Rosella Postorino: “Il maschio abusante era il mio medico. Il racconto un’arma di difesa”

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Rossella Pastorino, La Repubblica

Di recente mi è capitato un episodio che ho avuto difficoltà a raccontare, prima di tutto perché mi serviva tempo per metterlo a fuoco, e poi perché, quando si racconta una qualunque forma di abuso di potere subita, è facile diventare oggetto di compatimento, piuttosto che scatenare una riflessione su un sistema culturale che riguarda tutte e tutti. Prendere parola è il contrario del vittimizzarsi: è una delle armi che abbiamo per testimoniare, reclamare ascolto, costringere a vedere. Perciò ho deciso di raccontarlo, tanto più in una giornata come questa.

Vado da un ortopedico per un’infiammazione all’anca. Mi fa stendere, senza pantaloni, e invece di toccarmi l’anca mi tocca il pube. Io faccio un salto sul lettino. La pubalgia può essere collegata alla trocanterite, dice, devo controllare. Penso: senza avvisare? Peraltro non ho denunciato alcun dolore pubico. Una volta mi visitò una fisiatra che mi chiese il permesso prima di toccare qualunque zona del mio corpo; lo stesso fece la mia istruttrice di yoga praticandomi un massaggio. Erano due donne.

L’ortopedico mi fa togliere il maglione e restare in piedi, in canottiera, per controllare la mia postura. Guardati il seno, dice: cosa vedi? Non mi sembra il metodo migliore per controllare la postura, dico. Non vedi che uno è più in fuori? No, rispondo, forse serve uno specchio. E comunque credo sia più facile guardare la linea delle spalle: non dall’alto, di fronte a uno specchio. Lui si avvicina. Guardati il seno, non vedi la curva?, e la disegna a pochi millimetri dalla mia pelle. Prenditelo fra le mani, dice, e si stringe il petto fra le dita. Dico che mi sembra più utile mettermi nella postura corretta e far sentire al mio corpo quali muscoli tirano, perché ne abbia percezione. Mi aggiusta la postura, dice: dovrei vederti nuda, senza reggiseno, ma non posso.

Da allora continuo a pensarci. Non ho avuto paura, nemmeno per un istante. Un’infermiera è entrata e uscita dalla stanza, non avvertivo alcuna minaccia, ero perfino in dubbio su quanto stava accadendo: forse era semplicemente un modo un po’ confidenziale di esercitare la professione?

Mi sono indispettita dopo, a casa, e in principio anche con me, dato che nello studio avevo sempre sorriso. Perché? È questo il punto. Forse perché nello studio di un medico siamo la parte fragile, quella che ha un problema da risolvere e si affida, siamo il corpo (sofferente) che può essere spogliato, guardato, toccato, e d’istinto cerchiamo di arrivare alla soluzione, capire come si guarisce, perché siamo preoccupati, e perché abbiamo pagato. Forse perché sorridere mi sembrava una maniera di oppormi, di sfidarlo: non mi intimidisci, non mi turbi — ma davvero non mi ha turbata? Forse perché certe forme di abuso sono sottili, subdole, giocate con dolo sull’ambiguità. È lui l’esperto, e se pube e anca sono collegati io non posso contraddirlo. La pubalgia è la sindrome del viaggio di nozze, mi ha detto, ridacchiando per l’allusione.

Ho raccontato l’esperienza su Facebook e, nei commenti, tantissime donne hanno raccontato la loro. Fa paura pensare che là dove dovremmo sentirci più al sicuro — al cospetto di un medico — siamo invece così esposte. Una ha detto che bisogna educare le nostre figlie a riconoscere l’abuso, ma io credo che bisogna educare soprattutto i figli. Una ha domandato: perché non hai reagito?, senza rendersi conto di spostare ancora una volta la responsabilità sulla vittima. Uomini e donne hanno scritto: mi dispiace; ma non mi è accaduta una disgrazia personale, ho subito una delle tante forme di violenza che sistematicamente subiscono le donne nel nostro Paese — di questo dobbiamo parlare. Una mi ha scritto che, quando è accaduto a lei, si è sentita sporca e in colpa.

Io no. Sono abbastanza adulta e consapevole per non reputarmi più complice dell’abuso altrui, anche quando non mi ribello, quando lo tollero. So che la disparità di potere condiziona, e lui era in una posizione di potere rispetto a me. Ha approfittato del suo ruolo: un ruolo delicatissimo, quello della cura. Forse ha pensato che non capissi, che fossi sprovveduta? È pure questo che umilia, della violazione: chi la esercita sottrae all’altra intelligenza.


Se le parole sono più forti delle ideologie

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Stampa

Avevo dodici anni quando il ragazzo con la macchina rossa mi seguiva dappertutto, cercando di incastrarmi nelle strade isolate che da casa mi portavano a scuola. Di anni lui ne aveva almeno venticinque, aveva deciso che ero la sua fidanzata, lo aveva anche detto in famiglia. Per anni, da allora, ho imparato a correre veloce, non camminare da sola e soprattutto, ad avere paura. Non l’ho mai detto ai miei genitori. Mi vergognavo io. La mia amica Laura ne aveva venti quando il fidanzato che voleva lasciare l’ha sbattuta contro il muro mettendole le mani al collo. Ho un’altra cara amica che ne aveva venticinque quando il compagno l’ha picchiata in macchina perché era geloso. Non si è fermato nemmeno quando il suo naso ha cominciato a sanguinare. Conosco una minorenne che è stata abbordata on line da un adulto separato con figli, violentata, messa incinta, tratta in salvo da una complicata e silenziosa rete perché il mondo non doveva sapere. Lui non è mai stato denunciato. Nessuna delle storie che racconto, è mai stata oggetto di denuncia.

Conoscevo una diciannovenne la cui madre arrivava dalla Romania che è stata buttata giù da un palazzo dove non abitava, e il colpevole non è mai stato trovato. So di ragazze violentate da compagni di classe, o coinquilini. Potrei continuare a lungo, per ore, e voi?

Ho capito cos’è disturbante nei politici che negano l’esistenza del patriarcato (se il problema è il nome, chiamiamolo Paperino) e che speculano su delinquenti da strada e immigrati marginali. A essere disturbante è il confronto con la realtà. Quella che incontriamo nella vita quotidiana, senza neanche bisogno di frequentare centri antiviolenza o tribunali. Sono stata ore ad analizzare i dati del ministero dell’Interno, paragonati con quelli dell’Istat e con le ricerche del Censis. Dicono questo: la maggior parte delle violenze sulle donne avvengono da parte di chi ha le chiavi di casa. Ed è per questo che le ragazze in piazza le agitano forte facendo rumore (quelle ragazze che sabato hanno affollato manifestazioni blindate da decine e decine di camionette di polizia in tenuta antisommossa come se ci fosse una rivoluzione violenta in atto. Non c’era). I dati dicono anche che i femminicidi sono in leggero calo, non abbastanza forte da indicare una tendenza, ma qualcosa è stato fatto.

Il codice rosso, il codice rosa, l’obbligo di allontanamento, le norme antistalking a volte non bastano, non funzionano, a volte però salvano vite. Dobbiamo dirci che c’è ancora tanto lavoro da fare, ma dobbiamo dirci anche questo: non è inutile, non è vano, soprattutto quando la politica – come in questi casi – è stata capace di lavorare insieme. Il numero 1522 che dovrebbe essere pubblicizzato in ogni ufficio o luogo pubblico e su ogni sito istituzionale, a partire da quelli di scuole e università, esiste da tanti anni ma viene usato di più in corrispondenza delle campagne di informazione. Parlare serve. E invece di litigare su quanto i manifesti di questa o quella associazione possano esser fuorvianti rispetto alla “vera violenza”, dovremmo restare uniti a combattere ogni forma di patriarcato. Scusate, Paperino. Dovremmo avere il coraggio di dirci che nessuna donna è libera se non ha la libertà economica per lasciare una casa dove un compagno la picchia o minaccia. Che se siamo il terzultimo Paese europeo nella serissima classifica del gender gap index, dopo di noi solo Ungheria, Repubblica Ceca e Turchia, all’87esimo posto nel mondo, otto posizioni in meno rispetto al 2023, c’è un problema culturale enorme da affrontare. Che se non siamo capaci di parlare di affettività, relazioni e sesso nelle scuole non daremo gli strumenti ai ragazzi e alle ragazze per capire che nessuno possiede mai nessuno; che se dico no è no, non sto facendo la preziosa; che un corpo che non sa difendersi non è un corpo a disposizione.

Ho passato anni a vedere donne dividersi sul modo giusto di affrontare la violenza che subiscono. E femministe dividersi sulle parole giuste da usare. E destra e sinistra dividersi sui pronomi. E cattolici e laici dividersi sull’aborto. Ma se tutti tenessimo fermo l’obiettivo, salvare le Giulia Cecchettin e le piccole Aurora o le tante donne anziane uccise quest’anno da uomini con cui avevano condiviso una vita intera, se lasciassimo le ideologie chiuse in un cassetto e guardassimo alla realtà che ognuno di noi ha davanti, quanta strada potremmo fare? So che in molti pensano che il lavoro culturale serva a poco, che l’uomo è lupo la donna è preda, succede dalla notte dei tempi bisogna solo imparare a difendersi. È un discorso così vecchio e così privo di fiducia nell’umanità che non solo non lo condivido, non lo capisco. Sono certa che se cominciassimo a parlare diversamente con i nostri ragazzi e le nostre ragazze, le cose non potrebbero che cambiare. Sono sicura che se il modello della gelosia morbosa non fosse così presente nell’immaginario, anche televisivo, non farebbe così presa sulle nuove generazioni. Ho fiducia nella possibilità di fare un patto che vada da Elly Schlein a Ignazio La Russa passando per Giorgia Meloni, se si superano la propaganda e il desiderio di dire che l’altro sbaglia concentrandosi sull’obiettivo: risalire quelle classifiche, creare un Paese in cui le bambine di dodici anni non scappano non si vergognano non pensano è colpa mia. Ce lo chiedono quelle ragazze colorate nelle piazze con i loro cartelli sull’autunno del patriarcato. Andare loro incontro in tenuta antisommossa, non porterà nulla di buono.


Putin e il sogno dell’Ucraina come Stato fantoccio di Mosca: il suo piano per dire sì alla tregua

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Sembrerebbe una provocazione, non fosse un documento vero. Rimbalzato sui media nelle stesse ore in cui Kiev ricordava l’Holodomor, la più grande tragedia della sua storia, la feroce carestia progettata da Stalin novantuno anni fa che sterminò milioni di ucraini. Vladimir Putin avrebbe approntato un piano per l’Ucraina che vorrebbe presentare al presidente americano Donald Trump.

Nell’osceno testo rivelato dall’ucraina Interfax, il presidente russo punta ad annettersi l’intera parte orientale, a instaurare un governo filorusso nel centro del Paese e a consegnare soltanto l’area occidentale, definita “controversa”, all’Occidente. Segnatamente, il destino dell’ovest dovrà essere concordato da Polonia, Ungheria e Romania.

Il documento segreto, elaborato dal ministero della Difesa russo e legato dall’intelligence ucraina, rivela l’intenzione di Putin di trasformare l’Ucraina, in sostanza, in uno stato fantoccio controllato in gran parte da Mosca. L’est annesso direttamente alla Russia comprenderebbe non soltanto il Donbass attualmente controllato quasi tutto dalle truppe russe, ma anche regioni che sono ancora in mani ucraine come Zaporizhzhia e Kherson.

Gli oblast centrali, Sumy, Odessa e quello della capitale Kiev, verrebbero trasformati in un’”unità statale filorussa”, si legge nel documento. Il progetto sarebbe quello di farlo governare da uomini fedeli a Mosca e presidiare dall’esercito russo.

In cambio del piano che sfascerebbe l’Ucraina mettendola sotto il tacco di Mosca, Putin sarebbe disponibile a discutere un cessate il fuoco, racconta l’agenzia di stampa Reuters. Ovviamente Kiev dovrebbe dire per sempre addio al sogno di aderire alla Nato.

Intanto è emerso anche un documento dell’intelligence americana che accusa Putin esplicitamente di essere il mandante di una serie di omicidi commissionati all’estero. I servizi hanno esplicitamente rintracciato la “manina” di Putin, ad esempio, nell’esecuzione di Alexander Litvinenko, l’ex agente segreto russo avvelenato con il polonio diciotto anni fa, ma anche nell’omicidio dell’uomo d’affari Alexander Perepilichnyy, assassinato “presumibilmente con una tossina biologica” nel 2012. Entrambi furono assassinati a Londra e sono alcuni degli esempi più famosi della scia di sangue che Putin ha lasciato anche fuori dalla Russia.

“Putin probabilmente autorizza gli assassinii di personaggi di alto profilo all’estero”, sostiene il testo rivelato da Bloomberg, che risale al 2016. Il “primo caso chiaro” luogo di un’esecuzione commissionata dal presidente russo risalirebbe al 2004 in Qatar. Ma nel testo di otto anni fa, gli americani scrivono che “gli assassinii ordinati dal Cremlino all’estero probabilmente proseguiranno”. E l’impennata di disertori, uomini d’affari che hanno voltato le spalle al Cremlino e oppositori che nel frattempo sono morti in circostanze misteriose, che sono caduti da balconi o deceduti per improvvisi malori, in effetti, è innegabile.


Andrea Pilotti – Per i votanti quesiti sempre più complessi (e una politica rinunciataria?)

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 


Israele, anche i giovani ultra-ortodossi dovranno arruolarsi

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

I leader dei partiti ultraortodossi israeliani sono furibondi da quando il nuovo ministro della difesa Israel Katz ha annunciato di voler rispettare la decisione del predecessore Yoav Gallant e procedere all’invio di 7000 cartoline di coscrizione agli ultraortodossi dai 16 anni e mezzo in su. A nulla sono valse le rassicurazioni del ministro e dell’esercito che promettono di implementare il provvedimento gradualmente, garantendo il massimo rispetto del grado di osservanza degli interessati che continuerebbero a studiare anche nel corso del servizio militare in condizioni e strutture studiate appositamente per le loro esigenze. Il portavoce di Yahadut Hatorà, la lista congiunta dei partiti ashkenaziti, ha definito la scelta del ministro una “dichiarazione di guerra da parte del Likud nei confronti del mondo della Torà”, un tradimento che potrebbe giustificare persino l’abbandono del governo da parte dei partiti ultraortodossi. 

Così domenica mattina, giorno previsto per l’inoltro delle prime 1000 convocazioni, il quotidiano Yated Ne’eman legato al partito lituano Degel Hatorà invitava i giovani a disertare ignorando le chiamate a presentarsi ai centri di arruolamento. I lituani, attualmente guidati dal rabbino Moshe Hillel Hirsch, vedono nella diserzione un vero e proprio precetto religioso, ma fanno riferimento ai giovani che studiano effettivamente nelle yeshivòt, mentre lasciano al partito sefardita orientale dello Shas il compito di occuparsi di quelli che lavorano o bighellonano nelle strade pur usufruendo degli aiuti statali. Intanto, in attesa che le maggiori autorità rabbiniche si pronuncino sul da farsi, i giovani delle frange estremiste del Peleg Yerushalmi non hanno tardato ad invadere le strade bloccando il traffico nelle ore di punta e ribadendo di preferire la prigione o la morte piuttosto che arruolarsi”.

Non si tratta solo dell’ennesimo sviluppo intorno alla legge sulla circoscrizione obbligatoria al quale assistiamo dall’entrata in carica dell’ultimo governo nel gennaio 2023, bensì di una fotografia delle complesse dinamiche interne e delle faide che hanno esasperato la società ebraica israeliana ancora prima del 7 ottobre. L’esenzione degli ultraortodossi è diventata ormai una questione politica, merce di scambio utilizzata da Netanyahu per conservarsi la poltrona godendo dell’appoggio dei partiti che gli hanno consentito di formare la coalizione. Sino ad ora il primo ministro israeliano era riuscito a barcamenarsi, rinviando la questione per tenersi buoni gli alleati, ma ora l’esercito non può più permettersi di aspettare. Impegnato su molteplici fronti – si parla addirittura di 7 per i prossimi 5 anni- l’IDF afferma di necessitare urgentemente di uomini per rimpinguare le file dei riservisti esausti e dei soldati di leva nelle unità di combattimento. A fare pressione su Netanyahu ci si mettono anche lo sdegno e la collera dell’opinione pubblica laica che da oltre un anno porta sulle proprie spalle il peso della guerra, pagando un prezzo enorme in termini economici, di fatica e di vite umane. Basterebbe la tragica vicenda della famiglia del generale Gadi Eisenkot che dal 7 ottobre ha già seppellito tre giovani soldati, a fungere da monito per gli ultraortodossi a condividere l’onere con i connazionali, ma la vicenda è più articolata.

Proprio il fatto di percepirsi quale perenne oggetto di trattativa sembra aver arrestato, se non invertito, il trend che negli ultimi anni vedeva la società ultraortodossa, almeno nelle sue componenti più moderne, spostarsi gradualmente verso posizioni sempre più sioniste. Se tuttavia è essenziale tagliare i sussidi alle famiglie che vivono sistematicamente a spese dello stato senza contribuire alla collettività generale, il fatto che tale contributo alla società passi attraverso il servizio militare proprio nelle unità da combattimento desta non poche perplessità. Tra le voci critiche l’avvocato e novellista Yair Nehorai che mette in guardia i laici dal rischio che l’integrazione dei charedìm, lett. i timorati, cambi definitivamente il volto dell’IDF facendolo diventare “l’esercito di Dio”, come del resto confermano gli studi di ricercatori come il professor Yagil Levy sulla già problematica influenza delle frange sioniste fanatiche che teocratizzano il campo di battaglia. Malki Rotner, attivista della comunità chassidica di Belz, si dichiara preoccupata di fronte alla consegna di armi a giovani privi di nozioni basilari di educazione civica e democrazia (solo nelle scuole femminili si studiano materie secolari), che rischiano di venire mossi da pericolosi e infantili propositi di vendetta senza mezzi termini.

Eticamente parlando, ciò che inquieta maggiormente è constatare come il rifiuto della società ultraortodossa di abbracciare le armi non provenga più da ideali di pacifismo, come invece avveniva sino ad alcuni anni fa. Recentemente la societa charedì ha tradito la propria natura diasporica, quella che l’ha portata ad opporsi al sionismo e alle istituzioni che vedevano nella fondazione dello stato l’inizio della redenzione. Per quanto “miracolosa” in relazione allo sterminio subito in Europa, la nascita di Israele per la popolazione ultraortodossa non rappresenta quell’inizio di redenzione, atchalta degheula, che vi vedono, oggi più che mai, i sionisti seguaci del rabbino Kook. Nella teologia charedì Dio è presente in Israele, ma ancora nella Sua dimensione celata, ovvero come in diaspora. Tale posizione, nei primi decenni dalla fondazione dello Stato ebraico, si è tradotta in un ruolo sostanzialmente passivo degli ultraortodossi, estranei all’uso della forza, e sospettosi delle istituzioni laiche – a cominciare dal sistema giuridico che non riconoscono- benchè queste, in cambio dei voti, abbiano arrogato ai loro uomini il privilegio di studiare la Torà a tempo pieno, diritto di cui mai avrebbero goduto in Europa.

Nella fase di transizione da minoranza debole ed emarginata a settore in costante crescita demografica, che esercita ormai un potere politico di rilievo, anche grazie all’altissima percentuale di votanti che si avvicina al 100%, la società ultraortodossa sta tuttavia cedendo alla seduzione della forza, della superbia e della tracotanza, senza però aver imparato a governare, cosa che in democrazia implica la necessità di preoccuparsi anche degli altri, abbandonando una posizione autoreferenziale e uscendo da una politica di settore. Pur del tutto estranei per tradizione alla narrazione messianica di Ben Gvir, ubriachi del potere recentemente acquisito i charedìm rischiano oggi di dimenticare che la popolazione ebraica israeliana è vulnerabile e, soprattutto, che vi sono altri attori sul campo con i quali si deve convivere nel rispetto reciproco. Il loro rifiuto di prestare il servizio militare deriva principalmente dalla paura che esso metta a repentaglio l’osservanza dei giovani esponendoli al rischio di assimilazione alla società laica, nulla a che vedere insomma con quegli ideali che potrebbero ancora farne un’alternativa radicale alla società capitalista. L’equilibrio si potrà raggiungere forse solo in una dimensione intermedia di osmosi e influenza reciproca tra sionisti e ultraortodossi non più contrapposti, un terzo spazio collocato tra diaspora e redenzione, che tenga conto della sovranità acquisita, ma senza flirtare con deliranti fantasie messianiche che introducono un uso della forza spropositato e deleterio. Ma soprattutto la democrazia ebraica non ha speranza di sopravvivere se non viene urgentemente ripristinato il rispetto dell’altro in tutte le sue forme. “Amerete lo straniero perché stranieri foste in terra d’Egitto” è un monito che ricorre diverse volte nel Pentateuco, forse proprio perché è così difficile da implementare, ma è anche l’unica vera chiave per l’uscita dalla crisi prima di precipitare definitivamente nel baratro.

Nell’immagine: ebrei ultraortodossi protestano contro l’arresto di un giovane che ha rifiutato di presentarsi all’ufficio di arruolamento dell’esercito nel 2019


L’80% delle vittime sono state uccise in casa. Pulizia etnica nel nord di Gaza

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

«Circa l’80% delle vittime accertate sono persone uccise in edifici residenziali». Il dato, reso noto da un nuovo rapporto dell’Onu, non è solo un numero: è lo specchio del tipo di offensiva che le autorità israeliane hanno scelto di perseguire a Gaza. Lo avevano detto nelle ore immediatamente successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha ucciso 1.100 israeliani: a Gaza non ci sono civili innocenti. Da cui il bombardamento a tappeto degli edifici residenziali, ovvero le case. L’obiettivo militare è politico: rendere l’enclave palestinese inadatta alla vita, costringere più persone possibile ad andarsene e a nord sostituirle con coloni israeliani.

L’altra conseguenza del mettere nel mirino le abitazioni è un bilancio di vittime che non ha precedenti nelle guerre post-1945: ieri erano salite a 44.176 in 13 mesi (120 nelle ultime 48 ore), a cui va aggiunto un numero indefinito di dispersi, sui 10mila, un’oscillazione dovuta al ritrovamento di corpi scomparsi da tempo e nuovi cadaveri sotto le macerie. Un bilancio reale è impossibile, a Gaza sono saltate tutte le normali reti sociali di comunità e vicinato, nelle case ancora in piedi vivono famiglie sfollate da ogni parte della Striscia.

IERI L’AVIAZIONE israeliana ha colpito da nord a sud. Nella parte meridionale, a Khan Younis, l’esercito ha pubblicato su X un nuovo ordine di evacuazione, mentre al centro si sono intensificati gli attacchi soprattutto sul campo profughi di Nuseirat, teatro in questi mesi di molti dei peggiori massacri. Ieri è stata centrata la moschea al-Farooq. Nel campo di al-Bureij tre uccisi, un bambino e i suoi genitori; a Beit Lahiya nel mirino di nuovo l’unico ospedale operativo del nord, il Kamal Adwan, sotto assedio da inizio ottobre: due uccisi dal fuoco israeliano sparato sull’ingresso settentrionale.

«È in corso un assedio durissimo, niente cibo, acqua, aiuti, mentre le forze israeliane continuano a colpire l’ospedale – racconta la giornalista Hind Khoudary – L’entrata è stata colpita, così il tetto, le cisterne dell’acqua e il sistema dell’ossigeno. Non ci sono team di soccorritori e ci sono persone ancora intrappolate sotto le macerie». I colpi di venerdì, ha raccontato Hussam Abu Safia, direttore del Kamal Adwan, hanno ferito 12 membri dello staff e provocato danni seri «al generatore elettrico, alle reti dell’ossigeno e dell’acqua e terrorizzato i pazienti, compresi donne e bambini».

SECONDO I DATI dell’agenzia umanitaria dell’Onu Ocha, a nord sarebbero presenti ancora 60mila palestinesi dei 400mila pre-assedio iniziato il 6 ottobre scorso. L’espulsione forzata è stata realizzata con la forza come denunciato da inchieste giornalistiche e associazioni internazionali dopo il lancio (seppur ufficioso) del cosiddetto Piano dei Generali.

Ieri pomeriggio il portavoce delle brigate al Qassam di Hamas, Abu Obeida, ha annunciato la morte di un’israeliana ostaggio nel nord di Gaza, attribuendone la responsabilità a un raid israeliano. Di ostaggi Tel Aviv sembra non parlare più, con le voci critiche nel paese che leggono proprio nel Piano dei Generali il definitivo abbandono dei cento ancora a Gaza. Tra loro, i manifestanti che di nuovo ieri hanno protestato davanti alla residenza del presidente Herzog.

Nell’immagine: La moschea al-Farooq di Nuseirat colpita ieri


Ex sorosiano e gay, Bessent va al Tesoro: Sconfitto Musk, vince Wall Street

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

NEW YORK – Un cocco di George Soros alla corte di Donald Trump. Già questo dovrebbe bastare a incuriosire, riguardo la singolarità della scelta di Scott Bessent come prossimo segretario al Tesoro, ma invece è solo l’inizio delle sorprese. Che riguardano un po’ la vita personale, come il fatto di essere gay dichiarato, sposato, e padre di due figli ottenuti con la maternità surrogata; e quella politica, dove Elon Musk aveva sconsigliato di assumerlo, accusandolo di essere troppo rassicurante per Wall Street e poco incline al cambiamento e ai dazi promessi da Donald.

Bessent viene dalla South Carolina, Stato solidamente conservatore dove gli schiavisti confederati avevano sparato le prime cannonate della Guerra civile contro la base unionista di Fort Sumter, ma ha studiato economia nella liberal Yale. Fresco di università era stato assunto da Soros, diventando così importante da gestire le operazioni a Londra del finanziere di origini ungheresi, proprio negli anni in cui aveva incassato miliardi scommettendo contro la sterlina. Eppure quell’esperienza l’aveva sfruttata anche per entrare nelle grazie della corte, e in particolare di Carlo e Camilla, che lo avevano invitato spesso a Buckingham Palace e sono stati in vacanza nella sua villa agli Hamptons.

Visto il successo ottenuto con Soros, Scott ha pensato bene di mettersi in proprio, lanciando il suo hedge fund Key Square Group con un capitale iniziale di 4,5 miliardi di dollari. Ha sposato il procuratore John Freeman, avendo con lui due figli attraverso la maternità surrogata. E chissà se adesso il governo italiano lo arresterà, per essersi macchiato di questo “reato universale”, quando si presenterà a Roma per incontrare il collega Giorgetti.

Bessent, 62 anni, ha coltivato il rapporto con Trump fin dall’inizio, organizzando per lui raccolte di finanziamenti elettorali in South Carolina, proprio mentre l’ex governatrice dello Stato Nikki Haleylo sfidava nelle primarie. Quando il miliardario John Paulson si è ritirato dalla corsa al Tesoro, Scott è diventato il favorito, salvo poi scontrarsi con le ambizioni del capo del personale della transizione, il ceo di Cantor Fitzgerald Howard Lutnick, che aveva improvvisamente scoperto di essere lui stesso il miglior candidato per il posto per cui stava cercando un occupante. Musk è pesantemente sceso in campo, scrivendo che Bessent era l’uomo sbagliato al posto sbagliato, perché troppo «business as usual».

Per un po’ Trump ci ha riflettuto su, considerando le alternative di Kevin Warsh e Marc Rowan. Poi però deve essersi convinto che con Scott avrebbe preso due piccioni con un fava, tranquillizzando i mercati proprio grazie ad una scelta «business as usual», e rimettendo al proprio posto il presidente ombra Elon.

Bessent, capelli brizzolati e occhiali da professore, ha pure il look giusto per far digerire le idee più minacciose di Trump. Però gli estremisti Maga temono che il lupo perda il pelo ma non il vizio, e quindi Scott resterà sempre un inguaribile globalista. Lui stesso, peraltro, ha confessato al Financial Times: «La mia visione generale è che, alla fine della fiera, il presidente favorisca il libero commercio».

Quindi i dazi che Bessent dovrà imporre sono solo uno spauracchio negoziale per ottenere condizioni più vantaggiose negli scambi, invece di un grimaldello per scardinare il sistema economico mondiale di cui gli Usa sono i primi beneficiari: «L’idea che voglia ricreare una crisi di convenienza economica – ha aggiunto ad Axios – è assurda».

Dunque lotta senza quartiere all’inflazione, al punto che Scott aveva proposto di nominare subito un nuovo presidente della Fed ombra, per condizionare quello in carica Powell a soddisfare i desideri di Trump. Poi però ci ha ripensato, sfoggiando moderazione.

Ora il successo di Bessent, e la salute di tutti i Paesi alleati come l’Italia che verrebbero massacrati dai dazi, dipenderanno proprio dalla sua capacità di camminare indenne sopra questa asse di equilibrio: placare l’estremismo Maga, senza devastare l’economia globale e generare la recessione che Biden ha evitato.

Nell’immagine: Scott Bessent


Femminismo, se della parola si occupano gli uomini

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Francesca Sensini, il manifesto

«Ma va a casa e torna alle tue occupazioni, / al telaio e alla conocchia; della parola si preoccupino gli uomini / tutti e soprattutto io, che ho il comando in questa casa». Così parla Telemaco alla madre Penelope in Odissea I, vv. 356-359. I primi versi si trovano quasi identici nell’Iliade, VI, vv. 490-493. Bisogna solo sostituire «parola» – mýthos, la parola del racconto – con «guerra», pólemos. Questa volta è Ettore a parlare. Si rivolge alla moglie Andromaca, che gli va incontro alle Porte Scee.

Ora, lasciando da parte in questa sede le questioni filologiche legate a Iliade e Odissea, possiamo affermare che dai poemi omerici, testi fondativi della nostra tradizione letteraria e riserva inesauribile di temi e riflessioni, emerge un dato: nella società micenea, che Omero racconta, agli uomini spetta parlare e occuparsi della guerra; alle donne spettano le faccende domestiche. Le donne delle classi dominanti hanno poi il comando diretto su donne di condizione servile.

Entriamo di più nel contesto dei versi. Nell’Odissea, Telemaco reagisce a una richiesta della madre: Penelope ha lasciato il gineceo per ascoltare l’aedo Femio, occupato a intrattenere i pretendenti cantando i viaggi di ritorno dei Greci dalla guerra di Troia. Per la regina è un argomento doloroso. Per questo invita Femio a sceglierne un altro. Si può comprendere: è la moglie di Odisseo, partito vent’anni prima per la guerra di Troia, lasciandola con un bambino appena nato; forse il marito è caduto in quell’assedio; in ogni modo, non ci sono segni di un suo ritorno. Però il figlio la riprende, cogliendo l’occasione per affermare la sua autorità di figlio del re. Il comportamento materno è sentito come espressione di debolezza e di sentimenti poco onorevoli quando si tratta di gloria guerresca, il valore massimo per gli uomini omerici. Telemaco rimette quindi Penelope, letteralmente, al suo posto: lo spazio del privato, opposto a quello della parola pubblica, del canto epico, dell’elaborazione artistica dell’immaginario, destinato a fare da splendido sostegno a un’idea del mondo e della società precise. Penelope torna così al piano superiore, nel gineceo, obbedendo al pater familias supplente.

Nel caso dell’Iliade, Ettore risponde ad Andromaca che prova a consigliarlo in materia di guerra. La guerra ha già sterminato la sua famiglia di origine. Nel caso il marito morisse e Troia, senza di lui, cadesse in mano dei nemici, Andromaca sarebbe ridotta in schiavitù e condannata a diventare la concubina di un Greco. Il figlioletto, in quanto maschio, verrebbe ucciso. Per amore della vita, la donna esorta il marito a non comportarsi da eroe. Ma, in Omero, gli uomini o sono guerrieri valorosi o non sono degni di rispetto. Sono educati così; Ettore lo spiega bene. Il discorso di Andromaca gli suona, in fondo, come un discorso da donne, incapaci di comprendere i valori eroici, ripiegate in un privato ignaro e tremante, destinate a essere protette, oppure rapite, bottino di un qualche nemico.

Come la madre, anche Astianatte piange tra le braccia dell’ancella quando il padre, catafratto nell’armatura, con il cimiero minaccioso, gli si avvicina. Ecco, le donne e i bambini: il gruppo solidale che rappresenta l’umanità, la vita nella sua mortalità, privata degli orpelli dell’eroismo, vulnerabile e misteriosamente commovente, e che ritorna in scena a ogni nuova guerra. Alla paura del bimbo, Andromaca sorride e piange insieme; Ettore sorride, si toglie l’elmo, solleva tra le braccia il piccolo e lo offre, in una preghiera, al suo destino di uomo: si augura che cresca simile a lui e che un giorno qualcuno dica «è molto più forte del padre / quando verrà dalla lotta. Porti egli le spoglie sanguinanti / del nemico abbattuto, se ne rallegri in cuore la madre!» (vv. 479-481). Astianatte non crescerà e le spoglie sanguinanti saranno le sue, nelle mani di un altro figlio guerriero di un padre guerriero. Un’altra madre sarà orgogliosa dei massacri del bambino diventato uomo più forte del padre; non Andromaca.

Alle radici del nostro immaginario c’è dunque una guerra, la prima di una lunga serie. C’è il patriarcato, uno dei codici sorgenti delle società di classe, compresa quella in cui viviamo oggi. La parola rimanda a una storia millenaria che ha portato al predominio di un sesso solo e alla definizione di una gerarchia, istituzionalizzata e simbolica, incardinata nelle leggi, naturalizzata nel senso comune, consegnata ai prodotti dell’immaginario come un dato ineludibile di realtà, iscritta nei corpi. Questa gerarchia determina dei rapporti di forza, fortunatamente soggetti a mutamenti storici, come ogni fenomeno umano.

Omero è il primo testimone di quest’ordine verticale, della divisione dei sessi e del lavoro che esso determina, assegnando alle donne la casa, la cura della famiglia, i sentimenti; agli uomini la dimensione pubblica, la parola autorevole, universalmente valida, neutra, ma anche la guerra, la necessità di essere forti e di non avere paura, di non mostrare i propri sentimenti, la violenza agita e subita come misura della propria dignità. Tutto questo è un’evidenza, da cui si può partire per ragionare e confrontarsi con serietà e strumenti rigorosi, senza voler mettere le brache alla storia né pretendere dal mondo antico la condivisione dei nostri pensieri, delle nostre preoccupazioni e delle nostre lotte. Ma senza neppure affermare che il nostro immaginario – mitico, letterario, artistico – non sia sessualmente connotato o che uomo voglia dire umanità, perché storicamente non è così.

Parlavo dell’evidenza dell’ordine patriarcale in Omero. Ebbene, su questa evidenza nessuno, durante gli anni della mia formazione liceale e universitaria, ha mai attirato la mia attenzione. Eppure ho avuto insegnanti preparatissimi, uomini e donne. Nel famoso incontro di Ettore e Andromaca mi veniva additata la bellezza di una famiglia sullo sfondo atroce della guerra, la dolcezza dei due sposi innamorati e del loro piccolo, la dignità di Ettore, così umano nel togliersi l’elmo per prendere in braccio il figlio, l’aura straziante del vinto che soccombe dalla parte giusta. All’epoca, dunque, contemplavo una versione omerica della sacra famiglia e tifavo per i Troiani, invece di interrogarmi sul fato di un’umanità che aveva come unico orizzonte la guerra e la rapina.

Forse per certe prospettive, i tempi non erano ancora maturi. Forse non c’era neppure tempo per scavare negli strati più profondi del nostro patrimonio culturale, delle nostre strutture psichiche. Il tempo manca anche oggi ma gli strumenti per scavare ci sono. Basta interrogarli, liberandoci dalle tentazioni di una falsa coscienza. Non è più possibile ignorare decenni di teoria femminista, scartare in blocco, senza considerarla seriamente, la proposta, sempre più ricca, di opere di scrittrici, filosofe, poete, intellettuali scivolate nello scantinato della storia dopo morte perché private di attenzione critica, non fare i conti con una cancellazione che è un dato storico e con creazioni che fanno sì parte del nostro immaginario comune, e che possono essere esteticamente compiute, ma non sono neutre; sono un’elaborazione unicamente maschile, inserita in quei famosi rapporti di forza che la gerarchia patriarcale impone. Un allargamento di prospettiva non toglie nulla ma aggiunge voci, bellezza e autorevolezza ai testi, ai contenuti dei programmi scolastici, mettendoli in relazione con la vita e l’esperienza.

Chiudo con i versi di un poeta greco vissuto nel secolo scorso, Yorgos Seféris. Come Andromaca, come Penelope, Seféris è stanco e sgomento di fronte alle continue catastrofi umane, della Grecia, nostre. Si mette dalla loro parte, quella dell’umanità nuda, che riconosce i propri limiti mortali e che vuole vivere, sperare in una qualche felicità; un’umanità che il patriarcato respinge, bollandola come femminile, in senso deteriore, inferiore per natura.

Nel 1934 Seféris scrive Astianatte e immagina che Andromaca sia scappata prima della caduta di Troia, lasciandosi alle spalle il marito e il suo cimiero, portando con sé il figlio, salvandolo, per crescerlo altrimenti, lontano da logiche di dominio, da mortiferi maestri e dalla paura: «Ora che parti e che del compimento / Il giorno è sorto, e che ciascuno ignora / Chi ucciderà, come verrà la fine, / Con te prendi il bambino che ti nacque / All’ombra di quel platano: maestri / Gli siano gli alberi».


L’incubo americano

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Romano Prodi e Massimo Giannini, La Repubblica

Massimo Giannini: Professor Prodi, nonostante tutto quello che abbiamo raccontato sui suoi quattro anni tumultuosi alla Casa Bianca, sulle politiche fatte solo per i ricchi, sulle accuse di sessismo, sui processi, sulle condanne, sull’assalto eversivo a Capitol Hill, sulle braccia tese a Putin, Trump rivince e diventa il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti. Rivince a valanga espugnando gli Stati-chiave dalla Pennsylvania al Michigan. Rivince conquistando Senato e Camera e annunciando «l’età dell’oro». Rivince dicendo che i migranti haitiani negli Stati del Sud mangiano i gatti degli americani. Rivince dicendo che lui ha bisogno degli stessi generali che aveva Hitler. Perché gli americani riaprono a lui le porte della Casa Bianca, dopo tutto quello che ha fatto o non ha fatto dal 2016 a oggi? Ci sono i limiti della sinistra, ma ancora una volta mi pare abbia prevalso la voglia dell’uomo forte, che quindi significa dell’America forte, che pensa a fare grande se stessa e se ne frega dei problemi del mondo. Da questo punto di vista, credo che sull’immaginario degli americani l’attentato a Butler del 14 luglio abbia avuto un impatto determinante. Quel «fight, fight, fight» che Trump urla al cielo dopo essere stato colpito all’orecchio resta nella storia. “The Donald” che arringa la folla col solito impeto distruttore, che all’improvviso si scuote, si accascia, viene sommerso dagli uomini della security mentre intorno scoppia il caos, e dopo pochi secondi lui che si rialza con il sangue che gli cola sul viso dall’orecchio ferito, alza il pugno in alto e con quel «combattete, combattete, combattete» chiama il suo popolo alla lotta, come esige il titanismo del tycoon, così abile e bugiardo, e come pretende l’epopea di una nazione che ha costruito il suo mito fondativo sugli eroi capaci di cadere e di risollevarsi giorno per giorno, metro per metro. Voglio dire che la leggenda del commander in chief invincibile, in missione per conto di Dio, non può non imporsi, in un’America che ha smarrito se stessa.

Romano Prodi: Non c’è dubbio che, tra le tante ragioni per le quali gli americani lo hanno votato, l’idea del “macho” è quella prevalente: l’uomo solo al comando, il tambureggiante «America first». È il riflesso della frustrazione americana, delle divisioni e delle fratture sociali della nazione che si affida a quello che le sembra il più forte e il più capace di ricomporle una volta per tutte. Non per nulla a votare in massa per Trump è stato il maschio protestante ed evangelico, cioè il nucleo duro della sua rappresentanza politica, il blocco sociale più adatto a trasformare l’«America first» in una vittoria.

M.G.: E torniamo al solito forgotten man, che l’aveva fatto vincere nel 2016 e lo fa rivincere anche nel 2024. Mi chiedo però per quale motivo i democratici, nonostante le politiche sociali di Biden, non abbiano intercettato quel voto (…) Può bastare una sceneggiata al McDonald’s di Feasterville in Pennsylvania, uno dei sette Stati-chiave dove si è deciso il voto, con “The Donald” in grembiule a servire Big Mac e Filet-O-Fish, a convincere i maschi bianchi impoveriti dalla deindustrializzazione a votare per lui? E che dire del solito Musk, che per sostenerlo lancia la lotteria da un milione di dollari al giorno per chi, registrato al voto in uno dei sette wing-states, sottoscrive la petizione «a favore della libertà di parola e del diritto di portare armi»?

R.P.: Lo sappiamo, le campagne elettorali, soprattutto negli Stati Uniti, vivono anche di questi colpi a effetto. Ma insisto: il problema vero è che la maggioranza degli americani ha ritenuto che l’amministrazione Biden non abbia fatto quello che doveva per difendere i loro portafogli dal carovita.

E poi, per riprendere il filo del mio ragionamento, vi è stato un secondo ostacolo, forse persino più difficile da superare, cioè il sostanziale fallimento delle politiche sulla sicurezza interna, sul ruolo internazionale degli Stati Uniti e sull’immigrazione, la cui gestione, affidata proprio a Kamala Harris durante i quattro anni del mandato, è stata timida, confusa, contraddittoria…

M.G.: Detto questo, professore, il grande punto interrogativo adesso è un altro: che farà Trump? Cosa ci dobbiamo aspettare da questo ritorno alla Casa Bianca di un uomo che, come racconta il film-biopic The Apprentice, ha avuto per maestro uno spregiudicato avvocato newyorchese che gli ha lasciato questi tre insegnamenti: attacca in continuazione, non dire mai la verità, nega sempre di aver perso.

R.P.: Con un personaggio del genere non c’è nulla su cui puoi mettere la mano sul fuoco e dire «farà così». Per gli insegnamenti e le esperienze che ha avuto e certamente per il suo carattere, Trump inizia il suo secondo mandato all’insegna dell’inaffidabilità assoluta, che non potrà che essere dannosa. Per Trump la Costituzione non è altro che carta straccia e purtroppo la conseguenza non potrà che essere un ulteriore affievolimento della democrazia, non solo negli Stati Uniti, ma a livello mondiale.

M.G.: Cominciamo dall’economia. Il primo Trump aveva combinato poco o niente… Come sarà la Trumponomics nel secondo mandato?

R.P.: Per Trump l’economia è una sfida urgente e importante. La sua dottrina è: «Abbassiamo le tasse». Detta così, sembra semplice. È chiaro che «abbassiamo le tasse» è il magnifico slogan che l’ha accompagnato durante tutta la campagna elettorale, insieme a «picchiamo sui migranti». A queste due ricette – che funzionano in tutte le campagne elettorali – Trump ne ha aggiunta un’altra: aumentiamo enormemente le tariffe doganali, con una progressione che sarà del 10 per cento per tutto il mondo, Europa compresa, fino al 20 per cento, poi al 60 per cento per tutti i prodotti che provengono dalla Cina, fino ad arrivare al 100 per cento per le automobili cinesi. Tanto – questo è il suo ragionamento – i dazi non sono percepiti come tasse dai cittadini… Questi aumenti delle tariffe doganali, traslate sui prezzi al consumo, peseranno per circa 2600 dollari all’anno per ciascuna famiglia americana. In pratica un aggravio da 200 dollari al mese. Queste sono le ricadute che toccheranno direttamente solo il popolo americano. Vi è però una conseguenza molto più grave. La politica di chiusura e di autarchia sarà ovviamente imitata da tutti i Paesi che sono in concorrenza con gli Stati Uniti. Ne conseguirà una ovvia decrescita, certamente non felice, dell’economia mondiale: dei Paesi ricchi e dei Paesi poveri… Inoltre l’intero pacchetto – che in termini di propaganda interna ha dato oggettivamente i suoi frutti, portando Trump alla rielezione – non ha alcuna possibilità di rilanciare l’economia americana perché la riduzione delle tasse sarebbe molto più forte delle possibili entrate derivanti dall’aumento dei dazi. Quindi, se davvero perseguisse il programma che ha annunciato, Trump graverà la nazione di un deficit aggiuntivo dell’incredibile cifra di quasi sei trilioni di dollari in dieci anni. Un macigno che non potrà essere sostenuto neanche da un colosso come gli Stati Uniti e che porterà instabilità su tutta l’economia mondiale (…).

M.G.: E della politica estera cosa mi dice? Farà finire lui le due guerre? Mentre il primo ministro israeliano Netanyahu forse dorme sonni più tranquilli, il presidente ucraino Zelensky avrà solo incubi. Trump lo ha definito «il miglior piazzista sulla faccia della Terra: ogni volta che viene nel nostro Paese se ne va con 60 miliardi».

R.P.: Non credo che Trump, da solo, riuscirà a far finire le guerre. Ma a mio parere è pressoché certo un aiuto più massiccio a Israele e una forte riduzione dell’aiuto all’Ucraina. Non solo perché è legato a Putin da un’amicizia personale, come ha spiegato anche a Zelensky in occasione della sua visita alla Trump Tower il 27 settembre. Ma anche perché è veramente convinto che l’Ucraina sia una faccenda esclusivamente europea. Lasciando che sia l’Europa a «morire per Kiev», Trump raggiunge due obiettivi geostrategici. In primo luogo indebolire ulteriormente l’Europa, scaricando sulle sue spalle l’onere bellico della difesa ucraina e dunque costringendola a politiche di austerity ancora più severe. In secondo luogo ricucire un rapporto con la Russia, per isolare la Cina sul piano economico, politico, militare e persino energetico. Anche lo stop al Green Deal e la politica dei dazi per Trump servono a questo: impedire a Xi Jinping di esportare l’eolico e il solare, mercati sui quali i cinesi hanno una forza dirompente e in qualche caso, come le terre rare, quasi monopolistica.

M.G.: Non le parlerò dell’Onu, che purtroppo è già l’ectoplasma che sappiamo. Ma in tutto questo la Nato che fine farà? Come tutti gli organismi multilaterali, in questa fase di entropia, anche l’Alleanza atlantica è in crisi nera. Le spese militari crescono ovunque, ma ognuno fa per conto suo. L’effetto deterrenza, decisivo ai tempi dell’Unione Sovietica e del bipolarismo atomico, sembra ormai solo un residuo del passato (… ) È il patto in sé che è fragile, e che con Trump al potere in America rischia addirittura di disintegrarsi. È stato proprio “The Donald” a dirlo, nel febbraio 2024, spingendosi al punto da incoraggiare Putin ad attaccare i Paesi che non pagano la loro quota all’Alleanza atlantica (…) In un ipotetico attacco di Mosca, Trump ha avvertito: «Incoraggerei la Russia a fare quello che diavolo vuole. Non hai pagato? Sei moroso? E allora non vi proteggerei». Su queste basi, che ne sarà del patto atlantico?

R.P.: Per l’incertezza e l’imprevedibilità di cui parlavo prima, non escludo niente. Neanche l’uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Ma se devo fare una previsione fondata sulla ragionevolezza, mi pare che uno scenario del genere, nonostante l’isolazionismo trumpiano, non corrisponda ad alcuno degli interessi americani. Compresi quelli dell’industria militare.

M.G.: Veniamo all’Europa, che «The Donald», nell’ultimo comizio prima del voto, ha definito «carina, ma tremenda». C’è chi sostiene che il “divorzio” di Trump dall’Unione potrebbe rappresentare la scossa che manca a risvegliarla dal letargo. Io ci credo poco, e lei?

R.P.: Vorrei tanto, ma non ci credo più. L’Europa si sta riducendo a una somma di piccoli legami tra Stati, legami tenuti insieme da un mercato comune. Non è ancora pronta a reagire al trauma e ad approfittare delle opportunità che un rapporto più equilibrato con l’America le potrebbe offrire. E vuole sapere che farà Trump con l’Europa? La dividerà, ancora più di quanto non lo sia già. Sarà un errore fatale perché anche gli Stati Uniti hanno bisogno di un’Europa forte con la quale condividere, moltiplicandoli, i vantaggi di cui già l’America gode. Gli Stati uniti vendono all’Europa l’80 per cento degli armamenti militari più sofisticati. Le grandi imprese a rete sono in gran parte americane. All’America un’Europa forte, anche nel Mediterraneo e nelle politiche africane, apporterebbe enormi vantaggi. Se volesse davvero contenere la Cina, Trump dovrebbe aiutare l’Europa a crescere, invece di frammentarla ancora di più (… ) E gli americani, da soli, dove credono di andare? Non si accorgono di quanto siano accresciuti il distacco e la diffidenza della gran parte dei Paesi del mondo nei loro confronti.

M.G.: Ecco, questa notazione mi sta molto a cuore. Come nel mondo monta un rancore verso Israele, con la presidenza Trump può crescere un sentimento di odio verso l’America. Io penso che il trumpismo abbia cambiato anche l’anima dell’America. Altrimenti gli americani non avrebbero rivotato un uomo che a Capitol Hill, nel gennaio 2020, ha di fatto chiamato il suo popolo a un colpo di Stato. Che fine fa, anche nell’immaginario di noi occidentali ed europei, l’America delle libertà, dei diritti, dei padri pellegrini sbarcati dalla Mayflower, della prima Costituzione del 1787, delle storiche lotte contro il razzismo di Martin Luther King, delle grandi conquiste civili e democratiche del Novecento?

R.P.: L’America è cambiata profondamente. Trump l’ha deviata e snaturata, e io sono convintissimo che l’incompatibilità di questa sua politica farà danni non solo al resto del mondo, ma anche e soprattutto agli Stati Uniti. L’immagine di un’America cattiva, solitaria, quasi autarchica e orgogliosa del suo isolazionismo aggressivo darà frutti avvelenati in patria, e poi anche a noi. In ogni campo: dalla politica all’economia, dalla società alla cultura.

M.G.: Proprio qui volevo arrivare. La straordinaria forza dell’Impero americano – al di là della sua hard power, cioè la potenza militare, industriale e tecnologica – nasce da quello che Joseph Nye, nei primi anni Novanta e poi durante la guerra di Bush in Afghanistan a in Iraq, definì soft power: cioè il «potere dolce», capace di persuadere, convincere, attrarre nella propria sfera di influenza grazie ai valori, ai principi, alle istituzioni, alla cultura, alla letteratura, alla musica. In fondo, per noi, l’America è stata sempre non solo i marine che sbarcano ad Anzio e Neil Armstrong che fa il primo passo sulla luna, ma anche e soprattutto romanzi, film, canzoni. Da Faulkner a Roth, da Dustin Hoffman a Bob DeNiro, da Michael Jackson a Bruce Springsteen. Non voglio esagerare, ma non si sta perdendo un po’ anche un’idea romantica degli States con il trumpismo da combattimento di questo tempo?

R.P.: Considero questo tema davvero fondamentale. Purtroppo stanno ormai indebolendosi anche le fondamenta culturali sulle quali l’America ha costruito il suo modello: appunto il soft power che è democrazia, società aperta, tolleranza, libertà. Come dice lei: l’arte, la musica, il cinema, insomma tutto questo fantastico mondo, questa straordinaria potenza immateriale, con Trump si isterilisce. Si affievolisce fatalmente il potere seduttivo dell’America esportatrice di cultura, di stili di vita, di modelli di consumo e di entertainment. E non è una perdita da poco. Per loro e per noi.

M.G.: Ci tocca un’ultima considerazione, dopo il ritorno di Trump. Per quanto sia frutto di una contesa elettorale in quella che è e resta la più grande democrazia del pianeta, sappiamo bene che la «passione democratica» del presidente appena rieletto non è poi così spiccata, al contrario della sua palese ammirazione per gli autocrati. Aggiungiamo che, con questa impetuosa rivincita, Trump occupa la Casa Bianca, il Congresso, la Corte Suprema, quindi ha in mano tutte le leve del potere, senza più alcun bilanciamento. La stonata campana americana non suona anche per tutte le altre democrazie occidentali?

R.P.:Certo, suona anche per noi. Va detto che questo indebolimento del pensiero democratico non è cominciato con la vittoria di Trump, ma certamente dalla vittoria di Trump riceve un terribile imprimatur. Il processo di logoramento deriva dal “corto-termismo” del ceto politico che, quasi ovunque, pensa solo a raccattare voti a ogni costo, da leadership poco coraggiose che accorciano i tempi e gli orizzonti, da cittadini sempre più demotivati che percepiscono la provvisorietà dei programmi e l’inutilità del suffragio universale. Per questo cresce il fascino dei governi autoritari che sembrano gli unici in grado di portare avanti progetti di lungo periodo. È una distopia, ovviamente, ma in questo momento purtroppo funziona presso opinioni pubbliche sempre più frustrate e disincantate. La vittoria di Trump è tutto questo. D’altra parte, ha avuto un grande maestro…

M.G.: Reagan?

R.P.: Macché! Silvio Berlusconi. È lui che ha cominciato a destrutturare la democrazia, ibridandola con il potere economico e con quello mediatico. Dal Cavaliere in poi, nulla è stato più come prima. E il processo è in pieno corso, accelerato dal web e dalle nuove tecnologie.

M.G.: E qui – come si dice – casca l’asino. Il web e le nuove tecnologie hanno avuto un ruolo nevralgico in questa campagna elettorale. Se vogliamo ancora di più di quanto non lo ebbero in occasione delle presidenziali che incoronarono Obama, il primo a intuire l’enorme potenzialità della rete dal punto di vista della raccolta dei consensi. Al supporto sfacciato di Elon Musk abbiamo accennato (…) Ma negli ultimi giorni prima del voto un altro fatto ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica: il mancato endorsement per Kamala Harris da parte del Washington Post, il giornale che… fece dimettere il presidente Richard Nixon il 9 agosto 1974 (…) La scelta, in questa occasione, si deve al suo editore, che non è un imprenditore qualsiasi, ma è Jeff Bezos, padrone di Amazon e uno dei capitalisti più ricchi e influenti del pianeta: dopo un incontro con Trump, a quanto pare, Bezos ha imposto al direttore e alla redazione di non pubblicare alcun editoriale di sostegno alla candidata democratica. Questo ha scatenato lo sdegno dell’intero corpo giornalistico. Robert Kagan, forse la firma più prestigiosa della testata, si è dimesso dal giornale, parlando di «una sorta di inchino preventivo» davanti a chi si riteneva fosse il probabile vincitore delle elezioni, per poi aggiungere ai microfoni della Cnn: «Possono dare mille ragioni per spiegare una scelta del genere, ma penso che dovremmo vederla chiaramente per quel che è: l’inizio del modo in cui Trump controllerà i media, in particolare quelli in mano alle grandi aziende. Perché tutta l’America delle multinazionali si sta inchinando a lui».

R.P.: Difficile, se non impossibile, dare torto a Kagan. I fatti parlano da soli…

M.G.: Qui però c’è anche l’altra faccia della medaglia, che ci tocca guardare fino in fondo. Non abbiamo la controprova, ma c’è un rischio. Per riassumerla nel modo brutale in cui l’ha detta Bezos: nessun cittadino va al seggio a votare con l’editoriale di un quotidiano tradizionale sotto il braccio. E non a caso, a meno di una settimana dal voto, Trump è arrivato con quasi quattro ore di ritardo a un grande evento pubblico in Michigan, uno dei sette Stati-chiave, perché ha preferito concedere un’intervista di tre ore al podcast di Joe Rogan, comico, libertario, no-vax, che quattro anni fa ha venduto il suo “prodotto” editoriale a Spotify per 100 milioni di dollari. Il podcast-intervista con “The Donald”, in un pomeriggio, è arrivato a 33 milioni di americani. Per raggiungere lo stesso numero di persone, la Cnn dovrebbe fare 100 serate in prime time, e la Fox almeno 50. C’è davvero da chiedersi che democrazia ci aspetta, con questi «chiari di Rete» (…) La domanda che dobbiamo porci è se e in che misura i turbocapitalisti al comando di conglomerate come Apple e Google, Microsoft e Amazon, Facebook e X – con fatturati ormai largamente superiori al Pil di Paesi come la Polonia o il Messico – possano facilitare o ostacolare l’ascesa di un partito piuttosto che un altro, oppure condizionare le decisioni di un governo. L’esempio più classico, perché esplicito e dichiarato, è proprio Elon Musk, il “Super Genius” che fa il cheerleader di Trump. Il politologo Ian Bremmer ha twittato: «La democrazia non è fatta per sopportare un tale concentrato di soldi e disinformazione». E se a tutto questo associamo le infinite potenzialità offerte dall’intelligenza artificiale, ce n’è abbastanza per chiedersi come possano cambiare o deperire le liberaldemocrazie occidentali.

 

Il libro e gli incontri – Martedì 26 novembre arriva in libreria, edito da Rizzoli, “Il dovere della speranza”, (pagg. 312, euro 19), dialogo tra Romano Prodi e Massimo Giannini sulle guerre, il disordine mondiale, la crisi dell’Europa e i dilemmi dell’Italia. Uno scenario complesso in cui però, come evocato già dal titolo, abbiamo ancora “il dovere di sperare”, soprattutto per i giovani. Anticipiamo qui ampi stralci del capitolo sull’America di Trump.

Il libro viene presentato dagli autori lunedì 2 dicembre a Roma, alla Libreria Spazio Sette (ore 18.30, Via dei Barbieri 7). Con Paolo Mieli, modera Annalisa Cuzzocrea. E venerdì 6 dicembre a Bologna, alla Biblioteca Salaborsa (piazza del Nettuno, ore 18). Con Nadia Urbinati, modera Giovanni Egidio


“Charlie Hebdo”, la derisione del divino e la malattia spirituale dell’uomo moderno

La scrittrice e la visita per i problemi all’anca: “Mi toccò senza chiedere nulla, poi mi disse: ‘Guardati il seno’. Sorrisi, e a casa mi arrabbiai con me stessa” 

Di Vito Mancuso, La Stampa

Volendo considerare la questione del concorso satirico su Dio bandito da Charlie Hebdo dal punto di vista filosofico, occorre dire che i concetti in gioco sono due: il nostro ridere e il nostro rapporto con il divino (non necessariamente con il Dio unico dei monoteismi, ma con il divino; ovvero l’alto mistero che gli esseri umani da sempre hanno avvertito rispetto al loro esistere su questo pianeta).

Il senso del ridere

Inizio dal ridere, di cui riprendo la definizione di Dante che nel Convivio ne parla così:«Il ridere è una corruscazione della dilettazione dell’anima». Cosa intendere con “corruscazione”? Nel testo citato Dante intende “manifestazione”, ma non va tralasciato che per esprimere il tipo di manifestazione scelse di parlarne proprio come “corruscazione”. Nell’italiano odierno si dice “corrugamento”, termine che rimanda al corrugarsi, cioè al formarsi di una ruga, di una piega non gradita: il che si riferisce soprattutto alla fronte e quindi, più che il piacere, indica il dolore, perché il piacere manifestato dal ridere opera all’inverso, cioè apre e distende la fronte togliendole, momentaneamente, ogni ruga. Che insegnamento trarre quindi dalla definizione di ridere del nostro Sommo poeta?

Che esiste un piacere, una “dilettazione dell’anima”, che il ridere in qualche modo può esagerare, esasperare, forzare a tal punto da produrre rughe. Come se si trattasse di dolore. Il che significa che il ridere, contrariamente a quanto ritiene la cultura dominante che ne fa un assoluto, un vero e proprio atto di culto (oggi è facendoli ridere che si conquistano gli esseri umani), può manifestare anche significati negativi dal punto di vista del complessivo benessere umano. Lo si capisce dai derivati del verbo principale, che qui elenco in ordine alfabetico: “deridere, irridere, sorridere” (c’è anche “arridere”, che però tralascio perché in esso prevale il senso traslato).

La gelotologia

“Sorridere” è il più bello perché rimanda all’umorismo sottile, da cui proviene buonumore. Molti infatti sottolineano a ragione il carattere benefico della risata. Vi sono siti (alcuni dei quali, guarda caso, legati a studi dentistici) che elencano dettagliatamente i benefici del ridere, tra cui per esempio il miglioramento del tono muscolare e della respirazione, la riduzione del colesterolo, il rilassamento, la depurazione, la riduzione dello stress, proprietà antidepressive. Scrivono che «ridere è la miglior terapia per la salute fisica mentale». È nata anche un’apposita disciplina detta “gelotologia”, neologismo che sta per “scienza del ridere” (laddove “gelo” non ha nulla a che fare col clima ma viene dal verbo greco per ridere “gelao”). La gelotologia si propone di dimostrare scientificamente gli effetti calmanti, antidolorifici, euforizzanti e immunostimolanti del ridere. I quali indubbiamente ci sono, tutti noi li sperimentiamo, spero il più spesso possibile.

Occorre però dire due cose. La prima consiste nel sottolineare che la qualità benefica del ridere non è assoluta ma dipende da come e da perché si ride. Deridere e irridere rappresentano un modo di ridere che è tutt’altro che distensivo: non solo perché ha sempre di mira qualcuno che, come una vera e propria vittima, viene ridicolizzato riversandogli addosso disprezzo, astio, livore, ma anche perché queste emozioni negative si depositano inevitabilmente nella psiche di chi deride, finendo per riempirla di negatività. È quanto avviene nel sarcasmo, nella risata aggressiva che equivale a un insulto, se non a un pugno, e che spesso denota volgarità, scurrilità, virulenza, aggressività. Deridere e irridere può equivalere a ferire, forse anche a uccidere dal punto di vista psichico. Il bullismo e il mobbing cominciano proprio così, come derisione: derisione di un singolo da parte di un gruppo, laddove il singolo viene trasformato in un vero e proprio capro espiatorio su cui il gruppo riversa tutta la sua mordacità che, come dice il termine, lo conduce a mordere senza pietà a forza di derisioni la psiche del malcapitato. Altro che effetti antidolorifici! Gli effetti benefici, che indubbiamente il ridere in se stesso ha, possono in alcuni casi ribaltarsi del tutto.

La dimensione del mistero

L’altra cosa che occorre considerare è che a volte anche il contrario del ridere, cioè il piangere, può avere un valore positivo perché in alcune circostanze un pianto può essere ben più liberatorio e vitalizzante di una risata. Non a caso nel teatro dell’antica Grecia, oltre alla commedia, vi era, e in posizione prioritaria, la tragedia.

Vengo ora al secondo concetto, il divino. Esso nasce dalla consapevolezza di essere alle prese con un’eccedenza, con un “di più” presentato dalla realtà complessiva dell’esistenza rispetto alla capacità cognitiva della nostra ragione. Come ebbe a dire Norberto Bobbio nelle sue “ultime volontà” pubblicate su questo giornale il 10 gennaio 2004: «Non mi considero né ateo né agnostico; come uomo di ragione, non di fede, so di essere immerso nel mistero». È la ragione, debitamente esercitata, che consegna gli esseri umani pensanti alla dimensione del mistero: mistero del perché ci sia la vita, della sua origine, della sua destinazione, della sua logica, del suo senso complessivo.

Deridere il divino

La percezione del divino emerge da qui, da questa emozione dell’intelligenza provata da spiriti sommi quali furono Eraclito, Socrate, Platone, Aristotele, Seneca, Plotino, Marco Aurelio, tutti i grandi medievali tra cui in primis Dante, e tra i moderni ricordo Pascal, Kant, Fichte, Schelling, Hegel, Kierkegaard, Rousseau. Senza questo “mistero” non avremo avuto la musica di Monteverdi, Bach, Vivaldi, Mozart, Beethoven. Non avremmo avuto Giotto, Michelangelo, Chagall. E infinitamente altro, tra cui le cattedrali e le pievi di campagna che punteggiano in ogni dove il nostro magnifico vecchio continente, Francia compresa.

Che cosa vuol dire quindi deridere il divino? Io penso che si possa, e forse si debba, deridere i superstiziosi e i dogmatici che, il più delle volte, mostrano una disconnessione cognitiva tra la mente e la realtà. Ma penso altresì che deridere e irridere il divino in quanto tale sia l’indice di una malattia spirituale: ovvero la sfiducia e la disperazione di chi ha perso la possibilità di sperimentare il senso del mistero e si ritrova a considerare il senso del suo esistere unicamente come una messinscena grottesca del “gene egoista” (per riprendere la nota espressione di Richard Dawkins) e che per questo non sa fare altro che ridere amaramente di tutto e in particolare deridere sarcasticamente coloro che invece non hanno perso la connessione con ciò che Heisenberg chiamava “ordine centrale”. Penso che a loro riguardo valgano al meglio queste parole di Dante: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

Nell’immagine: particolare da una copertina di Charlie Hebdo