“And the winner is…”

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 

Dare l’esempio

Servite le pizzette e le patatine, Ricky dà il via al dibattito e cerca di ipotecare il risultato della discussione mettendo avanti il nome di Noè Ponti. Chi ha fatto meglio di lui e le sue medaglie d’oro? Odermatt avrà anche appena battuto il record di Zurbriggen, ma insomma non è ticinese e tre medaglie d’oro a livello mondiale – anche se ha fatto buca alle ultime Olimpiadi – valgono ben più che una serie di vittorie in uno sport che è praticato solo da un’infima porzione dell’umanità, che non è neanche sostenibile. Per far capire a Ricky che tutto non è poi così chiaro, Franca chiede se a non essere sostenibile sia lo sport o l’umanità.

Claudia rincara la dose. Per essere uomo o donna dell’anno si dovrebbe essere esemplari e contribuire a cambiare il mondo in meglio, sottinteso che uno sportivo questo non lo fa. Ricky non si scompone, beve un sorso e insiste. Ponti è un talento naturale, fin da piccolo era davanti a tutti, però ha lavorato duro per issarsi a livelli mai visti. Se ognuno di noi facesse lo stesso il mondo di certo andrebbe meglio. Quindi – chiede Fabio – se uno è ladro di nascita allora dovrebbe affinare la sua arte fino a riuscire a fregare il mondo intero? Ricky sente che è meglio che passi il turno. Approfittando di un momentaneo silenzio Angelo dice che gli è dispiaciuto che sia morto Giorgio Bellini.  Non che lui pensi che possa essere un candidato al titolo di uomo dell’anno, ma la sua scomparsa crea un vuoto. Fabio chiede di chi si tratta. Veniva anche lui in questo bar.

Recentemente si è visto nel film di Cerri su Bréguet, il liceale partito a sostenere la causa palestinese negli anni 1970. Era uno che militava e che non esitava a esporsi. Ultimamente il Bellini si occupava anche dell’uliveto di Gandria. C’è un po’ di nostalgia in questo riassunto. Altri tempi. 

Altra pausa, poi la discussione gira su come va la sinistra. Sentendo che stiamo perdendo il carattere festivo del nostro incontro, Fabio propone un brindisi alle vittorie nelle urne di quest’anno. Sì alla 13a AVS! No alla revisione della LPP! Forse Maillard, il senatore socialista e presidente dell’Unione sindacale svizzera, sarebbe un buon uomo dell’anno. Claudia non è d’accordo. È stata una vittoria collettiva, non si può premiare uno solo perché si è ritrovato alla testa del movimento, anche se ha svolto bene il suo ruolo. Le do ragione, io caso mai spingerei l’ErreDiPi, la Rete per la Difesa delle Pensioni, che ha ridato speranza a una buona fetta di funzionari ticinesi prendendo a cuore la loro situazione pensionistica e riuscendo a guadagnarsi la maggioranza relativa nel Consiglio dell’Istituto di previdenza del Cantone.

È importante mostrare che si possono smuovere le cose servendosi delle leve istituzionali. Un po’ spazientita Flavia propone di alzare lo sguardo e ci invita a ricordare coloro che si battono contro l’oppressione delle donne in Iran, che ormai dura da più di quarant’anni. Dà l’esempio della giornalista Dina Ghalibaf che è stata arrestata dopo aver accusato la polizia di violenza sessuale durante un suo precedente fermo. Quello è coraggio! Tutti concordi. Però Franca osa rilanciare. Il coraggio mostrato da Gisèle Pelicot nel portare sul banco degli accusati i cinquanta uomini che l’hanno violentata su istigazione del marito è forse meno eroico ma più esemplare. Grazie a lei donne nel mondo intero sanno che possono aspirare a un confronto pubblico in difesa della loro dignità. 

Vincitori e vinti?

Sembra che abbiamo trovato la nostra campionessa ma dalle nostre facce traspare dell’insoddisfazione. Forse proprio perché ha perso al gioco del trovare campioni, Ricky riesce a indovinare la ragione del nostro malcontento. Ci hanno insegnato a leggere la Storia come una successione di vittorie di persone che per forza dovevano vincere. Appena scoppia una guerra sentiamo il bisogno di schierarci sotto una o l’altra bandiera. Ma in una guerra ci sono davvero dei vincitori?

Prima dell’aperitivo avevamo letto l’ultimo bilancio della guerra a Gaza. Circa 45’000 morti, più del doppio di feriti gravi. Gli esperti stimano a un minimo di 25 anni il tempo necessario per ricostruire quanto è stato distrutto dal 7 ottobre 2023. Israele ha perso la sua credibilità democratica e morale. Tutti perdenti. Anche noi. Questa volta Ricky ha visto giusto e incoraggiato dal suo ritorno in auge riprende la sua prima proposta modificandola. Ognuno di noi ha un talento – argomenta – e possiamo farlo fruttare per difendere una qualsiasi causa giusta. È così che toccheremo al meglio quelli vicini a noi e contribuiremo a cambiare il mondo. Ecco un buon auspicio per l’anno che viene! Meglio di una classifica che ormai appartiene al passato.

Nell’immagine: una delle prime manifestazioni a sostegno della popolazione di Gaza. Lugano, 2 dicembre 2023


E dopo la mattanza?

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È di questi periodi, periodi di bilanci, che il mondo si interroga sul passato recente. Passato, ridotto a pochi giorni, quasi a volersene lavare la coscienza. Testate mondiali, o meno, impegnate alla ricerca del personaggio, dell’evento del racconto dell’anno che si sta per archiviare nella quasi totale indifferenza salvo quella sensazionalistica, che sarà puntualmente dimenticata il giorno dopo (“COVID e quel presunto mondo migliore che ci aspettava” insegna).

Eppure, mai come l’anno che si sta per concludere, un tema focale l’avrebbe: il Domani, il futuro, rappresentato dall’inaudita mattanza di quelle Bambine e quei Bambini che il domani avrebbero dovuto, di diritto, costruire, vivere, godere.

Codardamente considerate vittime collaterali, scudi umani di guerre insensate, disumanizzanti, volute e condotte da uomini infausti, criminali e collusi, che si vogliono puntualmente portatori di un’investitura “divina”, non fosse che per sfuggire al volere di una giustizia umana sempre più persa nei meandri di interessi propri, sempre più prona alle proprie menzogne, sempre più lontana dal coraggio di essere.

 Morti sotto le bombe, morti di freddo, morti annegati, morti sparati, morti di fame, morti di stento, morti nei propri liquidi, morti d’odio… morti! Le cifre sono spaventose, sempre che saranno mai veramente conosciute, ma enunciarle sarebbe come ridurre a meri numeri delle Vite che avevano il diritto ed il dovere di essere vissute, a prescindere dalla volontà di un mondo che si vantava e si vanta di essere adulto, paterno nel costruire il suo proprio futuro nel nome di quei propri giovani che non devono sapere. Dimenticando, scientemente, che quei bambini lasciati oggi mutilati, orfani, denigrati, disumanizzati in terre, più o meno lontane, o semplicemente emarginati, esclusi, alle nostre latitudini, saranno molto probabilmente “terroristi e/o guerrieri” (la differenza sta semplicemente dalla fortuna che si è avuta al momento del dove si è nati, da chi si è nati e, purtroppo, anche solo in quale ceto sociale si è nati) di un domani molto più prossimo di quanto si possa immaginare

Le Democrazie così come oggi vorrebbero presentarsi, Democrazie dal “vestito buono”, dovrebbero anzitutto ricominciare ad interrogarsi loro stesse su sé stesse. Interrogarsi profondamente sul senso di quei veri valori che vorrebbero rappresentare, che hanno semplicemente perso, o forse, volutamente, ricusato, trincerandosi dietro semplici miti sempre più sbandierati nel nome di vari messia (nazioni, stati, dei, ciarlatani, ecc.), resuscitati nel nome della distruzione sistemica e sistematica del coraggio della ricchezza delle diversità e della vera Democrazia.

L’Umanesimo ha lasciato il posto a nuove forme millenarie di secoli bui. L’ecologia Umana, forse una delle ultime speranze per un mondo che voleva tentare essere migliore, lacerata, torturata, squartata ed abbandonata ai quattro punti cardinali.

Alzarsi, Indignarsi, Resistere… forse l’unico augurio per un 2025 che non sia l’ennesimo passo verso il baratro.

Guido Tognola è segretario politico di Costituzione Radicale
Nell’immagine: la tragedia palestinese in una fotografia di Omar al-Qattaa (AFP)


La sindrome di Tewanna Ray

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Mi è capitato alle volte nei miei commenti di dire o sostenere che il Ticino, quello politico ed anche quello economico-finanziario, si è sempre facilmente lasciato ammaliare (e anche ingannare) dalla “sindrome di Tewanna Ray”, che arriva sempre puntualmente dall’oltrefrontiera a Sud, quello che d’altronde passa come la nostra matrice linguistica-culturale. Ne parlavo quando arrivavano gli incantatori finanziari con i soldi in fuga, ingolfando poi la magistratura penale, o ancora, esempio recente, alludendo, testualmente, alle promesse dei novelli Tewanna Ray venuti dal sud per trarci dal pelago alla riva, incantando i municipi, facendoci diventare capitale europea delle criptovalute.

Cent’anni fa arriva a Bellinzona Cervo Bianco

Un articolo di Renato Martinoni apparso sabato 28 dicembre su laRegione ci ricorda che son passati cento anni da quando Tewanna Ray è comparso nel Ticino. E Renato Martinoni (noto filologo e storico, professore universitario di letteratura italiana) ha scritto anche un libro su Tewanna Ray (Il tramonto degli dei. Storia e romanzo di Cervo Bianco, Edizioni Ulivo, 2004).

Arriva a Bellinzona nel dicembre del 1924 “…un personaggio eccentrico. Indossa un copricapo di penne colorate…”. Sua Altezza il Principe Tewanna Ray: così c’è scritto sulle etichette dei bauli. Si fa infatti passare per “Chief White Elk”, “Cervo Bianco, re dei Cherokee”, difensore dei diritti degli Irochesi, dei diritti dell’uomo”. A Bellinzona giunge su consiglio di medico torinese, per farsi curare, non è in buona salute. Comunque, “il passaporto inglese che esibisce è falso; autentico è invece il visto che il console svizzero di Torino gli ha rilasciato per un periodo di cure”.

Aggiungerà subito, appena arrivato, per conquistarsi rispetto e credibilità, che “sotto le zolle del mio regno c’è il petrolio. Potremmo essere straricchi! E invece il governo americano vuole fregarci l’oro nero”. Batte quindi cassa, chiede oboli e prestiti, sono in molti a credergli e quindi danno e versano. “Vi ripagherò con gli interessi”. E promette anche di finanziare scuole, nidi d’infanzia, case per gli orfani.

L’anno dell’Indiano e Bellinzona abominevole

Su questo avventuriero, impareggiabile gabbatore, ha scritto un avvincente romanzo Ernesto Ferrero (L’anno dell’Indiano, Einaudi 2001). Dall’Italia mussoliniana Tewanna Ray era stato espulso. Ai fascisti non mancava il fiuto. “Espulso. Ma vi rendete conto di cosa state facendo! Dopo tutto quello che ho fatto per l’Italia! Dopo quello che ho fatto per il fascismo!”. Un dottore torinese gli consigliò allora, per tagliar la corda e farsi curare perché ammalato, un ospedale di Bellinzona.

Val la pena di riprendere ciò che narra Ferrero: “Il fuggiasco trovò che Bellinzona era una cittadina abominevole. Rimpianse la noia dell’ospedale torinese. Tuttavia non lesinò le mance, secondo il suo costume. Non erano i doni munifici di un tempo, ma il ricovero Von Mentlen, la Pro Culla e alcuni degenti dell’ospedale ricevettero il segno tangibile della generosità del principe”.

Al veglione rosso

“Al 1925 veniente Chief White Elk pensava come a un fantasma molesto. Fu dimesso dall’ospedale di Bellinzona “perché aveva affari urgenti da sbrigare a Lugano. Scese all’Hotel Centrale con la spiacevole sensazione di essere pedinato. La notte di capodanno decise di partecipare al veglione rosso dei socialisti luganesi. Se i socialisti ce l’avevano tanto con Mussolini, dovevano essere delle brave persone. I socialisti risero quando lo videro arrivare con il costume di pellerossa. Risero senza rispetto, tirandogli le code di ermellino, come se quello fosse il travestimento d’un qualunque bottegaio… I socialisti non erano diversi dagli altri: gente rozza e ignorante”.

“Tornò a Bellinzona e respirò gratitudine quando una compagnia teatrale lo invitò ad assistere alla prima di una pièce riservandogli il palco governativo”.

Nel medesimo teatro

Ironia o vendetta della storia o semplicemente gioiosa e canzonatoria ricordanza, la sera del 7 gennaio 2025, a cento anni esatti dalla sua comparsa nel medesimo teatro, la figura di Tewanna Ray verrà ricordata al Teatro Sociale di Bellinzona.

Sta il fatto, anch’esso documentabile, che “la sindrome di Tewanna Ray”, nel Ticino del 2024-2025, è sempre presente o latente. Né più né meno come le criptovalute della cosiddetta capitale che cercano di nascondersi dietro dollari o franchi per darsi un piglio di credibilità o come l’idea, così White Elk, che la ricchezza finisce sempre per sgocciolare verso il basso e quindi va accolta e beneficata con tutti gli onori del caso. O anche nella idea e nella forma di chi si presenta a Londra, novello Tewanna Ray, ad esaltare le terre ticinesi dove i capitalisti possono attecchire, fiorire, crescere e moltiplicarsi, indisturbati.

Nell’immagine: il “grande capo Cervo Bianco” 


L’annus horribilis di Scholz, la Germania si scopre povera

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Di Sebastiano Canetta, il manifesto

L’annus horribilis della socialdemocrazia tedesca era iniziato male con la scoperta della riunione para-nazista in una villa a Potsdam per deportare i migranti con la partecipazione anche di un politico di Afd; ed è finito peggio con la strage al mercatino di Natale di Magdeburgo capace di mandare in frantumi i piani degli esperti anti-terrorismo concentrati sulla minaccia esterna.

IN MEZZO, L’ECONOMIA nazionale ridotta ai minimi termini per effetto della bolletta energetica divenuta insostenibile dopo il ritorno di Berlino nell’orbita Nato, ma anche a causa del vero e proprio fallimento della gestione industriale, come dimostra la valanga di licenziamenti di Volkswagen entrata in crisi a causa del management incapace di vendere le auto del presente oltre che del futuro.

Mentre il mercato cinese, per anni la mecca degli affari per il made in Germany, continua ad allontanarsi anche grazie alla ministra degli esteri, Annalena Baerbock (Verdi), protagonista della linea di scontro frontale con Pechino ritenuta «amica di Mosca».

Ma il 2024 passerà anche come l’anno della fine, stavolta definitivamente, della politica di benvenuto inaugurata da Angela Merkel un decennio fa. Non è più solo e tanto l’ultradestra di Afd a smontare ideologicamente i cardini delle porte aperte che hanno permesso l’accoglienza di milioni di profughi di guerra tra siriani e ucraini, ma gli stessi socialdemocratici.

«La wilkommenkultur deve essere sostituita da un’apertura mentale realistica. Nel 2015 fra i tedeschi c’era un entusiasmo oggi scomparso. L’umore sociale è cambiato» sentenzia Stephan Weil, governatore Spd della Bassa Sassonia, squadernando la cifra del problema. «Oggi nel mio Land vivono il doppio di stranieri rispetto a dieci anni fa. Così è difficile integrare».

Idea largamente condivisa da tutti i partiti, eccetto la Linke, a cominciare dall’Alleanza Sahra Wagenknecht.

IL 2024 È STATO ANCHE l’anno del suo lancio nella politica nazionale con la fondazione del Bsw, l’Alleanza con il suo nome in sigla, che oggi vale il 7% nei sondaggi e la formazione dei governi di Turingia e Brandeburgo rispettivamente con democristiani e socialdemocratici: due geometrie politiche totalmente inedite in Germania.

La politica dell’anno, è il titolo affibbiatole nella sua ultima intervista a Focus Online; ma Wagenknecht potrebbe essere anche già la protagonista del 2025 visto che i rumori nel partito indicano come la sua Alleanza potrebbe presto cambiare nome. Da partito personale a piattaforma allargata a chi condivide il programma politico in buona parte trasversale.

«Mi sono espressa prima contro la politica migratoria irrealistica, poi contro l’obbligo del vaccino anti-Covid e infine per una via coerente verso la Pace. Ecco perché i tedeschi mi vedono diversamente» riassume.

Per entrare nel suo partito c’è letteralmente la fila: di fronte a 14.000 richieste di tesseramento risultano solo 1.100 iscritti. «Cresciamo lentamente perché vogliamo conoscere chi si iscrive al Bsw; è necessario un esame approfondito. Guardate cosa è successo ad altre forze politiche: oggi sono irriconoscibili» chiosa in riferimento ad Afd fondata da un gruppo di economisti euroscettici e finito nelle mani dell’ala neonazi guidata dal leader della Turingia. Per Wagenknecht «Alice Weidel è solo il volto borghese dell’ultradestra».

Ma anche, di fatto, la candidata-cancelliera che nel 2025 si appresta a conquistare circa il 20% dei voti delle urne anticipate arrivando dietro solo al candidato della Cdu-Csu, Friedrich Merz, e ben davanti agli sfidanti del Spd, Olaf Scholz, e dei Verdi, Robert Habeck.

Pur appoggiata dall’influente Elon Musk, Weidel non ha alcuna possibilità di governare alla luce del veto alle alleanze con Afd rinnovato da tutti i partiti. Al contrario, fra otto settimane Cdu, Spd e Verdi si troveranno comunque obbligati a dialogare sull’eventuale formazione di una Grosse Koalition oppure di un’alleanza nero-verde sull’orma del modello messo in piedi Stoccarda.

Per qualunque governo però l’eredità di quest’anno peserà come un macigno.

IL RAPPORTO SOCIALE 2024 fotografa ufficialmente così il vero stato del Paese. «Il patrimonio in Germania è aumentato notevolmente negli ultimi anni ma la distribuzione è ancora assai disomogenea.

Il rischio di povertà è aumentato ovunque e nella Germania dell’Est riguarda ormai uno su quattro tra i 60 e i 79 anni. Nel complesso le famiglie della Germania dell’Est hanno un patrimonio netto medio di soli 150.900 euro rispetto ai 359.800 euro dell’Ovest». Mentre gli immigrati che tutti vogliono cacciare «svolgono un ruolo indispensabile nella carenza di manodopera. Costituiscono più di un quarto della forza lavoro».

Nell’immagine: Olaf Scholz 


I facitori di pace al tempo di guerra

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Di Gustavo Zagerebelsky, La Repubblica

Questo anno di grazia 2024 si chiude con un bilancio fallimentare per la pace nel mondo. Nel 1945 e nel 1948 (Statuto delle Nazioni Unite e Dichiarazione universale dei diritti umani) si scrissero parole che dicevano una cosa sola: mai più la guerra. Tanto più dopo le bombe di Hiroshima e Nagasaki che sembravano avere segnato una svolta morale per tutta l’umanità.

L’umanità, allora, si sollevava finalmente a contemplare sé stessa, per due volte nel corso di trent’anni offesa dalle indicibili sofferenze originate dagli egoismi nazionali. Per sconfiggere il flagello della guerra, si trattava di riunire gli uomini e le donne di quella generazione e di quelle successive in un’unica “famiglia umana”.

Grande progetto o ingenua utopia? La “globalizzazione” del mondo sembrò a molti promettere un futuro in cui la concorrenza commerciale illimitata avrebbe sostituito la guerra. È un abbaglio che viene da lontano.

Trecento anni fa, quel burlone di Voltaire, nella VI Lettera filosofica, s’era commosso: “Entrate nella Borsa di Londra, luogo più rispettabile di tante corti reali; vi trovate riuniti, per l’utilità degli uomini, rappresentanti di tutte le nazioni. Là, l’ebreo, il maomettano e il cristiano trattano l’uno con l’altro come se fossero della stessa religione, e chiamano infedeli soltanto coloro che fanno bancarotta”.

La globalizzazione l’avrebbe reso felice: era una promessa di utilità non “per gli uomini”, ma “per tutti gli uomini”, per tutta la grande famiglia umana. Il mondo globale sarebbe stato il sostrato più adatto alle universali aspirazioni di pace messe per iscritto cento anni fa, tra le rovine fumanti della seconda guerra mondiale.

Dante Alighieri, dall’alto del Paradiso, contempla però ancora oggi la terra e la vede come la “aiuola che ci fa tanto feroci”. Anche noi, guardando non dal paradiso ma dalla bassura delle vicende in cui siamo immersi, potremmo dire la stessa cosa.

Non ci sono solo le guerre in corso, con le centinaia di migliaia di morti innocenti, civili e soldati, che delle ragioni di coloro che le hanno scatenate non sanno nulla e, se lo sapessero, non gliene importerebbe nulla. Quanto è visibile, invece che sdegno, provoca un’assuefazione che durerà fino a quando la guerra non arriverà sulla porta delle nostre case.

C’è molto di più: l’orientamento alle esigenze belliche della ricerca tecnologica e dell’economia di guerra sposta progressivamente le risorse pubbliche dal benessere dei cittadini alle spese per le armi. Poiché il segreto copre l’indicibile per sottrarlo alla vista dell’opinione pubblica, noi, pubblico profano, intravediamo soltanto da lontano quello che succede. Il pianeta intero, e forse non ce ne rendiamo conto o facciamo finta, è una polveriera pronta a scoppiare per una scintilla occasionale o volutamente provocata.

In più, in una diagnosi realista e non ideologica, non si può trascurare che le guerre in corso sono, in certo senso e quasi tutte, guerre intestine. Sono guerre interne a un contesto che abbraccia tutte le potenze in campo e tutte, direttamente o indirettamente, sono coinvolte. Non è possibile uscirne, sottrarsi, lasciare agli altri il compito di combattersi, di distruggersi.

Nessuno può incolpevolmente stare a guardare e dire: non mi riguarda. La guerra, non la pace, si è globalizzata. Economia, tecnologia e politica sono dappertutto alleate nella corsa all’accaparramento dei beni della terra in vista di quello che una volta si chiamava progresso e oggi si chiama sviluppo. Il sistema rapace dell’economia di mercato e delle illusioni di benessere crescente ch’essa offre come allettamento, si scontra con la sempre più chiara limitatezza delle risorse di cui ha bisogno.

Le varie “crisi” del nostro tempo (climatica, alimentare, idrica, energetica, da inquinamento marittimo e atmosferico, eccetera), i disastri che chiamiamo “naturali” per esorcizzare le nostre responsabilità, la progressiva invivibilità di parti del pianeta impoverite da voraci economie di rapina che spostano migranti a milioni dai Paesi natali: chi potrà fermare questa spirale in cui tutti girano, e girando accelerano?

Questo moto è ciò che chiamiamo Occidente. Ha vinto la battaglia su scala mondiale: diciamo globalizzazione, ma dovremmo dire più precisamente, occidentalizzazione. È contagiosa. Tutto ciò che tocca, omologa. I grattacieli di Hong Kong e di Dubai sono il proseguimento di quelli di Manhattan e di Boston; e con le architetture, i modi di vivere. Paesi che per millenni avevano sconfitto o rallentato l’angoscia del vivere di corsa, come la Cina e il Giappone, sono pienamente in pista, anzi all’avanguardia. Le tradizioni sopravvivono, ma come folklore per i turisti. Chi è partito più tardi, arranca per non sfigurare.

L’Occidente senza distinzioni e sfumature, in questo mondo di guerra, è a sua volta ideologia bellica. Tante cose è l’Occidente, tante di cui la sua storia può gloriarsi, tante di cui ha da vergognarsi. Quando lo contrapponiamo, anche con le armi, a “il resto del mondo” che ci vuol male, non ci accorgiamo della semplificazione e, in fondo, del torto che facciamo a noi stessi quando rinunciamo allo spirito autocritico che, dell’Occidente, è la sua essenza.

E, in più, se rinunciamo a vedere quanto di Occidente c’è ormai anche in quel mondo e quanto di ricchezza originale “non-occidentale” ancora residua; se, attraverso schematiche riduzioni ad unum, rinunciamo a distinguere ciò che è giusto accettare e ciò che è giusto combattere negli altri e in noi, rischiamo grosso.

È facilissimo per i popoli del “resto del mondo” ricordare e rinfacciare, non certo a torto, i secoli di oppressione e sfruttamento da parte di quello che ai loro occhi è l’aggressore principale dei tempi moderni: l’Occidente per l’appunto.

Nel 1884-5, alla Conferenza di Berlino, voluta dalla Francia e dalla Prussia di Bismark, gli Stati europei dell’Ovest si divisero l’Africa, tracciando confini funzionali alla loro fame di spazi ma assurdi per le popolazioni locali, facendone terre in cui avere mano libera. Anche questo è Occidente. È impensabile che si risveglino i nazionalismi, i fondamentalismi religiosi e identitari, i rancori per le ferite ancora vive del colonialismo?

L’unificazione del mondo in nome della globalizzazione non è riuscita. La guerra è ancora tra noi. Che cosa ha impedito agli ideali d’un tempo, pur così ovvi, naturali e umani, di costruire un mondo di pace? Qualcuno dirà: la natura umana che comprende la guerra.

“Pòlemos, padre di ogni cosa” dicevano gli Antichi. Quel “grande mattatoio” che è la storia offrirà buoni argomenti, magari anche per lasciarsi andare all’elogio della guerra, sull’esempio dei futuristi e dei fascisti (la guerra “igiene dei popoli”). Si vada a dirlo alle vittime e si vedrà l’accoglienza.

Nel mondo attorno a noi riconosciamo facilmente che non hanno vinto il liberalismo, il socialismo, le ideologie umanitarie, la solidarietà. Ha vinto silenziosamente la più crudele delle ideologie: il darwinismo sociale, la concezione della vita come il grande agone della lotta per la sopravvivenza, dove i più forti schiacciano i deboli. Sono gli oligarchi, i “capitani coraggiosi” di questo sistema.

Non possiamo aspettarci nulla di serio per la pace da parte di costoro, perché non è nella loro natura. Nel 1945-48 si parlava e si credeva nella pace e la inscriveva come parola d’ordine in trattati, dichiarazioni, costituzioni. Ingenuità? No, fiducia nella democrazia nella ribellione alle ingiustizie e alla più grande di tutte, la guerra. Da lì, dalla democrazia contro le oligarchie, mi sembra dovrebbe ripartire la speranza per l’anno nuovo delle donne e degli uomini pacifici, facitori di pace.

Nell’immagine: Torino, 29 dicembre: una marcia per la pace


Bill Emmott: “Miliardari che si battono contro ogni regola la tecnodestra va fermata”

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

LONDRA — «Siamo in una nuova era, l’era della battaglia tra chi appoggia la tecno destra e chi vi si oppone». È il parere di Bill Emmott, ex-direttore dell’Economist, sul dibattito aperto nei giorni scorsi da un editoriale di Ezio Mauro su Repubblica. I tecno- miliardari sono una minaccia alla democrazia, afferma l’autorevole commentatore britannico, che può «spingere verso l’autoritarismo».

Prima a braccetto con Trump in America, poi con Farage nel Regno Unito, ieri il governo tedesco lo ha accusato di volere influenzare le elezioni di febbraio in Germania: c’è una tendenza nelle esternazioni di Musk o addirittura è la nascita di un movimento internazionale?

«Vedo una tendenza e pure una campagna politica internazionale. Con due aspetti interessanti. Il primo è che, paradossalmente, Trump è un antiglobalista, il suo slogan è America first, prima l’America, e qui abbiamo il suo più stretto collaboratore che prova a interferire in elezioni in tutto il mondo. E questo rappresenta qualcosa di nuovo. La seconda considerazione è che, d’altra parte, le iniziative di Musk non sono davvero una novità: i grandi imprenditori hanno sempre provato a influenzare la politica. La differenza è che una volta lo facevano comprando giornali e stazioni televisive, adesso con il web e con una audience internazionale. Musk è dunque qualcosa di nuovo e di vecchio: una sorta di Citizen Kane globale, per citare il magnate dell’editoria dell’omonimo film di Orson Wells».

Lo stesso Musk ha scritto su X di identificarsi nel concetto di Tech Right: cos’è esattamente, secondo lei, la tecnodestra?

«Un movimento che va oltre Musk, abbracciando molti dei tecno miliardari impegnati a combattere i controlli governativi sul proprio business, contrari alle regolamentazioni di ogni tipo. La deregulation, del web e non solo, è chiaramente un’agenda di destra. Ma non credo che queste persone abbiano in comune altre posizioni della nuova destra, come abbiamo già visto sulla questione dell’immigrazione, in cui Musk si è scontrato con altri esponenti del movimento Maga, tra cui Steve Bannon».

C’è un rischio per la democrazia, quando l’uomo più ricco del mondo, armato delle più potenti tecnologie digitali, prova a influenzare governi e politiche?

«Una massiccia concentrazione di potere e ricchezza è sempre una minaccia per la democrazia: valeva per i baroni del petrolio all’inizio del Novecento, poi per il complesso militar-industriale, vale oggi per i tecno-miliardari. E questo è indubbiamente un pericolo, che può assistere regimi autoritari o governi che spingono verso l’autoritarismo. La distorsione della democrazia negli interessi di un’oligarchia è un antico problema che si ripropone in forme nuove».

La tecnodestra americana può trovare terreno fertile in Europa?

«Lo sta cercando in Germania, dove Musk sostiene l’Afd perché quel partito di estrema destra è contrario a ogni forma di regulation. Sembra averlo trovato nel Regno Unito, dove potrebbe aiutare Nigel Farage, il leader populista fautore della Brexit, a superare il partito conservatore alle prossime elezioni. In Italia non ci sono piani di deregulation, ma sicuramente la tecnodestra punta a moltiplicare la propria influenza in tutta Europa».

Come dovrebbero reagire i governi e i partiti?

«In America, per i prossimi quattro anni, ogni reazione sarà limitata alle file dell’opposizione, perché con Trump la tecnodestra di Musk sarà al governo. Ma l’Unione Europea dovrà difendere con fermezza il Digital Services Act e rafforzare le regolamentazioni. Queste sono le prime cose da fare per proteggersi dalle ingerenze indebite dei tecno miliardari».

Un’altra ingerenza della tecnodestra riguarda la guerra in Ucraina, da cui Musk, come Trump, vorrebbe prendere le distanze, mettendosi d’accordo con Putin il prima possibile. Lei ha affemato recentemente che il presidente ucraino Zelensky dovrebbe dimettersi per facilitare la pace: non è una contraddizione, rispetto alle sue critiche alla tecnodestra?

«Capisco che possa sembrare così ma non credo sia contraddittorio e colgo l’occasione per spiegare perché. Considero Zelensky un eroe simile al Churchill della Seconda guerra mondiale. Ma in una democrazia il tempo che un leader trascorre al potere è limitato e penso che il presidente ucraino potrebbe usare in modo costruttivo al tavolo del negoziato con Mosca la decisione di non ricandidarsi».

Ma perché Zelensky dovrebbe rinunciare a candidarsi?

«Perché un suo ritiro potrebbe essere una carta da giocare nella trattativa di pace, al fine di ottenere in cambio qualcosa di importante per l’Ucraina. Se la guerra va avanti, beninteso, Zelensky deve rimanere al suo posto. Soltanto quando ci fosse la pace potrebbe offrire di ritirarsi. Naturalmente, per primo dovrebbe ritirarsi Putin, ma il presidente russo è un dittatore e se ne andrà soltanto quando glielo imporranno i suoi militari».

Tornando alla minaccia della tecnodestra, siamo entrati in una nuova era politica?

«In parte la nuova era della democrazia digitale, in cui web e social hanno una importanza fondamentale, è cominciata da alcuni anni. Ma oggi siamo di fronte a una battaglia intellettuale fra chi sostiene il potere sprigionato dalla tecnodestra e chi lo considera pericoloso. Siamo nell’era di questa battaglia e non sappiamo ancora chi la vincerà».

Nell’immagine: Bill Emmott


Pietro Martinelli – Il mondo in sospeso del 2024, pronto a lanciarsi in un anno scavato da insidie e buchi neri

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 


Presagi

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 


Siamo solo giornalisti, non eroi disarmati

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 

Di Domenico Quirico, La Stampa

Coloro che la raccontano, la filmano, la fotografano hanno con la morte una relazione profondamente clinica, perché sanno che il loro mestiere è un alibi per andare a cogliere i segreti più immondi della guerra. E che cosa è la guerra se non morte? Perché sappiamo che ogni piccolo biglietto di uscita guadagnato in un conflitto che hai attraversato indenne è il prezzo di una tragedia o di uno sguardo che ci perseguiterà nelle notti o che verrà un giorno a chiederci il conto. Non c’è da stupirsi se i veri reporter si lasciano dietro come cianfrusaglie inutili le vecchie tiritere incrodate nella saggezza di coloro che in guerra non sono mai andati: bisogna che qualcuno si sacrifichi e descriva quello che accade, altrimenti chi saprà cosa è accaduto… il coraggio di testimoniare… abracadabra…

Dopo l’Ucraina, il conflitto delle bugie di perfezione ormai tecnologica è prova generale delle falsità che germineranno nell’era della intelligenza artificiale; e dopo Gaza dove a poter vedere sono stati solo i giornalisti palestinesi che hanno pagato quello sguardo con la vita e a cui non è stata lasciata scelta, neppure quella di aver paura e tirarsi indietro, che cosa resta del giornalismo di guerra? Nel secolo che anche negli eserciti regolari universalizza come strategia una allucinante contabilità della eliminazione fisica e considera «buoni» solo i nemici morti, si può partire con lo zaino e il taccuino, per l’ennesima volta, come l’impiegato raggiunge l’ufficio, per fare un lavoro che sembra ordinario tanto ci è diventato familiare? Come muoversi in un tempo in cui anche andare in luoghi dove apparentemente un fronte non c’è e in più hai il permesso, il visto, il maledetto «pass», insomma hai rispettato le regole perfino con il tiranno di turno, diventa una scorciatoia verso il carcere e il buio? Siamo diventati inutili, superflui visto che nessuno bada a ciò che raccontiamo? Per chi scriviamo e rischiamo?

È davvero il momento di sbarazzarsi della ridicola mitologia dell’inviato di guerra che salta da un conflitto all’altro con il tranquillo coraggio dell’eroe disarmato. Forse bisogna raccontare le storie di piccoli uomini che si fanno manipolare spesso, che spesso non comprendono cosa sta accadendo loro attorno, che hanno sempre paura, paura di morire e paura di aver fatto male il loro mestiere ovvero scrivere cento righe di prosa onesta sugli esseri umani o scattare una immagine nella cui didascalia si possa scrivere: questa è una foto per sempre. Coraggio, ammettiamolo: il nostro lavoro non cambierà mai il mondo. Ma proprio questa consapevolezza è ciò che ci consente di svolgerlo con conradiana volontà di farlo bene, di arrivare ogni volta fino in fondo.

Nelle retrovie si sente molto pronunciare la parola coraggio, coraggio… ebbene chi tenta di raccontare i conflitti e riflette sul senso di questa parola lo fa essendo consapevole che non avrebbe potuto fare niente altro che quello che ha fatto, le situazioni estreme che ha attraversato non hanno lasciato altra scelta, avanzare o fuggire, e che bisogna aver fatto molte volte l’esperienza della fuga per imparare che la viltà e appunto il coraggio sono così intimamente legati che è difficile individuare il momento esatto in cui sei crollato.

Allora che resta, alla fine? Per chi si deve continuare a scrivere? Per coloro di cui dalla Ucraina a Gaza, dalla Siria al Mali sei venuto a condividere il terrore e la rabbia, la morte e la fragile sopravvivenza, che hanno accettato di lasciarti guardare.

Nell’immagine: il cadavere di uno dei tanti giornalisti uccisi a Gaza


Il confine tra tecnica e politica

Per l’ultimo aperitivo dell’anno con gli amici vogliamo stabilire una classifica dei “migliori qualcosa” di questo anno che volge al termine. Cominciamo gagliardi, poi ci areniamo, ma alla fine ripartiamo carichi 

Di Carlo Galli, La Repubblica

Oggi la politica è contesa fra una novità che si presenta con il volto arcaico del mito e un presente che a suo tempo si è definito “moderno” ma che già sta sfumando in un malinconico passato. Fra le audacie esaltanti del balzo nel futuro e le prudenze, che pure si proclamano progressiste, e che paiono destinate alla obsolescenza. Ovvero, come ha scritto Ezio Mauro, fra la multicolore tecnodestra arrembante e la grigia e delegittimata liberaldemocrazia, che ha perso appeal nei cuori e nelle menti e che sembra priva di efficacia nel progettare la società e nel correggere i propri errori.

Il mito ha la propria spinta propulsiva nel connubio di un capitalismo smisurato, di una tecnica onnipotente e di una politica che si propone apertamente come volontà di potenza e che riesce a presentarsi come volontà di libertà e come volontà di futuro — è questa la ragione della sua popolarità, della sua capacità di catturare consensi emotivi — .

All’opposto la capacità della politica di dare forma razionale, a misura d’uomo, sia alla tecnica sia all’economia, di prefissarvi limiti e finalità progressiste — una capacità in passato che ha avuto, dai “soviet più la elettrificazione” di Lenin alla occidentale società industriale del benessere dei Trenta gloriosi — si è esaurita.

Il progetto liberal della tarda modernità, vittorioso su quello comunista, si è affidato alla tecnica e all’economia capitalistica nella speranza di essere in grado di controllarne la potenza e di indirizzarle verso finalità umanistiche — di uguaglianza, emancipazione, civilizzazione — ma è rimasto soccombente davanti ai propri strumenti: la tecnica è diventata mezzo di dominio e controllo, vettore di compressione burocratica delle vite, mentre l’economia si è affermata come dimensione centrale dell’esistenza, individuale e collettiva, che ha assoggettato alle proprie esigenze e alle proprie priorità. Esiti irrazionali della ragione, che la destra è ben attrezzata a gestire mitologicamente.

La risposta della destra al crollo della strategia democratica — che si manifesta in Occidente nelle astensioni e nei voti a forze antisistema — è stata di rilanciare, non certo di frenare, la dimensione titanica, oltre-umana, della tecnica e dell’economia, di fare della loro pericolosa illimitatezza una sfida entusiasmante, un’opportunità di successo, di selezione gerarchica dei migliori, una proiezione verso il futuro, che attira a sé come una calamita tanto quanto il presente respinge e demoralizza. Quella mitologia compensa infatti i grandi disagi e le delusioni che il presente riserva alla maggioranza degli uomini e delle donne. Un sogno a occhi aperti.

Lo slancio mitico-futurista ha la propria icona in Elon Musk, sintesi di capitalismo, tecnica, avventura e di superamento della semplice umanità — triliardario in dollari, esploratore di Marte, inventore di ogni novità tecnologica che ha tecnologizzato anche i propri figli — . Un superuomo in cui si identificano ingenuamente milioni di uomini e di donne che anelano a una nuova libertà propositiva, a cui l’ideologia liberal non sa più dire nulla di attraente.

A sua volta Donald Trump incarna una politica che si incarica di far prevalere il complesso tecnico-economico contro i suoi concorrenti sulla scena mondiale; una politica che conosce bene, e se ne appropria, la logica mitico-polemica del nemico, anche di quello interno (i liberal), espressa nell’epico grido di lotta «fight, fight, fight» con cui l’allora candidato alla presidenza reagì all’attentato.

Anche qui il cittadino frustrato, carico di rabbia, trova una sorgente di emozioni che lo coinvolge e lo soddisfa molto più degli appelli alle virtù democratiche del dialogo e della tolleranza. E lo stesso passato a cui Trump si richiama — l’età della onnipotenza americana — è una proiezione verso un mitico futuro compensativo dei problemi del presente.

La risposta di una destra immaginifica e cinica alla crisi della liberaldemocrazia, maturata, negli Usa, in Europa può trovare molti epigoni e seguaci poco brillanti e poco attrezzati, ma certo volonterosamente disposti a scommettere che lo spirito liberal-democratico (e socialdemocratico) è definitivamente intrappolato sotto le macerie della ragione politica moderna, sconfitta dalla ipermodernità, che il progressismo deve cedere il passo al futurismo.

Molta umiltà e molta capacità di analisi, di critica e di proposta — a cui non dovrà essere estranea una spinta ideale, di intensità pari alla mitologia dell’avversario — saranno necessarie a tutte le forze democratiche per far sì che la scommessa politica della tecnodestra supercapitalista non abbia partita vinta. E che la politica torni a essere faccenda di uomini (e donne) e non di pretesi, e illusi, super-uomini.

Nell’immagine: una interpretazione di Elon Musk prodotta dalla IA