Stando al ministro dell’energia Albert Rösti, negli ultimi anni vi sarebbe stato un “cambiamento di paradigma”, e ha citato quali motivi principali: la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle importazioni di gas russo e sulla sicurezza energetica della Svizzera, la forte crescita della popolazione e di conseguenza il crescente fabbisogno di elettricità, il lento sviluppo delle energie rinnovabili dovuto ai ricorsi legali che complicherebbero ulteriormente le cose e la nuova legge che richiede la neutralità climatica entro il 2050 e di conseguenza la necessità di ridurre a zero l’utilizzazione di carbone, petrolio e gas.
La mossa del governo non sorprende più di quel tanto quando si sa che dei suoi 7 membri 4 sono esponenti dell’UDC e del PLR, i due partiti di destra dichiaratamente favorevoli al nucleare e che lo stesso ministro Rösti, non solo è stato dal 2015 al 2022 presidente di Swissoil, la lobby degli importatori di petrolio, un mandato scomparso come per incanto dalla sua biografia ufficiale, ma è stato anche presidente dell’UDC dal 2016 al 2020, il partito che si è opposto con veemenza, ma senza successo, alla nuova legge sull’energia che incentiva il dispiegamento delle rinnovabili. Ma vediamo dunque in dettaglio quali sono le prospettive reali del nucleare civile nel mondo e in Svizzera.
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L’energia nucleare è la più cara in assoluto
A livello globale, eolico e fotovoltaico sono oggi di gran lunga le forme di energia più a buon mercato, anche tenendo conto della necessità di stoccare l’elettricità in batterie, per compensarne la resa discontinua. D’altro canto l’energia nucleare è oramai la più cara in assoluto. Ciò vale in particolare per i reattori nucleari di ultima generazione, i cosiddetti EPR. I costi indicati nella tabella sottostante tengono conto dei tempi necessari alla costruzione degli impianti, della loro durata di vita, del capitale investito e dei tassi d’interesse, delle spese di gestione e di manutenzione, dei costi dei combustibili, della quantità di elettricità prodotta, dei costi dei certificati d’emissione di CO2 e delle spese di smantellamento degli impianti arrivati in fin di vita.

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In questi ultimi 2 decenni i costi di costruzione delle centrali nucleari sono letteralmente esplosi
Le norme di sicurezza delle nuove centrali nucleari sono state aggiornate a più riprese dopo le catastrofi di Cernobyl e di Fukushima. Ciò ha fatto lievitare i costi di costruzione. Ne sono esempi lampanti la costruzione delle ultime tre centrali realizzate o in via di realizzazione in Europa:
- Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Costo previsto in origine 3.2 miliardi di Euro. Costo finale 11 miliardi di Euro. Durata dei lavori 2005-2022. La centrale è diventata operativa e allacciata alla rete il 16 aprile 2023
- Centrale francese di Flamanville 3 (un reattore del tipo EPR di 3a generazione). Tempo di costruzione stimato all’origine a 5 anni e il costo a 3.3 miliardi di Euro. La fattura finale dovrebbe situarsi attorno ai 19,1 miliardi di Euro (stima della Cour des comptes) e i lavori durano oramai da 17 anni. A inizio novembre 2024 questo reattore era in fase di test e non ancora collegato alla rete

- Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C (2 reattori del tipo EPR di 3a generazione). Costo stimato in origine da EDF Energy per i due reattori: 19 miliardi di euro. Costo stimato finale stimato da EDF: fino a 56.9 miliardi di Euro. (Inizio dei lavori 2008, per una durata stimata allora a 13 anni. Stando alle ultime notizie la centrale non dovrebbe entrare in funzione prima del 2029-2030).
Dato l’enorme sorpasso dei costi preventivati, quest’ultima centrale non sarà mai redditizia, ecco perché, per poter terminare i lavori, il governo britannico ha dovuto concedere al consorzio costruttore della centrale sovvenzioni per un ammontare di 100 miliardi di Euro spalmati sull’arco di 35 anni. Da notare che già nel luglio 2016, quando l’ammontare totale dell’ammanco non era ancora noto, il National Audit Office (NAO) del Regno Unito aveva dichiarato che sarebbe stato più economico utilizzare le energie rinnovabili piuttosto che costruire Hinkley Point C.
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I tempi di realizzazione delle nuove centrali nucleari sono biblici
Se negli anni ’50 del secolo scorso la costruzione di una centrale nucleare durava meno di 4 anni, oggi questi tempi sono più che triplicati:
- Centrale nucleare finlandese di Olkiluoto 2: durata effettiva dei lavori 18 anni
- Centrale francese di Flamanville 3: durata dei lavori stimata a 17 anni
- Centrale nucleare britannica di Hinkley Point C: durata dei lavori stimata a 21 anni
Se poi si tiene conto anche della progettazione, diventata molto più complessa e onerosa dopo i disastri di Cernobyl e di Fukushima, i tempi di realizzazione assumono connotati addirittura biblici.
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A livello globale la parte dell’energia nucleare è in netto declino
Il suo picco s’è registrato verso la metà degli anni ’90 del secolo scorso, quando le centrali nucleari fornivano fino al 17.5% di tutta l’energia elettrica consumata nel mondo. Nel 2022 le centrali nucleari hanno prodotto solo il 9% dell’elettricità consumata a livello globale.

Le principali ragioni per cui se ne costruiscono sempre meno sono due:
- i tempi di progettazione e di costruzione che superano allegramente i 20 anni
- i costi di realizzazione sempre più proibitivi che ne compromettono la redditività
Da notare che senza i reattori costruiti in Cina il bilancio sarebbe molto più negativo. Fra il 2002 e il 2021 sono stati infatti dismessi 105 reattori, mentre quelli nuovi collegati alla rete sono stati 98, di cui 50 nella sola Cina. Negli USA, ad esempio, la costruzione degli unici 2 reattori andati in servizio nell’ultimo quarto di secolo è durata oltre 20 anni e, sempre negli USA, delle 27 richieste di licenza inoltrate negli ultimi 15 anni per la costruzione di nuovi reattori, solo 2 sono effettivamente in fase di costruzione.

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La ripresa del nucleare in Europa avrebbe costi astronomici
Un’alleanza di 15 Paesi dell’Unione Europea favorevoli all’energia nucleare afferma che, per raggiungere gli obiettivi di transizione energetica, l’Unione Europea avrebbe bisogno di ulteriori 50 GW di impianti nucleari entro il 2050, il che richiederebbe la costruzione di oltre 30 nuovi reattori (Fonte: Euractiv).
Quest’alleanza valuta i costi fra i 5 e gli 11 miliardi di Euro al GW. In realtà, tenendo conto dei costi di costruzione effettivi e attuali delle tre centrali citate sopra (21.5 miliardi di Euro in media per ogni reattore da 1.6 GW, ossia 13.25 miliardi a GW), l’investimento necessario ammonterebbe come minimo a 664 miliardi di Euro, senza contare il più che probabile rincaro durante la lunghissima fase di realizzazione.
Per fare un paragone: l’installazione ai costi attuali di una potenza di 50 GW di fotovoltaico commerciale (grandi impianti) costa meno di 50 miliardi di Euro (Fonte: Solar Modo), mentre l’installazione di una potenza di 50 GW di eolico commerciale (grandi impianti) costa, a seconda del tipo, da 50 a 250 miliardi (fonte: Energie Netze Deutschland).
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Il rendimento delle centrali nucleari è alla mercè della meteo: ondate di calore e di siccità ne compromettono il buon funzionamento
Contrariamente a quanto affermato dai fautori del nucleare, cioè che le centrali nucleari, a differenza delle energie rinnovabili che producono a intermittenza come l’eolico e il fotovoltaico, manterrebbero sempre un’operatività quasi totale, l’estate torrida del 2023 ha dimostrato che durante la siccità il rendimento delle centrali nucleari diminuisce o cessa addirittura a causa della mancanza di sufficienti quantità di acqua di raffreddamento per i reattori. Per alimentare i circuiti di raffreddamento dei loro reattori, le centrali nucleari pompano infatti acqua dai fiumi o dal mare (in Francia il 30% dell’acqua è utilizzata a questo scopo). Quando l’acqua diventa troppo calda, capita di non poter far girare i reattori alla massima potenza. Il problema non è nuovo: in estate la produzione di elettricità dei reattori nucleari francesi e svizzeri cala regolarmente e ciò proprio perché la temperatura delle acque dei fiumi aumenta. In passato, tuttavia, queste fasi critiche coincidevano in genere con la seconda metà di luglio e col mese di agosto, quando molte fabbriche sono chiuse, molti sono in vacanza e il consumo di elettricità è più basso del solito.
Il caldo anomalo che in questi ultimi anni ha colpito tutta l’Europa già a tarda primavera e a inizio estate ha però cambiato le carte in tavola e cade spesso in momenti in cui l’economia è ancora in piena attività. Ma non è tutto: spesso a mancare è addirittura l’acqua stessa. Nell’estate del 2019, ad esempio, una forte ondata di calore e un prolungato periodo di siccità hanno costretto i francesi a mettere in stand by 8 centrali nucleari, riducendo la capacità di generazione elettrica del parco nucleare francese dell’8%.
A inizio estate 2022, per tutta una serie di problemi legati alla manutenzione e a un’ondata anomala di caldo e di siccità, addirittura la metà dei 56 reattori francesi è stata messa fuori uso, riducendo la potenza quotidiana del nucleare francese al livello più basso degli ultimi 30 anni, ossia a miseri 30 GW, invece dei potenziali 60. Ciò ha costretto la Francia, da tradizionale esportatrice di elettricità, a importare elettricità rinnovabile dalla Germania. Ciò è successo proprio nel momento in cui l’Europa intera, a seguito all’invasione dell’Ucraina, era alla disperata ricerca di soluzioni alternative per ridurre la sua dipendenza energetica dal gas russo.

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Le centrali nucleari europee e svizzere dipendono dall’uranio fornito da paesi governati da dittature
Nel 2021 il Niger risultava il maggior fornitore di uranio all’Unione Europea, seguito dal Kazakistan e dalla Russia. Per quel che concerne il Niger basta ricordare che è stato teatro di un colpo di stato militare nel 2023, a seguito del quale i golpisti hanno espulso i militari francesi e americani che erano stazionati nel paese per sostenerlo nella lotta contro la Jihad Islamica e per proteggere gli impianti di estrazione dell’uranio. Oggi il Dipartimento Federale svizzero degli Affari Esteri sconsiglia viaggi in questo paese africano, essendo esso in preda a bande armate e a gruppi terroristici che vivono di contrabbando, rapine e sequestri. Per quanto riguarda la Russia, basta ricordare che è governata da Putin, un dittatore aggressivo e senza scrupoli che non ha esitato a tagliare le forniture di gas all’Europa per cercare di metterla sotto pressione durante l’invasione dell’Ucraina da parte del suo esercito.
Per quel che concerne l’uranio usato nelle centrali nucleari svizzere è da sottolineare il fatto che i 2 reattori di Axpo a Beznau lavorano esclusivamente con uranio russo e che anche a Leibstadt – pure gestita da Axpo – la metà dell’uranio utilizzato è russo. La Russia, un paese tutt’altro che affidabile, è dunque uno dei principali “partner” del settore nucleare svizzero, un fatto tutt’altro che rassicurante.
Da notare che i contratti per la fornitura di uranio sono per ora esclusi dalle sanzioni contro la Russia, ciò non ha tuttavia impedito al governo russo di limitarne recentemente l’esportazione verso gli Stati Uniti, in ripicca alla fornitura di missili americani di lunga gittata all’Ucraina.
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Il prezzo dell’uranio alle stelle
Nel 2020, il prezzo dell’uranio sui mercati internazionali era di 25 dollari per libbra. A inizio 2024 è lievitato a 106 dollari per libbra, il dato più alto mai toccato dal 2007, in crescita del 424% rispetto al periodo pre-Covid. I motivi di questa impennata hanno a che fare con la particolare situazione in cui versa il mercato. Da un lato vi sono le tensioni geopolitiche in particolare in Europa, dall’altro l’offerta è concentrata nelle mani di pochissime imprese, le quali alimentano l’incertezza sulle forniture. Come per il gas e il petrolio, i prezzi e le forniture di uranio sono quindi alla mercé delle speculazioni e delle fluttuazioni dei mercati internazionali e lungi dall’essere garantiti.
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Le centrali nucleari rappresentano un pericolo troppo grande per un paese piccolo come la Svizzera
Come per tutti gli impianti costruiti dall’uomo, anche per quelli nucleari la sicurezza assoluta non esiste e l’imprevedibile è sempre in agguato. Quel che può succedere in caso di catastrofe nucleare lo dimostra Chernobyl, dove ancora oggi, a quasi 40 anni dall’esplosione, esiste una zona di esclusione di 4’300 km2, una zona che rimarrà radioattiva per un tempo indeterminato. Si tratta di una superficie ora inabitabile pari circa all’insieme delle superfici di 9 cantoni svizzeri, ossia di Uri (1077 km2), Svitto (908 km2), Obvaldo (491 km2), Nidvaldo (276 km2), Glarona (685 km2), Appenzello Interno (173 km2), Appenzello Esterno (243 km2), Zugo (239 km2) e Sciaffusa (299 km2). Ci si può quindi facilmente immaginare l’impatto che una simile catastrofe in una centrale nucleare svizzera avrebbe sul nostro paese.
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Vale la pena ricordare anche i costi esorbitanti dei due maggiori disastri nucleari
Stando a un bilancio stilato dalla University of Southern California, il disastro nucleare Chernobyl è costato nei 30 anni successivi circa 700 miliardi di dollari, di cui 235 miliardi a carico della Bielorussia, 240 miliardi a carico dell’Ucraina e il resto a carico della Russia. Anche il disastro nucleare molto più recente di Fukushima si sta rivelando estremamente costoso per il Giappone. Stando al Comitato giapponese sui conti pubblici, sono stati spesi finora la bellezza di 146 miliardi di Euro. A 13 anni dal disastro, oltre la metà di questi fondi è stata impiegata per lo smaltimento delle acque radioattive e delle macerie degli impianti andati distrutti dalle esplosioni, attività tutt’altro che completate. Stando alla TEPCO, la Tokyo Electric Power Co, che gestisce la centrale, i lavori per garantire la sicurezza dell’impianto dureranno ancora almeno dai 30 ai 40 anni. Importante sottolineare che le ultime relazioni sui progressi realizzati sul campo sono tutt’altro che positive. Infatti i test effettuati per tentare di rimuovere il materiale radioattivo dal reattore numero 2 tramite apparecchi robotizzati sono per ora falliti.
Da notare che, per calcolare il premio di una ipotetica assicurazione di responsabilità civile per una centrale nucleare, il consorzio assicurativo “Versicherungsforen Leipzig GmbH” parte da un danno possibile che potrebbe ammontare fino a 6’090 miliardi, tenendo conto di tutti i costi di un incidente nucleare, ossia anche di quelli dello smaltimento delle macerie radioattive, della loro sorveglianza a lungo termine, delle richieste di risarcimento e di indennizzo di coloro che saranno stati evacuati e che non potranno più rientrare nelle loro abitazioni o delle loro imprese, del loro reinsediamento, della decontaminazione e della ricostruzione delle zone contaminate e dei costi sanitari a lungo termine.
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Le centrali nucleari rappresentano un grave pericolo in caso di conflitto armato
Basta ricordare come durante l’invasione dell’Ucraina, il presidente Putin abbia ordinato alle sue truppe di attaccare e occupare la centrale nucleare ucraina di Zaporizhzhia, la più grande d’Europa, come pure le rovine della centrale di Chernobyl. La sola minaccia di bombardare una centrale nucleare può mettere in scacco le truppe di un paese attaccato.
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Lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari è lungi dall’essere risolto e provocherà costi enormi
Nel 2003 la Gran Bretagna ha spento la sua centrale nucleare di Sellafield, adibendo il sito soprattutto al trattamento e allo stoccaggio delle scorie radioattive e del materiale proveniente dallo smantellamento di centrali nucleari dismesse. Questo sito, considerato il sito industriale più pericoloso d’Europa, è stato definito da un ex segretario di stato britannico come un “pozzo senza fondo di inferno, di denaro e di disperazione”. Infatti nel corso degli anni i costi per mettere in sicurezza gli edifici in cui vengono immagazzinate le scorie radioattive e per decontaminare l’intero sito hanno preso l’ascensore e ammontano oramai a oltre 3,2 miliardi di euro all’anno (£2.7bn), causando, secondo un rapporto del National Audit Office (NAO), tensioni con il ministero britannico delle finanze. Secondo il NAO i progressi fatti a Sellafield per rendere sicuro il sito sono molto più lenti del previsto e tre dei suoi impianti di stoccaggio provvisorio più pericolosi rappresentano un “rischio intollerabile”.
Oggi si prevede che lo smantellamento degli impianti di Sellafield costerà allo stato in totale oltre 163 miliardi di euro (136 miliardi di sterline), ossia oltre 25,5 miliardi di euro in più di quanto stimato appena cinque anni fa. In particolare, secondo i piani attuali, lo smantellamento dovrebbe durate un intero secolo ed essere terminato nel 2125, quando le scorie nucleari dovranno essere sotterrate in una regione inglese tuttora ignota.
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E qual’è la situazione in Svizzera?
A oltre 55 anni dalla messa in servizio della prima centrale nucleare svizzera lo stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive delle centrali nucleari non è ancora stato risolto. Nel 1973, cioè oltre 50 anni fa, la Confederazione e gli operatori delle centrali nucleari svizzere hanno fondato la NAGRA (Nationale Genossenschaft für die Lagerung radioaktiver Abfälle), la cooperativa responsabile dello smaltimento e dello stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie radioattive prodotte in Svizzera. Finora la NAGRA ha speso 250 milioni di franchi solo per cercare un posto dove sotterrare questi rifiuti in modo sicuro per i prossimi 200’000 anni. A fine 2022 la NAGRA ha annunciato di avere identificato una zona idonea per un deposito di scorie altamente radioattive e ha presentato a fine 2024 la domanda di autorizzazione a procedere per la pianificazione del deposito, dopodiché la decisione di approvare il progetto spetterà al governo e all’Assemblea federale, una decisione che con ogni probabilità sarà sottoposta a referendum, da tenersi probabilmente non prima del 2031, Qualora tutto dovesse andare filare liscio, la costruzione del deposito potrebbe iniziare attorno al 2045. Secondo le stime del 2021 questo progetto avrebbe dovuto costare 18.2 miliardi di franchi, ma appena 3 anni dopo si parla già di 20 miliardi. Da notare che in un deposito di questo genere le scorie altamente radioattive dovranno rimanere “indisturbate” e al sicuro anche quando l’attuale riscaldamento climatico avrà lasciato il posto ad almeno altre due ere glaciali.
Perché allora costruire nuove centrali nucleari se oltre mezzo secolo dopo l’inaugurazione della sua prima centrale nucleare commerciale, quella di Beznau entrata in servizio nel 1969, la Svizzera non è ancora stata in grado di risolvere il problema di uno stoccaggio sicuro e definitivo delle scorie altamente radioattive e lo rimanda alle prossime generazioni?
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Quale è dunque la probabilità di vedere in Svizzera la messa in cantiere di una nuova centrale nucleare?
Come prossimo passo, il governo federale prevede di presentare una proposta di modifica della legislazione nucleare, in modo che possa essere discussa in parlamento nel corso del 2025. Se la proposta dovesse essere accolta dalle Camere, il referendum è praticamente certo e sarà quindi la popolazione, chiamata alle urne, a decidere in ultima istanza. Infatti le reazioni delle organizzazioni ambientaliste, dei Verdi Svizzeri, dei Verdi Liberali, del Partito Socialista e di quello del Centro alla proposta governativa sono tutte negative e tacciate di “irresponsabile passo indietro” che rischia solo di frenare il dispiegamento delle energie rinnovabili e di impedire il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. Secondo Gerhard Pfister, il presidente del partito del Centro che rappresenta l’ago della bilancia nel parlamento federale, le nuove centrali nucleari non saranno redditizie, e sarà “assolutamente fuori questione” attingere alle sovvenzioni destinate a promuovere le energie rinnovabili per sovvenzionare nuove centrali nucleari.
Per intanto la probabilità di vedere aprirsi il cantiere di una nuova centrale nucleare in Svizzera appare dunque più che incerta. Il governo federale non ha ancora minimamente affrontato le questioni chiave, come quella della tecnologia da mettere in campo, quella della sicurezza dell’approvvigionamento di uranio, quella dei costi e dello stoccaggio definitivo dei rifiuti radioattivi. Inoltre, secondo Stephanie Eger, esperta di energia nucleare presso la Fondazione svizzera per l’energia, a causa dei cambiamenti legislativi che si renderebbero necessari, dei problemi legati al finanziamento delle centrali nucleari, delle autorizzazioni e della probabile opposizione pubblica, la costruzione di una nuova centrale nucleare potrebbe richiedere almeno 35 anni, ben al di là dunque del termine del 2050, fissato dalla legge per raggiungere la neutralità climatica.
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Anche i grandi produttori svizzeri di elettricità appaiono poco entusiasti all’idea di rilanciare il nucleare
La proposta del Consiglio Federale, sostenuta da Economiesuisse, di riaprire alla possibilità di costruire nuove centrali nucleari in Svizzera, nonostante il voto contrario del popolo, non ha certo suscitato l’entusiasmo dei maggiori produttori svizzeri di elettricità, tutt’altro che euforici all’idea di far rivivere il nucleare. Alpiq, la società leader in Svizzera nella produzione di elettricità e fornitrice di servizi energetici anche in vari altri paesi europei, ha addirittura annunciato la sua decisione di lasciare Economiesuisse a causa della sua decisa presa di posizione a favore della costruzione di nuove centrali nucleari. Ricordiamo che Economiesuisse è l’organizzazione mantello dell’economia svizzera di cui fanno parte 100 associazioni di categoria, 20 camere di commercio cantonali e 42 imprese individuali. Alpiq, che ha deciso di concentrarsi sulle energie rinnovabili, ritiene infatti che il dibattito sul nucleare, rilanciato dal governo su pressione di Economiesuisse, sia dannoso per la transizione energetica del nostro paese. BKW e Axpo, gli altri due maggiori produttori svizzeri di elettricità, si dicono dal canto loro prudentemente aperti alle nuove tecnologie nucleari, ma avvertono nel contempo che nuove centrali nucleari, per essere redditizie, potrebbero richiedere finanziamenti statali o sovvenzioni e continuano intanto entrambe a spingere per uno sviluppo più rapido delle energie rinnovabili.
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Invece della corsa alla costruzione di nuove centrali nucleari è partita una corsa fulminante alla costruzione di installazioni di stoccaggio per le energie rinnovabili
I produttori di elettricità non stanno ad aspettare la costruzione di nuove centrali nucleari, ma hanno iniziato a investire in modo massiccio nello stoccaggio su batteria dell’elettricità, in modo da poter conservare l’energia rinnovabile anche per periodi in cui sole e vento non sono disponibili. Lo stoccaggio di energia rinnovabile è infatti un mercato in rapidissima espansione e nella prima metà del 2024 la capacità installata globale di stoccaggio di elettricità è cresciuta di uno straordinario 93,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, negli Stati Uniti addirittura del 188%, paese dove ha oramai raggiunto una capacità di stoccaggio equivalente alla potenza di 20 centrali nucleari.
Sia per il governo, sia per Economiesuisse, le prese di posizione di Alpiq e degli altri due grandi produttori svizzeri di elettricità rappresentano dunque un duro colpo.
Pietro Ribi, che inizia con questo articolo la collaborazione con Naufraghi/e, è giornalista e gestisce il sito climatizzati.ch
Nell’immagine: la centrale di Beznau, che utilizza esclusivamente uranio russo