Un cuore di tenebra all’ombra del mito

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Di Guido Caldiron, il manifesto

«Vent’anni fa, la forza dinamica della politica americana era il dissenso liberal, l’impulso a riformare le ingiustizie del nostro sistema sociale ed economico e cambiare il modo di fare le cose, in modo che non si dovessero mai ripetere i drammi della Grande Depressione». Ma, «oggi la vita politica non trae più il suo dinamismo dai liberal che hanno reso possibile il New Deal», bensì da una diversa «dinamica del dissenso», abbastanza forte «da definire il tono della nostra vita politica e innescare una sorta di reazione punitiva in tutto il Paese»: in altre parole, un nuovo e possente vento di destra.

Richard Hofstadter, uno dei maggiori storici statunitensi, per decenni docente alla Columbia University e vincitore di ben due Premi Pulitzer, morto a New York nel 1970, è noto soprattutto per aver dato un volto alla metà degli anni Sessanta ad una delle più inquietanti tendenze della politica e della società americana, parlando, come recita il titolo di una sua celebre raccolta di saggi, di «stile paranoide» di queste ultime. Già un decennio prima però, lo studioso aveva descritto un altro dei sentimenti negativi che si sono riaffacciati in modo ricorrente nella storia del Paese, vale a dire «l’anti-intellettualismo».

DI QUELLO STESSO PERIODO sono alcuni dei testi ora raccolti in La repubblica dei fucili(con un saggio di Emanuele Bevilacqua. Luiss University Press, pp. 190, euro 17) che analizzano il peso e il ruolo delle armi da fuoco e della violenza nelle vicende nazionali americane, ma che indagano anche la propensione a quella che Hofstadter definiva come «rivolta pseudo-conservatrice», immaginando si trattasse per molti versi di una reazione rabbiosa alle grandi trasformazioni in atto nella società e nella cultura del Paese, cui il New Deal aveva dato voce e sostanza, ma anche del riemergere di correnti più profonde, di paure e turbamenti che avevano a che fare con il clima complessivo in cui quelle innovazioni avevano preso piede. Come avrebbe fatto anche in seguito, lo storico, figlio di emigrati tedeschi negli Stati Uniti, il padre era ebreo la madre di fede luterana, guardava in faccia il Paese nel quale era nato cercando di tracciarne un profilo atto a leggerne le traiettorie innovative come le inevitabili, e spesso sinistre, costanti.

Per questo motivo ci si può azzardare a riprendere le parole utilizzate all’epoca da Hofstadter per tentare di interpretare i segnali che una parte degli statunitensi hanno voluto dare scegliendo, per la seconda volta, Donald Trump e nel mezzo di una stagione dominata prima dalla figura di Barack Obama e quindi dal protagonismo di significativi movimenti sociali, per quanto minoritari rispetto ai «numeri» del Paese, di segno progressista. Del resto, non solo l’importante raccolta di saggi di Hofstadter, ma anche alcuni altri testi giunti in libreria di recente, possono tornare utili per offrire i contorni di quanto accaduto con il voto dello scorso 5 novembre.

Il primo elemento da cui partire riguarda la scelta dei termini utilizzati dallo storico per descrivere la realtà americana a metà degli anni Cinquanta. Ben prima che il senatore dell’Arizona Barry Goldwater sfidasse, fortunatamente senza successo, il presidente Lyndon B. Johnson, segnando però una delle tappe costitutive di un nuovo pensiero di estrema destra nel cuore della politica americana – avverrà solo nel 1964 -, ma mentre il Paese era ancora profondamente immerso nella stagione del maccartismo e dell’ossessione per la minaccia sovietica, Hofstadter tratteggiava i contorni di un’insurrezione ancora di là da venire. «La rivolta pseudo-conservatrice è caratterizzata da inquietudine, sospetto e paura, segnali di un disagio reale nel modo di sentirsi cittadini. Lo pseudo-conservatore crede di vivere in un mondo dove qualcuno lo spia, sta tramando contro di lui, lo sta tradendo e lo porterà alla rovina. Crede che le sue libertà siano state invase in modo arbitrario e intollerabile».

Il riferimento al «pseudo-conservatorismo» non era ovviamente casuale. Hofstadter aveva tratto quel termine dal celebre studio sulla «personalità autoritaria» promosso negli anni Quaranta dal filosofo e sociologo tedesco Theodor W. Adorno all’Università di Berkeley insieme ai suoi collaboratori, i cui esiti erano stati pubblicati nel 1950. La tesi di fondo di The Authoritarian Personality era che le tendenze antidemocratiche, il cosiddetto «fascismo potenziale», si manifestino attraverso un insieme coerente di valori, opinioni e atteggiamenti che originano da strutture profonde della personalità.

TRADOTTE SUL PIANO POLITICO, le ricerche di Adorno conducevano quest’ultimo a considerare come decisamente superficiale, se non fuorviante, quella definizione di «conservatore» con la quale molti dei soggetti intervistati erano soliti presentarsi: da cui l’individuazione come «pseudo», falso. Questo perché «le loro reazioni politiche esprimono invece un odio profondo, seppure inconsapevole, per la nostra società e le sue dinamiche», suggeriva Hofstadter, sulla scorta del lavoro di Adorno, non prima di interrogarsi sulla costante del fenomeno nella società americana. «Non è forse vero che una personalità politica molto simile a quella pseudo-conservatrice ha origini antiche negli Stati uniti, ed è rintracciabile anche in un’epoca nella quale il potere sovietico non aleggiava all’orizzonte? Il Ku Klux Klan, che al suo apice, negli anni Venti, poteva contare tra i 4 e i 4,5 milioni di membri non era poi un fenomeno così dissimile dalla rivolta pseudo-conservatrice?».

Quanto alle ipotesi sulla presenza di tale tendenza nella storia del Paese, Hofstadter avanzava «una mera ipotesi speculativa», vale a dire che «lo pseudo-conservatorismo sia in buona misura prodotto della vita americana, eterogenea e senza radici, e soprattutto del modo caratteristico col quale gli americani da sempre ambiscono a uno status e a un’identità stabile», il che spesso conduce a far coincidere il proprio «rudimentale senso di appartenenza alla comunità», il proprio «americanismo», con la posizione che si occupa in seno alla medesima comunità o al «prestigio» che si ritiene di possedere o di poter perdere.

Se i saggi di Richard Hofstadter della metà degli anni Cinquanta inducono a misurare gli esiti attuali della politica e della cultura statunitensi con quanto avvenuto in passato, lo storico Gary Gerstle, americanista dell’Università di Cambridge, legge «il fenomeno Trump» all’interno di un altro paradigma interpretativo, concentrato questa volta su costanti e fratture rispetto al contesto politico-economico, riannodando anche in questo caso il nastro a partire dalla stagione, fondante per il Paese, del New Deal e della sua piena messa in discussione a partire dagli anni Settanta. Nel suo Ascesa e declino dell’ordine neoliberale (traduzione di Cesare dal Pozzo, Neri Pozza, pp. 400, euro 24), Gerstle descrive come la politica di Trump – perlomeno durante il suo primo mandato – si sia segnalata, da un lato per il mantenimento dell’ordine neoliberale – deregolamentazione, nomine giudiziarie, sgravi fiscali -, mentre «l’assalto» al libero scambio e all’immigrazione puntino invece alla sua distruzione. In sostanza, il tycoon era, ed è probabilmente anche ora, interessato soprattutto alla prospettiva che «la disgregazione dell’ordine neoliberale favorisse la destra autoritaria».

PER DEFINIRE IL CONTESTO nel quale il ritorno di Trump alla Casa Bianca è stato possibile, pur non prescindendo dal consenso elettorale reale e spesso trasversale di cui ha goduto, si deve inoltre considerare come centrale il tema evocato dal ricercatore del Centro di filosofia e storia della scienza dell’Università di Boston Lee McIntyre, già autore di Post-verità (Utet università, 2019), nel suo Disinformazione (prefazione di Giorgia Serughetti, Utet università, pp. 100, euro 18). McIntyre analizza le campagne a base di fake news e teorie complottiste che hanno caratterizzato il contesto statunitense, e non solo quello, di recente, mettendo in primo piano il ruolo svolto dai social per manipolare i cittadini e negare realtà evidenti, a partire da quelle scientifiche, costruendo una dimensione narrativa del reale capace di rimpiazzare per molti versi l’esperienza concreta vissuta da milioni di cittadini. Decisamente sinistre le parole con cui lo stesso autore presenta il testo: «Se gli assassini della verità riescono a usare la negazione della realtà per minare la democrazia, il giorno dopo ci risveglieremo nientemeno che in una dittatura elettorale».

Infine, in tale contesto, l’opinionista politica Rachel Maddow, conduttrice di una trasmissione molto seguita su Msnbc, ha scelto di rileggere una stagione decisiva della recente storia nazionale in Prequel (traduzione di Mimosa Martini, Neri Pozza, pp. 444, euro 24). Ricostruendo traiettorie individuali e politiche di figure che caratterizzarono la politica americana nel periodo compreso tra le due guerre mondiali – tra loro, William Dudley Pelley e le sue Camicie d’argento, padre Coughlin, popolare conduttore radiofonico cattolico e antisemita; l’industriale Henry Ford, editore negli Usa dei Protocolli dei Savi di Sion; l’aviatore filo-nazista Charles Lindbergh -, Maddow racconta di «quando l’America rischiò di diventare fascista». Anche se il senso ultimo del libro è tutto già racchiuso nel titolo, Prequel per l’appunto.


Merkel: “Ero contraria all’Ucraina nella Nato, per Trump chiesi aiuto al Papa”

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Di Letizia Tortello, La Stampa

«Un giorno, dopo il vertice di Bucarest, Putin mi disse: “Tu non sarai cancelliera per sempre. E allora Ucraina e Georgia diventeranno membri della Nato. E io voglio impedirlo. Allora io ho pensato: “Neanche tu sarai presidente per sempre”. Ma le mie preoccupazioni sulle future tensioni con la Russia non sono diminuite». A scrivere queste parole di suo pugno è l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel, in una biografia che uscirà il 26 novembre in 30 Paesi, in Italia per Rizzoli, dal titolo “Libertà” scritto con l’ex capa di gabinetto dei sedici anni di mandato, la fidatissima Beate Baumann.

Un flusso di ricordi, più o meno inediti, dal 1954 – sua data di nascita sotto la Germania della Ddr, col padre pastore protestante, la madre insegnante di Latino e Inglese e una giovinezza in qualche modo privilegiata rispetto ai coetanei, pur sotto il controllo oppressivo del regime comunista, e il 2021, quando Merkel ha abbadonato il potere, per ritirarsi a vita privata. Lasciando una Germania smarrita che oggi traballa sotto la guida del socialdemocratico Olaf Scholz. Putin, invece, è ancora lo Zar del suo impero, ma gli equilibri con l’Occidente, dopo l’invasione dell’Ucraina, sono profondamente cambiati.

E a rileggere queste frasi oggi, ciò che risalta immediatamente è l’effetto di un tempo distorto, in cui a Ovest l’epoca merkeliana, «guida del mondo libero» – come era stata ribattezzata la cancelliera, capace di mettere in fila i Paesi europei portandoli attraverso numerose crisi – sembra appartenere a un mondo passato. Così non è successo a Est.

Vladimir Putin ne ha senz’altro approfittato, come sostiene uno dei più importanti biografi della prima donna alla guida della Germania, Ralph Bollmann, che a La Stampa spiega perché l’ex cancelliera abbia deciso di mettere nero su bianco la sua verità. Di fronte ad un’eredità politica sempre più controversa, soprattutto dopo quel 24 febbraio 2022 che ha cambiato la nostra Storia.

«Putin è stato senz’altro incoraggiato ad invadere l’Ucraina dall’addio di Merkel – dice Bollmann –. Si trovava di fronte ad una Francia in difficoltà, ad un Regno Unito paralizzato dalla Brexit, agli Stati Uniti di Biden meno saldi politicamente. Credeva che fosse il momento giusto, che senza la cancelliera, l’Europa non sarebbe stata in grado di radunarsi sotto una risposta comune, ma si sbagliava».

Nel mondo di oggi, la lunghissima cavalcata che ha visto Merkel al comando finisce per appiattirsi su un giudizio piuttosto ingeneroso dei presunti errori che la leader avrebbe commesso, tra dipendenza dal gas russo ed eccessiva tolleranza nei confronti delle minacce imperialiste di Mosca. Ed ecco che nel libro, la cancelliera prova a mettere a tacere, una volta per tutte, le accuse di essere la responsabile del mancato ingresso di Kiev nella Nato nel 2008, mossa che qualcuno dice avrebbe evitato la guerra oggi.

Era il tempo del vertice di Bucarest e lei, che conosceva bene Putin e l’aveva visto in azione l’anno prima alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, bloccò di fatto la richiesta di Ucraina e Georgia di essere ammesse al Programma di adesione nell’Alleanza atlantica. «Dovevamo esaminare i possibili effetti – scrive Merkel – sulla sicurezza e la stabilità della Nato, ad ogni espansione. La flotta del Mar Nero della marina russa era di stanza nella penisola della Crimea (che all’epoca non era stata ancora invasa, come sarà poi nel 2014, ndr)». Inoltre, «a quel tempo solo una minoranza della popolazione ucraina era favorevole all’ingresso, il Paese era squarciato da una profonda spaccatura. In Georgia, c’erano conflitti irrisolti nell’Ossezia del Sud e nell’Abkhazia». Per tutte queste ragioni, Merkel frenò, considerando più uno svantaggio che un vantaggio dare alibi al presidente russo di considerare l’Occidente come una minaccia.

«Era abbastanza chiaro a Merkel, unica leader occidentale che aveva capito la pericolosità del capo del Cremlino, che Putin avrebbe sfruttato gli anni tra la domanda e l’adesione per attaccare l’Ucraina». E allora, è corsa ai ripari, come poteva: «Da quando è diventata cancelliera, il 22 novembre 2005, ha iniziato con la Russia un percorso più cauto nelle relazioni», senza mai arrivare a rompere. Cosa sarebbe successo all’epoca, infatti, se le truppe di Mosca avessero costretto l’Occidente a difendere un Paese che ancora non poteva contare sull’attivazione dell’articolo 5 della Nato? «Potevo andare al Bundestag e chiedere al Parlamento di muovere l’esercito?», scrive Merkel. E ancora, «era il tempo in cui Hollande voleva consegnare elicotteri alla Russia, nonostante l’invasione della Crimea, e fu lei ad impedirlo», continua Bollmann, che smentisce la diceria che la cancelliera fosse «affascinata da Putin, anzi era piuttosto inorridita da questo ex membro dei Servizi segreti. Spie come lui le aveva conosciute durante la Ddr».

Nel libro, c’è spazio per l’autodifesa delle scelte più delicate, come quella sulle relazioni Occidente-Mosca, ma c’è anche posto per una riflessione sugli errori. Uno per tutti, l’uscita dal nucleare, dettato dalla necessità di una pianificazione energetica per l’industria tedesca e dalla paura dopo Fukushima, nel 2011. E poi, c’è il capitolo Trump, che Merkel affronta nei suoi scritti senza sapere quale sarà l’esito delle elezioni del 5 novembre scorso. Nelle sue pagine, dà l’appoggio esplicito a Kamala Harris, e descrive i rapporti difficili col tycoon, durante il primo mandato Trump: «Ha criticato ripetutamente la Germania e me», puntualizza. «Per anni, le tante auto tedesche sulle strade di New York sono state una spina nel fianco». Entra nei dettagli gustosi di un incontro a Washington, in cui Trump rifiutò di darle la mano davanti ai giornalisti. E lo descrive come «molto affascinato dal presidente russo… dai politici con tendenze autocratiche e dittatoriali». Tanto siderale era la distanza, che Merkel chiese a Papa Francesco, il 17 giugno 2017, come affrontarlo, visto che il leader americano minacciava di uscire dal Trattato di Parigi. «Piega, piega, piega, ma fai attenzione che non si spezzi», fu il consiglio di Bergoglio. La storia degli ultimi decenni ha fatto il giro. Assistiamo al Trump 2, con le stesse minacce di uscire da Parigi. A spezzarsi, nel frattempo, è stato il rapporto dell’Europa con Mosca. Assai meno – staremo a vedere – quello tra Mosca e Washington.

Nell’immagine: Merkel, tra i leader del G7, fronteggia Trump nel 2018 


Il senso della scuola

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

“Serve un cambio strutturale”. Con questo titolo laRegione riferiva della conferenza stampa convocata a inizio settembre dal Partito liberale radicale e dall’associazione “LaScuola” (costola scolastica del partito stesso). Vi si presentava un progetto di riforma della scuola media ticinese. In estrema sintesi: compattare e ridurre l’orario scolastico obbligatorio (da 33 a 30 ore settimanali, 6 ore al giorno per 5 giorni) liberando spazio, già nel primo pomeriggio, per altre attività formative. Una prospettiva intrigante.

Le prime reazioni sono state per lo più di una cauta disponibilità a entrare in materia. D’altra parte gli stessi ideatori, consapevoli dell’attuale genericità della proposta, auspicano che si ragioni sul principio per dare forma successivamente a un impianto formativo “al passo coi tempi”. E proprio da quest’ultima affermazione si potrebbe partire per una prima apertura di dibattito. Che significato diamo a una scuola al passo coi tempi? E di conseguenza: che senso diamo oggi, politicamente e pedagogicamente, alla scuola dell’obbligo?

Credo si possa concordare circa l’idea che la scuola è fondamento civico di una democrazia e suo dovere è quello di crescere intellettivamente delle persone responsabili, sforzandosi di dare a tutti una comune base culturale. Mi pare giusto, anzi opportuno, che a mezzo secolo di distanza dalla sua approvazione parlamentare, ci si chieda se l’attuale scuola media ticinese risponda ancora al principio istituzionale sopraccitato. 

Vengo allora alla proposta liberale suggerendo primi, parzialissimi, stimoli riflessivi.

Punto primo. Per ragionar di scuola dovremmo innanzitutto interrogarci sui bisogni educativi di ragazzi che si confrontano oggi con una realtà antropologico-culturale e socio-economica profondamente mutata. Consideriamo – per fare un solo esempio – l’avvento impressionante (nei tempi e nei modi) delle tecnologie digitali, che influenzano tanto l’esperienza comunitaria quanto i processi cognitivi e comportamentali del singolo. I social media, la virtualità relazionale, la frammentazione informativa, il calo dell’attenzione, le incognite dell’intelligenza artificiale, … sono dimensioni nuove con le quali abbiamo, anche scolasticamente, a che fare. Mi sarei dunque aspettato, da parte di chi propone una riforma, qualche considerazione circa lo stato presente del bisogno educativo. Ma fin qui, al di là di affermazioni reboanti, il tema non è concettualmente sostanziato.

Punto secondo. Oggi il giovane si confronta con un futuro incerto, percepito come insidioso, competitivo e finanche ansiogeno. Il disorientamento deriva in parte dalla banalizzazione del consumo immemore di beni materiali e immateriali nonché dal progressivo sfaldamento del valore intrinseco della riflessione e della conoscenza. Oggi si preferisce inseguire la funzionalità, la finalizzazione pratica, il know how applicativo. 

Penso invece che imparare a interrogare cognitivamente il mondo, per saperlo poi criticamente apprezzare, sia la base per accedere a un patrimonio culturale che è primo passo per la costruzione di un’identità solida. Non è forse questo il mandato più nobile e più impegnativo della scuola dell’obbligo? Qui sta la sua ragione istituzionale, che andrebbe ribadita e salvaguardata. Purtroppo, anche in questo caso, le fondamenta di una “prospettiva che guarda al futuro” (i riferimenti sono all’iniziativa generica del PLRT) sono indistinte e maliziose. Non si vorrebbe mai che le “pressanti richieste di una società come l’attuale”, “le esigenze di un mercato del lavoro sempre più globale” ecc. ecc. concepiscano l’allievo nei termini di un esecutore qualificato pur se privo di una sua identità culturale definita.

Punto terzo. I riformatori d’ispirazione liberale insistono sulla possibilità/necessità di sviluppare un senso di “autonomia” nell’allievo. Questa intenzione merita particolare attenzione, anche perché – come vedremo – declina operativamente il delicatissimo tema dell’orientamento scolastico. Procediamo con ordine. La contrazione delle ore obbligatorie consente l’allestimento di un “doposcuola” interamente discrezionale e l’autonomia prenderebbe forma nella possibilità, per il giovane, di godere di piena libertà nelle scelte curricolari facoltative. Questa libera scelta contribuirebbe poi a determinare “l’orientamento scolastico e professionale”. 

Si tratta di “consentire agli allievi la scelta di percorsi differenziati a seconda delle loro esigenze” (Gerardo Rigozzi sul CdT del 25 settembre). Esigenze che per il ragazzino (volubile preadolescente) saranno comprensibilmente indirizzate dai genitori. E allora mi chiedo: saranno le stesse per chi proviene da famiglia abbiente, culturalmente strutturata, e per chi invece ha alle spalle una situazione famigliare o una matrice socio-culturale meno fortunata? Si fa strada l’idea di una scuola dell’obbligo dove lo studente/genitore-cliente consumerà ciò che riterrà più opportuno per la sua crescita.  L’offerta sarà ricca e differenziata per ogni istituto: dallo studio assistito al corso di teatro, dall’approfondimento matematico o linguistico al corso di arti applicate, alla musica, al latino…; e infine spazio per proposte formative provenienti dalla società civile, dalle società sportive e, naturalmente, dagli “attori del mondo del lavoro”. 

A ‘pensar male’ (come diceva Andreotti) vi si intravedono due rischi: 1. che il bagaglio comune di esperienze culturali, compensative del divario legato alla provenienza sociale (LSc, art. 2, lett. d), venga in parte sacrificato sull’altare del libero mercato formativo; 2. che in fondo si intenda disegnare una scuola più interessata al mercato del lavoro che alla crescita della persona.

Quarto punto. Da ultimo, ma non per importanza, qualche parola sulla questione dei piani di studio, cresciuti a dismisura negli ultimi anni con tanto di indirizzi, impostazione pedagogica e traguardi di competenza. I piani di studio, assicura “LaScuola”, rimarranno gli stessi. Vanno bene così come sono. E ci mancherebbe! Essi santificano il principio di un insegnamento-apprendimento per competenze che non dispiace affatto al pensiero liberale sull’educazione. Ribadita è la centralità di un approccio funzionalista (ottica nella quale si inserisce, non a caso, anche l’introduzione decisa dalla maggioranza dal nostro parlamento di un’ora di tedesco in prima media). 

C’è però da chiedersi, visto che l’ambizione espressa nei testi programmatici è già oggi più sulla carta che nei concreti traguardi d’apprendimento, come i piani di studio possano essere mantenuti integralmente quando confrontati con la riduzione del 10% delle ore di insegnamento. Non sarebbe per lo meno coerente prevederne una revisione sulla base di realistiche essenzialità educative? Forse potremmo avere il coraggio di ridurne anche la frammentazione disciplinare e di mettere la sordina a quella pletora competenziale che oggi li caratterizza. A vantaggio di una sana ricomposizione dello sterile spezzettamento formativo.

In fondo si tratta di concretizzare un obiettivo condiviso: costruire una scuola che coltivi la mente e il pensiero, che promuova e salvaguardi l’innata curiosità conoscitiva del bambino. Una scuola che giochi un ruolo determinante nella possibilità di fornire ai ragazzi strumenti per leggere la realtà senza subirla passivamente. E in questo senso una scuola capace di far riscoprire a tutti il piacere dello studio, che è (almeno nell’etimo latino) passione e valore.

La proposta liberale è “strutturalmente” accattivante. Ma illusoria, e persino pericolosa, quando immagina che le difficoltà della scuola media possano essere affrontate con la magica discrezionalità del doposcuola. Il suo merito indubbio è quello di costringerci a ragionare sul senso dell’obbligo scolastico: purché la riflessione possa essere concettualmente irrobustita e non sia frutto di ideologia più che di pedagogia.


Fine del doppio standard, giustizia senza eccezione

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Di Francesco Strazzari, il manifesto

Era nell’aria, ma quando è arrivata è suonata comunque dirompente. Il procuratore della Corte Penale Internazionale Karim Khan l’ha anticipata alla Cnn: dalla sua viva voce abbiamo udito, dopo i pesanti capi d’accusa indirizzati alla leadership di Hamas, le parole starvation, civilian targeting, extermination, associate alla richiesta di arresto depositata per Benjamin Netanyahu e il suo ministro della difesa Yoav Gallant.

Non ci sono precedenti di capi di governo di paesi che si definiscono democratici per i quali la giustizia internazionale ha chiesto l’arresto per crimini di tale gravità elevati a metodo di guerra.

Il procedimento si aggiunge a quello che vede Israele difendersi davanti alla Corte di Giustizia Internazionale, anch’essa ubicata all’Aia, l’accusa – sostenuta dal Sudafrica e già reputata plausibile – riguarda invece la violazione della Convenzione per la Prevenzione e la Repressione del Crimine di Genocidio. Israele è firmataria di tale convenzione, mentre notoriamente – al pari di Usa, Cina e Russia – non ha sottoscritto il Trattato di Roma che istituisce il Tribunale Penale Internazionale.

Certo, la richiesta del procuratore passa ora per il vaglio del giudice. Ma dal punto di vista della portata politica il fatto è eclatante. A mostrare che per il governo di Israele il danno è fatto ci sono le reazioni rabbiose che arrivano da Tel Aviv: non solo l’entità delle accuse, dritte a colpire i decisori ultimi, ma anche il trovarsi citati in compagnia dei leader terroristi di Hamas, che ugualmente si scagliano contro la presunta equiparazione fra aggressore e vittima.

Eppure, quali che siano le opinioni sulla ‘parola che inizia con la G’ (genocidio), il fatto che a Gaza e nei territori occupati si siano commessi e si continuino a perpetrare crimini di guerra è evidente a chiunque abbia seguito le vicende successive al 7 ottobre. Il procuratore Khan non fa che difendere l’esistenza della pietra d’angolo del diritto internazionale quale strumento che interviene in dinamiche di guerra sempre più disumane. Tale passo è indispensabile a non sancire la morte del diritto davanti al ‘resto del mondo’.

Ricordiamo, pochi anni fa, le proteste dei capi di stato africani, stanchi di essere gli unici obiettivi della giustizia penale internazionale: con tanto di Sudafrica che abbandona il Tpi, consentendo al jet di al-Bashir di spiccare il volo e lasciare Pretoria.
La scorsa settimana, in un passaggio dai toni drammatici, lo stesso procuratore Khan, aveva risposto al rappresentante russo attorno al pericolo di trovarsi minacciato: si è detto ben consapevole delle costellazioni di potere che condizionano le organizzazioni internazionali, ma ha rassicurato sul fatto che, se messo sotto pressione, non avrebbe desistito, accettando sul proprio operato solo il giudizio del giudice, di dio e della storia.

A guardare con attenzione il provvedimento, non si parla della tortura dei prigionieri palestinesi, né di occupazione. Eppure, quando, investito da fatti talmente tragici ed eclatanti, lo stesso tribunale che ha spiccato mandati contro Assad e Putin include oggi un leader occidentale, gli stessi che ieri inneggiavano alla ‘giustizia’ iniziano a parlare di ‘motivazioni politiche’. Ora si dirà che tutto andrà avanti ugualmente, che Putin, destinatario di un mandato d’arresto, gira il mondo con relativo agio e un numero crescente di ammiratori. Che Israele, abituata ad assolversi davanti alle Nazioni Unite, tirerà dritto come sempre, e che ancora vedremo gli aiuti umanitari di cui a Gaza c’è bisogno disperato bloccati e saccheggiati sotto gli occhi dei militari.

Qui però siamo fuori dalle Nazioni Unite nel senso stretto, e davanti alla magnitudine delle sofferenze delle popolazioni le tattiche usate fino ad oggi per condizionare il dibattito diplomatico e mediatico appaiono logore. Israele di Netanyahu a Washington è vista sempre più come l’alleato che crea problemi, sempre meno come l’alleato che offre vantaggi. Molte cose si muovono incertamente, a partire dall’Iran che affronta una successione complessa. Il 7 ottobre, quando 14 anni di ‘dottrina Netanyahu’ sono andati a pezzi davanti agli efferati crimini dei miliziani di Hamas, la risposta è stata trovata da Netanyahu nel repertorio biblico: ’lo sterminio degli Amaleciti’, evocato nell’annunciare la guerra a Gaza e ai suoi abitanti. Davanti a questo sviluppo in troppi, in occidente, hanno assunto un atteggiamento comprensivo, lasciandosi condurre da una leadership cieca su un crinale sempre più stretto. Ogni giorno è più chiaro che lo sterminio di cui parla oggi il procuratore è una realtà, e che l’enorme sofferenza che è stata aggiunta non conduce da nessuna parte nemmeno Israele.

Dopo la richiesta di mandato di arresto diventa sempre più difficile, per i governi occidentali, volgere altrove lo sguardo, rifugiarsi in formule vuote e aggirare con tattiche dilatorie le riserve sempre più forti dei propri staff legali. Diventerà sempre più difficile difendere ogni ok all’esportazione di armi, o silenziare le richieste di rivedere pacchetti di collaborazione scientifica con implicazioni dual use. Diventerà sempre più arduo fingere compattezza per l’esecutivo di guerra israeliano, con Netanyahu e gli alleati dell’estrema destra incalzati dall’ultimatum di Benny Gantz. Forse dal Tpi arriva un segno circa il limite alla possibilità di continuare a capovolgere ogni nozione pubblicamente difendibile di ordine internazionale ‘basato sulle regole’. A meno di non stravolgere anche ogni parvenza di minima coerenza del sistema, fino a smarrire ogni identificazione, soccombendo ai doppi, tripli standard sui quali ogni visione dispotica della politica da sempre campa disperatamente.

Nell’immagine: Il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, durante l’annuncio


Sull’antisemitismo – Critica e risposta

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Ho letto il commento di Aldo Sofia “I fatti di Amsterdam e la Notte dei cristalli” pubblicato in data 11.11.2024. Per Sofia, la caccia all’israeliano-persona sarebbe comprensibile e, parrebbe, giustificata. È giustificato braccare, picchiare, esigere la consegna del passaporto, magari buttare la gente in uno dei canali di Amsterdam perché l’israeliano sarebbe la “raffigurazione” di mali assoluti. La colpa ricade su Israele.

Qual è il bersaglio dell’antisemitismo? Per Sofia, l’ebreo in quanto ebreo. Ebbene, il 7 ottobre 2023 da lui citato è stato una caccia all’ebreo. È l’evento che dimostra che quello contro Israele è un conflitto che vuole colpire l’ebreo in quanto tale, ovunque egli sia (Amsterdam) e soprattutto nello Stato degli ebrei, entro i suoi confini nazionali, nella sua autodeterminazione. I leader di Hamas, di Hezbollah, i jihadisti, non si riferiscono mai agli ebrei in quanto israeliani, visto che non riconoscono il loro Stato, ma proprio in quanto ebrei.

Il mondo arabo e islamico (Iran in primis) e gli estremisti di tutto il mondo si riferiscono a Israele come al “regime sionista” (o “cricca sionista”). Perché per loro pure il sionismo è male assoluto. Potremmo applicare la figura retorica della metonimia. Sulla reazione di Israele al 7 ottobre 2023, io chiedo: difendersi è vendetta? La ragionevolezza chi la decide? I fatti di Amsterdam sono antisemitismo reale e la loro sequenza veritiera lo testimonia. Si è trattato di un attacco di gruppo pianificato con anticipo contro degli ebrei. Una caccia all’ebreo tout court.

Amoha Danani, Lugano


Così come ho già definito “attacco terroristico anti-ebraico” quello del 7 ottobre, nel commento degli scorsi giorni ho parlato di fatto “barbaro e ingiustificabile” a proposito di quanto accaduto ad Amsterdam. La violenza, soprattutto di quel tipo, è sempre condannabile.

Di fronte alla comoda etichettatura di antisemitismo, ho cercato una spiegazione a quanto avvenuto. Sono stati attaccati degli ebrei in quanto tali, e qui l’accusa di antisemitismo ci starebbe tutta, oppure sono stati presi di mira degli israeliani in quanto rappresentanti (con i loro cori di ‘morte agli arabi’) di un governo che ha deciso e attuato una vendetta “senza limiti” quale rappresaglia anti-palestinese a Gaza?

Interrogativo che non giustifica affatto le violenze della scorsa settimana. Ma che cerca di capire se più dell’antisemitismo non pesi, come credo, la spropositata crudele reazione militare di Israele. Non si spiegherebbe altrimenti come mai ad Amsterdam, che ha una comunità ebraica di 80mila persone, non era mai accaduto in passato nulla di simile.

Aldo Sofia


Una opposizione a Putin esiste ma nulla che possa preoccuparlo

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Dal nostro corrispondente da Mosca

In questo autunno 2024, ormai al volgere del terzo anno della guerra in Ucraina, qualcosa sembra muoversi all’interno dell’opposizione russa in esilio.

Sabato scorso, a Berlino, si è tenuta la manifestazione contro la guerra organizzata dall’area “liberale” degli esuli russi in Germania raccolti intorno alla vedova di Navalny, Yulia, Ilya Yashin già consigliere comunale a Mosca e lo storico Vladimir Kara-Murza. Secondo la polizia hanno partecipato alla marcia circa duemila persone. Non poche visto le enormi difficoltà materiali e psicologiche che vivono coloro che nel 2022 hanno deciso di lasciare la Russia.

La manifestazione aveva una semplice piattaforma: a) Putin deve essere privato dei suoi poteri presidenziali e processato come criminale di guerra, b) le truppe russe siano ritirate dall’Ucraina c) tutti i prigionieri politici devono essere immediatamente rilasciati. “Russia senza Putin!”, “No alla guerra!” sono stati gli slogan più gettonati.

Nel suo discorso alla conclusione dell’iniziativa, l’ex detenuto politico Kara-Murza ha chiarito i termini della questione ricordando al pubblico la manifestazione sulla Piazza Rossa dell’agosto 1968: “Quando i carri armati sovietici entrarono a Praga, la propaganda del Cremlino fece anche allora finta di avere il sostegno dell’intera nazione. Solo sette persone si presentarono sulla Piazza Rossa per protestare contro quella guerra ma i giornali praghesi scrissero: “Ora abbiamo almeno sette ragioni per cui non potremo mai più odiare i russi”: chi è venuto alla manifestazione di oggi ha fornito migliaia di queste ragioni”.

Si è trattato di un segnale importante perché alla manifestazione hanno partecipato non solo i “moderati” ma anche settori dell’opposizione di sinistra antistalinista, e gli anarchici i quali sorprendentemente (e in modo esplicito) chiedevano l’invio di più armi all’Ucraina, sia attraverso i canali degli Stati sia attraverso le casse di resistenza autogestite. Ha fatto anche capolino qualche realtà dell’emigrazione ucraina che pur aveva criticato “il mancato chiaro sostegno” dell’iniziativa allo sforzo bellico di Kiev.

La manifestazione ha mostrato però anche quanta strada ci sia ancora da fare per raggruppare le forze che in Russia (ma anche in Ucraina e negli altri Paesi ex-sovietici) si battono per lo sviluppo della democrazia in quella parte di mondo. Per esempio in piazza c’era anche chi contestava che qualcuno sventolasse il tricolore russo (a favore della bandiera bianco-azzurro-bianca diventata nel 2022 il simbolo delle proteste russe contro la guerra). E tra i pochi ucraini presenti qualcuno sosteneva – tesi purtroppo diffusa in quella comunità di migranti – che i primi responsabili di quanto avviene sono in fin dei conti non i protagonisti del regime putiniano ma i russi stessi.

Una babele di posizioni, tensioni, aspettative che sembra davvero difficile ridurre a un minimo comune denominatore di una piattaforma politica condivisa. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire: chi conosce la storia dell’Italia del Ventennio, sa bene quanto il movimento antifascista fu minato a lungo da violente polemiche, dalle miserie dell’isolamento e della sconfitta.

Intanto nel primo week-end di novembre si era tenuto – con il supporto della Fondazione Rosa Luxemburg – il primo forum degli esuli russi di sinistra in Europa. A qualcuno è sembrato di tornare indietro a più di un secolo fa, quando socialdemocratici di varie tendenze si incontravano nell’emigrazione per organizzare la lotta contro lo zarismo. L’impressione di molti osservatori è stata – se si vuole fare proprio tale paragone – che la partecipazione fosse molto molto significativa (circa 60-70 persone in presenza e altre decine online) ma le divisioni erano più pesanti di quelle che dividevano un tempo i menscevichi e i bolscevichi. Come ha segnalato in un report uno dei partecipanti: “sebbene alcuni attivisti di sinistra abbiano rifiutato di partecipare al Forum, il pubblico era molto eterogeneo e la profonda diversità delle interpretazioni e delle posizioni sul conflitto si è fatta sentire al momento della proposta delle diverse risoluzioni. Alcune assenze sono state particolarmente importanti. Ad esempio, non c’erano rappresentanti del partito ucraino “Sozialny Rukh” (Movimento Sociale, e la struttura russa “Feminist Anti-War Resistance” non ha partecipato al forum.

Mentre gli oratori principali intervenivano, nella sala è circolato un documento intitolato “Programma dell’emigrazione di sinistra contro la guerra”. Il programma era redatto da un gruppo di attivisti raggruppati principalmente nell’ “Unione della Sinistra Post-Sovietica”. Il documento condanna l’aggressione russa contro l’Ucraina e contiene le seguenti rivendicazioni: fermare lo spargimento di sangue, concludere immediatamente un cessate il fuoco, indagare sui crimini di guerra, punire gli organizzatori della mobilitazione forzata, realizzare riforme democratiche in Russia, confiscare le proprietà dei complici di Putin. Uno degli assi centrali del documento è la battaglia per l’autodeterminazione:

“È abbastanza ovvio che tale autodeterminazione non può avvenire sotto la minaccia delle armi o in condizioni di occupazione militare. Forme e garanzie specifiche per la realizzazione dei diritti democratici dei popoli che abitano il territorio delle regioni ucraine occupate dalla Russia dovrebbero essere discusse con la partecipazione degli stessi abitanti e dei rappresentanti della comunità internazionale. Una precondizione per la realizzazione di questi diritti dovrebbe essere la completa e autentica smilitarizzazione della zona di conflitto in senso lato, nonché il ritiro delle truppe”.

Il programma presentato ha provocato una forte reazione in sala e chiaramente non ha soddisfatto tutti.

Dmitrij Kovalev, rappresentante di una organizzazione trotskista, ha sostenuto che sarebbe stato meglio specificare che la sinistra debba essere favorevole all’invio di armi all’Ucraina. Egli ha fatto circolare una proposta alternativa intitolata “Socialisti russi per la pace senza annessioni” firmato anche da altre decine di attivisti socialdemocratici e della sinistra alternativa russa. Il testo contiene 9 punti che condannano la guerra, accolgono le forniture di armi, rifiutano i referendum proposti da un altro gruppo, chiedono un sostegno incondizionato all’Ucraina e riparazioni.

Kovalev è stato sostenuto attivamente da Artem Stasyuk, originario del Kazakistan, ora residente a Dresda e membro del partito della sinistra tedesca “Die Linke”. Ha spiegato di essere venuto al forum per rappresentare una posizione netta. A suo avviso, Putin, attaccando l’Ucraina, ha aperto il vaso di Pandora e ha dato il via ad altri processi destabilizzanti, per cui la sinistra e l’intera comunità internazionale devono sostenere l’Ucraina, nonostante tutti gli svantaggi e i problemi del governo ucraino.

“La chiave per risolvere il problema è fermare l’aggressione russa. Se permettiamo alla Russia di apparire in qualche modo come un vincitore in questa guerra, miniamo la sicurezza internazionale” ha concluso Stasyuk.

Alexander Voronkov, proveniente dalla Francia, ha invece sostenuto, trovando l’approvazione di una parte significativa della sala, che “il proseguimento della guerra peggiora la situazione e aiuta Putin a vincere. A mio avviso, la strategia dell’Occidente è quella di logorare deliberatamente la Russia e l’Ucraina per indebolire i poli di influenza nell’Europa orientale. In che modo la nostra posizione aiuterebbe Putin come dicono alcuni?”

Infine è tornato a farsi sentire dalla prigione anche Boris Kagarlitskij, il sociologo e attivista socialista russo che sta scontando una condanna a 5 anni per “incitamento al terrorismo”. In una lunga lettera ha sostenuto di non voler accettare – nel caso si realizzassero le condizioni diplomatiche – di essere liberato nel quadro di uno scambio di prigionieri tra Paesi occidentali e Russia. Al netto di chi fa altre rispettabili scelte, Kagarlitskij afferma di non voler partecipare a questi scambi e chiede di non essere incluso in queste liste: “Non vedo alcuno scopo o beneficio per me nell’emigrazione. Se avessi voluto lasciare il paese, l’avrei già fatto da solo. Ma non ho intenzione di abbandonare la mia patria e se questo significa che devo stare in prigione per rimanere qui, allora starò in prigione. Dopotutto, per un politico di sinistra o uno scienziato sociale in Russia, il carcere è un rischio professionale normale… Fa semplicemente parte del lavoro, che ho svolto e continuerò a svolgere con coscienza”.

Nell’immagine: la sede della Fondazione Rosa Luxemburg a Berlino


Lo Zar in mezzo a una tempesta perfetta confida in Trump per superare l’inverno

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Vladimir Putin non appare in pubblico dal 7 novembre scorso, da quando si era congratulato pubblicamente con Donald Trump e l’aveva invitato davanti alle telecamere a telefonargli. Da allora, il presidente russo è sparito dalla scena pubblica, e la giornalista russa che segue il Cremlino Farida Rustamova sostiene che da allora le immagini dei vari incontri che trasmette la televisione russa sono in realtà delle “conserve”, il termine in gergo per dei filmati girati prima per colmare le assenze del principale newsmaker russo. Dall’analisi comparata degli argomenti discussi, dal colore delle cravatte degli interlocutori di Putin – ministri, governatori, deputati – e dal confronto del calendario delle loro apparizioni pubbliche sembra che il padrone del Cremlino sia sparito da almeno due settimane, un tempo senza precedenti. Secondo alcune voci di corridoio, starebbe sottoponendo a cure mediche di imprecisata natura, e nei canali Telegram dei gossip moscoviti gira addirittura voce che la tanto discussa telefonata di Olaf Scholz al dittatore russo fosse stata in realtà finalizzata non a ridare voce alla diplomazia, ma ad avere un pretesto per capire le sue condizioni.

Molti cremlinologi sospettano invece una sparizione tattica, come è già successo tante volte negli ultimi 25 anni. Putin tende a ecclissarsi dalla scena pubblica quando è in difficoltà, quando non sa cosa dire, quando sta per prendere una decisione difficile oppure non vuole reagire a un problema, come era stato quando, due anni fa, la controffensiva ucraina aveva riconquistato Kherson, l’unico capoluogo ucraino occupato dalle truppe di Mosca nell’offensiva del 2024. Nei media internazionali giravano timori di un ricorso alla bomba atomica, la diplomazia tra Washington e Pechino cercava di persuadere Mosca a non rilanciare l’escalation, e Putin – dopo aver annesso sulla carta i territori ucraini occupati alla Russia nel tentativo di proteggerli con il suo “ombrello nucleare” taceva.

Una situazione che per certi versi ricorda quella di oggi: stavolta, sono le truppe russe a essere impegnate in una offensiva, ma la situazione internazionale del Cremlino è forse perfino più incerta. La vittoria di Trump alle elezioni, sulla quale Putin aveva scommesso tanto se non tutto, per ora non ha portato a una svolta, mentre invece la decisione di Joe Biden, e di alcuni governi europei, ad autorizzare gli ucraini a colpire il territorio russo con i missili occidentali apre per la Russia una nuova crisi. È evidente, che gli Atacms americani e gli Storm Shadow britannici non basteranno a sconfiggere i russi, ma se nei due mesi rimasti gli ucraini continueranno a colpire gli arsenali e le fabbriche militari russe con la stessa micidiale precisione, il 20 gennaio Donald Trump potrà iniziare il suo eventuale negoziato con Putin da una posizione molto più vantaggiosa, con l’offensiva russa in difficoltà sul terreno e il consenso putiniano messo a dura prova.

Il dilemma che ora ha di fronte Putin è se rilanciare o fare marcia indietro. Ieri il suo portavoce Dmitry Peskov ha ribadito che il capo del Cremlino è pronto a trattare con Trump, in un apparente gesto di apertura (anche se è noto che Peskov può venire smentito con facilità in qualsiasi momento). Contemporaneamente però la presidenza russa ha pubblicato la nuova dottrina nucleare nazionale, che Putin aveva già anticipato a settembre, ma che ha deciso di varare ora. Un documento che demolisce il principio della deterrenza reciproca tra potenze nucleari, e praticamente concede a Putin il diritto di utilizzare l’atomica a suo piacimento anche per un attacco convenzionale (e anche in assenza di un attacco vero e proprio). Un documento che le diplomazie delle potenze nucleari occidentali – Usa, Francia, Gran Bretagna – hanno preferito condannare come un ricatto, annunciando che non si sarebbero adeguate al cambiamento delle regole del gioco unilaterale.

In altre parole, Putin si è sentito rispondere che la sua minaccia atomica è un bluff, anche se Peskov ieri ha detto chiaramente che ora la Russia si riserva il diritto di sganciare l’atomica. È una mano nuova, delicatissima e ad alto rischio, del poker che Mosca e Occidente stanno giocando da quasi un anno ormai. Nella logica dell’“uomo forte”, Putin ora dovrebbe dare una dimostrazione del fatto che non sta scherzando, come gli chiedono da tempo alcuni suoi falchi. Ma facendolo – oltre all’impatto potenzialmente devastante su tutto il sistema politico globale – rischia di inimicarsi Trump, che difficilmente potrà o vorrà negoziare con un dottor Stranamore. Se non reagisce – non necessariamente con l’atomica, ma comunque con una rappresaglia che vada oltre il quotidiano massacro dell’Ucraina – inflazionerà le sue minacce, ed è molto probabile che la chiusura, ieri a Kyiv, di alcune ambasciate, tra cui quella americana e italiana, per rischio di un «attacco massiccio russo», potrebbero essere una manifestazione del timore di una escalation.


Su Kiev incombe la vendetta di Mosca: ambasciate evacuate e popolazione nei rifugi

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Di Laura Lucchini, La Repubblica

KIEV — Il cielo nero come la pece di Kiev per via dei razionamenti di energia è rimasto solcato per ore mercoledì notte da fasci di luce che cercavano i Shahed iraniani per poterli abbattere. Quattro allarmi per attacchi con droni e missili balistici tra la notte e la mattina di ieri hanno costretto la popolazione a cercare riparo. I rifugi degli hotel sono spesso situati nei parcheggi sotterranei, dove sedie e brandine sono collocate a ridosso delle auto. Ci si incontrano giornalisti, diplomatici, cooperanti ma anche turisti ucraini o famiglie che attraversano il vasto territorio del Paese in guerra per visitare i parenti. Si rimane svegli per ore, con il caffè, le coperte e i biscotti secchi ad ammazzare il tempo in attesa che la minaccia finisca.

Kiev è di nuovo nell’occhio del ciclone del conflitto e in un’escalation di tensione ieri Italia, Stati Uniti ed altri Paesi europei hanno deciso di chiudere le proprie ambasciate nella capitale per una «minaccia imminente», dopo che l’intelligence di Washingtonaveva diramato un’allerta ai partner riguardo a un possibile attacco su larga scala contro la capitale ucraina.

Ad allarmi ancora in corso ieri mattina la sede diplomatica Usa ha comunicato di avere «ricevuto informazioni specifiche di un potenziale attacco aereo significativo il 20 di novembre» a cui ha dato seguito con la chiusura e un invito ai lavoratori di mettersi al riparo. «Anche l’ambasciata italiana ha spostato il personale in stanze protette», è stata la reazione della nostra sede dopo avere inizialmente solo chiuso gli uffici al pubblico. Grecia e Spagna hanno seguito lo stesso esempio. Francia e Regno Unito hanno chiesto ai lavoratori e i cittadini di osservare estrema cautela ma senza chiudere.

L’ambasciata americana a Kiev è un enorme complesso che occupa una superficie di circa 50.000 mq nel quartiere di Schevchenko. Nonostante la chiusura si osservava un’attività limitata di auto che andavano e venivano. Annunci come quello di ieri sono rari, Washington ha chiuso temporaneamente l’ambasciata solo in pochissime occasioni da quando è iniziata l’invasione russa.

L’aumento delle preoccupazioni per gli obiettivi occidentali – dunque delle loro sedi diplomatiche a Kiev – arriva tre giorni dopo che l’amministrazione Biden ha fatto trapelare la rimozione dei limiti per l’utilizzo delle armi a lungo raggio americane in territorio russo.

In generale la tensione è tornata in città. Gli abitanti della capitale hanno ripreso a seguire fedelmente le istruzioni e recarsi in massa ai rifugi quando suonano le sirene, in particolare se si tratta di missili balistici. Come è tornato a succedere ieri in una giornata carica di apprensione poco prima delle 14, quando tre razzi russi si dirigevano da nord verso la capitale. A Podil, quartiere di moda al sud del centro, la stazione della metro sotterranea era un brulicare di madri con materassini da yoga per far sedere i figli, ragazzi e ragazze pazienti con gli auricolari e il naso sul cellulare, militari in congedo e anziani che aspettavano la neutralizzazione delle minacce. «In genere controllo canali ufficiali su Telegram e scendo alla metro solo quando si tratta di missili balistici. Se sono solo droni resto a casa», confessa Olha, una ragazza di Kramatorsk che vive nell’area.

«È possibile che tra gli obiettivi attuali ci siano depositi di missili Atacms in Ucraina e luoghi dove sono impiegati istruttori Nato di Paesi occidentali», spiega a RepubblicaAleksandr Musienko, capo del think tank Centro di studi militari legali. «Secondo quanto ci risulta le minacce sono reali, perché attualmente la Russia ha accumulato una quantità di missili e droni sufficienti a sferrare tra i tre e i cinque attacchi su larga scala», prosegue, «useranno questi attacchi per colpire la nostra rete energetica, sfinire la popolazione e mandare un messaggio al presidente Trump, come a dire: “guarda abbiamo abbastanza scorte per fare ancora male”».

Mentre tutto questo accadeva, una serie di account falsi riconducibili alla Russia hanno messo in giro la notizia di un imminente attacco russo con missili e bombe su tutte le città ucraine, spacciandosi per l’intelligence della difesa di Kiev, che si è trovata a dover smentire i post virali. Un colmo di cinismo che non fa che giocare sulla resilienza della popolazione civile.

Nell’immagine: Kiev, rifugio nella metropolitana


Trump sta copiando la retorica e le politiche del primo Hitler

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Uno dei più importanti avvocati per le libertà civili degli Stati Uniti aveva già descritto, nel libro When at Times the Mob Is Swayed: A Citizen’s Guide to Defending Our Republic, pubblicato nel 2019, come l’allora presidente Trump stesse consapevolmente seguendo la propaganda estremista di Adolf Hitler e il modello politico dei primi anni ’30, quando i nazisti presero il potere in Germania.

Burt Neuborne non faceva questo paragone alla leggera. I suoi 55 anni di carriera erano iniziati con la contestazione della costituzionalità della guerra del Vietnam negli anni ’60. Negli anni ’90 è stato direttore legale del Brennan Center for Justice della New York University Law School. Ha partecipato a più di 200 cause della Corte Suprema e a controversie sul risarcimento dell’Olocausto.

Trump, da giovane, secondo i documenti di divorzio della prima moglie, conservava e studiava una raccolta annotata di discorsi di Hitler prima della Seconda Guerra Mondiale in un comodino chiuso a chiave. Questa pubblicazione del 1941, intitolata “My New Order”, conteneva anche analisi dell’impatto dei discorsi sulla stampa e sulla politica dell’epoca. “Per quanto brutti e spaventosi, quei discorsi sono capolavori di manipolazione demagogica”, afferma Neuborne.

E prosegue: “Guardando Trump lavorare con le sue folle vedo un narcisista pericolosamente manipolatore che scatena gli incantesimi demagogici che ha imparato studiando i discorsi di Hitler, incantesimi che non può controllare e che sono in grado di erodere il tessuto della democrazia americana”. “Abbiamo visto cosa possono fare queste tecniche retoriche. Gran parte della retorica di Trump – come candidato e in carica – rispecchia le strategie, persino il linguaggio, usato da Adolf Hitler nei primi anni ’30 per erodere la democrazia tedesca”.

L’obiettivo di Neuborne tuttavia non era quello di “equiparare” gli uomini, perché “non è possibile banalizzare i crimini osceni di Hitler paragonandoli alle manie spesso patetiche di Trump”.

“Trump ha fatto bene i compiti a casa ed è diventato il maestro del ventunesimo secolo della retorica divisiva del ventunesimo secolo. Siamo abituati a pensare al Terzo Reich di Hitler come alla tirannia incomparabilmente malvagia che indubbiamente era. Ma Hitler non prese il potere con la forza. Utilizzò una serie di tropi retorici che persuasero un numero sufficiente di tedeschi ad accogliere Hitler come un leader. I nazisti non hanno rovesciato la Repubblica di Weimar. La Repubblica di Weimar è caduta nelle loro mani come frutto dell’abilità satanica di Hitler di ipnotizzare un numero sufficiente di tedeschi per scambiare i loro diritti di nascita con un piatto di capri espiatori, benefici economici a breve termine, xenofobia e razzismo. Potrebbe accadere anche qui, in America”.

Ecco i punti di confronto tra il primo Hitler e Trump che Burt Neuborne elenca nel suo libro.

  1. Entrambi trovarono canali di comunicazione diretti con la loro base
    Alle Olimpiadi del 1936, la narrativa nazista dominava la vita culturale e politica tedesca. “Come ha fatto Hitler a farcela? Quale magia satanica ha trovato Trump nei discorsi di Hitler?”. Si chiede Neuborne. Egli affronta subito la retorica estrema di Hitler, ma nota che Hitler trovò una via di comunicazione diretta: il partito nazista distribuì radio con un solo canale, sintonizzato sulla voce di Hitler, aggirando i media tedeschi. Trump ha un equivalente online. “I tweet di Donald Trump, spesso pronunciati tra mezzanotte e l’alba, sono l’incarnazione tecnologica del XXI secolo delle radio di plastica gratuite di Hitler”, afferma Neuborne. “L’account Twitter di Trump, come le radio di Hitler, consente a un leader carismatico di stabilire e mantenere una linea di comunicazione personale e non filtrata con una base politica adorante di circa il 30-40% della popolazione, molti dei quali (ma non tutti) sono fin troppo disposti, persino ansiosi, di ingoiare i tweet di Trump, di Trump, che sono fin troppo disposti, se non addirittura ansiosi, di inghiottire il suo infuso di streghe fatto di falsità, mezze verità, invettive personali, minacce, xenofobia, timori per la sicurezza nazionale, bigottismo religioso, razzismo bianco, sfruttamento dell’insicurezza economica e un’infinita ricerca di capri espiatori. ”
  2. Entrambi incolpano gli altri e si dividono su linee razziali
    Come nota Neuborne, “Hitler usava le sue radio a singola frequenza per fare l’isterico con la sua base di adoratori sulle sue patologiche fantasie razziali e religiose che glorificavano gli ariani e demonizzavano gli ebrei, incolpando gli ebrei (tra gli altri capri espiatori razziali e religiosi) per i mali della società tedesca”. Questo è paragonabile ai “tweet e alle dichiarazioni pubbliche di Trump, sia che si tratti di manifestazioni guidate da neri contro la violenza della polizia, sia che si tratti di violenze di folle razziste guidate da bianchi, di minacce poste da stranieri privi di documenti, di politiche sull’immigrazione in generale, di proteste di atleti professionisti bianchi e neri, di politiche di ammissione ai college, di discorsi d’odio, persino di risposte ai danni dell’uragano a Porto Rico”. Ancora e ancora, Trump usa “messaggi a tinte razziali calcolati per dividere i bianchi dalle persone di colore”.
  3. Entrambi demonizzano senza sosta gli avversari
    “Le arringhe radiofoniche di Hitler demonizzavano i suoi avversari politici interni, chiamandoli parassiti, criminali, scarafaggi e varie categorie di feccia di sinistra”, osserva Neuborne. “I tweet e i discorsi di Trump demonizzano in modo simile i suoi avversari politici. Trump parla del fatto che il Paese è ‘infestato’ da pericolosi stranieri di colore. Fantastica di imprigionare Hillary Clinton, chiama i messicani stupratori, fa riferimento a “Paesi di merda”, degrada chiunque non sia d’accordo con lui e sogna di sradicare migliaia di presunti burocrati sleali del Dipartimento di Stato, dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, dell’FBI e della CIA, che chiama “lo Stato profondo” e che, a suo dire, stanno sabotando la grandezza americana”.
  4. Attaccano incessantemente la verità oggettiva
    “Sia Trump che Hitler hanno portato avanti un attacco incessante all’idea stessa di verità oggettiva”, continua. “Ciascuno di loro ha iniziato l’assalto cercando di delegittimare la stampa tradizionale. Hitler coniò rapidamente l’epiteto Lugenpresse (letteralmente “stampa bugiarda”) per denigrare la stampa tradizionale. Trump usa una parafrasi dell’epiteto di Hitler “stampa bugiarda”, “fake news”, senza dubbio tratto da uno dei discorsi di Hitler. Per Trump, la stampa tradizionale è una “stampa bugiarda” che pubblica “fake news””. Hitler attaccava i suoi avversari che diffondevano false informazioni per minare le sue posizioni, dice Neuborne, proprio come Trump ha attaccato le “élite” per la diffusione di notizie false, “specialmente i suoi possibili legami con il Cremlino”.
  5. Attaccano senza sosta i media tradizionali
    Gli attacchi di Trump ai media riecheggiano quelli di Hitler, dice Neuborne, notando che “attacca ripetutamente il ‘New York Times in fallimento’, guida le folle a cantare ‘la CNN fa schifo’ ed è personalmente ostile alla maggior parte dei giornalisti”. Cita il rifiuto della Casa Bianca di sventolare la bandiera a mezz’asta dopo l’omicidio di cinque giornalisti ad Annapolis nel giugno 2018, gli sforzi di Trump per punire la CNN bloccando una fusione della sua casa madre e il tentativo di revocare i contratti federali del servizio postale detenuti da Amazon, fondata da Jeff Bezos, che possiede anche il Washington Post.
  6. I loro attacchi alla verità includono la scienza
    Neuborne osserva: “Sia Trump che Hitler hanno intensificato il loro assalto alla verità oggettiva deridendo gli esperti scientifici, in particolare gli accademici che mettono in discussione le opinioni di Hitler sulla razza o quelle di Trump sul cambiamento climatico, l’immigrazione o l’economia. Sia per Trump che per Hitler, l’obiettivo è (ed era) quello di sviscerare l’idea stessa di verità oggettiva, trasformando ogni cosa in un mangime per una giuria populista soggetta alla manipolazione di un maestro burattinaio. Sia nel mondo di Trump, sia in quello di Hitler, l’opinione pubblica definisce in ultima analisi ciò che è vero e ciò che è falso”.
  7. Le loro bugie offuscano la realtà – e i sostenitori le diffondono
    “L’inclinazione patologica di Trump a mentire ripetutamente sul suo comportamento può avere successo solo in un mondo in cui i suoi sostenitori si sentono liberi di abbracciare i ‘fatti alternativi’ di Trump e di trattare le sue esagerazioni iperboliche come la verità del Vangelo”, afferma Neuborne. “Hitler, dopo aver delegittimato i media tradizionali con una serie di attacchi sistematici alla loro integrità, costruì un’alternativa ai mass media che rafforzava i suoi messaggi radiofonici diretti e accresceva il suo potere personale. Trump sta seguendo lo stesso percorso, lanciando contemporaneamente aspri attacchi alla stampa tradizionale e abbracciando i cosiddetti media dell’alt-right, cooptando sia Sinclair Broadcasting che la Fox Broadcasting Company di Rupert Murdoch come, essenzialmente, una Trump Broadcasting Network”.
  8. Entrambi hanno orchestrato raduni di massa per mostrare il proprio status
    “Una volta che Hitler ebbe consolidato il suo legame di comunicazione personale con la sua base attraverso le radio e i media adulatori, e che ebbe eroso l’idea di verità oggettiva, rafforzò il suo legame emotivo con la sua base organizzando una serie di raduni di massa accuratamente orchestrati, dedicati a cementare il suo status di leader carismatico, o Fuhrer”, scrive Neuborne. “I potenti legami personali alimentati dai tweet di Trump e dalle lusinghe della Fox sono anche sistematicamente rafforzati da raduni di massa periodici e accuratamente orchestrati (arrivando persino a cooptare un Jamboree di boy scout nel 2017), rafforzando l’insaziabile narcisismo di Trump e il suo status di leader carismatico”.
  9. Abbracciano il nazionalismo estremo
    “Gli stridenti appelli di Hitler alla base invocavano una versione estrema del nazionalismo tedesco, esaltandone il brillante passato e promettendo di riportare la Germania al posto che le spetta come nazione preminente”, afferma Neuborne. “Trump fa eco all’appello sciovinista di Hitler al fervore ultranazionalista, esaltando l’eccezionalismo americano fino allo slogan ‘Make America Great Again’, una parafrasi della promessa di Hitler di ripristinare la grandezza tedesca”.
  10. Entrambi hanno fatto della chiusura delle frontiere un punto centrale
    “Hitler ha praticamente chiuso i confini della Germania, bloccando l’immigrazione non ariana nel Paese e rendendo impossibile per i tedeschi fuggire senza un permesso ufficiale. Come Hitler, anche Trump ha fatto della chiusura delle frontiere un punto centrale della sua amministrazione”, continua Neuborne. “Hitler ha vietato l’ingresso agli ebrei. Trump sbarra la strada ai musulmani e a chi cerca rifugio dall’America centrale”. Quando i tribunali di grado inferiore hanno bloccato il divieto di viaggio per i musulmani di Trump, egli ha emesso unilateralmente ordini esecutivi che lo sostituivano con una variante poco mascherata che alla fine ha ottenuto l’approvazione della Corte Suprema per un pelo”.
  11. Hanno praticato o promesso la detenzione di massa e le deportazioni
    “Hitler promise di rendere la Germania libera da ebrei e slavi. Trump promette di rallentare, fermare e persino invertire il flusso di immigrati non bianchi, sostituendo musulmani, africani, messicani e centroamericani di colore a ebrei e slavi come capri espiatori dei mali della nazione. Gli sforzi di Trump per arrestare gli stranieri senza documenti dove lavorano, vivono e praticano la loro religione, seguiti da deportazioni di massa… riecheggiano la promessa di Hitler di difendere l’identità razziale della Germania”, scrive, notando anche che Trump si è ‘abbassato a strappare i bambini ai loro genitori (come avevano fatto i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale) per punire gli sforzi disperati degli immigrati di trovare una vita migliore’.
  12. Entrambi hanno usato le frontiere per proteggere industrie selezionate
    “Come Hitler, Trump cerca di usare i confini nazionali per proteggere i suoi interessi nazionali favoriti, minacciando di scatenare guerre commerciali protezionistiche con l’Europa, la Cina e il Giappone, simili alle guerre commerciali che, in precedenti incarnazioni, hanno contribuito a scatenare la Prima e la Seconda guerra mondiale”, scrive Neuborne. “Come Hitler, Trump usa aggressivamente il potere politico ed economico della nostra nazione per favorire selezionati interessi corporativi americani a spese dei concorrenti stranieri e dell’ambiente, anche al prezzo di conflitti internazionali, massiccia inefficienza e inquinamento irreversibile”.
  13. Hanno consolidato il loro dominio arricchendo le élite
    “La versione del fascismo di Hitler diede un immenso potere – sia politico che finanziario – ai leader dell’industria tedesca. Hitler ha governato la Germania in gran parte attraverso i dirigenti aziendali. Trump ha anche promosso un massiccio potenziamento – e arricchimento – dell’America delle Corporation. Sotto Trump le grandi aziende esercitano un immenso potere politico, ricevendo al contempo enormi guadagni economici e libertà dalle normative volte a proteggere i consumatori e la forza lavoro”. “Hitler disprezzava il movimento sindacale tedesco, finendo per distruggerlo e imprigionare i suoi leader. Anche Trump detesta i sindacati forti, cercando di minare qualsiasi sforzo per interferire con le prerogative del management”.
  14. Entrambi hanno rifiutato i trattati internazionali
    “La politica estera di Hitler ha rifiutato la cooperazione internazionale a favore della coercizione militare ed economica, culminata nell’annessione dei Sudeti, nel falso patto di non aggressione Hitler-Stalin, nell’invasione della Cecoslovacchia e negli orrori della guerra globale”, osserva Neuborne. “Come Hitler, Trump è profondamente ostile alla cooperazione multinazionale, ritirandosi dal Partenariato Trans-Pacifico, dall’Accordo di Parigi sul cambiamento climatico e dall’accordo nucleare con l’Iran, minacciando di ritirarsi dall’Accordo di libero scambio nordamericano, abbandonando i nostri alleati curdi in Siria e arrivando persino a mettere in dubbio il valore della NATO, la nostra alleanza militare del secondo dopoguerra con le democrazie europee contro l’espansionismo sovietico”.
  15. Attaccano i processi democratici interni
    “Hitler ha attaccato la legittimità della democrazia stessa, epurando le liste elettorali, sfidando l’integrità del processo elettorale e mettendo in dubbio la capacità del governo democratico di risolvere i problemi della Germania”, osserva Neuborne. “Anche Trump ha attaccato il processo democratico, rifiutando di accettare di essere vincolato dall’esito delle elezioni del 2016 quando pensava di poter perdere, sostenendo la massiccia epurazione delle liste elettorali con il pretesto di evitare frodi (inesistenti), sostenendo misure che rendono più difficile votare, tollerando – se non fomentando – le massicce interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016, incoraggiando la violenza della folla nei comizi, accennando oscuramente alla violenza se i democratici dovessero mantenere il potere e mettendo costantemente in dubbio la legittimità delle elezioni a meno che non vinca lui”.
  16. Entrambi attaccano il sistema giudiziario e lo Stato di diritto
    “Hitler ha politicizzato e infine distrutto il famoso sistema giudiziario tedesco. Anche Trump cerca di trasformare il sistema giudiziario americano nel suo parco giochi personale”, scrive Neuborne. “Come Hitler, Trump minaccia il principio dello Stato di diritto applicato dalla magistratura, attaccando aspramente i giudici americani che si pronunciano contro di lui, lodando sornione Andrew Jackson per aver sfidato la Corte Suprema e abusando del potere di grazia, concedendola ad uno sceriffo dell’Arizona giudicato colpevole di oltraggio alla corte per aver disobbedito all’ordine della corte federale di cessare di violare la Costituzione”.
  17. Entrambi glorificano l’esercito e chiedono giuramenti di fedeltà
    “Come Hitler, Trump glorifica l’esercito, dotando la sua amministrazione di strati di generali in pensione (che alla fine sono stati licenziati o si sono dimessi), allentando il controllo sull’uso della forza letale da parte dell’esercito e della polizia e chiedendo un massiccio aumento della spesa militare”, scrive Neuborne. Proprio come Hitler “ha imposto un giuramento di fedeltà personale a tutti i giudici tedeschi, Trump ha già ottenuto abbastanza deferenza da cinque giudici repubblicani (della Corte Suprema) per sostenere un divieto di viaggio per gran parte del mondo musulmano che è l’epitome del bigottismo razziale e religioso”. Trump ha anche richiesto giuramenti di fedeltà. “Ha licenziato James Comey, un repubblicano nominato nel 2013 direttore dell’FBI dal presidente Obama, per essersi rifiutato di prestare un giuramento di fedeltà personale al presidente; ha esaltato e poi licenziato Jeff Sessions, il procuratore generale da lui scelto, per non aver soppresso l’indagine penale sulla possibile collusione di Trump con la Russia nell’influenzare le elezioni del 2016; ha ripetutamente minacciato di licenziare Robert Mueller, il consulente speciale che sta conducendo l’indagine; e ha chiesto più volte l’incarcerazione di Hillary Clinton, la sua avversaria del 2016, guidando la folla in cori di “rinchiudetela””. Da allora è emerso un nuovo coro, “rimandala indietro”, durante i raduni di Trump, diretto alle deputate democratiche non bianche.
  18. Perseguono un potere incontrollato
    “Come Hitler, Trump ha intensificato una tendenza inquietante, precedente alla sua amministrazione, a governare unilateralmente, in gran parte attraverso ordini esecutivi o proclami”, afferma Neuborne, citando il divieto di viaggio per i musulmani, i dazi commerciali, lo smantellamento delle reti di sicurezza sanitaria e ambientale, il divieto di prestare servizio militare per i transgender e gli sforzi per porre fine alla protezione del presidente Obama per i “Dreamer”. “Come Hitler, Trump rivendica il potere di scavalcare il Congresso e di governare da solo. Nel 1933, Hitler usò il pretesto dell’incendio del Reichstag per dichiarare un’emergenza nazionale e prendere il potere di governare unilateralmente. La magistratura tedesca non fece nulla per fermarlo. La democrazia tedesca non si è mai ripresa”. “Quando il Congresso si è rifiutato di dare a Trump i fondi per il suo muro di confine, anche dopo che lui ha fatto i capricci e ha chiuso il governo, Trump, come Hitler, ha dichiarato una falsa emergenza nazionale e si è arrogato il potere di ignorare il Congresso”, continua Neuborne. “Non contate sul fatto che la Corte Suprema lo fermi. Cinque giudici hanno dato il via libera al divieto di viaggio unilaterale del Presidente. Potrebbero fare la stessa cosa con il muro di confine”. L’ha fatto a fine luglio, stabilendo che Trump può dirottare fondi stanziati dal Congresso dal bilancio del Pentagono, minando la separazione costituzionale dei poteri.
  19. Entrambi relegano le donne in ruoli subordinati
    “Infine”, scrive Neuborne, ”Hitler proponeva una visione misogina e stereotipata delle donne, valutandole esclusivamente come mogli e madri ed escludendole dalla piena partecipazione alla vita politica ed economica tedesca. Trump potrebbe essere la figura più apertamente misogina che abbia mai ricoperto un’alta carica pubblica negli Stati Uniti, trattando grossolanamente le donne come oggetti sessuali, utilizzando accordi di segretezza e violando le leggi sul finanziamento delle campagne elettorali per evitare che i propri comportamenti sessuali vengano resi noti, attaccando le donne che si fanno avanti per accusare gli uomini di comportamenti abusivi, minando la libertà riproduttiva e opponendosi agli sforzi delle donne per raggiungere la parità economica”.
Dove sono finiti i controlli e gli equilibri costituzionali?

Neuborne voleva essere ottimista sul fatto che un’ondata di resistenza a livello statale, che definisce “federalismo progressista”, avrebbe potuto smussare la presa di potere di Trump e aiutare il Paese a tornare a un sistema che abbracciasse, anziché demonizzare, la dignità individuale e l’uguaglianza fondamentale. Ma prevedeva anche che molti americani non avrebbero abbandonato Trump,

“Quando tiranni come Hitler vengono rovesciati, il loro sostegno di massa svanisce retroattivamente – si scopre che tutti facevano parte della resistenza – ma il sostegno di massa era innegabilmente presente”, ha scritto. “E ci saranno, naturalmente, americani che sosterranno con entusiasmo un tiranno americano. Ce ne sono sempre, ovunque”.

E Neuborne conclude; “I parallelismi – in particolare le analogie tra “Lügenpresse” e “fake news” e le promesse di ripristinare la grandezza tedesca e “Make America Great Again” – sono troppo stretti per essere una coincidenza. Sono abbastanza sicuro che lo studio dei discorsi di Hitler – in particolare l’uso dell’invettiva personale, del razzismo bianco e della xenofobia – abbia plasmato il modo in cui Trump cerca di ottenere il potere politico nel nostro tempo. Non credo nemmeno per un momento che Trump ammiri ciò che Hitler alla fine ha fatto con il suo potere [l’autore intende naturalmente il genocidio, ndr], ma ammira dannatamente – e sta copiando con successo – il modo in cui Hitler l’ha ottenuto”.

Questo testo è la sintesi e l’adattamento di un articolo di Steven Rosenfeld pubblicato nel 2019 su Common Dreams
Nell’immagine: illustrazione AI


Ehud Olmert: “Il Papa non ha detto nulla di sbagliato. È Netanyahu che vuole la guerra infinita”

Percorso di lettura tra indagini d’epoca e inchieste recenti. In che misura la vittoria di Trump segna una novità o si può iscrivere in alcune costanti della storia Usa 

Nello Del Gatto, La Stampa

GERUSALEMME. «Da quello che ho letto, il Papa non ha espresso alcun giudizio sulle condotte di Israele a Gaza, ma una sua legittima preoccupazione». Spiega così, Ehud Olmert, ex premier israeliano, la polemica scaturita in Israele dalle parole di Francesco, contenute nelle anticipazioni del suo libro rivelate da La Stampa, nelle quali chiede un’indagine per verificare se a Gaza ci siano stati atti di genocidio. «Ho letto che il Papa ha detto che dovrebbe essere aperta un’indagine per scoprire se ci siano crimini contro l’umanità o genocidi commessi da Israele a Gaza. Riflette la sua preoccupazione ma non ha espresso alcun giudizio su Israele o se abbia effettivamente commesso qualcosa, ha detto che deve essere indagato».

Lei, il mese scorso, ha incontrato il Papa, al quale, insieme all’ex ministro degli esteri palestinese Nasser Al-Kidva, ha presentato un piano di pace che prevede anche la soluzione a due Stati. Che le ha detto a riguardo di ciò che accade nella Striscia?
«Mi ha confidato che era molto preoccupato per la situazione a Gaza e per il dolore, il disastro che accade a un gran numero di cittadini. Quanto ha espresso nel libro, penso che rifletta la sua preoccupazione per gli atti che mettono a repentaglio la vita di molte persone innocenti. Il suo pensiero dovrebbe essere accettato così com’è stato detto. Non dobbiamo accusare il Papa di nulla che vada oltre questo».

Signor Olmert, lei ha mostrato più volte insofferenza verso Netanyahu, le sue scelte, il suo governo, alcuni membri dello stesso. E ha più volte detto di non condividere la gestione del conflitto. Perché dopo più di un anno non si è vicini alla fine?
«Non ci siamo perché Israele non vuole porre fine alla guerra a Gaza. Israele vuole continuare la guerra indefinitamente, a causa di molti tipi di considerazioni del primo ministro, che non capisco. E se le capissi, non sarei d’accordo».

Gli Stati Uniti hanno cambiato amministrazione. Crede che l’arrivo di Trump possa cambiare qualcosa anche per il Medio Oriente?
«Che cosa possiamo aspettarci da Trump? È presuntuoso e di vasta portata, suggerire cosa Trump potrebbe fare. Non sono certo che a questo punto sappia cosa vuole fare. Trump è abbastanza imprevedibile in molti modi, è tutto da vedere. Tom Friedman sostiene che la situazione attuale potrebbe offrire un’opportunità a Trump di raggiungere la pace in Medio Oriente, il che gli porterebbe anche il premio Nobel per la pace. Il modo per farlo è essere in grado di costringere Israele a fare i passi necessari con i palestinesi su Gaza e sulla Cisgiordania. Spero che ciò accada. Speriamo Trump legga ciò che ha detto Friedman e che lo prenda sul serio».

Se su Gaza siamo lontani, sembra essere più vicino un cessate il fuoco con il Libano. L’inviato americano Hochstein a Beirut e Gerusalemme discute i dettagli di un piano che Hezbollah e i libanesi avrebbero accettato. Lei era premier quando è entrata in vigore la risoluzione 1701. Crede siamo davvero vicini alla soluzione del conflitto attuale?
«Spero che Hochstein continui i suoi incontri e che ne venga fuori qualcosa, si arrivi a un accordo ma non sono a conoscenza dei fatti. In base a ciò che sento, credo che ci debba essere un po’ di accomodamento sulle linee di confine e sulle dispute storiche tra Israele e libanesi, cosa che si può fare. Personalmente, ho redatto insieme al generale Sagi, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana, una proposta di accordo sulla base della risoluzione 1701 più alcuni aggiustamenti minori sulla linea di confine. E l’ho inviata ai francesi e agli americani. Credo che più o meno stanno negoziando su una base simile».

Da più parti si critica la risoluzione che ha messo fine al conflitto libanese nel 2006 come inefficace.
«Non posso dire che lo sia stato. Ha funzionato per alcuni anni, finché Hezbollah non ha iniziato a violarla. A quel tempo c’era una forza internazionale efficace che impediva qualsiasi azione di Hezbollah nel Sud del Libano e qualsiasi penetrazione di forze militari o la costruzione di installazioni militari nel Sud del Libano. È un fatto che per più di 17 anni non sia stato sparato un solo proiettile dal Libano al confine con lo Stato di Israele. Quindi, c’è stato un cessate il fuoco completo e una totale assenza di attività violente».

E allora che cosa è cambiato?
«Probabilmente a un certo punto tra il 2009 e il 2012, Hezbollah ha iniziato a costruire silenziosamente bunker militari per l’accumulo delle sue armi nella parte meridionale del Libano, non lontano dal confine con Israele. E l’8 ottobre 2023 ha invaso completamente l’area e ha iniziato a operare militarmente contro Israele da quei bunker. E, questo, ha ovviamente cambiato tutto».

Tornando anche al piano di pace che ha presentato il mese scorso al Papa. Crede che il 7 ottobre abbia cambiato anche la mentalità degli israeliani, condizionandone l’approccio con i palestinesi?
«Certo, ha influenzato in modo drammatico l’opinione pubblica israeliana, le emozioni e gli atteggiamenti di molti israeliani. Stiamo tornando a un certo diverso equilibrio. Non dobbiamo solo essere ossessionati dalle lacrime e dalle emozioni per ciò che è accaduto, ma anche dai cambiamenti di ciò che dovrebbe accadere in futuro. Possiamo distruggere Hamas completamente, possiamo uccidere tutti i suoi combattenti e avremo comunque 6.000.000 di palestinesi. Che cosa pensiamo di fare con loro? Rimarremo per sempre occupanti in completo controllo dei palestinesi? O siamo pronti a rivedere le opzioni necessarie e reciproche che ci porteranno verso negoziati significativi e la pace? Questa è la sfida principale che abbiamo».