Ha riportato in patria richiedenti asilo iracheni: in un paese che il nostro ministero degli esteri non considera sicuro, e sconsiglia ai turisti svizzeri – Di Immacolata Iglio Rezzonico
Ci sono paradossi che sono anche stramberie politico-economiche. Sono emerse più che mai in questi giorni, accentuate dall’elezione di Trump, tutto teso a far ritornare l’America grande e onnipotente. Dichiaratamente e preferibilmente sulle spalle degli altri, europei o cinesi o latinoamericani.
Un debito abissale e lo “scherzo” dimenticato
Ormai vicino ai 30.000 miliardi di dollari di titoli in circolazione è il maggiore (e pressoché inimmaginabile) mercato di debito al mondo: è il gigantesco mercato delle obbligazioni dello Stato americano, i Treasuries, i buoni del Tesoro. Nonostante tutto (o paradossalmente) continua ad essere considerato il più sicuro e il più liquido. Al punto tale che serve da riferimento a migliaia di analisti per valutare il rendimento di tutti gli altri prodotti finanziari.
Eppure un anno fa, di questi tempi, ha subito un terremoto che ha messo a rischio tutto il mondo finanziario mondiale, che ne è quindi dipendente. Un volgare cyberattacco lanciato da un gruppo di hacker russi su ICBC (che è, altro paradosso, la prima banca commerciale cinese) l’ha scosso da cima a fondo, generando panico.
È vero, il mercato è comunque riuscito a tenere. La leggendaria liquidità è però stata messa a mal partito: l’affronto, quindi, tragicomico, c’è stato, è stato reale. Tanto da far vacillare la statua dal suo piedestallo o da mettere in forse anche l’attuale pretesa onnipotenza trumpiana.
Fragilità e interdipendenza
Due lezioni si sarebbero dovuto trarre da quella crisi, facile e improvvisa.
La prima è che il “mercato delle Treasuries” può essere americanamente gigantesco (e lo sarà ancora di più con le emissioni del Tesoro americano se vorrà far fronte a molte promesse di Trump o se sarà chiamato a sempre maggiormente “stabilizzare” le criptovalute, una volta temute e maledette, ora gonfiatesi con il vento trumpiano in poppa), ma rimane innanzitutto molto fragile e lo sanno anche le banche americane che ne temono la grande mobilità e vulnerabilità.
La seconda sta nel fatto che l’interdipendenza è una regola incancellabile sul pianeta della finanza. Che una banca commerciale cinese possa creare un terremoto sul mercato americano non ha niente di strano. È invece il segno che la Cina, ridotta solo a fabbrica del mondo, è molto di più. E non a torto è considerata la peggior minaccia per il dollaro americano.
La Cina è infatti il primo creditore degli Stati Uniti (altro paradosso): il debito americano nei suoi confronti è di 816 miliardi di dollari (aveva raggiunto la somma di 1. 145 miliardi di buoni del Tesoro nel 2017, ossia il 20 per cento della somma detenuta da tutti gli altri Paesi; negli ultimi sette anni se ne è liberata per 600 miliardi, adottando la strategia, non casuale, oro contro dollaro; dispone infatti ormai di 2.235 tonnellate d’oro).
L’Europa grande banca degli Stati Uniti
Si insiste molto in questi giorni sulle fragilità, soprattutto economica ed anche politica, dell’Europa confrontata agli Stati Uniti. E si aggiunge che, stando alle intenzioni di Trump, che ritiene l’Europa solo sfruttatrice degli Stati Uniti, come la Cina, andrà peggio.
In realtà Trump sarebbe una tigre di carta se l’Europa utilizzasse le armi negoziali a sua disposizione. Recenti studi di banche europee (come la francese Natixis o l’italiana Intesa San Paolo) hanno da poco dimostrato il sorpasso da parte dell’Eurozona sulla Cina per quanto riguarda il possesso di titoli di Stato (Tesoro) americani. I Paesi dell’area euro (lo conferma anche il dipartimento del Tesoro americano) detengono 1.121, 5 miliardi di dollari di titoli statunitensi. L’Unione europea è diventata ora il maggiore finanziatore al mondo del debito pubblico americano, proprio quando sta prevalentemente preoccupandosi dell’indebitamento dei propri Stati membri.
Quindi, Trump può gonfiarsi a dismisura nella sua onnipotenza americana, ma è l’Europa, che ne è purtroppo sempre più sottomessa nella politica estera e nella ideologia economica, a sostenere quella “potenza”.
La Svizzera timorosa o vassalla
In Svizzera si trema su quanto può capitare con l’”America First” trumpiana, soprattutto con i dazi doganali, la politica monetaria (dollaro), il facile ricatto in politica estera se non ci si adegua a Washington.
La Svizzera, se fosse però meno timorosa e meno vassalla come lo è sempre stata nei confronti degli Usa (v. tutto il caso e i costi miliardari per le banche svizzere sul problema fiscale), potrebbe perlomeno avere due atout da giocare.
Con un volume di investimenti cumulati di circa 310 miliardi di dollari, la “piccola” Svizzera è il sesto investitore straniero negli Stati Uniti. 500 imprese che ne dipendono creano assieme più di mezzo milione di posti di lavoro. La Svizzera si appresta anche a spendere negli Stati Uniti in poco meno di tre anni 6 miliardi di franchi per 36 aerei F-35: se si pensa alla situazione assai indebolitasi, anche per problemi tecnici, nel settore dell’aeronautica civile e militare statunitense, non è un investimento da sottovalutare.
Qui potremmo anche aggiungere che tutto questo, in un Paese, come la Svizzera, in cui attualmente uno dei fattori economici più deboli o insufficienti sta proprio nella mancanza o nell’insufficienza degli investimenti, persino in settori trainanti e innovativi (come la farmaceutica o la meccanica e la robotica) o vitali (come la salute), è pur un altro grosso paradosso. Lo è ancora maggiormente nei termini di quel libero-scambio che la “trumpeconomics” si prefigge di rendere tutto a modo e vantaggio suo. Meglio l’Unione europea sulla porta di casa che Trump dentro casa, è riuscito a dire qualcuno, subito maledetto dai nostri patriottardi.
Forse non ha torto, rilevando implicitamente un altro paradosso, l’”eretico” Régis Debray, in un libro coraggioso, a modo suo, da poco apparso (L’Europe fantôme, Gallimard) quando scrive, rilevando l’ombra minacciosa dello zio Sam su tutto: ”L’Europe réduite à ses astreintes budgétaires ne fait plus soupirer mais grincer. Les chiffres ont pris les commandes, le Livre des comptes devient le Livre Saint…” [L’Europa, ridotta ai suoi vincoli di bilancio, non è più fonte di sospiri ma di brontolii. Le cifre hanno preso il sopravvento, il libro dei conti è diventato il libro sacro…]. Mentre: “L’hyperpuissance (americaine) a obtenu sa naturalisation, et nous vivons comme nôtres ses conflits domestiques” [L’iperpotenza (americana) è stata resa un fatto naturale, e noi viviamo i suoi conflitti interni come se fossero i nostri]. Ci preoccupiamo del nostro debito, mentre finanziamo quello americano.
Nell’immagine: nell’aprile di quest’anno Trump si è messo a vendere Bibbie all’insegna di “Dio benedica gli Stati Uniti”. Ma sono state stampate proprio nel paese che accusa di rubare i posti di lavoro agli americani. In Cina
Richard Lardner e Dane Kang , Associated Press
WASHINGTON (AP) – Migliaia di copie della Bibbia “God Bless the USA” di Donald Trump sono state stampate in Cina
I registri commerciali globali esaminati dall’Associated Press mostrano che una società di stampa della città orientale cinese di Hangzhou ha spedito quasi 120.000 Bibbie negli Stati Uniti tra l’inizio di febbraio e la fine di marzo.
Il valore stimato delle tre spedizioni separate è stato di 342.000 dollari, ovvero meno di 3 dollari per Bibbia, secondo i database che utilizzano i dati doganali per tracciare le esportazioni e le importazioni. Il prezzo minimo per la Bibbia di Trump è di 59,99 dollari, il che significa che le vendite potenziali ammontano a circa 7 milioni di dollari.
Il legame della Bibbia di Trump con la Cina, che non è stato riportato in precedenza, rivela una profonda frattura tra la dura retorica anti-cinese dell’ex presidente e la sua fretta di fare cassa durante la campagna elettorale.
I responsabili della campagna di Trump non hanno risposto alle e-mail e alle telefonate di richiesta di commento.