Trump, Musk e i miliardari cortigiani. È l’ascesa della nuova oligarchia Usa

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Di Alan Friedman, La Stampa

L’importanza sempre maggiore di Elon Musk nelle vesti di consulente numero uno di Donald Trump non ha messo in luce soltanto il considerevole potere e l’ascendente dell’uomo più ricco del mondo, ma anche il ruolo che i miliardari hanno a Washington di questi tempi.

Musk ha tutte le caratteristiche dell’oligarca americano, si è comprato un posto al tavolo, vuole conseguire alcuni obiettivi per sé, come la deregulation dei settori industriali nelle quali investe, sgravi fiscali che gli apporteranno vantaggi sul piano personale e un’espansione a livello internazionale della sua azienda Starlink grazie al suo ruolo di consulente della Casa Bianca. Siamo in presenza di un oligarca che appare dispostissimo a trattare con Putin o Xi o chiunque altro a patto di trarne profitto. Ne consegue che l’interesse di Musk non è compatibile con gli interessi per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Perché mai preoccuparsi di simili dettagli, tuttavia? Nella Washington di Trump l’idea di un conflitto di interessi non si presenta nemmeno. O meglio, si presenta tutti i giorni e con ogni nuova nomina, ma la politica di Trump consiste nell’ignorare perfino i conflitti di interesse più eclatanti o le questioni morali come le accuse per molestie sessuali.

L’oligarca Elon Musk non è benevolo. Si compiace nell’usare la sua ricchezza per far progredire i suoi obiettivi politici e imprenditoriali, anche se ciò significa favorire i teorici della cospirazione, i suprematisti bianchi, i razzisti conclamati, i suonati Maga e Vladimir Putin. Si diverte a riempire la sua piattaforma di social media di menzogne trumpiane, propaganda russa, falsità No Vax e idiozie di QAnon. Quanto si dà da fare! Ha preso un aereo per stare accanto a Trump a Parigi, era a telefono con Zelensky, sceglie i ministri di governo tra i suoi compari, si è comprato addirittura un attico a pochi passi da Mar-A-Lago, controlla il 90 per cento circa del budget annuale del programma spaziale della Nasa. Ah, a proposito, verosimilmente sarà il vero tramite dietro le quinte che Trump userà per parlare in modo riservato con Pechino. Proprio così, il futuro delle relazioni tra Cina e Stati Uniti potrebbe dipendere da quest’uomo, l’oligarca americano che costruisce il cinquanta per cento delle sue automobili Tesla in Cina.

Altri due oligarchi di spicco in questa Washington trumpiana sempre più pittoresca sono Jeff Bezos, il secondo uomo più ricco del mondo, proprietario di Amazon e del Washington Post, e Mark Zuckerberg, il miliardario di Meta, l’eterno antipatico. Bezos era solito criticare Trump ma, poco prima delle elezioni del 5 novembre 2024, ha cancellato un editoriale del Washington Post in cui ai lettori si spiegavano le ragioni per votare Harris, perché Trump era veramente pericoloso per la democrazia americana. Il motto in cima alla testata del giornale di Bezos dice: “La democrazia muore nell’oscurità”. Beh, al Washington Post la democrazia è defunta. Bezos ricava miliardi di dollari dai contratti di Amazon con il governo federale e, a quanto pare, sente di non potersi inimicare il presidente eletto. Quando Trump ha vinto le elezioni, Bezos si è messo in ginocchio e ha mandato un pavido tweet scoppiettante di ammirazione. Zuckerberg, che Trump una volta ha minacciato di voler spedire in galera, si è messo in ginocchio prima ancora di Bezos.

Entrambi gli oligarchi junior hanno annunciato una donazione di un milione di dollari per il Ballo di insediamento di Trump. Entrambi sono ossequiosi verso di lui in modo imbarazzante. Anche Tim Cook di Apple è corso a Mar-A-Lago l’altro giorno e ha baciato l’anello di Trump. Dopotutto, a Trump piace così. Dopotutto, è lui l’oligarca originale, se preferite Il Padrino, l’ex latifondista proprietario di casinò, il palazzinaro-arrampicatore sociale delle periferie del Queens che è riuscito a eludere il carcere per le accuse penali del 2024 facendosi eleggere presidente. Più oligarca di così!

Oggi sono circa undici i miliardari nominati per entrare a far parte del Gabinetto di Trump: alcuni sono sodali di Trump, altri amici di Musk. Ci sono lobbisti del settore petrolifero intenzionati a smantellare le normative ambientali; cripto-estremisti intenzionati ad assumere il controllo dei mercati azionari; No Vax e miliardari squilibrati che dovrebbero dirigere le istituzioni sanitarie; un manipolo di miliardari tech della Silicon Valley guidato da Peter Thiel. A pochi passi di distanza, ci sono donatori miliardari e sicofanti di settori industriali particolari che Trump vuole disfare e deregolamentare, come quello petrolifero, delle armi, delle finanze, delle criptovalute e delle banche. E poi c’è l’Intelligenza Artificiale. L’oligarchia tech di Trump fermerà qualsiasi tentativo volto a regolamentare seriamente l’IA. Deciderà anche a quale oligarca affidare il Servizio delle Poste degli Stati Uniti, fondato nel 1775 da Benjamin Franklin. Trump vuole architettare la privatizzazione e la liquidazione delle Poste. Nemmeno Putin si è spinto a tanto!

L’oligarchia, come la definì Aristotele, è una forma di governo nella quale un piccolo gruppo di individui facoltosi detiene il potere, prendendo decisioni perlopiù per il proprio tornaconto personale, non per il bene comune. Questa concentrazione del potere nelle mani di pochi può provocare disuguaglianze significative, perché gli interessi dell’élite al potere spesso mettono in secondo piano quelli della popolazione nel suo complesso. Aristotele sosteneva che questo può destabilizzare i sistemi democratici che si reggono sulla partecipazione della cittadinanza.

L’America corre sul serio il rischio di diventare un’oligarchia? Parrebbe proprio di sì. Alcuni di voi forse scrolleranno le spalle, diranno che in fondo è stata sempre un’oligarchia, basti pensare alla famiglia Rockefeller, alla famiglia Kennedy. Invece no. Le leggi americane sono sempre state influenzate e modellate da lobbisti che lavorano per le grandi aziende, è vero. Prima d’ora, però, non c’è mai stata una simile sfrontata ostentazione del denaro usato per comprare le elezioni e il potere della Casa Bianca. Quella a cui stiamo assistendo a Washington è l’ascesa di una corte di oligarchi sulla falsariga di quella di Putin, con tanto di codardia generalizzata di miliardari pronti a genuflettersi ai piedi di Trump per ricavarne favori e soldi. Il modello è quello di Vladimir Putin. L’oligarca-in-capo è Donald Trump.

Aristotele ammoniva che, quando conquistano il potere, gli oligarchi poi manipolano e corrompono i processi democratici per servire i propri interessi. Questa strumentalizzazione può assumere varie forme, tra cui l’erosione della partecipazione civile, l’emarginazione delle classi socioeconomiche inferiori, la sovversione delle istituzioni democratiche. Quando gli oligarchi sfruttano la compagine democratica, mettono a repentaglio il principio essenziale di uguaglianza che è alla base della democrazia.

Sono molteplici le prove da cui desumere che gli Stati Uniti stanno diventando una vera oligarchia, e assai plausibilmente anche una democrazia illiberale. Verosimilmente, nei prossimi mesi i diritti civili saranno ridotti e una piccola manciata di oligarchi ricchi e potenti potrà decidere il futuro di tutte le spese di governo e influenzare anche la politica estera degli Stati Uniti, accelerando di conseguenza la rapida perdita di credibilità dell’America come faro della democrazia. A Washington la corruzione potrebbe dilagare e galoppare e i conflitti di interesse stanno già diventano la regola.

Per i prossimi due anni almeno, mentre i Repubblicani hanno il controllo della Casa Bianca, del Senato, della Camera dei rappresentanti e della Corte Suprema, la voce dei miliardari e degli oligarchi attorno a Trump potrebbe determinare gran parte della direzione della politica americana. Un primo esempio sarà il modo con il quale Musk e il suo braccio destro, il miliardario Vivek Ramaswamy dagli occhi stralunati, decideranno di tagliare la spesa pubblica e forse azzerare alcune agenzie governative. A questo lavorerà il Doge, il Dipartimento dell’efficienza governativa, il cui nome è usato scaltramente da Musk anche per guadagnare promuovendo le criptovalute. Musk e Ramaswamy hanno promesso di premere il tasto “Canc” per migliaia di miliardi di dollari di spesa pubblica annua. Non è possibile. Non succederà. Ma saranno senza scrupoli, radicali, aggressivi e in primavera il dibattito pubblico sarà lungo e penoso.

Insomma, l’America sta per essere sottoposta a una forma di terapia shock, che piaccia o no. Trump sta mettendo insieme un cocktail esplosivo, miscelando una parte di democrazia illiberale in stile Orbán, una parte di oligarchia in stile Putin e una parte di potenziale cleptocrazia.

Vale la pena ricordare che è questo ciò per cui l’America ha votato. Per la seconda volta, non per la prima. Hanno votato Trump. Sapevano chi fosse. Hanno votato a favore della sua promessa di deportare in massa gli immigrati. Hanno votato a favore della confusione e del cambiamento. Trump riempirà la Casa Bianca, l’Fbi, il ministero della Giustizia e la Cia di quinte colonne filoputiniane, leccapiedi, estremisti radicali di destra. Al Pentagono dovrebbe incontrare qualche difficoltà. Gli oligarchi, in ogni caso, resteranno attorno a lui a fargli da cornice, un vero circolo di oligarchi, un infuocato anello da girone dantesco dell’Inferno.

Questa non è assolutamente la democrazia liberale e il leale amico della Nato che potreste ricordare. Questa non è più quella America. Quella che vedremo a partire dal 20 gennaio 2025 è l’ascesa di qualcos’altro.


Preventivo e analfabetismo politico (o il meglio che abbiamo perduto)

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Daniel Ritzer ha scritto: “non c’è mica uno statistico a bordo?”, quasi ultimo grido disperato nella discussione sul Preventivo cantonale. Ed è sembrata l’invocazione che Shakespeare mette in bocca a a re Riccardo, sconfitto nella battaglia di Bosworth: “datemi un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.

Si è anche titolato: “un esercizio sfiancante, vanitoso e sfuggente”. Un marchio piuttosto infame o tragico per delineare discussione granconsiliare. Accompagnato oltre tutto da una annotazione che è tragicomica: il presidente del Gran Consiglio che consiglia i colleghi: “Chiacchierate a bassa voce se volete chiacchierare”. Ancora Shakespeare: “ le allegre comari di Windsor”.

Forse non si è avuto il coraggio di dire che si era in pieno esercizio di analfabetismo politico, come forse non c’è mai stato in quell’aula granconsiliare. E la tragedia sta proprio lì. E questa volta, ancora più tristemente, non è “il peggio che è ritornato” (vedi qui Ghiringhelli), ma è il meglio che si è perduto.

Quel rapporto critico di Luigi Generali

Sono incappato, nelle mie rimembranze di giornalista e nel mio abbondante archivio personale, in un rapporto della Commissione della Gestione di mezzo secolo fa (dicembre 1973, rapporto steso da Luigi Generali che, allora, era anche presidente del Plr).

Due constatazioni iniziali di Generali:

1) l’ente pubblico si è trasformato in una grande impresa; è necessario inserire il preventivo tradizionale in un piano finanziario a lunga scadenza, considerandolo non più isolatamente ma come un anello di una catena che si proietta nel tempo;

2) l’ente pubblico è venuto a trovarsi di fronte a gravi difficoltà d’ordine economico e soprattutto finanziario.

Quattro osservazioni-conclusioni, sul filo di una perfetta logica:

1) il Preventivo limitato alla durata di un anno è un non-senso: non può influire che in minima parte sulla politica finanziaria dell’ente pubblico perché la cosiddetta massa manovrabile è estremamente esigua (varia da un minimo del 2 per cento a un massimo del 25 per cento);

2) per di più, oltre alla rigidità della struttura delle uscite, si constata pure una carenza del processo decisionale (“quando all’autorità competente incombe un determinato intervento, non sempre chi è chiamato a decidere è consapevole di tutte le conseguenze che la decisione può avere, non soltanto sul conto dell’anno corrente, bensì – ed è questo il fatto più importante – su quello degli esercizi futuri”);

3) assoluta necessità, quindi, di una “indicazione sistematica delle entrate e delle uscite per un periodo pluriennale secondo un preciso programma”. Un piano finanziario “permette ai politici di decidere con cognizione di causa e nella piena consapevolezza delle conseguenze che le loro decisioni possono avere per il futuro”.

4) un piano finanziario non può però assolvere i suoi specifici compiti se esso si limita a proiettare nel futuro dati del passato… se nonostante l’attendibilità dei dati e la loro precisione essi non siano continuamente sottoposti a verifiche… se non permette di operare precise scelte e stabilire priorità sulla base della situazione economica.

…e la minoranza che aggiunge

Il rapporto di minoranza (ch’era dei commissari popolari-democratici) si lamentava, in sostanza, di tre carenze:

1) manca sempre un insieme coordinato di misure, una sorta di mente direttrice e coordinatrice che indichi le esigenze particolari dei vari settori e si rischia così di avere il solito catalogo o inventario dipartimentale delle uscite e delle entrate;

2) mancano completamente gli obiettivi, nel senso che invano il cittadino può trovare la enunciazione degli scopi che si intendono conseguire e dei risultati che ci si prefigge di ottenere. Ne consegue l’impossibilità pratica di formarsi un’opinione valida sulla portata degli investimenti proposti, di formulare un giudizio sulla logicità delle singole scelte, sulle opportunità e l’accettabilità degli indirizzi che dovrebbero caratterizzare l’azione governativa, l’impossibilità di accedere ad una valutazione politica, la sola che può veramente interessare… la valutazione tecnica non può essere che un mezzo…”;

3) il discorso sulle priorità è stato proposto in maniera assolutamente semplicistica ed inadeguata (e, concretamente, si esemplificava: “come è possibile giudicare la validità di una riduzione del 57% nel settore dell’istruzione pubblica o di una del 35% in quello della protezione dell’ambiente se non ci si è dato conoscere quali realizzazioni si intendono conseguire con tali mezzi ridotti”?

Il meglio perduto

Mezzo secolo dopo, siamo sempre lì. Idem come sopra. Ma in peggio. Perché si è dimenticato il meglio. O per una differenza sostanziale: allora – sia tra i liberali, al potere, che avevano ancora il DNA del classico liberalismo, sia tra i conservatori, all’opposizione, che disponevano di intelligenze aperte e notevoli – c’era ancora molto “alfabetismo politico”. Si individuavano correttamente fattori politici essenziali, gli uni aggiungendo agli altri (programmazione a lunga scadenza, fondamentale valore politico di un bilancio o assurda o tragica miopia nell’arenarsi nella sterile contabilità in termini di uscite ed entrate o addirittura, com’è poi avvenuto, nella sua cariatidizzazione costituzionale; stabilire soprattutto una gerarchia “politica” delle priorità che diventa giusta informazione, formazione e motivazione civili del cittadino). Si intuiva perlomeno come era opportuno e giusto muoversi assieme per il bene comune.

Era ancora il meglio della politica. Che – si dirà – non è servito a mutare le cose.

È vero, purtroppo. Ma perché, dopo il 1980, si è imposto l’analfabetismo politico, anche con la scusa ipocrita di annientare le ideologie per sostituirle con una sola: quella targata neoliberismo (la società non esiste, non c’è alternativa al liberismo, la ricchezza è da accumulare anche con gli sgravi fiscali perché poi sgocciola vero il basso: tutta ideologia importata senza resistenza o con inefficace resistenza), e continuiamo ad arrotolarci lì dentro.

Nell’immagine: magari serve ancora


Tabù scolastici ticinesi. Qualche riflessione

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Fuori dall’ aula!
Questo articolo è tratto dall’ultimo numero, fresco di stampa, della bella rivista «Il Cantonetto» (dicembre 2024). Ne è autore Stefano Barelli, insegnante di italiano presso il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA), libero docente di letteratura e filologia italiana all’Università di Friburgo nonché stimato saggista e curatore di importanti testi letterari. Con penna elegante e garbata Barelli riferisce di un caso professionalmente increscioso capitato a lui e a un suo collega: la censura da parte  di due “esperti del settore professionale” di una castigata novella (La paura di Alba de Céspedes del 1957) scelta come testo d’esame scritto di maturità specializzata per la Scuola cantonale d’arte (SCAA, già liceo artistico) per l’anno scolastico 2023-’24: una novella che «avrebbe potuto essere proposta in qualsiasi ordine scolastico (figura infatti in antologie rivolte anche al settore medio)» [qui una lettura]. Ebbene, per i due esperti il tema della violenza domestica, messo in luce dalla novella, è stato considerato come inopportuno in quanto poteva urtare la sensibilità degli studenti (ragazze e ragazzi con un’età compresa fra i 18 e i 20 anni) e compromettere l’esame scritto di maturità. A giudizio della stessa «autorità di vigilanza» sarebbe stato meglio fondare l’esame di maturità su un testo che trasmetta un messaggio «positivo e speranzoso». Forse una pagina tratta da un romanzo di Liala? A nostro modesto giudizio la lettura del bel “corsivetto” di Stefano Barella è caldamente consigliata, anche perché racconta di altre bocciature fatte dai due seguaci di Bernardo Gui, come la lettura del canto XIII dell’Inferno, dove Dante incontra nella selva dei suicidi l’alto funzionario della corte di Federico II, Pier delle Vigne.
Rischierà il cartellino rosso anche il grande “pessimista” Giacomo Leopardi?
L’onda lunga della revisione dei testi del famoso scrittore per ragazzi Roald Dahl, modificati per essere resi “più inclusivi” e “meno offensivi”, si è infranta anche sulle nostre spiagge.
(Aurelio Sargenti)


Non mi risulta che esistano studi sulla censura dei testi esercitata nelle scuole ticinesi; probabilmente l’assenza di direttive specifiche a livello dipartimentale (qualche documento potrebbe però essere reperibile nei regolamenti interni ai singoli istituti) ha frustrato indagini in un campo che pure meriterebbe di essere dissodato: ne potrebbero risultare interessanti acquisizioni storiche e sociologiche.

L’auspicio è che le annotazioni che seguono, riferite a una recente esperienza personale, possano dare luogo a più approfondite ricerche e analisi. Avverto che il settore di riferimento è la scuola media superiore: un’indagine sulle modalità censorie applicate nelle scuole dell’infanzia ed elementare potrebbe portare alla luce altro, e probabilmente di maggiore rilevanza (mi limito a un appunto, forse non meramente aneddotico. In una biblioteca scolastica comunale ho reperito una versione “rivista” della fiaba di Cappuccetto Rosso in cui il cacciatore non uccide il lupo: lo sgrida!).

Il fatto: lo scorso anno chi scrive, insegnante presso il Centro scolastico per le industrie artistiche (CSIA), ha ricevuto assieme a una collega l’incarico di allestire l’esame scritto di maturità specializzata per la Scuola cantonale d’arte (SCA, ex Liceo artistico). L’esame è basato su un testo narrativo di riconosciuto valore letterario; la prima parte comprende domande riferite al contenuto e alla struttura del racconto, la seconda un più libero svolgimento che, prendendo spunto da quanto esaminato in precedenza, consenta lo sviluppo di considerazioni personali.

La nostra scelta per l’anno scolastico 2023-24 è caduta su un racconto del 1957 della scrittrice italocubana Alba de Céspedes, La paura.

È la vicenda, narrata in prima persona, di una giovane segretaria di umili condizioni e di saldi principî morali, il cui fidanzato è affetto da una morbosa gelosia. Costui, senza la minima prova, la sospetta di tradimento, la minaccia e arriva a percuoterla fino provocarle la fuoriuscita di alcune gocce di sangue dal naso (intanto si registri l’insostenibile violenza splatter). La giovane non si ribella contro le ingiuste accuse e le percosse; si sforza anzi di giustificarsi e infine riconduce il fidanzato alla ragione, sentendosi fiera di sé per il risultato ottenuto.

Una novella di buona fattura, forse non molto connotata sul piano stilistico ma che ben si sarebbe prestata per delineare carattere e psicologia dei personaggi e successivamente per riflettere sulle attitudini assunte dai due giovani, nonché ovviamente sulle discriminazioni di genere, anche mediante parallelismi tra la realtà attuale e quella degli anni in cui si svolge il racconto.

Ebbene, l’adozione come testo d’esame di questa castigata novella, che all’epoca della sua composizione – lo ripeto: gli anni ’50 – avrebbe potuto essere proposta in qualsiasi ordine scolastico (figura infatti in antologie rivolte anche al settore medio), è stata bocciata dall’autorità di vigilanza.

Motivo: il tema della violenza domestica e la carica di brutalità insita nel testo (quella di cui sopra) potrebbero urtare la sensibilità degli studenti e compromettere l’esito dell’esame scritto di maturità: che dovrà essere invece fondato su un testo che trasmetta un messaggio “positivo e speranzoso”. Di più: soggetti di questo genere andrebbero introdotti con molta circospezione anche durante le lezioni; quanto ad altri più traumatizzanti, come il suicidio, sarebbe buona norma evitarli. Anche trattando la Divina Commedia (assicuro il lettore diffidente che sto riferendo la pura verità) sarebbe bene tralasciare la lettura del canto XIII dell’ Inferno.

Per evidente analogia, a Jacopo Ortis, Anna Karenina ed Emma Bovary andrà tolto il diritto di cittadinanza nelle scuole cantonali, e la mannaia censoria dovrà abbattersi anche, poniamo, su Amleto (atto 3, scena 1: “Essere o non essere…”). A proposito di Shakespeare: se le reazioni indotte dalla gelosia hanno imposto il veto al racconto della Céspedes, che si dovrà dire dell’incomparabilmente più truculento Otello? E sorvolo (ma sarebbe altro tema di approfondimento) sui ravvisabili addentellati razzisti connessi con il protagonista della tragedia.

La posizione di chi scrive riguardo al controriformismo in atto nella scuola ticinese – che, beninteso, rispecchia una tendenza generale e internazionale – sarà già emersa da quanto finora esposto; tuttavia, come dichiarato in apertura, l’intento di queste righe non è la deprecatio (anche se non si può non rilevare come l’episodio sopra esposto costituisca un caso da manuale di cancel culture), bensì la riflessione.

Fino a non molto tempo fa (sarebbe da stabilire più precisamente fino a quando) in un testo d’esame l’eventuale censura avrebbe riguardato tutt’altro. Ad esempio, mai una commissione italiana o ticinese avrebbe consentito la presenza di termini triviali o anche solo espliciti, in particolare se riferiti all’ambito sessuale.

Che era del resto tabù anche nella pratica dell’insegnamento, almeno fintanto che il docente di italiano decideva di non uscire dai confini posti dalle raccolte scolastiche (il che, fortunatamente, non sempre avveniva).

A titolo d’esempio la celebre Antologia della letteratura italiana curata da Mario Pazzaglia, ben nota a generazioni di studenti (uscita per la prima volta per i tipi bolognesi di Zanichelli nel 1964, venne successivamente riedita, ampliata ma senza sostanziali differenze di impostazione, fino al 1995), riportava per intero l’episodio della pazzia di Orlando nel poema ariostesco (Orlando Furioso, XXIII, 100-136), fatta eccezione per le ottave 109-110 e 123, sostituite da sibillini punti di sospensione: che Angelica giacesse nuda nelle braccia di Medoro e che Orlando si sovvenisse che il letto della locanda in cui si trovava era lo stesso che l’ingrata donna aveva diviso col suo drudo, non era ammissibile; avrebbe turbato le giovani menti di allora quanto, evidentemente, turberebbe quelle di oggi il racconto della Céspedes.

Le interdizioni concernenti la sessualità sono ora quasi del tutto scomparse: lo attestano, di nuovo, le antologie scolastiche (alcune davvero eccellenti). Trovano infine spazio capolavori assoluti in passato impietosamente espunti come, per fare un esempio, lo splendido sonetto La vita dell’omo di Giuseppe Gioachino Belli (e se non è accolta pure La Ninetta del Verzee è presumibilmente solo perché il milanese di Carlo Porta è assai meno accessibile del romanesco del suo collega). Un progresso notevole, certo. E tuttavia: il docente di italiano che in una nostra scuola proponesse come lettura (o come testo d’esame) Adolescente di Vincenzo Cardarelli – chi scrive ha conosciuto questa grande lirica nei suoi anni liceali, grazie al suo ottimo insegnante – è davvero sicuro di non incorrere nell’accusa di promozione della pedofilia?

Immagino che i miei colleghi di storia dell’arte al CSIA si pongano lo stesso interrogativo a proposito delle tele di Balthus (per contro, L’Origine du monde di Courbet può verosimilmente essere mostrata senza patemi).

Analogamente, se nella Commedia per il suicida Pier della Vigna va decretata la damnatio memoriae, si può ora proporre la fino a ieri vietatissima maledizione di Vanni Fucci in apertura della cantica XXV dell’Inferno: “Al fine de le sue parole il ladro / le mani alzò con amendue le fiche…” (sempre, si intende, che non sia da espungere dai programmi scolastici l’intera prima cantica del poema, così pericolosamente incorrect).

E così, per tornare al punto di partenza, ai giorni nostri sarà senz’altro accettabile un testo d’esame punteggiato di “cazzo” et similia, purché venga salvaguardato il messaggio “positivo e speranzoso” (vade retro, Leopardi!): la morigerata Alba de Céspedes assolutamente no, ma un esponente di “Gioventù cannibale” why not?

In conclusione (provvisoria): la censura nella scuola esiste eccome, anzi si è probabilmente rinvigorita rispetto a un recente passato, ma con importanti spostamenti: a un moralismo
soprattutto di forma (per esempio verso il turpiloquio) si è sostituito un più invasivo moralismo di contenuto, che decreta il bando a situazioni (anche banali) di vita reale.

Si sorride, certo, pensando al Codice di autodisciplina per la televisione promulgato nel 1954 e diretto ai funzionari della RAI, che elencava, tra le moltissime parole vietate, vizio, verginità, seno e membro (proibito anche dire in seno al Congresso e membro del Parlamento). Erano gli anni del racconto della Céspedes, vietato per un esame di maturità nelle scuole ticinesi nel secondo ventennio del Duemila.

Di ciò, chissà, sorrideranno forse le generazioni future.

Nell’immagine: Alba de Céspedes. Inopportuna


Cancel culture à la carte

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 


Le due società, gli esclusi e i garantiti

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Non ci sono soltanto un deposito di rabbia e un giacimento di rancore sociale nella trasformazione di Luigi Mangione, l’assassino del ceo di United Healthcare, in un eroe dei social, vendicatore solitario delle ingiustizie collettive, Robin Hood con la felpa e il sorriso nell’alba di New York, già pronto per entrare in una serie televisiva più ancora che in prigione.

Lui ha radunato intorno alla scena del delitto un tale accumulo di simboli (i dollari infantili del Monopoli, le pallottole incise con le accuse alle compagnie di assicurazione, gli appunti nello zaino contro la “mafia” della sanità americana) da far pensare che si sia preoccupato dell’uso politico dell’omicidio più ancora che della tecnica dell’agguato.

E infatti l’assassinio è subito diventato un manifesto in sé, raccogliendo un consenso divampato nel Paese e azzerando ogni pietà per la vittima, ogni riflessione sulla vita umana ridotta a maschera da distruggere a colpi di pistola, ogni domanda su questa nuova forma di terrorismo personale, talmente emblematico da suscitare un’onda cieca di empietà condivisa.

In una fase in cui le parole d’ordine della politica faticano a trovare ascolto, gli spari al boss delle assicurazioni acquistano per una parte rilevante dell’opinione pubblica un carattere di sacrilegio necessario, perché denudano con il loro rimbombo la scena logorata della sanità americana, la mancanza di una cultura del welfare, l’impotenza dell’individuo esposto alla malattia di fronte ai colossi del sistema assicurativo, le false tutele, le disuguaglianze, le ingiustizie: fino a diventare la prova svelata delle distorsioni del capitalismo e delle colpe dell’élite.

Nessun centro strategico ha dato un mandato ideologico di morte all’assassino. Ha fatto tutto da solo, cogliendo una rivolta ideologica sospesa nel Paese, coltivata nella solitudine repubblicana del cittadino disperso, un astio sociale in cerca dell’innesco, pronto a riconoscersi in un’immagine, un gesto, un atto di violenza. Lui è il catalizzatore, il suo sparo la scintilla che illumina la parte nascosta del mondo in cui viviamo.

È una parte capovolta: nell’omicidio-denuncia cancella il delitto, esalta l’accusa e la trasforma in bandiera, soffoca ogni sentimento per lasciare il campo libero al risentimento, motore dell’epoca. Con il populismo di ogni genere pronto a investire sulla sua incandescenza per trasformarla in antipolitica, invece di emanciparla dall’impotenza e incanalarla in energia per il cambiamento. E con i cittadini — che da tempo non trovano più una “causa” comune per cui mobilitarsi — pronti a dare un segno collettivo di riconoscimento al vendicatore omicida, come fosse un giustiziere investito dallo spirito pubblico di vendetta.

La verità è che dietro la ruggine della rabbia c’è qualcosa di più profondo: la società si è spezzata in due, e le due parti non hanno più obblighi nei confronti dell’insieme e nemmeno vincoli reciproci, sono autonome e libere nelle loro derive separate e distinte.

Per la prima volta, sotto la spinta delle crisi a catena che abbiamo dovuto fronteggiare, la disconnessione tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione è così profonda che scioglie tutti da ogni legame sociale, da qualsiasi responsabilità vicendevole, dalla consapevolezza di aver vissuto un’unica storia e di far parte di una vicenda comune.

Le parole “ricco” e “povero” sono troppo spoglie per rappresentare la distanza odierna tra i due poli sociali, troppo novecentesche per cogliere tutto il peso di un’estraneità mai sperimentata tra contemporanei immersi in realtà differenziate e disgiunte, che creano obiettivi e riferimenti separati. Anche i sentimenti sono per forza di cose frutto di questa frattura, ognuno ha i suoi, perché le due società vivono un’unità provvisoria di luogo e di tempo e una dissociazione di destino definitiva, non risolvibile nemmeno con la lotta di classe, che prevede un legame di interdipendenza dentro il conflitto.

Gli esclusi denunciano una confisca dell’intelligenza sociale, della competenza, della scienza da parte dei garantiti, perché non riconoscono più i benefici del sapere per la loro condizione di vita, come se ci fosse stata una deviazione egoistica della produzione e del consumo di conoscenza, trasformata in appannaggio di classe e privilegio.

La conseguenza è una sorta di secessione culturale che rifiuta ogni verità ufficiale, diffida del progresso, sospetta delle sue scoperte e dubita dei suoi rimedi, rivalutando l’ignoranza come forma suprema di purezza, spoglia ma incontaminata, nuda purché separata.

Poiché i garantiti rappresentano la classe dirigente, la ribellione degli esclusi si estende al sistema, considerato colpevole perché genera e perpetua i meccanismi di selezione, di garanzia e di esclusione. E i capisaldi del sistema diventano i nemici, i soggetti attivi del furto di ruolo, di status e di potere che dà forma al grande capo d’accusa contro il dominio selettivo e discriminatorio: le istituzioni prima di tutto, i rappresentanti dello Stato, i poteri forti, i gruppi industriali, i soggetti economici e finanziari, le banche, le strutture dell’informazione, l’apparato medico-sanitario, le compagnie d’assicurazione.

È l’indiscriminato rifiuto di tutto ciò che dà forma alla realtà quotidiana in cui viviamo, e che la racconta nel suo divenire. L’individuo spersonalizzato si sente espulso da questo sistema, ridotto ai margini, non tutelato dunque esposto, misconosciuto e quindi infragilito, privo anche di ogni codice di interpretazione del circuito del nuovo potere, che parla un’altra lingua.

Ciò che è grande, potente, transnazionale diventa una minaccia per la sua solitudine repubblicana, dov’è insidiato dagli opposti demoni dell’impotenza e della ribellione. La conclusione è che l’individuo non si sente più cittadino: e a questo punto non si capisce perché il precipizio di sfiducia in cui scivola progressivamente non dovrebbe sfociare nel sospetto supremo: il dubbio finale nella democrazia.

E qui c’è il populismo neo-autoritario che lo aspetta. Lo ha nutrito di antipolitica per anni, lo ha incoraggiato nelle sue accuse al sistema, lo ha convinto che la fuga dalle responsabilità è ribellione: ora che siamo giunti al punto zero può guidarlo nell’atto finale, la correzione della democrazia, deformandola come strumentazione del comando. Ci sono anticorpi a portata di mano?

La società dei garantiti non dà garanzie: la politica tradizionale è esausta, le istituzioni hanno un contatto debole con la pubblica opinione, l’Europa è ancora soltanto cornice e l’élite non sembra avere la forza morale per difendere la forma e la sostanza del meccanismo liberal-democratico, dopo aver assistito alla spaccatura della società senza interrogarsi sulle sue responsabilità. Eppure il rischio è evidente: due società sono troppe per il mondo rimpicciolito della globalizzazione.

Nell’immagine: Seattle, Washington (Stati Uniti), 11 dicembre: sui muri compare un personaggio che si rifà a Luigi Mangione


«Il carcere ci ha reso irriconoscibili. Le grida degli altri ti entrano dentro»

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

il manifesto

Testimonianza raccolta nei Territori palestinesi occupati da Chiara Cruciati. Per motivi di sicurezza, non sono indicati nome, date di detenzione e città di provenienza.

È successo dopo la preghiera del pomeriggio, poco tempo dopo il 7 ottobre 2023. Stavo tornando dalla moschea, i servizi israeliani mi aspettavano fuori dalla porta di casa. Alla caserma di al-Moscobiyeh, a Gerusalemme, è iniziato il mio viaggio: mi hanno picchiato nella camionetta, mi hanno picchiato all’arrivo. Israele mi aveva già arrestato in passato, ho pensato che sarebbe andata come le altre volte. Poi ho capito che era cambiato tutto: mi hanno picchiato anche i medici militari.

Dopo una settimana mi hanno trasferito nella prigione del Naqab insieme ad altri cinque detenuti. All’arrivo i soldati ci hanno detto «Benvenuti all’inferno» e ci hanno picchiato con tutto quello che avevano, manganelli, bastoni, pugni. Ci hanno condotto nelle celle trascinandoci per terra.

IN CELLA MI SONO tolto i vestiti e ho visto il mio corpo pieno di lividi. Avevo una spalla lussata e ferite alle mani. Mi hanno picchiato ancora, a gruppo, la prima di innumerevoli volte. Nella cella c’erano altri undici palestinesi e poco altro: non c’erano letti, non c’erano mobiletti. Abbiamo chiesto dei materassi: hanno risposto che nei tunnel di Hamas non c’erano materassi. Non avevamo asciugamani, sapone, spazzolino da denti.

Dopo 48 ore ho parlato con l’avvocato in tribunale, mi ha detto: non posso fare niente. Il giudice ha dato alla polizia due giorni per portare delle prove contro di me. Non avevano niente e allora hanno usato il metodo del «file segreto» per chiedere la detenzione amministrativa. Il giudice gliel’ha accordata: quattro mesi. Alla fine della sentenza l’ha rinnovata di altri quattro. Nel mio carcere c’erano palestinesi di tutte le età, giovani e anziani, alcuni erano là da prima del 7 ottobre.

Spesso ci legavano i polsi con le fibbie di plastica dalla mattina alla sera. A volte ci legavano anche le caviglie. Tenevano la luce accesa di notte e spenta di giorno. All’inizio avevamo un’ora di acqua calda al giorno, poi soltanto un’ora di acqua fredda al giorno. Fino a gennaio siamo stati senza coperte, poi ce le hanno portate: erano luride e puzzavano.

Il cibo era scarso e cattivo, quel che bastava a non morire. Diminuiva di continuo. Riso quasi crudo, qualche fetta di pane e qualche pezzetto di verdura. Non c’erano né carne né legumi. Ho avuto fame ogni giorno. Ho perso 27 chili.

LE CELLE ERANO sporche e non avevamo nulla per pulirle. Non ci davano medicine, nemmeno a chi aveva malattie pregresse. Si è diffusa velocemente la scabbia: inizia con macchie rosse, se le gratti perdi sangue e ti ritrovi con i vestiti sporchi per mesi. Io ho indossato lo stesso vestito per otto mesi. Chi usciva lasciava pezzi di abiti agli altri. Non ci permettevano di raderci, eravamo irriconoscibili.

In cella non si dormiva o per i dolori delle botte o per le grida degli altri prigionieri. Quelle dei detenuti di Gaza ti entravano dentro, quello che ho passato io non è comparabile a quello che passano loro.

Le guardie avevano sempre il volto coperto. Ci torturavano, ci puntavano la pistola alla testa e fingevano di sparare, ci dicevamo che saremmo tornati a casa nei sacchi di plastica. Se vedevano qualcuno di noi pregare, picchiavano tutta la cella.

Ci contavano tre volte al giorno, inginocchiati a terra, con le mani dietro il collo e la testa sul pavimento; restavamo così per mezz’ora. Sceglievano uno di noi, lo trascinavano fuori e lo picchiavano. A metà novembre nel mio carcere hanno ucciso Thayer Abu Assab, di botte. Non aveva nemmeno 40 anni, era in carcere da 20. Gliene restavano due per tornare libero.

Potevo parlare solo con i prigionieri nella mia cella. Dopo sei mesi che ero dentro, ci hanno concesso un’ora d’aria. Dovevamo camminare sempre, senza fermarci; se qualcuno si fermava o cadeva, ci picchiavano tutti. Succedeva spesso: eravamo tutti senza forze.

DENTRO, si perde il senso del tempo, che giorno è, che ora è. Non avevamo né libri né radio, isolati dal mondo esterno. Le notizie da fuori ci giungevano solo dai nuovi prigionieri.

Poi, mi hanno rilasciato. Ero con altri dieci detenuti: ci hanno portato via insieme, per lasciarci a un checkpoint vicino alla nostra città. Hanno liberato solo me e un altro detenuto: gli altri sono stati ricondotti indietro, in carcere. Lo fanno spesso. Quando sono tornato a casa ho fatto visita alle famiglie dei miei compagni di cella: a tutte ho detto che i loro cari stavano bene, anche se in realtà non riuscivano ad alzarsi dai materassi. Hanno finto di crederci.

Le autorità israeliane mi hanno ritirato la patente e l’assicurazione medica. Ci hanno preso tutto, i nostri diritti e la nostra dignità di esseri umani. I nostri nonni hanno sofferto la Nakba, noi ne soffriamo un’altra. Qui lottare per la propria libertà è una colpa. In Palestina non esiste posto sicuro.

Nell’immagine: due prigionieri palestinesi riportati a Gaza a luglio


L’affaire Pelicot

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

AVIGNONE Nelle strade di Carpentras, sud della Francia, un tempo sede del papato avignonese, c’è un sole tiepido di autunno. Quando varca la porta del commissariato, Gisèle Pelicot non immagina certo di essere sulla soglia di un’altra dimensione che le rivelerà la “barbarie” nascosta dietro alla sua anonima vita di pensionata, moglie devota, madre di famiglia, nonna amorosa. E la farà ben presto diventare una icona del femminismo.

Gisèle è convocata dalla polizia dopo che suo marito, Dominique Pelicot, è stato fermato in un ipermercato. L’uomo stava filmando sotto le gonne di alcune clienti. «Ha sbagliato. Mio marito ne è consapevole e mi ha promesso di andare a vedere uno psicologo» spiega la moglie al poliziotto, cercando di difendere l’uomo con cui è sposata dal 1973. L’agente rimane impassibile e chiede: «Ha mai praticato scambismo?». Gisèle è stupita, quasi infastidita. «Non sopporterei mani sul mio corpo che non siano quelle di mio marito». Il poliziotto accende il computer. «Madame Pelicot, si prepari a vedere immagini scioccanti» è l’avvertenza.

Lo schermo diventa uno specchio deformante. Gisèle vede il suo corpo nudo, addormentato nel letto di casa dopo un amplesso sessuale con un uomo. «Lo conosce?» «No». Stessa situazione, un altro uomo. «Non so chi sia». La galleria fotografica prosegue in un crescendo insostenibile. Gisèle ha un senso di vertigine, non riconosce quegli uomini, non riconosce se stessa. Sviene. «Mi hanno dato un bicchiere d’acqua ed è arrivato un medico» ricorda a proposito di quel giorno del novembre 2020 in cui il suo piccolo mondo di certezze è crollato. E quel suo villino a Mazan, regione del Vaucluse, la Florida dei pensionati francesi, si è scoperto essere un luogo di tortura. «Non può tornare al suo domicilio, questi uomini conoscono il suo indirizzo, possono presentarsi in qualsiasi momento» continua il poliziotto. «Ho messo cinquant’anni di vita in due valigie» racconta ora Gisèle. «Sono partita con il mio cane. È stato surreale. Avevamo tre figli, sette nipotini. Eravamo uniti. I nostri amici ci guardavamo come una coppia ideale. Il trauma è stato immenso».

Quattro anni dopo. Al tribunale di Avignone non si sono mai visti così tanti giornalisti stranieri. Sul banco degli imputati, cinquanta uomini più uno: Dominique Pelicot. Tutti accusati di stupro su una donna. Fisico minuto, caschetto rosso e occhiali scuri, Gisèle attraversa la folla tra gli applausi di militanti femministe. Nel letto coniugale, suo marito ha invitato decine di sconosciuti per abusare del suo corpo, dopo averla addormentata con potenti sedativi. Una routine di mesi, anni. Quasi ogni notte, Pelicot organizza una danza macabra intorno alla casa di Mazan. Gisèle ha deciso che il processo al branco dei suoi stupratori doveva essere pubblico perché «la vergogna deve cambiare campo». «Questi uomini mi hanno profanata, anche se ero inerte. Il mio corpo era caldo, ma ero come morta. Mi hanno preso per una bambola di pezza, un sacco di spazzatura. Nessuno di loro ha pensato che fosse sbagliato» prosegue Gisèle nella sua prima deposizione in aula. «Non so se riuscirò mai a superare quello che è successo. Ma mi dico che il giorno in cui una donna si sveglierà al mattino senza ricordare cosa ha fatto il giorno prima, forse penserà alla mia testimonianza».

«Merci Gisèle». «Je suis Gisèle». Il suo nome ha risuonato nelle piazze francesi durante i cortei organizzati il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il suo volto appare in tanti murales, persino in Italia. Gisèle, inserita dalla Bbc nella lista delle cento donne più influenti dell’anno, insieme all’attrice americana Sharon Stone e alla giovane yazidi Nadia Murad, si batte per porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra. Gisèle, che non ha fatto il Sessantotto, non è scesa in piazza per chiedere l’autodeterminazione, e a settant’anni si ritrova a essere un’eroina delle giovani del MeToo.

È nata a Villingen, sud-ovest della Germania, il 7 dicembre 1952, arrivando in Francia all’età di cinque anni. Cresciuta da un padre militare, resta orfana di madre a nove anni. «Nella mia testa mi sentivo già donna», ricorda, parlando di un’infanzia con «poco amore». Nel 1971, conosce Dominique Pelicot che la seduce portandola in giro con una Citroën 2CV rossa. «Un colpo di fulmine» racconta lui. Gisèle sognava di fare la parrucchiera; studia da dattilografa, finisce impiegata nella società energetica Edf – unico vezzo, andare ogni tanto a sentire l’opera lirica. Si è rivelata nella forza e nella dignità a ogni tappa di una maratona giudiziaria diventata macchina nel tempo. Sembra di essere tornati ai processi per stupro che hanno cambiato la storia, o almeno così si sperava. Nel 1978 a Aix-en-Provence, c’era un’altra Gisèle, l’avvocata Gisèle Halimi che difendeva due giovani turiste belghe violentate da tre uomini vicino a Marsiglia. In Italia, sempre negli stessi anni, l’avvocata Tina Lagostena Bassi combatteva per le donne nelle aule giudiziarie. Cosa direbbero queste paladine delle battaglie femministe rivedendo, a quasi mezzo secolo di distanza, gli stessi logori cliché ripetersi in aula?

Tutti gli imputati nelle ultime settimane si sono nascosti dietro a scuse come: «Mi sembrava consenziente», «pensavo fosse un gioco libertino», «visto che il marito era d’accordo, ero tranquillo». Gisèle davanti al tentativo di essere trasformata da vittima ad accusata. Troppo «libera» perché aveva tradito il marito. O invece troppo sottomessa, perché avrebbe acconsentito alle sue peggiori perversioni, e non sarebbe stata capace di allarmarsi davanti ai vari segnali. «Ora basta, da quando sono arrivata in quest’aula mi sento umiliata. Ho l’impressione di essere io la colpevole» è sbottata a un certo punto, messa sotto pressione da domande e allusioni sempre più scomode. «È umiliante e degradante. Sembra che le vittime siano i cinquanta uomini seduti dietro di me». Il catalogo di presunte giustificazioni degli imputati, osserva, ricalca una «visione maschilista patriarcale che banalizza lo stupro».

Da settembre non ha perso un giorno di udienza nel tribunale di Avignone. Ascoltando le ricostruzioni delle violenze, le domande agli imputati con il tono asettico dei magistrati. «Conferma la penetrazione nella vagina di Madame Pelicot?». I suoi avvocati le hanno consigliato di uscire quando venivano proiettate immagini e video. Lei ha scelto di restare. Gisèle ha voluto forse così riprendere il controllo di quello che ha subito passivamente. Si è concessa solo una pausa. Cinque minuti. Qualche giorno fa invece è uscita dall’aula quando un’avvocata della difesa ha provato a dimostrare che il suo cliente partecipava a un “gioco a tre”. «Sento molte donne, e anche uomini, che parlano del mio coraggio. Non è coraggio, è forza di volontà» ripete. «Non voglio esprimere rabbia o odio. Solo la mia determinazione a cambiare la società».

Quel fermo del 2020 nell’ipermercato di Carpentras ha aperto un’indagine che non ha precedenti nella storia giudiziaria francese. Gli investigatori pensavano di avere a che fare con uno dei tanti guardoni. E invece nella memory card della sua videocamera scoprono la foto inquietante di sua moglie Gisèle, nuda. «Abbiamo cominciato a farci domande perché era chiaro che la posizione della donna nella foto non era naturale» ricorda l’agente che ha testimoniato al processo. L’esame del computer portatile di Pelicot conferma i sospetti. Una cartella intitolata abus, abusi, contiene una serie di foto e video classificati per data, nickname e persino numero di telefono: 156 file, 3800 foto e video di atti di stupro. «È un file in cui tutto era classificato in modo metodico» racconta l’agente. «Ho guardato ore e ore di questi video. È inevitabile che ci sia stato un impatto anche sulla mia salute psicologica». Agli atti del processo la polizia giudiziaria ha stilato una lista di 72 uomini per 92 stupri commessi tra luglio 2011 e novembre 2020. Gli investigatori non sono però riusciti a identificare tutti i presenti nella casa di Mazan. Sul banco degli imputati, alla fine ci sono cinquantuno uomini.

“La banalità del male” ha titolato il quotidiano locale La Provence, mettendo in prima pagina i ritratti (in parte sfumati) di “uomini ordinari”. Età compresa tra 26 e 74 anni. Un camionista, un pensionato, un operaio, un tecnico informatico, un vigile del fuoco, una guardia carceraria, un ex detenuto sieropositivo, un ristoratore, un disoccupato, un giornalista, un infermiere. È un lungo elenco che attraversa classi popolari e piccola borghesia di provincia. Alcuni imputati hanno precedenti penali, anche di aggressione sessuale, altri invece una fedina immacolata. C’è chi è sposato con figli, chi è celibe, divorziato.

L’unica cosa che hanno in comune è aver frequentato siti online per scambisti e serate “libertine”, secondo la loro definizione. Violentatori “a loro insaputa”, ripetono tutti adesso, sostenendo di aver creduto di partecipare a un gioco sessuale con una vittima «consenziente». Se ogni processo è una rappresentazione del mondo, per Gisèle questo è stato il «teatro della vigliaccheria». A son insu, a sua insaputa, si chiamava la stanza virtuale del forum online Coco.gg in cui Pelicot diffondeva gli inviti a stuprare la moglie.

L’uomo non nascondeva le sue intenzioni e il metodo criminale usato, fornendo precise indicazioni sull’uso di ansiolitici per stordire Gisèle. Durante le perquisizioni, gli investigatori hanno trovato le scatole di Temesta, un potente sedativo, nascoste in un paio di scarpe da trekking, insieme a prescrizioni di Viagra. Quando il contatto con i futuri aggressori era stabilito sul forum, la conversazione proseguiva su Skype per organizzare l’appuntamento. Pelicot chiedeva di parcheggiare a distanza per non destare sospetti tra i vicini, di evitare profumi o sigarette per non lasciare tracce olfattive. Entrando nella casa, gli aggressori dovevano spogliarsi in cucina, lavarsi le mani e sussurrare per non fare rumore. Pelicot documentava tutto nel suo file abus. In diversi video si sente la sua voce che insulta la moglie mentre è violentata. Alla fine di ogni stupro – ha spiegato in aula, illustrando questa agghiacciante routine – si occupava di lavare le parti intime della moglie e di rivestirla. «Mi addormentavo in pigiama, mi risvegliavo in pigiama» ha raccontato Gisèle per sottolineare che non aveva mai avuto sospetti.

C’erano stati improvvisi vuoti di memoria, e aveva consultato medici perché temeva di avere un tumore al cervello o l’inizio del morbo di Alzheimer. La donna soffriva anche di problemi ginecologici a ripetizione: infezioni del collo dell’utero, malattie sessuali. Tra gli imputati c’è un sieropositivo che l’ha violentata sei volte senza preservativo. Per miracolo, non è stata contagiata. «Non c’è stata pietà. Nessuno di loro ha pensato: “Questo è troppo”» continua Gisèle. «Sono stata sacrificata sull’altare del vizio».

Le mogli degli imputati hanno raccontato di essere state all’oscuro di tutto. «Pensavo di vivere una vita tranquilla e appagante, ma mi sbagliavo» dice Emilie che si è ormai separata, ma vive nel dubbio di essere stata anche lei drogata e violentata, vittima di sottomissione chimica. Cilia ormai lo sa, e non ci sono più dubbi: tra il 2015 e il 2018 il marito e Pelicot l’hanno violentata una decina di volte, riproducendo su di lei il metodo criminale usato su Gisèle. «Era una persona meravigliosa» ha raccontato Cilia, rifiutando però di sporgere denuncia contro il marito per «proteggere» i loro cinque figli.
Samira ha cercato di capire perché il suo compagno ha violentato sei volte Gisèle nel 2020; intanto non lo ha lasciato e continua a «sostenerlo»: “Se ci siamo incontrati – dice – non è stato per caso, avevo questa missione». Un’altra donna ha confidato di sentirsi responsabile di «aver sempre rifiutato» le avances del marito perché troppo occupata ad accudire la madre malata. «Penso che come uomo abbia avuto voglia di guardare altrove». Lucie è arrivata incinta all’udienza per difendere il compagno. «Mi ha detto che si trattava di un gioco tra marito e la moglie. E che lei era ubriaca».

Ogni tanto, Gisèle ha espresso una forma di nostalgia per quell’illusione in cui è vissuta tanti anni, e che ora non tornerà mai più. «Abbiamo condiviso risate e dolori» ha raccontato. «L’ho sostenuto nei suoi problemi di salute e di lavoro. Per me tutto questo era felicità. Pensavo di finire i miei giorni con questo signore, questo padre premuroso». Quando è stato arrestato, Dominique Pelicot ha cominciato a parlare, riconoscendo la sua colpevolezza. È lui che a un certo punto ha aiutato gli investigatori a raccogliere l’insieme dei file e a rintracciare i suoi complici. «Confesso tutti i fatti di cui sono accusato, senza eccezioni» è stato l’esordio di Pelicot in tribunale. «Sono uno stupratore. Lo sono come loro» ha proseguito guardando gli altri imputati, mentre dal gruppo si levava un brusio di disapprovazione. «Sapevano in che stato era mia moglie prima di venire, non possono negare».

Pelicot ha tentato di giustificarsi, ricordando un’infanzia con un padre violento, confidando di aver subito abusi sessuali. «Non si nasce perversi, si diventa» ha azzardato, chiedendo più volte perdono, prima di tutto alla moglie. «Gisèle non se lo meritava» ha commentato, aggiungendo di averla «amata moltissimo». E allora perché, domandano i giudici? «Avevo una dipendenza – ha risposto – avevo dei bisogni che ho soddisfatto da egoista. E me ne vergogno». Con quella danza macabra intorno al villino di Mazan inseguiva una “fantasia”. «Volevo sottomettere una donna ribelle, per puro egoismo». Ma «senza farle soffrire», ha azzardato a proposito dell’uso di sedativi. Una «fantasia» condivisa con decine di altri complici.

Negli ultimi giorni del processo, Béatrice Zavarro ha cominciato la sua arringa in difesa di Pelicot, ammettendo una posizione non facile. «Sono diventata l’avvocato del Diavolo». Un missione che ha portato avanti, misurando ogni parola ed esprimendo sempre rispetto per la vittima, a differenza di altri avvocati della difesa. «Vedo che Gisèle sta diventando il simbolo di una lotta. Meglio così. Ammiro quello che fa» ha confidato fuori dall’aula Zavarro. L’avvocata ha cercato di far emergere il «lato A» di Pelicot, quello del «buon marito, buon padre, buon nonno». Una descrizione che ormai appartiene al passato.

La famiglia Pelicot non esiste più, almeno non per come si era costruita negli anni. Al processo hanno partecipato i tre figli della coppia. Caroline, la primogenita, è convinta di essere stata anche lei drogata e abusata dal padre. Pelicot nega, nonostante una foto della figlia nuda trovata nel suo computer: «Non ho mai toccato, drogato né scattato foto di mia figlia. Mia figlia per me è come i miei nipoti, sono dei gioielli, non si toccano». Pelicot continua a smentire qualsiasi gesto incestuoso.

«Caroline, non ti ho mai fatto niente» ha detto Pelicot, subito interrotto dalla figlia. «Morirai nella menzogna!» ha gridato Caroline, che non vuole più portare il cognome di suo padre. Hanno parlato in aula anche i figli maschi, David e Florian. «Sei il demonio» ha urlato uno dei due, scagliandosi contro il genitore. Le indagini per il processo non sono riuscite a trovare prove su altri abusi in famiglia. Pelicot è invece oggetto di nuove ricerche della polizia a proposito di due cold case: un tentato stupro e un omicidio di ragazze avvenuti a inizio degli anni Novanta.

A spalleggiare Gisèle in aula c’erano due nuovi angeli custodi. Gli avvocati Antoine Camus e Stéphane Babonneau, che hanno accompagnato la metamorfosi di questa donna e ne sono diventati i portavoce. «Avrebbe tutte le ragioni del mondo per essere rabbiosa, per denunciare la sessualità maschile in generale» ha commentato Camus. «Invece la scelta di far portare la sua voce da due uomini non è un caso, è una decisione attentamente ponderata». Un gesto politico, come la decisione di rendere pubblico il processo. Camus spiega che Gisèle ha «scelto di trasformare il fango in materia nobile e di andare oltre l’oscurità della sua storia per trovare un senso». È quella speranza di «cambiare la società».

Molti in Francia ripetono: ci sarà un prima e un dopo. Il “processo di Mazan” sarà uno spartiacque. «È stato un campanello d’allarme, se non un risveglio, per indagare il modo in cui gli uomini ancora oggi guardano le donne» osserva Agnès Fichot, avvocata che ha lavorato da giovane con Gisèle Halimi, ai tempi del processo di Aix-en-Provence. Nel 1978 quella battaglia giudiziaria aveva portato per la prima volta a una legge che definiva con precisione lo stupro. Oggi bisognerebbe modificare la definizione del consenso delle vittime, definire meglio la sottomissione chimica, rafforzare l’educazione sessuale a scuola. «Soprattutto – conclude Fichot – non dobbiamo dimenticare».

Da Aix a Avignone, andata e ritorno. Nella requisitoria finale, dopo aver chiesto condanne pesanti, tra i quattro e i vent’anni di carcere per i 51 imputati del processo per stupro, l’accusa ha auspicato che la sentenza attesa venerdì permetta di «guardare al futuro». «Con il vostro verdetto, potrete dire che non esiste uno stupro ordinario, accidentale, involontario» ha sottolineato la pm Laure Chabaud rivolgendosi ai giudici. «Restituirete a Gisèle Pelicot una parte dell’umanità che le è stata rubata. Invierete alle donne il messaggio che non c’è fatalità nella sofferenza, e agli uomini che non c’è fatalità nell’agire male. Ci guiderete nell’educazione dei nostri figli, perché è attraverso l’educazione che si realizzerà il cambiamento», ha concluso la pm.

Anche per Gisèle ci sarà un prima e un dopo. La sua seconda vita è cominciata entrando nel commissariato di Carpentras. «Quei poliziotti mi hanno salvata» ha ripetuto più volte. Da qualche mese, è ufficialmente divorziata. Si è allontanata da Mazan, sta cercando di ricostruirsi una nuova dimensione, la sua. È sollecitata dai media del mondo intero. Le propongono di scrivere libri. Netflix e altre piattaforme lavorano per trasformare la sua storia in una serie tv.

«Gisèle potrebbe scegliere di trascorrere i prossimi anni guardando il mare, e sarebbe un riposo meritato» osserva l’avvocato Camus. «O forse vorrà continuare a essere attiva nella sua battaglia». L’unica preoccupazione, confida l’avvocato, vedendo la sua cliente entrare in aula sempre a testa alta, restando stoica davanti ai suoi aggressori, è che questo nuovo statuto di icona possa «consumare il resto della sua vita».

 

Le sue parole contro la vergogna

Di Michela Marzano

Con Gisèle Pelicot è cambiato tutto: il modo di raccontare la violenza contro le donne, lo sguardo rivolto alle vittime e quello posato sugli accusati. È stata lei, con una determinazione straordinaria, a volere che la propria storia diventasse un esempio, un monito, l’inizio dello smantellamento della cultura dello stupro. “La vergogna non dobbiamo provarla noi, sono loro che devono provarla”, ha detto con una lucidità che toglie il fiato, spiegando perché avesse deciso di uscire allo scoperto.

Il processo contro l’ex marito – e contro gli oltre 50 uomini che per 10 anni l’hanno stuprata a sua insaputa – si è svolto a porte aperte: Gisèle ha rinunciato all’anonimato che il diritto francese garantisce alle vittime di violenze sessuali, perché sapeva che era l’unico modo per ribaltare il copione. La vergogna deve cambiare lato: non è più accettabile che le donne si sentano in colpa, intrappolate nell’idea di essersela cercata o di non aver fatto abbastanza per proteggersi. Non è vero che lo stupratore lo si incontra solo nei vicoli malfamati o a tarda notte. Gli uomini che trattano le donne come prede non sono né mostri né bestie. La verità è molto più scomoda: le donne sono in pericolo ovunque, anche negli spazi che dovrebbero essere i più sicuri (a casa, in famiglia, con gli amici). È proprio lì che il dominio e gli abusi trovano terreno fertile, nascosti dietro l’apparenza di normalità.

Il coraggio di Gisèle Pelicot segna un punto di svolta. Ha mostrato quanto sia potente parlare, quanto valore abbia combattere pubblicamente. La sua storia è la prova che l’unico modo per spezzare il ciclo della vergogna è raccontare. Fare del proprio dolore un atto di resistenza, trasformandolo in forza. Perché solo così si crea comunità. Solo così la sofferenza diventa simbolo, e il simbolo una battaglia condivisa.

Nell’immagine: un manifesto in onore di Gisèle Pelicot. ” POURQUE LA HONTE CHANGE 2CAMP”


Veronica Noseda – Tocca a Bayrou ed è il quarto premier di quest’anno

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi


La macchina dell’incertezza

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

L’ingresso di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, nel contesto di una già fragile economia mondiale, alimenta un clima di profonda incertezza. Definito da Barry Eichengreen, uno dei massimi esperti di storia e di teoria monetaria, una “macchina di incertezza”, Trump combina retorica opportunista e minacce di politiche economiche dagli esiti difficilmente prevedibili, suscitando preoccupazioni significative sul futuro degli investimenti e dei mercati globali. L’aumento annunciato delle tariffe commerciali rischia di avere un impatto negativo sull’offerta manifatturiera americana, mentre la promessa di un dollaro debole, favorevole alle esportazioni, appare sempre più incompatibile con le misure protezionistiche che in realtà tendono a rafforzarlo. Le proiezioni del Fondo monetario internazionale per il periodo 2025-2029 delineano uno scenario di crescita globale del 3% annuo, già giudicato deludente. Tuttavia, tale previsione potrebbe rivelarsi addirittura ottimistica.

Tra i rischi principali, segnalati su ‘Il manifesto’ [in un articolo ripreso anche da Naufraghi/e] da Pierluigi Ciocca, già direttore dell’Ufficio ricerche della Banca d’Italia, si segnalano il calo (shock) dell’offerta, l’espansione incontrollata della domanda globale – spinta dalle spese militari e dalle politiche americane fiscali e di espansione della spesa pubblica –, l’incertezza delle banche centrali, la stagnazione della produttività, la crisi della cooperazione economica internazionale, le guerre e l’affermarsi di Paesi nuovi e di alleanze inedite. Le politiche autarchiche e protezionistiche, se da un lato mirano a rafforzare le produzioni nazionali, dall’altro aumentano i costi comprimendo l’offerta aggregata. L’adozione di sussidi statali, per proteggere l’industria nazionale, può poco a fronte di prospettive di sviluppo dei mercati esteri e della domanda interna negative. Inoltre, l’espansione della domanda legata a spese militari crescenti e a politiche restrittive sull’immigrazione – come annunciato negli Stati Uniti – potrebbe amplificare l’inflazione a livello globale.

Le banche centrali, già condizionate dalla pressione politica e dalla speculazione finanziaria, si trovano in un difficile dilemma: aumentare i tassi per contenere l’inflazione o mantenerli bassi per favorire gli investimenti e contenere la disoccupazione. Tuttavia, il rischio di stagflazione – un mix di inflazione elevata e stagnazione economica – appare sempre più concreto, con conseguenze potenzialmente disastrose per le economie avanzate. Nonostante i progressi tecnologici nell’ambito dell’Intelligenza artificiale e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la produttività nei paesi Ocse cresce a un ritmo quasi nullo, mentre la speculazione finanziaria sulle nuove frontiere tecnologiche è già a livello di bolla pronta a esplodere. Questo rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica, in un contesto dove la cooperazione internazionale è minata da tensioni geopolitiche, autarchia e dalla frammentazione delle alleanze globali. L’ascesa dei Brics (a cui si aggiungono nuovi membri come Egitto, Iran ed Emirati Arabi Uniti) sfida l’egemonia americana e cerca di sottrarsi al dominio del dollaro.

Anche Paesi come la Svizzera si trovano di fronte a scelte strategiche difficili. L’aumento delle spese militari avviene a scapito di settori cruciali come l’educazione e la sanità, evidenziando le contraddizioni delle politiche di austerità. Persino economisti di orientamento liberista, come Francesco Giavazzi recentemente sul ‘Corriere della Sera’, sottolineano la necessità di investire in scuole e ospedali, promuovendo un modello di sviluppo più antropocentrico, ossia orientato allo sviluppo di settori quali la sanità, l’educazione, la cultura e la ricerca e sviluppo. Ma questo richiede un superamento del dogma neoliberista del “freno al disavanzo” e dell’equilibrio finanziario.

Esattamente quello che non si vuole fare, pensando di contrastare gli effetti delle politiche neo-mercantili trumpiane, agendo sul costo del lavoro e del denaro. Con buona pace di coloro che ritengono l’arrivo di Trump una felice opportunità.

Anche se è difficile valutare in termini probabilistici l’avverarsi di una serie di eventi negativi, la logica e l’analisi empirica invitano a non escludere lo scenario più negativo, anche se inatteso. Come ebbe a dire John M. Keynes: l’inevitabile non accade mai, l’inatteso sempre.

Scritto per La Regione
Nell’immagine: Mark Bryan Trump, “The Nightmare”


L’Europa tra esercito e welfare

A partire dal 20 gennaio assisteremo a qualcosa di diverso dalla democrazia liberale e dal leale alleato Nato. A Washington potrebbe affermarsi un governo di tipo autocratico con fedelissimi sulla falsariga di quelli di Putin 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Diceva Henry Kissinger che se non ti occupi di geopolitica, allora sarà la geopolitica ad occuparsi di te. E lo sta facendo, brutalmente, nell’Europa disunita e post-eroica che non sembra più capace di battersi per qualcuno o per qualcosa. Continente paralizzato dal fatto compiuto, come lo definisce Paolo Rumiz, il disordinato kombinat che chiamiamo Unione sta sempre più solo sul cuor della Terra, trafitto dal putinismo e dal trumpismo.

Con lo zar di Russia in guerra alle porte dell’Est e il tycoon d’America sull’uscio della Casa Bianca, i popoli soffrono paura e disincanto, i politici procedono in ordine sparso.

Quelli che hanno chiara la posta in gioco stanno uscendo o sono già usciti di scena. Macron che dice “la nostra Europa potrebbe morire”, mentre dà a Bayrou l’incarico di fare un nuovo governo già quasi morente. Merkel che spinge per l’abolizione del “freno al debito di bilancio” tedesco, mentre al voto anticipato di febbraio rischiano di vincere i neonazisti dell’Afd.

Quelli che invece comandano, pur conoscendone la portata, la posta sono pronti a perderla. Orbán, piccolo padre della Ue illiberale, appoggia l’uomo del Cremlino e vola a Mar-a-Lago a baciare l’anello dell’amico Donald e la pantofola del super-genius Musk. Giorgia Meloni, sorella dell’Italietta patriottarda, accoglie ad Atreju l’anarco-capitalista Milei e viene ribattezzata dall’Economist la “Trump-Card” di Washington per destabilizzare Bruxelles. L’Europa in mano agli anti-europeisti: un paradosso che non promette niente di buono.

Finora ci aveva sorretto un po’ l’economia. Ma adesso butta male anche lì. La Bce ha appena limato i tassi, ma Lagarde avverte già che “le prospettive a medio termine sono incerte e al ribasso”, tra “rischi geopolitici elevati e crescenti minacce sul commercio internazionale”. In Germania la produzione industriale di ottobre è crollata del 4,3% e la Bundesbank ha appena tagliato a — 0,2 le stime sul Pil di quest’anno, in Francia la caduta di Barnier ha fatto saltare la manovra e scattare l’esercizio provvisorio, in Italia l’Ocse ha appena ridotto a 0,5% le previsioni di crescita sul 2025. Fabio Panetta segnala la drammatica “perdita di peso dell’Europa sull’economia mondiale”: negli ultimi dieci anni, gli investimenti in ricerca delle aziende Ue, concentrati soprattutto in settori maturi come l’auto, sono scesi al 60% di quelli delle imprese Usa, che nel frattempo puntato per il 70 per cento sul digitale e l’hi-tech. Il governatore di Bankitalia invoca un Productivity Compact per finanziare con un titolo di debito europeo investimenti da 800 miliardi l’anno per i prossimi sei anni: se lo si facesse, di qui al 2030 la crescita europea aumenterebbe di 7 punti, mentre il debito scenderebbe al 6% del pil comunitario. L’ex Kanzlerin tedesca — adesso che non è più in carica — apre spiragli. Ma chi è pronto a fare altrettanto, tra i primi ministri in carica nel frugalissimo e ottusissimo Nord?

Per un’economia al palo, c’è ora una difesa che sembra in movimento. L’ennesimo schiaffo di Trump sulla Nato, più violento del solito, ha risvegliato i sonnambuli novecenteschi raccontati da Broch. Difficile credere che gli Stati Uniti guidati dal nuovo “complesso militare-digitale” escano dall’Alleanza Atlantica, ma l’anatema contro gli 8 Paesi che non rispettano l’impegno di una spesa militare annua pari al 2% — tra i quali c’è anche l’Italia — è risuonato più forte che mai. Hic Rhodus, hic salta: con i Paesi europei vessati dalla stagnazione e vincolati dal Patto di Stabilità, l’unico modo per alzare gli investimenti sulla difesa senza gravare sul deficit è il debito condiviso. Draghi, nel suo “Rapporto sulla Competitività” presentato alla Commissione il 9 settembre, propone esattamente questo, cioè l’emissione di un titolo comunitario privo di rischio, sul modello americano del Treasury Bond e di quello europeo sperimentato con il Next Generation Eu durante la pandemia. Dopo un’accoglienza assai tiepida, la proposta dell’ex premier pare faccia passi avanti. Lui stesso, nei colloqui riservati, è convinto che possa arrivare al traguardo: von der Leyen gli ha assicurato che lo sosterrà. Sarebbe un gran risultato. Tanto più se raggiunto grazie al secondo esperimento di mutualizzazione dei debiti in soli tre anni, dopo quello riuscito con il Covid.

La difesa comune è fondamentale per un’Europa che — per dirla con Ernst Junger — sente ai suoi confini il clangore delle catene del Caucaso e ha l’obbligo di mostrare all’uomo del Cremlino che “lo spirito libero domina ancora il pianeta”. Dopo l’11 settembre e l’invasione di Afghanistan e Iraq, Robert Kagan teorizzò che “fare la guerra è un diritto”, che l’America ne è consapevole perché fin dalla sua nascita ha introiettato il mito di Marte, mentre l’Europa è riluttante perché è prigioniera della fiaba di Venere e crede ancora nella “pace perpetua” di Kant. È una visione cinica e grossolana, ma non del tutto campata in aria. Altre due guerre dopo — in Ucraina e in Palestina — l’Europa deve essere all’altezza del tempo di ferro che viviamo. Non si tratta di rinnegare Venere e di convertirsi a Marte, meno che mai sotto le spinte della nuova oligarchia americana, inquietante e onnipotente, di Donald&Elon. Ma se vuole ricostruire un ordine mondiale, magari facendo quel “terzo per la pace” di cui parlava Bobbio già nel 1989, con un vero esercito europeo la Ue avrebbe le carte in regole per provarci. Avrebbe già dovuto farlo da anni, e al riparo dai fuochi della battaglia, se solo la Francia avesse messo a disposizione il suo nucleare e la Germania non avesse aspettato l’operazione speciale di Putin per avviare un piano di riarmo. Oggi tutto è più complicato, benché ancora più urgente.

Detto questo, l’Europa in cui abbiamo creduto non può essere una semplice accozzaglia di nazionalisti, capace di esistere solo grazie a un esercito che sfoggia la stessa uniforme. L’Europa che abbiamo sognato non può essere solo un’immensa trincea, dove ci si ritrova insieme a “morire per Kiev”, e poi tutti nemici come prima. Questo scampolo di pianeta è scosso da tante crisi, tra globalizzazione sgovernata e delocalizzazione selvaggia, capitalismo amorale e dumping salariale. Le opinioni pubbliche sono sempre più sfiduciate, le democrazie sempre più sfibrate. Se oggi le classi dirigenti parlano di Europa solo in termini di missili, carrarmati e soldati, stanno ancora una volta scavando la fossa all’Unione, regalando la pala ai soliti populismi. La gente, oltre che dalle atomiche di Putin, chiede protezione sul futuro dei figli e sulla pensione dei nonni, sullo stipendio e sulla salute, sulle tasse e sul cibo. Fronteggiare e fermare i conflitti è una priorità assoluta per l’Occidente. Ma c’è un’altra priorità storica, trascurata da una Ue che finora è stata in piedi solo grazie alla moneta e alla sua Banca Centrale. È l’Europa sociale e solidale, quella della lotta alla povertà e alle disuguaglianze, del welfare universale e dell’equità fiscale, del lavoro e della tutela dei diritti.

È l’European dream di cui parlava David Sassoli nel suo commiato alla vita, senza il quale questo Continente può anche essere uno “spazio economico” o una “entità militare”, ma non sarà mai una comunità di destino.

Nell’immagine: visione utopistica dell’Unione europea