La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa”
Di Romano Prodi e Massimo Giannini, La Repubblica
Massimo Giannini: Professor Prodi, nonostante tutto quello che abbiamo raccontato sui suoi quattro anni tumultuosi alla Casa Bianca, sulle politiche fatte solo per i ricchi, sulle accuse di sessismo, sui processi, sulle condanne, sull’assalto eversivo a Capitol Hill, sulle braccia tese a Putin, Trump rivince e diventa il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Rivince a valanga espugnando gli Stati-chiave dalla Pennsylvania al Michigan. Rivince conquistando Senato e Camera e annunciando «l’età dell’oro». Rivince dicendo che i migranti haitiani negli Stati del Sud mangiano i gatti degli americani. Rivince dicendo che lui ha bisogno degli stessi generali che aveva Hitler. Perché gli americani riaprono a lui le porte della Casa Bianca, dopo tutto quello che ha fatto o non ha fatto dal 2016 a oggi? Ci sono i limiti della sinistra, ma ancora una volta mi pare abbia prevalso la voglia dell’uomo forte, che quindi significa dell’America forte, che pensa a fare grande se stessa e se ne frega dei problemi del mondo. Da questo punto di vista, credo che sull’immaginario degli americani l’attentato a Butler del 14 luglio abbia avuto un impatto determinante. Quel «fight, fight, fight» che Trump urla al cielo dopo essere stato colpito all’orecchio resta nella storia. “The Donald” che arringa la folla col solito impeto distruttore, che all’improvviso si scuote, si accascia, viene sommerso dagli uomini della security mentre intorno scoppia il caos, e dopo pochi secondi lui che si rialza con il sangue che gli cola sul viso dall’orecchio ferito, alza il pugno in alto e con quel «combattete, combattete, combattete» chiama il suo popolo alla lotta, come esige il titanismo del tycoon, così abile e bugiardo, e come pretende l’epopea di una nazione che ha costruito il suo mito fondativo sugli eroi capaci di cadere e di risollevarsi giorno per giorno, metro per metro. Voglio dire che la leggenda del commander in chief invincibile, in missione per conto di Dio, non può non imporsi, in un’America che ha smarrito se stessa.
Romano Prodi: Non c’è dubbio che, tra le tante ragioni per le quali gli americani lo hanno votato, l’idea del “macho” è quella prevalente: l’uomo solo al comando, il tambureggiante «America first». È il riflesso della frustrazione americana, delle divisioni e delle fratture sociali della nazione che si affida a quello che le sembra il più forte e il più capace di ricomporle una volta per tutte. Non per nulla a votare in massa per Trump è stato il maschio protestante ed evangelico, cioè il nucleo duro della sua rappresentanza politica, il blocco sociale più adatto a trasformare l’«America first» in una vittoria.
M.G.: E torniamo al solito forgotten man, che l’aveva fatto vincere nel 2016 e lo fa rivincere anche nel 2024. Mi chiedo però per quale motivo i democratici, nonostante le politiche sociali di Biden, non abbiano intercettato quel voto (…) Può bastare una sceneggiata al McDonald’s di Feasterville in Pennsylvania, uno dei sette Stati-chiave dove si è deciso il voto, con “The Donald” in grembiule a servire Big Mac e Filet-O-Fish, a convincere i maschi bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione a votare per lui? E che dire del solito Musk, che per sostenerlo lancia la lotteria da un milione di dollari al giorno per chi, registrato al voto in uno dei sette wing-states, sottoscrive la petizione «a favore della libertà di parola e del diritto di portare armi»?
R.P.: Lo sappiamo, le campagne elettorali, soprattutto negli Stati Uniti, vivono anche di questi colpi a effetto. Ma insisto: il problema vero è che la maggioranza degli americani ha ritenuto che l’amministrazione Biden non abbia fatto quello che doveva per difendere i loro portafogli dal carovita.
E poi, per riprendere il filo del mio ragionamento, vi è stato un secondo ostacolo, forse persino più difficile da superare, cioè il sostanziale fallimento delle politiche sulla sicurezza interna, sul ruolo internazionale degli Stati Uniti e sull’immigrazione, la cui gestione, affidata proprio a Kamala Harris durante i quattro anni del mandato, è stata timida, confusa, contraddittoria…
M.G.: Detto questo, professore, il grande punto interrogativo adesso è un altro: che farà Trump? Cosa ci dobbiamo aspettare da questo ritorno alla Casa Bianca di un uomo che, come racconta il film-biopic The Apprentice, ha avuto per maestro uno spregiudicato avvocato newyorchese che gli ha lasciato questi tre insegnamenti: attacca in continuazione, non dire mai la verità, nega sempre di aver perso.
R.P.: Con un personaggio del genere non c’è nulla su cui puoi mettere la mano sul fuoco e dire «farà così». Per gli insegnamenti e le esperienze che ha avuto e certamente per il suo carattere, Trump inizia il suo secondo mandato all’insegna dell’inaffidabilità assoluta, che non potrà che essere dannosa. Per Trump la Costituzione non è altro che carta straccia e purtroppo la conseguenza non potrà che essere un ulteriore affievolimento della democrazia, non solo negli Stati Uniti, ma a livello mondiale.
M.G.: Cominciamo dall’economia. Il primo Trump aveva combinato poco o niente… Come sarà la Trumponomics nel secondo mandato?
R.P.: Per Trump l’economia è una sfida urgente e importante. La sua dottrina è: «Abbassiamo le tasse». Detta così, sembra semplice. È chiaro che «abbassiamo le tasse» è il magnifico slogan che l’ha accompagnato durante tutta la campagna elettorale, insieme a «picchiamo sui migranti». A queste due ricette – che funzionano in tutte le campagne elettorali – Trump ne ha aggiunta un’altra: aumentiamo enormemente le tariffe doganali, con una progressione che sarà del 10 per cento per tutto il mondo, Europa compresa, fino al 20 per cento, poi al 60 per cento per tutti i prodotti che provengono dalla Cina, fino ad arrivare al 100 per cento per le automobili cinesi. Tanto – questo è il suo ragionamento – i dazi non sono percepiti come tasse dai cittadini… Questi aumenti delle tariffe doganali, traslate sui prezzi al consumo, peseranno per circa 2600 dollari all’anno per ciascuna famiglia americana. In pratica un aggravio da 200 dollari al mese. Queste sono le ricadute che toccheranno direttamente solo il popolo americano. Vi è però una conseguenza molto più grave. La politica di chiusura e di autarchia sarà ovviamente imitata da tutti i Paesi che sono in concorrenza con gli Stati Uniti. Ne conseguirà una ovvia decrescita, certamente non felice, dell’economia mondiale: dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri… Inoltre l’intero pacchetto – che in termini di propaganda interna ha dato oggettivamente i suoi frutti, portando Trump alla rielezione – non ha alcuna possibilità di rilanciare l’economia americana perché la riduzione delle tasse sarebbe molto più forte delle possibili entrate derivanti dall’aumento dei dazi. Quindi, se davvero perseguisse il programma che ha annunciato, Trump graverà la nazione di un deficit aggiuntivo dell’incredibile cifra di quasi sei trilioni di dollari in dieci anni. Un macigno che non potrà essere sostenuto neanche da un colosso come gli Stati Uniti e che porterà instabilità su tutta l’economia mondiale (…).
M.G.: E della politica estera cosa mi dice? Farà finire lui le due guerre? Mentre il primo ministro israeliano Netanyahu forse dorme sonni più tranquilli, il presidente ucraino Zelensky avrà solo incubi. Trump lo ha definito «il miglior piazzista sulla faccia della Terra: ogni volta che viene nel nostro Paese se ne va con 60 miliardi».
R.P.: Non credo che Trump, da solo, riuscirà a far finire le guerre. Ma a mio parere è pressoché certo un aiuto più massiccio a Israele e una forte riduzione dell’aiuto all’Ucraina. Non solo perché è legato a Putin da un’amicizia personale, come ha spiegato anche a Zelensky in occasione della sua visita alla Trump Tower il 27 settembre. Ma anche perché è veramente convinto che l’Ucraina sia una faccenda esclusivamente europea. Lasciando che sia l’Europa a «morire per Kiev», Trump raggiunge due obiettivi geostrategici. In primo luogo indebolire ulteriormente l’Europa, scaricando sulle sue spalle l’onere bellico della difesa ucraina e dunque costringendola a politiche di austerity ancora più severe. In secondo luogo ricucire un rapporto con la Russia, per isolare la Cina sul piano economico, politico, militare e persino energetico. Anche lo stop al Green Deal e la politica dei dazi per Trump servono a questo: impedire a Xi Jinping di esportare l’eolico e il solare, mercati sui quali i cinesi hanno una forza dirompente e in qualche caso, come le terre rare, quasi monopolistica.
M.G.: Non le parlerò dell’Onu, che purtroppo è già l’ectoplasma che sappiamo. Ma in tutto questo la Nato che fine farà? Come tutti gli organismi multilaterali, in questa fase di entropia, anche l’Alleanza atlantica è in crisi nera. Le spese militari crescono ovunque, ma ognuno fa per conto suo. L’effetto deterrenza, decisivo ai tempi dell’Unione Sovietica e del bipolarismo atomico, sembra ormai solo un residuo del passato (… ) È il patto in sé che è fragile, e che con Trump al potere in America rischia addirittura di disintegrarsi. È stato proprio “The Donald” a dirlo, nel febbraio 2024, spingendosi al punto da incoraggiare Putin ad attaccare i Paesi che non pagano la loro quota all’Alleanza atlantica (…) In un ipotetico attacco di Mosca, Trump ha avvertito: «Incoraggerei la Russia a fare quello che diavolo vuole. Non hai pagato? Sei moroso? E allora non vi proteggerei». Su queste basi, che ne sarà del patto atlantico?
R.P.: Per l’incertezza e l’imprevedibilità di cui parlavo prima, non escludo niente. Neanche l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Ma se devo fare una previsione fondata sulla ragionevolezza, mi pare che uno scenario del genere, nonostante l’isolazionismo trumpiano, non corrisponda ad alcuno degli interessi americani. Compresi quelli dell’industria militare.
M.G.: Veniamo all’Europa, che «The Donald», nell’ultimo comizio prima del voto, ha definito «carina, ma tremenda». C’è chi sostiene che il “divorzio” di Trump dall’Unione potrebbe rappresentare la scossa che manca a risvegliarla dal letargo. Io ci credo poco, e lei?
R.P.: Vorrei tanto, ma non ci credo più. L’Europa si sta riducendo a una somma di piccoli legami tra Stati, legami tenuti insieme da un mercato comune. Non è ancora pronta a reagire al trauma e ad approfittare delle opportunità che un rapporto più equilibrato con l’America le potrebbe offrire. E vuole sapere che farà Trump con l’Europa? La dividerà, ancora più di quanto non lo sia già. Sarà un errore fatale perché anche gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa forte con la quale condividere, moltiplicandoli, i vantaggi di cui già l’America gode. Gli Stati uniti vendono all’Europa l’80 per cento degli armamenti militari più sofisticati. Le grandi imprese a rete sono in gran parte americane. All’America un’Europa forte, anche nel Mediterraneo e nelle politiche africane, apporterebbe enormi vantaggi. Se volesse davvero contenere la Cina, Trump dovrebbe aiutare l’Europa a crescere, invece di frammentarla ancora di più (… ) E gli americani, da soli, dove credono di andare? Non si accorgono di quanto siano accresciuti il distacco e la diffidenza della gran parte dei Paesi del mondo nei loro confronti.
M.G.: Ecco, questa notazione mi sta molto a cuore. Come nel mondo monta un rancore verso Israele, con la presidenza Trump può crescere un sentimento di odio verso l’America. Io penso che il trumpismo abbia cambiato anche l’anima dell’America. Altrimenti gli americani non avrebbero rivotato un uomo che a Capitol Hill, nel gennaio 2020, ha di fatto chiamato il suo popolo a un colpo di Stato. Che fine fa, anche nell’immaginario di noi occidentali ed europei, l’America delle libertà, dei diritti, dei padri pellegrini sbarcati dalla Mayflower, della prima Costituzione del 1787, delle storiche lotte contro il razzismo di Martin Luther King, delle grandi conquiste civili e democratiche del Novecento?
R.P.: L’America è cambiata profondamente. Trump l’ha deviata e snaturata, e io sono convintissimo che l’incompatibilità di questa sua politica farà danni non solo al resto del mondo, ma anche e soprattutto agli Stati Uniti. L’immagine di un’America cattiva, solitaria, quasi autarchica e orgogliosa del suo isolazionismo aggressivo darà frutti avvelenati in patria, e poi anche a noi. In ogni campo: dalla politica all’economia, dalla società alla cultura.
M.G.: Proprio qui volevo arrivare. La straordinaria forza dell’Impero americano – al di là della sua hard power, cioè la potenza militare, industriale e tecnologica – nasce da quello che Joseph Nye, nei primi anni Novanta e poi durante la guerra di Bush in Afghanistan a in Iraq, definì soft power: cioè il «potere dolce», capace di persuadere, convincere, attrarre nella propria sfera di influenza grazie ai valori, ai principi, alle istituzioni, alla cultura, alla letteratura, alla musica. In fondo, per noi, l’America è stata sempre non solo i marine che sbarcano ad Anzio e Neil Armstrong che fa il primo passo sulla luna, ma anche e soprattutto romanzi, film, canzoni. Da Faulkner a Roth, da Dustin Hoffman a Bob DeNiro, da Michael Jackson a Bruce Springsteen. Non voglio esagerare, ma non si sta perdendo un po’ anche un’idea romantica degli States con il trumpismo da combattimento di questo tempo?
R.P.: Considero questo tema davvero fondamentale. Purtroppo stanno ormai indebolendosi anche le fondamenta culturali sulle quali l’America ha costruito il suo modello: appunto il soft power che è democrazia, società aperta, tolleranza, libertà. Come dice lei: l’arte, la musica, il cinema, insomma tutto questo fantastico mondo, questa straordinaria potenza immateriale, con Trump si isterilisce. Si affievolisce fatalmente il potere seduttivo dell’America esportatrice di cultura, di stili di vita, di modelli di consumo e di entertainment. E non è una perdita da poco. Per loro e per noi.
M.G.: Ci tocca un’ultima considerazione, dopo il ritorno di Trump. Per quanto sia frutto di una contesa elettorale in quella che è e resta la più grande democrazia del pianeta, sappiamo bene che la «passione democratica» del presidente appena rieletto non è poi così spiccata, al contrario della sua palese ammirazione per gli autocrati. Aggiungiamo che, con questa impetuosa rivincita, Trump occupa la Casa Bianca, il Congresso, la Corte Suprema, quindi ha in mano tutte le leve del potere, senza più alcun bilanciamento. La stonata campana americana non suona anche per tutte le altre democrazie occidentali?
R.P.:Certo, suona anche per noi. Va detto che questo indebolimento del pensiero democratico non è cominciato con la vittoria di Trump, ma certamente dalla vittoria di Trump riceve un terribile imprimatur. Il processo di logoramento deriva dal “corto-termismo” del ceto politico che, quasi ovunque, pensa solo a raccattare voti a ogni costo, da leadership poco coraggiose che accorciano i tempi e gli orizzonti, da cittadini sempre più demotivati che percepiscono la provvisorietà dei programmi e l’inutilità del suffragio universale. Per questo cresce il fascino dei governi autoritari che sembrano gli unici in grado di portare avanti progetti di lungo periodo. È una distopia, ovviamente, ma in questo momento purtroppo funziona presso opinioni pubbliche sempre più frustrate e disincantate. La vittoria di Trump è tutto questo. D’altra parte, ha avuto un grande maestro…
M.G.: Reagan?
R.P.: Macché! Silvio Berlusconi. È lui che ha cominciato a destrutturare la democrazia, ibridandola con il potere economico e con quello mediatico. Dal Cavaliere in poi, nulla è stato più come prima. E il processo è in pieno corso, accelerato dal web e dalle nuove tecnologie.
M.G.: E qui – come si dice – casca l’asino. Il web e le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo nevralgico in questa campagna elettorale. Se vogliamo ancora di più di quanto non lo ebbero in occasione delle presidenziali che incoronarono Obama, il primo a intuire l’enorme potenzialità della rete dal punto di vista della raccolta dei consensi. Al supporto sfacciato di Elon Musk abbiamo accennato (…) Ma negli ultimi giorni prima del voto un altro fatto ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica: il mancato endorsement per Kamala Harris da parte del Washington Post, il giornale che… fece dimettere il presidente Richard Nixon il 9 agosto 1974 (…) La scelta, in questa occasione, si deve al suo editore, che non è un imprenditore qualsiasi, ma è Jeff Bezos, padrone di Amazon e uno dei capitalisti più ricchi e influenti del pianeta: dopo un incontro con Trump, a quanto pare, Bezos ha imposto al direttore e alla redazione di non pubblicare alcun editoriale di sostegno alla candidata democratica. Questo ha scatenato lo sdegno dell’intero corpo giornalistico. Robert Kagan, forse la firma più prestigiosa della testata, si è dimesso dal giornale, parlando di «una sorta di inchino preventivo» davanti a chi si riteneva fosse il probabile vincitore delle elezioni, per poi aggiungere ai microfoni della Cnn: «Possono dare mille ragioni per spiegare una scelta del genere, ma penso che dovremmo vederla chiaramente per quel che è: l’inizio del modo in cui Trump controllerà i media, in particolare quelli in mano alle grandi aziende. Perché tutta l’America delle multinazionali si sta inchinando a lui».
R.P.: Difficile, se non impossibile, dare torto a Kagan. I fatti parlano da soli…
M.G.: Qui però c’è anche l’altra faccia della medaglia, che ci tocca guardare fino in fondo. Non abbiamo la controprova, ma c’è un rischio. Per riassumerla nel modo brutale in cui l’ha detta Bezos: nessun cittadino va al seggio a votare con l’editoriale di un quotidiano tradizionale sotto il braccio. E non a caso, a meno di una settimana dal voto, Trump è arrivato con quasi quattro ore di ritardo a un grande evento pubblico in Michigan, uno dei sette Stati-chiave, perché ha preferito concedere un’intervista di tre ore al podcast di Joe Rogan, comico, libertario, no-vax, che quattro anni fa ha venduto il suo “prodotto” editoriale a Spotify per 100 milioni di dollari. Il podcast-intervista con “The Donald”, in un pomeriggio, è arrivato a 33 milioni di americani. Per raggiungere lo stesso numero di persone, la Cnn dovrebbe fare 100 serate in prime time, e la Fox almeno 50. C’è davvero da chiedersi che democrazia ci aspetta, con questi «chiari di Rete» (…) La domanda che dobbiamo porci è se e in che misura i turbocapitalisti al comando di conglomerate come Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e X – con fatturati ormai largamente superiori al Pil di Paesi come la Polonia o il Messico – possano facilitare o ostacolare l’ascesa di un partito piuttosto che un altro, oppure condizionare le decisioni di un governo. L’esempio più classico, perché esplicito e dichiarato, è proprio Elon Musk, il “Super Genius” che fa il cheerleader di Trump. Il politologo Ian Bremmer ha twittato: «La democrazia non è fatta per sopportare un tale concentrato di soldi e disinformazione». E se a tutto questo associamo le infinite potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale, ce n’è abbastanza per chiedersi come possano cambiare o deperire le liberaldemocrazie occidentali.
Il libro e gli incontri – Martedì 26 novembre arriva in libreria, edito da Rizzoli, “Il dovere della speranza”, (pagg. 312, euro 19), dialogo tra Romano Prodi e Massimo Giannini sulle guerre, il disordine mondiale, la crisi dell’Europa e i dilemmi dell’Italia. Uno scenario complesso in cui però, come evocato già dal titolo, abbiamo ancora “il dovere di sperare”, soprattutto per i giovani. Anticipiamo qui ampi stralci del capitolo sull’America di Trump.
Il libro viene presentato dagli autori lunedì 2 dicembre a Roma, alla Libreria Spazio Sette (ore 18.30, Via dei Barbieri 7). Con Paolo Mieli, modera Annalisa Cuzzocrea. E venerdì 6 dicembre a Bologna, alla Biblioteca Salaborsa (piazza del Nettuno, ore 18). Con Nadia Urbinati, modera Giovanni Egidio