Quel volo speciale di stamattina da Zurigo a Bagdad

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Che cosa c’è di così urgente da dover essere trasportato in una nazione dove la situazione rimane confusa e instabile, la sicurezza non è garantita, sono da prevedere attentati e attacchi con missili e granate, e così via? Sicuramente “qualcosa” di molto importante se addirittura è previsto un volo speciale con tutti i costi sia in termini di personale coinvolto, che economici, che questo comporta. Si stima che nel 2023 il costo dei voli speciali dalla Svizzera sia stato di circa 2,5 milioni di franchi. Eppure, nonostante la violenza generalizzata del paese di destinazione e i costi ingenti, il volo è stato effettuato. Cosa c’era quindi a bordo?

Esseri umani.

Si potrebbe sestenere che per gli esseri umani è giusto investire anche ingenti somme di denaro. Ma per gli esseri umani è giusto essere portati in luoghi non sicuri? Su quell’aereo vi erano persone espulse dalla Svizzera, cioè persone che hanno commesso un reato per il quale hanno espiato la pena prevista, alla quale però automaticamente si aggiunge l’espulsione.

Su quell’aereo c’era un padre, un fratello, un fidanzato di persone e famiglie che sono in Svizzera da più di 10 anni, e che non sono nemmeno riuscite a salutare il proprio familiare con un abbraccio, perché prima del volo, i “trasportati” vengono rinchiusi nel carcere amministrativo.

E tutto questo solo perché sono nati in un paese diverso dalla Svizzera. Sì, perché a parità di pena  un cittadino svizzero non perde la cittadinanza, non viene esiliato (e ci mancherebbe, ha già scontato la sua pena). Ma allora perché la pena inflitta allo straniero a parità di reato deve essere più gravosa? La Costituzione svizzera nel preambolo recita: “La forza di un popolo si commisura al benessere dei più deboli dei suoi membri”, e all’art. 8 dice: “Tutti sono uguali davanti alla legge. Nessuno può essere discriminato, in particolare a causa dell’origine”. Ma dove è realmente questa uguaglianza giuridica, nel caso concreto, se per lo stesso reato lo straniero viene punito più gravemente?

E ancora, dove è la tutela della dignità della persona, sancita all’art. 7 della Costituzione, se nemmeno si dà la possibilità ad un padre di salutare le figlie, nate in Svizzera e qui residenti ormai da circa 14 anni? Dove è la tanto decantata umanità e civiltà svizzera? Solo sulla carta, come giustificazione che permette a politici e funzionari di lavarsi la coscienza, mentre mettono in atto sistemi discriminatori e lesivi della dignità umana e dei diritti fondamentali.

I diritti non sono assodati e acquisiti per sempre, possono essere persi e tolti, e il fatto che nazioni che si professano culle di civiltà e diritto non li applichino ad una buona fetta di essere umani, i più deboli, deve spronarci a metterci in moto per chiedere a gran voce che davvero la dignità della persona venga rispettata e protetta, e che tutti siamo uguali, senza alcuna discriminazione.

L’avv. Immacolata Iglio Rezzonico è specialista della migrazione
Nell’immagine: il volo speciale FHY928 per Bagdad, partito alle 8.01 dall’aeroporto di Kloten e atterrato alle 14:37 (ora locale)


La crescente carenza d’acqua minaccia l’approv­vi­giona­mento alimentare globale

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di Daniela Gschweng, Infosperber

All’inizio di settembre nel Sahara settentrionale è successo qualcosa di straordinario: ha piovuto. In un solo giorno è piovuto quanto di solito piove in un anno. Si sono formati dei laghi tra le dune al confine tra Marocco e Algeria, dove di solito non c’è quasi mai acqua. Foto spettacolari hanno fatto il giro dei media. L’ultima volta che ha piovuto così tanto è stato 50 anni fa.

Il rovescio della medaglia: almeno 20 persone hanno perso la vita. Le forti piogge sono uno degli eventi naturali più minacciosi nel deserto. Inondazioni, frane e tempeste hanno causato migliaia di morti in tutto il mondo negli ultimi anni. Il loro contrario è altrettanto letale: la mancanza di pioggia. L’acqua nel posto sbagliato è una delle più grandi minacce per l’umanità.

Non è un miraggio: la distribuzione dell’acqua è squilibrata

La crisi climatica fa sì che questi eventi estremi si verifichino sempre più spesso. L’Europa centrale sta sperimentando inondazioni più frequenti, mentre l’Europa meridionale è già priva di acqua in molti luoghi. Metà della popolazione mondiale soffre di carenza d’acqua.

Senza contromisure, metà della produzione alimentare mondiale sarà a rischio entro il 2050. Lo sostiene un rapporto di quasi 200 pagine della Global Commission on the Economics of Water, che si occupa dei cambiamenti nella distribuzione globale dell’acqua.

4000 litri al giorno per una vita dignitosa

“La crisi climatica si manifesta innanzitutto con siccità e inondazioni”, afferma il primo studio completo sui cicli idrici globali. Due miliardi di persone non hanno già accesso all’acqua potabile e 1.000 bambini muoiono ogni giorno per questo motivo. Secondo gli esperti, entro il 2030 la popolazione mondiale avrà bisogno del 40% in più di acqua dolce rispetto a quella disponibile.

Per vivere dignitosamente una persona ha bisogno di circa 4.000 litri di acqua al giorno, di cui 50-100 litri per la salute e l’igiene, e il resto per tutte le altre necessità. Finora gli esperti hanno ampiamente sottovalutato questa quantità. Non potendo permettersi le necessarie quantità d’acqua dolce, molti Paesi dipendono ormai dalle importazioni.  

Acqua “verde” e “blu”

I Paesi che dispongono di una maggiore quantità di acqua “verde”, cioè quella legata all’umidità del suolo o alle piante, sono avvantaggiati. Il rapporto si riferisce all’acqua dei laghi e dei fiumi come acqua “blu”. Entrambe sono collegate da un terzo contenitore: l’acqua nell’aria, che consiste in acqua evaporata. Metà delle precipitazioni sulla terraferma provengono dalla vegetazione sana degli ecosistemi.

L’acqua nel cielo: i fiumi atmosferici

L’acqua nell’aria si muove nei cosiddetti “fiumi atmosferici”. Sembra un concetto astratto, ma è ben noto: le nuvole si muovono con il vento. L’aria trasporta così l’umidità da una regione all’altra. Il 40-60% di tutte le precipitazioni deriva dall’uso del suolo delle aree vicine. Alcune regioni ne beneficiano maggiormente, altre meno.

Sul sito web della World Water Commission, l’acqua “verde”, “blu” e “atmosferica” e le dipendenze globali sono illustrate molto chiaramente in forma interattiva.

I principali beneficiari dei sistemi fluviali atmosferici sono attualmente la Cina e la Russia. I maggiori esportatori di acqua sono India e Brasile. “In altre parole, l’economia cinese dipende dalla gestione dell’acqua in Kazakistan, Ucraina e negli Stati baltici; e l’Argentina, a sua volta, dipende dal Brasile”, ecco come lo spiega lo scienziato del clima Johan Rockström, direttore dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico e membro della Commissione Acqua.

Il riscaldamento globale influenza queste inter-relazioni globali semplicemente attraverso l’aumento delle temperature. Per ogni grado celsius in più, l’aria assorbe a sua volta il 7% di acqua in più. Acqua che piove anche su qualche altra parte: nel migliore dei casi su un’area con carenza idrica, nel peggiore come tempesta tropicale.

Oppure si perde altrove. Uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica “Nature” suggerisce che la crisi climatica sta contribuendo ai fenomeni di siccità. Anche il possente Rio delle Amazzoni si sta riducendo. Se si considera che circa il 70% del consumo globale di acqua dolce è destinato all’agricoltura, diventa chiaro quali siano le conseguenze per Paesi come l’India.

Gli eventi idrici potrebbero consumare l’8% del PIL globale entro il 2050

Ciò danneggia anche l’economia. Gli assicuratori, ad esempio,  lamentano un aumento dei danni climatici in Europa, Germania, Stati Uniti e Canada. E questi sono solo i Paesi in cui c’è ancora qualcuno che assicura imprese e case.

In California molte proprietà non sono più assicurabili. La crisi climatica sta colpendo anche molti americani in altri Stati degli USA. “Il cambiamento climatico può avere ripercussioni anche sulla vostra casa. Determina il tuo rischio qui”, titolava la recente newsletter quotidiana del Washington Post.

Entro il 2050, i problemi idrici assorbiranno circa l’8% del prodotto interno lordo (PIL) globale. I Paesi più poveri saranno colpiti in modo sproporzionato, con una perdita pari al 15% del PIL, secondo le previsioni del quotidiano inglese Guardian.

La Commissione chiede un ripensamento prima che sia troppo tardi. Il mondo sta vivendo una crisi idrica che non è ancora stata affrontata in modo strutturato. Questa situazione deve urgentemente cambiare. La distribuzione dell’acqua non solo è diversa a livello globale, ma è anche scoordinata e squilibrata, quindi ingiusta.

L’acqua come bene comune globale

Mentre per alcuni l’acqua è a malapena accessibile, altri non la pagano quasi nulla perché ricevono sussidi o sono favoriti in altri modi.  C’è anche il  problema del “diritto” di inquinare l’acqua. Essa deve essere riconosciuta come un bene comune globale, per affrontare la crisi prima che il riscaldamento globale scateni notevoli problemi idrici e alimentari globali. La Commissione mondiale per l’economia dell’acqua lo chiede in modo perentorio.

Nell’immagine: 2024, acqua nel deserto


Torna l’incubo degli Euromissili

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Il Consiglio Nato-Ucraina che si terrà oggi su richiesta di Kiev è un passaggio molto delicato per la guerra in corso e per il futuro dell’Alleanza atlantica. Il governo di Volodymyr Zelensky ha richiesto agli ambasciatori del Gruppo di contatto di riunirsi in seguito all’attacco subito a Dnipro giovedì scorso con il nuovo missile balistico russo Oreshink.

NONOSTANTE gli Usa abbiano sminuito l’accaduto, almeno ufficialmente, la preoccupazione di alcuni stati dell’Europa occidentale è palese. La Germania, ad esempio, sta compilando una lista di bunker che potrebbero essere usati come rifugio d’emergenza per i civili in caso di escalation. L’annuncio è arrivato direttamente dal ministero degli Interni, il quale per ora ha parlato di stazioni ferroviarie sotterranee, parcheggi, edifici statali e ha addirittura invitato i cittadini a «creare rifugi nelle proprie case, convertendo scantinati e garage». Secondo i dati forniti dalle agenzie, la Germania al momento dispone di 579 bunker, eredità della seconda Guerra mondiale, che potrebbero ospitare 480mila persone a fronte di una popolazione totale di 84 milioni. Di opinione differente il ministro degli Esteri italiano Tajani: «I missili di cui Putin parla, con i quali è stato fatto un esperimento l’altro giorno, sono missili vecchi». «Insomma hanno rifatto un po’ il trucco a missili che già avevano per cercare di spaventare l’avversario ucraino». Il titolare della Farnesina ha anche aggiunto che «Putin non va mai sottovalutato, ma non credo che la minaccia nucleare risponda a verità».

DUE VISIONI diametralmente opposte in seno all’Unione europea che palesano le difficoltà di trovare una lettura uniforme persino tra i leader della Nato. Ma la similitudine tra le dichiarazioni di Putin e il «guerriero che batte la spada sullo scudo per spaventare il nemico», evocata da Tajani, appare troppo riduttiva. Non fosse altro per il fatto che in una sola settimana abbiamo assistito a un’escalation effettiva e non retorica della guerra in Ucraina. Si è partiti dall’autorizzazione all’uso dei missili a lunga gittata Usa in territorio russo e si è tornati all’ipotesi di inviare i soldati francesi (forse mercenari) al fronte, come riporta il quotidiano Le Monde, passando per l’invio a Kiev di mine antiuomo e le minacce atomiche russe. Decisamente troppo per parlare solo di retorica bellica. Alla base della preoccupazione occidentale al momento c’è il sistema d’arma Oreshnik, che ha fatto la sua comparsa nella guerra in Europa dell’Est con l’enfasi di un colpo di scena.

PER MOSCA si tratta di un’arma di ultima generazione, con una gittata variabile tra i 3 e i 5mila chilometri e in grado di superare la velocità di Mach 5, caratteristica che lo rende «ipersonico». Alla sua velocità massima potrebbe percorrere 3 chilometri al secondo, il che vuol dire che in un’ipotetica traiettoria da Mosca a Parigi (3000 km circa), il missile Oreshink impiegherebbe 16 minuti e mezzo per colpire la capitale francese. Inoltre, il vettore è capace di trasportare sia testate nucleari sia ordigni convenzionali. In quei 16 minuti del nostro esempio uno stato che rilevi un Oreshnik in avvicinamento dovrebbe decidere se si tratta di una testata nucleare o meno e se rispondere immediatamente. La velocità ipersonica riduce il tempo decisionale ai minimi termini per gli attaccati e in contesti concitati il rischio che si decida per la reazione massima è alto.

PERCIÒ L’ARGOMENTAZIONE del ministro Tajani è insufficiente a rendere la pericolosità degli Oreshnik, di cui Vladimir Putin ha ordinato in pompa magna (e, questo sì, retoricamente) la produzione in serie. Un missile balistico a raggio intermedio capace di trasportare testate nucleari mette potenzialmente a rischio la stabilità dell’intero Vecchio continente. Per questo nel 1987 Reagan e Gorbaciov avevano deciso di firmare il trattato Inf (Trattato sulle testate nucleari a medio raggio) che imponeva di dismettere gradualmente i missili atomici a medio raggio e di controllarsi a vicenda. Con l’Inf si pose fine all’annosa questione degli Euromissili, che Usa e Urss avevano installato nelle rispettive zone d’influenza. Nel 2018, tuttavia, Donald Trump decise di uscire dal Trattato accusando la Russia di non rispettare l’accordo. Da allora e per sei anni, di Euromissili non si è parlato più. Fino a giovedì scorso.

Nell’immagine: Truppe russe caricano un missile Iskander durante le esercitazioni all’uso di armi nucleari tattiche in Russia


Solo buone intenzioni contro il clima malato

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di Carlo Petrini, La Stampa

Da pochi giorni si è conclusa la Cop 29 di Baku. Prima di ogni analisi critica sullo svolgimento e sui risultati, è bene dire che questo appuntamento annuale è l’unico in grado di riunire 197 Paesi con lo scopo di discutere e approfondire le questioni climatiche. Uno spazio necessario, che deve essere mantenuto se non addirittura amplificato. Tuttavia, anche quest’anno la Cop si è dimostrata essere non efficace, soprattutto se confrontata all’emergenza climatica e ai suoi effetti sempre più dirompenti.

«Il gas e il petrolio sono un dono di Dio». Con queste parole l’autocrate azero Ilham Aliyev ha aperto la ventinovesima Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Per il secondo anno di fila, infatti, la Cop – ovvero un sistema basato sul multilateralismo – ha avuto luogo in una nazione fortemente vocata all’industria estrattiva. Per inciso, il 40% del Pil dell’Azerbaigian è basato sul settore degli idrocarburi. Gas e petrolio inoltre rappresentano circa il 90% delle esportazioni di questa ex repubblica sovietica. Dunque, è apparso subito chiaro che le aspettative di quella parte più sensibile alle istanze ambientali rischiavano di essere fortemente disattese. Nonostante ciò, è stata ancora una volta la chiusura dei lavori a minare seriamente la credibilità di questo appuntamento.

Dopo l’accordo di Parigi, infatti, l’andamento delle Cop sembra seguire lo stesso identico copione: migliaia di persone (attivisti, giornalisti, politici, lobbisti) si trovano a discutere su diversi tavoli, portando avanti faticose mediazioni, per poi arrivare all’ultimo momento con decisioni che comunque sono sempre al ribasso rispetto agli obiettivi prefissati. Un rituale, questo, che svilisce il più importante incontro politico del periodo storico in cui viviamo.

Basti sottolineare che, a sostegno di questa tesi, nel documento finale di Baku non viene nemmeno menzionato quel dato che – da Parigi in poi – era divenuto l’obiettivo simbolo di questi incontri, ovvero il contenimento delle temperature entro il +1,5°C rispetto ai livelli pre-industriali.

In questo 2024, infatti, questo limite è stato fortemente avvicinato e alcuni scienziati sostengono che si sia già addirittura superato. Alla luce di questo, il tema della mitigazione ha rappresentato il vero fallimento di quest’ultimo incontro. Già nelle settimane antecedenti a Baku, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) aveva segnalato che con gli attuali Ndc (piani nazionali non vincolanti che evidenziano le azioni per il cambiamento climatico dei singoli Paesi), il surriscaldamento globale, nella migliore delle ipotesi, arriverà a superare la cifra monstre di +2,6°C entro la fine del secolo, con effetti davvero apocalittici. Ebbene, proprio il tavolo della mitigazione è stato quello più incandescente anche sotto il punto di vista del confronto dato che alcuni Paesi, tra cui spicca il nome della Cina, hanno dichiarato di non voler sottostare a nessun vincolo in tema di emissioni di CO2.

E se alla posizione della Repubblica Popolare Cinese, aggiungiamo quella preoccupante del nuovo presidente degli Usa Trump, ciò che emerge è che le prime due nazioni in termini di emissioni (da sole incidono per oltre il 40% del totale globale), rimangono indifferenti alla questione climatica. Questo è ciò che maggiormente stride e depotenzia anche i piccoli passi in avanti che si sono fatti sul tavolo della finanza climatica, ovvero la mobilitazione di fondi verso quei Paesi in via di sviluppo che sono maggiormente minacciati dagli effetti della crisi ambientale.

Se anche su questo fronte il contributo di Pechino appare davvero ridicolo (pochi milioni di dollari, bruscolini versati per rivendicare un dominio politico su particolari zone del mondo), il rischio è che con l’imminente cambio alla Casa Bianca le promesse, seppur fatte, degli Stati Uniti non vengano mantenute. Appare dunque evidente che il mancato coinvolgimento in questo processo di restituzione dei primissimi responsabili rende i risultati di questa Cop ancora una volta deludenti.

A proposito di risultati, da più fronti il bicchiere viene visto mezzo pieno. La mediazione di 300 miliardi di dollari in forma diretta da parte degli Stati industrializzati e i 1.000 miliardi di altra natura (essenzialmente privata) che dovranno essere destinati ogni anno – ed entro il 2035 – al contenimento e al risarcimento dei danni di carattere ambientale che affliggono i Paesi emergenti è sì un piccolo passo in avanti. Tuttavia, a rendere questo risultato opaco è il riscontro operativo di questa ingente mobilitazione di denaro. Purtroppo, a mio modo di vedere, dobbiamo temere fin da ora numerose e massicce operazioni di greenwashing, le quali copriranno le performance negative (pubbliche e private) con ipotetici aiuti agli Stati del Sud del mondo. In che forma avverranno questi aiuti? Con quali controlli? Quale livello di sicurezza verrà garantito per queste operazioni?

Il tutto sembra essere affidato alle singole buone intenzioni. Ma, ahimè, allo stato attuale delle cose sono necessarie azioni concrete. E dovrebbe iniziare a capirlo anche il nostro Governo, senza nascondersi dietro a quella retorica che vuole sminuire la sensibilità ambientalista a un mero approccio ideologico. L’intensità dei disastri climatici è diventata impressionante e minimizzarla per mantenere lo status quo di questo tipo di economia è un atteggiamento davvero di basso profilo. Non è così che si possono governare i destini del pianeta, e nemmeno quelli delle singole nazioni.

Le conferenze delle Nazioni Unite non devono diventare delle occasioni per legittimare i cattivi comportamenti e l’impotenza nel cambiare. Ciò che emerge, però, è che non esiste una governance internazionale e che, a livello planetario, non c’è un soggetto della politica in grado di prendere di petto la situazione. L’ultimo canto del cigno avverrà il prossimo anno a Belem, in piena Amazzonia. Sarà interessante vedere se il Presidente Lula sarà in grado di conciliare una popolazione che da un lato si trova in preda alla deforestazione e agli effetti climatici, mentre dall’altro è sotto schiaffo per gli interessi legati all’economia del petrolio e dell’agroindustria. In uno scenario di questo tipo, Luiz Inácio Lula da Silva ha già perso una volta il potere, vorrà ripetere questo errore? Mi auguro di no.


Stati Uniti, archiviato il caso contro Trump per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di  – La Repubblica 

NEW YORK – Trump ha vinto le elezioni e quindi i processi federali contro di lui si fermano. Non perché sia innocente, ma perché le regole del dipartimento alla Giustizia vietano di incriminare e portare in tribunale il presidente degli Stati Uniti. Infatti il procuratore Jack Smith, chiedendo l’archiviazione dei due casi relativi all’assalto contro il Congresso del 6 gennaio 2021e i documenti segreti trafugati a Mar-a-Lago, lo ha fatto in modo da lasciare aperto uno spiraglio per riprendere in mano le accuse dopo la fine del secondo mandato. Trump però potrebbe proteggersi, una volta tornato alla Casa Bianca, dandosi il perdono da solo. Cosa mai avvenuta prima nella storia americana, come molte altre, da quando Donald calca il palcoscenico della politica.

Smith ha preso due iniziative. Con la prima, ha chiesto alla giudice di Washington Tanya Chutkan di archiviare il procedimento per il 6 gennaio, ma “senza pregiudizio”. Significa che se la corte accetterà la sua domanda, in futuro un procuratore potrebbe riprendere in mano l’incriminazione e andare in giudizio. Smith ha scritto che resta completamente convinto delle accuse, che secondo lui sono serie e provate, e avrebbero dovuto portare al giudizio di Trump. I regolamenti del dipartimento alla Giustizia però vietano di perseguire legalmente i presidenti, e quindi lui è costretto a fermarsi, perché “questa norma non cambio in base alla gravità delle accuse”.

La regola in realtà era stata pensata per proteggere i capi della Casa Bianca da persecuzioni politiche condotte attraverso i tribunali, ma ora secondo Smith viene abusata da un presidente che ha commesso reati seri, ma non verrà giudicato perché ha rivinto le elezioni.

La sentenza della Corte Suprema sull’immunità aveva già dato una certa protezione a Trump, stabilendo che non poteva essere processato per gli atti compiuti nello svolgimento della sua funzione, ma Smith l’aveva aggirata togliendoli dall’incriminazione, e lasciando solo quelli legati al ruolo di candidato e quindi privato cittadino. Ammesso che così sarebbe riuscito a scavalcare l’ostacolo, la rielezione ha chiuso la porta, e se il procuratore non avesse chiesto l’archiviazione, di sicuro l’avrebbe fatto il segretario alla Giustizia.

Un’ora dopo Smith ha chiesto anche l’archiviazione del caso sui documenti segreti trafugati a Mar-a-Lago. Qui la giudice Cannon, nominata da Trump, aveva già annullato il procedimento, sostenendo che il procuratore non era stato nominato legalmente. Quindi era in corso un appello, a cui Smith ha rinunciato.

I provvedimenti però non si applicano ai coimputati, che restano sotto processo, così come agli assalitori del Congresso, che non hanno la protezione del presidente e sono stati giudicati colpevoli di crimini violenti o contro il patrimonio dello stato. Una volta alla Casa Bianca, però, Donald potrà dare il perdono a tutti per i reati federali, chiudendo entrambi i casi. Graziando se stesso, poi, impedirà che vengano riaperti alla fine del mandato.

Il discorso è diverso per i due procedimenti statali a cui è sottoposto, ma fino ad un certo punto. A Manhattan è stato condannato penalmente per frode, nel caso dei soldi alla pornostar Stormy Daniels, ma la sentenza per stabilire la pena è stata sospesa a tempo indeterminato. Potrebbe essere rinviata alla fine del mandato, perché sui procedimenti statali il presidente non ha il potere di grazia. Stesso discorso per l’incriminazione in Georgia, per aver cercato di truccare le elezioni, ma arrivata in giudizio per il conflitto di interesse creato dalla procuratrice Willis assumendo il proprio fidanzato come collaboratore.

Resta il rammarico che il segretario alla Giustizia Garland non si sia mosso abbastanza rapidamente per iniziare le inchieste in tempo utile ad arrivare al verdetto, lasciando così l’ombra sulla Casa Bianca di avere un criminale come inquilino.

Nell’immagine: “The Donald”e il procuratore Jack Smith


Paradossi e stramberie politico-economiche

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Ci sono paradossi che sono anche stramberie politico-economiche. Sono emerse più che mai in questi giorni, accentuate dall’elezione di Trump, tutto teso a far ritornare l’America grande e onnipotente. Dichiaratamente e preferibilmente sulle spalle degli altri, europei o cinesi o latinoamericani.

Un debito abissale e lo “scherzo” dimenticato

Ormai vicino ai 30.000 miliardi di dollari di titoli in circolazione è il maggiore (e pressoché inimmaginabile) mercato di debito al mondo: è il gigantesco mercato delle obbligazioni dello Stato americano, i Treasuries, i buoni del Tesoro. Nonostante tutto (o paradossalmente) continua ad essere considerato il più sicuro e il più liquido. Al punto tale che serve da riferimento a migliaia di analisti per valutare il rendimento di tutti gli altri prodotti finanziari.

Eppure un anno fa, di questi tempi, ha subito un terremoto che ha messo a rischio tutto il mondo finanziario mondiale, che ne è quindi dipendente. Un volgare cyberattacco lanciato da un gruppo di hacker russi su ICBC (che è, altro paradosso, la prima banca commerciale cinese) l’ha scosso da cima a fondo, generando panico.

È vero, il mercato è comunque riuscito a tenere. La leggendaria liquidità è però stata messa a mal partito: l’affronto, quindi, tragicomico, c’è stato, è stato reale. Tanto da far vacillare la statua dal suo piedestallo o da mettere in forse anche l’attuale pretesa onnipotenza trumpiana.

Fragilità e interdipendenza

Due lezioni si sarebbero dovuto trarre da quella crisi, facile e improvvisa.

La prima è che il “mercato delle Treasuries” può essere americanamente gigantesco (e lo sarà ancora di più con le emissioni del Tesoro americano se vorrà far fronte a molte promesse di Trump o se sarà chiamato a sempre maggiormente “stabilizzare” le criptovalute, una volta temute e maledette, ora gonfiatesi con il vento trumpiano in poppa), ma rimane innanzitutto molto fragile e lo sanno anche le banche americane che ne temono la grande mobilità e vulnerabilità.

La seconda sta nel fatto che l’interdipendenza è una regola incancellabile sul pianeta della finanza. Che una banca commerciale cinese possa creare un terremoto sul mercato americano non ha niente di strano. È invece il segno che la Cina, ridotta solo a fabbrica del mondo, è molto di più. E non a torto è considerata la peggior minaccia per il dollaro americano.

La Cina è infatti il primo creditore degli Stati Uniti (altro paradosso): il debito americano nei suoi confronti è di 816 miliardi di dollari (aveva raggiunto la somma di 1. 145 miliardi di buoni del Tesoro nel 2017, ossia il 20 per cento della somma detenuta da tutti gli altri Paesi; negli ultimi sette anni se ne è liberata per 600 miliardi, adottando la strategia, non casuale, oro contro dollaro; dispone infatti ormai di 2.235 tonnellate d’oro).

L’Europa grande banca degli Stati Uniti

Si insiste molto in questi giorni sulle fragilità, soprattutto economica ed anche politica, dell’Europa confrontata agli Stati Uniti. E si aggiunge che, stando alle intenzioni di Trump, che ritiene l’Europa solo sfruttatrice degli Stati Uniti, come la Cina, andrà peggio.

In realtà Trump sarebbe una tigre di carta se l’Europa utilizzasse le armi negoziali a sua disposizione. Recenti studi di banche europee (come la francese Natixis o l’italiana Intesa San Paolo) hanno da poco dimostrato il sorpasso da parte dell’Eurozona sulla Cina per quanto riguarda il possesso di titoli di Stato (Tesoro) americani. I Paesi dell’area euro (lo conferma anche il dipartimento del Tesoro americano) detengono 1.121, 5 miliardi di dollari di titoli statunitensi. L’Unione europea è diventata ora il maggiore finanziatore al mondo del debito pubblico americano, proprio quando sta prevalentemente preoccupandosi dell’indebitamento dei propri Stati membri.

Quindi, Trump può gonfiarsi a dismisura nella sua onnipotenza americana, ma è l’Europa, che ne è purtroppo sempre più sottomessa nella politica estera e nella ideologia economica, a sostenere quella “potenza”.

La Svizzera timorosa o vassalla

In Svizzera si trema su quanto può capitare con l’”America First” trumpiana, soprattutto con i dazi doganali, la politica monetaria (dollaro), il facile ricatto in politica estera se non ci si adegua a Washington.

La Svizzera, se fosse però meno timorosa e meno vassalla come lo è sempre stata nei confronti degli Usa (v. tutto il caso e i costi miliardari per le banche svizzere sul problema fiscale), potrebbe perlomeno avere due atout da giocare.

Con un volume di investimenti cumulati di circa 310 miliardi di dollari, la “piccola” Svizzera è il sesto investitore straniero negli Stati Uniti. 500 imprese che ne dipendono creano assieme più di mezzo milione di posti di lavoro. La Svizzera si appresta anche a spendere negli Stati Uniti in poco meno di tre anni 6 miliardi di franchi per 36 aerei F-35: se si pensa alla situazione assai indebolitasi, anche per problemi tecnici, nel settore dell’aeronautica civile e militare statunitense, non è un investimento da sottovalutare.

Qui potremmo anche aggiungere che tutto questo, in un Paese, come la Svizzera, in cui attualmente uno dei fattori economici più deboli o insufficienti sta proprio nella mancanza o nell’insufficienza degli investimenti, persino in settori trainanti e innovativi (come la farmaceutica o la meccanica e la robotica) o vitali (come la salute), è pur un altro grosso paradosso. Lo è ancora maggiormente nei termini di quel libero-scambio che la “trumpeconomics” si prefigge di rendere tutto a modo e vantaggio suo. Meglio l’Unione europea sulla porta di casa che Trump dentro casa, è riuscito a dire qualcuno, subito maledetto dai nostri patriottardi.

Forse non ha torto, rilevando implicitamente un altro paradosso, l’”eretico” Régis Debray, in un libro coraggioso, a modo suo, da poco apparso (L’Europe fantôme, Gallimard) quando scrive, rilevando l’ombra minacciosa dello zio Sam su tutto: ”L’Europe réduite à ses astreintes budgétaires ne fait plus soupirer mais grincer. Les chiffres ont pris les commandes, le Livre des comptes devient le Livre Saint…” [L’Europa, ridotta ai suoi vincoli di bilancio, non è più fonte di sospiri ma di brontolii. Le cifre hanno preso il sopravvento, il libro dei conti è diventato il libro sacro…]. Mentre: “L’hyperpuissance (americaine) a obtenu sa naturalisation, et nous vivons comme nôtres ses conflits domestiques” [L’iperpotenza (americana) è stata resa un fatto naturale, e noi viviamo i suoi conflitti interni come se fossero i nostri]. Ci preoccupiamo del nostro debito, mentre finanziamo quello americano.

Nell’immagine: nell’aprile di quest’anno Trump si è messo a vendere Bibbie all’insegna di “Dio benedica gli Stati Uniti”. Ma sono state stampate proprio nel paese che accusa di rubare i posti di lavoro agli americani. In Cina

Richard Lardner e Dane Kang , Associated Press 

WASHINGTON (AP) – Migliaia di copie della Bibbia “God Bless the USA” di Donald Trump sono state stampate in Cina
I registri commerciali globali esaminati dall’Associated Press mostrano che una società di stampa della città orientale cinese di Hangzhou ha spedito quasi 120.000 Bibbie negli Stati Uniti tra l’inizio di febbraio e la fine di marzo.
Il valore stimato delle tre spedizioni separate è stato di 342.000 dollari, ovvero meno di 3 dollari per Bibbia, secondo i database che utilizzano i dati doganali per tracciare le esportazioni e le importazioni. Il prezzo minimo per la Bibbia di Trump è di 59,99 dollari, il che significa che le vendite potenziali ammontano a circa 7 milioni di dollari.
Il legame della Bibbia di Trump con la Cina, che non è stato riportato in precedenza, rivela una profonda frattura tra la dura retorica anti-cinese dell’ex presidente e la sua fretta di fare cassa durante la campagna elettorale.
I responsabili della campagna di Trump non hanno risposto alle e-mail e alle telefonate di richiesta di commento.

 


Colonialismo luganese

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Lugano non ce la fa. Continua a non farcela. Incapace di proteggere il nucleo di Brè, non in grado di contrastare il traffico in centro, in perenne ritardo con le ciclopiste, inetto e maldestro in tema di centro sociale autogestito, eccetera, eccetera.

L’ultima pensata è la decisione di chiudere la “vetusta” (Badaracco) piscina di Carona. Un centro balneare che è stato per sessant’anni un fiore all’occhiello del villaggio ai piedi del San Salvatore. Per sessant’anni, appunto, il piccolo comune è riuscito a gestire la piscina. La grande (a parole) Lugano invece non ce la fa: costa troppo, afferma il Municipio, che la chiude e la svende.

“Garantire piena efficienza alle infrastrutture di svago quale la piscina è un impegno preciso che Lugano assumerà appieno”: è quanto scriveva la commissione per la fusione al Consiglio di Stato nel 2011, in vista dell’aggregazione. Promessa rivelatasi una perfetta presa per i fondelli…

La città di Lugano ha deciso in ottobre di chiudere la piscina comunale di Carona per i prossimi anni. Almeno finché non sarà pronto il Glamping (campeggio di lusso) gestito dal Touring Club. 

Un progetto assurdo, condiviso pedissequamente da un consiglio comunale da sempre sonnecchiante, sinistra compresa. Giustificato con il linguaggio pernicioso dei pianificatori che parlano della sinergia tra pubblico e privato dove, regola aurea, il pubblico paga e il privato incassa.

Di fatto, un bel regalo della città al TCS, del valore di 10,5 milioni di franchi, con tanto di cessione di diritto di superficie per decenni! In cambio, il TCS pagherà 68 mila franchi all’anno quale canone d’affitto: bruscolini.

Dunque, ci sono più di dieci milioni per l’operazione TCS, ma non si trovano 350 mila franchi per far funzionare la piscina ogni anno. Aprire la piscina – secondo Roberto Badaracco, responsabile della cultura e dello sport – significa “buttar dentro soldi che vanno in niente”. Questo perché da quando Carona è diventato un quartiere di Lugano, la città non ha curato la manutenzione dell’impianto balneare. E qui basta ricordare lo stato pietoso e vergognoso delle docce di Cornaredo, che hanno compiuto i settant’anni senza che venissero regolarmente riparate. Quindi, o Glamping o niente: un aut aut che gli abitanti hanno definito “ricatto”. Contro il progetto di campeggio di lusso ci sono, per fortuna, diverse opposizioni, perché la variante di Piano regolatore, su cui dovrà esprimersi il Consiglio di Stato, “non risponde a nessun interesse pubblico” e inoltre è “illegittima e in contrasto con più di una legge”.

“I parchi concorrono a una qualità di vita che fa bene a tutti, abitanti e turisti. – scrive Laboratorio Carona – E nei quali nessuno si immagina di calare un glamping per pareggiare il bilancio. Sono pregiate strutture pubbliche e tali devono restare per l’uso di tutti.  Anche la piscina di Carona con il suo parco è una struttura pubblica della città che deve potere servire l’intera città”.

L’interesse pubblico, il benessere dei cittadini, in campo ricreativo e sportivo, per il Municipio di Lugano equivale dunque a “buttar dentro soldi che vanno in niente”. Niente di nuovo sotto il cielo di Lugano: gli abitanti valgono niente. L’architetto Benedetto Antonini, vicepresidente della STAN, ha sintetizzato anni fa lucidamente: l’aggregazione luganese è stata un atto di colonialismo. Sfruttare le risorse delle periferie per espandere il proprio potere.

Ormai l’unica cosa su cui sembra puntare la città sono i bitcoin, la moneta digitale. I cittadini di Carona e di Lugano non avranno più la piscina, ma potranno tuffarsi nella vasca dei bitcoin, come novelli Paperon de’ Paperoni. 

A questo punto, c’è da chiedersi se gli abitanti di Carona abbiano ancora voglia di pagare le imposte comunali.

Scritto per “Quaderni alternativi”
Nell’immagine: nuoteremo nei Bitcoin


25 novembre. Uno, nessuno, centomila tipi di violenza sulle donne. Se la conosci la denunci

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di Valeria Randone, La Stampa

“Ciao amore, mi invii una tua foto così mi dici dove sei? me ne invii un’altra quando ti sposti? mi videochiami così vedo dove sei? mi dai le password dei tuoi social e impostiamo la geolocalizzazione? Mi faresti stare più sereno.

La minigonna non la metti. Con le amiche non esci. Non è il caso che tu prosegua gli studi.

Uno schiaffo? E che vuoi che sia? Sai che ti amo, è una manifestazione del mio amore per te.

Mi perdoni? Giuro che non lo faccio più, dammi una seconda, centesima opportunità, non sarò più un uomo violento”.

Le chat e le parole dell’orrore sono più frequenti di quanto si possa immaginare. Seguono i maltrattamenti fisici e psichici, e le morti certe, ma nonostante ciò poche donne sembrano riconoscere i segni prodromici di un amore abusante.

Cosa scatta nella mente e nel cuore della vittima prima che diventi cadavere?

Assolutamente niente. Lentamente, giorno dopo giorno, le viene inoculato a dosi sempre più elevate un veleno letale sino ad abituarla alla sofferenza, al maltrattamento, alle lacrime e ai lividi.

Dalla sopportazione alla morte

Il legame che la vittima instaura con la sua sofferenza è ambivalente e profondo, e a volte indistruttibile. Alcune volte la vittima non avverte più il disagio provato perché è stata talmente tanto manipolata da considerarlo passione, amore, devozione e appartenenza, finché non si ritrova venti coltellate in pancia.

Spesso si tratta della madre degli stessi figli del suo assassino.

Altre volte tenta la strada della denuncia con scarsi risultati. Altre volte ancora si sente lusingata da un atteggiamento così potente e prepotente e lo confonde con un amore totalizzante.

La coazione a ripetere – un potente meccanismo inconscio – la porterà a rifare sempre gli stessi sbagli, a tornare sempre sui suoi stessi passi zoppi del cuore, a scegliere sempre lo stesso uomo maltrattante o a sceglierne un altro con lo stesso modus amandi, finché un bel giorno andrà incontro alla morte certa.

Dallo spot alla realtà

Continuiamo a chiedere ad artisti famosi di fare spot televisivi con i quali si dovrebbe sensibilizzare alla non violenza. A disseminare il Paese di panchine rosse a testimonianza del sangue delle vittime e della loro assenza nelle nostre vite. A pubblicizzare scarpe rosse.

A spettacolarizzare il dolore e le uccisioni, a trasformarle in show televisivi e in lunghissime puntate che ricordano le saghe familiari, con il triplice scopo di fare ascolti importanti, prevenzione e terrorismo psicologico, e sensibilizzare i possibili assassini.

Cosa abbiamo ottenuto? Assolutamente nulla.

Le donne continuano ad essere considerate una sorta di oggetto di proprietà dell’uomo, un bene non proprio prezioso da possedere, maltrattare, uccidere nel caso in cui dovessero ribellarsi o scegliere di andare via.

Nell’immaginario distorto dell’uomo abusante i no diventano sì. I forse diventano sì. Le minigonne diventano un esplicito invito sessuale.

Un bicchiere di troppo si trasforma in uno stato obnubilato di coscienza di cui approfittarsene da soli o in gruppo. Le droghe facilitano la perdita di coscienza, e la fragilità psicologica viene considerata una forma di abnegazione amorosa.

Continuiamo a parlare di donne e di prevenzione, di promozione dell’autonomia e del benessere psichico, unici prerequisiti per riconoscere gli amori tossici e per prenderne le distanze, ma non esiste una sorta di bugiardino per gli uomini maltrattanti da far imparare a memoria prima che diventino tali.

Da dove sarebbe giusto partire per arginare e debellare definitivamente questa deriva a cui stiamo tristemente assistendo totalmente inermi? Dalle famiglie? dalle scuole? dal linguaggio sessuato e abusante? dalla rete amicale delle vittime? dalle donne? dagli uomini? dalla famigerata cultura del patriarcato? dai minuti di silenzio o di rumore?

Forse da ogni tassello di questo puzzle mostruoso.

Uno, nessuno, centomila tipi di violenza

Se estendessimo il concetto di violenza ad altro oltre lo schiaffo, ci renderemmo conto di poterlo declinare a tanti altri ambiti della vita delle donne, alcuni velati o mal celati, altri marcatamente visibili.

La prepotenza dei partner in situazioni di intimità, i maltrattamenti fisici e psichici, gli abusi psicologici, lo stupro matrimoniale e ovviamente il femminicidio: questa è violenza.

Le violenze e molestie sessuali come lo stupro, gli atti sessuali non consenzienti, le avance sessuali non gradite, i matrimoni forzati e prematuri, sino ad arrivare alle molestie sui mezzi pubblici e online, lo stalking, e le molestie informatiche: tutto questo è violenza.

Il traffico di esseri umani, la schiavitù e lo sfruttamento sessuale: questa è violenza.

In culture altre dalla nostra viene praticata la mutilazione dei genitali femminili, una procedura aberrante, straripante di significati simbolici di sottomissione al maschio e di dominio sulla donna-oggetto, oltre ai rischi immani sulla salute delle donne: questa è violenza.

Fare sposare le bambine prima che diventino adulte, consapevoli e consentiti: questa è violenza.

Per finire c’è anche chi dice che la violenza di genere non esiste e che un omicidio è sempre un omicidio: anche questa è violenza.

 

* Valeria Randone è psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”


25 novembre

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 


Le ragazze che fecero la rivoluzione

Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico 

Di Simonetta Fiori, La Repubblica

Osservatele bene, queste donne. Sorridono quasi sempre, anche quando invocano la rabbia. Sfidano l’obiettivo guardando dritte in camera, a volte sembra che lo vogliano sbeffeggiare, caricate a mille da secoli di sottomissione. Sono diverse le une dalle altre, alte e slanciate, piccole e tarchiate, ricce e lisce, giovani e vecchie, borghesi e proletarie, non c’è una estetica comune se non l’esibita noncuranza con cui indossano gonnellone, ponchos e maglioni peruviani. Possono alzare la voce e picchiare sui tamburelli ma generalmente danno l’impressione di essere serene, anche orgogliose di sé stesse, capaci di suggerire ricette su qualsiasi cosa, «dalla poesia al pollo arrosto», come scrisse Lidia Menapace, «le mani affondate nell’impasto del mondo per farlo diverso e migliore». Guardatele bene queste ragazze degli anni Settantaperché tra un girotondo, un concerto, una manifestazione e centinaia di slogan hanno cambiato l’Italia, uniche rivoluzionarie in un Paese che non conosce rivoluzioni.

Convegno a Roma sulla violenza contro le donne (1978)

Bisogna sfogliare il bellissimo album Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta per capire perché le ragazze di quella stagione non invecchiano mai. Oggi potranno pure essere vegliarde e piene di acciacchi, ma lo sguardo resta irriverente, la postura mai arresa, e integra negli occhi la luce di chi sa captare a distanza la coda violenta di un patriarcato che non muore.

A raccontarcele attraverso le immagini è una di loro, Paola Agosti, fotografa del movimento femminista negli anni più tumultuosi, figlia del partigiano Giorgio e pioniera in un terreno ancora monopolizzato dai maschi. E ad accompagnare questi scatti d’autrice con esemplari didascalie narrative è una ragazza che potrebbe essere loro figlia, Benedetta Tobagi, nata nello stesso anno in cui Paola fermava in una celebre foto-manifesto un gruppo di donne molto divertite nel lanciare in alto le loro mani in forma di rombo davanti ai poliziotti in assetto di guerra (era il 1977). «Quale migliore risposta alla P38?», commenta laconica Tobagi, che ripropone in queste pagine una felice formula già sperimentata con successo nel libro sulle partigiane.

Al tema dell’uso legittimo della violenza cedette anche una parte delle femministe, ma la cifra che accomuna queste immagini è l’allegria di chi fa la cosa giusta, abbattendo muri di silenzio e di subalternità. Le donne prendono la parola e insieme scoprono l’autocoscienza, perché solo partendo da sé stesse, dalle storie personali, da storie di ingiustizia e umiliazione, è possibile battere un patriarcato millenario.

Corteo a Roma per consegnare le firme della legge antiviolenza (1980)

Una liberazione collettiva che è una corsa ad ostacoli, ovunque sono le resistenze maschili, a casa con il compagno di vita, in fabbrica tra operai e sindacati diffidenti verso un’imprevista e contagiosa “isteria”, anche tra i movimenti dell’estrema sinistra perché va bene fare la rivoluzione, ma questa storia del separatismo femminista si fa fatica a digerirla, che vi siete messe in testa, non vi basta fare gli angeli del ciclostile? E se poi non ci stai, allora sei frigida o repressa.

E non fu certo un caso che Lotta Continua — dove le donne venivano chiamate con il genitivo dell’appartenenza maschile, Maria di Gigino o Lorenza di Gigetto — fu sciolta grazie alla protesta delle compagne contro l’autoritarismo dell’organizzazione. E i ragazzi di Potere Operaio arrivarono a interrompere nel 1972 una seduta di femministe a Roma lanciando preservativi pieni d’acqua. Il Manifesto s’affrettò a stigmatizzare, ovviamente, ma con un’interessante postilla: «Non c’è niente di serio nel trattenersi in assemblee unisessuali».

Ci si accapiglia tra maschi e femmine, ma anche tra le donne è una discussione senza fine, di qua le emancipazioniste del Pci e dell’Udi — eguali diritti per tutti — di là le teoriche della differenza e del separatismo, che mettono più radicalmente in discussione ilpatriarcato, accusando le prime di connivenza con il nemico e venendo a loro volta accusate di mettere i bastoni tra le ruote della rivolta sociale.

Ma poi alla fine si trovò una intesa, anche tra le madri partigiane e le irrequiete figlie del Sessantotto, perché il femminismo di quella stagione fu proprio la scoperta di tutte le altre: soltanto unite, tenendosi per mano, in una solidarietà che andava oltre sé stesse, si potevano conquistare nuove frontiere, la legge sul divorzio, i consultori, poi la legalizzazione dell’aborto, i processi collettivi per stupro, per la prima volta a porte aperte. E non importa se difetti e incompiutezze segnavano i comuni traguardi perché comunque andava cambiando il corso della storia.

Una rivoluzione affettuosa, che passa attraverso gesti di sorellanza, sorrisi e sguardi incrociati, carezze tra chi per la prima volta condivideva «un’esperienza fondativa e totalizzante», anche la scoperta del corpo e della sessualità. Mossa da empatia, la macchina fotografica di Agosti riesce a cogliere la fisicità complice delle ragazze che indicava un nuovo modo di stare al mondo. Una complicità estesa anche ai bambini, portati nelle piazze con allegria, quasi a rivendicare l’orgoglio di una maternità felice contro l’immagine luttuosa proiettata sulle donne che si battevano per legalizzare l’aborto, assassine allora e infanticide ancora oggi nella propaganda dei cosiddetti comitati che si dichiarano “pro vita”, come se tutte le altre fossero pro morte e non per una gravidanza voluta e consapevole.

La domanda che attraversa questo straordinario viaggio per immagini è se realmente sia stata una rivoluzione, anche perché mezzo secolo dopo il panorama è tra i più sconfortanti, con il patriarcato che appare più agguerrito che mai — nonostante il ministro dell’Istruzione Valditara lo ritenga una bizzarra invenzione ideologica —, con le istanze antiabortiste che trovano sponda nei nuovi padroni politici e con le donne di nuovo in tribunale non in veste di vittima ma in quella di imputata se fanno i figli con una compagna. Ma la parola rivoluzione riferita al femminismo serve a rimarcare il valore assoluto dei diritti conquistati, come a dire che indietro non si deve tornare.

E ancora oggi le spavalde protagoniste degli anni Settanta ci dicono che non bisogna abbassare la guardia, che la solidarietà femminile deve andare oltre «uno sguardo maschile che continua a dividere tra belle e brutte, giovani e vecchie, accondiscendenti e riottose» (copyright Silvia Vegetti Finzi), che non esiste una liberazione personale se non ci si impegna in un cambiamento della società per renderla più giusta e aperta. Tra tutte — conclude Tobagi — è forse questa l’eredità più importante per le donne del XXI secolo. Anche la più impegnativa, in un mondo sempre meno umano.

Il libro – Covando un mondo nuovo di Paola Agosti e Benedetta Tobagi (Einaudi, pagg. 152, euro 35). Dal 26 novembre

Nell’immagine: Raduno a Vincennes, 1977