L’affondo di papa Francesco: «Non è guerra, è crudeltà»

Un nuovo capitolo dello scontro tra il Vaticano e Israele sulla condotta dell'offensiva a Gaza. E Bergoglio denuncia: le autorità israeliane hanno impedito al cardinale Pizzaballa di entrare nella Striscia 

Di Luca Kocci, il manifesto

A Gaza non si combatte una «guerra» ma si compiono «crudeltà». Papa Francesco punta ancora una volta l’indice contro il governo e le forze armate israeliane – pur senza nominarle espressamente – per il massacro che stanno compiendo nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.

L’OCCASIONE è stata fornita, ieri mattina, dal tradizionale discorso in Vaticano per gli auguri di Natale alla Curia romana, quest’anno dedicato al «dire bene» piuttosto che criticare e mettere in cattiva luce gli altri. Ma prima ancora di cominciare, Bergoglio ha chiuso i fogli con il testo ufficiale e ha parlato a braccio. Prima per rendere noto che venerdì al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, è stato impedito di «entrare a Gaza, come avevano promesso» (le autorità israeliane in serata hanno comunicato l’autorizzazione a entrare nella Striscia).

Il papa ha poi denunciato l’ennesima strage compiuta dall’esercito di Tel Aviv: «Ieri (venerdì, ndr) sono stati bombardati dei bambini. Questo è crudeltà. Questo non è guerra», ha detto il pontefice. Che infine, nel discorso ai cardinali e ai prelati della Curia, citando Doroteo di Gaza (un monaco cristiano del VI secolo), ha ribadito: «Sì, proprio di Gaza, quel luogo che adesso è sinonimo di morte e distruzione, ma che è una città antichissima».

Il giorno precedente, durante una lunga intervista all’emittente argentina cattolica Canal Orbe 21, il papa aveva in un certo senso anticipato il tema di una guerra tesa all’annientamento indiscriminato delle persone che vivono a Gaza: «Quando ti trovi di fronte a una mamma con i suoi due bambini che passa per la strada perché è andata a prendere qualcosa a casa e torna alla parrocchia dove sta vivendo e la mitragliano senza motivo, quella non è una guerra, con le regole normali di una guerra. È tremendo».

Parole molto simili a quelle che lo stesso Bergoglio aveva pronunciato esattamente un anno fa, all’Angelus da piazza San Pietro del 17 dicembre 2023, segno che la situazione non è cambiata. «Continuo a ricevere da Gaza notizie molto gravi e dolorose – aveva detto Bergoglio – Civili inermi sono oggetto di bombardamenti e spari. E questo è avvenuto persino all’interno del complesso parrocchiale della Santa Famiglia, dove non ci sono terroristi, ma famiglie, bambini, persone malate e con disabilità, suore. Una mamma e sua figlia, la signora Nahida Khalil Anton e la figlia Samar Kamal Anton, sono state uccise e altre persone ferite dai tiratori scelti, mentre andavano in bagno».

Non è la prima volta che il pontefice si scontra con il governo israeliano. L’ultima, un mese fa, per una frase contenuta nel suo libro La speranza non delude mai. Pellegrini verso un mondo migliore: «A detta di alcuni esperti – scrive il papa – ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali».

IMMEDIATA la reazione dell’ambasciata israeliana presso la Santa sede, che rivendicò il «diritto all’autodifesa» di Israele dopo il «massacro genocida» compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023: «Qualsiasi tentativo di chiamare questa autodifesa con qualsiasi altro nome significa isolare lo Stato ebraico», concluse l’ambasciatore di Tel Aviv, bacchettando Bergoglio.

A mettere il punto fu il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, pochi giorni dopo: «Bisogna studiare queste cose, ci sono dei criteri tecnici per definire il concetto di genocidio. Il papa ha detto quello che noi abbiamo sempre ribadito».


L’impossibilità di vincere in Ucraina riporta l’Occidente alla realtà dei fatti

Un nuovo capitolo dello scontro tra il Vaticano e Israele sulla condotta dell'offensiva a Gaza. E Bergoglio denuncia: le autorità israeliane hanno impedito al cardinale Pizzaballa di entrare nella Striscia 

Di Domenico Quirico, La Stampa

La guerra non mente. Le bugie, l’impostura appartengono a coloro che la provocano, che la combattono e la alimentano, a coloro che la sfruttano a colpi di propaganda per lucrare astratta gloria e tangibili vantaggi. La guerra non bara perché è composta di fatti e quelli, prima o poi, impongono la loro spietata realtà. Ecco: la realtà: dopo tre anni fradici di pozzanghere di sangue e promesse di vittoria la guerra in Ucraina ci ha riportato impietosamente alla realtà: quella riconosciuta da Zelensky, l’impossibilità di vincere, ovvero liberare tutti i territori della sua patria aggredita e fracassata pezzo su pezzo dai russi. E questa impossibilità nasce dal più orrendo dei fatti, ovvero l’aver esaurito gli esseri umani per poterla raggiungere. Non le munizioni i carri armati o i missili, Kiev non può più gettare nelle trincee gli esseri umani, gli ucraini.

Adesso, dopo tre anni, qualcuno è obbligato a dare risposte. Non Zelensky che ha prestato fede a coloro che facevano ben documentata fila a Kiev per garantirgli mese dopo mese, anno dopo anno, quella vittoria che definivano «l’unica pace giusta possibile», automatica se restava saldo a fianco della «più grande coalizione militare della storia umana». Ovvero la Nato. Zelensky ha commesso errori ma ha svolto con determinazione l’unico compito che gli era rimasto, battersi, resistere, dare fiducia a zelatori di schiamazzi che si definivano Potenze ed Economie invincibili.

Coloro che hanno l’obbligo di dare risposte e non scivolare in nuove menzogne sono esperti e politici occidentali che si abbeverano alla guerra televisiva, a cui basta questo per dire che ne sanno tutto, il rumore sordo dei colpi di mortaio in partenza la taglia dei calibri quelli perforanti e quelli a tempo, gli ultimi modelli di carri armati… il rigor mortis … lo sguardo delle vittime … la forma della morte… tutto. Tutto salvo l’odore perché quello li farebbe fuggire in preda alla nausea e al panico. Hanno l’obbligo di dare risposte i leader delle democrazie occidentali che hanno assicurato che bastavano qualche migliaio di morti ucraini e “eroici’’ sacrifici economici nostrani per assicurare il trionfo della giustizia e del diritto internazionale. E che ora si metteranno in fila dietro a Trump, se il nuovo presidente terrà fede alle sue chiacchiere («…ah meno male che è arrivato quel bislacco a cui attribuire la scomoda necessità …») in fila per trattare: con chi? Con il criminale di guerra, il rapitore di bambini Vladimir Putin. E con chi altro visto che, purtroppo, è ancora lì? La purezza ahimè esiste solo nella chimica, non nei giochi della politica internazionale. La differenza tra colpa e innocenza, tra punizione e impunità, a Sebastopoli come a Damasco passa tra essere sconfitto o vincitore. Noi che avevamo promesso di cancellare il sistema putiniano imponendogli la vergogna della débacle abbiamo purtroppo rafforzato il mortale incantesimo di apatia, impotenza e paura con cui la sua mano avvolge da 24 anni le menti di coloro che domina.

E risposte devono dare anche le società per azioni della guerra, le aziende della Sicurezza, che hanno ormai garantito per decenni il gaudio di contratti miliardari (…l’indispensabile due, tre quattro per cento di spese militari…), i veri registi molto interessati della lotta cosiddetta del bene contro il male.

Voglio esser più chiaro. Queste risposte non le devono in primo luogo alle opinioni pubbliche a cui hanno presentato preventivi fasulli. Basta il giudizio del voto senza scomodare la Storia. Devono le risposte ai morti. E ai feriti, ai mutilati ucraini, a quelli che, se ci sarà un cessato il fuoco, confronteranno i loro fantasmi, il terrore che hanno raccolto e visto sul campo di battaglia. Loro sì sanno cosa è l’odore dei morti e dovranno portarlo da un luogo all’altro in cui vivranno, dovranno viverci insieme e sperare che si sappia che lo portano in sé. Gli eroi, già gli eroi della libertà come li hanno lusingati per dare una ragione a mandarli a uccidere e a morire. Devono una risposta agli ucraini che ora dovranno vivere in uno spazio abitato da una paura perenne. Quello di un altro 24 febbraio.

Per questo non c’è altro da definire dopo quasi tre anni che fissare il grado della complicità. Spesso si dice semplicemente, per esprimere una opinione su quanto è accaduto, che la Storia giudicherà. In verità anche la Storia sarà giudicata. Un evento non si può misurare nei termini immediati della vittoria e della sconfitta perché quello che gli conferisce grandezza morale è la tragedia a cui ha dato vita. I protagonisti di questa tragedia, forse giunta a un nuovo capitolo ma non certo alla fine, non si accontenteranno di sentire da noi grossolane vacuità.

Ad esempio: senza le nostre armi e la nostra determinazione la Ucraina non esisterebbe più… Ma questo risultato necessario era già assicurato dopo poche settimane dalla aggressione russa. Grazie a mezzi e addestramento che erano stati forniti da inglesi e americani silenziosamente dal 2014. Le colpe iniziano quando si è pensato di spingere Zelensky e gli ucraini a cercare la vittoria totale a tutti i costi (…la controffensiva…) per far cadere Putin. Obiettivo che era fin dall’inizio irraggiungibile per le ragioni che Zelensky ha ammesso ora: gli uomini …

Questa svolta della guerra non ha nulla a che fare con il prossimo avvento di Trump. Non è la sua ombra incombente che spinge e costringe a trattative dolorose e funeste, è la spietata realtà dei fatti.


Svelato il mistero di Stonehenge, simboleggiava l’unità degli antichi popoli britannici

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Di Enrico Franceschini, La Repubblica

LONDRA – Le pietre di Stonehenge erano un simbolo politico, non soltanto religioso: un modo per rappresentare l’unione fra gli antichi popoli di Inghilterra, Galles e Scozia, una Gran Bretagna ante litteram. Lo afferma una ricerca di studiosi della University College London (Ucl) e dell’università di Aberystwyth, pubblicata sulla prestigiosa rivista accademica Archeology International e anticipata dalla stampa di Londra. Mentre la Brexit continua a minacciare la disgregazione del Regno Unito, con Scozia e Irlanda del Nord che premono per l’indipendenza, la scoperta sul mistero di Stonehenge sembrerà ai difensori dell’unità nazionale la dimostrazione di sentimenti unitari fin da cinquemila anni or sono. E la notizia arriva proprio nel giorno del solstizio d’inverno, quando come ogni anno migliaia di visitatori si radunano attorno a questa struttura diventata nel 1986 patrimonio dell’umanità per l’Unesco.

Gli scienziati hanno reso noto che le famose pietre del neolitico, disposte a circolo nella campagna della contea inglese del Wiltshire, provenivano da tre delle regioni in cui è suddiviso l’odierno Regno Unito (la quarta è l’Irlanda del Nord). «Trasportare queste pesanti rocce in un luogo così distante, un’impresa straordinaria per quell’epoca, doveva essere un tentativo di stabilire un’unificazione politica e un’identità condivisa attraverso gran parte o addirittura la totalità della Britannia dell’antichità», affermano gli autori dello studio. «Quelle pietre erano una monumentale espressione di unità fra popoli, terre, tradizioni e firmamenti».

Dopo cinquemila anni, commentano il Guardian, il Daily Mail e altri giornali, «il mistero di Stonehenge è risolto».

L’analisi delle pietre è stato il fattore decisivo dell’indagine, osserva il professor Mike Parker Pearson della facoltà di archeologia della Ucl: «Il fatto che tutte le pietre hanno origine in regioni fra loro lontane, rendendole uniche fra i circa 900 circoli di rocce di questo genere esistenti in Gran Bretagna, suggerisce che Stonehenge possa avere avuto uno scopo politico oltre che religioso. Era un monumento all’unificazione tra le antiche popolazioni britanniche, celebrando i loro eterni legami con i propri antenati e con il cosmo».

Sebbene Inghilterra, Galles e Scozia non esistessero come concetto, quando intorno al tremila avanti Cristo fu costruita Stonehenge, la scoperta viene considerata una prova che la struttura simboleggiava tutte e tre le regioni. Uno sforzo incredibile, perché quelle tribù riuscirono a trasportare pietre alte sette metri, con un peso di venti tonnellate l’una, per centinaia di chilometri.

Analizzando sia le rocce più grandi, sia un’ottantina di macigni più piccoli, la ricerca degli archeologi dell’università inglese e di quella gallese è riuscita a stabilire con una precisione del 95 per cento la loro esatta provenienza geografica, permettendo di presentare i risultati dell’indagine come una possibile soluzione del mistero. Finora Stonehenge (alla lettera significa “pietra sospesa”) era considerato un luogo di culto, dove venivano sepolti i morti e si svolgevano cerimonie religiose, in particolare in occasione del solstizio e dell’equinozio: le due occasioni in cui tuttora grandi folle di curiosi, turisti e seguaci del celtismo e di altri culti neopagani si radunano intorno al circolo di pietre, come è avvenuto anche il 21 dicembre, solstizio d’inverno, il giorno più breve dell’anno. Esisteva pure l’ipotesi che i colossali megaliti, sormontati da architravi orizzontali, fossero un primordiale osservatorio astronomico.

Situato a 13 chilometri dalla città di Salisbury, nel sud-ovest dell’Inghilterra, per tutte queste ragioni Stonehenge è da tempo una meta di pellegrinaggi di massa. Sono in corso animate discussioni sull’opportunità di costruire un tunnel di due chilometri in prossimità del monumento: enti pubblici come l’English Heritage e il National Trust si battono per allontanare il percorso dell’autostrada che gli passa di fianco, lungo la quale si formano enormi ingorghi perché le automobili rallentano per poter ammirare e fotografare le antiche pietre. Ora sappiamo perché gli antenati dei britannici contemporanei le portarono fino a lì.

Nell’immagine: celebrazioni neopagane a Stonehenge


“Ridurre i premi di cassa malati? Elementare!”

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L’ennesima stangata dei premi malattia e EFAS

Gli amici mi fanno un riassunto della situazione. A inizio autunno c’è stato l’atteso annuncio che i premi di cassa malati aumenteranno ancora, soprattutto in Ticino. Molti hanno gridato allo scandalo. La sinistra e i sindacati hanno organizzato un presidio a Bellinzona, durante il quale diversi hanno di nuovo promosso l’idea di una cassa malati unica e con premi proporzionali al reddito. A loro modo di vedere questa riorganizzazione dovrebbe garantire una riduzione dei premi. Sul fronte opposto anche il domenicale polemico si è lamentato dell’aumento dei premi, ma non sembra che abbia proposto una maniera per venirne fuori. 

Il 24 novembre il popolo ha sostenuto la soluzione partorita a fatica dal Parlamento federale per rivedere la ripartizione dei costi tra cantoni e casse malati, adottando un cosiddetto finanziamento uniforme (EFAS dal tedesco Einheitliche Finanzierung von ambulanten und stationären Leistungen). I fronti per e contro questa revisione della Legge federale sull’assicurazione malattia (LAMal) hanno fatto campagna dicendo che stavano entrambi dalla parte di coloro che vogliono ridurre i costi. 

Dell’importanza di saper leggere e far di conto

Insomma, sembra molto complicato ‘sto problema dei premi malattia. Quindi quando il mio amico Fabio ha affermato che lui ne ha una soluzione elementare, sono stato un po’ sorpreso.

Ecco cosa mi ha fatto notare. Come si sa, una volta all’anno in autunno ogni assicurato può decidere di cambiare cassa malati. La possibilità di cambiare di cassa dovrebbe – anche lei – contribuire a diminuire i costi: sarebbe una virtù della libera concorrenza. Ebbene, ogni cambiamento ha un costo amministrativo che nel 2023 è stato valutato a 800-1000 franchi (stima della direttrice di H+, l’associazione mantello degli ospedali e delle case di cura). Quando i premi aumentano, gli assicurati tendono a cambiare cassa. Nel 2023 sono stati circa il 20%, e quindi saranno stati di più nel 2024, diciamo 25%. Visto che siamo 9 milioni in Svizzera, diciamo che circa 2,25 milioni di assicurati hanno cambiato cassa. Se ogni cambiamento ha occasionato una spesa di 800 franchi di spese amministrative, allora arriviamo a un costo amministrativo di almeno 1,7 miliardi! È aritmetica elementare basata su sane letture. 

Il risultato (1,7 miliardi) di questi calcoletti si può paragonare ad altre cifre. Corrisponde a circa il 2% delle spese per la salute in Svizzera (che nel 2022 sono state stimate a 91,5 miliardi)! È anche superiore al deficit di entrate del 2023 per l’assicurazione obbligatoria delle 8 più grandi assicurazioni malattia. Naturalmente quelli che difendono l’idea di una cassa unica saranno stati lieti di leggere questa dimostrazione, ma questa non è stata pensata a tal fine. Dovrebbe già servire a ottimizzare il sistema attuale: è possibile che nel XXI secolo i cambiamenti di cassa non siano automatizzati e che quindi generino costi così rilevanti?

I premi malattia e il canone

Devo però dire che il clou della dimostrazione di Fabio è stato quando ha messo in relazione il risultato del suo calcolo con il canone televisivo. Sapete che il budget annuale della SSR (nel 2023) è (stato) di 1,5 miliardi, di cui 1,2 miliardi provenienti dal canone televisivo (SERAFE)? Visto quanto sopra, non vi sembra allora che tutta l’agitazione riguardo al montante del canone sia fuori luogo? A me sì, e ringrazio Fabio di avermi aperto gli occhi. 

Nell’immagine: la direttrice di H+ Anne-Geneviève Bütikofer


Un esempio nostrano di fake news

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Domenica 8 dicembre sono rimasto colpito dall’annuncio di una locandina del ‘Mattino della domenica’ che affermava a caratteri cubitali: “Spesa federale triplicata in trent’anni”. Ho preso una copia (gratuita) del giornale dove pensavo avrei trovato tabelle, confronti e riferimenti relativi alla fonte dei dati. Come si fa di solito quando si scrivono affermazioni così precise e importanti. Non ho trovato niente di tutto questo: a pagina 2 ritrovai il titolo riprodotto nella locandina, il cui soprattitolo precisava: “Con i soldi altrui partitocrazia senza freni – ringraziamo l’immigrazione scriteriata – che prosegue in modo incontrollato”. Seguiva l’articolo a firma Lorenzo Quadri con attacchi alla spesa sociale, alla spesa per la “kultura”, all’aiuto allo sviluppo, al numero “eccessivo” del personale della Confederazione, ai sacrifici che “hanno riguardato solo l’esercito” ecc. In definitiva il solito mantra con il quale Lega e Udc cercano di conquistare le simpatie degli elettori evitando di affrontare i problemi reali. Tutto legittimo, intendiamoci, in democrazia si è liberi di fare politica anche in questo modo. Ma non quando si tirano in ballo i numeri: allora, se si truccano i numeri, si diventa venditori di pericolose fake news. Pericolose perché facili da imparare e ripetere. Si diventa imbroglioni.

I numeri che mancavano e che ricavo dal sito Gfs sono i seguenti: le spese della Confederazione nel 2023 sono di 83,6 miliardi, mentre quelle del 1995 erano di 42,4 miliardi. Quindi la spesa federale in trent’anni non solo non è triplicata, ma è poco meno che raddoppiata. Significativo è il confronto tra spesa pubblica e Prodotto interno lordo (Pil), che rappresenta la ricchezza prodotta nel Paese in un anno. Significativo perché il Pil comprende sia l’effetto dell’aumento di popolazione, sia l’effetto dell’inflazione e perché è comprensibile che i servizi forniti dallo Stato (comunicazioni, formazione, giustizia, amministrazione…) crescano con il crescere della ricchezza prodotta. Ora il Pil della Svizzera ai prezzi di mercato nel 1995 era di 316 miliardi di franchi (vedi ‘Annuaire statistique de la Suisse’ 1999), mentre nel 2023 è stato di 800 miliardi. Quindi il rapporto tra spesa della Confederazione e Pil è sceso dal 13,4% (42,4/316) nel 1995 al 10,40% (83,6/800) nel 2023. Pertanto, se consideriamo che mantenere costante il rapporto spesa pubblica/Pil è ritenuto ragionevole, l’andamento della spesa pubblica della Confederazione, che continua a rappresentare circa il 31% della spesa pubblica svizzera (il 40% appartiene alla spesa di Cantoni e il 29% a quella dei Comuni) negli ultimi trent’anni è da ritenersi più che virtuoso, al limite persino risparmista.

Ma dove l’articolo di Lorenzo Quadri mostra tutto il suo contenuto ideologico è quando afferma che “nemmeno la Confederazione (sottinteso come il nostro Cantone) ha un problema di entrate. Sono le uscite a essere cresciute in modo sproporzionato”. Abbiamo visto che non c’è stata nessuna crescita sproporzionata delle uscite, comunque certamente non nei termini scorretti esposti nella locandina e nell’articolo, ma quello che tutta la destra federale (e cantonale) si ostina a non considerare è che i problemi che l’economia scarica sullo Stato crescono molto più rapidamente che nel passato e molto più rapidamente delle entrate. I problemi dell’invecchiamento demografico (oggi in Svizzera vivono più di 2’000 centenari), la popolazione con più di 90 anni (91’000 persone) è quasi triplicata (quella sì!) in trent’anni e la popolazione in età Avs è passata dal 15% al 20%, i problemi provocati dal riscaldamento climatico e i problemi posti dai flussi migratori spesso provocati da guerre, sfruttamenti, sconvolgimenti climatici (terre inaridite, terre finite sotto il livello del mare, terre sconvolte da inondazioni). Ma Lorenzo Quadri si accorge di quello che sta capitando solo quando si lamenta “che la Confederazione ha il braccino corto quando si tratta di risarcire i Cantoni colpiti dalle alluvioni”.

La realtà è che se la Confederazione (e tutti gli altri Paesi dove vivono e si arricchiscono di miliardi di dollari in poco tempo pochi avventurieri della finanza e qualche genio che immagina di essere padrone del mondo) continua a favorire l’elusione, a rifiutarsi di far pagare le imposte a chi potrebbe fornire allo Stato i mezzi per affrontare l’esplosione dei problemi e delle contraddizioni di “questo terribile e intricato mondo di oggi” (Enrico Berlinguer a Padova il 4.6.’84 poco prima di morire), arrischia di restare con il braccino corto non di fronte alla Vallemaggia, ma di fronte alla Storia.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: schermata dalla pagina Facebook “La stessa foto di Lorenzo Quadri ogni giorno“


No, Putin non ha vinto la guerra contro l’Ucraina: ecco perché

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Di Gianluca Mercuri, Corriere della Sera

Con un Putin così tronfio, che parla da stra-vincitore, che si permette di mettere in dubbio perfino la rappresentatività di Zelensky, ha senso non farsi prendere dal disfattismo? Ha senso dire a noi stessi e agli ucraini che in realtà l’aggressore del 24 febbraio 2022 non ha vinto, e che, indipendentemente dalle porzioni di territorio che Trump gli consentirà di inglobare, non vincerà mai?

Può sembrare autoconsolatorio, proprio ora che avanza di 10 chilometri al giorno e, a parte la fiammata di Kursk, la controffensiva ucraina si è rivelata il miraggio che gli analisti più seri temevano e la «disfatta totale dello zar» si conferma il vuoto slogan che Emmanuel Macron aveva denunciato fin dall’inizio.

Eppure, ci sono dei paletti che restano in piedi e ben saldi a prescindere da dove venga collocato il confine fisico: perché quello morale non è scalfibile. Nel febbraio scorso, quando le cose cominciavano a mettersi davvero male, l’analista del think tank Defense Priorities Rajan Menon aveva scritto: «Se lo scopo fondamentale della guerra di Putin era quello di mantenere l’Ucraina nell’orbita della Russia – politicamente, culturalmente ed economicamente – essa ha avuto l’effetto opposto. I leader e i cittadini ucraini, in particolare quelli delle generazioni più giovani, hanno deciso che il loro futuro è con l’Occidente, non con la Russia».

Bene: queste considerazioni restano più che mai valide adesso che tutto sembra crollare. Proprio adesso che bisognerà fermarsi, infatti, è giusto sottolineare che la resistenza ucraina ha avuto, ha e avrà sempre senso: un senso vitale per loro – gli aggrediti – e per noi che li abbiamo sostenuti con un coraggio e una coerenza che per una volta dovremmo riconoscere prima e rivendicare poi, noi che abbiamo armato gli aggrediti, che abbiamo cambiato all’improvviso la nostra pigra politica energetica. Noi che abbiamo detto «basta» all’autocrate che guida la seconda potenza nucleare del pianeta e per fare una cosa giusta – giusta anzitutto per noi – ci siamo accollati bollette più care e rischi geopolitici evitati per tre generazioni.

Proviamo a vedere nel concreto perché questa è consapevolezza e non vanagloria.

1. Putin diceva che l’Ucraina non esiste e invece continuerà a esistere. Nonostante le prevedibili amputazioni, resterà uno dei Paesi più grandi d’Europa, con un esercito di mezzo milione di uomini e un’attitudine all’autodifesa senza pari tra gli altri popoli del continente.

2. Putin negava l’identità stessa dell’Ucraina e invece quell’identità è stata rafforzata, laddove c’era, e forgiata, laddove era meno distinguibile, dalla sua stessa aggressione.

3. Putin riteneva impossibile che l’Ucraina diventasse europea, e invece noi europei l’abbiamo sostenuta tutti (l’unica eccezione è l’Ungheria).

4. Putin affermava che questa guerra avrebbe messo in crisi la Nato e invece Paesi come Svezia e Finlandia, che prima non pensavano minimamente di sfidare Mosca, sono entrati nell’alleanza. Non solo: la spesa militare della maggior parte dei suoi membri in questi anni è aumentata.

5. Putin puntava a impedire l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e formalmente finora c’è riuscito, perché in pochi a Occidente se la sentono di garantire a Kiev il casus foederis dell’articolo 5, il sostegno automatico in caso di nuova aggressione. Ma il legame tra Ucraina è Nato è molto più forte di due anni fa, e nemmeno il Trump più lassista che si possa immaginare potrebbe permettersi di ignorare una riaggressione.

Certo, si dovrebbe convenire che questa propensione all’ottimismo, all’ottica della riduzione del danno, poteva servire anche prima, quando il mantra dell’intoccabilità dei confini ucraini veniva ripetuto meccanicamente, e chiunque sollevasse dubbi sulla possibilità concreta di riprendere il Donbass e la Crimea – per non parlare di quella di arrivare fino a Mosca, rovesciare Putin e la sua cricca e processarli, come speravano a un certo punto gli oltranzisti – veniva liquidato come un disfattista ambiguo.

Ma detto questo, sostenere che ci si poteva arrivare prima, al realismo, e che si sarebbero risparmiati tanti morti, nasconde il fatto che senza questi quasi tre anni di resistenza – e sì: senza questo sacrifico immane – Putin avrebbe vinto davvero. Perché è nella resistenza che si è definita in modo incancellabile l’identità ucraina che lui negava. Per questo non è un’allucinazione affermare che in realtà – senza nemmeno considerare i costi immensi di questa guerra per i russi – è Putin che ha perso.

Nell’immagine: Putin durante il “filo diretto” del 19 dicembre


Anthony Richards, la tregua di Natale e la retorica di guerra

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Di Paolo Bruschi, il manifesto

Durante il primo conflitto mondiale, i soldati e le famiglie si scambiarono miliardi di lettere, che hanno rappresentato testimonianze di inestimabile valore storico in grado di far luce su eventi spesso edulcorati, distorti o censurati, come la famosa «tregua di Natale» del dicembre 1914. Nel volume The True Story of the Christmas Truce: British and German Eyewitness Accounts from World War I (Greenhill Books, 2021), lo storico inglese Anthony Richards ha dissotterrato questo enorme patrimonio documentale, che illustra alla perfezione le cause, il significato e le ricadute dei fatti straordinari che sfociarono in uno stop ai combattimenti, in scambi di regali e in partite di calcio fra gli opposti eserciti.

Secondo Richards, già l’etichetta «tregua di Natale» è una semplificazione fuorviante, poiché lascia intendere che si sia verificato un unico grande evento, mentre è assai più corrispondente al vero l’accadimento di una serie di piccoli, numerosi e sparsi episodi, principalmente nelle Fiandre e soprattutto fra britannici e tedeschi. Similmente, per quanto nel 2014 l’allora presidente della UEFA Michel Platini abbia inaugurato la scultura di un pallone a Comines-Warneton, in Belgio, per commemorare gli avvenimenti di un secolo prima, è altrettanto improprio parlare di «partite di calcio» e del carattere affratellante del «gioco più bello mondo».

Il calcio in effetti stava all’epoca guadagnando un notevole seguito e, allo scoppio della Grande Guerra, governi e classi dirigenti non tardarono a fomentare il nazionalismo e il militarismo contando sulla bruciante e diffusa passione per il football delle masse popolari.

Per l’antico convincimento che lo sport non è altro che guerra simulata, la stampa sportiva fu quasi unanimemente interventista. All’ingresso nel conflitto dell’Italia, la Gazzetta dello sport titolò in prima pagina «Per l’Italia contro l’Austria hip hip hip hurrah!», mentre in Gran Bretagna le strade furono tappezzate di manifesti di reclutamento per la «grande partita» contro gli Imperi centrali. A migliaia risposero alla propaganda militare che intervallava le partite di calcio, secondo un’idea partorita dallo scrittore Arthur Conan Doyle e sposata entusiasticamente dal Ministero della guerra e dalla Federazione calcistica, che addirittura crearono i cosiddetti Football battalion, nei quali i calciatori e i loro tifosi potevano addestrarsi e combattere insieme. Nell’eccitato clima di fervore patriottico, gli assi degli stadi non si tirarono indietro: degli oltre cinquemila professionisti, ben duemila si arruolarono e una consistente percentuale morì in battaglia.

Insomma, quando filtrarono le prime notizie dei cessate-il-fuoco, non era facile crederci. Le opinioni pubbliche erano state alfabetizzate allo sport da una retorica bellicista e aggressiva, e gli organi di stampa dei paesi in conflitto invariabilmente descrivevano la disumanità e la ferocia del fronte avverso. Quindi, come era possibile che gli eserciti giocassero a pallone invece di spararsi addosso? I soldati erano forse collusi col mortale nemico?

La risposta fornita da Richards risiede nelle mere caratteristiche della vita quotidiana cui tutte le armate dovevano sottostare. Già in ottobre, nemmeno tre mesi dopo l’inizio delle ostilità, il fronte occidentale si dipanava lungo una linea ininterrotta di trincee che andavano dalla costa belga al sud-est della Francia. I vagheggiati e spettacolari attacchi su larga scala erano ormai sostituiti da offensive circoscritte, spesso risultanti nel guadagno di pochi metri di terreno e quindi percepite come inutili dai fanti che perivano a migliaia. D’altra parte, le trincee erano per lo più antigieniche, ricoperte di fango, sovente allagate e prive di veri e propri ripari. Vi si conduceva un’esistenza grama, stretti fra i due estremi della noia irredimibile e del terrore della morte. Per di più, le linee erano vicinissime fra loro, così vicino che spesso i soldati orecchiavano le conversazioni provenienti dallo schieramento avverso. In breve, capirono di trovarsi tutti nella medesima condizione, a onta della martellante propaganda.

Con il mutuo obiettivo di migliorare per quanto possibile la routine giornaliera, gli eserciti presero a osservarsi reciproche cortesie secondo una mentalità da «vivi e lascia vivere». Brevi e ricorrenti armistizi, spontanei o concordati, occorrevano quando era necessario riparare le trincee o raccogliere i morti rimasti insepolti, un’incombenza penosa ma indispensabile se si voleva evitare che qualunque sortita fosse intralciata dai cumuli di cadaveri che giacevano nella terra-di-nessuno.

Questi esempi di cessate-il-fuoco riemersero all’arrivo del Natale, quando peraltro si sentì vociferare degli appelli alla pace di Nathan Söderblom, l’arcivescovo luterano che sarebbe stato insignito del Nobel per la pace nel 1930, del movimento delle suffragette britanniche e soprattutto di papa Benedetto XV.

Nella maggior parte dei casi, furono i tedeschi a prendere l’iniziativa, decorando le proprie trincee, accendendo luci sugli alberi e intonando canti natalizi. Gli inglesi se ne accorsero e si adoperarono per ricambiare, com’è nella natura umana.

La vigilia e il 25 dicembre il fronte fu punteggiato di lunghi o brevi episodi di fraternizzazione, scollegati fra loro tanto che settori adiacenti ma all’oscuro continuarono la guerra come al solito. Però, dove i fucili furono abbassati, gli uomini uscirono allo scoperto: con grande circospezione e poi con più fiducia, entrarono in contatto verbale e poi visivo, infine si strinsero le mani e si diedero pacche sulle spalle. Si scambiarono sigarette, prese di tabacco, piccoli doni, spille militari e fotografie. Un sergente britannico tagliò persino i capelli a un soldato bavarese, con forbici e rasoio.

Inevitabilmente comparve un pallone, o un ammasso sferico di materiale vario, che fu preso allegramente a pedate visto che il calcio era già un linguaggio universale. Non si trattò comunque di vere e proprie partite con squadre, arbitri o pali e traverse, benché elmetti possano esser stati posati a terra a simulare i limiti di una porta. Furono più che altro tiri e passaggi alla rinfusa di giovani liberi, per un fugace istante, di correre e saltare senza il rischio di venire abbattuti da un cecchino.

Improvvisamente come erano cominciate, le tregue cessarono, a volte subito, a volte dopo qualche giorno. Nessun effetto di lungo periodo ne derivò: la mattanza riprese uguale a se stessa.

Gli alti comandi diramarono ordini affinché non si ripetessero casi del genere, minacciando punizioni e corti marziali. Inoltre, gli ufficiali rispolverarono la mistica patriottica dell’esercizio fisico che prepara alla guerra e la retorica dello sportivo-guerriero.

I palloni furono convertiti a usi meno sovversivi, durante le pause dalla prima linea, in tornei pensati per sollevare il morale delle truppe e tenerle in attività. Oppure, in modo inedito, come sprone alla lotta: un ufficiale se ne fece consegnare un paio, su uno scrisse «La finale della Grande Coppa Europea» e sull’altro «Niente arbitro», con due calci possenti li scagliò nella terra-di-nessuno e il boato della fanteria all’attacco li seguì.


Erdogan, un interlocutore obbligato

Un nuovo capitolo dello scontro tra il Vaticano e Israele sulla condotta dell'offensiva a Gaza. E Bergoglio denuncia: le autorità israeliane hanno impedito al cardinale Pizzaballa di entrare nella Striscia 

Di Piero Benassi, La Repubblica

Questo scorcio finale del 2024, altro annus horribilis sotto molti punti vista, a partire dai tragici conflitti in Ucraina e Medio Oriente, ci consegna una situazione geopolitica in costante movimento. Un sistema oramai sempre più multipolare che, limitatamente a quanto da ultimo accaduto in Siria con la repentina uscita di scena di Bashar Al Assad, ci induce comunque ad esprimere un qualche verdetto, da verificare quanto duraturo ma allo stato dettato da chiare evidenze. Mosca arretra anche a causa del conflitto in Ucraina, al netto delle recenti intemerate verbali di Putin; Teheran esce sconfitta anche a causa della decapitazione di Hezbollah da parte israeliana; Ankara come vera vincitrice.
Regista, neanche troppo dietro le quinte, dell’impetuosa avanzata verso Damasco dei ribelli di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) di Al-Jolani, Erdogan ottiene con il via libera a questi ultimi un paio di risultati: spinge fuori dal Paese l’Iran e pone il contingente russo in ripiegamento nella base aerea di Chmejmim (Latakia) e in quella navale di Tartus; una retrocessione foriera di un possibile, parziale o totale, ridispiegamento russo in Cirenaica. Ipotesi quest’ultima, sicuramente non esaltante per l’Italia. Possibile garante o quantomeno sostenitore del mantenimento delle promesse “inclusive” di Al Jolani sul futuro della Siria, Erdogan avrebbe auspicabilmente interesse ad evitare uno scivolamento nel fondamentalismo da parte di Damasco con potenziale e conseguente ripresa dei conflitti nel Paese.

Un impegno alla stabilità, dunque, resa parecchio friabile però dal contemporaneo desiderio del leader turco di chiudere direttamente o indirettamente la questione curda, evitando la paventata autonomia di quella componente sulla falsariga dei dirimpettai di Erbil in Iraq. Scenario allo stato ottimistico, quello di una Siria pacificata e in progressiva emancipazione dalla galassia delle varie jih?d, da augurare ad un popolo che per più di un decennio ha patito l’indicibile tra guerra civile e repressione sanguinaria di al-Assad, come le orribili fosse comuni ci stanno di giorno in giorno ad evidenziare. Un Erdogan che chiude il 2024, insomma, confermando quell’impostazione neo- ottomana di determinato recupero di aree di influenza e/o presenza con direttrici geopolitiche che proiettano Ankara dal Caucaso ai Balcani occidentali, dal Mediterraneo Orientale al Medio Oriente; dal Maghreb, Libia in testa, fino ad altre aree dell’Africa.

Un’azione politica, quella del presidente turco, accompagnata da investimenti di vario tipo. Dal sostegno militare alla penetrazione culturale e che pur registrando negli anni qualche fallimento, come nel caso del sostegno prestato alla fratellanza musulmana in Egitto a ridosso delle Primavere arabe, col risultato di ritrovarsi Al Sisi, ha fatto finora registrare negli anni più dividendi che frenate. Nel dover definire ancora su base più duratura i suoi rapporti con Israele, caratterizzati finora da velenosi proclami e pragmatici atteggiamenti, Erdogan si è comunque guadagnato uno spazio di interlocuzione con quasi tutti gli attori presenti nella regione e su numerosi dossier nei quali Ankara gioca un ruolo non marginale. La stessa Europa, dall’asfittica politica estera, osservatrice degli sviluppi in Siria con le sole “lenti” del rischio migratorio ha visto von der Leyen premunirsi con la promessa di nuovi finanziamenti alla Turchia per scongiurare cattive sorprese sulla rotta balcanica; al contempo Erdogan confida, invece, di spingere i rifugiati siriani nella rotta inversa del rientro nelle loro case (per lo più distrutte) di una Siria “liberata”. Previa verifica della sincerità dei propositi di Al Jolani, ora ribattezzato Al Shama. Ma il valore aggiunto del leader turco, agli occhi degli Europei, non può certamente limitarsi al “freno migratorio”. A maggior ragione per l’Italia, se non altro per prossimità geografica. Le nostre aree strategicamente prioritarie in termini di politica estera non possono infatti prescindere da un recupero di credibile presenza nel Canale di Sicilia – per l’appunto di fronte alla Libia – e nell’Adriatico con terminale in una Trieste quale hub di rilievo. Interessi per noi economici, securitari, militari, culturali ed anche migratori con Erdogan interlocutore di rilievo in entrambi gli scacchieri. Un dialogo strutturato con Ankara, dunque, sarebbe opportuno tenuto conto anche di rapporti con quel Paese tradizionalmente intensi. La Turchia, oltretutto, è pur sempre membro della Nato anche al netto dell’interpretazione spesso irrituale che da alla sua collocazione nell’Alleanza

Non limitarsi dunque all’attesa dell’insediamento di Trump a Washington e approfondire da subito nostre varianti geopolitiche ci potrebbe tra l’altro consentire di ampliare la nostra “offerta politica” a livello internazionale e non concentrarci solo nell’approcciare in chiave difensiva le prossime sfide, o meglio “richieste”, anche bilaterali, che il nuovo inquilino alla Casa Bianca potrebbe mettere sul tavolo.


Un saudita di destra e anti-Islam arrestato per la strage di Magdeburgo

Un nuovo capitolo dello scontro tra il Vaticano e Israele sulla condotta dell'offensiva a Gaza. E Bergoglio denuncia: le autorità israeliane hanno impedito al cardinale Pizzaballa di entrare nella Striscia 

Di Sebastiano Canetta, il manifesto

Medico specializzato in psichiatria, ateo, perfettamente integrato nella comunità in cui vive fin dal 2006 al punto di aiutare i tossicodipendenti. È tutt’altro che uno jihadista radicale, Taleb Al Abdulmohnsen, 50 enne saudita, autore della strage del mercatino di Natale di Magdeburgo, arrestato dalla polizia della Sassonia-Anhalt immediatamente dopo l’attacco che ha provocato 2 morti e 68 feriti.

«La Germania vuole islamizzare l’Europa» si legge nel suo profilo X; esattamente sulla piattaforma di Elon Musk che ieri era aveva insultato ancora una volta il cancelliere Olaf Scholz definendolo «uno scemo» e annche «inutile» alla luce dell’ennesimo attentato che a Berlino non sono riusciti a  sventare.

L’ipotesi secondo cui Al Abdulmohnsen ha agito da solo, seguendo unicamente un piano di  vendetta personale, per il momento sembra confermata soprattutto dalla smentita sul ritrovamento di una seconda auto oltre alla Bmw utilizzata per investire la folla al mercatino di Natale.

In ogni caso per escludere del tutto eventuali complicità bisognerà aspettare la fine delle indagini appena iniziate.

Dalle 03.45 di questa mattina l’abitazione del medico saudita nel comune di Bernburg, a pochi chilometri da Magdeburgo, viene messa sottosopra dagli agenti dell’unità antiterrorismo “Sek” alla ricerca di ulteriori indizi da aggiungere alla montagna di informazioni già di pubblico pubblico.

Sempre il profilo X di Al Abdulmohnsen – su cui spicca la silhouette del famigerato fucile d’assalto AR-15 (l’arma-simbolo dei massacri in Usa) – restituisce il movente dell’attacco nei «crimini commessi dalle autorità tedesche, pronte a imporre la Sharia in Europa perseguitando le rifugiate saudite», ma si trovano anche tracce della rete social messa in piedi in questi anni dallo psichiatra.

Fondatore del forum-web wearesaudis.net, considerato dalla Bbc come il portale di riferimento degli atei anti-wahabiti perseguitati dal regime di Mohammed Bin Salman, l’attentatore di Magdeburgo si definisce come un «membro dell’opposizione armata saudita» mentre preannuncia di avere in mano le prove dell’islamizzazione forzata della Bundesrepublik, prima di arrivare alle minacce.

«Se la Germania vuole la guerra, allora l’avrà, e se i tedeschi vogliono ucciderci, li massacreremo. Morire oppure andare in prigione a testa alta» sono i due prezzi messo in conto da Al Abdulmohnsen.

Altro che il ritorno dell’incubo Isis in Europa: a meno di improbabili e clamorose operazioni di false-flag, la strage di Magdeburgo somiglia piuttosto a una delle tante crociate ideologiche incistata nella galassia dell’internazionale dell’ultradestra.

Non a caso fra i retweet del saudita degli ultimi mesi spiccano gli slogan dei fascio-populisti di Alternative für Deutschland, ma anche le condivisioni delle immagini dei generali della Israel Defence Force impegnati a coventrizzare Gaza.

Tutto mentre Al Abdulmohnsen, arrivato in Germania come rifugiato nel 2006 e in possesso del permesso di soggiorno permanente, si faceva conoscere per il suo instancabile impegno a servizio della comunità locale. Non solo lavorava come psichiatra all’ospedale di Bernburg ma era pure inserito nel programma di riabilitazione sociale dei tossicodipendenti in una clinica vicina gestita direttamente dal Land della Sassonia-Anhalt.

Fin qui la dimensione nazionale. Sulla scena internazionale, invece, la strage è comunque un affare politico.

«L’Arabia Saudita aveva avvertito la Germania sull’attentatore» è il titolo della Bild destinato a sollevare l’ennesimo polverone sulla sicurezza, sebbene il vero nodo scomodo all’attenzione di chi governa la Germania sia assai più banale: come è stato possibile che un’auto abbia anche solo potuto avvicinarsi a un mercatino di Natale in Germania dopo il massacro di Berlino del 2016?

«Un buco nell’ampio sistema di dissuasori installati intorno alla bancarelle» è l’unica spiegazione fornita dalle autorità, mentre l’esperto anti-terrorismo Peter Neumann, professore al King’s College di Londra non si capacita della sorpresa “ideologica”. Dopo un quarto di secolo di esperienza nel settore mai mi sarei aspettato di trovarmi davanti alla strage di un ex-musulmano saudita di mezza età, che vive nella Germania dell’Est, ama Afd, e vuole punire i tedeschi per la loro tolleranza».

Nell’immagine: Il mercatino di Magdeburgo dopo l’attentato del 20 dicembre


Dopo Assad tocca all’Iran?

Un nuovo capitolo dello scontro tra il Vaticano e Israele sulla condotta dell'offensiva a Gaza. E Bergoglio denuncia: le autorità israeliane hanno impedito al cardinale Pizzaballa di entrare nella Striscia 

Di Lucia Borsatti, Valigia Blu

È da oltre due anni che dello slogan di origine curda ‘Donna Vita Libertà’ – il grido delle donne e della società civile iraniana contro l’apartheid di genere e le leggi liberticide della Repubblica Islamica – si appropriano forze e soggetti politici che poco hanno a che fare con i protagonisti interni di quel movimento. L’ultimo a farlo è stato, il 12 dicembre, il premier israeliano Benjamin Netanyahu, nel suo terzo messaggio video “al popolo iraniano” in pochi mesi. L’occasione è stata la caduta, pochi giorni prima, del governo siriano di Bashar Al Assad, messo in fuga dall’avanzata-lampo delle milizie di Hayat Tahrir al-Shams guidate da Abu Mohammad al-Jolani, alias di Ahmad Hussein al-Sharaa, da anni nelle liste dei terroristi di Usa, Europa, Gran Bretagna, Onu.

“Il futuro dell’Iran sarà ‘Donna Vita Libertà’ – ha detto Netanyahu, pronunciando lo slogan anche in persiano – e un giorno realizzeremo questo futuro insieme, molto prima di quanto si pensi. Sono certo che insieme faremo del Medio Oriente un faro di prosperità e pace”. Nel suo discorso ha anche cercato di interpretare il decennale malcontento di molti iraniani per il fatto che le risorse del paese sono state per decenni impiegate dal governo a favore degli alleati e delle milizie filo-iraniane nella regione (30 miliardi dollari ad Assad – aveva precisato, riprendendo una stima condivisa da varie fonti – altri 20 a Hezbollah, e altri ancora ad Hamas); e ha detto di immaginare quanto fossero “furiosi” per il fatto che quei soldi non fossero stati investiti in strade, scuole e ospedali in patria. Ma perché i loro governanti li hanno spesi altrove? Perché “vogliono conquistare altre nazioni e imporre la tirannia fondamentalista in Medio Oriente e in tutto il mondo”. Da parte sua Israele, ha proseguito, non cerca altro che difendere il proprio Stato, “ma nel farlo noi stiamo difendendo la civiltà contro la barbarie”. Quanto al cambio di regime in Siria,  lo ha definito un “risultato a catena” delle azioni militari di Israele contro Hamas e Hezbollah e di “tutti i colpi che abbiamo inferto all’asse del terrore del regime iraniano”. “Israele vuole la pace – ha concluso – con tutti quanti vogliano la pace con noi. So che anche voi la volete con noi”.

Come interpretare le reali intenzioni del premier israeliano dietro tanto ecumeniche parole? Ci ha subito pensato Iran International, importante sito dell’opposizione all’estero : “Invocando Donna, vita, libertà, Netanyahu afferma che Teheran è la prossima dopo Damasco”, titolava.

Il messaggio video di Netanyahu acquista però ulteriore rilevanza per l’essere stato ritwittato da Reza Pahlavi, cittadino Usa e principe erede dell’ultimo scià di Persia, che in questi due anni di mobilitazione per “Donna Vita Libertà” ha lavorato per assumere un ruolo di leadership dell’opposizione iraniana all’estero. “La pace e la stabilità dopo la caduta della Repubblica islamica – chiosa Pahlavi – non sono solo possibili, sono esattamente ciò per cui gli iraniani stanno combattendo. Per ottenerla è necessaria la massima pressione sulla Repubblica islamica e il massimo sostegno del popolo iraniano (…). Invito gli altri leader mondiali, invece di impegnarsi in inutili negoziati con il regime criminale, a coinvolgere direttamente la nazione iraniana”.

Sul piano formale, Pahlavi – che si dichiara “Sostenitore di una democrazia secolare in Iran” – torna a sostenere la “massima pressione” contro Teheran, tanto cara al presidente eletto Donald Trump, che già se ne era fatto esecutore nel suo primo mandato. Resta tuttavia poco chiaro cosa Pahlavi intenda per “sostegno al popolo iraniano”: come pensa di poter concretamente aiutare dall’esterno gli iraniani impegnati in patria nella ricerca di un’alternativa alla Repubblica Islamica? Chiarissima invece la sua scelta di campo: a fianco di Israele – il primo paese visitato nei suoi tour di auto-accreditamento all’estero sull’onda del movimento ‘Donna Vita Libertà’ – nella linea dura contro Teheran .

Da lunghi anni l’opposizione della diaspora si divide tra chi vorrebbe mettere in ginocchio la Repubblica Islamica con le sanzioni e chi invece, ritenendo che le prime vittime delle politiche di massima pressione e di un’eventuale guerra sia la popolazione iraniana, continua a credere nella diplomazia come unica strada praticabile. La novità sta però nel fatto che, con la caduta di Assad e l’offensiva israeliana contro Hamas e Hezbollah, le massicce distruzioni delle strutture militari siriane nei raid di Tel Aviv e il blocco delle vie di rifornimento agli stessi proxy su quel territorio, la Repubblica Islamica ha perso una pietra miliare di quella sorta di cordone sanitario – a difesa propria e del territorio nazionale – che per decenni è stata la rete di milizie filo-iraniane nella regione: una rete ideologicamente intesa come “Asse della resistenza contro Israele e gli USA a difesa della causa palestinese”, le cui reali intenzioni sono oggetto di intenso dibattito anche in questi giorni.

Dopo la caduta di Assad, le pressioni per quella della Repubblica Islamica

Quello che Pahlavi e Netanyahu non dicono agli iraniani lo spiega agli americani un servizio di Fox News. “Con la caduta del presidente e una nuova Casa Bianca all’orizzonte, i leader della resistenza iraniana e i legislatori statunitensi hanno iniziato a esprimere la speranza che l’Iran possa rovesciare la propria leadership in modo simile, con l’aiuto degli Stati Uniti”.

“Un gruppo bipartisan di senatori – prosegue l’articolo – si è espresso a favore del rovesciamento dell’ayatollah iraniano Ali Khameini, sia attraverso un ritorno alla campagna di ‘massima pressione’ dell’ex presidente Trump tramite sanzioni, sia sostenendo il movimento di resistenza iraniano, un tassello che mancava durante la prima amministrazione Trump”.

Fra gli interpellati Sam Brownback, già ambasciatore per la Libertà religiosa internazionale nella precedente amministrazione Trump: “C’è una reale possibilità di un cambio di regime in questo momento, è l’unico modo per fermare un’arma nucleare”, dice aggiungendo: “Dobbiamo sostenere politicamente l’opposizione all’interno dell’Iran. Fornire loro equipaggiamento, fornire loro informazioni… il regime non se ne andrà così. Bisogna costringerli ad andarsene”.

L’occasione per parlarne era un dibattito al Senato cui partecipava Maryam Rajavi, la presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana. Rajavi è l’erede dei Mojahhedin-e Khalq (Mek o Mko o Pmoi), un gruppo di ispirazione islamo-marxista che ebbe un ruolo importante nella rivoluzione del 1979, ma poi finì per combattere la leadership khomeinista e schierarsi con Saddam Hussein nella lunga guerra Iran-Iraq: scelta che molti iraniani non hanno mai perdonato al suo gruppo. Affrancati dalla lista delle organizzazioni terroristiche dell’Europa e degli Usa, rispettivamente nel 2009 e nel 2012, questi eredi dei Mojahedin del Popolo svolgono ora un’intensa attività di lobbying nei paesi occidentali. Tanto che Rajavi è stata invitata più volte a parlare anche nel Parlamento italiano: l’ultima in presenza nel luglio 2023, quando oltre 300 parlamentari di maggioranza e opposizione hanno sottoscritto il suo programma in dieci punti per un nuovo Iran.

“Il popolo, profondamente scontento e adirato – ha detto Rajavi – insieme alle unità di resistenza che fanno parte dell’Esercito della Libertà e sono la principale forza del cambiamento in Iran, stanno preparando una rivolta organizzata”. Ma la sua presenza non è affatto piaciuta ai sostenitori di Pahlavi, come rileva Tara Riva, attenta osservatrice delle dinamiche della diaspora  e che segnala fra altri il post in cui una politica irano-canadese, Goldie Kaamari, accusa Fox News di “promuovere culti islamo-marxisti anti-imperialisti” e dar voce a un gruppo che sarebbe disprezzato dagli iraniani “più del regime islamico terrorista in Iran”.

Un nuovo allarme per una sempre più possibile guerra contro l’Iran giunge invece dal National Iranian American Council (NIAC). “Alcuni sosterranno che l’Iran è una tigre di carta e che ora è il momento di sfruttare il vantaggio con un’azione militare diretta contro l’Iran”,  scrive il direttore Ryan Costello. Ma quest’azione, prosegue, “sarebbe un terribile errore che si ritorcerebbe invece contro Stati Uniti, Israele e altri attori, e garantirebbe che l’Iran militarizzi il suo programma nucleare, causando al contempo immense sofferenze ai civili. Invece, la nuova amministrazione statunitense dovrebbe proteggersi da ulteriori shock perseguendo una de-escalation con l’Iran sul dossier nucleare e sulla sicurezza regionale”.

Ma la guerra aperta contro Teheran, ci permettiamo di aggiungere, non è l’unico scenario possibile per il futuro. Come insegna la stessa vicenda siriana, che molti iraniani da anni temono possa ripetersi anche nel loro paese, vi sono altre forme di guerra spuria capaci di destabilizzare i regimi dall’interno: dai sabotaggi agli attentati (già frequentemente sperimentati in Iran e attribuiti a Israele), dalla mobilitazione e dal sostegno di milizie armate che attingono a diversi bacini di malcontento o pulsioni separatiste ai possibili interventi occulti in legittime manifestazioni di piazza, per farne strumento di altre agende politiche.

Trump ancora ermetico sull’Iran, mentre i suoi pensano di attaccarne le strutture nucleari

Da parte sua, il presidente eletto Donald Trump, che in passato si era mostrato più propenso a rinnovare la massima pressione per costringere Teheran a un accordo, non è stato troppo rassicurante nei suoi più recenti interventi. “Tutto può succedere. È una situazione molto volatile”, ha risposto sulla possibilità di una guerra con l’Iran in un’intervista al Time, aggiungendo di non essere a conoscenza dell’iniziativa di Elon Musk, scelto per la sua squadra di governo, di incontrare nel novembre scorso l’ambasciatore iraniano all’ONu. Intanto, però, il Wall Street Journal sosteneva che il presidente eletto stava soppesando, tra le opzioni per impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare, anche attacchi aerei preventivi. L’azione militare, secondo il quotidiano spesso allineato con i falchi anti-iraniani, “è ora sottoposta a una revisione più seria da parte di alcuni membri del suo team di transizione”, che stavano valutando le conseguenze della caduta di Assad in Siria. Del resto lo stesso Trump, in interviste e dichiarazioni precedenti, aveva escluso che Teheran potesse dotarsi di armi atomiche.

Trump senza vergogna, insomma, se si pensa che proprio lui nel suo primo mandato, nel 2018, aveva unilateralmente ritirato gli USA da quell’accordo (il JCPOA) faticosamente raggiunto tre anni prima dall’amministrazione Obama, e che avrebbe garantito un forte ridimensionamento del programma nucleare di Teheran. E che proprio lui, spingendosi a uccidere il comandante dell’unità Al Qods dei Pasdaran Qassem Soleimani, il 3 gennaio 2020, aveva innescato quella spirale dell’arricchimento dell’uranio che ha portato la Repubblica Islamica ad avvicinarsi alla soglia della capacità di costruirsi un’arma atomica.

La Repubblica Islamica al bivio

Il futuro del programma nucleare è una delle questioni principali al vaglio della dirigenza iraniana. Lo scambio di attacchi diretti degli ultimi mesi con Israele – che avrebbe arrecato considerevoli perdite alle strutture militari sul suo territorio – insieme al depotenziamento di Hamas e Hezbollah e ora alla caduta dell’alleato siriano – ha certo portato a riconsiderare l’opportunità di dotarsi davvero di ordigni atomici, quale strumento di deterrenza più efficace di quelli fin qui adottati.

Il tema è stato apertamente discusso negli ultimi mesi a Teheran, con molti convinti che, se avesse avuto veramente un arsenale nucleare come il vicino Pakistan e lo stesso Israele, la Repubblica Islamica sarebbe stata al sicuro da ogni minaccia. Ma una decisione in tal senso presa ora, per i diversi mesi necessari alla sua attuazione, esporrebbe ancor più l’Iran a un attacco preventivo. Anche in questa luce si può dunque leggere la rinnovata disponibilità di Teheran a maggiori poteri ispettivi dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) – il presidente Masoud Pezeshkian si era guadagnato del resto l’elezione convincendo gli elettori incerti con la sua promessa di riaprire il dialogo con gli Usa proprio sul nucleare. Contestualmente, tuttavia, è stato annunciato il varo di nuove centrifughe avanzate e un aumento della produzione di uranio arricchito alla soglia critica del 60%.

Insomma, anche in questi ultimi giorni Teheran ha continuato a fare del proprio nucleare una leva negoziale, secondo uno schema di gioco già noto, ma anche giustificato dagli ultimi segnali, tutt’altro che positivi, dall’Europa. Il 9 dicembre Londra, Parigi e Berlino hanno infatti condannato l’Iran per le sue ultime mosse, annunciando la possibilità di un ritorno delle sanzioni ONU tramite il ricorso al meccanismo dello ‘snapback’: un ripristino delle sanzioni ancora possibile fino all’ottobre 2025, in forza di quel JCPOA formalmente ancora in piedi, ma che nemmeno quelle tre capitali, e l’Europa tutta, rispettano nella sostanza.

Tutto questo mentre la dirigenza iraniana, ben consapevole di quanto la caduta di Assad la lasci con i fianchi pericolosamente scoperti, anima un vivace dibattito sulle ragioni di quanto avvenuto e su come gestirne le conseguenze. In questi decenni la stessa Repubblica Islamica ha mostrato di avere capacità strategica e di adattamento di fronte alle nuove sfide, seppur al prezzo di difficili mediazioni tra le varie forze politiche e militari che intervengono nel processo decisionale.

Dopo averci pensato qualche giorno, il leader Ali Khamenei ha dichiarato in un discorso ufficiale che i primi “architetti, cospiratori e stanza di comando si trovavano negli USA e nel regime sionista”, non mancando tuttavia di citare il ruolo  di un “paese vicino”, riferito alla Turchia. Ma ha anche assicurato che l’Asse della Resistenza non ne era uscito indebolito, perché la resistenza non era una “struttura” ma “una fede profonda”, e l’impegno per la questione palestinese era ancora più grande nella regione.

Khamenei ha nel contempo accusato Assad e la debole reazione del suo esercito per l’avanzata dei miliziani di HTS in Siria. Accuse all’ex presidente sono giunte da più parti dell’establishment, anche in considerazione del fatto che vi erano da tempo i segni che la sua lealtà con Teheran stava venendo meno. Contestualmente, e nonostante l’ambasciata iraniana a Damasco sia stata saccheggiata durante la presa della capitale, vi sono evidenti segnali che la dirigenza sta considerando di stabilire una qualche forma di rapporto con i nuovi governanti della Siria, sul modello di quelli già avviata con gli scomodi vicini talebani in Afghanistan.

Il tema del consenso interno e lo stop alla nuova legge sul velo

Ma la fine della dinastia degli Assad – dopo 14 anni di una guerra civile seguita alle proteste di piazza di chi allora chiedeva più libertà e democrazia – porta con sé un altro avvertimento per la Repubblica Islamica: la necessità di non alienarsi troppo il consenso interno. Un tema particolarmente urgente in Iran, alla luce di una perdurante crisi economica che logora il potere d’acquisto anche delle classi medie, della prospettiva di un lungo inverno con forniture di gas ed elettricità insufficienti e una profonda insofferenza e ribellione, nella società e in particolare tra i giovani e le donne, per la pesante repressione del dissenso e per non più accettabili restrizioni delle libertà personali.

È per questo che la decisione di sospendere l’applicazione delle nuove misure per imporre l’obbligo del velo che, dopo un lungo iter legislativo, dovevano entrare in vigore il 13 dicembre, assume un particolare rilievo. A deciderlo è stato addirittura, su richiesta del governo Pezeshkian, il Consiglio Supremo per la sicurezza nazionale: l’organo dove si compiono collegialmente le scelte più cruciali per il paese e le cui deliberazioni hanno sempre l’implicito consenso della Guida, che ne nomina il segretario generale. Uno stop sicuramente significativo per la legge “A sostegno della famiglia tramite la cultura della castità e dell’Hijab”, che continuava a suscitare un diffuso dissenso (critico anche il presidente riformista) e rispondeva con pesanti sanzioni al costume ormai diffuso tra le donne di non portare affatto il velo nei luoghi pubblici. Contestualmente è stata scarcerata Parastoo Ahmadi, la coraggiosa cantante che, con le spalle e i capelli scoperti e un ciondolo con la forma dell’Iran al collo, aveva cantato in un concerto senza spettatori ma diffuso in modo virale su youtube. Una vera propria sfida, sostenuta dai quattro musicisti uomini che aveva accanto, in cui Parastoo Ahmadi ha potentemente incarnato il messaggio di resistenza del movimento ‘Donna Vita Libertà’. Uno slogan di cui, come si è detto all’inizio di questo articolo, molti si sono appropriati fuori dall’Iran. Ma che si potrebbe anche leggere come un auspicio e come monito per tutti i guerrafondai: la società civile iraniana può anche farcela da sola e senza interessate interferenze altrui.

Nell’immagine: un incontro fra l’Ayatollah Ali Khamenei e Bashar al-Assad nel 2019