy Now ci mostra con l’aiuto della computer grafica i grattacieli di Tokyo o di New York con torri di rifiuti, alti esattamente come i grattacieli.

Se del fast fashion e green washing sappiamo già abbastanza (ma mai troppo), quello che il doc denuncia, almeno negli Stati Uniti, sono le false etichette del packaging: se scegliamo di comprare un prodotto perché ci sono i loghi che indicano il riciclo, in realtà, spiega Buy Now in America non ci sono norme rigide in materie e con ogni probabilità, quei rifiuti finiranno in discarica o bruciati. Un’altra menzogna del marketing insomma. Per non parlare dell’obsolescenza programmata: un ingegnere che lavorava in una delle più importanti aziende tecnologiche, ora fondatore di una startup dove i device elettronici sono completamente smontabili e riparabili, racconta delle pratiche scorrette di alcuni prodotti che montavano batterie con scadenza a due anni o di device in cui la batteria non poteva essere in nessun modo smontata.

Ce n’è per tutti. Una dipendente della prima ora di Amazon, dopo 15 anni di onorato servizio è stata messa alla porta via Zoom, perché da tempo stava sensibilizzando i suoi colleghi prima ed i suoi concittadini si Seattle poi, verso la scarsa policy di sostenibilità dell’azienda, che non è l’unica, Anzia è in buona compagnia tra le big company; infatti solo una minima parte dei rifiuti che il consumatore differenzia in modo diligente, viene effettivamente riciclata, mentre il resto finisce in discariche, in mare o negli inceneritori alimentando un altro dramma della nostra epoca, il surriscaldamento globale.

Ed infine, ci racconta Buy Now, tutta la responsabilità dell’inquinamento viene scaricata sui consumatori, mentre sono le aziende a mettere in pratica comportamenti scorretti, dannosi per le comunità, motivo per cui la proposta del doc è che siano le aziende che continuano a produrre quantità insostenibili di prodotti di plastica o comunque usa e getta, a farsi carico anche del corretto smaltimento dei rifiuti, quindi di adottare pratiche reali di riciclo, e non solo di facciata, per mostrare al cliente la parte più pulita (ma falsa) e nascondendo molto bene quella sporca.

Nell’immagine: Buy Now, l’inganno del consumismo”, il documentario in streaming su Netflix


Quell’arte del rinvio che piega l’Occidente

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Esiste un mondo che ha già varcato la soglia della Terza Guerra Mondiale, in cui le capitali europee sono prossime ad essere bombardate dai missili ipersonici di Putin, dove Taiwan è condannata a cadere sotto l’invasione della Cina, e Iran e Israele si dilaniano in una grande guerra regionale. Non è il mondo reale, o per lo meno non ancora. È piuttosto un palcoscenico su cui si intrecciano minacce apocalittiche e ritorsioni conclamate, che rimbalzano senza tregua tra conferenze stampa e telegiornali. È un mondo in cui le cancellerie si lanciano accuse come proiettili, i parlamenti stilano solenni risoluzioni di condanna e i leader giurano che no, non faranno un passo indietro.

Una realtà sempre più intrisa di parole e sempre più priva di azioni concrete. Una ferocia di facciata, dove l’Europa sembra primeggiare anche quando l’urgenza imporrebbe un comportamento opposto. Ad esempio, con l’elezione di Trump che dovrebbe spingere i membri dell’Unione a prendere decisioni cruciali e che invece diventa un’ottima scusa per evitare scelte difficili senza rischiare troppo la faccia. In primo luogo, sull’Ucraina, dove l’Europa sa che non esistono vie di mezzo: o si accetta la possibilità di un confronto diretto con la Russia, con tutti i rischi che ne conseguono, oppure si riconosce che Kiev non può ottenere una vittoria totale. Ma anche rispetto al cambiamento climatico: possiamo continuare a evitare un impegno reale, tanto, senza gli Usa, qualsiasi sforzo è vano.

L’arte di procrastinare, di evitare di decidere, sembra ormai essere diventata il marchio distintivo della politica continentale. E pazienza se, per sfuggire alla fatica e alla complessità, il prezzo da pagare sarà la perdita delle ultime briciole della deterrenza e della rilevanza strategica europea. Qualche ottimista vi potrà anche leggere un’opportunità: forse, messa alle strette, l’Unione riuscirà a riscoprire il proprio orgoglio e finalmente tradurre le parole in fatti. Ma, in fondo, tutti sappiamo che difficilmente accadrà: siamo troppo vecchi, troppo stanchi, troppo sazi per tirarci fuori da questa impasse.

Resta, ad ogni modo, la buona volontà. L’Europa di Ursula von der Leyen ribadisce con fermezza la centralità del diritto internazionale e della diplomazia come strumenti per risolvere i conflitti, per la difesa dell’aggredito e per il rifiuto della logica della forza. Ed è probabile che la Presidente e la sua Commissione ci credano con sincerità. Ma non si può ignorare la realtà: l’Europa non dispone dei mezzi per imporre questi principi da sola, né tantomeno ha la capacità di dotarsene.

Con un’America sempre più disimpegnata, le implicazioni pratiche di questa situazione sono profonde. A partire dalla polarizzazione della politica che tanto abbiamo temuto in questi anni e che finisce per trasformarsi in pura retorica senza la possibilità di incidere veramente. Ma ridurre il confronto a battaglia verbale non implica affatto che le minacce non possano avere conseguenze concrete e ugualmente terribili. E Putin, con la sua capacità di porre il mondo di fronte a fatti compiuti, sembra il candidato ideale a ricordarcelo nella maniera più dolorosa.

Nostro malgrado, questa retorica asettica, intrisa di una severità solo apparente, non riguarda unicamente la proiezione esterna dell’Europa. Anche al suo interno — dai giochi di piccolo cabotaggio nella formazione della Commissione fino alle grandi questioni sul futuro dell’Unione — nessuno, dai partiti ai singoli cittadini, sembra davvero disposto a sacrificare nulla né a rischiare conseguenze dolorose per una causa ideale. Parole roboanti non mancano, certo, ma si rivelano presto vuote e ripetitive, finalizzate unicamente a colpire l’avversario e attentamente calibrate per non alienare nessun consenso. Basta grattare la superficie per scoprire che, dietro il fragore delle dichiarazioni, si nasconde la desolata consapevolezza di stare recitando un ruolo sul grottesco teatrino dell’irrilevanza politica. Le rivoluzioni, quelle vere, richiedono un prezzo ben più alto: quello di essere disposti a perdere la nostra comodità insieme alle poche certezze che ci sono rimaste. Un prezzo che oggi nessuno pare pronto a pagare.

Potremmo anche crogiolarci nel continuo gridare al vento, se non fosse che, attorno a noi, ci sono realtà che mobilitano i loro cittadini e armano la loro migliore gioventù, persuadendola che vale la pena morire per il proprio popolo, per la propria terra o per ciò che chiamano «libertà». Di fronte a tutto questo, la domanda non è più cosa siamo disposti a rischiare per cambiare il mondo, ma cosa siamo pronti a sacrificare per sopravvivere.


Il piano di Kellogg per la pace: “Usare la fornitura di armi per convincere Kiev a negoziare”

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Massimo Basile, La Repubblica

NEW YORK – Congelare le linee di battaglia, usare la fornitura di armi come leva per convincere l’Ucraina a trattare e la Russia ad accettare l’avvio dei negoziati. Sono tre punti contenuti nel piano di pace scritto dal generale in pensione Keith Kellogg, nominato da Donald Trump inviato speciale per Ucraina-Russia, e l’ex analista della Cia Fred Fleitz.

Il documento venne presentato al tycoon a maggio, nel corso di un incontro avvenuto nel resort di Mar-a-Lago, a Palm Beach, Florida. Deve essere considerato il canovaccio su cui intende muoversi il veterano di guerra di Vietnam e Cambogia per far sedere al tavolo dei negoziati le due parti in guerra. Il titolo della road map è “America First, Russia and Ukraine” e viene considerata la “politica Usa per cercare un cessate il fuoco e un accordo sul conflitto ucraino”.

Nel documento Kellogg sostiene che gli Stati Uniti continueranno a garantire armi a e aiuti all’Ucraina per assicurarsi che Mosca non “faccia ulteriori passi avanti e non attacchi di nuovo, dopo il raggiungimento di un cessate il fuoco e dell’accordo di pace”. Gli Stati Uniti useranno la minaccia di bloccare i rifornimenti militari per convincere il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ad accettare l’avvio dei negoziati.

Il documento di Kellogg sostiene inoltre che per convincere il presidente russo Vladimir Putin a sedersi al tavolo, Stati Uniti e Nato devono rinviare il processo di adesione dell’Ucraina nell’alleanza atlantica, in cambio di garanzie sulla sicurezza al confine. Kiev, è la linea di Kellogg, non dovrebbe cedere ufficialmente alla Russia i territori persi durante il conflitto, ma solo affermare l’impossibilità di riconquistarli.

Non è chiaro se Trump seguirà in maniera esatta la road map del generale, ma la nomina di Kellogg è un segnale che in quel percorso il presidente eletto vede la soluzione. “Trump – ha spiegato a Newsweek Cédomir Nestorovic, professore di geopolitica – aveva promesso di fermare la guerra in ventiquattr’ore, ma è impossibile, ed è probabile che neanche lui ci creda”. “Ma allo stesso tempo – ha aggiunto – vuole agire velocemente, e per questo spingerà a favore dello scambio territori con pace”. Nessuno sa quali territori verranno sacrificati. Kellogg, a differenza di Trump, era a favore di un aiuto massiccio all’ucraina. In un’intervista a Voice of America, a luglio, il generale aveva accusato Joe Biden e la sua amministrazione di essere stata “troppo cauta” nell’aiutare l’Ucraina.

“Gli Stati Uniti – aveva detto – hanno dato all’Ucraina un sostegno per gli F-16? No. Abbiamo fornito armi a lungo raggio perché gli ucraini colpissero i russi? No. Abbiamo dato loro il permesso di entrare in Russia? No”. “La colpa dell’amministrazione – aveva concluso – è di non aver dato all’Ucraina il sostegno di cui aveva bisogno. Tu dovevi dargliele per spingere la Russia a negoziare”.

Nel documento Kellogg parla di “atteggiamento non serio e incoerente tenuto per tre anni” dalla Casa Bianca a cui imputa un errore chiave strategico: aver adottato, dopo l’inizio del conflitto nel febbraio 2022, “minacce senza precedenti” invece di avviare negoziati per allentare la tensione. “Un approccio da America First – è la conclusione del generale nel suo piano – avrebbe evitato l’invasione”. Persino il via libera finale dato da Biden all’uso dei missili a lungo raggio, secondo Kellogg, è diventato un assist per il suo successore. “Ha dato al presidente Trump uno strumento – ha spiegato il generale di recente a Fox News – perché ora avrà più opzioni per convincere Putin a negoziare la pace”.

Nell’immagine: il generale Keith Kellogg


Georgia, migliaia in piazza contro la svolta antieuropea

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Francesco Brusa, 

Una crisi politica annunciata quella che continua a protrarsi per le strade e le piazze della Georgia. Ieri la seconda giornata di proteste anti-governative, dopo che il primo ministro Iraki Kobakhidze aveva annunciato un congelamento di fatto del processo di integrazione europea, affermando che i colloqui con Bruxelles non sarebbero stati nel programma dell’esecutivo da poco rieletto ma «riprenderanno solo alla fine del 2028». La reazione non si è fatta attendere: giovedì, decine di migliaia di persone si sono riversate di fronte al parlamento mentre altre dimostrazioni si sono verificate nelle città di Zugdidi, Kutaisi e Batumi, con un bilancio finale di 43 arrestati fra i manifestanti e 32 feriti fra le fila delle forze dell’ordine (stando ai dati del ministero degli interni).

SEMBRANO proteste più intense rispetto a quelle che hanno seguito le elezioni dello scorso novembre (segnate da numerose accuse di brogli e pressioni). Alla disillusione per il risultato, accompagnata da un filo di speranza, ora sono subentrate una rabbia e una frustrazione più dirette: ci sono scontri con la polizia, che in risposta usa spray urticante e lacrimogeni. Ieri, altre località si sono unite al dissenso: a Batumi (dove sono state issate bandiere europee sul municipio) e in centri della regione di Guria e di Kakheti, mentre a Tbilisi le manifestazioni si sono aperte con gesti di solidarietà da parte di gruppi di giornalisti verso colleghi che hanno riportato lesioni la sera precedente (35, secondo fonti indipendenti). Le barricate poste a protezione dell’edificio parlamentare vengono prese di mira. Ancora, un ruolo di primo piano è stato assunto dalla presidente del paese Salomé Zourabichvili che (come sta facendo da un anno a questa parte) si è schierata a favore delle persone in piazza, recandosi fra la folla a viale Rustaveli e denunciando gli abusi polizieschi.

Anche a livello internazionale, un pletora di condanne nei confronti di Sogno Georgiano: dalla Finlandia alla Polonia, dalla Moldavia alla Gran Bretagna fino all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, capi di stato, ministri e rappresentanti hanno espresso il proprio disappunto per la decisione di ritirarsi dai negoziati con Bruxelles. In particolare, l’ambasciatore dell’Ue in Georgia Paweł Herczynski ha paragonato la svolta del governo di Tbilisi a un «risveglio in una nuova realtà»: una mossa «deplorevole», che «non solo va a contrasto delle politiche dei precedenti governi del paese, ma anche della volontà della maggioranza della popolazione». Ieri, però, il primo ministro Kobakhidze è sembrato quasi tornare sui propri passi: in risposta alle dichiarazioni dell’ambasciatore Ue, ha specificato che la Georgia non sta chiudendo le porte definitivamente all’integrazione ma che, semplicemente, «l’apertura dei negoziati non significa un accelerazione del processo». Al tempo stesso, ha accusato Herczynski di diffondere «disinformazione», promettendo «contromisure diplomatiche» e aggiungendo che la questione dei rapporti con Bruxelles viene utilizzata per «ricattare» il paese e per «dividere la società».

MA IL FATTO è che in Georgia paese, società e politica sono divise ormai da tempo. Con le opposizioni che non riconoscono il risultato delle urne, con le piazze sempre pronte a manifestare contro leggi restrittive e per un avvicinamento più deciso all’Europa, le parole degli esponenti di Sogno Georgiano vengono lette a prescindere come benzina sul fuoco. Ora, sarà da capire che passi intraprenderanno i vari attori in campo. L’ambasciatore Ue non si è sbilanciato sulla possibilità di sanzioni o della sospensione dei visti, ma ha detto che «tutte le opzioni sono sul tavolo». Una sessione del consiglio degli Affari esteri sul tema è prevista per il 16 dicembre.

Nell’immagine: Scontri tra polizia e manifestanti davanti al Parlamento a Tbilisi


Justin Sun mangia la banana di Cattelan come annunciato e ne promette altre 100mila

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

La Stampa

HONG KONG. Come aveva promesso di fare dopo l’aggiudicazione dell’opera concettuale “Comedian” di Maurizio Cattelan, l’imprenditore delle criptovalute Justin Sun ha mangiato la banana incollata a una parete con nastro adesivo, pagata 6,2 milioni di dollari ad un’asta di Sotheby’s la scorsa settimana. «Il valore reale è il concetto stesso», ha dichiarato Sun, secondo quanto riferisce il Financial Times, nel corso di un evento ad Hong Kong per consumare, a favore di telecamere, la celebre banana, pagata in criptovalute.

Sun, 34 anni, fondatore della piattaforma blockchain Tron, ha mangiato la banana davanti a decine di giornalisti e influencer dopo aver tenuto un discorso in cui ha definito l’opera “iconica” e ha fatto un parallelo tra l’arte concettuale e le criptovalute. «È molto meglio delle altre banane», ha commentato sornione dopo aver assaggiato la prima volta il frutto. «È davvero molto buona», ha aggiunto.

In realtà Sun non ha acquistato né la banana né il nastro adesivo esposto da Sotheby’sma un certificato di autenticità e le istruzioni per riprodurre l’opera. Il milionario ha dovuto ricomprare a proprie spese la banana (che va sostituita almeno ogni 4-6 giorni) e lo scotch.

«Sono molto contento che Sotheby’s abbia accettato delle crypto come pagamento», ha detto Sun, che lo scorso anno è stato incriminato dalla Sec, la Consob americana, assieme a tre sue società per frode e altre violazioni della normativa americana sui valori mobiliari. Sun – fondatore della piattaforma blockchain Tron e della valuta digitale Trx – non ha perso l’occasione per esprimere la sua soddisfazione per l’elezione di Donald Trump negli Usa. «Sono sicuro che sotto la sua leadership gli Stati Uniti possano diventare uno dei posti più importanti per lo sviluppo delle criptovalute e non vedo l’ora che accada». Questa settimana Sun ha anche rivelato di aver finalizzato un investimento di 30 milioni di dollari in World Liberty Financial, un progetto di criptovaluta sostenuto da Trump.

Sun ha dichiarato di aver provato “incredulità” nei primi 10 secondi dopo aver vinto l’asta, prima di rendersi conto che “poteva diventare qualcosa di effettivamente grande”. Nei 10 secondi successivi ha deciso di mangiare la banana. «Mangiarla durante una conferenza stampa può anche diventare parte della storia dell’opera d’arte», ha dichiarato oggi. Nella sala dell’hotel Peninsula di Hong Kong c’erano con lui due uomini vestiti da personale della casa d’aste posti di fronte a una parete priva di elementi con la banana gialla come unico tocco di colore. Sun l’ha staccata dalla parete e poi l’ha mangiata.

Prima di essere venduta all’asta di Sotheby’s, la banana è stata acquistata per meno di un dollaro da una bancarella di frutta nell’Upper East Side di Manhattan, gestita da Shah Alam, che lavora per 12 dollari l’ora. Quando Alam ha saputo da un giornalista del New York Times che la banana era stata rivenduta come opera d’arte per oltre 6 milioni di dollari, ha pianto. «Sono un uomo povero», ha detto Alam, 74 anni, al giornale. «Non ho mai avuto questo tipo di denaro; non ho mai visto questo tipo di denaro». Sun ha dichiarato al New York Times che la risposta di Alam è stata “toccante”. Il tycoon si è poi impegnato a comprare 100.000 banane dalla bancarella di Alam e ha annunciato che le banane sarebbero state distribuite in tutto il mondo come “celebrazione del bellissimo legame tra vita quotidiana e arte”. Sun ha detto che spera di poter visitare la bancarella di Alam quanto prima.

I partecipanti all’evento nell’hotel di Hong Kong hanno ricevuto un rotolo di nastro adesivo e una banana come souvenir. «Ora utti hanno una banana da mangiare», ha scherzato Sun. Justin Sun ha paragonato l’arte concettuale di “Comedian” all’arte degli Nft (non-fungible token) e alla tecnologia blockchain decentralizzata. «La maggior parte dei suoi oggetti e delle sue idee esistono come proprietà intellettuale e su internet, al contrario di qualcosa di fisico», ha dichiarato.

Il valore intellettuale dell’opera di Cattelan

“Comedian” aveva sottolineato la casa d’aste Sotheby’s in un comunicato, si colloca all’interno di un patrimonio storico-artistico di opere concettualmente audaci che hanno ridefinito ciò che l’arte può essere: dalla “Fontana” di Marcel Duchamp, un orinatoio di porcellana pronto per l’uso, capovolto, montato su un piedistallo e firmato con uno pseudonimo nel 1917; al “Disegno cancellato di William de Kooning” di Robert Rauschenberg del 1953, quando un artista leggendario deturpava il lavoro di un altro per destabilizzare le nozioni di originalità artistica; allo squalo di Damien Hirst, ricoperto di formaldeide nel 1991, fino a “Love is in the Bin” di Banksy, che si è notoriamente distrutto dopo essere stato venduto nella sala d’aste di Sotheby’s nel 2018, creando così una nuova opera d’arte in tempo reale.

Queste opere rivoluzionarie sono state accomunate da uno spirito di burla iconoclasta che ha spinto il pubblico a interrogarsi sul significato dell’arte, a partire dagli stessi sistemi che ne consentono la creazione e la ricezione. Dopo la sua presentazione nel 2019, “Comedian” si è piazzata saldamente al centro dello Zeitgeist culturale: l’onnipresente banana con il nastro adesivo è apparsa sulla copertina del “New York Post” ed è diventata un fenomeno mediatico ineluttabile.

«Per me “Comedian” non è uno scherzo, ma un commento sincero e una riflessione su ciò che apprezziamo. Nelle fiere d’arte regnano la velocità e il business, quindi l’ho vista così: se dovevo essere presente a una fiera, potevo vendere una banana come gli altri vendono i loro quadri. Potevo giocare all’interno del sistema, ma con le mie regole», ha spiegato Cattelan nel corso di un’intervista nel 2019.

Nell’immagine: Nella foto Justin Sun mangia l’opera da 6.2 milioni di dollari


Lo Stato sociale in gioco

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

È indubbio che la vittoria di Trump avrà delle conseguenze sullo stato sociale, il Welfare State così come lo abbiamo conosciuto dagli anni della Grande Depressione in poi. Tra le priorità dell’amministrazione Trump vi è infatti la riduzione dello Stato sociale ai minimi termini, sacrificando l’insieme delle prestazioni sociali a favore del sussidiamento del settore delle piattaforme digitali e delle tecnologie avanzate. Si sta affermando un capitalismo tecno-libertario, una forma di modernismo reazionario che la Germania ha già conosciuto tra le due Guerre mondiali. Questo nuovo corso è destinato a influenzare il dibattito sullo Stato sociale anche oltre i confini americani. 

Per quanto riguarda il nostro Stato sociale, sono già all’opera delle tendenze che ne minano le fondamenta e i principi costitutivi. Tendenze che il nuovo spirito del tempo non può che accelerare. 

Un elemento distintivo del modello elvetico di welfare è il ruolo rilevante del settore privato, che da tempo gestisce ampie porzioni del sistema, in particolare nei settori della previdenza e della sanità, tanto che alcuni anni fa, in occasione di un convegno organizzato dalla Città di Zurigo, la Svizzera è stata definita uno “Stato sociale privato” (“privater Sozialstaat”). Questo approccio mercantile, leggermente ossimorico, crea una polarizzazione in cui i più benestanti godono di protezioni superiori, mentre le fasce più vulnerabili rimangono marginalizzate. In ambito accademico, si parla di un sistema “meritocratico-occupazionale” che accentua queste disparità, rendendo l’accesso ai diritti sociali subordinato a criteri economici e occupazionali e allo statuto acquisito nel mercato del lavoro. A causa della frammentazione e fragilizzazione del mondo del lavoro, il finanziamento della sicurezza sociale e la fruizione dei diritti sociali vengono seriamente messi a repentaglio. 

Un altro aspetto proprio del nostro Stato sociale, sono le disuguaglianze all’interno del suo sistema. Persistono evidenti discriminazioni di genere: le donne, spesso penalizzate da carriere frammentate e salari mediamente inferiori, percepiscono pensioni significativamente più basse rispetto agli uomini. A questo si aggiunge la disparità tra cittadini svizzeri e stranieri, con i secondi che, pur rappresentando una forza lavoro essenziale e contribuendo generosamente al sistema attraverso i contributi sociali, incontrano barriere sistematiche nell’accesso alle prestazioni beneficiando assai meno di quanto hanno versato. 

Un ulteriore elemento critico è rappresentato dalla crescente finanziarizzazione del sistema. Le riserve delle assicurazioni sociali vengono gestite come capitali da investire sui mercati finanziari e nel settore immobiliare, con rendimenti che diventano centrali per la sostenibilità delle prestazioni e per i profitti delle assicurazioni stesse. Questo fenomeno, noto come “titolarizzazione dei diritti sociali”, rende il sistema vulnerabile alle fluttuazioni economiche e finanziarie globali, sganciandolo dai bisogni reali della popolazione e subordinandolo alle logiche del profitto e della rendita finanziaria.

Resta il fatto che alla base del modello elvetico vi è ancora una interconnessione tra il principio redistributivo e quello assicurativo. Un esempio paradigmatico è l’AVS, che combina solidarietà intergenerazionale e previdenza per garantire prestazioni universali. L’AVS, infatti, realizza un’elevata ridistribuzione della ricchezza tra ceti ricchi e ceti modesti, in virtù del fatto che l’ammontare delle rendite è limitato all’interno di una “forchetta” in cui la rendita massima è il doppio di quella minima. Ciò consente agli assicurati a basso reddito di ricevere rendite più elevate in proporzione a quanto hanno contribuito rispetto ai ceti più abbienti. Tuttavia, negli ultimi anni, se consideriamo il sistema previdenziale nel suo complesso, riforme presentate come necessarie per assicurare la sostenibilità finanziaria hanno progressivamente eroso entrambi i principi, quello redistributivo e quello assicurativo. Tagli alle prestazioni, innalzamento dell’età pensionabile e un crescente affidamento a strumenti privati hanno compromesso il patto sociale che regge il sistema, alimentando un senso diffuso di insicurezza che si è voluto contrastare affermando il principio della 13ma rendita AVS e rigettando la proposta di riforma del secondo pilastro. 

La Svizzera si trova dunque a un bivio. Da un lato, c’è la strada della privatizzazione e delle riforme orientate a favorire i mercati, a scapito della giustizia sociale. Dall’altro, vi è il bisogno di rafforzare il ruolo pubblico dello Stato sociale, riaffermando la centralità della redistribuzione come strumento di coesione e inclusione. Questa scelta non è solo una questione economica, ma un atto politico e morale. In una società tra le più ricche al mondo, tollerare che i più deboli vengano lasciati indietro non può essere considerato accettabile. Occorre un ripensamento che metta al centro i valori di equità e solidarietà, restituendo al sistema la capacità di proteggere davvero tutte le cittadine e tutti i cittadini. 

Scritto per laRegione
Nell’immagine: manifesti per la votazione del 1972 in cui anche i sindacati e il Partito socialista si opposero – sbagliando, come più tardi ammise anche l’ex consigliera federale Ruth Dreifuss – alla “iniziativa popolare per le pensioni”


Il ministro dei migranti “carichi residuali” che a Chiasso ha reiterato il “nyet” alla Svizzera

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Definisce “carico residuale” i migranti in fuga non autorizzati a scendere a terra, come fossero merce o animali, definizione “tecnica” buttata là nei giorni della tragedia nel mare di Cutro, una novantina di morti (solo quelli recuperati); provoca sconcerto e polemiche affermando che in Italia “non esiste più il patriarcato”; lancia un impossibile assist a Giorgia Meloni sostenendo che violenza sulle donne e femminicidi nella Penisola “sono aumentati a causa della presenza degli stranieri illegali” senza fornire uno straccio di prova statistica.

È Matteo Piantedosi, ministro italiano degli interni, ed è detto tutto. All’inizio della settimana è arrivato a Chiasso, accolto dal Consigliere federale socialista Beat Jans. Che ha sentenziato: “I rapporti fra Berna e Roma sono buoni, ma l’Italia deve rispettare le regole”. Piccolo ossimoro del nostro capo Dipartimento di Giustizia e Polizia. Se non si rispettano le regole come possono essere così “buoni”, i rapporti? . Tanto più che la questione principale dell’incontro toccava un nervo scoperto in tutta Europa, la questione dei migranti. Che da aprile dovrebbe essere regolarizzata da un accordo generale per ritentare il ricollocamento e la distribuzione dei richiedenti l’asilo nei 27 paesi UE. Figurarsi: con il solito ungherese Orban (attuale presidente di turno del club) e dei suoi pari “illiberali dell’Est” che dichiarano un’opposizione senza quartiere al progetto (chi non ci sta deve pagare multe salate per ogni migrante non accettato, ma tranquilli sono tutte nazioni con cui Bruxelles è generosa in fatto di aiuti economici); un fronte del rifiuto che oggi si sente ancor più incoraggiati a resistere dallo spostamento generale a destra dell’UE, certificato dalla composizione della nuova Commissione europea, con “la reginetta di marmo” Von der Leyen votata mercoledì da una coalizione che farebbe volentieri a cazzotti: ci stanno dentro gli europeisti convinti, e quelli che l’Europa la vorrebbero degradare come massimo a Confederazioni di paesi nazionalisti-identitari-patrioti. Come ha detto Giorgia Meloni del gran rifiuto dell’amico e modello ungherese “capisco chi vuole difendere gli interessi nazionali”, ma intanto firma l’accordo di aprile senza un cip.

Comunque, nella città di confine, la questione principale del vertice era questa: da un paio di anni l’Italia ha deciso di non applicare più le regole di Dublino, che vanno certo riconsiderate, ma che sono tuttora operative e prevedono ancora che a registrare gli arrivi dei richiedenti asilo sul vecchio continente sia ‘il primo paese d’approdo’. È appunto la “regola” invocata da Jans’. Inutilmente, come ampiamente previsto. La risposta di Piantedosi è stata semplicemente e perentoriamente un salviniano “nyet” (fu capo gabinetto del ‘capitano’ lombardo, oggi molto occupato a non risolvere i problemi italiani dei trasporti, ma a bloccare scioperi sindacali del settore del tutto legali). Un “nyet” che per la Svizzera è un problema. E per cui già in passato Berna aveva lanciato preoccupazioni e allarmi inascoltati. L’Italia, sempre in agitazione emergenziale (interessante elettoralmente trattandosi della carta immigrati irregolari, i “palestrati” li definì Salvini) per decenni ha seguito una silenziosa strategia di plateale omissione. Si calcola che negli ultimi due decenni sono stati più i migranti che sono riusciti a fuggire dalla Penisola che quelli rimasti (non c’è dunque solo la ‘fuga dei cervelli’). Se ne parla platealmente solo quando vengono bloccati dopo Ventimiglia dalla polizia francese, che si è fatta un punto d’onore nel rispedirli legalmente in Italia: ma si sa (come canta beffardamente Paolo Conte) quando si tratta di “Italiens” è dai tempi di Bartali che ai francesi “le balle ancor gli girano”).

E scappando verso Francia, Germania, paesi scandinavi – tutti in proporzione più accoglienti, fino…all’altro ieri) qual è una porta possibile e ambita di ulteriore fuga verso il Nord Europa? Chiasso naturalmente. Bloccare Dublino ci crea dunque problemi supplementari, lo deve riconoscere anche chi critica la politica migratoria elvetica e propone progetti alternativi e intelligenti di accoglienza umanitaria. Con un problema particolare in più: quello dei minorenni non accompagnati, spesso adolescenti. Che non sono pochi e sono ‘ospiti’ più impegnativi. A proposito: chi ricorda ancora una statistica di non molti anni fa che denunciava la scomparsa (definitiva) di 28 bambini al giorno dal sistema di accoglienza italiano? Finiti nel nulla.

Così, la Svizzera si accolla un problema originariamente non suo. Perché dall’altra parte “non si rispettano le regole”, ricorda la lamentela del nostro ministro. Che è oltretutto alle prime armi. E forse non l’hanno ancora en informato degli italici sotterfugi. Quelli di un paese appunto in eterna presunta emergenza. Dove oggi si contano 131. 00 richiedenti l’asilo ufficiali. Su 60 milioni di abitanti della Penisola fanno il 2 per mille. Che messi tutti insieme, non occuperebbero nemmeno l’intero Circo Massimo di Roma.

Dove il ministro italiano è rientrato. Soddisfatto. Missione compiuta. Con un semplice reiterato “nyet”. E può tornare tranquillamente a occuparsi anche dei suoi “carichi residuali”.

Nellimmagine: Beat JAns e Matteo Piantedosi a Chiasso


Liliana Segre: «Perché non si può parlare di genocidio a Gaza, ma di crimini di guerra e contro l’umanità»

UBS sfugge alla condanna per il caso legato alla mafia bulgara ereditato da Credit Suisse grazie al decesso di un’ex impiegata. Cronistoria di una vicenda dove la morte la fa da padrona 

Di Liliana Segre, Corriere Della Sera

Le parole, a volte, diventano clave. Negli ultimi mesi ho fatto appelli per il cessate il fuoco, ho condannato le violenze, ho espresso la più profonda partecipazione al dramma delle vittime innocenti palestinesi e israeliane, ho invocato un rispetto sacrale verso i bambini di ogni nazionalità, di ogni credo, di ogni religione, ho manifestato ripulsa verso lo spirito di vendetta. Eppure, o ti adegui e ti unisci alla campagna che tende ad imporre l’uso del termine «genocidio» per descrivere l’operato di Israele nella guerra in corso nella Striscia di Gaza, o finisci subito nel mirino come «agente sionista». Le cose in realtà sono più complesse e colpisce che alcuni tra i più infervorati nell’uso contundente della parola malata si trovino in ambienti solitamente dediti alla cura, talora maniacale, del politicamente corretto, del linguaggio sorvegliato che si fa carico di tutte le suscettibilità fin nelle nicchie più minute.

Nella drammatica situazione di Gaza non ricorre nessuno dei due caratteri tipici dei principali genocidi generalmente riconosciuti come tali — il Medz Yeghern degli armeni, l’Holodomor dei kulaki ucraini, la Shoah degli ebrei, il Porrajmos dei rom e sinti, la strage della borghesia cambogiana, lo sterminio dei tutsi in Ruanda — mentre sono piuttosto evidenti crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi sia da Hamas e dalla Jihad, sia dall’esercito israeliano. I caratteri tipici dei genocidi sono essenzialmente due, uno è la pianificazione della eliminazione, almeno nelle intenzioni completa, dell’etnia o del gruppo sociale oggetto della campagna genocidaria, l’altro è l’assenza di un rapporto funzionale con una guerra. Anche i genocidi commessi durante le due guerre mondiali (armeni, ebrei, rom e sinti) non ebbero la guerra né come causa né come scopo, anzi furono eseguiti sottraendo uomini e mezzi allo sforzo bellico.

D’altronde, anche di fronte ad operazioni militari volte intenzionalmente a produrre vittime civili e che hanno causato morti innocenti nell’ordine di decine di migliaia (Dresda) o centinaia di migliaia in pochi giorni (Hiroshima e Nagasaki) o addirittura un milione (assedio di Leningrado), non si è mai parlato di genocidi. L’abuso della parola genocidio dovrebbe essere evitato con estrema cura per più di una ragione. In primo luogo, solo coprendosi occhi e orecchie si può evitare di percepire il compiacimento, la libidine con cui troppi sembrano cogliere un’opportunità per sbattere in faccia agli ebrei l’accusa di fare ad altri quello che è stato fatto a loro. Un complesso di colpa collettivo prodotto dalla storia si scioglie in un rabbioso sfregio liberatorio verso lo Stato ebraico di Israele, non solo equiparandolo ai nazisti ma rinfocolando tutti i più vieti stereotipi sugli ebrei vendicativi, suprematisti, assetati del sangue dei bambini non ebrei. L’impennata delle manifestazioni di antisemitismo nel mondo, a livelli mai visti da decenni, dimostra l’effetto devastante delle tossine che sono tornate in circolo.

In secondo luogo, l’accusa strumentale del genocidio proietta sull’intero Stato di Israele e su tutto il popolo israeliano — non solo sul pessimo governo in carica — l’immagine del male assoluto. Una demonizzazione ingiusta, ma anche controproducente per le prospettive di pace e convivenza. Ogni riduzione dell’altro a mostro, ogni cancellazione manichea delle sue ragioni — vale per i sostenitori acritici dei palestinesi, ma vale specularmente anche per i sostenitori acritici del governo israeliano — serve solo a perpetuare la guerra, a rinsaldare la trappola dell’odio e ad allontanare il giorno in cui potrà, dovrà sorgere uno Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele.

In terzo luogo, la cultura antifascista e antitotalitaria ha avvertito da sempre le implicazioni velenose delle operazioni di negazionismo, riduzionismo, relativizzazione, distorsione o banalizzazione dei genocidi. Di lì passano inesorabilmente le rivalutazioni delle peggiori dittature e le campagne nostalgiche. Da lì parte il sistematico abbassamento degli anticorpi che sorreggono la coscienza democratica dei cittadini. Inquieta che anche alcuni di coloro che meritoriamente si dedicano alla tutela e alla trasmissione della Memoria sembrino non capire che lasciar passare oggi l’abuso del termine genocidio significa produrre una crepa in un argine. E se crolla quell’argine, domani, potrà passare ben altro.

Nell’immagine: Liliana Segre