Biden scommette sul futuro dell’Ucraina

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Joe Biden ha autorizzato l’esercito ucraino a utilizzare i missili a lungo raggio statunitensi per colpire il territorio russo. Anche se si tratta di un permesso parziale, che per ora riguarda solo la regione russa del Kursk, la notizia arriva nel momento meno atteso e prevedibile, dopo una settimana di recriminazioni da parte di Kiev per «il tempo perso» e per i freni eccessivi imposti dall’attuale amministrazione della Casa bianca.

Gli ucraini hanno anche coniato un termine derisorio per l’atteggiamento di Biden, «auto-deterrenza», ponendo l’accento sulle paure di escalation con la Russia che il capo di stato ha sempre frapposto tra le forniture inviate oltreoceano e i desideri dei generali ucraini. Eppure, a meno di 40 giorni dall’insediamento di Trump a Washington, il presidente uscente ha deciso lo stesso di concludere il suo mandato con una decisione fondamentale. Finora aveva prevalso la valutazione razionale degli analisti militari del Pentagono: permettere a Kiev di colpire il territorio russo in profondità con le armi made in Usa non avrebbe spostato gli equilibri sul campo di battaglia e avrebbe finito solo per esasperare i già fragili rapporti diplomatici con Mosca. Senza contare il rischio di un’escalation nel caso in cui gli ucraini avessero esagerato colpendo un obiettivo particolarmente sensibile. Il Cremlino ha sempre dichiarato che gli Usa saranno ritenuti direttamente responsabili di tutti i problemi che potrebbero scaturire da questa mossa. Ieri il Presidente della Commissione esteri della Duma, Leonid Slutsky, ha dichiarato all’agenzia Tass: «Attacchi con missili americani in profondità in territorio russo inevitabilmente porteranno a una grande escalation che minaccia di avere conseguenze molto più gravi». Mentre il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, ha sottolineato il rischio di «ulteriore aumento delle tensioni», accusando Biden di «gettare benzina sul fuoco e fomentare l’escalation». Si registrano posizioni simili anche tra alcuni dei fedelissimi di Trump, che da tempo non vedono l’ora di insediarsi per interrompere i rapporti con Kiev. Il figlio del presidente neo-eletto, Donald Jr, ha addirittura accusato Biden di voler «iniziare la Terza Guerra Mondiale» in opposizione al piano di suo padre che invece «avrà la possibilità di creare pace e salvare vite».

MA LA MOSSA di Biden non è frutto dell’irrazionalità. Il presidente sa che quasi certamente il piano dei suoi successori per l’Ucraina consisterà nell’obbligare Zelensky a sedersi a un tavolo negoziale per trattare le condizioni del cessate il fuoco da una posizione di manifesta inferiorità rispetto a Putin. Per questo le truppe nord-coreane inviate in Russia da Kim Jong-un sono state dislocate nel Kursk. I generali russi vogliono riconquistare tutte le porzioni di territorio che i nemici hanno occupato lo scorso agosto. Ricacciare gli ucraini oltre-confine significherebbe eliminare ogni possibile rivendicazione di Zelensky e trasformare i trattati di pace in una capitolazione addolcita. Per il motivo opposto i generali ucraini non possono permettersi di cedere le decine di km che al momento occupano nel Kursk, pena la perdita dell’unica moneta di scambio rimasta. Nel quadro così delineato l’autorizzazione concessa da Biden è una sorta di assicurazione per Kiev.

GLI ATACMS (acronimo inglese di Army Tactical Missile Systems) hanno un raggio di circa 300 km e sono il sistema d’arma offensivo più moderno e distruttivo fornito all’esercito ucraino. Per ora l’autorizzazione si limiterà esclusivamente all’uso nella regione di Kursk per colpire i reparti russi e nordcoreani, i mezzi, i depositi e la catena di approvvigionamento dei nemici. «Oggi molti parlano del fatto che abbiamo ricevuto il permesso a intraprendere azioni appropriate» ha dichiarato ieri a caldo Zelensky, «ma i colpi non si infliggono a parole. Queste cose non si annunciano. I razzi parleranno da soli». Diversi analisti insistono sul fatto che la decisione sia frutto anche della volontà di Washington di colpire le truppe di Pyongyang per dimostrare a Kim che non può agire liberamente. Ma il messaggio indiretto ai piani di Trump, che ha sempre insistito per «terminare la guerra in Ucraina in 24 ore», è molto più evidente.

La mossa di Biden ha convinto subito Francia e Gran Bretagna a dare il via libera all’uso dei sistemi Scalp e Storm Shadow per colpire in territorio russo. «Questo non modifica la posizione del governo tedesco sulla consegna dei Taurus» ha dichiarato il portavoce del cancelliere tedesco Olaf Scholz, Wolfgang Buechner. Più allarmata l’Ungheria, che sulla linea di Mosca e di Trump, parla di «avvicinamento della minaccia di una guerra mondiale». Per il ministro degli Esteri italiano Tajani «la posizione di Roma non cambia», ma il nostro Paese non ha mai fornito sistemi missilistici a lungo raggio. Mentre si è mantenuta sulla linea della distensione la Cina, per la quale c’è bisogno «di un cessate il fuoco tempestivo e di una soluzione politica».

Nell’immagine: Il lancio di un missile a lungo raggio “Atacms”


Stanchi della guerra

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Paolo Garimberti, La Repubblica¨

Superati i mille giorni di guerra, l’Ucraina sta vivendo una fase di profonda sofferenza. Che non è soltanto militare per la lenta, ma inarrestabile avanzata delle armate di Putin sia nel Donbass che nella regione russa di Kursk, dove gli ucraini hanno ormai perso metà di una preziosa merce negoziale, i 1.100 chilometri quadrati conquistati in agosto. E difficilmente la decisione di Joe Biden di autorizzare l’uso dei sospirati missili a lungo raggio potrà cambiare le sorti della guerra.

Ma la sofferenza è soprattutto quella sociale e morale di una popolazione, sempre più stremata dai lutti e dalle privazioni (gli sciami di missili e droni russi sulle città sono implacabili), che comincia a mettere in discussione perfino la “leadership” di Volodymir Zelensky.

Non era mai accaduto, nell’ondata di patriottismo che aveva pervaso la popolazione ucraina dopo l’invasione del 2022, che un soldato al fronte dicesse apertamente — come è avvenuto di recente con l’inviato del Financial Times — di non voler più combattere per “quel governo di corrotti che sta a Kiev”. I bruschi licenziamenti decisi da Zelensky, a cominciare da quello del generale Zaluzhny e di alti funzionari ritenuti incorruttibili e competenti anche dalle loro controparti occidentali, hanno dato l’impressione di una incessante lotta di potere più che di scelte di efficienza. La renitenza alla leva e i tentativi di fuga all’estero aumentano giorno dopo giorno, così come la caccia all’imboscato. E nei sondaggi sugli umori della popolazione comincia ad affiorare una certa indifferenza a fare concessioni territoriali purché la guerra finisca. La crepa tra l’Ucraina filo-europea e l’Ucraina russofona e russofila, che si era creata dieci anni fa dopo la rivoluzione di Euromaidan e la cacciata del presidente filorusso Viktor Janukovic e aveva portato alla guerra a bassa intensità degli “omini verdi” nel Donbass, si sta riaprendo nell’esaurimento nervoso dei mille giorni di guerra diventata ad alta intensità.

Zelensky, che ha aspramente criticato la telefonata del cancelliere tedesco Scholz a Putin cogliendovi i segnali di un appeasement occidentale, sembra rendersi conto dei cangianti umori interni e di un contesto internazionale in incerta mutazione. Nonostante il convinto sostegno ricevuto dal G7 a guida italiana e il regalo “last minute” di Biden dei tanto attesi Atacms (che suona più come un dispetto a Trump che una scelta strategica, essendo le riserve di quei missili piuttosto limitate), il presidente ucraino sembra essere passato da un idealismo guerriero, che ha professato con grande efficacia per oltre due anni in tutte le sedi internazionali, a un realismo trattativista. In luogo di un “piano per la vittoria” parla ora di un “piano di resilienza”. Per quanto riguarda il ritorno di Trump alla Casa Bianca sembra fare di necessità virtù, affermando che grazie alla nuova presidenza Usa “la pace è più vicina”. Fino a impegnarsi a “fare di tutto” per “arrivare alla pace con la Russia per via diplomatica entro il 2025”.

Ma per fare la pace bisogna essere in due. E il secondo è Vladimir Putin, che ora può contare su 12mila soldati nordcoreani oltre a risorse illimitate di uomini da mandare allo sbaraglio (secondo fonti militari britanniche nel mese di ottobre i russi hanno avuto 1.500 perdite “ogni singolo giorno”, tra morti e feriti). Nessuno sa davvero in Occidente che cosa vuole l’uomo del Cremlino. I piani che sono circolati finora — compreso quello più accreditato di una “soluzione coreana”, cioè un armistizio che congeli il conflitto sulle posizioni attuali, senza arrivare a una vera trattativa di pace — sono formule ipotizzate in Occidente. “È come parlare allo specchio”, diceva Nikita Krusciov preparando l’incontro con Dwight Eisenhower del quale nulla sapeva, come racconta nel suo splendido libro sulla politica estera del Cremlino lo storico Sergey Radchenko. Lo specchio ti rimanda quello che vuoi sentirti dire. Ma è davvero quello che il nuovo zar ha in mente? E Trump, che dice di sapere come prenderlo e di poter convincere lui e Zelensky a fare la pace “mettendoli insieme in una camera”, lo conosce veramente?

Ivan Krastev, grande esperto di Russia, sostiene che il Putin prima della guerra e il Putin di oggi sono due persone diverse “come lo Stalin del 1940 e lo Stalin del 1944”. A suo avviso quella che era partita come un’“operazione militare speciale” per “risvegliare un’Ucraina stregata dall’Occidente” è diventata “una guerra alla Nato combattuta sul suolo ucraino”. Così, anche dalle parole del suo ultimo discorso pubblico, la sente Putin, forte del sesto mandato ricevuto con le elezioni di marzo. Perciò è difficile che accetti una pace che non suoni come una vittoria della Russia, o che sia imposta da un presidente americano. Dice un vecchio proverbio russo: “Se inviti un orso a danzare non sei tu che decidi quando la danza finisce, è l’orso”.


Cisgiordania, viaggio tra i coloni oltranzisti: “Via in un mese da Gaza o dovremo ammazzare i bambini”

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Francesca Mannocchi, La Stampa

HAVAT GILAD (CISGIORDANIA). Yehuda Shimon è un avvocato ma sostiene di non credere ad altra legge se non quella di Dio. Non crede alla legge degli uomini nel suo paese, Israele, e non crede al diritto internazionale. Oltre a non credere alla legge, Yehuda Shimon non crede nemmeno alla democrazia.

Pensa che se ci fosse una vera democrazia in Israele, la gente lascerebbe fare a Netanyahu ciò di cui c’è bisogno, senza le proteste di piazza e senza gli impedimenti che la legge mette ai coloni come lui. Per queste ragioni Yehuda Shimon invece di votare, prega: «Il Messia non ha bisogno di cento persone in un parlamento, la democrazia è uno scherzo».

Il Messia non ha bisogno della democrazia ma i coloni hanno bisogno di sostegno politico e questo governo, come mai nessuno prima, ha aperto la strada all’annessione dei territori palestinesi da parte dei coloni: «non crediamo alla politica, ma la politica ci serve», dice Shimon, che chiama il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir per nome, che mostra le fotografie della sua famiglia in compagnia del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e che sorride soddisfatto di fronte a un messaggio che lo informa che la ministra degli Insediamenti Orit Strook, anche lei esponente di Sionismo Religioso, entrerà a far parte del gabinetto di guerra. Strook, che nel luglio scorso aveva definito gli ultimi mesi un «miracolo» per la veloce espansione degli insediamenti, «un momento miracoloso come quando sei fermo a un semaforo e senti beep, beep. E poi c’è il verde e metti il turbo». Dove il semaforo è la legge e il turbo è l’allargamento senza freni degli insediamenti illegali.

Anche per l’avvocato Yehuda Shimon il semaforo rosso è la legge e un pezzo della luce verde è l’elezione di Donal Trump. «Prego Dio che lo benedica, che Trump ci sostenga e continui a favorire la nostra idea di Israele, come ha già fatto». Le recenti nomine lasciano pensare che sia così. Soprattutto quella dell’ex governatore dell’Arkansas, Mike Huckabee, nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, che ha detto: «non esiste la Cisgiordania. Esistono Giudea e Samaria. Non esistono gli insediamenti. Sono comunità. Sono quartieri. Sono città. Non esiste l’occupazione». Mike Huckabee è un fervente cristiano evangelico che ha fatto molti viaggi in Israele e molti ne ha fatti fare alle comunità americane di cristiani evangelici che hanno abbracciato l’espansione di Israele e il movimento degli insediamenti, al punto che una figura di spicco del governo Netanyahu, Ron Dermer, una volta disse che Israele avrebbe dovuto dare priorità al sostegno appassionato dei cristiani evangelici rispetto a quello degli ebrei americani, che sono molto più critici nei confronti del governo di destra. Il sostegno di certo non manca, perché i cristiani evangelici americani non si limitano ai tour guidati negli insediamenti, ma li finanziano con copiose donazioni. Larga parte delle costruzioni di Havat Gilad sono state pagate da loro, anche parte di casa di Yehuda Shimon, sua moglie e i loro 11 figli.

Storia di un insediamento

Havat Gilad si trova a 20 chilometri dalla Linea Verde, incastrato in un’area remota della Cisgiordania occupata, tra diversi villaggi palestinesi nella zona di Nablus. L’avamposto è stato fondato da Moshe Zar, un membro di Jewish Underground, considerata un’organizzazione terroristica in Israele, che negli anni ’80 organizzò attacchi con le autobombe contro i sindaci di Nablus e Ramallah e stava organizzando la distruzione della Cupola della Roccia a Gerusalemme. Moshe Zar era uno di loro. Nel 1984, venne condannato a tre anni di prigione per il suo ruolo nell’assassinio di sindaci palestinesi, ma trascorse in prigione solo pochi mesi.

Quando nel 2001 uno dei suoi figli, Gilad, fondatore dell’avamposto Itamar, è stato ucciso da un palestinese mentre era di guardia nelle forze di sicurezza dei coloni, Zar ha giurato di costituire un avamposto per ogni lettera del nome di suo figlio. Havat Gilad è nata così. Poche ore dopo la morte del ragazzo un gruppo di coloni si è stabilito con tende e roulottes, all’inizio c’erano cinque, sei famiglie e una grande stella di David in cima alla collina. Poi, negli anni, sono arrivate decine di altre famiglie, una dopo l’altra e Havat Gilad si è mangiata le colline circostanti, un tempo terra di palestinesi. L’amministrazione civile israeliana negli anni ha emesso ordini di demolizione per le strutture e i container e nel primo anno di attività dell’avamposto le forze di sicurezza le hanno demolite più volte, ma ogni volta i coloni le ricostruivano.

Poi nel 2018 il rabbino della comunità, Raziel Sevach, è stato ucciso da un palestinese e questo ha spianato la strada per il riconoscimento. Da allora le autorità israeliane non hanno più tentato di sfrattare l’avamposto e hanno chiuso un occhio sulla costruzione in corso. Difeso dalle forze di sicurezza, l’avamposto si è espanso e occupa circa 450 dunam (45 ettari) di terreni agricoli e pascoli di proprietà privata di palestinesi dei villaggi di Farata, Tal e Jit. L’organizzazione israeliana Peace Now l’ha definito uno «sfruttamento cinico di un omicidio abominevole». Oggi a Havat Gilad ci sono circa 100 famiglie e altrettante costruzioni, tra container e abitazioni, più le tende dei nuovi quartieri in espansione.

La “legalizzazione” (almeno da lato israeliano, perché le colonie erano e restano illegali per il diritto umanitario internazionale) non è ancora compiuta. A Havat Gilad, secondo i coloni che la abitano, non ci sono ancora abbastanza scuole ed elettricità, non abbastanza fondi governativi, ma almeno, dice l’avvocato Yehuda Shimon, arrivano gli aiuti degli amici evangelici americani. «Molte delle nuove costruzioni che vedi intorno a noi, le dobbiamo a loro».

La ferita di Gush Katif e il futuro

Yehuda Shimon dice che ogni famiglia che decide di venire a vivere qui ha una ragione solida che lo spinge. Lui, sua moglie e gli 11 figli, sono arrivati qui all’inizio della fondazione dell’avamposto da Gerusalemme, prima ancora vivevano a Gush Katif, gli insediamenti israeliani nella Striscia di Gaza, smantellati dopo il disimpegno unilaterale di Sharon del 2005.

La ferita mai rimarginata di Gush Katif, dell’abbandono di Gaza, è una delle radici del fondamentalismo dei coloni in Cisgiordania e anche una delle ragioni per cui non credono nella politica ma si definiscono un acceleratore della politica stessa. «Siamo noi che ci serviamo di loro e dettiamo la linea, non il contrario – dice Shimon –. L’evacuazione da Gaza è stata una rovina. Crediamo che ogni luogo della terra d’Israele ci appartenga e che dobbiamo viverci. È in quel momento che abbiamo capito che più terra prendiamo, più ci espandiamo, più sarà difficile mandarci via».

Come avvocato, Shimon si occupa di progetti di costruzione nell’area. Fino al 7 ottobre per lui lavoravano 300 palestinesi. Oggi non più, perché i coloni non vogliono dare più lavoro ai palestinesi e li stanno via via sostituendo con un flusso di manodopera dal Sud Est asiatico.

Quando era il loro datore di lavoro Shimon non si atteneva alle norme della Corte Suprema di Israele, cioè non pagava i palestinesi quanto gli operai israeliani. Non lo riteneva giusto. Ricordava ai suoi addetti palestinesi che la terra apparteneva solo a loro, agli ebrei. E loro, dice, tacevano. Interrogato sul perché, secondo lui, restassero in silenzio, Shimon ride e risponde: «perché hanno paura di me. Sapevano che li avrei mandati via, e sarebbero rimasti senza lavoro e senza paga». Hanno paura di lui anche perché nell’avamposto di Havat Gilad cresce parte della gioventù delle colline, i giovani estremisti che si sono macchiati di crimini sempre più violenti. Uno degli ultimi, l’assalto al vicino villaggio di Jit, a ferragosto. Decine di coloni sono entrati nel villaggio, hanno dato fuoco a macchine e case e ucciso un giovane disarmato. Shimon dice: «non ci sono le prove che fossero i nostri, nelle immagini erano incappucciati». Sua moglie Ilana si vuole mostrare più moderata, mostra le foto dei figli, la più grande è al fronte in Libano, ha 23 anni. Racconta degli anni in cui hanno vissuto nelle tende e nelle roulotte, senza acqua né elettricità, per la grande missione che li anima. Guarda i villaggi intorno, e dice: «vedi, continuano a costruire». A nulla vale l’obiezione che quella intorno sia terra dei palestinesi e che sono loro, i coloni, che costruendo su quella terra continuano e ampliano l’espansione di un’occupazione illegale che dura da 57 anni.

Ilana mostra con orgoglio le nuove colline occupate, i giovani pionieri che stanno arrivando negli ultimi mesi con i figli neonati. Dei bambini di Gaza però non vuole parlare. Suo marito invece sì, la Gaza da cui i coloni sono stati, secondo lui, ingiustamente evacuati. La Gaza a cui si deve tornare, così come in Sinai, così come in Libano, le terre del grande Israele e della Redenzione. I tempi per tornare in Sinai e in Libano li vede lontani, quelli per tornare a Gaza no. «Non ci sono esseri umani non coinvolti, a Gaza – dice – nemmeno i bambini. E se mi chiedi la mia, bene, io direi a tutta la comunità internazionale: avete un mese per portarveli via tutti, passato quel mese li ammazziamo e restiamo noi a vivere sulla nostra terra da soli, finalmente».

Nell’immagine: Giovani dell’accademia pre-militare di Eli (in Cisgiordania), dove si studia la Torah e si serve nell’Idf 


Antisemitismo, quella parola che non va banalizzata

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Nel sofferto e recente “Il suicidio di Israele”, scritto mentre la vendetta “senza limiti” di Israele si abbatte su Gaza, la storica Anna Foa, docente alla Sapienza di Roma, autrice di studi su cultura e vicende delle comunità ebraiche in Europa, ci accompagna con sobrio equilibrio in ciò che ha preceduto, accompagnato e seguito il barbarico e labirintico percorso aperto dal “sette ottobre 2023”, con l’attacco terroristico di Hamas, di cui nemmeno si intravvede la fine, esito che non potrà comunque essere che tragico. “Suicidio” non tanto di una nazione, che in realtà ha i mezzi militari (atomica compresa) e le alleanze politiche sufficienti alla propria sopravvivenza come Paese. Ma soprattutto “suicidio” di tutto ciò che giustificava, in verità non sempre a ragione, l’affermata unicità democratica (la sola in tutto il Medio Oriente) di Israele. Dunque anche la speranza che i “sionismi” costruttori dello Stato ebraico potessero ancora generare, seppur fra mille ostacoli e ostilità, un ebraismo fecondo di progresso, cultura, equità, tolleranza, convivenza con la componente arabo-palestinese rimasta entro i confini dello Stato ebraico (oggi più del 20% della popolazione) e dal ‘67 con quelli della West Bank finiti sotto sostanziale occupazione militare israeliana. Insomma, quel modello di paese caro all’autrice, che della memoria, e dei suoi insegnamenti, ha fatto un altro costante impegno, confermato tra l’altro dalla sua collaborazione con Gariwo, l’associazione che affida la difesa dei diritti umani al ricordo dei “Giusti” di ieri e di tutte le guerre e le repressioni di oggi. Una “italiana ebrea indipendente – sostiene infatti chi conosce bene Anna Foa – che ha sempre guardato a una identità universale dell’ebraismo, rifiutando un’idea etnica dello stesso; e che considera il ricordo della Shoah una memoria che oggi deve servire a prevenire genocidi e crimini contro l’Umanità”.

Anna Foa ci consegna così un centinaio di pagine, una sintesi di lodevole chiarezza, un rapido percorso senza inciampi, per sciogliere la complessità della questione israelo-palestinese, delle occasioni mancate, e delle sue ultime degenerazioni. Senza mai perdere di vista modalità, significati e conseguenze delle terribili ore di quel sabato, il “sette ottobre”. Una cronaca ragionata e commentata non solo della mappa regionale, che di conflitti armati ha riempito quasi un secolo di storia; ma anche dell’identità palestinese (che, contrariamente al luogo comune, comincia a delinearsi già negli anni del dominio turco-ottomano), e naturalmente di quella ebraica (locale e della diaspora). Inevitabilmente centrale, nella sua riflessione, diventa la deriva politica di Israele nel ventennio dominato da di Benjamin Netanyahu, il più longevo premier della storia di Israele, anche più del padre della patria Ben Gurion; un Netanyahu che in quest’ultima parte del suo lungo regno dirige il paese grazie ad indispensabili alleati ‘nazional-messianici’, che vorrebbero ora ottenere il maggior vantaggio politico possibile, la definitiva sconfitta delle leadership (Fatah, Hamas) e del popolo palestinesi, eventualmente anche attraverso procedure di “pulizia etnica”, nella pur comprensibile ma spropositata rappresaglia alla mattanza jihadista di un anno fa nei villaggi, nei kibbutzim, nei party giovanili: provocando il più alto numero di vittime ebree in un solo giorno all’interno di Israele, così come la replica di Tsahal sta provocando il più alto numero di morti palestinesi della storia medio-orientale.

Dal sionismo (o dai ‘sionismi’, come preferisce precisare e spiegare l’autrice) alle varie tappe che precedono, segnano, seguono la nascita di Israele nel 1947-1948; dalle guerre (e guerriglie) alle conquiste territoriali di Israele, soprattutto quelle del giugno 1967, con l’occupazione di Sinai, Gaza, Golan, Gerusalemme Est, Cisgiordania, e l’inizio di una colonizzazione che secondo molti analisti, anche israeliani, intossicherà il futuro dello Stato ebraico e segnerà l’avvio dei movimenti radicali religiosi annessionisti; fino al dibattito odierno sull’applicazione del concetto (e accusa) di genocidio nella tragedia di Gaza, e su definizione e crescita dell’antisemitismo alimentato nel mondo dalla “punizione collettiva” che colpisce gli oltre due milioni di nuovi profughi gazawi. Ed è in particolare quest’ultimo controverso punto dell’analisi di Anna Foa, quello dell’uso e dell’abuso del termine antisemitismo, che merita di essere segnalato, vista l’attualità della questione; merita di essere segnalato per l’originalità dell’analisi e anche per il coraggio dell’autrice.

Anna Foa ritiene importante, soprattutto in questo periodo storico, ricorrere a una definizione dell’antisemitismo “che consenta di mettere dei paletti e di distinguere nettamente ciò che lo è da ciò che non lo è”, ricordando la definizione del fenomeno rintracciabile nella “Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo 2021”, che così fissa i termini dell’atteggiamento antisemita: “la discriminazione, il pregiudizio, l’ostilità o la violenza contro gli ebrei in quanto ebrei, o contro le istituzioni ebraiche in quanto ebraiche”. Definizione chiara, non equivocabile, com’è invece il caso di quella sottoscritta da oltre 40 nazioni dell’ONU, in calce a un documento che dal 2016 propone un legame stretto fra sionismo e antisemitismo: come se le conseguenze delle scelte politiche del governo israeliano non fossero criticabili senza per questo meritarsi automaticamente anche l’accusa di antisemitismo. E, a proposito di “paletti” necessari a distinguere fra il plausibile e l’inaccettabile, Anna Foa si chiede con tagliente semplicità: “Come possiamo oggi limitarci a condannare l’antisemitismo che cresce, estendendo il termine antisemitismo ad ogni condanna della guerra di Gaza? Paragonare il clima di oggi a quello che in Italia accompagnò le leggi razziali del 1938, come è stato fatto, mi sembra una vera e propria forzatura, che fa eco alle affermazioni con cui Netanyahu accusa ogni opposizione alla sua politica di essere antisemita, all’interno come all’esterno. Non è che a forza di estendere a dismisura la nozione di antisemitismo finiremo per perderne la natura e la specificità? Come fare, ad esempio, quando gli studenti, anche adottando parole d’ordine che in qualche caso possiamo definire antisemite, si battono contro dei veri e propri massacri? È un antisemitismo con cui si può provare a discutere, a parlare, a spiegare”.

Questo, in sostanza, perché la protesta nasce da un senso di ingiustizia, o dalla costatazione che si stia commettendo “un crimine contro l’umanità” (più corretto, sostiene l’autrice, rispetto al termine genocidio) che mobilita soprattutto i giovani: i quali, aggiungiamo noi, non hanno il complesso dei loro padri e nonni nei confronti di Israele vissuto come compensazione alle responsabilità occidentali nei confronti dei campi di sterminio hitleriani. Quindi, evidenzia l’autrice, “la colpa non è certo solo dell’antisemitismo, o dell’ignoranza e del fanatismo dell’estrema sinistra, ma del comportamento dello Stato di Israele e del suo governo dopo il 7 ottobre, dei morti innocenti, causati nella guerra di Gaza, dei proclami di pulizia etnica fatti dai ministri di quel governo, che suonano sinistri alle orecchie del mondo. D’altra parte, durante le manifestazioni anti-israeliane, viene ripetuto lo slogan “Dal fiume (Giordano) al mare (Mediterraneo), Palestina libera. Si tratta o meno di uno slogan antisemita, nel senso che vorrebbe la scomparsa dello Stato di Israele proprio come per i sionisti religiosi a dover scomparire da Giudea e Samaria sono i palestinesi?”.

E poi la questione dell’uso strumentale che il governo di Gerusalemme fa della Shoah. Alcune settimane fa, l’avevamo definito un oltraggio alla memoria delle stesse vittime ebree della politica di sterminio nazista. Il parere di Anna Foa parte da un presupposto storico: “Possiamo discutere se l’uso che Ben Gurion, nel 1961, ha fatto del processo Eichmann elevando la memoria della Shoah a pilastro identitario dello Stato sia stato o meno strumentale, ma nulla lo rende uguale al cinismo con cui oggi il governo israeliano la usa contro i palestinesi, macchiando questa memoria indegnamente e speriamo non indelebilmente. Lo stesso si può dire del termine antisemitismo, ormai uguagliato a qualsiasi critica al governo israeliano. Un uso che fa crescere davvero l’antisemitismo, gli offre occasioni e giustificazioni, lo fa riemergere dai tabù della storia, gli rende la parola”.

Un termine, l’antisemitismo, da usare quindi senza imbarazzi quando l’evidenza delle dichiarazioni o dei fatti lo giustifica e lo impone. Ma anche da maneggiare con grande cura, evitando di banalizzarlo usandolo come arma di contundente polemica quando al centro dell’analisi, della discussione e del lecito dissenso c’è il governo dello Stato ebraico. È la memoria che ci deve guidare. Non il ricatto di chi ne fa un uso improprio, infondato, oppure consapevolmente strumentale.

Nell’immagine: Anna Foa


Di scuola, di dogmi e di princìpi

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

In autunno, come quasi ogni anno, le proposte e i contributi sul sistema scolastico obbligatorio si sono sprecati: ha iniziato il PLR, presentando i suoi “17 campi di azione per un’educazione scolastica equilibrata e orientata al futuro”, ha chiuso, per lo meno nel nostro Cantone, un botta e risposta su “laRegione” tra il presidente dell’UDC ticinese e consigliere nazionale Piero Marchesi e la consigliera di Stato e direttrice del DECS Marina Carobbio Guscetti. In mezzo, di tutto e di più.

Iniziamo dal PLR, che vuole una “educazione scolastica equilibrata” (ne esiste una squilibrata, se è davvero educazione?) e “orientata al futuro” (di nuovo: ne esiste una non orientata al futuro, se è davvero educazione?), e nell’introduzione parla di istruzione non solo “solida” (e ci mancherebbe) ma anche “pratica”. Incomprensibile, perché se di una cosa si può essere sicuri è che l’istruzione, che attiene a cultura e conoscenza, ossia all’immateriale, non è mai pratica – lo sarà semmai una possibile applicazione. Se si parla di scuola, o meglio di modello scolastico, non è questione di lana caprina. E difatti, giusto per sottolineare il concetto di una scuola orientata al futuro, i liberali propugnano un ritorno al XIX secolo, quando davvero il partito svolse un ruolo pionieristico (oseremmo dire rivoluzionario) e orientato al futuro, non solo in campo scolastico.

Da parte sua Marchesi nella sua controreplica alla consigliera di Stato a proposito dei principi di uguaglianza e inclusività parla di “dogmi oramai a fine corsa”. Non so quanto Marchesi, di formazione montatore elettricista poi qualificatosi fino a ottenere un diploma in executive business administration alla SUPSI, sappia di queste cose, ma ci sembra presupposto indispensabile in qualsiasi ragionamento conoscere i concetti che si impiegano a sostegno. Confondere, come lui fa, il dogma, ossia una verità affermata come universale e indiscutibile, con il principio, ossia un concetto che forma uno dei fondamenti di una scienza, di una disciplina o di un sistema etico-filosofico e che, al contrario del dogma, deve essere interpretato e applicato alla situazione concreta, è errore certo piuttosto comune ma non per questo meno grave – se alla base mancano o sono carenti le premesse linguistiche, dunque concettuali, difficilmente gli sviluppi e le conclusioni potranno essere corretti.

Malgrado ciò che la nostra scuola media vada migliorata nessuno lo contesta. Non tanto perché inclusiva, propugna più che l’uguaglianza le pari opportunità (è diverso) o perché, come affermato del PLR, segue le tendenze attuali della società, ma proprio per il suo contrario, perché nata e pensata negli anni ’70 oggi, a 50 anni dalla sua ideazione, mostra inevitabili segni di invecchiamento, che possono essere superati solo ricalibrandola sul presente (i giovani) in modo da orientarla sul futuro. Il loro naturalmente, non il nostro.

In questo senso paradossalmente hanno ragione Marchesi e il PLR: bisogna togliere potere ai burocrati (politici compresi, categoria che loro non a caso dimenticano) per darlo agli esperti del settore. Che non sono appunto né i burocrati né i politici, non sono i genitori né tantomeno gli allievi, ma sono i tanto bistrattati insegnanti e soprattutto i pedagogisti. I Montessori e i Piaget di oggi, per non citare che due tra i più conosciuti, che come i loro illustri predecessori hanno le conoscenze e le capacità per immaginare la scuola di domani. Noi, tutti noi, sicuramente no.

Quello che tutti noi invece possiamo fare, senza preconcetti o ansia di rivincita ideologica, è leggere e analizzare gli studi sui modelli attuali di scuola (il famoso PISA, ma non solo) per capire quali funzionano meglio e perché, in modo da delineare delle linee di tendenza, aspetti da approfondire ed eventualmente adattare alla nostra realtà. Perché ogni modello è pensato ed elaborato per rispondere ad esigenze locali e specifiche, per cui non può mai essere replicato pedissequamente altrove.

Tre le constatazioni generali che si possono comunque trarre: la scuola svizzera e quella ticinese danno buona/ottima prova di sé – forse non eccellono, ma comunque si piazzano sempre nella top ten mondiale, e non è poco; i paesi nordici in generale e la Finlandia in particolare posseggono i migliori sistemi al mondo; praticamente tutti i paesi in top ten collocano le pari opportunità e l’inclusività tra i loro principi fondanti. 

Esemplari in questo senso, oltre la Finlandia e i paesi nordici, sono il Canada e l’Estonia, paesi che anche grazie all’istruzione riescono a gestire con buon successo i flussi migratori: il primo, come gli Stati Uniti, è da sempre un paese a fortissima immigrazione (non decine di migliaia di persone l’anno, ma centinaia di migliaia), e la differenza di tensioni sociali con il suo vicino è nota e palese; il secondo ha visto aumentare la popolazione di studenti stranieri dai circa 400 di una decina di anni fa agli oltre 4000 attuali (dieci volte tanto!) senza che la qualità della sua scuola ne risentisse. Anzi è in continuo e costante miglioramento, tanto che ormai tallona la Finlandia da vicino e per alcuni studi addirittura la supera.

Alla base del successo di questi modelli vi sono investimenti statali importanti, il sostegno il più possibile precoce per gli allievi in difficoltà e/o alloglotti e la buona/ottima considerazione sociale e autonomia didattica di cui godono gli insegnanti. Che è l’esatto opposto di quello che auspicano il PLR e Marchesi, persi a vagheggiare una passata età dell’oro educativa in realtà mai esistita; perché il futuro non sta nel XIX secolo, ma in direzione ostinatamente contraria. 

Nell’immagine: gli esperti sono loro


Gaza, altra strage. Israele protesta per le parole del Papa: “Non è genocidio”

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

GERUSALEMME — L’offensiva israeliana su Gaza continua a fare morti: la Striscia ieri mattina si è svegliata con la notizia di dodici vittime in un raid notturno avvenuto su Beit Lahiya. Durante la giornata il bilancio è peggiorato: Hosam Abu Safiya, medico dell’ospedale Kamal Adwan ha confermato all’Associated press che almeno trenta persone sono morte e decine sono ancora disperse a seguito dell’attacco sul campo profughi. Attacco confermato dalle Forze armate israeliane che hanno parlato di «obiettivi terroristici» colpiti e del tentativo in corso di evacuare la popolazione da «zone di combattimento attivo».

È proprio l’ambiguità di questo linguaggio, unita all’impossibilità di verificare sul campo quello che sta accadendo, uno degli elementi che hanno portato papa Francesco a evocare la possibilità di un’inchiesta da condurre nei confronti di Israele per genocidio a Gaza. «A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali», ha scritto il Papa nel suo nuovo libro La speranza non delude mai. Pellegrini verso un mondo migliore, che uscirà per il Giubileo ed è stato anticipato da La Stampa ieri.

Parole che hanno provocato la dura reazione dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede che, collegandosi a quanto pubblicato ha invitato a ricordare il massacro del 7 ottobre 2023. «Qualsiasi tentativo di chiamare questa autodifesa con qualsiasi altro nome significa isolare lo Stato ebraico», recita il comunicato diffuso su X. Più dura la reazione di Combat Antisemitism Movement (CAM), uno dei tanti gruppi di di pressione pro-Israele, che ha detto che Francesco dovrebbe «scegliere le parole con più cura». In realtà la presa di posizione del Papa ha avuto invece un’eco limitata qui in Israele, dove è stata riportata dai media solo attraverso le agenzie di stampa.

A catturare l’attenzione del Paese ieri sono state invece altre due notizie: la prima è l’arresto di tre leader del movimento contro la riforma giudiziaria che due anni fa ha spaccato Israele in relazione al lancio di due bengala nel giardino della residenza del primo ministro in Cesarea sabato sera. I razzi non hanno provocato danni e Netanyahunon era nella villa: ma l’azione segnala un’escalation nelle proteste contro il premier.

La seconda notizia sono le accuse – rese pubbliche per la prima volta grazie alla richiesta del quotidiano liberal Haaretz – contro membri dello staff dello stesso Netanyahu che avrebbero fornito alla stampa informazioni false a luglio con lo scopo di allontanare un possibile accordo sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. Einav Zangauker, madre di Matan, uno degli ostaggi rapiti il 7 ottobre, ha parlato di «operazione di propaganda criminale condotta mentre gli ostaggi stanno morendo».

La giornata di ieri è stata drammatica anche in Libano: Israele ha continuato a colpire il Sud del Paese e la periferia Sud di Beirut, roccaforti di Hezbollah. Ma i suoi razzi sono arrivati anche fuori da queste aree: in mattinata è stato colpito un edificio dove si trovava Mohammed Afif, portavoce del gruppo sciita, ucciso sul colpo. In serata è stata colpita Mar Elias, zona trendy della capitale libanese, nell’Ovest della città di solito risparmiato dagli attacchi israeliani. Il bilancio dei morti in Libano dall’inizio della guerra è di 3.481.


Medio Oriente, perché serve ragionare sul piano del diritto

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Vladimiro Zagrebelsky, La Stampa

Nel suo ultimo libro, il Papa chiede che si indaghi su ciò che sta accadendo a Gaza per determinare se ha le caratteristiche di un genocidio. Più precisamente il Papa scrive che occorre «indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali». In tal modo il Papa, altre volte incline all’uso di formule imprecise ma ad effetto, ha cura molto opportunamente di specificare che si riferisce al profilo giuridico/internazionale della questione. Così facendo ha evitato l’equivoco di una discussione di forte rilievo politico, storico, morale che occorre tenere distinto dal piano giuridico. Il rifiuto di Israele (Stato nazionale del popolo ebraico, secondo la legge del 2018) di discutere l’ipotesi stessa del genocidio, ritenuta offensiva e immorale in rapporto ad un popolo vittima della Shoah, ha un senso nel conflitto politico, ma non considera il diverso piano dell’accertamento dei fatti e della loro qualificazione secondo la definizione internazionale del crimine di genocidio.

Secondo il governo di Israele, ricorrendo al termine di genocidio si vogliono confondere gli avvenimenti attuali con l’unicità storica del genocidio ebraico. Ma è vero invece che, storicamente e giuridicamente, vi sono stati altri genocidi, ognuno per più versi diverso dagli altri. Persino il Museo commemorativo dell’Olocausto di Washington ha una sezione specificamente dedicata agli altri genocidi. Nel 1994 il Ruanda ha visto il genocidio del Tutsi, accertato dalla Corte penale competente. Per le responsabilità individuali nelle guerre nell’ex-Jugoslavia degli anni’90 del secolo scorso, il Tribunale internazionale ha anche giudicato fatti di genocidio. Si discute, come è noto, di genocidio degli Armeni da parte turca nel corso della Prima Guerra Mondiale e degli Ucraini da parte sovietica nell’Holodomor degli anni’30, ove il punto di discordia non sono i gravi fatti materiali, ma un elemento centrale della nozione giuridica di genocidio: la intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale o religioso in quanto tale. È il più difficile dei problemi di accertamento di un genocidio; anche quando si tratti di ciò che il governo di Israele commette nella Striscia di Gaza.

Occorre infatti distinguere: diverso è il caso di morti civili e distruzioni che possono costituire gravi crimini di guerra o contro l’umanità in un contesto di guerra, da quelli che sono frutto dell’intenzione di distruggere in tutto o in parte una popolazione in quanto tale. Il raggiungimento della prova dell’intenzione è sempre difficile. Degli aspetti giuridici degli avvenimenti in corso a Gaza si occupano sia la Corte internazionale di giustizia, che la Corte penale internazionale.

La Corte internazionale di giustizia accerta la responsabilità degli Stati per la violazione di trattati e convenzioni internazionali (in questo caso della Convenzione del 1949 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio), mentre la Corte penale internazionale giudica delle responsabilità di persone singole per i crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di genocidio e di aggressione. Per ognuno di tali crimini le Convenzioni danno una definizione e ad essa si attengono i giudici.

La Corte Internazionale di Giustizia, massimo organo giudiziario delle Nazioni Unite, lo scorso 26 gennaio ha emesso una ordinanza cautelare con la quale, ritenendo applicabile la Convenzione contro il genocidio, ha ordinato allo Stato di Israele di prevenire la commissione, nei confronti dei Palestinesi di Gaza, in particolare di attentati gravi alla integrità fisica o mentale e gli omicidi di membri del gruppo, l’imposizione intenzionale di condizioni di vita che portino alla sua distruzione totale o parziale ed anche le condotte dirette ad impedire le nascite all’interno del gruppo.

La Corte ha ordinato a Israele di impedire che il suo esercito commetta simili atti, di impedire incitazioni pubbliche a commettere genocidio dei Palestinesi di Gaza, di permettere la fornitura di servizi di base e l’aiuto umanitario e, infine, di assicurare la conservazione delle prove di atti rientranti nella applicazione della Convenzione. Si tratta di una ordinanza preliminare alla decisione che la Corte prenderà successivamente. Fondamentale è il punto sulla conservazione delle prove, poiché la Corte si muove con metodo giudiziario. Soprattutto occorrerà stabilire se gli atti commessi siano determinati dall’intento di distruggere, in tutto o in parte, il gruppo nazionale palestinese, in quanto tale. Gli avvenimenti successivi a quella ordinanza mostrano la difficoltà che incontra una giurisdizione internazionale che dovrebbe avere la collaborazione di tutti gli Stati, in questo caso Israele compreso; ciò che è difficilmente immaginabile finché la guerra dura. Contemporaneamente si è mosso il Procuratore della Corte penale internazionale che ha svolto indagini e ha chiesto alla Corte l’emissione di mandati di arresto per tre capi di Hamas, nonché per il primo ministro Netanyahu e l’ex ministro della difesa Gallant. I crimini di guerra e i crimini contro l’umanità contestati agli uni e agli altri sono diversi ma tutti di estrema gravità. Ai governanti israeliani, il Procuratore contesta di aver affamato la popolazione di Gaza come metodo di guerra, di aver commesso omicidi e stragi di civili, di aver inferto danni fisici e alla salute della popolazione civile, di aver perseguitato un’intera collettività causandole gravi sofferenze. La Corte penale internazionale ancora non si è pronunciata.

Alla nozione di genocidio che è oggetto delle Convenzioni internazionali e all’interpretazione datane dai giudici delle Corti internazionali è bene fare riferimento anche fuori dalle aule giudiziarie o dagli scritti dei giuristi.

Occorre evitare il danno prodotto dallo slittamento di significato, dal piano del contrasto politico, delle sofferenze e delle emozioni prodotte da simili vicende, al piano del diritto internazionale che obbliga governi e individui. Altrimenti, come ora avviene, è difficile intendersi e sviluppare argomenti, senza in alcun modo influire sulla tragedia che si sta svolgendo.

Nell’immagine: Papa Francesco con una delegazione di ostaggi rapiti da Hamas il 7 ottobre e successivamente rilasciati


La corsa contro il tempo di Zelensky per vincere la guerra prima che arrivi Trump

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Di Anna Zafesova, La Stampa

MOSCA. Da oggi, Kyiv ripiomba nel buio. La pioggia di missili e bombe russe che si è abbattuta negli ultimi giorni sull’Ucraina, prendendo di mira le centrali dell’elettricità e del riscaldamento, costringe di nuovo l’Ucraina a vivere blackout lunghi ore e giorni. È esattamente l’obiettivo che la Russia si proponeva, e il comunicato del ministero della Difesa di Mosca non lascia dubbi in merito: si vanta di aver «colpito tutti i bersagli prefissati dell’infrastruttura energetica» ucraina, proprio mentre i meteorologi stanno pronosticando l’imminente arrivo del freddo dell’inverno. Non è la prima volta che succede, né purtroppo l’ultima, in mille giorni di aggressione russa, ma questo modo barbaro e disumano di condurre una guerra, proprio adesso che in molte cancellerie e studi televisivi si sta parlando di un “piano di pace”, è una risposta del dittatore russo a tutti quelli che vorrebbero telefonare al Cremlino.

Una risposta talmente chiara ed esplicita da far rompere gli indugi all’attuale inquilino della Casa Bianca: l’autorizzazione che Joe Biden ha concesso agli ucraini di colpire il territorio russo con i missili forniti dagli Usa ha posto fine a lunghi indugi dettati dalla paura di una “escalation”. L’escalation c’è, è sotto gli occhi di tutti, e a compierla è la Russia, mandando sempre più truppe nel tritacarne del Donbas, lanciando missili, arruolando soldati nordcoreani e comprando droni iraniani, in una scommessa del tutto per tutto. L’offensiva lenta, ma tenace e sanguinosa delle truppe russe, e gli attacchi aerei senza precedenti per congelare i civili ucraini nelle loro case buie, hanno un obiettivo chiaro ed esplicito: arrivare al 20 gennaio 2025 con la maggiore quantità di territorio ucraino sotto il controllo militare russo, e con l’avversario al limite della sopravvivenza fisica, per poter “congelare” il conflitto – come, da diverse fonti e indiscrezioni, pare vorrebbe fare Donald Trump – a condizioni il più possibile vantaggiose per la Russia.

La decisione di Biden non ribalterà probabilmente più le sorti della guerra nei due mesi rimasti all’insediamento della nuova amministrazione americana, ma renderà comunque più difficile al nuovo presidente di fare marcia indietro rispetto al livello di sostegno offerto da Washington. È una ammissione della triste constatazione del premier polacco Donald Tusk, che “non saranno le telefonate a fermare Putin”, e di Emmanuel Macron che non crede che «vuole negoziare la pace». È un segnale agli alleati occidentali e orientali, proprio mentre in molte cancellerie e ancora più studi televisivi occidentali cominciava a prevalere una sorta di rassegnazione, e a circolare ipotesi di un “piano di pace” che variano soltanto nel grado di mutilazione che l’Ucraina dovrà subire. Dal futuro team della Casa Bianca per ora vengono accuratamente esclusi tutti i repubblicani che hanno sostenuto la resistenza di Kyiv, ed è evidente che siano stati in buona parte i propositi dei trumpiani – enunciati con vari gradi di dettaglio e affidabilità nei media – di voltare le spalle all’Ucraina ad aver spinto Putin a non cercare il compromesso.

La partita più disperata la sta giocando infatti Volodymyr Zelensky. Che continua a usare toni decisi, perché ha il dovere di rassicurare e non di gettare nel panico i suoi concittadini. Per l’Ucraina, questo inverno deciderà della sua sopravvivenza, e in quella che sembra davvero a tratti l’ora più buia il panico è un lusso. Zelensky deve trovare una rotta impossibile per navigare tra gli appetiti in escalation della Russia, il mantenimento della solidarietà europea a perenne rischio di variabili elettorali interne a molti Stati Ue, e l’incognita incombente di Trump con la sua visione della politica internazionale come di un gioco semplice che aspetta soltanto lui per venire risolto. Quando dice di sperare in una “soluzione più rapida” con la nuova amministrazione americana, a parlare non è soltanto la frustrazione per l’indecisionismo dei democratici, e nemmeno il desiderio di compiacere il presidente eletto (dal quale dipende comunque la resistenza ucraina). Il “piano di resilienza” in 10 punti che il leader ucraino promette per la settimana prossima suona come l’opposto del “piano della vittoria” che aveva portato nelle capitali dell’Occidente soltanto due mesi prima. Le risorse dell’Ucraina – umane, militari, economiche – si stanno assottigliando, ma la stessa cosa sta succedendo alla Russia, con un’economia militarizzata, un terzo della spesa pubblica investita nella guerra e la necessità di arruolare nordcoreani – Bloomberg parla di 100 mila soldati di Kim nei prossimi mesi – per non incrinare il consenso dei russi a una guerra il cui prezzo per loro è per ora infinitamente più lieve di quello che stanno pagando gli ucraini. È una corsa contro il tempo, nella quale il 20 gennaio è soltanto una scadenza, per quanto potenzialmente molto pericolosa. E la missione di Zelensky è quella di far sopravvivere l’Ucraina fino a quel giorno in cui anche la nuova Casa Bianca si renderà conto di quello che ieri hanno ammesso sia Olaf Scholz che Emmanuel Macron: che il Cremlino «non cerca un negoziato di pace», e non lo farà fino a che non sarà nell’impossibilità di proseguire la guerra.

Nell’iimmagine: Nella foto il presidente ucraino Zelensky e Donald Trump 


Myke Tyson (58 anni) e Jack Paul (27) mettono KO lo sport

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

D’accordo: in materia di sport-patacca c’è di peggio del confronto fra un famoso ex campione di 58 anni che non combatte da 20 e uno youtuber di 27 anni che ha combattuto una sola volta contro un (semi) professionista, il fratello di ‘Tyson’ Fury, Tommy, perdendo: il catch-as-catch-can (ciapa ti, ca ciapi anca mi) o wrestling nel quale non c’è nulla di vero, nemmeno l’arbitro. Tutto è fiction, scena prestabilita.

La grande domanda, alla quale nessuno sa rispondere (o non vuole, perché la risposta sarebbe una vergogna per l’intera specie umana) è come mai tanta gente ha seguito la farsa in streaming in tutto il mondo (con molti problemi tecnici). Come mai 80’000 bipedi umani nello stadio di football dei ‘Dallas Cowboys’ hanno pagato dai 25 ai 50’000 dollari per assistere all’evento, ma anche 1,5 sino a 2 milioni di dollari per i box a bordo-ring dove magari ti schizza sulla giacca una goccia di sangue o di sudore? Peggio ancora: perché un ‘reel’, una specie di spot-flash pubblicitario di Tyson che si allena ha avuto 20 milioni di follower, e uno di Jack Paul che balla davanti a una tavola imbandita con cibo-spazzatura e dice a Tyson: “ne vuoi un morso?”, 260 milioni? Non si è trattato di un incontro serio. La stessa boxe (ridotta a una serie di sigle fai-da-te) lo ha decretato riducendo le riprese da 12 a 8, la durata di ognuna da 3 a 2 minuti, e aumentando il volume dei guantoni.

Un po’ come se una partita di calcio per grandi del passato si svolgesse su un campo di 50m per 25 e con porte larghe 4,5 metri e alte 2 in tre tempi di 15minuti.

In questa pagliacciata l’unico momento serio è stato (si spera) l’esame al cuore e al cervello di Mike Tyson che l’ha autorizzato a un combattimento che c’è stato (secondo un copione tipo ‘Grande Fratello’ solo, e in minima parte, nel primo round, quando Tyson ha piazzato qualche colpo.

Tipica anche la messinscena di Netflix per ‘lanciare’ l’incontro presentato con documentari e dichiarazioni da evento epocale (e rilanciato da qualche ‘gazzetta’ che si definisce sportiva per piaggeria nei confronti del Grande Fratello Netflix e per vendere la propria mercanzia ai grulli). Fra le numerose ‘perle’ ve ne proponiamo due: Tyson; “lo massacrerò come farei con mia madre se salisse sul ring. Se vinco, sono immortale, se le cose vanno male non voglio morire in un letto d’ospedale, voglio morire sul ring. Temo comunque per Jack: non è tagliato per questo mondo. Potrebbe essere una carneficina.” La risposta di Paul “El Gallo” (combatte spesso con un gallo imbalsamato in testa): “non potrai mordermi (come fece con Holyfield) perché ho il copriorecchi e perché ti spaccherò i denti”. Poi con perfetta logica: “sono pronto a farmi uccidere, voglio quell’assassino selvaggio”.

Alla presentazione uno ha pestato i piedi all’altro e l’altro gli ha dato uno schiaffo. Sul ring Tyson ogni tanto dava un morso ai guantoni: “è un vizio”, dirà. Alla fine tra Tyson e i fratelli Paul s’è sentito pure un motherfucker, stupratore di tua madre.

C’è da meravigliarsi se i sostenitori di Trump hanno assaltato il Campidoglio, se Musk si fa di ketamina (“per essere sempre all’altezza, per favorire i dividendi degli azionisti”), se nello staff del Presidente c’è un ministro della salute scettico sulle vaccinazioni (che hanno anche qualche controindicazione, ma che hanno debellato molte epidemie mortali), se nel suo staff c’è una signora a favore della libera circolazione delle armi che ha sparato a un cucciolo di cane (le dava sui nervi)? No, e non ci meravigliamo nemmeno che Tyson e Paul abbiano votato Trump.

Ps. abbiate fede, fratelli umani, dopo millenni di evoluzione, dopo il lento passaggio dall’urang-utang alla nostra specie, non tutto è perduto: alla fine qualcuno ha detto ai due di accennare a un abbraccio, e poi – udite, udite! – Jack Paul (ha incassato 38 milioni di dollari, Tyson 19) ha umilmente ricordato a scanso di equivoci, che “i veri eroi sono i soldati che difendono la patria, i medici, le infermiere e tutte le altre persone che operano per il bene dell’America.” E anche quelli che sono giunti al termine di queste brevi note senza sconvolgimenti intestinali.


Infanzie rubate ai “figli di nessuno”

L’autorizzazione ad attaccare in territorio russo con i missili a lungo raggio, per non perdere i territori occupati nel Kursk 

Fra i numerosi volumi – in questo caso purtroppo – non di narrativa pubblicati recentemente nella Svizzera italiana, uno ha lasciato non solo il segno, ma un retrogusto amaro in chi lo ha letto, ne ha parlato e ne ha scritto. Si tratta di “Bisogna portare alla luce queste sofferenze!“, uno studio di cui è autore Marco Nardone, ricercatore dell’Università di Ginevra, pubblicato dalla stessa Università, promosso e condotto in collaborazione con il Consiglio di fondazione dell’Istituto von Mentlen di Bellinzona.

Ed è proprio questo il primo aspetto da sottolineare: la ricerca, che abbraccia un arco di tempo compreso tra gli anni ’30 e ’60 del secolo scorso, fa capo all’Archivio privato del Centro educativo per minorenni von Mentlen (fondato nel 1911; la sede di cui qui si parla è quella di Ravecchia, inaugurata nel 1928 e tuttora attiva), che dunque è stato messo a disposizione dell’autore. Un esercizio di apertura e di trasparenza dal quale è emersa una lunga serie di abusi, punizioni, violenze fisiche e psicologiche ai quali i giovani ospiti del von Mentlen (e di altri istituti consimili nel resto della Svizzera e del mondo) venivano sottoposti da un personale religioso privo della formazione necessaria e (non sembri un’attenuante) non pagato. Oltre al von Mentlen, si contavano nel solo Canton Ticino una quarantina di altri istituti simili, come ha rivelato una serie di ricerche di Vanessa Bignasca menzionate nella Bibliografia: la prima venne condotta nel 2015 per l’Archivio di Stato.

Una spinta l’ha certamente data la pubblicazione, nel 2019 presso le Edizioni Ulivo, di Il mio nome era 125, di Matteo Beltrami, in cui l’autore racconta l’esperienza coercitiva (Odissea la definisce nel sottotitolo) subìta da suo padre, Pierre, tra i 6 e gli 11 anni, tra il 1954 e il 1959, al von Mentlen. Matteo stesso, operatore sociale ed educatore che oggi vive tra Torino e Locarno, fece uno dei suoi primi stages al von Mentlen e sempre nell’Istituto bellinzonese presentò per la prima volta il suo romanzo. 

Per tutte queste vicende, per tutti questi internamenti che colpivano ragazze e ragazzi levati alle loro (ragazze) madri, poiché illegittimi, orfani, nomadi, la politica ha chiesto tardivamente scusa: lo hanno fatto, a Berna, dapprima Eveline Widmer Schlumpf (settembre 2010); poi Simonetta Sommaruga (aprile 2013); poi ancora e anche Manuele Bertoli (marzo 2018) a nome del Governo ticinese. 

Solo nel 2017 è entrata in vigore la Legge federale sulle misure coercitive a scopo assistenziale e i collocamenti extrafamiliari prima del 1981 che riconosce le ingiustizie subite dalle vittime e assegna loro, se richiesto, un risarcimento finanziario, pari ad al massimo 25.000 CHF, definito contributo di solidarietà.

Oltre mezzo secolo più tardi, gli attuali dirigenti hanno messo a disposizione di questa ricerca – e dunque dell’analisi storica degli interventi nelle strutture destinate all’infanzia – l’intero archivio dell’Istituto bellinzonese. Nella prefazione, gli odierni amministratori sottolineano come all’epoca dei fatti mancassero in larga misura gli aiuti assistenziali organizzati. “Frequente era la presenza di mendicanti, trovatelli e orfani, spesso sfruttati dalle famiglie che li accoglievano, a volte con falsi pretesti caritatevoli. Anche l’idea di garantire a tutti i bambini un’istruzione scolastica pubblica impiegò molti anni per essere concretizzata. La creazione di istituzioni religiose benevole che operavano a favore dell’infanzia disagiata e abbandonata era mossa da intenzioni lodevoli, volte a dare una risposta al grave disagio sociale che toccava l’infanzia meno favorita, che non beneficiava di alcuna misura di sostegno educativo. Un esempio è l’apertura, nel 1911, del nostro Istituto dovuto alla benevola volontà di Valeria von Mentlen Bonzanigo, che, per atto testamentario, dispose la creazione di un ricovero per bambini poveri orfani o abbandonati”. 

I collocamenti coatti al centro del volume avvennero tra il 1932 e il 1962. A ripercorrere quelle pagine oscure e difficilissime da raccontare, anche mezzo secolo più tardi, sono 12 testimoni – 6 donne e 6 uomini – tutti ospiti del von Mentlen e tutti segnati indelebilmente da quell’esperienza traumatica. 

Segnati nella mente e nel corpo, annientati, annichiliti nella loro crescita, nello sviluppo della loro personalità e della loro identità, chiamati bastardi o figli di nessuno, come Giorgia L. che così ricorda: “C’era questa suor […] che mi picchiava con quel mestolo di legno. Dopo piangevo perché mi faceva male. Dico: le gambe mi faranno male tutta la vita. Difatti mi fanno sempre male le gambe e i ginocchi”. 

O come Veronica D. frequentemente rinchiusa per ore al buio durante il collocamento, che racconta: “Da lì il buio a me fa paura. Io ancora adesso che ho quasi 70 anni, ho sempre la luce accesa.”

Monica B. ricorda: “C’era un grande cortile, ma tutto in giro era muro, non si vedeva niente”. Tamara P.: “Io mi sentivo in prigione e basta”. Simone T.: “Sembrava un Lager”. Veronica D.: “Era veramente un Lager”. Le suore vengono definite da Emma V. delle aguzzine.

Una reclusione e una totale mancanza di contatti sociali: quanto accadeva dietro quelle mura, nel cono d’ombra dei vari dormitori, lì restava. Il von Mentlen non era sottoposto ad alcuna forma di vigilanza/sorveglianza pubblica dall’esterno. Le religiose della Congregazione di Menzingen avevano mano libera, certezza di impunità, e la loro pressoché assoluta impreparazione pedagogica e educativa le rendeva del tutto inadatte al ruolo. 

Emma V., mezzo secolo più tardi, così commenta, amara: “Lì non c’era nessun controllo da parte delle autorità. L’autorità cosa faceva? Ti prendeva, ti portava lì: ecco, sei nel punto giusto, adesso lì sei protetto. Sei allo sbaraglio, sei alla mercè di questi qui, che fanno quello che vogliono”. Quel lì, Simone T. lo chiama “l’anticamera dell’inferno”.

Alessio V., pur sottolineando che il grado di sofferenza, di umiliazione, insomma, la tragedia non era uguale per tutti (al von Mentlen vigevano sostanzialmente due categorie: i bambini che avevano comunque una famiglia e che da essa venivano regolarmente visitati, e quelli senza, letteralmente abbandonati alle cure rigidissime del personale religioso) e che qualcuno è anche riuscito a venirne fuori, sottolinea la zavorra permanente e incancellabile che sarebbe restata attaccata a vita. Quanto a Tamara P., definisce il collocamento “una specie di virus”.

Altre e altri, una volta maggiorenni, usciti dall’Istituto, alle prese con enormi difficoltà nella ricerca di un lavoro, privi di una famiglia, al margine della società, hanno tentato o compiuto il suicidio o affrontato un soggiorno in manicomio e lunghi percorsi psichiatrici.

L’ambito di ricerca toccato da questo volume non può comunque considerarsi completato. Lo stesso Nardone, autore del volume – come riportato da Simonetta Caratti in un articolo su la Regione del 2 ottobre 2024 – si sta attualmente concentrando sugli internamenti di minorenni all’allora Ospedale neuropsichiatrico cantonale di Mendrisio (ONC) e sta nel contempo realizzando, in collaborazione con la docente SUPSI Sonia Castro Mallamaci, una app didattica da utilizzare durante le lezioni di storia alla Scuola Media e nei Licei per affrontare meglio il tema, anzi per affrontarlo in assoluto, sollevando quel cono d’ombra che lo aveva rinchiuso troppo a lungo, esattamente come le vittime innocenti di questa tristissima vicenda.

  • Lo studio di Marco Nardone, “Bisogna portare alla luce queste sofferenze!”. I collocamenti coatti all’istituto von Mentlen di Bellinzona (1932-1962) è scaricabile gratuitamente dal sito dell’Università

Nell’immagine: serenità apparente sotto l’occhio vigile della suora