Perché volere bene a noi stessi non è un sentimento narcisista

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Per essere compreso nella sua essenza il mito di Narciso richiede di venire accostato al mito di Eco. Narciso ed Eco rappresentano infatti i due estremi dell’amore: l’amore di sé che ignora completamente l’altro, e l’amore dell’altro che ignora completamente sé. Qual è la forma peggiore?

Narciso era bellissimo e coloro che l’incontravano, femmine e maschi, giovani e adulti, se ne innamoravano, ma lui respingeva sempre tutti. Eco, che era stata punita da Era con la privazione della possibilità di parlare se non ripetendo le ultime parole ascoltate (da qui il nome eco per il fenomeno acustico del ripetersi di un suono), un giorno vide Narciso e, come tutti, se ne innamorò. A causa della sua condizione però il dialogo produsse una serie di equivoci, fino a quando lei gli andò incontro per abbracciarlo ma lui si ritrasse sdegnato dicendole: «Toglimi le mani di dosso! Vorrei morire piuttosto che darmi a te!». La povera Eco poté solo rispondergli «darmi a te» e scappò via in preda a una vergogna che la consumò progressivamente facendo rimanere di lei soltanto la voce.

Quanto a Narciso, un giorno capitò davanti a una fonte cristallina. Bevve, ma vedendo la sua immagine si innamorò di sé, il che lo portò a macerarsi a sua volta per un amore impossibile e a morirne, alcune antiche fonti dicono per consunzione, altre per annegamento avendo voluto abbracciare la propria immagine nell’acqua.

Entrambi, comunque, muoiono per amore: lei per aver amato troppo un altro, lui per aver amato troppo se stesso. E il loro mito ci consegna il dilemma dell’amore di sé. Abbiamo a che fare con la più ostinata prigionia o con il fondamento della vita sana?

L’amore di sé è spesso considerato l’origine di tutti i mali. Il primo dei sette vizi capitali, la superbia, non è altro che uno sconfinato amore di sé, e la tradizione cristiana insegna che fu proprio per superbia che Lucifero decadde dallo stato angelico divenendo Satana. Il mito cristiano quindi individua la radice di tutti i mali nell’eccessivo amore di sé.

Tutte le tradizioni spirituali sono unanimi nel sottolineare la necessità della liberazione dall’ego. Il Buddha pone l’origine del dolore nella brama in quanto manifestazione più immediata dell’ego. Scrive Platone: «Causa di tutti i vizi per ognuno di noi è il più delle volte una forma eccessiva di questo amore di sé». Insegna Gesù: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso» e per l’Imitazione di Cristo «il rinunciare interiormente a se stessi unisce a Dio». Tra i moderni, Kant colloca la radice del male nell’amore di sé, dicendo che esso, «adottato come principio di tutte le nostre massime, è la fonte di ogni male». Gandhi conviene: «Se potessimo cancellare l’Io e il Mio dalla religione, dalla politica, dall’economia eccetera saremmo presto liberi e porteremmo il cielo in terra». Anche Einstein la pensava così: «Il vero valore di un uomo si determina esaminando in quale misura e in che senso egli è giunto a liberarsi dell’io». Simone Weil esaspera la prospettiva: «La lebbra sono io, tutto ciò che io sono è lebbra, l’io come tale è lebbra».

Le cose però non sono così unilaterali come appare. Se infatti Gesù insegna che l’io deve rinnegare se stesso, dall’altro lato afferma: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Il che significa che il rinnegamento di sé non equivale alla distruzione di sé, come riteneva Simone Weil, ma esattamente al contrario è funzionale a non perdere il sé, che va piuttosto preservato e salvato. Quando Gesù formulò il comandamento dell’amore per il prossimo, come misura di tale amore pose proprio l’amore di sé: «Amerai il tuo prossimo “come” te stesso». Il che significa che non si può amare il prossimo se prima non si ama se stessi, e che quindi esiste un più che legittimo amore di sé.

Tale dialettica è presente anche in Gandhi, che se da un lato voleva ridursi a zero, dall’altro affermava: «Sono un inguaribile ottimista perché credo in me stesso», laddove tale fiducia di sé manifesta anche amore verso di sé. Lo stesso va detto del buddhismo al cui interno ha scritto Corrado Pensa: «L’amore per se stessi rende più interi, più fiduciosi e più contenti». Per quanto riguarda la filosofia antica, scrive Aristotele: «Tutti i sentimenti di amicizia nascono dal rapporto di sé con se stesso e in seguito si estendono anche verso gli altri… È soprattutto con se stessi che si è amici, perciò bisogna amare soprattutto se stessi». E per la filosofia moderna ecco Rousseau: «L’amore di sé è sempre buono e sempre conforme all’ordine».

Siamo quindi al cospetto di un’antinomia: il pensiero da un lato insegna la lotta contro il proprio sé, dall’altro ne incoraggia la coltivazione. Erasmo da Rotterdam riprodusse con precisione l’antinomia: «Non è insensato piacersi, ammirarsi? Eppure, potrai mai fare qualcosa di bello, nobile, gradevole, senza piacere a te stesso?». Tale contraddizione si rivela anche nel linguaggio comune nel quale c’è un modo di dire io che è il segno più evidente di egocentrismo narcisistico, ed esiste tuttavia anche l’estremo opposto di chi non dice mai io per rifugiarsi sempre dietro l’autorità altrui senza mai esporsi in prima persona. Se il primo estremo segnala egocentrismo, il secondo è mancanza di autonomia. Quale rapporto quindi dobbiamo avere con noi stessi? Superamento o compimento?

Ora l’uno ora l’altro, io penso, a seconda delle stagioni e delle circostanze, l’importante è non cadere negli estremi di Eco e di Narciso. Ma un aiuto ci viene dalla scienza contemporanea. Essa ci parla della struttura ontologica dell’essere dicendo che ogni fenomeno fisico è il risultato di un’aggregazione, il che non può non valere anche per il nostro io, il quale quindi non esiste come sostanza a sé stante ma nasce e vive delle sue relazioni e quindi è costitutivamente relazione.

Per questo l’orientamento positivo verso gli altri non è in opposizione con l’orientamento positivo verso di sé. Al contrario, è solo l’orientamento positivo verso di sé che consente un orientamento positivo verso gli altri, come del resto relazioni felici con gli altri alimentano la stima di sé.

L’amore di sé, inoltre, non è sempre così frequente come si immagina, perché molti vivono nella non accettazione della propria realtà desiderando essere diversi da quello che sono e cercando un altro posto del mondo, un’altra famiglia, un altro corpo, un altro carattere, un altro io. E in questa prospettiva amare se stessi (per quello che veramente si è) può essere anche un grande atto di umiltà e di conciliazione con i propri limiti.

Riassumere tutto il senso del discorso con la distinzione tra “amor proprio” e “amore di sé”, con il primo concetto che segnala la condizione narcisistica negativa di chi è preda di un ego ipertrofico, e con il secondo che indica la serena accettazione della propria condizione, accolta per quello che è, limiti compresi, ai quali si giunge a sorridere con quella leggerezza dell’autoironia che è una delle proprietà più belle dell’essere umano.

Nell’immagine: “Narciso” di Caravaggio (1597-1599) conservato a Palazzo Barberini a Roma 


La fragilità di una tregua

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

Un pugno di fanti, sono soldati dell’unità speciale “Shaldag”, attraversano tranquillamente un piccolo ponte di legno. Sotto, le poche e svogliate acque del Litani. Foto da annali di Storia. Era da un quarto di secolo che fin qui l’esercito israeliano non era più arrivato durante reiterati interventi militari su suolo libanese. Operazione resa oggi possibile dal più intenso e devastante bombarda-mento del “paese dei Cedri”, dalla decapitazione di tutta la leadership delle milizie sciite di Hezbollah, dallo sventramento dei loro quartieri civili e di coordinamento operativo a Beirut est, dal ricorso ai più sofisticati mezzi tecnologici (come i cerca-persone con cariche esplosive incorporate) per colpire anche i quadri intermedi dell’esercito pro-iraniano, in un gernerale attacco di cui ancora non si conosce un bilancio pur approssimativo di vittime anche civili. Comunque pesante.

Altrimenti, non ci sarebbe stata questa tregua, di cui si fanno garanti gli Stati Uniti dell’uscente Biden (finalmente gratificato da un “regalo” di fine regno dall’alleato più che reticente alle richieste americane di un intero anno) e dalla Francia (ultimo mandatario neo-coloniale del martoriato paese, da quasi mezzo secolo tragico teatro di “guerre altrui”, che coinvolse altri protagonisti regionali, dalla Siria – che non ha mai riconosciuto la legittimità storica del Libano – all’OLP di Fatah e dei suoi fedayin). Grumo di tensioni, conflitti, interessi contrastanti nient’affatto esauriti, e che già bastano a segnalarci quanto anche questo passaggio possa essere incerto e fragile.

A Israele basta – per ora, è bene sottolinearlo – il sostanziale controllo della fascia meridionale del territorio libanese, che le consente di cacciare al Nord del Litani, appunto, le milizie nemiche; a Nord del fiume, che dista una trentina di chilometri dalla frontiera ufficiale. Zona che dovrà tornare entro 60 giorni sotto il controllo dell’esercito libanese: altro fragile passaggio, addirittura misterioso, vista l’attuale inconsistenza di forze armate libanesi che dovrebbero invece simboleggiare l’unità nazionale di un’unità che non esiste. Unica “quasi certezza”: per molti libanesi Hezbollah è responsabile dell’ultima tragedia, è debole e isolato, ha bisogno di riqualificarsi in qualche modo come componente del mosaico sociale e istituzionale che regge, o dovrebbe reggere, la complessa impalcatura nazionale dello Stato. Così lo sfiancato esercito del “Partito di Allah” dovrebbe mostrarsi più ‘ragionevole’, anche se sempre guidato da consigli  e diktat degli ayatollah di Teheran, anch’essi comunque in difficoltà dopo che l’aviazione israeliana ha colpito i suoi impianti petroliferi e militari nonché quasi del tutto spento il “cerchio di fuoco” pro-iraniano delle sue “avanguardie”, dalla Siria all’Irak allo Yemen a Gaza.

Inimmaginabile, infatti, che Hezbollah abbia potuto accettare l’accordo senza il consenso dei successori di Khomeini. Che – ha ripetuto Netanyahu – rimangono il bersaglio principale dello Stato ebraico. Precisazione con cui si cerca di tranquillizzare non solo la popolazione (60 mila profughi israeliani) invitata a rientrare nei villaggi e nei kibbutzim del nord, principale bersaglio dei missili nemici, ma di rispondere anche alla stizza degli alleati nazional-religiosi che chiedevano invece di “approfittare” del momento storico favorevole sia per sradicare definitivamente Hezbollah sia per consentire a nuovi coloni di insediarsi addirittura nel sud del Libano che secondo i “testi” farebbe parte del Grande Israele.  Altre incognite, dunque.

Il tutto in attesa del cambio della guardia alla Casa Bianca. Prevista e premiante per Israele. Almeno sulla carta. Trump è  stato senza dubbio l’ex presidente più generoso nei confronti di Israele. Non soltanto trasferendo da Tel Aviv a Gerusalemme l’ambasciata USA – fatto altamente simbolico, che nessun predecessore aveva osato realizzare benchè già deciso da anni a Capitol Hill -, ma soprattutto lasciando a Netanyahu una sorta di “carta bianca” per regolare a suo modo (cioè con lo statu quo in Cisgiordania e accettando i finanziamenti quatari ad Hamas) una stagnante ed esplosiva situazione, come confermato dalla tragedia del 7 ottobre e da quanto seguito a Gaza. E l’enclave gazawi sarà la prima a pagare. Il cessate il fuoco in Libano consentirà a Israele di ancor più concentrarsi militarmente sulla Striscia, trasformata da prigione a cielo aperto a cimitero a cielo aperto. Con bilanci di civili uccisi, case distrutte (oltre l’80 per cento rase al suolo o rese inabitabili), emergenze umanitarie di inedita gravità. 

Obiettivo territoriale di “Tsahal,” lo dicevamo fin dall’inizio, la trasformazione di Gaza Nord in una sorta di ‘no man’s land”, terra svuotata da tutti i suoi abitanti palestinesi, per farne una fascia di sicurezza per Israele. C’è un piano che circola da tempo, il cosiddetto “piano dei generali”, che, pur di conseguire questo obiettivo (drammatica riduzione dello spazio abitativo per oltre due milioni di persone, su un territorio che già così è il più demograficamente sovraffollato del mondo), prevede anche l’assedio militare totale (con la proibizione di aiuti umanitari) per indurre alla fuga, o per spingere alla morte per fame, i palestinesi che non dovessero ottemperare all’ordine di evacuazione. E’ lì che gli alleati d’estrema destra di Netanyahu rivendicano la possibilità di nuovi insediamenti ebraici, quindi di un ritorno dei coloni ebrei che Sharon aveva deciso di ritirare quasi 20 anni fa. Sperando che, sigillando la Striscia, e lasciandola all’imperio dittatoriale di Hamas, la questione fosse chiusa e risolta (“getteremo in mare le chiavi di Gaza”, promise il focoso generale e premier).

Tutto ciò che è accaduto attorno a Gaza e poi al Libano, con la crescita dell’Islam politico e lo slancio dei nazionalisti religiosi israeliani, ha fatto saltare gli illusori propositi di Sharon. E di chi ne ha preso l’eredità. 

Nell’immagine: soldati israeliani attraversano il fiume Litani


Gaza. L’esame di coscienza di un’Europa che pretende d’essere faro di moralità e modello di governance al resto del mondo

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

Esce un libro importante sulla situazione di Gaza e sul genocidio dei civili palestinesi perpetrato dall’esercito israeliano. Lo scrive Didier Fassin, professore al Collège de France sulla cattedra intitolata alle “Questions morales et enjeux politiques dans les sociétés contemporaines”. La riflessione di Fassin, che insegna anche all’ “Institute for Advanced Study” di Princeton e all’ “École de hautes études en sciences sociales” di Parigi, poggia su una solidissima documentazione di parte ebraica, arabo-palestinese e americana. Il risultato è un autorevole ed energico richiamo all’Occidente perché produca una riflessione morale sul suo quasi incondizionato allineamento alle posizioni sioniste, oggi, anche genocidiarie. Il libro ha naturalmente suscitato una serie (in verità modesta) di critiche che, senza arrivare a invalidare le tesi di Fassin, si sono limitate a correggere alcuni errori fattuali (“Le Monde” 27 settembre 2024 e 20 ottobre 2024) . Resta l’evidenza, che ormai è davanti agli occhi di tutti, della politica israeliana, che ha scelto la via dell’eliminazione di quanti più palestinesi e che Fassin documenta al di là di ogni incertezza.

La traduzione delle prime pagine del libro riassume lo smarrimento assoluto nei confronti di quanto sopporta un popolo, quello Palestinese, e un territorio, la Palestina storica, verso i quali l’Europa ha avuto enormi responsabilità fin dalla creazione dello stato di Israele, uno stato – va ricordato – sorto su un territorio abitato e che bisognava ‘vuotare’ da un’altra popolazione perché avesse credito la “fabula” dell’aver fatto rifiorire il deserto, nella quale è cresciuta la generazione dei nostri genitori (più di 400 villaggi e città palestinesi sono stati rasi al suolo o svuotati dei loro abitanti fra 1947 e 1949, secondo le fonti dei vari Village statistics del 1949) . E come scriveva, a proposito del presunto socialismo del sistema israeliano dei kibbutz, il sociologo e psicanalista francofortese Erich Fromm, morto a Muralto nel 1980, è difficile fare del socialismo sulla terra di altri. Ma il libro è benvenuto anche perché interrompe, sia pur per intervalla, il pesante consenso alla politica filoisraeliana che si respira oggi in Europa a livello di governi, di mezzi di comunicazione e di una parte di popolazione cresciuta credendo nei miti del nuovo colonialismo occidentale in Palestina.

Naturalmente, tutto questo è noto, o dovrebbe esserlo, anche a chi ci governa e dunque è doppia la responsabilità del nostro consigliere federale Ignazio Cassis, che prima segue Israele nella denigrazione dell’UNWRA, seguendo le accuse israeliane (che mai hanno avuto l’onore di una prova) nell’azzerare i finanziamenti, poi li riamette a metà e infine dichara che ancora non è venuto il tempo per riconoscere lo stato palestinese… perché, ovviamente, Signori, per riconoscerlo ci vuole una situazione di pace!

Le pagine qui tradotte spero risarciscano almeno in minima parte dalla vergogna di essere sudditi svizzeri di un tale ministro degli Esteri, ma soprattutto invoglino a leggere un libro tanto necessario quanto coraggioso.


Da Didier FASSIN, Une étrange défaite. Sur le consentement à l’écrasement de Gaza (« Una strana sconfitta. Sul consenso alla distruzione di Gaza »)

“Il consenso alla distruzione di Gaza ha creato una immensa frattura nell’ordine morale del mondo. Con il passare del tempo, è in effetti probabile che gli avvenimenti che, dopo l’attacco mortifero di Hamas del 7 ottobre 2023, si sono succeduti in Palestina e la loro condivisione in molti luoghi del potere politico e intellettuale del pianeta appariranno nel loro crudo significato. Più che l’abbandono di una parte dell’umanità, della quale la realpolitik internazionale ha dato vari esempi recenti, è il sostegno apportato alla sua distruzione che la storia riterrà. L’acquiescenza di fronta alla devastazione di Gaza e al massacro della sua popolazione, alla quale va aggiunta la persecuzione degli abitanti della Cisgiordania [e oggi anche del Libano, ndr], lascerà una traccia indelebile nella memoria delle società che saranno chiamate a farne la contabilità. All’indomani della sconfitta dell’armata francese nel 1940, Marc Bloch scriveva l’Étrange défaite, analisi senza concessioni di ciò che a quella défaite aveva condotto. La disfatta, allora, era militare. Quella di oggi, è morale. Richiede un esame che deve essere lucido quanto lo fu quello dello storico francese, anche se il contesto e le implicazioni sono molto diverse e le divisioni etiche sono anche più profonde.

Un esame di ciò che ha condotto al fatto che, per responsabili politici e personalità intellettuali dei principali paesi europei, con rare eccezioni fra cui la Spagna [e oggi l’Irlanda e il Sud Africa, ndr ], sia divenuta accettabile una realtà statistica per la quale le vite dei civili palestinesi valgono centinaia di volte meno di quella dei civili israeliani e l’affermazione che la morte dei primi merita d’essere onorata meno di quella dei secondi. Una situazione che ha portato al fatto che domandare un cessare il fuoco immediato che interrompa il massacro di bambini, dopo che più di dodicimila di loro [oggi 25.000, ndr ] erano già stati uccisi e molti altri bruciati, amputati, traumatizzati sia denunciata come atto antisemita; una situazione che ha portato a proibire manifestazioni e riunioni che chiedevano una pace giusta e sanzioni contro persone che giustificavano i crimini facendo riferimento alla storia della religioneUna situazione che ha permesso che la gran parte dei mezzi di comunicazione occidentali riproduca in maniera quasi automatica la versione dei fatti degli occupanti senza verifiche indipedenti, mettendo invece regolarmente in dubbio quella raccontata dagli occupati. Che ha portato al fatto che le autorità pubbliche, quelle scientifiche e quelle universitarie impongano il silenzio alle voci che reclamano l’applicazione del diritto internazionale di guerra e umanitario, mentre lasciano libero corso alle voci che lo sbeffeggiano; al fatto che la critica di un governo composto di ministri di estrema destra portatori di un discorso di disumanizzazione di un popolo del quale negano l’esistenza sia assimilata a una incitazione all’odio; al fatto che tanti di quelli che avrebbero potuto parlare o anche opporsi distolgano lo sguardo dall’annientamento di un territorio e della sua storia, dai suoi monumenti, dai suoi ospedali, dalle sue scuole, dalle sue abitazioni, dalle infrastrutture, dalle sue strade, dai suoi abitanti quando non ne incoraggino apertamente la persecuzione. Una tale inversione di valori di cui si reclamano le società occidentali, una tale rinuncia politica e un tale tradimento intellettuale richiedono un esame.

La nozione di consenso richiede una chiarificazione. Essa comporta due dimensioni distinte. La prima è passiva. Il fatto di non opporsi a un progetto permette che esso si realizzi. La seconda è attiva e consiste nell’approvazione del progetto. Nel caso di Gaza le due dimensioni si coniugano. Quando il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite rifiuta d’imporre il cessate il fuoco per il veto di uno o l’altro dei suoi membri o quando il consiglio di amministrazione di un’Alta scuola respinge un voto che condanna la distruzione delle Università e l’assassinio dei suoi professori, esso acconsente passivamente, nel primo caso, alla continuazione del massacro della popolazione palestinese e della devastazione del suo territorio e, nel secondo, a continuare l’annientamento del sistema educativo e del mondo academico palestinesi. In cambio, i capi di governo che vanno a Gerusalemme per riaffermare il diritto incondizionato dello Stato d’Israele a difendersi, o i governi che gli inviano massicci armamenti, acconsentono a che non ci siano limiti alle rappresaglie, nel momento stesso in cui i dirigenti e militari israeliani, per giustificare meglio i massacri, dichiarano pubblicamente che “non ci sono innocenti a Gaza”.

Massimo Danzi è professore emerito dell’Università di Ginevra


La tregua sporca sulla pelle di due popoli

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Di Alberto Negri, il manifesto

Quella del Libano è una tregua «sporca»: perché, arriva – sperando che arrivi davvero – sotto una pioggia di bombe su Beirut e, come sempre, accompagnata dal diritto di Israele a romperla in qualunque momento.

Ci sarà una doppia tutela in Libano, scrivevano ieri i media locali: nel sud quella israelo-americana, a nord del fiume Litani quella Hezbollah-Iran, in mezzo l’Onu e le forze libanesi. Israele ovviamente si riserva il diritto di colpire quando vuole, Hezbollah, a sua volta, di decidere per tutto il Libano e non soltanto per la «resistenza».

MENTRE ISRAELE rendeva noto che soltanto ieri aveva colpito 180 bersagli in Libano, la 91a divisione delle Forze di difesa israeliane (Idf) raggiungeva il fiume Litani, nel sud del Libano e l’area di Wadi Saluki. È la prima volta dal 2000, anno in cui Israele si ritirò dal Libano meridionale, che le truppe dell’esercito israeliano raggiungono il fiume Litani.

Quindi Hezbollah ha perso? Per Hezbollah, l’accordo con Israele è un compromesso strategico che mantiene i fondamenti della sua «missione di resistenza» senza sacrificare la capacità di operare come attore politico-militare in Libano. Il partito descrive l’accordo come «una pausa tattica», necessaria per riorganizzare le forze e affrontare le prossime sfide, senza mai abbandonare la lotta contro quello che considera «il nemico sionista».

Insomma, si cerca di indorare la pillola. Fonti vicine a Hezbollah a Beirut affermano che, sebbene il ritiro dei combattenti a nord del fiume Litani possa essere interpretato come una concessione tattica, questo è in realtà un «adattamento temporaneo» al contesto attuale, «necessario per proteggere i civili» e preservare l’integrità del suo arsenale.

In realtà tutte le aree sciite legate a Hezbollah sono state sgomberate e in parte distrutte. Il Partito di Dio ha perso il suo segretario generale Hassan Nasrallah, è stato decimato l’alto comando militare e gran parte del suo arsenale. Questo non è certo un risultato paragonabile a quello del 2006 quando Hezbollah difese se stesso e il Libano bloccando l’avanzata di Israele nel sud.

IN QUEL MOMENTO Hezbollah aveva raggiunto il massimo della sua popolarità non solo nel Paese dei Cedri ma anche in buona parte del Medio Oriente, nonostante il Partito di Dio appartenga alla minoranza sciita e sia fortemente sostenuto dall’Iran.
Certo, Hezbollah è ancora qui e non si sconfigge un’idea, o un’ideologia ben radicata nella società, con una guerra.

Come pure Hamas è ancora qui nonostante i 45mila palestinesi uccisi a Gaza – di cui il 70% donne e bambini – e la decimazione della sua leadership. Lo ha dimostrato il passato che non si sradica la resistenza di un popolo. Però sono mesi che il Partito di Dio sbaglia i calcoli e sopravvaluta la sua forza nei confronti dell’avversario.

Questa è la logica che ha portato al disastro attuale. Con un’attenuante non da poco. Anche gli analisti militari meno favorevoli a Hezbollah pensavano che la resistenza libanese fosse comunque capace di infliggere danni importanti a Israele. E invece è stato Israele a sorprendere con una guerra tecnologica e molto cyber che ha decapitato la leadership e i quadri Hezbollah.

Una guerra che non ha rinunciato a fare tabula rasa senza alcuna pietà di tutto il Libano provocando migliaia di morti e danni per miliardi dollari, in un Paese già stremato dalla crisi economica e dall’afflusso di centinaia di migliaia di profughi.

MA SOPRATTUTTO perché questa è una tregua sporca? Il premier israeliano Benyamin Netanyahu non vuole solo sconfiggere l’asse iraniano. Vuole metterlo in ginocchio. Fare in modo che non sia più una minaccia nei prossimi decenni. E al tempo stesso vuole seppellire la questione palestinese. In altre parole: imporre una nuova realtà regionale. È il suo sogno da più di trent’anni.

L’elezione di Donald Trump potrebbe permettergli di realizzarlo.

Nell’immagine: macerie nel quartiere di Dahiyeh a Beirut in Libano dopo un attacco israeliano


Il patriarcato è finito, il maschilismo no

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

Di Paola Mastrocola, La Stampa

Se vivessimo in un sistema patriarcale, noi donne saremmo tutte chiuse in casa. A pranzo e a cena serviremmo i nostri mariti e parleremmo solo se interrogate. Invece andiamo ogni giorno dove ci pare e parliamo ovunque e a chiunque, dicendo quel che pensiamo. Se vivessimo in uno stato fascista, saremmo costretti ad andare alle adunate e, se ci opponessimo al regime verremmo incarcerati, torturati e uccisi. Invece mi pare che godiamo ancora e ampiamente di libertà di azione, di pensiero e di parola (sempre che la parola non ce la tolgano dei facinorosi invasati: ma questo è un altro discorso). Stiamo attenti a usare bene le parole. Se le cause per cui vogliamo combattere sono giuste, non vanifichiamo le nostre lotte usando le parole sbagliate, perché le parole sbagliate rischiano di inficiare la giustezza delle nostre cause.

Se al bell’articolo di Viola Ardone, apparso su questo giornale tre giorni fa, sostituiamo la parola patriarcato con la parola maschilismo, tutto torna. Se non la sostituiamo, in alcuni di noi lettori può insinuarsi qualche perplessità. Per una semplice e banale ragione lessicale, e cioè perché nella parola patriarcato c’è sì la parola arché che vuol dire potere, comando; ma c’è anche la parola pater. E se c’è una cosa che è sparita da decenni nel nostro mondo, è proprio il potere del padre. Già solo andando a una sessantina d’anni fa, se penso a mio padre, non mi viene in mente la parola patriarcato. Mio padre, abruzzese, figlio di contadini, emigrato a Torino e poi grazie alle scuole serali ragioniere assunto alla Fiat, non m’impediva né di uscire né di parlare. Mi imponeva di tornare a mezzanotte, questo sì. Non era un patriarca, però faceva il padre. Un padre severo che educa i figli ponendo delle regole, ovvero insegnando loro l’esistenza di un limite: se lo oltrepassi, avrai un rimprovero o una punizione. Punto e basta.

Allora esistevano i padri. Oggi fior di studiosi e psicanalisti ci avvertono da tempo che la figura del padre è evaporata. E questo è, semmai, uno dei problemi che affligge la nostra attuale società. Che certe frange di patriarcato ancora esistano, in qualche anfratto del mondo occidentale e quindi anche da noi in Italia, non si può negare. Certamente esiste un macroscopico patriarcato nel mondo islamico, e quindi nelle famiglie di origine islamica che vivono da noi in Italia. Ed è terribile che non stiamo facendo niente per contrastarlo. È la loro cultura, diciamo.

Quindi, in nome del nostro illuminato multiculturalismo, lasciamo imperterriti che certe atrocità dei maschi contro le donne si compiano sotto i nostri occhi. Imperterriti. Indifferenti. E, aggiungerei, ipocriti. Di maschilismo invece è sacrosanto parlare. Non solo, è sacrosanto combatterlo. Il maschilismo è un concetto più sfuggente e sottile, legato anche, a fattori naturali insiti nell’essere umano. È il risultato di una combinazione complessa di tratti storici, psicologici, sociali, ma anche biologici. E introdurre nel dibattito il fattore natura non ci piace. Preferiamo pensare che la civiltà sia un fatto solo di cultura. Anzi, che la cultura consista proprio nel riuscire a debellare quei rimasugli di natura che ancora restano in noi. Maschilismo è l’idea che l’uomo debba essere virile, forte, dominante. Da cui la violenza sulle donne, ma anche certa avversione o fastidio, ancora ahimè serpeggiante, verso il mondo omosessuale che palesemente contravviene a tale modello.

Combattiamo dunque il maschilismo. Ma in che modo? Siamo sicure, noi donne, di combatterlo sempre e in ogni forma? Penso alla nostra accettazione passiva di fronte ai messaggi pubblicitari che inondano ogni giorno le nostre vite, attraverso la televisione, i giornali e i social su cui passiamo tanto amenamente ore intere. Lì domina un’immagine della donna inequivocabile: femmina oggetto delle brame maschili, dove strumento primo e unico della seduzione è la bellezza, intesa in senso univoco e totalizzante, una bellezza dove giocano un ruolo principale il trucco, gli abiti, il corpo esposto. È un’immagine che portiamo stampata dentro durante la nostra giornata, quando siamo al lavoro, a scuola, a casa, al bar, in palestra. Ovunque.

Un modello a cui, forse inconsapevolmente, aderiamo in molte, un modello che abbiamo introiettato e a cui non ci sogniamo minimamente di opporci. Noi ci adeguiamo a quel modello, lo facciamo nostro. Se no perché mai decideremmo di uscire, di andare al cinema, al ristorante o a un convegno, truccandoci per ore, mettendo i tacchi 12, e scegliendo abiti con spacchi e scollature? Non mi si venga a dire che lo facciamo per piacere a noi stesse. Non ci mettiamo i tacchi 12 per stare tutto il giorno in casa da sole a leggerci un libro. Lo facciamo per piacere agli altri, maschi o femmine che siano. E questo va benissimo, s’intende. La cosa deleteria è che pensiamo che, per piacere agli altri, occorra uniformarsi al modello femminile imperante. Eccolo, l’impero del maschio, il dominio maschile, il maschilismo: che è prima di tutto in noi donne. Se volessimo combattere il maschilismo, ci sarebbe una strada più facile e ben più efficace che scendere in piazza con gli striscioni contro il patriarcato riempiendoci la bocca di slogan. Sarebbe uscire vestite come ci pare, senza ogni volta comporre (mettendoci quanto tempo e denaro! ) il quadro artefatto di una bellezza omologata, così come la vuole il maschio dominante. Sarebbe l’idea che la bellezza vera di una donna passa attraverso ben altro, è infinitamente più composita, misteriosa. E potente. Non sarebbe una grande rivoluzione?


Putin affida l’armata sud al “Macellaio di Bucha” e punta a Zaporizhzhia per la spallata finale

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

Di Gianluca  Di Feo, La Repubblica

Viene ritenuto tanto abile militarmente quanto spietato nel raggiungere gli obiettivi, senza curarsi delle perdite umane e dei danni alla popolazione. Una fama che si traduce nei soprannomi che lo accompagnano: “lo Strangolatore”, per la tattica di accerchiare i nemici fino ad annientarli, e “il Macellaio capo di Bucha”, per le responsabilità dei suoi soldati nei massacri di civili alle porte di Kiev, preceduta dai sospetti di altri crimini di guerra commessi in Siria. Questo è il generale Alexander Sanchik, l’ufficiale a cui Putin ha assegnato ieri il compito di dare la spallata alle traballanti difese ucraine nel sud dell’Ucraina e consegnargli il controllo totale del Donbass prima dell’insediamento di Trump.

La sua carriera è avvolta nella “nebbia di guerra” e ci sono notizie confuse: ad esempio quella del suo ferimento nel marzo 2022 che lo avrebbe tenuto lontano dal fronte per mesi. La formazione è quella del carrista e lo ha dimostrato all’inizio dell’invasione: in 72 ore i suoi tank hanno percorso 120 chilometri e assediato la capitale ucraina da ovest. Ma a differenza dei suoi colleghi, Sanchik si è subito reso conto che non si trattava di una marcia trionfale: la resistenza era superiore a ogni aspettativa e aveva stroncato i tentativi dei paracadutisti di occupare l’aeroporto di Hostomel. Allora ha riorganizzato le sue forze, preso il controllo della base aerea e puntato sulla metropoli attraverso Irpin e Bucha. Alcuni blogger russi sostengono che fosse pronto a spianare l’avanzata verso il centro di Kiev con l’artiglieria; fortunatamente la ritirata generale russa lo ha fermato.

Sono stati gli uomini sotto il suo comando a compiere le stragi diventate il simbolo della brutalità di Mosca: non c’è prova che le abbia ordinate, ma non ha fatto nulla per fermarle e non ha punito gli autori. Sanchik sembra avere una visione sovietica della guerra: le perdite di vite umane passano in secondo piano rispetto alla vittoria, che si tratti degli amici o dei nemici. La capacità di prendere l’iniziativa per risolvere i problemi – una rarità in Russia – lo ha imposto agli occhi del Cremlino e dicono che abbia conquistato la fiducia di Putin parlandogli con franchezza, altra eccezione nella nomenklatura. Nel summit dello scorso 15 maggio, lo zar gli ha chiesto quando avrebbe conquistato Vuhledar, il caposaldo del Donbass che dal 2014 respingeva gli assalti. Senza compiacerlo, il generale ha risposto: «Non prima dell’autunno». E così è stato: è caduta il 1° ottobre.

L’operazione per catturare Vuhledar è stata un lento accerchiamento: come in una partita a scacchi, Sanchik ha mosso un reparto dopo l’altro senza manifestare il suo disegno complessivo. Gli ucraini non si sono resi conto di cosa stava accadendo: erano convinti che ci sarebbe stato un attacco frontale alla città ma il 25 settembre si sono trovati davanti alla scelta tra morire sotto cannonate e bombe plananti oppure ritirarsi. «Anche in una guerra di trincea – avrebbe dichiarato il generale – una manovra in profondità permette risultati superiori a ogni assalto diretto». Pure questa è un’eredità dell’Armata Rossa, che mirava a intrappolare in una sacca – chiamata “saliente” – le truppe del Terzo Reich per sfruttare la superiorità di uomini e mezzi.

Nello scorso mese Sanchik ha disposto le pedine per la prossima sfida, che potrebbe essere determinante per le sorti del conflitto. Il suo Raggruppamento Vostok si è schierato a sud di Zaporizhzhia, proprio dove nell’estate 2023 gli ucraini tentarono di sfondare in direzione della Crimea. Le intelligence occidentali sostengono che abbia accumulato una riserva di oltre 90 mila soldati pronta a scendere in campo. Adesso ha preso la guida delle altre unità nel Donbass, che il suo predecessore Gennady Anashkin è riuscito a spingere fino alla periferia delle cittadine chiave – da Kurakhove a Velyka Novosilka, da Toretsk a Pokrovsk fino a Chasiv Yar – senza però espugnarne neppure una. Non è chiaro se “lo Strangolatore” avrà il comando di entrambi i raggruppamenti o se cederà il Vostok al suo braccio destro, il generale Andrey Ivanaev. In ogni caso, presto inizierà un’enorme tenaglia da sud e da est con un solo obiettivo: assestare un colpo letale all’esercito di Kiev.

Nell’immagine: il generale Alexander Sanchik


Ni Una Menos in piazza a Buenos Aires, contro Mi­lei e la «fem­mi­niz­za­zio­ne della povertà»

Volerci bene con misura ci aiuta nelle relazioni con gli altri e migliora il nostro senso di realtà. Non ha a che fare con il narcisismo che invece è un sentimento ottuso di fierezza, vanità e insicurezza 

«Vogliamo essere vive, libere, non affamate e non indebitate». È la parola d’ordine risuonata nella manifestazione convocata nella capitale argentina lunedì pomeriggio dal collettivo Ni Una Menos (Non Una di Meno) per la Giornata Internazionale contro la Violenza di Genere. Proprio in quella storica Plaza de Mayo de Las Madres y Las Abuelas di desaparecidos della passata dittatura militare, dove appena qualche giorno fa, dalla Casa Rosada, si era affacciata la nostra premier Giorgia Meloni, calorosamente abbracciata al presidente Javier Milei. Che le ha ossequiato una statuetta che lo riproduce con la motosega fra le mani.

L’iniziativa si è articolata in particolare con un pubblico «processo popolare agli affamatori», riferendosi ai primi dieci mesi del nuovo governo iperneoliberista che ha generato un’ulteriore marcata miseria nel paese. E specificamente, per rimanere in tema, contro la «femminizzazione della povertà» e l’incremento dell’insicurezza alimentare. Nella sua foga di privatizzazioni e di alleggerimento dell’apparato statale nonché dell’assistenza pubblica, Milei ha proceduto a definanziare drasticamente il Ministero per la Donna oltre che l’Istituto Nazionale contro le Discriminazioni e la Xenofobia. Eliminata di fatto la Segreteria per la Protezione contro la Violenza di Genere, unica istanza preposta all’assistenza di donne in situazioni di abuso e vulnerabilità. Oltre a ciò il governo ha interrotto la distribuzione in tutto il paese degli strumenti essenziali per l’interruzione volontaria e legale della gravidanza. E per finire ha sospeso il Programma di Prevenzione delle Gravidanze non Intenzionali nell’età adolescenziale.

Poco prima della manifestazione le forze di sicurezza avevano eretto una barriera in ferro di oltre due metri su un lato della piazza per impedire l’avvicinamento alla casa presidenziale. Anche se poi tutto si è svolto nella più totale tranquillità. Peraltro in un clima in partenza mesto (come del resto in tutto il paese) ma ravvivato dall’affermazione al ballottaggio presidenziale del giorno prima del Frente Amplio nella vicina Montevideo, dove Yamandú Orsi si è imposto sul candidato conservatore del Partido Nacional.

Il Movimento Ni Una Menos era nato in Argentina nel 2015 sull’onda del “transfemminismo” del subcontinente. Ed è proprio in America Latina che fu concepita la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Tutto nacque dal primo Incontro Femminista Latinoamericano in Colombia del 1981. Anche se solo nel 1999 l’Onu istituisce ufficialmente la giornata, scegliendo il 25 di noviembre per ricordare le sorelle Mirabal (Minerva, Patria e Maria Teresa) fatte assassinare per strangolamento nel 1960 in Repubblica Dominicana dall’allora dittatore Rafael Leonida Trujillo, contro il cui regime “le tre farfalle” avevano lottato organizzando settori della popolazione.

Quel sacrificio non fu vano, poiché Trujillo appena un anno dopo fu a sua volta ucciso e il regime rovesciato.

Scritto per “il manifesto”

Nell’immagine: Buenos Aires, 25 novembre 2024


Clima, i ghiacciai della Patagonia resisteranno ancora per poco

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Di redazione Green&Blue, La Stampa

I ghiacciai della Patagonia meridionale che hanno resistito fino a ora al cambiamento climatico potrebbero essere presto in pericolo. Lo conferma uno studio guidato dall’Università di Ghent e pubblicato su Scientific Reports. Gli autori hanno utilizzato un’equazione che ha simulato le dinamiche glaciali degli ultimi sei millenni. I risultati hanno mostrato che le precipitazioni, non la temperatura, erano le principali responsabili della fluttuazione dei ghiacciai per circa 4.500 degli ultimi 6.000 anni, ovvero il 76% del tempo. Negli anni più recenti, le nevicate più intense hanno protetto i ghiacciai dall’aumento delle temperature globali. Queste simulazioni erano iper-focalizzate.

I ricercatori hanno individuato tre ghiacciai collegati sul lato più umido e rivolto verso l’oceano della catena della Patagonia nel Cile meridionale. La regione presentava un netto vantaggio scientifico. Nel 2005, un team a bordo della nave da ricerca americana Nathaniel B. Palmer ha raccolto un nucleo di sedimenti da un fiordo vicino. Gli autori del nuovo studio hanno messo le mani sul nucleo di sedimenti e lo hanno utilizzato per convalidare e perfezionare il loro modello. Una volta riconciliato il modello numerico con il nucleo di sedimento, i ricercatori hanno iniziato a porsi domande sul futuro. In particolare, erano interessati a cosa sarebbe successo ai ghiacciai in diversi scenari di emissioni. Se l’umanità smettesse di bruciare combustibili fossili oggi, i ghiacciai rimarrebbero protetti? Cosa succederebbe se continuassimo ad aumentare le nostre emissioni di gas serra?

Hanno scoperto che l’aumento delle nevicate continuerebbe a proteggere i ghiacciai dallo scioglimento se il riscaldamento regionale fosse frenato a 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli di inizio secolo. Questo parametro di riferimento è raggiungibile. Tuttavia, per limitare il riscaldamento a questo livello, l’umanità dovrebbe rapidamente decarbonizzare: le temperature sono sulla buona strada per salire a 2,8 gradi Celsius in Patagonia entro la fine del secolo se le emissioni attuali persistono. I ricercatori hanno anche modellato cosa sarebbe successo se non avessimo tagliato le emissioni e il risultato sarebbe disastroso: un clima più caldo e umido porterebbe a uno scioglimento rapido.


La costruzione del nemic*

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La città di Zurigo ha deciso qualche tempo fa di modificare le regole grammaticali con l’obiettivo di presentare testi più inclusivi in alcuni ambiti. La destra ne ha voluto fare un tema politico, ha portato la cosa alle urne ed il 24 novembre ha perso.

Dico subito che l’argomento di per sé non mi appassiona e che sono piuttosto incline a seguire i linguisti che sostengono che un conto è introdurre nuove parole attraverso la pratica della lingua, mentre altra cosa è modificare d’imperio le regole grammaticali della sola lingua scritta. Pur avendo militato per decenni nelle associazioni per persone disabili, non ho nemmeno mai avuto particolare passione per le grandi discussioni sui termini da usare (invalido, handicappato, disabile, persona disabile…), perché credo che le questioni importanti relative all’inclusione di chi vive con una disabilità stiano altrove.

Proprio per questa relativa importanza del tema, non credo che il tentativo grammaticale zurighese, che non enfatizzerei, meritasse una politicizzazione come quella voluta dalla destra, lasciando alla storia stabilire se nel tempo esso si confermerà come un’esperienza utile o meno.

Ben più interessante mi pare invece la netta volontà della destra di caricare il tema di contenuto politico, perché essa mostra molto bene la grande smania di UDC ed affini di costruire un nemico immaginario, che vorrebbe condizionare il modo di parlare, di pensare ecc., per poi combatterlo, o fingere di farlo. Un’enorme sciocchezza, visto che nella fattispecie quello che i cittadini di Zurigo continueranno a “rischiare” è al massimo di vedersi recapitata di tanto in tanto una missiva dal loro Comune con qualche * in più, senza alcun obbligo di altro tipo, nemmeno quello di parlare la lingua ufficiale cittadina, il buon tedesco, che infatti in gran massa usualmente non parlano.

Una costruzione del nemico del tutto artificiosa, utile solo a descrivere la controparte politica come interessata solo a cose poco pertinenti, quando in realtà anche a sinistra si è abbastanza capaci di fare più cose alla volta, per esempio di occuparsi al contempo, solo per prendere gli esempi recenti, di inclusione, di strade da costruire o da non costruire, di diritto di locazione, di costi del sistema sanitario ecc. Una costruzione artificiosa indispensabile però a nutrire la narrazione politica, ingigantendo quello che i sostenitori non hanno mai ingigantito solo per cercare di dipingerli come esagerati, come persone fuori contesto, inadatte, eccessive, che mostra bene a che cosa si sia ridotta la politica oggi: al centro non ci sono più i problemi, le visioni su cui dibattere, ma le ”narrazioni” da propinare alla popolazione, fatte di discredito, di nemici immaginari e di battaglie epocali da condurre in nome di un’identità di cartone.

Uscire da questa mano pesante della propaganda, della commercializzazione del messaggio politico non è semplice, ma è più che mai necessario. E siccome in democrazia non ci sono scorciatoie, saranno soltanto le elettrici e gli elettori, con le loro scelte, che potranno decidere di finirla con le narrazioni, rifiutando di essere trattati da bambini a cui raccontare storie e a cui presentare caricature della realtà. Speriamo che il voto di Zurigo sia anche un primo segnale in questa direzione.

Nell’immagine: manifesto della campagna “No agli asterischi”


Un caso di coscienza

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Alla riunione del Consiglio di sicurezza ONU del 29 ottobre, presieduta dalla Svizzera, una delle partecipanti ha detto: “Non so quante persone in quest’aula abbiano visto un bambino morire di fame. Io l’ho visto. È stato quasi tre decenni fa, ma è un ricordo che non si dimentica: le ossa delle costole che spuntavano da sotto la pelle, la pancia gonfia e gli occhi smorti. E ricordo gli occhi pieni di disperazione di sua madre. Penso a lei quando abbiamo saputo che nessun aiuto alimentare ha raggiunto Jabalia o Beit Lahiya dall’inizio di ottobre. Penso alle costole, alle pance e agli occhi dei bambini nel nord di Gaza e ai loro genitori, che sono rimasti per giorni senza cibo e che cercano disperatamente di salvarli.” E ha poi aggiunto: “Allo stesso tempo, sappiamo che, al momento, non c’è alternativa all’UNRWA [l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] quando si tratta di consegnare cibo e altri aiuti salvavita a Gaza.”

A pronunciare questo discorso è stata Linda Thomas-Greenfield, la rappresentante degli USA, nazione che in un anno ha fornito 17,9 miliardi di aiuti a Israele, Stato che sembra tuttavia più incline a distribuire bombe che acqua e cibo ai civili. A giudicare dai fatti, si potrebbe arrivare a pensare che la strategia di Israele consista nel lasciare morire i bambini di fame, a garanzia che non diventino militanti di Hamas. In ogni caso l’UNRWA sembra essere l’ostacolo da eliminare, nonostante persino il principale alleato d’Israele l’abbia pubblicamente definita indispensabile a salvare vite, confermando la definizione di “insostituibile e indispensabile” a cui era giunta la commissione d’inchiesta indipendente lo scorso aprile.

L’ambasciatrice Israeliana a Berna intanto reagisce con stizza alla notizia che la città di Zurigo ha deciso di devolvere 380’000 franchi all’UNRWA, poiché “L’odio contro Israele e gli ebrei viene alimentato nelle scuole [dell’UNRWA] e la prossima generazione di terroristi viene addestrata”. Che la signora si rassicuri: tutte le scuole di Gaza sono state distrutte o sono comunque inagibili e lo resteranno a lungo. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, il norvegese Tor Wennesland, sempre alla riunione ONU del 29 ottobre, ha affermato che nella trasferta a Khan Younis della settimana prima (16.4 km dal valico di Rafah, zona densamente edificata) ha potuto contare soltanto due edifici che non fossero totalmente o parzialmente distrutti.

“Israele ha presentato le prove che centinaia di dipendenti dell’UNRWA sono membri attivi dei gruppi terroristici Hamas e Jihad islamica palestinese” afferma ancora l’ambasciatrice nella sua presa di posizione. In risposta, ecco quanto asserito dal delegato cinese al consiglio di sicurezza dopo aver preso conoscenza del rapporto d’inchiesta indipendente: “A questo punto, il dibattito sulla neutralità dell’UNRWA dovrebbe terminare. Esortiamo tutti i Paesi a riprendere al più presto i finanziamenti all’UNRWA e ad astenersi dall’usare qualsiasi pretesto per imporre ulteriori punizioni collettive alla popolazione di Gaza. Israele ha lanciato gravi accuse contro l’UNRWA legate al terrorismo, per le quali non è stata ancora condivisa alcuna prova”.

È dunque tempo che i nostri politici rileggano l’articolo 54 della Costituzione – secondo cui la Confederazione “contribuisce in particolare ad aiutare le popolazioni nel bisogno e a lottare contro la povertà nel mondo, contribuisce a far rispettare i diritti umani e a promuovere la democrazia, ad assicurare la convivenza pacifica dei popoli” – e agiscano di conseguenza, con risolutezza e al più presto. Perché la proposta Udc di tagliare i contributi all’UNRWA è criminale.

Nel’immagine: il manifesto del film “Catastrophe of Gaza”, di Iyad AbuRok (2024)