Con la caduta di Assad è finito il colonialismo

 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Era rimasto il solo, il regime di Bashar al-Assad, ultimo testimone di quel modello di statualità nato sui valori cardine delle lotte per l’indipendenza dalla presenza coloniale: nazionalismo, smantellamento della vecchia élite di aristocratici filoccidentali, potere alla nuova borghesia di burocrati e militari, avversione allo stato d’Israele e difesa a oltranza della causa palestinese. Questa idea di stato, sin dagli anni Cinquanta e attraverso l’esperienza rivoluzionaria dell’Egitto di Gamal’Abd al-Nasser, aveva cercato in tutti i modi di superare il sistema coloniale occidentale con la creazione di regimi carismatici e autoritari, che traevano la loro forza da un’amministrazione statale iper-burocratizzata e tentacolare, da un capillare controllo della società e dall’appello a una rigorosa e indiscutibile identità nazionale.

Tali regimi, evolutisi nell’Egitto di Mubarak, nella Libia di Gheddafi, nella Siria di Hafiz al-Assad prima, e di Bashar figlio dopo, fino all’Iraq di Saddam Hussein, si sono nel tempo ristrutturati nelle forme del potere attuali, mantenendo lo stesso fine, ossia rimanere ai vertici dello stato per decenni, forti di un disfunzionale «familismo identitario» incentrato su una casta, quella dei militari, o su una tribù, un clan, o su un gruppo religioso (gli alawiti, nel caso siriano).

L’eredità coloniale era stata distrutta, ma rimaneva un dettaglio fondamentale, ossia che molti di questi stati arabi poggiavano su confini artificiali disegnati dall’Occidente su realtà territoriali plurali, abitate da molteplici comunità etniche e religiose, la cui presenza ne sostanziava la naturale fragilità. Dai resti dell’Impero Ottomano nel Levante erano nati l’attuale Siria, il Libano, l’Iraq, la Giordania, la Palestina mandataria, riconosciuti ufficialmente dalla Conferenza di Parigi nel 1920.

Per tenere assieme questa frammentazione, le nuove leadership hanno puntato su rigidi processi di nation building: nessun riferimento ad appartenenze identitarie sub-nazionali, nessuna rivendicazione minoritaria, ammissibile era solo il riferimento allo stato nazionale. L’Islam, sebbene rimanesse la principale forza normativa della vita quotidiana della maggioranza, non doveva entrare nei confini della politica ma rimanere entro le frontiere della sfera personale, apoliticizzato nella sua azione: «Non si governa con il Corano», ripeteva Nasser.

Le cosiddette «Primavere arabe» esplose nel 2010 concorrono alla detonazione degli eredi di questo sistema statuale post-coloniale, mostrandoci tutte le sue distorsioni e le sue gracili fondamenta: sono crollati gli intoccabili ra’is, aprendo a un lungo periodo di instabilità politica e al ritorno delle rivendicazioni di quelle minoranze messe a tacere per anni che cercano di trovare il giusto riconoscimento, anche territoriale. Dalle ceneri di un Iraq distrutto dalla hybris americana, reclamano un governo equo gli sciiti, per rivalersi di anni di dominio di una minoranza sunnita che faceva capo a Saddam Hussein e che si disperde in cerca di collocazione (riempiranno le file dello Stato islamico); reclamano i curdi sparsi su vari stati, che vorrebbero un loro Kurdistan. Crolla la Libia e chiedono riconoscimento i berberi, che hanno aiutato i ribelli a far cadere il regime di Gheddafi, e nel caos generale, le tribù controllate dalla Jamahiriyya araba si rialzano, spaccando de facto la Libia in tre entità (Est, Ovest e Sud) e in una miriade di milizie, alleanze clanistiche, lealtà frammentate che non permettono la ricomposizione del Paese. E adesso la Siria del deposto al-Assad.

Collassa un regime che aveva resistito di padre in figlio per più di cinquant’anni, che aveva aggressivamente affrontato la rivolta del 2011 e prevalso su dieci anni di guerra civile, aiutato dai sodali regionali (Iran) e internazionali (Russia). Riemergono i gruppi jihadisti salafiti di marca sunnita che avevano sfidato il regime conquistando oggi il potere, i curdi li aiutano ma chiedono già un riconoscimento tangibile della loro realtà sul territorio; nel frattempo tremano i cristiani spaventati dalla possibile instaurazione di uno stato islamico (anche se moderato nelle intenzioni), mentre gli alawiti cercano di immaginarsi un futuro nella nuova Siria.

Tuttavia, in questa trasformazione, nel collasso delle strutture statuali uscite dal colonialismo, non si vede ancora una nuova riaggregazione, perché lo Stato nazionale gode di una fortissima resilienza, una vischiosità istituzionale rafforzata dal sistema post-1945. Un simulacro statuale che rimane in vita, sebbene retto da regimi fantoccio, per volere del sistema internazionale che tende a difenderlo, rifiutandone la morte: tutte le rivendicazioni devono rimanere all’interno della struttura crollata, dei confini ufficiali che continuano a essere considerati il riferimento. Li reputano tali anche le Nazioni Unite, che faticano sempre ad accettare mutamenti territoriali.

La scomposizione dello Stato è difficile, il tradizionale sistema appare bloccato, l’impianto statuale muore ma non sa esprimere altro.

In Siria assistiamo a questo processo: il sistema tenderà a conservare la struttura ufficiale dello stato e i diversi movimenti etno-religiosi dovranno lottare all’interno di questa contesto. L’esito finale potrebbe trarci in inganno: non si rischia una cantonizzazione del Paese, come molti denunciano, ma un ritorno della guerra civile per un riconoscimento identitario e, dunque, territoriale negato, i cui esiti umanitari rischiano di essere drammaticamente incalcolabili


Zelensky, dal «piano della vittoria» alle due Ucraine

 

Di Alberto Negri, il manifesto

Come c’erano una volta due Germanie, ci saranno due Ucraine. Zelenski riconosce ora quello che la gran parte dei governi occidentali, a cominciare da quello americano, pensa da tempo: l’esercito ucraino non ha i mezzi militari né gli uomini necessari per riconquistare la Crimea e il Donbass. E non li ha mai avuti già dal 2014.

Quando la Russia, con i ribelli filorussi – e anni di guerra civile -, occupò quei territori. Era solo la metà dell’ottobre scorso quando Zelenski presentava il suo «piano per la vittoria», adesso ha ammesso, in videoconferenza con i lettori del quotidiano Le Parisien, che l’Ucraina «non ha la forza di riconquistare la Crimea e il Donbass, de facto – ha dichiarato – questi territori sono controllati dai russi. Possiamo contare solo sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin al tavolo dei negoziati».

GLI UCRAINI DEVONO dunque prepararsi a cedere almeno una parte di quel 20% conquistato con la forza dai russi, questo è il messaggio. Zelenski ne ha preso atto, anche se poi bisognerà capire che cosa si debba intendere per “Donbass”, se tutto il territorio occupato tra il 2022 e il 2024 o solo i distretti di Donetsk e Lugansk controllati da Mosca fin dal 2014. Ma di fatto il presidente ucraino accetta che il Paese sarà diviso in due parti per alcuni anni (forse per molti anni) con una formula transitoria, almeno finché al potere a Mosca ci sarà questo regime. Con l’elezione di Trump, Kiev ha capito che rischiava di essere abbandonata al suo destino, come dimostrava il tweet volgare con cui il figlio del presidente eletto statunitense paragonava gli aiuti a un paese aggredito a una «paghetta» per Zelensky.

ORMAI SONO cambiati i termini della questione ucraina. Dopo gli annunci roboanti, sotto l’effetto Trump siamo passati dalla questione dei territori a quella della sicurezza. L’Ucraina aveva posto il ripristino della sovranità piena come condizione imprescindibile per mettere fine alla guerra ma il rapporto di forze sul campo, diventato sempre più favorevole alla Russia che continua a bombardare a tutto spiano anche i civili, ha reso questa ipotesi di fatto impossibile, sicuramente molto lontana e costosa in termini di vite umane e di sostegno economico occidentale. Oggi l’Ucraina sa che dovrà sacrificare i territori conquistati dalla Russia in attesa di giorni migliori, in uno scenario che ricorda appunto le due Germanie (separate per decenni ma che alla fine si sono riunite).

L’UCRAINA, in cambio dei sacrifici territoriali, chiede reali garanzie di sicurezza, in modo da assicurarsi che il conflitto non riprenda non appena l’Occidente volterà le spalle. Quali potrebbero essere queste garanzie? L’adesione dell’Ucraina alla Nato sarebbe la garanzia suprema, grazie all’articolo 5 che prevede la solidarietà automatica in caso di aggressione. Ma Putin non lo accetterà mai e Trump è della stessa opinione. Si sta discutendo quindi un’altra opzione: lo schieramento in Ucraina di truppe dei paesi Nato che agiscano indipendentemente e offrano una garanzia concreta di difesa della sovranità del paese, oppure quella di truppe europee ma sotto l’egida delle Nazioni unite.Il fatto che i leader europei ne parlino è già un passo avanti ma non a tutti piacciono questi discorsi. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che «concentrarsi sui negoziati di pace aiuta la Russia».

A RUTTE, CHE DEVE essere uno stratega da divano, deve essere sfuggito qualche passaggio, dall’arrivo alla Casa bianca di un presidente che si è vantato di poter risolvere la guerra in Ucraina nell’arco di 24 ore, ma soprattutto che l’Ucraina è un Paese esausto. Nei primi 10 mesi di quest’anno hanno disertato più soldati ucraini che nei due anni precedenti di guerra, il che evidenzia la difficoltà di Kiev nel ricostituire la prima linea mentre la Russia conquista sempre più territorio nell’Ucraina orientale: più di 100mila soldati sono stati incriminati in base alle leggi sulla diserzione in Ucraina dall’invasione della Russia nel 2022, secondo i dati del procuratore generale di Kiev. Anche i russi sono stanchi di guerra e la crisi economica morde ma Putin conta sui mercenari e persino sulle truppe nordcoreane.

RUTTE, CHE IERI era a cena con Zelesnki a Bruxellex dove si svolgeva un vertice ristretto sull’Ucraina, continua a insistere che bisogna prepararsi alla guerra, all’aumento delle spese militari anche a costo di tagliare le spese per il welfare: ma forse dal presidente ucraino questa volta sentirà una musica un pò diversa. Perché lo stesso Zelesnki non appare più tanto saldo in sella. L’attentato che ha eliminato a Mosca il generale Kirillov rivendicato dall’Sbu, i servizi di sicurezza ucraini, significa che l’Ucraina vuole portare la guerra nel cuore della società russa, in modo che anche la popolazione russa ne subisca gli effetti in un momento in cui le città sono bombardate quotidianamente da Mosca. Ma mentre si attende la rappresaglia di Mosca – che ha arrestato per l’assassinio un giovane uzbeko – Zelenski ha già alzato la posta: ora dovrà far accettare l’esistenza di due Ucraine, un cambio di rotta vertiginoso che può costargli caro.

Nell’immagine: I militari ucraini in una trincea in prima linea, vicino a Bakhmut, regione di Donetsk 


Mercosur-Ue: vincitori e vinti. Ora è il turno della Svizzera

 

L’intesa firmata a inizio mese dalla presidente della Commissione Ue e il blocco dei Paesi sudamericani del Mercosur mette la parola fine a una maratona negoziale di 25 anni (1999-2019). Ma spacca l’Unione dei 27.

Se il più è fatto, il peggio (forse) deve ancora arrivare. Il trattato deve infatti passare al vaglio del Consiglio europeo e del parlamento europeo. I 27 hanno posizioni diverse tra di loro ma la Commissione potrebbe riuscire a forzare la mano decidendo una base giuridica che preveda un esito positivo del voto con la sola maggioranza qualificata. Per l’ entrata in vigore se ne riparlerà sicuramente non prima della seconda metà del 2025.     

Il fronte dei Paesi contrari è ampio. Capitanato dalla Francia, vede allineati anche  Polonia, Belgio, Austria e Irlanda. Le ultime posizioni espresse dal governo italiano di Giorgia Meloni in occasione del G20 in Brasile sembravano allinearsi ai cugini d’Oltralpe. 

Che senso ha un accordo che si è iniziato a negoziare nel secolo scorso?

 I negoziati sono iniziati alla fine dello scorso millennio, il mondo era diverso da oggi. Basti pensare che nel 2001 la Cina faceva il suo ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio con la benedizione di Bill Clinton, allora presidente USA, il quale immaginava che iniziasse qui il processo di democratizzazione di Pechino. Le cose, come sappiamo, sono andate diversamente. Il punto non è la Cina o, meglio, è anche la Cina, ma quanto attuale sia un accordo i cui termini puramente commerciali siano stati negoziati in un arco di tempo così lungo, anche se in parte rivisti nelle ultime tornate negoziali.

Stando alle parole di Ursula von der Leyen tutti vincono e nessuno perde. 

L’intesa è definita storica da Bruxelles, crea un mercato di oltre 700 milioni di consumatori, prevede complessivamente la soppressione dei dazi per oltre il 90% delle importazioni dal Mercosur nell’Ue e dell’import dall’Ue per i Paesi dell’America latina. Per l’Unione dei 27 significherà un risparmio di circa quattro miliardi di euro.

Nel 2023 le esportazioni europee verso i quattro Paesi del Mercosur hanno raggiunto i 55,7 miliardi di euro (nello stesso anno l’export verso gli Stati Uniti è stato di quasi dieci volte maggiore raggiungendo i 502 miliardi di euro), mentre quelle del Mercosur verso l’Ue si sono attestate a 53,7 miliardi di euro. I numeri sono destinati a crescere.

I termini dell’accordo in sintesi

Nello specifico l’accordo prevede l’eliminazione dei dazi sull’82% dei prodotti agricoli del Mercosur, del 93% dei prodotti europei. Ci saranno quote per prodotti considerati sensibili, come la carne di manzo e la carne di pollo.  Nel giro di dieci anni, verranno revocati i dazi dei prodotti industriali provenienti dal Mercosur, e quest’ultimo li eliminerà sul 90% dei prodotti industriali europei. 

L’automobile è stata un nodo negoziale importante: una clausola particolare tutela il settore dell’automotive e l’auto elettrica targata Ue resta uno dei punti più delicati dell’accordo. Il timore del Brasile e degli altri Paesi latino-americani è che le materie prime indispensabili all’industria europea, come litio e rame, possano venir acquistate dai 27 e tornino indietro sotto le più svariate forme. Come le auto, appunto. 

Le automobili europee oggi varcano i cancelli del continente al fronte di tariffe pari al 35%, per cercare di limitare i timori sudamericani: così, l’intesa firmata da von der Leyen prevede un periodo di transizione di 18 anni, contro i 15 previsti nel 2019, per arrivare all’eliminazione dei dazi. 

Anche Bruxelles ha battuto i pugni sul tavolo a difesa dei propri interessi e valori ottenendo impegni vincolanti sul rispetto dell’Accordo di Parigi  e lo stop della deforestazione entro il 2030.

Agricoltura, le dolenti note per la fattoria d’Europa 

Sul piano dell’industria agricoltura, i termini dell’accordo erano stati stabiliti già nel 2019. Termini che vanno stretti alla Francia, considerata “la fattoria del Vecchio Continente”. Il presidente Emmanuel Macron a più riprese ha dichiarato che “così com’è, il trattato con il Mercosur non è accettabile”;  e stavolta anche le associazioni di categoria francesi si sono battute col loro capo dello Stato,  e continuano a farlo. Nonostante l’accordo preveda che i Paesi del Mercosur rispettino gli standard fitosanitari europei e quelli dell’Organizzazione internazionale del lavoro, in Francia si ha più di un dubbio. Non meno preoccupato sull’uso di ormoni e pesticidi vietati nell’Unione dei 27 è il “Copa Cogeca”, l’associazione europea degli agricoltori.

Se la Francia non ha fretta (ed è una forma di opposizione), Germania e Spagna premono invece sull’acceleratore. La Spagna non guarda solo alle relazioni storiche che la legano al continente sudamericano ma, come ha dichiarato il premier Pedro Sánchez, l’intesa getta un ponte economico senza precedenti fra Europa e America Latina.

La Germania, che si avvia a elezioni anticipate, deve far fronte a una delle peggiori crisi economiche della sua storia post-bellica e spera nell’accordo per ridare gas a produzione e soprattutto export. Secondo i dati della Commissione Ue, oggi le esportazioni tedesche verso il Mercosur ammontano a 15,4 miliardi di euro all’anno, 12mila le imprese coinvolte, che garantiscono qualcosa come 244.000 posti di lavoro.

L’Istituto economico tedesco – in base alle cifre calcolate con il Global Trade Analysis Project, Gtap – ritiene che gli effetti economici complessivi saranno probabilmente limitati: tra il 2024 e il 2040 nell’Ue il Pil potrebbe crescere solo dello 0,06%, pari a circa 11,3 miliardi di dollari. Il maggiore beneficiario potrebbe essere il Brasile, con una crescita del Pil dello 0,46%, che equivarrebbe a 9,3 miliardi di dollari. Ma – in una fase di difficoltà senza precedenti – l’industria automobilistica tedesca non attende altro. Nel 2023 secondo l’Associazione dell’industria automobilistica sono state esportate solo 20.700 auto tedesche verso Argentina e Brasile. 

Oltre all’ aspetto economico, l’accordo ne ha uno geopolitico e geostrategico decisamente non trascurabile. Serve a mettere in difficoltà i cinesi che da oltre dieci anni insidiano con il proprio soft power la regione. L’inaugurazione del mega porto di Chancay in Perù lo scorso 15 novembre è sola la punta dell’iceberg della strategia della Repubblica popolare che sa guardare molto lontano. 

Soprattutto l’Europa ma anche gli Stati Uniti non possono più permettersi di stare con le braccia conserte. E neppure la Svizzera che a sua volta sta negoziando un accordo simile con i Paesi del blocco sudamericano dal 2017.

Nell’immagine: tra i contrari all’accordo anche le organizzazioni ambientaliste


Ieri

 


Nuove centrali nucleari in Svizzera? Una pessima e costosissima idea

 

Stando al ministro dell’energia Albert Rösti, negli ultimi anni vi sarebbe stato un “cambiamento di paradigma”, e ha citato quali motivi principali: la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle importazioni di gas russo e sulla sicurezza energetica della Svizzera, la forte crescita della popolazione e di conseguenza il crescente fabbisogno di elettricità, il lento sviluppo delle energie rinnovabili dovuto ai ricorsi legali che complicherebbero ulteriormente le cose e la nuova legge che richiede la neutralità climatica entro il 2050 e di conseguenza la necessità di ridurre a zero l’utilizzazione di carbone, petrolio e gas.

La mossa del governo non sorprende più di quel tanto quando si sa che dei suoi 7 membri 4 sono esponenti dell’UDC e del PLR, i due partiti di destra dichiaratamente favorevoli al nucleare e che lo stesso ministro Rösti, non solo è stato dal 2015 al 2022 presidente di Swissoil, la lobby degli importatori di petrolio, un mandato scomparso come per incanto dalla sua biografia ufficiale, ma è stato anche presidente dell’UDC dal 2016 al 2020, il partito che si è opposto con veemenza, ma senza successo, alla nuova legge sull’energia che incentiva il dispiegamento delle rinnovabili. Ma vediamo dunque in dettaglio quali sono le prospettive reali del nucleare civile nel mondo e in Svizzera.

  1. L’energia nucleare è la più cara in assoluto

A livello globale, eolico e fotovoltaico sono oggi di gran lunga le forme di energia più a buon mercato, anche tenendo conto della necessità di stoccare l’elettricità in batterie, per compensarne la resa discontinua. D’altro canto l’energia nucleare è oramai la più cara in assoluto. Ciò vale in particolare per i reattori nucleari di ultima generazione, i cosiddetti EPR. I costi indicati nella tabella sottostante tengono conto dei tempi necessari alla costruzione degli impianti, della loro durata di vita, del capitale investito e dei tassi d’interesse, delle spese di gestione e di manutenzione, dei costi dei combustibili, della quantità di elettricità prodotta, dei costi dei certificati d’emissione di CO2 e delle spese di smantellamento degli impianti arrivati in fin di vita.

  1. In questi ultimi 2 decenni i costi di costruzione delle centrali nucleari sono letteralmente esplosi

Le norme di sicurezza delle nuove centrali nucleari sono state aggiornate a più riprese dopo le catastrofi di Cernobyl e di Fukushima. Ciò ha fatto lievitare i costi di costruzione. Ne sono esempi lampanti la costruzione delle ultime tre centrali realizzate o in via di realizzazione in Europa:

  • Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Costo previsto in origine 3.2 miliardi di Euro. Costo finale 11 miliardi di Euro. Durata dei lavori 2005-2022. La centrale è diventata operativa e allacciata alla rete il 16 aprile 2023
  • Centrale francese di Flamanville 3 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Tempo di costruzione stimato all’origine a 5 anni e il costo a 3.3 miliardi di Euro. La fattura finale dovrebbe situarsi attorno ai 19,1 miliardi di Euro (stima della Cour des comptes) e i lavori durano oramai da 17 anni. A inizio novembre 2024 questo reattore era in fase di test e non ancora collegato alla rete
  • Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C (2 reattori del tipo EPR di 3a generazione). Costo stimato in origine da EDF Energy per i due reattori: 19 miliardi di euro. Costo stimato finale stimato da EDF: fino a 56.9 miliardi di Euro. (Inizio dei lavori 2008, per una durata stimata allora a 13 anni. Stando alle ultime notizie la centrale non dovrebbe entrare in funzione prima del 2029-2030).

Dato l’enorme sorpasso dei costi preventivati, quest’ultima centrale non sarà mai redditizia, ecco perché, per poter terminare i lavori, il governo britannico ha dovuto concedere al consorzio costruttore della centrale sovvenzioni per un ammontare di 100 miliardi di Euro spalmati sull’arco di 35 anni. Da notare che già nel luglio 2016, quando l’ammontare totale dell’ammanco non era ancora noto, il National Audit Office (NAO) del Regno Unito aveva dichiarato che sarebbe stato più economico utilizzare le energie rinnovabili piuttosto che costruire Hinkley Point C.

  1. I tempi di realizzazione delle nuove centrali nucleari sono biblici

Se negli anni ’50 del secolo scorso la costruzione di una centrale nucleare durava meno di 4 anni, oggi questi tempi sono più che triplicati:

  • Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2: durata effettiva dei lavori 18 anni
  • Centrale francese di Flamanville 3: durata dei lavori stimata a 17 anni
  • Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C: durata dei lavori stimata a 21 anni

Se poi si tiene conto anche della progettazione, diventata molto più complessa e onerosa dopo i disastri di Cernobyl e di Fukushima, i tempi di realizzazione assumono connotati addirittura biblici.

  1. A livello globale la parte dell’energia nucleare è in netto declino

Il suo picco s’è registrato verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso, quando le centrali nucleari fornivano fino al 17.5% di tutta l’energia elettrica consumata nel mondo. Nel 2022 le centrali nucleari hanno prodotto solo il 9% dell’elettricità consumata a livello globale.

Le principali ragioni per cui se ne costruiscono sempre meno sono due:

  • i tempi di progettazione e di costruzione che superano allegramente i 20 anni
  • i costi di realizzazione sempre più proibitivi che ne compromettono la redditività

Da notare che senza i reattori costruiti in Cina il bilancio sarebbe molto più negativo. Fra il 2002 e il 2021 sono stati infatti dismessi 105 reattori, mentre quelli nuovi collegati alla rete sono stati 98, di cui 50 nella sola Cina. Negli USA, ad esempio, la costruzione degli unici 2 reattori andati in servizio nell’ultimo quarto di secolo è durata oltre 20 anni e, sempre negli USA, delle 27 richieste di licenza inoltrate negli ultimi 15 anni per la costruzione di nuovi reattori, solo 2 sono effettivamente in fase di costruzione.

  1. La ripresa del nucleare in Europa avrebbe costi astronomici

Un’alleanza di 15 Paesi dell’Unione Europea favorevoli all’energia nucleare afferma che, per raggiungere gli obiettivi di transizione energetica, l’Unione Europea avrebbe bisogno di ulteriori 50 GW di impianti nucleari entro il 2050, il che richiederebbe la costruzione di oltre 30 nuovi reattori (Fonte: Euractiv).

Quest’alleanza valuta i costi fra i 5 e gli 11 miliardi di Euro al GW. In realtà, tenendo conto dei costi di costruzione effettivi e attuali delle tre centrali citate sopra (21.5 miliardi di Euro in media per ogni reattore da 1.6 GW, ossia 13.25 miliardi a GW), l’investimento necessario ammonterebbe come minimo a 664 miliardi di Euro, senza contare il più che probabile rincaro durante la lunghissima fase di realizzazione.

Per fare un paragone: l’installazione ai costi attuali di una potenza di 50 GW di fotovoltaico commerciale (grandi impianti) costa meno di 50 miliardi di Euro (Fonte: Solar Modo), mentre l’installazione di una potenza di 50 GW di eolico commerciale (grandi impianti) costa, a seconda del tipo, da 50 a 250 miliardi (fonte: Energie Netze Deutschland).

  1. Il rendimento delle centrali nucleari è alla mercè della meteo: ondate di calore e di siccità ne compromettono il buon funzionamento

Contrariamente a quanto affermato dai fautori del nucleare, cioè che le centrali nucleari, a differenza delle energie rinnovabili che producono a intermittenza come l’eolico e il fotovoltaico, manterrebbero sempre un’operatività quasi totale, l’estate torrida del 2023 ha dimostrato che durante la siccità il rendimento delle centrali nucleari diminuisce o cessa addirittura a causa della mancanza di sufficienti quantità di acqua di raffreddamento per i reattori. Per alimentare i circuiti di raffreddamento dei loro reattori, le centrali nucleari pompano infatti acqua dai fiumi o dal mare (in Francia il 30% dell’acqua è utilizzata a questo scopo). Quando l’acqua diventa troppo calda, capita di non poter far girare i reattori alla massima potenza. Il problema non è nuovo: in estate la produzione di elettricità dei reattori nucleari francesi e svizzeri cala regolarmente e ciò proprio perché la temperatura delle acque dei fiumi aumenta. In passato, tuttavia, queste fasi critiche coincidevano in genere con la seconda metà di luglio e col mese di agosto, quando molte fabbriche sono chiuse, molti sono in vacanza e il consumo di elettricità è più basso del solito.

Il caldo anomalo che in questi ultimi anni ha colpito tutta l’Europa già a tarda primavera e a inizio estate ha però cambiato le carte in tavola e cade spesso in momenti in cui l’economia è ancora in piena attività. Ma non è tutto: spesso a mancare è addirittura l’acqua stessa. Nell’estate del 2019, ad esempio, una forte ondata di calore e un prolungato periodo di siccità hanno costretto i francesi a mettere in stand by 8 centrali nucleari, riducendo la capacità di generazione elettrica del parco nucleare francese dell’8%.

A inizio estate 2022, per tutta una serie di problemi legati alla manutenzione e a un’ondata anomala di caldo e di siccità, addirittura la metà dei 56 reattori francesi è stata messa fuori uso, riducendo la potenza quotidiana del nucleare francese al livello più basso degli ultimi 30 anni, ossia a miseri 30 GW, invece dei potenziali 60. Ciò ha costretto la Francia, da tradizionale esportatrice di elettricità, a importare elettricità rinnovabile dalla Germania. Ciò è successo proprio nel momento in cui l’Europa intera, a seguito all’invasione dell’Ucraina, era alla disperata ricerca di soluzioni alternative per ridurre la sua dipendenza energetica dal gas russo.

  1. Le centrali nucleari europee e svizzere dipendono dall’uranio fornito da paesi governati da dittature

Nel 2021 il Niger risultava il maggior fornitore di uranio all’Unione Europea, seguito dal Kazakistan e dalla Russia. Per quel che concerne il Niger basta ricordare che è stato teatro di un colpo di stato militare nel 2023, a seguito del quale i golpisti hanno espulso i militari francesi e americani che erano stazionati nel paese per sostenerlo nella lotta contro la Jihad Islamica e per proteggere gli impianti di estrazione dell’uranio. Oggi il Dipartimento Federale svizzero degli Affari Esteri sconsiglia viaggi in questo paese africano, essendo esso in preda a bande armate e a gruppi terroristici che vivono di contrabbando, rapine e sequestri. Per quanto riguarda la Russia, basta ricordare che è governata da Putin, un dittatore aggressivo e senza scrupoli che non ha esitato a tagliare le forniture di gas all’Europa per cercare di metterla sotto pressione durante l’invasione dell’Ucraina da parte del suo esercito.

Per quel che concerne l’uranio usato nelle centrali nucleari svizzere è da sottolineare il fatto che i 2 reattori di Axpo a Beznau lavorano esclusivamente con uranio russo e che anche a Leibstadt – pure gestita da Axpo – la metà dell’uranio utilizzato è russo. La Russia, un paese tutt’altro che affidabile, è dunque uno dei principali “partner” del settore nucleare svizzero, un fatto tutt’altro che rassicurante.

Da notare che i contratti per la fornitura di uranio sono per ora esclusi dalle sanzioni contro la Russia, ciò non ha tuttavia impedito al governo russo di limitarne recentemente l’esportazione verso gli Stati Uniti, in ripicca alla fornitura di missili americani di lunga gittata all’Ucraina.

  1. Il prezzo dell’uranio alle stelle

Nel 2020, il prezzo dell’uranio sui mercati internazionali era di 25 dollari per libbra. A inizio 2024 è lievitato a 106 dollari per libbra, il dato più alto mai toccato dal 2007, in crescita del 424% rispetto al periodo pre-Covid. I motivi di questa impennata hanno a che fare con la particolare situazione in cui versa il mercato. Da un lato vi sono le tensioni geopolitiche in particolare in Europa, dall’altro l’offerta è concentrata nelle mani di pochissime imprese, le quali alimentano l’incertezza sulle forniture. Come per il gas e il petrolio, i prezzi e le forniture di uranio sono quindi alla mercé delle speculazioni e delle fluttuazioni dei mercati internazionali e lungi dall’essere garantiti.

  1. Le centrali nucleari rappresentano un pericolo troppo grande per un paese piccolo come la Svizzera

Come per tutti gli impianti costruiti dall’uomo, anche per quelli nucleari la sicurezza assoluta non esiste e l’imprevedibile è sempre in agguato. Quel che può succedere in caso di catastrofe nucleare lo dimostra Chernobyl, dove ancora oggi, a quasi 40 anni dall’esplosione, esiste una zona di esclusione di 4’300 km2, una zona che rimarrà radioattiva per un tempo indeterminato. Si tratta di una superficie ora inabitabile pari circa all’insieme delle superfici di 9 cantoni svizzeri, ossia di Uri (1077 km2), Svitto (908 km2), Obvaldo (491 km2), Nidvaldo (276 km2), Glarona (685 km2), Appenzello Interno (173 km2), Appenzello Esterno (243 km2), Zugo (239 km2) e Sciaffusa (299 km2). Ci si può quindi facilmente immaginare l’impatto che una simile catastrofe in una centrale nucleare svizzera avrebbe sul nostro paese.

  1. Vale la pena ricordare anche i costi esorbitanti dei due maggiori disastri nucleari

Stando a un bilancio stilato dalla University of Southern California, il disastro nucleare Chernobyl è costato nei 30 anni successivi circa 700 miliardi di dollari, di cui 235 miliardi a carico della Bielorussia, 240 miliardi a carico dell’Ucraina e il resto a carico della Russia. Anche il disastro nucleare molto più recente di Fukushima si sta rivelando estremamente costoso per il Giappone. Stando al Comitato giapponese sui conti pubblici, sono stati spesi finora la bellezza di 146 miliardi di Euro. A 13 anni dal disastro, oltre la metà di questi fondi è stata impiegata per lo smaltimento delle acque radioattive e delle macerie degli impianti andati distrutti dalle esplosioni, attività tutt’altro che completate. Stando alla TEPCO, la Tokyo Electric Power Co, che gestisce la centrale, i lavori per garantire la sicurezza dell’impianto dureranno ancora almeno dai 30 ai 40 anni. Importante sottolineare che le ultime relazioni sui progressi realizzati sul campo sono tutt’altro che positive. Infatti i test effettuati per tentare di rimuovere il materiale radioattivo dal reattore numero 2 tramite apparecchi robotizzati sono per ora falliti.

Da notare che, per calcolare il premio di una ipotetica assicurazione di responsabilità civile per una centrale nucleare, il consorzio assicurativo “Versicherungsforen Leipzig GmbH” parte da un danno possibile che potrebbe ammontare fino a 6’090 miliardi, tenendo conto di tutti i costi di un incidente nucleare, ossia anche di quelli dello smaltimento delle macerie radioattive, della loro sorveglianza a lungo termine, delle richieste di risarcimento e di indennizzo di coloro che saranno stati evacuati e che non potranno più rientrare nelle loro abitazioni o delle loro imprese, del loro reinsediamento, della decontaminazione e della ricostruzione delle zone contaminate e dei costi sanitari a lungo termine.

  1. Le centrali nucleari rappresentano un grave pericolo in caso di conflitto armato

Basta ricordare come durante l’invasione dell’Ucraina, il presidente Putin abbia ordinato alle sue truppe di attaccare e occupare la centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, come pure le rovine della centrale di Chernobyl. La sola minaccia di bombardare una centrale nucleare può mettere in scacco le truppe di un paese attaccato.

  1. Lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari è lungi dall’essere risolto e provocherà costi enormi

Nel 2003 la Gran Bretagna ha spento la sua centrale nucleare di Sellafield, adibendo il sito soprattutto al trattamento e allo stoccaggio delle scorie radioattive e del materiale proveniente dallo smantellamento di centrali nucleari dismesse. Questo sito, considerato il sito industriale più pericoloso d’Europa, è stato definito da un ex segretario di stato britannico come un “pozzo senza fondo di inferno, di denaro e di disperazione”. Infatti nel corso degli anni i costi per mettere in sicurezza gli edifici in cui vengono immagazzinate le scorie radioattive e per decontaminare l’intero sito hanno preso l’ascensore e ammontano oramai a oltre 3,2 miliardi di euro all’anno (£2.7bn), causando, secondo un rapporto del National Audit Office (NAO), tensioni con il ministero britannico delle finanze. Secondo il NAO i progressi fatti a Sellafield per rendere sicuro il sito sono molto più lenti del previsto e tre dei suoi impianti di stoccaggio provvisorio più pericolosi rappresentano un “rischio intollerabile”.

Oggi si prevede che lo smantellamento degli impianti di Sellafield costerà allo stato in totale oltre 163 miliardi di euro (136 miliardi di sterline), ossia oltre 25,5 miliardi di euro in più di quanto stimato appena cinque anni fa. In particolare, secondo i piani attuali, lo smantellamento dovrebbe durate un intero secolo ed essere terminato nel 2125, quando le scorie nucleari dovranno essere sotterrate in una regione inglese tuttora ignota.

  1. E qual’è la situazione in Svizzera?

A oltre 55 anni dalla messa in servizio della prima centrale nucleare svizzera lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari non è ancora stato risolto. Nel 1973, cioè oltre 50 anni fa, la Confederazione e gli operatori delle centrali nucleari svizzere hanno fondato la NAGRA (Nationale Genossenschaft für die Lagerung radioaktiver Abfälle), la cooperativa responsabile dello smaltimento e dello stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie radioattive prodotte in Svizzera. Finora la NAGRA ha speso 250 milioni di franchi solo per cercare un posto dove sotterrare questi rifiuti in modo sicuro per i prossimi 200’000 anni. A fine 2022 la NAGRA ha annunciato di avere identificato una zona idonea per un deposito di scorie altamente radioattive e ha presentato a fine 2024 la domanda di autorizzazione a procedere per la pianificazione del deposito, dopodiché la decisione di approvare il progetto spetterà al governo e all’Assemblea federale, una decisione che con ogni probabilità sarà sottoposta a referendum, da tenersi probabilmente non prima del 2031, Qualora tutto dovesse andare filare liscio, la costruzione del deposito potrebbe iniziare attorno al 2045. Secondo le stime del 2021 questo progetto avrebbe dovuto costare 18.2 miliardi di franchi, ma appena 3 anni dopo si parla già di 20 miliardi. Da notare che in un deposito di questo genere le scorie altamente radioattive dovranno rimanere “indisturbate” e al sicuro anche quando l’attuale riscaldamento climatico avrà lasciato il posto ad almeno altre due ere glaciali.

Perché allora costruire nuove centrali nucleari se oltre mezzo secolo dopo l’inaugurazione della sua prima centrale nucleare commerciale, quella di Beznau entrata in servizio nel 1969, la Svizzera non è ancora stata in grado di risolvere il problema di uno stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive e lo rimanda alle prossime generazioni?

  1. Quale è dunque la probabilità di vedere in Svizzera la messa in cantiere di una nuova centrale nucleare?

Come prossimo passo, il governo federale prevede di presentare una proposta di modifica della legislazione nucleare, in modo che possa essere discussa in parlamento nel corso del 2025. Se la proposta dovesse essere accolta dalle Camere, il referendum è praticamente certo e sarà quindi la popolazione, chiamata alle urne, a decidere in ultima istanza. Infatti le reazioni delle organizzazioni ambientaliste, dei Verdi Svizzeri, dei Verdi Liberali, del Partito Socialista e di quello del Centro alla proposta governativa sono tutte negative e tacciate di “irresponsabile passo indietro” che rischia solo di frenare il dispiegamento delle energie rinnovabili e di impedire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Secondo Gerhard Pfister, il presidente del partito del Centro che rappresenta l’ago della bilancia nel parlamento federale, le nuove centrali nucleari non saranno redditizie, e sarà “assolutamente fuori questione” attingere alle sovvenzioni destinate a promuovere le energie rinnovabili per sovvenzionare nuove centrali nucleari.

Per intanto la probabilità di vedere aprirsi il cantiere di una nuova centrale nucleare in Svizzera appare dunque più che incerta. Il governo federale non ha ancora minimamente affrontato le questioni chiave, come quella della tecnologia da mettere in campo, quella della sicurezza dell’approvvigionamento di uranio, quella dei costi e dello stoccaggio definitivo dei rifiuti radioattivi. Inoltre, secondo Stephanie Eger, esperta di energia nucleare presso la Fondazione svizzera per l’energia, a causa dei cambiamenti legislativi che si renderebbero necessari, dei problemi legati al finanziamento delle centrali nucleari, delle autorizzazioni e della probabile opposizione pubblica, la costruzione di una nuova centrale nucleare potrebbe richiedere almeno 35 anni, ben al di là dunque del termine del 2050, fissato dalla legge per raggiungere la neutralità climatica.

  1. Anche i grandi produttori svizzeri di elettricità appaiono poco entusiasti all’idea di rilanciare il nucleare

La proposta del Consiglio Federale, sostenuta da Economiesuisse, di riaprire alla possibilità di costruire nuove centrali nucleari in Svizzera, nonostante il voto contrario del popolo, non ha certo suscitato l’entusiasmo dei maggiori produttori svizzeri di elettricità, tutt’altro che euforici all’idea di far rivivere il nucleare. Alpiq, la società leader in Svizzera nella produzione di elettricità e fornitrice di servizi energetici anche in vari altri paesi europei, ha addirittura annunciato la sua decisione di lasciare Economiesuisse a causa della sua decisa presa di posizione a favore della costruzione di nuove centrali nucleari. Ricordiamo che Economiesuisse è l’organizzazione mantello dell’economia svizzera di cui fanno parte 100 associazioni di categoria, 20 camere di commercio cantonali e 42 imprese individuali. Alpiq, che ha deciso di concentrarsi sulle energie rinnovabili, ritiene infatti che il dibattito sul nucleare, rilanciato dal governo su pressione di Economiesuisse, sia dannoso per la transizione energetica del nostro paese. BKW e Axpo, gli altri due maggiori produttori svizzeri di elettricità, si dicono dal canto loro prudentemente aperti alle nuove tecnologie nucleari, ma avvertono nel contempo che nuove centrali nucleari, per essere redditizie, potrebbero richiedere finanziamenti statali o sovvenzioni e continuano intanto entrambe a spingere per uno sviluppo più rapido delle energie rinnovabili.

  1. Invece della corsa alla costruzione di nuove centrali nucleari è partita una corsa fulminante alla costruzione di installazioni di stoccaggio per le energie rinnovabili

I produttori di elettricità non stanno ad aspettare la costruzione di nuove centrali nucleari, ma hanno iniziato a investire in modo massiccio nello stoccaggio su batteria dell’elettricità, in modo da poter conservare l’energia rinnovabile anche per periodi in cui sole e vento non sono disponibili. Lo stoccaggio di energia rinnovabile è infatti un mercato in rapidissima espansione e nella prima metà del 2024 la capacità installata globale di stoccaggio di elettricità è cresciuta di uno straordinario 93,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, negli Stati Uniti addirittura del 188%, paese dove ha oramai raggiunto una capacità di stoccaggio equivalente alla potenza di 20 centrali nucleari.

Sia per il governo, sia per Economiesuisse, le prese di posizione di Alpiq e degli altri due grandi produttori svizzeri di elettricità rappresentano dunque un duro colpo.

Pietro Ribi, che inizia con questo articolo la collaborazione con Naufraghi/e, è giornalista e gestisce il sito climatizzati.ch
Nell’immagine: la centrale di Beznau, che utilizza esclusivamente uranio russo


La nave dei folli: Trump, Musk, Putin, Netanyahu, Lagarde, Rutte, Macron…

 

Una nave alla deriva, senza vele e senza timone, che naviga portando con sé un carico di umanità appunto impazzita, del tutto inconsapevole della sua condizione e della natura della nave e intenta solo a soddisfare la propria incontenibile voracità. È la Nave dei folli, opera del 1494 dal pittore fiammingo Hieronymus Bosch e conservato al Louvre – un tema, la follia, che allora prese molto arte, letteratura e politica. Un’opera a olio piccola (meno di 60 centimetri per 30 di legno dipinto). E molti sono i significati che le sono stati attribuiti, che qui, con qualche libertà, proviamo anche noi a usare come metafora o come rappresentazione del mondo attuale.

Perché folli sono oggi Trump, Putin, Netanyahu, Lagarde, Rutte, Macron – e la lista non si ferma qui perché potremmo aggiungere i negazionisti della crisi climatica; l’Udc; la nuova Commissione europea; l’Europa e la Svizzera che sospendono le procedure e le decisioni per i richiedenti l’asilo siriani; l’ungherese Orban; l’argentino Milei che va in giro con una motosega in mano a impoverire il suo paese; l’italiano Salvini, con le sue paranoie prima contro i migranti e le navi delle Ong e ora contro i magistrati e i sindacati; i cosiddetti tecnocrati; i populisti e sovranisti / autocrati; il capitalismo e il neoliberismo (ma sono la stessa cosa); la Silicon Valley e le imprese del Big Tech che ci impongono le loro volontà (e i loro prodotti per i loro profitti, dicendo che lo fanno per aiutarci e per facilitarci la vita, mentre ce la rubano, la vita, rubando i nostri dati), a prescindere da qualsiasi processo democratico che governi l’innovazione.

Ma folli siamo anche tutti noi che li lasciamo fare: la guerra sempre di più, la crisi climatica sempre di più, il capitalismo e lo sfruttamento degli umani e della biosfera sempre di più, le disuguaglianze sociali e i poveri sempre di più, la caccia ai migranti sempre di più, il profitto di pochi sempre di più, la violazione della privacy e della libertà individuale sempre di più, le motoseghe sociali (ma non sulla spesa militare, anzi) – anche in Svizzera – sempre di più…. Ovvero, la nave è stracarica ma ogni giorno qualcuno cerca di salire a bordo e la nave si inclina, si appesantisce ma non affonda, è la nave dei folli appunto, impegnati nella loro guerra di tutti contro tutti a chi accumula sempre di più – perché in realtà il timone c’è e si chiama profitto, e basterebbe la crisi climatica sempre più grave a dimostrarlo. Ma noi ci consoliamo con le cuffiette nelle orecchie o vivendo su TikTok, o infarcendoci di serie televisive su Netflix, o sciando felici sulla neve (approfittiamone, finché c’è; chi vuol esser lieto, sia, del domani non vi è certezza…; o comunque saremo tutti morti, quindi…).

E quindi e ancora – cercando di ricomporre il puzzle. Biden che grazia il figlio; Biden (con l’Europa) che con la mano destra si oppone all’invasione dell’Ucraina da parte dei russi, armando Zelensky, mentre con la sinistra sostiene e contribuisce all’invasione, alla colonizzazione e al genocidio israeliano a Gaza e Cisgiordania con forniture miliardarie di armi (il complesso militare-industriale-digitale sarà eternamente riconoscente…); il golpista fascista Trump che grazierà sé stesso (se lo ha fatto Biden, lo faccio anch’io…) e pure i barbari folli golpisti che assaltarono il Congresso in suo nome e da lui fomentati, quasi quattro anni fa; e poi Elon Musk e la sua lucida follia e che, super-indebitato com’è, cerca sponde in politica aspirando a commesse pubbliche e alla compiacenza di banche e fondi e somiglia tanto a Berlusconi, anche lui sceso in campo per salvare le sue aziende, ma nessuno o pochi osano fare il paragone; e di nuovo il folle Rutte, Segretario della Nato che vuole far entrare anche l’Ucraina (guerre, guerre, adorabili guerre…; soldi, soldi, adorabili soldi…), ultimo tassello di una strategia bellicista e offensiva dell’Alleanza atlantica che pure aveva garantito a Gorbaciov che mai si sarebbe allargata verso est e verso il confine diretto con la Russia (garanzie non codificate in trattati, ma basate su memorandum scritti ai massimi livelli dai governi occidentali), così confermandosi ancora una volta il pensiero di Carl von Clausewitz, generale prussiano, scrittore e teorico militare (il suo Della guerra è stato pubblicato, postumo e incompleto nel 1832), che scriveva: “La guerra non è mai un atto isolato, non scoppia mai in modo del tutto improvviso, la sua propagazione non è l’opera di un istante”. Ma appunto, follia pianificata.

E ancora la folle Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea e secondo la quale “Bisogna comprare americano per convincere Trump a evitare di porre dazi contro l’Europa”, tutto ovviamente per la gioia dei produttori europei. E il folle Macron, che prima non rispetta il voto alle elezioni (che aveva dato la maggioranza relativa al Nuovo Fronte Popolare) e che ora si appropria della riapertura di Notre Dame per farne un evento per la sua grandeur, usando la religione (vecchia pratica del potere, ma sempre nuova) come supporto per sé – mentre bene ha fatto papa Francesco, molto più laico di Macron, a disertare la cerimonia e a non farsi catturare/usare dalla politica spettacolo; mentre in Italia Giorgia Meloni ha dovuto accontentarsi, alla festa giovanile di Atreju, di un presepe vivente, di Babbo Natale con gli elfi  – un giusto mix pluri-identitario – e poi una grande pista di pattinaggio per i bambini e la musica di Mariah Carey in sottofondo. Mentre grandi cartelloni esponevano il Pantheon di Fratelli d’Italia: Oriana Fallaci, don Bosco, Maria Montessori e Cristoforo Colombo. E il pubblico ha dedicato una standing ovation al motoseghista Milei che incitava a una rivoluzione culturale mondiale delle destre fasciste.

Una nave/mondo davvero di folli. Certo, questo dei folli non è l’unico mondo; nascosti esistono altri mondi fatti di solidarietà, giustizia sociale, sostenibilità, cultura, approfondimento, pensiero critico, Naufraghi/e. Ma certo, quello dei folli sembra il mondo dominante.

Si dice che siamo in una poli-crisi, cioè con molte crisi (militari, politiche, ecologiche, sociali, antropologiche, valoriali…) tutte insieme e contemporaneamente. Forse però è più corretto usare – prendendolo dall’economia e dall’aziendalismo (in fondo, anche gli stati non sono ormai governati come imprese…? E il mondo non è forse ormai ridotto a un grande mercato…?) – forse è più corretto usare il concetto di disruption e applicarlo anche alla terza guerra mondiale per frammenti e alla morte del diritto internazionale e alla crisi climatica e ambientale. Disruption il cui meccanismo “è sempre lo stesso: prendete un settore regolamentato con precisione; proponete un dispositivo digitale qualsiasi che consenta agli utenti di ottenere lo stesso servizio (o quasi), più rapidamente, a costi inferiori e senza lungaggini burocratiche. L’architettura della piattaforma si occuperà di definire quali sono le norme relazionali vigenti, quali le regole di scambio. Aggiungete la possibilità di guadagnare qualcosa, in un modo o nell’altro. Osservate la competizione prendere piede; in caso di necessità, se la concorrenza non è sufficientemente spietata, procedete a incoraggiarla a colpi di gamificazione. Non dimenticate di prelevare la vostra commissione, intanto che ci siete. Otterrete così un mercato liberato da tutte le pastoie istituzionali, o quasi, e nel frattempo accumulerete lauti profitti. Quando e se i governi si immischieranno nei vostri affari, innovate con il capitale che avete accumulato e proponete una nuova disruption. Privatizzate, privatizzate, senza risparmiare nessuna filiera: trasporti, turismo, educazione, cultura. La ricetta è semplice, funziona in qualsiasi ambito” (Ippolita, Tecnologie del dominio, Meltemi).

Appunto, la nave dei folli. Disruptiva all’ennesima potenza – nel mercato come nelle relazioni internazionali e verso la Terra (e l’eterno ritorno del cupio dissolvi) – ma molto profittevole in termini capitalistici.

“Perché non si ribellano?” – scriveva Karl Marx ne Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte (Editori Riuniti), riflettendo sulla sconfitta del proletariato nella Parigi del colpo di stato di Luigi Bonaparte del 1851. Già, perché nessuno si ribella? Ed anzi, sempre di più votano per i folli della nave?

Nell’immagine: Hieronymus Bosch, “La nave dei folli” (dettaglio, ca. 1494-1510, libera interpretazione)


Uno schiaffo a Putin sotto casa

 

Di Anna Zafesova, La Stampa

Il nome del general-tenente Igor Kirillov fino a ieri non diceva molto ai più, eppure era un uomo di fama globale: era stato proprio lui a inventarsi la storia delle “zanzare da combattimento”, selezionate nei presunti laboratori di armi biologiche gestiti dagli americani in Ucraina, per poi venire trasportate sui droni in Russia, cariche di virus geneticamente manipolati per «colpire selettivamente soltanto alcuni gruppi etnici come gli slavi». Uno dei fake più celebri e assurdi prodotti dal Cremlino negli ultimi tre anni, rilanciato dagli esponenti del regime di Mosca anche da tribune come quella delle Nazioni Unite, insieme a tante altre idee del generale, dalla selezione, nei «laboratori del Pentagono», di «piccoli animali destinati a trasmettere i virus dell’Hiv e dell’epatite» a una nuova pandemia preparata in provetta con microbi sottoposti a mutazioni letali. Un uomo di importanza strategica dunque, se non per il suo valore scientifico, per quanto confermato formalmente da un curriculum interamente consacrato alle armi chimiche e biologiche, almeno per la fervida fantasia degna di sceneggiatore hollywoodiano, grazie alla quale «smascherava i crimini degli anglossassoni», epitaffio con il quale è stato commemorato dalla portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova.

Un generale a capo delle truppe di difesa radioattiva, chimica e biologica dell’esercito russo, volto tra i più visibili nella propaganda del regime, probabilmente a conoscenza di segreti veri e non fake, per esempio, sul famigerato “Istituto di ricerca numero 48” di Sergiev Posad, a 60 chilometri dalla capitale russa, dove secondo una recente indagine di Radio Liberty i militari russi proseguono le ricerche sulle armi batteriologiche. Che un personaggio di questo calibro venga fatto saltare in aria sotto casa sua, a una decina di chilometri dal Cremlino, non è soltanto un colpo molto sensibile all’immagine di Vladimir Putin, che soltanto il giorno aveva radunato i suoi generali per cercare di convincerli dell’imminente “vittoria” delle sue truppe in Ucraina. È un avvertimento che i membri della nomenclatura putiniana – generali, oligarchi, propagandisti e scienziati – colgono con un brivido lungo la schiena.

Tutti questi attentati sono stati rivendicati, in forma più o meno ufficiale, dai servizi segreti di Kyiv come rappresaglie contro «bersagli legittimi», come ha commentato ieri una fonte ovviamente anonima alle agenzie di informazione ucraine.

Negli ultimi mesi, gli uomini di Putin vengono presi di mira a decine. Ufficiali importanti come il colonnello Aleksey Kolomeitsev, capo del centro di addestramento degli operatori dei droni iraniani Shahed. Piloti dell’aviazione come Dmitry Golenkov, del 52° reggimento di bombardieri pesanti, autore del bombardamento del centro commerciale di Kremenchuk e di un palazzo residenziale a Dnipro, che avevano fatto rispettivamente 22 e 46 vittime civili. Propagandisti come l’inviato della tv di Stato Aleksandr Korobov. Funzionari ucraini diventati collaborazionisti dei russi nei territori occupati come il giudice Vitaly Lomeiko o il capo della sicurezza della centrale atomica di Zaporizzhia Andrey Korotky. Agenti dei reparti speciali come il colonnello Nikita Klenkov, assassinato da killer sconosciuti a Solnechnogorsk, alle porte di Mosca. Tranne un solo caso, i responsabili non sono stati né identificati, né tanto meno catturati.

Il messaggio è evidente: i responsabili della morte degli ucraini dovranno pagare per i loro crimini, anche quando si sentono al sicuro, lontano dal fronte, a godersi i soldi, le medaglie e le promozioni con cui vengono premiati. Possono ignorare le sanzioni internazionali come faceva Kirillov, incriminato proprio ieri dalla magistratura di Kyiv per l’uso di armi chimiche contro le truppe ucraine nel Donbas, ma non possono sperare che gli ucraini si dimenticheranno di loro, né contare che il Cremlino li proteggerà. Ma c’è anche un secondo messaggio, diretto non soltanto ai diretti esecutori degli ordini del comando: l’enorme apparato di sicurezza creato da Putin è troppo impegnato nella caccia ai dissidenti sui social, e gli agenti dei servizi segreti ucraini possono infiltrarsi e colpire più o meno indisturbati, assistiti spesso – come i responsabili dell’intelligence di Kyiv fanno capire – anche da una “resistenza” interna alla Russia.

Nell’immagine: Putin con il general-tenente Kirillov


Bansky torna sui social: una Madonna che non riesce ad allattare. Ma non si sa dove si trovi

 

Da La Repubblica

Una delle più classiche immagini sacre del periodo che precede il Natale: una Madonna con un bambino in braccio e il seno scoperto. Questa volta però a diffonderla sui social è stato Bansky, con un post sul suo profilo Instagram. Solo l’immagine del lavoro senza alcuna indicazione più precisa sull’opera, né informazioni su come debba essere interpretata o dove questa si troverebbe.

Ecco allora che sono circolate rapidamente sui social diffuse varie interpretazioni in attesa di qualche chiarimento. Numerosi commentatori hanno ipotizzato un collegamento tra l’apparente sofferenza della madre con il bimbo che non riesce ad allattare e l’attuale guerra tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, in particolare per l’emergenza umanitaria in corso fra i civili palestinesi. Si tratta di un tema fra l’altro molto caro a Bansky, che in passato aveva preso di mira con una sua opera il muro innalzato da Israele al confine con il territorio palestinese in Cisgiordania.

C’è un particolare che ha scatenato infatti la curiosità degli osservatori. La figura femminile ha un seno scoperto e sembra tentare di allattare il neonato che tiene in braccio, che però la guarda sconsolato, quasi non riuscisse a compiere quell’azione necessaria per il suo nutrimento. Al posto del capezzolo la Madonna ha un foro di metallo arrugginito, da cui è colata acqua o un liquido che ha lasciato dietro sé una striscia scura.

Così quel foro potrebbe essere paragonato a quello di un proiettile da cui fuoriesce sangue, che ha spezzato la vita di una madre pronta ad allattare il figlio. Con il seno prosciugato del latte, la Madonna diventa l’immagine della maternità messa in pericolo dalla guerra e dai conflitti: sfruttando un elemento preesistente del muro, su cui compare il graffito e cioè il foro arrugginito, come l’artista ha già fatto spesso anche in passato, lo ha trasformato in un simbolo di violenza e di denuncia.

Anche il momento in cui è stato reso pubblico il nuovo murale ci lascia con delle domande. Apparso a meno di dieci giorni dal Natale, ci si chiese perché Bansky l’abbia realizzato proprio a ridosso delle celebrazioni di fine anno e se ci sia qualche collegamento con esse.

Non è la prima volta che l’artista (di cui ancora oggi nessuno conosce l’identità) si cimenta con riferimenti religiosi. Già nel 2003 aveva presentato Toxic Mary, una Madonna impegnata ad allattare il figlio da una bottiglia contrassegnata con il simbolo del teschio e le ossa incrociate. In quel caso l’opera era stata interpretata come una critica al clero e alla religione intesa come una sorta di alimento tossico. Mentre a Napoli, in piazza Girolamini, resta ancora oggi visibile la famosa Madonna con la pistola al posto dell’aureola realizzata da Bansky.


L’esercito turco circonda Kobane e si prepara all’invasione

 

Di Ester Nemo, il manifesto

Da giorni intorno a Kobane, città nel nord della Siria al confine con la Turchia, l’esercito di Ankara sta procedendo ad ammassare truppe e mezzi di artiglieria in preparazione a un’invasione di terra che si teme imminente.

A rivelarlo è stato ieri il Wall Street Journal che ha avuto modo di leggere una lettera riservata inviata da Ilham Ahmed, funzionaria dell’amministrazione civile del Rojava, all’attenzione del presidente eletto statunitense Donald Trump.

Nel documento, inviato lunedì 16 dicembre, Ahmed indica che l’obiettivo della Turchia sarebbe «stabilire un controllo di fatto del nostro territorio» prima dell’insediamento di Trump alla Casa bianca, previsto per il 20 gennaio, così da obbligare la nuova amministrazione statunitense «a trattare con loro (la Turchia) in quanto governanti del nostro territorio».

«Dall’altra parte del confine già vediamo ammassarsi le forze turche e i nostri civili vivono nella paura costante di morte e distruzione imminenti» ha scritto Ahmed, concludendo che «se la Turchia procederà con l’invasione le conseguenze saranno catastrofiche».

Sono gli effetti degli sviluppi che nelle ultime settimane hanno modificato radicalmente lo status quo in Siria: dopo la caduta del regime di Assad sotto i colpi dell’offensiva dell’Hayat Tahrir al-Sham (Hts, milizia islamista già affiliata ad al-Qaeda) e la salita al potere del leader di Hts Ahmed Sharaa (al Jolani) a Damasco, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vorrebbe approfittare del vuoto di potere per colpire a sorpresa la regione del Rojava a maggioranza curdo-siriana.

Nel Rojava sono presenti le Forze democratiche siriane (Sdf), milizie curdo-siriane alleate degli Stati uniti in funzione anti-Isis, e proprio in virtù di questa alleanza Ahmed avrebbe chiesto a Trump di intercedere presso Erdogan usando il suo «unico stile diplomatico» per convincere il presidente turco a richiamare le truppe intorno a Kobane.

Un’invasione turca costringerebbe nella sola Kobane alla fuga di oltre duecentomila persone. Un funzionario statunitense ha dichiarato al Wall Street Journal che gli Usa «sono concentrati su quanto sta succedendo e stanno premendo per la moderazione».

Nell’immagine: Veicoli blindati dell’esercito turco al confine traTurchia e Siria


Alta vigilanza? Sì, ma anche sul Dipartimento

 

La recente, sicuramente intempestiva e più che discutibile decisione  del Consiglio della magistratura di destituire con effetto immediato due giudici del Tribunale penale cantonale è l’ultimo scandalo che ha investito il Dipartimento delle istituzioni, dal 2011 diretto dall’on. Norman Gobbi (coordinatore della Lega ma anche in quota UDC). A memoria non abbiamo presente nei decenni precedenti la sua nomina una serie così lunga e soprattutto fitta di problemi, alcuni dei quali l’hanno pure visto coinvolto di persona.

Ricapitoliamo, senza la pretesa di essere esaustivi. Dopo un primo quadriennio tutto sommato tranquillo – per lo meno non ci ricordiamo nulla di particolare – è nel secondo che, al di là dei rapporti non propriamente idilliaci con la magistratura nel suo complesso (ma quale consigliere di Stato li ha mai avuti?) iniziano a manifestarsi i primi problemi.

Viene svelato ad esempio il caso delle spese di rappresentanza del DI, ampiamente sopra la soglia dei 5000 franchi permessi per legge – limite che tutti gli altri dipartimenti rispettano, è bene precisare – con un picco nel 2017 di ben 31.000 franchi (ma pure nel 2016 – 22.000 – e nel 2019 – 26.000 – mica hanno scherzato; solo la pandemia di Covid le ha riportate nel 2020 entro la soglia legale, benché di poco), un fatto per lo meno curioso per il rappresentante di due partiti che, per lo meno a parole, fanno del rigore finanziario, della diminuzione della spesa pubblica e del rientro del deficit cantonale uno dei loro cavalli di battaglia.

Scoppia soprattutto lo scandalo dei permessi facili, che investe alcuni funzionari del suo dipartimento ma che è subito offuscato, c’è chi dice ad arte, da quello Argo1, che costerà il posto in Governo a Paolo Beltraminelli ma le cui lunghe ombre lambiranno anche il DI – ad esempio Marco Sansonetti, il responsabile di Argo 1 che ha passato 24 giorni in prigione ma che poi verrà assolto da quasi tutte le accuse, in un libro nel 2022 dal titolo assai esplicito – “Quando il potere è nelle mani sbagliate” – afferma di non avere dubbi, che a suo avviso il deus ex machina di tutto non fu Beltraminelli, bensì Norman Gobbi, che era in rapporti di amicizia col responsabile dell’agenzia che sostituì Argo (la Securitas, ndr.), tanto stretta che vi aveva trascorso per anni le ferie assieme alle rispettive famiglie. 

Un’accusa questa, di favorire un po’ troppo gli amici e gli amici degli amici e di una gestione spesso tra il nepotistico e il clientelare del suo dipartimento, che ricorre periodicamente tra i parlamentari, tanto che in Gran Consiglio gli atti con cui si è cercato di far luce su pratiche e comportamenti per lo meno curiose, in alcuni casi a dire degli interpellanti al limite della legalità se non addirittura oltre, sono numerosi.

Ma è soprattutto nell’ultimo biennio che le cose per il consigliere di Stato sono precipitate. A iniziare dalla vicenda dell’ex Macello, non tanto per il suo ruolo ma per quello della magistratura, con cause esimenti che tanto esimenti non sono, e soprattutto della polizia, con il comandante in capo che si è rifiutato di consegnare al procuratore generale alcune carte utili all’inchiesta, che poi è stato sbertucciato nel merito dal giudice per i provvedimenti coercitivi e che malgrado ciò ha provato pure a chiedere che non fossero consegnate alle parti civili (il pp. Pagani, ci dicono, ha respinto la richiesta) – lui però, malgrado l’infondatezza delle sue richieste e il vulnus istituzionale creato, è ancora saldo al suo posto – per passare al famoso incidente di Stalvedro, con test alcolemici ballerini e fuori tempo massimo e favoritismi fatti all’insaputa del favorito – e, senza dimenticare la batosta in votazione popolare, dunque politica, per la sede del cosiddetto “palazzetto della giustizia”, finire appunto con il recente caos che tra accuse di mobbing mai dimostrate, foto falliche sebbene non pornografiche e denunce incrociate fra i vari giudici ha investito da mesi e attanaglia forse da anni il Tribunale penale cantonale.

Il presidente della Commissione giustizia e diritti Fiorenzo Dadò si è detto “scioccato e preoccupato” per la destituzione dei due giudici; anche noi lo siamo, ma non solo e non tanto per la decisione del Consiglio della magistratura. Perché basta scorrere velocemente l’elenco sovrastante per affermare che ce ne sia abbastanza affinché il Gran Consiglio eserciti, in maniera efficace, l’alta vigilanza. Non solo sulla magistratura, ma anche su chi la dirige, perché chiunque abbia un minimo di nozioni manageriali sa per certo che se si verificano disfunzioni in serie in un’azienda queste sono sì imputabili ai dipendenti se prese singolarmente, ma in realtà nascono da pecche di conduzione non indifferenti dei loro vertici, “referenti politici” compresi.

.Nell’immagine: Norman Gobbi in riunione (dal sito ti.ch)