Diplomazia e cannonate. Così la Turchia tesse la sua tela nell’ex Impero Ottomano

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Jean-Daniel Ruch, Bon pour la Tête

La conquista di Damasco l’8 dicembre da parte dei ribelli di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) ha ricordato al mondo che, oltre a Stati Uniti, Russia e Cina, un’altra potenza potrebbe giocare un ruolo importante sulla scena mondiale: la Turchia. La firma, tre giorni dopo, sotto l’egida di Recep Tayyip Erdoğan, di un accordo tra Somalia ed Etiopia illustra il desiderio della Turchia di proiettare il proprio potere oltre i suoi confini. Fino alle conquiste dell’ex Impero Ottomano.

La Turchia sta cercando di minimizzare il suo ruolo nello spettacolare rovesciamento di Bashar al-Assad. Ma bisogna essere ciechi per non vederlo. Nel 2016, dopo la battaglia di Aleppo vinta dalle forze lealiste di Assad sostenute dalla Russia e dagli Hezbollah libanesi, l’HTS islamista si è rifugiato nell’angolo nord-occidentale della Siria, a Idlib. L’unica via di rifornimento era la Turchia. La Turchia, ansiosa di arginare il flusso di rifugiati siriani, ha facilitato l’invio di aiuti umanitari dal suo territorio. Ha anche schierato diverse unità militari. Gli esperti occidentali hanno visitato la regione, cercando di trasformare il terrorista Abu Mohammad al-Jolani, così “bollato” da Washington, in un combattente per la libertà: in stile Che Guevara senza sigaro. Nel frattempo, le milizie islamiste, che si dice contino 30.000 soldati, venivano addestrate ed equipaggiate. Chi li abbia addestrati ed equipaggiati non è dato saperlo. Il 12 dicembre, appena quattro giorni dopo la caduta di Assad, Ibrahim Kalin, il potente capo dei servizi segreti turchi, già pregava nella moschea degli Omayyadi a Damasco. Un’immagine inequivocabilmente simbolica. Costruita all’inizio dell’VIII secolo, questo gioiello architettonico ospita le reliquie di San Giovanni Battista. Proprio accanto si trova la tomba di Saladino, l’uomo che cacciò i crociati da Gerusalemme nel 1187.

La penna e il cannone

La conquista di Damasco da parte dei loro alleati dell’HTS è stata un grande successo per i turchi. Il prossimo passo sarà estromettere le milizie curde associate al PKK turco dal nord-est della Siria, dove beneficiano della protezione americana e delle risorse petrolifere siriane, conquistate nel 2016.

Nonostante le sue difficoltà economiche – inflazione cronica del 50-75%, deficit di bilancio superiore al 5% del PIL, dipendenza dagli idrocarburi russi – la Turchia non esita a investire molto in ciò che considera il miglior interesse della nazione. Negli ultimi dieci anni ha sviluppato in modo massiccio l’industria della difesa. Le esportazioni di armi turche sono destinate ad aumentare del 25% entro il 2023. Ma Ankara sta investendo anche sul piano diplomatico.

Del resto, la combinazione di penna e cannone nella proiezione dell’influenza turca nel mondo non poteva essere illustrata meglio che all’inizio della guerra in Ucraina. Nel 2022, mentre mediava tra Putin e Zelensky, Erdoğan ha consegnato all’Ucraina dei droni. E il presidente di un Paese membro della NATO, la Turchia, ha incassato venti miliardi da Mosca per la concessione di costruire e gestire una centrale nucleare sulle coste del Mediterraneo. Lo “zio Sam” si è accigliato, ovviamente. Ma la posizione geostrategica di questo alleato compensa ampiamente le sue turbolenze. O ancora: mentre i suoi alleati dell’HTS festeggiavano la loro vittoria a Damasco, il capo della diplomazia turca, Hakan Fidan, incontrava le due potenze sconfitte, Russia e Iran, in Qatar. Per la Turchia non esistono contraddizioni, ma solo interessi. Ankara ha sconfitto i suoi due potenti vicini sul suolo siriano, ma è desiderosa di mantenere buone relazioni con loro. Il potere militare e quello diplomatico sono due vettori dell’influenza turca nel mondo. Dove inizia? Dove finisce? Cosa spinge Erdoğan e le sue truppe?

“Il mondo è più grande di cinque”

Nel 2021, il presidente turco ha pubblicato un libro intitolato “Il mondo è più grande di cinque”, che è un appello per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite [composto da cinque membri permanenti con diritto di veto: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Russia e Cina, ndr] in modo che rifletta la diversità culturale, religiosa e geografica di un mondo che è diventato multipolare. Anche se non lo dice, è chiaro che Recep Tayyip Erdoğan ritiene che la Turchia debba avere un posto privilegiato nella nuova governance del mondo da lui invocata. A cavallo di due continenti, erede di un impero multiculturale che si estende dal cuore dell’Europa all’Oceano Indiano, capitale del mondo musulmano per secoli, la Turchia vuole liberarsi della tutela americana imposta dopo le due guerre mondiali. Vuole fare la sua parte e ritiene di avere un ruolo globale da svolgere. Napoleone non disse forse che se il mondo fosse uno Stato, Istanbul sarebbe la sua capitale?

La questione curda in cima all’agenda

Se si vogliono realizzare i propri sogni di grandezza, bisogna cominciare dalla propria porta di casa. La Turchia ha come priorità assoluta la questione curda. Ankara nega l’esistenza di un problema curdo. Il problema è il PKK, un’organizzazione terroristica – secondo Ankara – di ispirazione bolscevica, che porta avanti una lotta separatista dalla Siria, dove si fa chiamare YPG e gode del sostegno americano. L’offensiva lanciata dall’HTS il 27 novembre è stata accompagnata da un’altra offensiva a est, lungo il confine turco-siriano, per creare una zona cuscinetto di 30 chilometri libera dalle forze curde all’interno della Siria. Gli americani sono intervenuti diplomaticamente per fermare l’avanzata delle forze affiliate ad Ankara, note come “Esercito nazionale siriano”, anche se avevano già attraversato l’Eufrate. Erdoğan potrebbe considerare di negoziare da una posizione di forza dopo la sua vittoria a Damasco e con Trump alla Casa Bianca, che ha annunciato di voler ritirare il migliaio di soldati USA ancora presenti in Siria. Oppure la Turchia preferisce finire il lavoro prima che l’imprevedibile “macho” dai capelli arancione rientri in carica?

La diplomazia turca su tutti i fronti

La politica estera della Turchia non è solo orientata geograficamente. Opera in tutte le direzioni, a 360 gradi. Abbiamo parlato della Siria. Non si è detto che la normalizzazione in questa parte del Medio Oriente potrebbe portare alla costruzione di un gasdotto dal Qatar all’Europa. Attraverso…la Turchia. Senza trascurare il fatto che la pace in Ucraina potrebbe rendere anche l’ovest del Paese un hub per gli idrocarburi russi. Dal conflitto israelo-palestinese (“Gaza è Adana”, ha ribadito Erdoğan, ricordando il comune destino ottomano delle due città) ai confini della Cina (gli uiguri sono considerati cugini dai turchi), passando per il Mediterraneo orientale, i Balcani, il Caucaso e l’Asia centrale e persino, come abbiamo appena visto con l’accordo Etiopia-Somalia firmato ad Ankara l’11 dicembre, l’Africa, la diplomazia turca fa girare la testa. Un esempio emblematico: la Cina. Lontano dagli inefficaci incantesimi occidentali sul genocidio degli uiguri, Hakan Fidan si è preso la briga di visitare la regione autonoma uigura dello Xinjiang in Cina nel giugno 2024, ed era la prima volta per il ministro di un Paese membro della NATO. Pechino vuole convincere Ankara, scalo d’elezione per le “nuove Vie della Seta”, come Istanbul lo era per quelle antiche. I cinesi comprendono e possono accettare l’influenza turca su questi lontani cugini che occupano quello che un tempo era chiamato “Turkestan cinese”.

Un triumvirato d’urto

Nella sua ricerca di rinascita, la Turchia di Erdoğan può contare su un triumvirato di uomini forti, animati dagli stessi impulsi: una profonda spiritualità radicata nel movimento sufi e l’irrefrenabile desiderio di far rivivere il passato ottomano del Paese. Hakan Fidan, Ministro degli Affari Esteri, dopo dieci anni a capo dei servizi segreti, Ibrahim Kalin, successore di Fidan nei servizi dopo essere stato consigliere speciale del presidente, e lo stesso Erdoğan hanno più esperienza di tutti i loro colleghi occidentali. I loro valori religiosi sono un combustibile potente.  Soprattutto, hanno un vantaggio cruciale rispetto alle loro controparti europee: hanno il lusso della pazienza strategica.


Le tre vite di Zelensky

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Zelensky ha dunque gettato, dal punto di vista militare e simbolico, la spugna. “Non siamo in grado di riprenderci la Crimea e il Donbass… contiamo di riottenerle attraverso la diplomazia”, è stato il passaggio chiave di una sua dichiarazione. Annuncio atteso dopo che già qualche settimana fa aveva dato per persa la Crimea (“non possiamo perdere 20.000 soldati per riprendercela”): che apre una nuova inedita puntata del conflitto con il Cremlino, in qualche misura la fase post-bellica. Segnata da quali linee di faglia e contraddizioni ancora nessuno lo sa, non solo a Kiev, ma neppure a Washington, Mosca o Bruxelles.

Anche se il presidente ucraino non ha ancora dismesso la tenuta militare (all’inizio del conflitto fu una grande idea propagandistica, che colpì l’immaginario dell’opinione pubblica mondiale) nel futuro avremo uno Zelensky che dovrà tornare a indossare giacca e cravatta, riprendendo gli abiti del politico. 

Volodomyr Zelensky ha vissuto gli ultimi sei anni della sua esistenza a una velocità supersonica. Nonostante come sceneggiatore e attore fosse giunto al successo già a 19 anni, quando decise di intraprendere la carriera politica, mai avrebbe immaginato di diventare il comandante in capo di un esercito in una guerra che alcuni hanno definito “l’inizio della Terza guerra mondiale”.

Nato in una famiglia ebraica e di lingua russa di Krivoj Rog (“la città più lunga del mondo” dicono orgogliosamente le statistiche ucraine), il giovane Volodomyr studiò giurisprudenza ma, ma si indirizzò subito verso il mondo dello spettacolo, costruendo un vero e proprio impero nel settore dell’entertainment.

Nel 2018 nell’intervista alla stampa estera in cui annunciava la volontà di iniziare la carriera politica aveva messo al primo posto del suo programma la volontà di giungere alla pace con la Russia, concentrando la sua attenzione non tanto sulla Crimea (data per persa o quasi) quanto sulle zone del Donbass che erano state oggetto del conflitto del 2014-2015. In realtà la sua stella non ha mai particolarmente brillato prima dell’inizio dell’invasione russa in larga scala dell’Ucraina. 

Malgrado abbia goduto di un successo elettorale che lo ha messo  al riparo da qualsiasi inconveniente politico (73% dei consensi nelle elezioni presidenziali e maggioranza assoluta alla Rada, il parlamento ucraino) i suoi rating di popolarità si erano presto affievoliti. Al momento dell’invasione Zelenskyj aveva un consenso a popolarità bassissimo, intorno al 20%, e i motivi erano stati elencati su tutta la stampa internazionale: l’Ucraina dal punto di vista socioeconomico continuava ad essere il fanalino di coda europeo. Il suo prodotto interno lordo (pil) aveva ripreso a salire negli ultimi anni, ma solo nel 2021 aveva raggiunto in termini assoluti (tenendo conto delle amputazioni di Crimea e Donbass) quello del 2013. Con un debito di 130 miliardi di dollari (l’81% del pil secondo la Banca Mondiale), soprattutto nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, degli Usa e dei Paesi della Ue l’Ucraina stava sempre più assomigliando a molti paesi del Sudamerica degli  anni Ottanta dello scorso secolo.

Lo scoppio della guerra portò alla ribalta un nuovo Zelensky: deciso, reattivo, in sintonia sentimentale con il suo popolo. Uno Zelensky che non fugge in Polonia come sembra gli avessero consigliato gli americani, che si rivolge ogni sera al suo popolo agitando una resistenza all’invasore russo che inizialmente appare invincibile, che convince i Paesi occidentali a mandare le armi perché la resistenza è possibile.

È il momento in cui tutti i rotocalchi dedicano al fino allora sconosciuto presidente ucraino le copertine, e alla fine del 2022 “Time” lo incorona uomo dell’anno. Non è solo, e non è prima di tutto, una ben riuscita operazione di marketing, ma una scelta personale coraggiosa che mobilita un popolo all’interno dei reparti dell’esercito ma anche in quelle strutture di “difesa territoriale” che sono l’architrave su cui si regge oggi l’intera nazione. Nell’estate del 2022 il “Washington Post” pubblica un lungo reportage, intenso e vibrante sui quei primi mesi di conflitto, che ora ancora oggi appassiona e colpisce.

Agosto-settembre 2022 è il momento di grazia di Zelensky. L’esercito ucraino è in grado di recuperare centinaia di chilometri quadrati di territorio, le scelte di Putin sotto tutte difensive. Sia l’annuncio dell’annessione delle 4 regioni del Donbass sia la scelta russa di ricorrere a una mobilitazione parziale sono il segno delle impasse del Cremlino, un tentativo di stabilizzare la situazione riducendo la linea del fronte e dando il via all’amministrazione eterogena delle zone occupate.

Dopo d’allora il presidente ucraino inizia a perdere di lucidità, vengono fatte circolare ipotesi di successi militari che dovrebbero portare prima alla completa liberazione delle zone occupate, Crimea compresa; la richiesta di sempre maggiori aiuti militari ai paesi occidentali si fa pressante, iniziando a creare malumori in parte dell’opinione pubblica sia in Europa sia negli Stati Uniti. È una “vertigine del successo”, per parafrasare il celebre editoriale di Stalin sulla collettivizzazione forzata, quella che si diffonde nell’entourage di Zelensky che alimenterà illusioni sull’evoluzione militare del conflitto.

Il fallimento della controffensiva ucraina della primavera del 2023, (lungamente preannunciata) diventa un punto di non ritorno: Kiev perderà l’iniziativa militare e non la riconquisterà più. La guerra diventa d’attrito e di posizione, la superiorità in numeri di soldati e missilistica fa volgere lentamente, ma inesorabilmente, la ruota di nuovo dalla parte russa.

Tuttavia l’aspetto militare non appare il limite principale della presidenza Zelensky. L’Ucraina, paese povero e con milioni di rifugiati e lavoratori occupati all’estero, ampiamente dipendente dagli aiuti esterni senza i quali non avrebbe potuto combattere una guerra per tre anni contro una delle potenze militari più agguerrite del pianeta, ha giocato in sostanza la sua partita al meglio. Le stesse divergenze tra lui e Valery Zalužny, il capo delle forze armate ucraine, che porteranno alle dimissioni di quest’ultimo, sono solo un episodio di relativa importanza nello svolgimento delle operazioni militari.

La debolezza di Zelensky emerge maggiormente dal punto di vista dell’azione diplomatica. A iniziare dal rapporto con gli “alleati” – con i quali ci sono alti e bassi e non sempre gli osservatori hanno la sensazione che tra Usa, Europa e Ucraina si parli la stessa lingua o si perseguano gli stessi obbiettivi – . E il fatto che membri della Nato come Slovacchia e Ungheria “remino contro” è stato solo la ciliegina sulla torta. 

La Conferenza sulla pace in Svizzera della scorsa estate non ha portato ad alcun risultato. Non tanto e non solo perché la Russia non ha partecipato, ma soprattutto perché i Paesi del “Sud Globale” hanno mostrato una certa svogliatezza, facendo intervenire per lo più delegazioni di basso livello. In un quadro, entro cui il declino americano e la sua strategia “dell’interventismo umanitario” è diventata evidente, l’ex Terzo Mondo ha voluto mostrare che i vecchi equilibri non reggono più. L’occidentalismo estremo di Kiev giunto a solidarizzare incondizionatamente con Israele (posizioni poi con ritardo raddrizzata con una dichiarazione a favore della prospettiva dei “due popoli e due Stati”) ha alienato le già tiepide simpatie che esistevano in Medio Oriente per la causa ucraina.

Da qui inizia la terza vita di Volodomyr Zelensky visto che, se anche ci saranno le elezioni in Ucraina (come chiede sfacciatamente Putin), difficilmente si troverà qualcuno in grado di contendergli la presidenza. In un certo senso, Zelensky non ha neppure la possibilità di ritirarsi dall’agone politico.

Il paesaggio politico attorno a lui appare desolante. Sul “New York Times”, Gérard Araud, che è stato ambasciatore di Francia a Washington durante il primo mandato di Trump, ha evidenziato recentemente che “i tre principali Paesi europei non sono mai stati così deboli; mentre l’Italia e la Polonia, che non hanno nulla in comune, non prenderanno il posto di guida, indipendentemente dalle loro pretese”. Per quanto riguarda Washington il presidente ucraino sa bene che aria tira. 

All’interno, ammesso e non concesso che anche Putin sia disponibile a un compromesso, c’è un Paese da ricostruire economicamente e moralmente che dovrà passare attraverso un calvario probabilmente senza quei riconoscimenti (entrata nell’Unione Europea e nella Nato) che inizialmente potevano sembrare scontati. Anche perché nell’ex URSS, come si vede in Georgia e in Moldavia, ci saranno nuove scosse telluriche che non permetteranno a nessuno di dormire sonni tranquilli. 

Nell’immagine: Zelensky nei panni di Napoleone nel film “Rzhevskiy contro Napoleone” (2012)


I disoccupati frontalieri costano troppo: in Francia monta la polemica

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Daniele Mariani, tvsvizzera.it

Le regole europeeCollegamento esterno in materia di assicurazione disoccupazione – che in virtù dell’accordo di libera circolazione valgono anche per la Svizzera – sono chiare: in caso di perdita dell’impiego, un lavoratore o una lavoratrice frontaliera percepisce l’indennità dal Paese in cui risiede e non da quello in cui era attivo, malgrado versi i contributi alla cassa di questo Stato. Il Paese nel quale era occupato corrisponde da parte sua da tre a cinque mesi di indennità di disoccupazione allo Stato di residenza.

L’importo a volte però non basta. Stando a uno studioCollegamento esterno pubblicato a inizio ottobre da Unédic, l’associazione incaricata di gestire l’assicurazione disoccupazione in Francia, le somme versate alle persone frontaliere rimaste senza lavoro superano di gran lunga quanto ricevuto dai Paesi in cui erano impiegate.

Un disavanzo di nove miliardi

Ad esempio, solo nel 2023 l’Unédic ha speso un miliardo di euro per le persone frontaliere disoccupate, a fronte di un rimborso complessivo di 200 milioni. Se si tiene conto solo delle persone che erano occupate in Svizzera, il sovraccosto – ossia la differenza tra quanto pagato dallo Stato francese e i rimborsi ricevuti dalla Confederazione – è stato di 157 milioni (720 milioni di indennità pagate a fronte di 157 milioni di rimborsi ricevuti).

Dal 2011 al 2023, il disavanzo accumulato è stato di nove miliardi, di cui oltre sei miliardi imputabili alla Svizzera.

Il dato non deve sorprendere. Sulle 445’000 persone che lavoravano in un Paese confinante, nel 2023 quasi la metà (215’200) era attiva nella Confederazione. E sulle 77’000 persone disoccupate indennizzate in Francia nel 2023 in virtù del diritto applicato ai frontalieri e alle frontaliere, quasi 47’000 esercitavano precedentemente la loro professione in Svizzera.

Ma le cifre che più contano sono altre. Visto il salario più elevato percepito all’estero, la persona disoccupata frontaliera costa di più rispetto a chi era impiegato in Francia. Nel 2023, l’indennità media mensile della prima categoria era di 2’299 euro. Una cifra che sale a 2’670 euro se si considerano solo i frontalieri “svizzeri”, a fronte di una media di 1’265 euro per tutti i beneficiari di indennità disoccupazione francesi. E soprattutto“ nel caso dei lavoratori transfrontalieri residenti in Francia, la durata dell’indennizzazione supera di gran lunga i cinque mesi al massimo rimborsati dal Paese di occupazione”, rileva l’Unédic, senza fornire cifre dettagliate.

Cambiare le regole

Di fronte al deficit cronico del bilancio dello Stato francese, da più parti è stato chiesto di cambiare le regole per diminuire il differenziale tra i rimborsi percepiti e le somme effettivamente sborsate.

Ai microfoni della Radiotelevisione della Svizzera francese RTS, la deputata dei Repubblicani Virginie Duby-Muller, eletta nella circoscrizione dell’Alta Savoia, ha chiestoCollegamento esterno che l’accordo europeo in materia – da lei definito “iniquo” – venga rinegoziato affinché la Svizzera contribuisca di più al finanziamento della disoccupazione.

Ancor prima della pubblicazione dello studio dell’Unidéc, altri parlamentari della regione frontaliera con la Svizzera avevano fatto proposte simili, stando a quanto riporta la Tribune de GenèveCollegamento esterno.

Il Mouvement des entreprises de France (Medef), la principale organizzazione padronale francese, ha fatto lo stesso. “A lungo termine – si legge nella missivaCollegamento esterno inviata a inizio mese al primo ministro Michel Barnier – proponiamo di instaurare un principio semplice: colui che impiega deve versare le prestazioni. Questo dovrebbe assumere la forma di un meccanismo di coordinamento semplice, equo ed equilibrato tra gli Stati, che imponga allo Stato che ha raccolto i contributi di pagare le indennità di disoccupazione”.

Una proposta di revisione del regolamento europeo è sul tavolo a Bruxelles. L’idea è di rendere lo Stato membro che ha ricevuto i contributi responsabile del pagamento dell’indennità di disoccupazione quando la persona vi ha lavorato almeno per un anno. Se questa riforma dovesse effettivamente passare – ma non vi è nulla di scontato essendo necessario il consenso dei Paesi membri – la misura non si applicherà comunque direttamente anche alla Svizzera. Prima, infatti, il nuovo regolamento dovrà passare al vaglio del Comitato misto Svizzera-UE sulla libera circolazione. Insomma, deve ancora passare tanta acqua sotto i ponti.

Che ne è dell’Italia?

Se in Francia alcuni fanno la voce grossa, in Italia per ora tutto tace. Questo perché la situazione – osserva Andrea Puglia, responsabile dell’ufficio frontalieri del sindacato OCST (Organizzazione cristiano sociale ticinese) – è profondamente diversa.

Mentre in Francia una persona disoccupata può percepire fino a 6’200 euro al meseCollegamento esterno a seconda del salario che aveva in precedenza, in Italia il tetto massimo è fissato a 1’550 euro nel 2024, con una decurtazione progressiva a partire dal sesto mese.

Cifre su un eventuale disavanzo tra quanto rimborsato dalla Svizzera e quanto pagato dall’Italia non ve ne sono, poiché come rileva Andrea Puglia l’Istituto nazionale di previdenza sociale non fa distinzione tra frontalieri e non. Una cosa è però certa: viste le differenze per quanto concerne il tetto massimo, anche se un ex frontaliere dovesse rimanere in disoccupazione per un periodo più lungo rispetto ai 3-5 mesi rimborsati dalla Svizzera il costo per le casse italiane è molto più basso se paragonato alla Francia.

Vi è poi un altro fattore che incide fortemente: “La tipologia dei frontalieri che vanno in disoccupazione è diversa rispetto alla Francia – prosegue il responsabile dell’OCST. Tendenzialmente sono persone che lavorano in settori in cui ritrovano rapidamente un impiego”. In altre parole, spesso i rimborsi svizzeri bastano per compensare le uscite della NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego).

Una legge rimasta per ora lettera morta

Anche in Italia, però, le cose potrebbero cambiare. La legge di ratificaCollegamento esterno relativa all’accordo fiscale con la Svizzera sui frontalieri approvata dal Parlamento italiano prevede che questa categoria di lavoratori abbia diritto a un importo di disoccupazione “calcolato per i primi tre mesi in misura all’importo erogabile ai sensi della legislazione svizzera”.

La misura sarebbe dovuta entrare in vigore all’inizio del 2024, ma per ora è tutto fermo “in mancanza di un’intesa specifica tra Italia e Svizzera sul meccanismo dei rimborsi di questi importi”, spiega Andrea Puglia.

Berna non avrebbe digerito il fatto che Roma abbia attuato una nuova misura di disoccupazione che ricadrebbe unicamente sulle spalle della Svizzera senza prima confrontarsi.

Affaire à suivre, insomma, ma le ricadute per la Confederazione potrebbero essere importanti anche se – come rileva ancora il sindacalista dell’OCST – dai frontalieri “la Svizzera incassa milioni di contributi [per l’assicurazione disoccupazione] senza per forza doverli dare indietro”.


Se la politica è cieca davanti a chi annega

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Massimo Cacciari, La Stampa

Sarebbe interessante chiederci che cosa celebri per Natale l’Occidente “dalle radici cristiane”. La venuta delle slitte di Babbo Natale? È una domanda che si impone di fronte a fatti recenti, troppo frettolosamente derubricati a cronaca politica. Come nel caso della sentenza pro-Salvini. Anche qui non si tratta di deplorare o esaltare, ma di intendere, e intendere significa collocare un evento nel suo contesto generale, cercare di analizzarne le cause e prevederne gli effetti.

Anzitutto la vicenda denuncia una situazione di drammatica insicurezza nell’amministrazione complessiva della Giustizia. L’accelerazione dei processi di trasformazione economica e sociale in ogni settore della nostra vita spiazza sistematicamente il legislatore.

La norma, quando anche venga emessa con coerenza, appare sempre in ritardo, si limita a definire un ordine precario per processi già in atto, fallendo ogni finalità preventiva. Nella imperante confusione tra diritto positivo e “diritti umani”, vengono decise in forma occasionale da una Corte all’altra norme interne e internazionali, tutte le questioni di frontiera, intrecciate tra loro, da quelle riguardanti lo strapotere delle grandi corporazioni economico-finanziarie e le straordinarie innovazioni tecnologiche che esse promuovono, a quelle su fine vita e manipolazione del Dna umano.

Fino alla gestione dei flussi di immigrazione riguardanti più di un decimo dell’umanità, quando diano vita a contraddizioni e “liti” . Il diritto si fa strada attraverso mucchi di contraddittorie sentenze.

La stessa fattispecie può venire giudicata in modo finanche opposto. Questo il primo ragionamento da svolgere in merito alla sentenza Salvini. Il giudice manca di ogni legge univocamente definita e chiaramente applicabile alla quale riferirsi, e da qui l’inevitabile confusione tra diritto, politica, ideologia.

Ciò non significa che, per ciascun ambito della nostra vita, e pur coscienti del disordine globale nel quale viviamo, non possano essere definiti orizzonti di senso, capaci di sovraintendere le nostre azioni, di porle in una coerente prospettiva. Nel caso dei fenomeni di migrazione di massa il quadro è chiaro. Pur investendo l’intero pianeta, essi conoscono il punto di massima drammaticità tra le sponde del Mare fu-nostro. Spostamenti di masse telluriche: l’intero immenso calderone dell’Africa sub-sahariana preme a Nord, e a ciò si aggiunge l’effetto delle guerre medio-orientali. Il dramma sta nel fatto che, a differenza di altre bibliche migrazioni, come quelle tra ’800 e ’900 dall’Europa alle Americhe, qui il flusso si dirige verso un continente, l’Europa appunto, in profonda crisi politica, economica, culturale, in cui lo stesso processo di unità, se vinceranno le Le Pen e le destre tedesche, si farà prossimo al collasso.

Come potrebbe uno spazio politico così profondamente in crisi svolgere una razionale politica di accoglienza? Che fare, realisticamente, se non difendersi? Le responsabilità di una tale situazione, la debacle etica e culturale delle forze politiche che hanno costruito l’Unione europea sono tanto evidenti, quanto ormai inutile raccontarle. La realtà oggi è che questa non-Europa non è in grado di affrontare adeguatamente la trasformazione globale, così come si esprime anche sul terreno dell’immigrazione. E figurarsi se lo potrebbe un suo singolo Stato.

Allora? Allora dobbiamo attingere a una, magari disperata, volontà di dare un senso al nostro agire. La più perfetta consapevolezza dei suoi limiti non può esonerarci dal dovere di trarre in salvo chi sta annegando, di nutrire l’affamato, di vestire chi è nudo. Possiamo riconoscere con il più spietato realismo la nostra impotenza ad affrontare le questioni di frontiera che ho prima citato, ciò non consente di voltarci dall’altra parte di fronte al massacro di donne e bambini. Se lo facciamo, è la nostra vita che perde senso. Se lo facciamo, vuol dire che siamo pronti a tutto, anche a subire qualsiasi regime. Possiamo, anzi: dobbiamo, rappresentarci con realismo tutte le difficoltà e contraddizioni, ma, prima di tutto e a prescindere da tutto, dobbiamo aiutare chi sulla nostra strada troviamo a terra massacrato o annega nel nostro mare. O il male finirà con l’apparirci la norma e, alla lunga, la nostra anima sarà perduta, pronta a obbedire a chi il male lo fa.

Può anche darsi che la nostra azione appaia insignificante rispetto alle cause e agli effetti della crisi globale, e questa dobbiamo certo sforzarci di comprendere e affrontare, guai tuttavia se questa coscienza serve a mascherare colpevoli negligenze e indecente egoismo.

Ora non sta manifestandosi soltanto una generale crescente assuefazione alla strage degli innocenti. La nostra politica non si volta soltanto dall’altra parte. Essa è chiaramente indirizzata a ostacolare ogni forma di aiuto, a renderlo, fosse possibile, impossibile.

Poiché non siamo in grado di accogliere – o non lo vogliamo – non solo lasciamo che i barconi affondino o paghiamo perché chi fugge da guerre e miserie venga torturato in lager sull’altra sponda, lontano dai nostri occhi, ma scegliamo politicamente di rendere il più possibile impervia l’opera di chi si ostina a credere che prima di tutto una vita umana vada salvata. Il messaggio è chiaro: non cercate di raggiungerci, in mare non troverete che guardie libiche e chi vi deruba per lasciarvi su barconi alla deriva. Più comodo per tutti che crepiate a casa vostra.

Una volta, all’inizio di questa tragedia, vi era ancora dell’antica ipocrisia. Le lacrime della Merkel, ricordate? Ipocrisia vuol dire anche coprire la propria vergogna, e perciò in qualche modo avvertirla. Quando si sente vergogna è possibile ancora cambiar mente.

Se anche l’ipocrisia viene meno e non si avverte vergogna nell’affermare che la propria politica consiste nel non volere che si dia aiuto a chi annega, un salto davvero mortale è compiuto. E temo l’Europa lo stia compiendo. Più che di secolarizzazione dovremmo forse parlare di radicale scristianizzazione. L’Annuncio del Natale è quello delle parabole del Samaritano o del Figliol prodigo. Vi è, in qualche deserto, chi le ricorda ancora? Nelle nostre metropoli il loro senso è stato sradicato. Un lungo processo storico-culturale è giunto al suo compimento: dalla “morte di Dio” al profondo silenzio in cui su questa terra sembra inabissarsi la parola, il Verbo, di Gesù.


Fuga da Betlemme, lo strano Natale di una città in guerra

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Francesca Caferri, LaRepubblica

Betlemme (Cisgiordania). L’unica traccia di Babbo Natale sta sulla barriera di cemento armato che separa la città di Betlemme da Israele. L’ha disegnata uno dei tanti emulatori di Banksy, che su questo muro ha realizzato alcune delle sue opere più famose: mostra il profilo dell’uomo più amato dai bambini con tanto di barba, baffi, stivaloni e sacco, donare ad una bambina una scatola piena di filo spinato, proprio come quello che sta attorno al muro. Nulla come questo graffito riflette l’umore della città dove, secondo la tradizione cristiana, nacque Gesù Cristo. E che fra pochi giorni, per il secondo anno consecutivo, celebrerà il Natale senza alberi né feste, isolata e vuota come non mai.

«Il vero problema non è il Natale», sospira padre Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa. «Ma la fuga dei cristiani. Con ogni guerra, dal 1967, la nostra comunità si è assottigliata. Lo stesso è successo durante la Prima e la Seconda Intifada: ma nulla è paragonabile a quello che sta succedendo qui dal 7 ottobre 2023». Da allora, in risposta alla strage commessa da Hamas, il governo Netanyahu ha sigillato la Cisgiordania: almeno 150 mila palestinesi (musulmani e cristiani, senza distinzione) che ogni giorno attraversavano il muro per andare a lavorare in Israele hanno perso impieghi e stipendi. Altre decine di migliaia sono finiti in bancarotta a causa della crisi del turismo: solo a Betlemme, che di pellegrini viveva, hanno chiuso una cinquantina di hotel e ristoranti, tutti gestiti dalla comunità cristiana palestinese. Il risultato lo si può leggere nelle statistiche ufficiali: negli anni 70 i cristiani erano il 5 per cento della popolazione nei Territori palestinesi, oggi sono il 2 per cento. A Betlemme nel 1950 l’87 per cento della popolazione (28 mila persone abitano in città) era cristiana. Nel 2016 la percentuale era scesa al 12: oggi è a meno del 10. «Più di settanta famiglie sono partite dal 7 ottobre 2023. Dopo 14 mesi senza lavoro, non posso neanche biasimarle. La maggior parte di loro ha parenti negli Stati Uniti, in America latina: e non tornerà», conclude padre Faltas. Il risultato è un vuoto che a tratti è da capogiro.

Siamo pietre vive

Chi camminasse nelle stradine attorno alla Basilica della Natività in questi giorni, sentirebbe risuonare i propri passi sul selciato. Dentro la chiesa, dove solitamente in questo periodo dell’anno ci sono decine di gruppi di pellegrini, siamo in sei. La solitudine in cui il visitatore si ritrova nella Grotta dove secondo la tradizione è nato Gesù, toglie il fiato: mentre il mondo corre a Roma a celebrare il Giubileo, nel luogo dove è iniziata la Storia millenaria della cristianità non c’è nessuno. «Non c’è mai stato un periodo così: lo scorso anno, a Natale, pensavo di dover sopravvivere solo qualche altra settimana. Ora non vedo futuro», sintetizza Ronnie Tabash, che con la sua famiglia gestisce il negozio di souvenir più antico della città. È un antro pieno di presepi e Madonne fatti a mano che da solo dava lavoro a 25 famiglie di artigiani. «Sono dilaniato: e come me, decine di altre persone. In questi mesi ho visto tantissimi amici andare via. Io stesso spesso penso di farlo: non per me, ma per mio figlio che ha tredici anni. Non voglio che cresca fra i muri e le violenze. Ma ogni volta che mi dico che è il momento di andare, mi viene un pensiero. Questo non è un posto normale: qui è nato Gesù. Noi cristiani siamo le pietre vive della Chiesa: se andiamo tutti via, cosa resterà di Betlemme?».

Un interrogativo che assilla anche le famiglie benestanti la cui vita non è legata direttamente agli introiti del turismo, come quella di Michel e Lina Rhail, medico otorino lui, insegnante lei. Li incontriamo una sera al ristorante, per una cena di famiglia che presto si trasforma in un flusso di coscienza su passato, presente e futuro. «Quando aveva appena finito di studiare», confessa Michel, che come tanti nella sua famiglia si è specializzato in Europa «sono stato sommerso dalle offerte. Avrei potuto andare nel Golfo e diventare ricco, come hanno fatto tanti palestinesi. Invece no: era il periodo del dialogo con gli israeliani. Ho scelto di tornare e di investire per contribuire all’economia della mia città e del mio Paese, la Palestina. Tutto quello che ho guadagnato l’ho messo qui», dice indicando il palazzo dove ha sede il suo studio medico, il ristorante e il boutique hotel che la famiglia stava costruendo prima della crisi. «Mai come in questo momento ho la sensazione che possa essere spazzato via in un secondo. Non possiamo uscire da Betlemme, e nessuno viene più qui: non c’è lavoro e, peggio, non c’è speranza. Il mondo guarda ma non fa nulla. In questi mesi mi chiedo se ho sbagliato tutto: non avrei mai pensato che sarei arrivato a farmi questa domanda. Tanti dei miei familiari e amici sono andati via negli anni: io non avevo mai avuto dubbi prima di adesso: ora sì».

Guardare gli altri partire

Lina scuote la testa: di fronte ai tentennamenti del marito, lei è determinata a restare. «Veniamo da famiglie che con la Nakba (la cacciata dei palestinesi dalle loro case avvenuta nel 1948 con la nascita dello Stato di Israele, ndr) hanno perso tutto. Sono arrivate a Betlemme senza una casa, senza lavoro, senza vestiti. Hanno ricominciato da zero: non saremo noi a perdere di nuovo tutto, non saremo sradicati un’altra volta». Di fronte a loro c’è Sabeen, la figlia, 24 anni: seguendo le orme paterne, ha studiato medicina in Belgio. A giugno, dopo la laurea, è tornata a lavorare con il padre. «A Bruxelles, i miei compagni di corso pensavano fossi pazza a voler tornare in Palestina: rispondevo che io sono di Betlemme, che questo è un posto sicuro. Oggi non lo penso più: nulla è sicuro per noi palestinesi, anche se siamo i cristiani della città di Gesù. Ma nonostante questo, io resterò. Qui c’è la mia identità». Al suo fianco annuisce Elias Alaraja, il fidanzato: la sua famiglia è una delle più importanti nel settore turistico di Betlemme. Ha cinque alberghi, che lui supervisiona e dà lavoro a centinaia di famiglie: anzi, dava. «Da 14 mesi passo le giornate sul divano, abbiamo chiuso tutto: non viene nessun turista. E come biasimarli? I checkpoint aprono e chiudono, gli israeliani possono fare incursioni da un momento all’altro. Guardo gli amici partire, uno dopo l’altro: io resterò, anche se una parte di me vorrebbe seguirli. Mio nonno ha costruito tutto questo: non sarò io a distruggerlo».

All’ombra di Banksy

In cerca di segnali, ci fermiamo di fronte al Museo del Muro, il punto della barriera di separazione da Israele dove, sulle orme di Banksy, artisti di tutto il mondo sono venuti a disegnare: centinaia di metri di colore, speranza e rabbia a coprire il cemento armato. Davanti al nostro Babbo Natale con il filo spinato c’è la porta del Walled Off, l’hotel che l’artista misterioso ha comprato e rinnovato qualche anno fa e che da allora gestisce tramite un manager locale. Come tutti gli altri alberghi, ha la porta sbarrata. Due guardie armate stanno sedute a poca distanza: sulle pareti dell’hotel ci sono opere appositamente create da Banksy. Valgono milioni di dollari e per questo la sorveglianza è continua. «Noi siamo i fortunati» dice Tahar, una delle guardie. «Banksy ci ha fatto sapere che non chiuderà. Può permettersi di pagare gli stipendi in attesa di tempi migliori. Ma ci fa paura non sapere cosa sarà rimasto di Betlemme quando le porte dell’hotel torneranno ad aprirsi».

Nell’immagine: Due donne davanti alla Basilica della Natività, sorta sul luogo dove, secondo la tradizione cristiana, è nato Gesù: di solito per entrare bisogna fare la fila 


Germania punto debole dell’Europa sotto assedio

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Andrea Bonanni, La Repubblica

Il sangue tedesco sul selciato del mercatino di Magdeburgo è il sangue di questo nostro Natale europeo, l’epifania di un assedio da cui ormai non riusciamo a sottrarci. Dicevamo orgogliosi, ai tempi di Angela Merkel, di non voler diventare una “fortezza Europa”, di volerci aprire al mondo per renderlo sempre più libero. E invece. Il mondo, ostile, si sta chiudendo su di noi. Le armate di Putin incalzano gli ucraini per sospingerli ad accettare una pace ingiusta, di cui noi potremmo essere costretti a fare i garanti. Il nuovo padrone del Web, dopo aver conquistato l’America con Trump, è partito all’attacco dell’Europa e delle sue istituzioni: critica i nostri giudici, irride i nostri governi, sogna di riconsegnare la Germania ai nostalgici del nazismo. Tra le nostre stesse mura, i complici degli assedianti si fanno sempre più baldanzosi.

L’Europa non solo è diventata per forza di cose quella fortezza che non avrebbe voluto essere. Ma vede anche il nemico rosicchiare poco a poco le sue difese. Prima sono state intaccate le mura esterne: la Polonia, l’Ungheria, la Slovacchia. Poi i bastioni interni: l’Italia, l’Olanda, l’Austria, la Svezia. Adesso l’onda nazional-populista è arrivata alla roccaforte centrale: la Francia, e soprattutto la Germania. E non è un caso che qui l’assalto a ciò che resta della vecchia democrazia liberale veda convergere le orde dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Il governo francese è ostaggio di Le Pen e Mélenchon.

Quello tedesco, appena sfiduciato, vede i socialdemocratici e i verdi allo sbando, i democratici cristiani spostati sempre più a destra, le armate nere dell’Afd e quelle rosso-brune di Sahra Wagenknecht convergere sotto le bandiere di Putin per cercare di conquistare il potere.

Siamo arrivati all’assurdo che la strage di Magdeburgo, compiuta da uno squilibrato saudita di estrema destra e simpatizzante dell’Afd, viene usata da Elon Musk e dai neonazisti per screditare il governo democratico e rivendicare il potere agli amici di Putin. È una sindrome di accecamento collettivo che ricorda l’incendio del Reichstag, voluto da Hitler nel 1933 e da lui stesso utilizzato per distruggere gli ultimi brandelli della democrazia di Weimar.

Terribile destino, quello della Germania, condannata ad essere sindrome e metafora dell’Europa. Per anni la sua stabilità politica, la sua forza economica, la sua ritrovata convinzione democratica sono stati il motore e il bastione della costruzione europea. Oggi che l’Europa si trova sotto l’attacco concentrico di Mosca, Pechino e Washington, il bastione tedesco comincia a vacillare. Il suo modello economico non riesce più a produrre ricchezza. La sua struttura politica non riesce più ad assicurare stabilità. Il suo ordine proverbiale non riesce più a garantire sicurezza. E le sue stesse fondamenta democratiche vengono messe in discussione dall’interno e dall’esterno.

Con la strage del mercatino di Natale la battaglia per la sopravvivenza dell’Europa è arrivata alla sua fase più critica e la sorte della Germania deciderà, probabilmente, quella di tutti noi. Non è detto che sia troppo tardi. Ma, se neppure il sangue sul selciato di Magdeburgo riuscirà a svegliarci dal nostro sonnambulismo, lo sarà sicuramente.

Nell’immagine: Magdeburgo, il cordoglio per le vittime dell’attentato


Alla scoperta della “fake”

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Preciso, chiaro, ed anche opportunamente sferzante l’intervento di Pietro Martinelli qui apparso, in risposta ad un articolo di un consigliere nazionale apparso altrove. Leggendolo (e condividendolo pienamente), vengono spontanee due postille.

Fake e ignoranza

Si ha sempre più tendenza ad assimilare “fake news” e ignoranza. Ed è spesso giusto. La “fake news” equivale a “notizia falsa”, “falsa notizia”, “informazione falsa”, “falsa informazione”. Si tratta quindi perlopiù di un atto deliberato, voluto, per alterare la realtà dei fatti e raggiungere in tal modo risultati devianti o parziali che servono ai propri scopi.

Essa può però anche essere frutto di non-conoscenza, di ignoranza, di non ricerca. Ciò che non è una attenuante, ma piuttosto un’aggravante, perché indizio di cattiva volontà. E diventa deprecabile se emerge in chi, oltretutto come “politico”, ha a disposizione carte, strumenti e potestà per poterlo evitare. A meno che… Appunto. Nel caso commentato, con rigore matematico, da Martinelli, tutte le premesse che portano alle conclusioni “politiche” del politico e consigliere nazionale risultano perlomeno incomplete e quindi aberranti: o perché frutto di ignoranza o perché volutamente devianti, in modo da farle sfociare sulle proprie tesi o scelte politiche. Le quali però, come ogni buona logica comanda, saranno pacchianamente “fake”.

Il dramma è che politici ed elettori rischiano sempre più, per complessità di cose, di non accorgersene. E “consuetudo fit lex”, la consuetudine diventa presto legge, come dicevano già i romani.

Svizzera, primato di miliardari

Uno degli aspetti del contendere starebbe nel fatto che da una parte si dice che Confederazione (e Cantone) non hanno tanto un problema di entrate quanto di uscite, cresciute in modo sproporzionato. La realtà, dice invece Martinelli, è che si favorisce l’elusione, ci si rifiuta di far pagare le imposte a chi potrebbe fornire allo Stato i mezzi per affrontare l’esplosione dei problemi.

E qui potremmo subito rilevare che dà ragione a Pietro Martinelli un dettagliato studio da poco pubblicato dall’UBS, banca “too big” che non ha bisogno di presentazione. La ricchezza totale dei miliardari aumenta dovunque nel mondo, un aumento del 121 per cento, più che un raddoppio in dieci anni (da 6. 300 miliardi a 14.000 miliardi). In questo 2024 la ricchezza dei miliardari è ancora cresciuta del 17 per cento. Nella sola Europa occidentale è passata in cinque anni da 1.500 miliardi di dollari a 2.100 miliardi. Sul Vecchio Continente, ritenuto economicamente asmatico, la Svizzera ha superato in miliardari la Gran Bretagna, divenendo il secondo paese che conta più miliardari dopo la Germania, passando in cinque anni da 10 a 85 miliardari!

La mostruosa fake

La Banca ci dice anche che i “valori rifugio” saranno ormai plebiscitati nel prossimi dodici mesi da almeno la metà dei miliardari, con aumenti degli investimenti nell’oro, nei metalli preziosi, nei quadri eccelsi e nelle antichità (nella “kultura” anche loro?). C’è quindi da credere che neppure loro si sentono sicuri e forse, per trattenerli e non lasciarli scappare altrove (da Trump?) bisognerà provvedere subito a sgravarli ancora dalle imposte. Se si vuole che la loro ricchezza sgoccioli ancora.

Quindi, una domanda: perché nei vari confronti (ad esempio: spesa pubblica e prodotto interno lordo, ad esempio, oppure quanti impiegati pubblici per numero di abitanti) non si azzarda un confronto politicamente forse più doveroso che legittimo, tra: aumento esplosivo, negli ultimi dieci anni – politicamente spiegabile ma fattivamente e finanziariamente non sempre spiegabile – dei miliardari e della loro ricchezza e aumento delle uscite dello Stato, quelle che vanno per il bene comune, aumento invece democraticamente spiegabile, giustificabile e sempre attivamente controllabile (anche se incomprimibile a causa della storia ed evoluzione stessa della società)? Non è che forse una mostruosa “fake” sia coltivata tutta lì dentro a gloria di pochi e a inganno dei più?

Nell’immagine: Elon Musk e Giorgia Meloni si baciano. Fake? Deepfake? Verità fattuale? Verità metaforica? Satira? Acchiappaclik? Allegoria del potere? Manipolazione dell’opinione pubblica? Denuncia del fascismo planetario prossimo venturo? Scegliete voi


Svizzera e Unione Europea tra ideologia e interessi nascosti

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Le relazioni tra la Svizzera e l’Unione Europea (UE) rappresentano un tema cruciale e controverso nella politica elvetica. Negli ultimi decenni, i negoziati bilaterali hanno dato vita a una serie di accordi che regolano settori fondamentali come il commercio, la mobilità, e la ricerca scientifica. Tuttavia, le trattative e gli accordi raggiunti vengono spesso valutati con affermazioni altisonanti: si parla di rispetto dell’indipendenza, di salvaguardia della democrazia diretta, e di protezione contro una presunta minaccia derivante dall’assunzione automatica, seppur limitata, del diritto europeo. Ma quanto di questa narrativa è reale? E quanto è invece il risultato di interessi egoistici mascherati da visioni ideologiche?

L’ombra degli interessi nascosti

Dietro le dichiarazioni di principio che animano il dibattito pubblico, si stagliano interessi ben più tangibili e prosaici. La lotta contro l’avvio di nuovi negoziati per un terzo pacchetto di accordi bilaterali (i cosiddetti “Bilaterali III”) non è guidata esclusivamente da una preoccupazione per la sovranità nazionale o per la democrazia diretta. Al contrario, essa è alimentata da un ristretto gruppo di miliardari e cerchie legate al mondo della finanza speculativa. Questi attori, con il loro potere economico e mediatico, contribuiscono a plasmare una narrativa che, pur evocando principi alti, nasconde interessi egoistici volti a preservare i propri privilegi fiscali e commerciali.

I casi Stadler Rail e EMS Chemie e l’industria svizzera

Esempi emblematici di queste dinamiche sono rappresentati da Stadler Rail e EMS Chemie, aziende leader nel settore ferroviario e chimico, controllate da Consiglierei nazionali dell’UDC che hanno delocalizzato parte delle loro attività commerciali in Europa per sfuggire ai problemi che l’industria svizzera avrebbe potuto incontrare in caso di deterioramento delle relazioni con l’UE. Un comportamento che rivela come, dietro il patriottismo sbandierato, vi sia una strategia ben precisa: minimizzare i rischi per il proprio business anche a costo di contraddire la narrativa ufficiale.

Il brand “Swissness” e le oasi fiscali

Non meno significative sono le manovre del mondo finanziario. Sotto il marchio “Swissness”, molti attori di spicco hanno già delocalizzato parte delle loro attività in oasi fiscali, in parte, paradossalmente rispetto alla narrativa ufficiale, all’interno dell’EU (Lussemburgo e Monaco). Questa strategia è dettata dalla paura di una possibile armonizzazione fiscale con l’UE, che limiterebbe i privilegi di cui godono attualmente. In altre parole, dietro l’opposizione ai “Bilaterali III” vi è il timore concreto di dover abbandonare un sistema di competizione fiscale che ha finora favorito questi gruppi a scapito di una maggiore equità.

La retorica ideologica e la realtà

Purtroppo, i discorsi ideologici hanno un forte impatto sull’opinione pubblica. Le argomentazioni basate sulla protezione della sovranità e dell’identità nazionale fanno spesso più presa rispetto a constatazioni pragmatiche sui costi e benefici degli accordi con l’UE. Ma queste narrative nascondono una domanda fondamentale: davvero la Svizzera è l’unico paese in Europa in grado di difendere i propri interessi? Oppure esistono esempi che dimostrano il contrario?

Austria e Lussemburgo: modelli alternativi

Un confronto con paesi come l’Austria e il Lussemburgo offre spunti interessanti. Questi Stati, pur essendo membri dell’UE, non hanno visto diminuire il loro tenore di vita o la loro indipendenza. Al contrario, hanno saputo sfruttare l’adesione all’UE per sviluppare soluzioni autonome in settori cruciali, come quello delle migrazioni. Questi esempi dimostrano che l’Europa è ben lontana dall’essere un blocco monolitico. Al contrario, offre spazi di autonomia che possono essere sfruttati da chi ha la volontà di negoziare con intelligenza.

Un appello alla lucidità

Alla luce di queste considerazioni, è fondamentale superare la retorica ideologica e affrontare la questione delle relazioni con l’UE in maniera pragmatica. La narrativa promossa da un ristretto gruppo di miliardari e finanziatori speculativi non può rappresentare l’interesse generale del Paese. La Svizzera, con la sua tradizione di democrazia diretta e il suo ruolo di mediatore internazionale, ha tutte le risorse per negoziare accordi che rispettino la sua sovranità senza rinunciare ai benefici derivanti da una stretta collaborazione con l’UE. 

La vera sfida consiste nel riconoscere che l’interdipendenza è una caratteristica inevitabile del mondo moderno. Pensare di poter restare isolati o di essere gli unici “furbi” in Europa è un’illusione. Solo attraverso un confronto aperto e onesto si potrà costruire un futuro sostenibile per la Svizzera e per le sue relazioni con l’UE. Tanto più che anche noi subiamo le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione e della denatalità e che quindi la scelta della cooperazione è in qualche modo obbligata, se vogliamo preservare il nostro benessere.

Nell’immagine: propaganda contro “il previsto accordo quadro 2.0” con l’UE, in bella vista sulla pagina personale della miliardaria Magdalena Martullo-Blocher, azionista di maggioranza della EMS-Chemie. L’illustrazione riproduce il “Mangiatore di bambini” della celebre fontana di Berna, che secondo gli esperti della città ha anche connotazioni antisemite


Onu: conflitto in Darfur catastrofico, colpiti civili e operatori umanitari

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Stefano Mauro, il manifesto

Secondo un rapporto sul Sudan delle Nazioni unite pubblicato venerdì 20 dicembre almeno «780 civili sono stati uccisi nell’ultimo periodo a el-Fasher», diventata l’epicentro del conflitto che vede contrapposte le Forze armate sudanesi (Fas), guidate dal generale Abdel Fattah Al-Burhan, e i paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) del generale Mohammed Hamdan Dagalo.

Con oltre due milioni di abitanti – di cui 800mila profughi – el-Fasher è l’unica capitale dei cinque stati del Darfur a non essere nelle mani dei paramilitari delle Rsf e in questi mesi è diventata il principale centro di rifugio dei profughi e di raccolta degli aiuti umanitari, in un’area duramente colpita dalla carestia.

Dallo scorso maggio le Rsf hanno aumentato le proprie forze nel tentativo di prendere il controllo di tutto il Darfur – regione ricca di giacimenti d’oro e fondamentale snodo per ricevere forniture militari dal Ciad – ed hanno lanciato un assedio alla città, radendo al suolo i villaggi della zona e uccidendo tutti i civili di etnia non araba, in particolare i massalit e gli zaghawa. «Pulizia etnica e crimini contro l’umanità» confermati da Human Rights Watch (Hrw), che ha sollevato la possibilità di un «genocidio in atto».

Proprio per questo motivo alcuni dei gruppi armati locali presenti nell’area si sono uniti per respingere gli assalti degli uomini di Dagalo: il Sudan liberation movement (Slm) guidato dal governatore locale Minni Minnawi e il Justice and equality movement (Jem) di Gibril Ibrahim, che hanno rinunciato alla loro neutralità per combattere a fianco delle Fas.

«Questa situazione allarmante non può continuare. Le Rsf devono porre fine a questo orribile assedio ed esorto tutte le parti in conflitto a cessare gli attacchi contro i civili, le zone residenziali e i campi profughi, nel rispetto del diritto internazionale» ha indicato durante l’audit Volker Türk, alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani.

L’ultima risoluzione votata dal Consiglio di sicurezza del 13 giugno 2024 chiedeva «la fine dell’assedio di el-Fasher per preservare la vita dei civili». Come risposta i miliziani delle Rsf non solo hanno intensificato i loro attacchi contro l’ospedale saudita – l’unico ancora operativo, colpito diverse volte dai bombardamenti – e le aree residenziali nella zona orientale e meridionale della città, ma anche il vicino campo profughi di Zamzam, causando «oltre 60 vittime questa settimana», come indicato dal quotidiano Sudan Tribune.

Violenze che non colpiscono solo i civili, ma anche gli operatori umanitari. Giovedì, uno degli uffici del Programma alimentare mondiale (Pam) è stato preso di mira da un bombardamento aereo a Yabus, nello stato del Nilo azzurro, causando la morte di tre operatori delle Nazioni unite impegnati a fornire aiuti umanitari per una delle «crisi alimentari più gravi al mondo», che vede a «rischio di grave denutrizione oltre 25 milioni di persone», la metà della popolazione in Sudan.

Il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, si è detto «inorridito riguardo all’attacco e alle continue notizie di violenze provenienti dal Sudan», rinnovando il suo appello alle parti in conflitto – entrambe accusate di bloccare e derubare gli aiuti umanitari – a «rispettare i loro obblighi di proteggere i civili, compreso il personale umanitario, nonché le strutture e le forniture umanitarie».

Guterres ha nuovamente sollecitato la comunità internazionale nel «trovare una soluzione per un cessate il fuoco immediato», in un conflitto, definito «catastrofico» che fino a oggi ha causato oltre 150mila vittime e 12 milioni di profughi interni o rifugiati nei Paesi vicini.

Nell’immagine: Soldati sudanesi dell’unità Rapid Support Forces, guidata dal generale Mohammed Hamdan Dagalo


La cattiva tentazione della bandiera bianca

Nessuna capitale ha ottenuto tanto per conquistare posizioni strategiche che si rifanno all’antico impero 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Parliamo di noi, acquartierati nelle retrovie di un conflitto che consideriamo una guerra altrui mentre con ogni evidenza siamo il secondo fronte, perché l’invasione russa di uno Stato sovrano travolge i principi e i valori in cui diciamo di credere, quindi ci chiama in causa sul piano non solo politico ma addirittura morale, nel senso dei doveri che abbiamo nei confronti della nostra storia e della nostra identità di Paese.

Questo fragile nucleo identitario è andato in pezzi man mano che la guerra si prolungava, trasformandosi da colpo di Stato straniero — come promettevano i piani dei generali di Mosca — in scontro generale tra l’ultimo imperialismo europeo e la nuova resistenza di governo e di popolo. Giunti quasi al terzo anno del conflitto, non sappiamo più chi siamo: Giorgia Meloni ha scelto da subito una linea atlantica che le è valsa un immediato accreditamento alla Casa Bianca, e ha mantenuto questa posizione nei passaggi successivi della crisi internazionale, collocando l’Italia dove è sempre stata dal punto di vista delle alleanze, sia pure senza legare questa decisione alla cultura liberal-democratica del nostro Paese e alla natura dell’Occidente. Ma sia la destra che la sinistra sono attraversate da crepe e fratture che scompaginano il campo, e consentono alla malizia zarista di Putin di raccoglierle e incoraggiarle: “sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia”. La guerra, autorizzando la paura e l’insicurezza dei cittadini, ci ha dunque divisi invece di compattarci. La pace che comincia faticosamente a profilarsi, o almeno a far parlare di sé come ipotesi possibile, farà altrettanto e con più libertà: invocata da tutti, naturalmente, ma progettata da ognuno secondo le sue convenienze politiche spicciole, senza riguardo per il destino comune di quell’incompiuta che chiamiamo Europa.

La “simpatia” per la Russia è una definizione impolitica, che Putin ha usato per tenere insieme elementi diversi che hanno via via preso consistenza nel nostro Paese, fino a segnalarsi al Cremlino: ci sono i nostalgici dell’Urss che continuano a vedere in Mosca la loro capitale fissa, nonostante i due cambi di regime con Eltsin e Putin, dopo la discontinuità della perestrojka di Gorbaciov; ci sono i vedovi del comunismo fatto Stato che non potendo resuscitare quel dominio ideologico, ammainato insieme alla bandiera con la falce e il martello, si accontentano della nuova pretesa imperiale che oggi come allora vuole costruire una fascia di garanzia intorno alla Russia, per la sua sicurezza; ci sono i contestatori dell’Occidente in cui vivono, rifiutando la sua cultura mentre sfruttano le sue libertà; ci sono gli avversari degli Stati Uniti che sono riusciti a mantener vivo il loro sentimento antiamericano attraversando tutte le epoche, dalla guerra fredda fino ad oggi; e infine ci sono i nemici della democrazia in cui non vedono un deposito di valori, una tutela del diritto e una garanzia per i diritti, ma al contrario una grande mistificazione da parte dei poteri forti, delle classi dirigenti e dell’élite, incapaci di tener fede alle promesse e quindi costretti a inscenare un inganno quotidiano mentre tradiscono i loro ideali.

È evidente che queste posizioni hanno determinato una riserva nel giudizio sulla guerra, con un fronte ampio che dopo una generica condanna dell’invasione russa ha ribaltato le carte della partita, usando ogni energia polemica per attaccare Zelensky come una marionetta vanitosa e impazzita e criticare la resistenza ucraina come esempio velleitario e irresponsabile: addossando a Kiev tutta la responsabilità per i morti nel conflitto, per la distruzione delle città, per il clima di ansia e paura che la guerra prolungandosi proietta su tutta l’Europa. In pratica, gli ucraini sono stati giudicati colpevoli di difendersi, senza capire che i rapporti di forza con la Russia rendono impossibile il recupero dei territori occupati, con il risultato di prolungare una guerra inutile, di accrescere la sofferenza della loro stessa popolazione e di mettere a rischio la sicurezza internazionale.

È l’ultima espressione, estrema, della realpolitik, il mal sottile dell’Occidente, che consiglia da mesi a Zelensky di arrendersi e accettare la mutilazione del suo Paese, anche se la resa è una capitolazione davanti al sopruso che diventa sovrano, insediandosi nei territori conquistati illegittimamente con i carrarmati. Secondo questa logica riduzionista non ci sono ideali per cui valga la pena vivere, rischiando anche di morire per difenderli, non ci sono valori e principi di convivenza che formano il deposito morale e spirituale di una nazione, perché di fronte all’evidenza della forza dispiegata ed egemone non c’è più distinzione tra ciò che è giusto e l’ingiusto, dunque la generazione dei padri che sta in trincea può solo chinare il capo e gettare le armi, svendendo il futuro dei suoi figli. Perché è evidente che il “nuovo ordine” invocato da Putin e realizzato con l’invasione si fonda sull’abuso e sulla prevaricazione, che verrebbero consacrati e costituzionalizzati da un atto di resa delle vittime, trasformate in sconfitti dal coro unanime dei consiglieri di una pace avvelenata purché veloce. La guerra è stata un’esperienza inutile di esibizionismo nazionalistico da parte di Zelensky — spiegano — , un sacrificio irrealistico da fermare subito, aprendo un negoziato che prepari la pace.

Ma quale pace? Se davvero si vuole una trattativa ragionevole per costruire una pace duratura che non sia semplicemente la sanzione dell’ingiustizia, bisogna oggi stesso, in questo momento, preoccuparsi di rafforzare la figura di Zelensky, con un sostegno internazionale che riequilibri nell’autorevolezza della leadership e nella dignità morale delle ragioni ucraine lo svantaggio militare sul campo. È il momento di far sentire il peso dell’alleanza, di far valere le ragioni dell’Europa, dell’Occidente, della democrazia, perché la nostra storia ci ricorda che c’è un patrimonio ideale a cui far riferimento, se non si vuol cedere al piccolo cabotaggio di una politica avara ed egoista, rivoluzionaria a parole e post-democratica nei fatti, che non ha più valori e nemmeno insegne, perché il nichilismo non ha un simbolo: e per questo invoca la bandiera bianca.