l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere
Quando ci si erudiva sulla storia della fine del XVI secolo, si richiamava immancabilmente l’espressione latina, simile a legge, “cuius regio, eius religio” (di chi è la regione, di lui sia la religione). Quanto a dire: i sudditi abbiano la stessa confessione religiosa del loro principe.
Ammettiamo che l’accostamento che stiamo facendo è un poco spinto: se ci pensiamo bene, non sembra che oggi siamo molto lontani dall’obbligo di quei tempi. Non per la forma, ovviamente; per la sostanza. E in peggio: perché quella religione non ha confini, è intesa come onnicomprensiva o inarrestabilmente pervasiva; i prìncipi o i despoti, poi, sono molteplici e diversi, mutano, non sempre sono identificabili, riescono a imporsi dovunque e in ogni modo.
Si dirà che tutto questo sa di complicato o di misterioso. Non lo è se teniamo presenti due fatti o due fenomeni politico-sociali emersi in modo appariscente o lampante negli ultimi tempi. I quali sono:
- l’economia che si fa religione, nel metodo, nei modi, nelle parole ed espressioni adottati;
- la politica che, a sua volta, si ammanta di religione per presentarsi avvincente e conquistante, paradisiaca e beatificante. Esibendo anche le Sacre Scritture (la Bibbia) come prova di condivisione divina e formulando le proprie promesse come atti di fede nella sua liturgia elettorale.
Si ritiene spesso, dai profani e dagli addetti ai lavori (economisti, politici) che l’economia, scienza della razionalità, trovi la sua migliore espressione nella matematica. Per i primi sarà il semplice far di conto, la contabilità, l’osservazione diretta, la statistica. Per i secondi è il ricorso a metodi matematici e statistici per produrre schemi, modelli, atti a dimostrare o verificare la validità di proprie ipotesi.
Si dimentica però in tal modo che l’economia ha fondamenta politico-religiose e che anche i concetti dell’economia moderna sono concetti teologici secolarizzati.
Come prima dimostrazione potremmo già trovare tracce di tutto questo nel vocabolario, sin dall’antichità. Capitale, ad esempio, deriva da caput che designava la testa del bue, offerta in sacrificio alla divinità per mantenere la coesione simbolica della società. Il concetto di “beneficio” nel Medio Evo rimane a lungo canonico per poi diventare fondamento bancario e profitto.
Teologie economiche
La questione teologico-politica è stata comunque oggetto di numerosi studi e controversie, soprattutto dopo l’affermazione di Carl Schmitt (1888-1985, giurista e politologo tedesco) secondo cui “tutti i concetti pregnanti dello Stato moderno sono concetti teologici secolarizzati”. Se è così, ci si è chiesto, possiamo allora anche parlare di “teologie economiche”? In verità, aveva già risposto affermativamente anni prima, Carlo Marx, con la sua analisi sul “feticismo”, posta subito all’inizio della sua opera fondamentale, Il Capitale (1867), quando sostiene che una merce è “colma di sottigliezze metafisiche e di arguzie teologiche”. Oppure, poco dopo, Paul Lafargue (giornalista e saggista francese, 1842-1911) ne “La Religione del capitale” (1887), una nuova religione inventata dalla borghesi. O ancora, più tardi, Walter Benjamin (filosofo tedesco, laureatosi a Berna, 1892-1940, vittima del nazismo) quando nel suo breve saggio su “Capitalismo come religione”(1921) specifica anche: “religione colpevolizzante e indebitante (verschuldend)”. Né tanto meno si può ignorare Max Weber (sociologo, filosofo, storico ed economista tedesco, 1864-1920) che nel suo celebre saggio (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904) ritiene che esista una correlazione tra la nascita del capitalismo e quella del protestantesimo, situandoli in un contesto e in un momento molto particolari della storia.
Il mercato e la mano invisibile
A questo punto ci si può chiedere di esemplificare: dove o quando l’economia si fa teologia o l’economia diventa religione? Potremmo limitarci ad un esempio, il più significativo, che pregna tutta l’attualità economica e politica attuale.
Uno dei padri dell’economia moderna, il britannico Adam Smith, era innanzitutto un teologo, insegnava teologia a Glasgow. Egli riesce a spiegarci perché il mercato, pilastro dell’economia e quindi della società, finisce sempre per autoregolarsi ed equilibrarsi grazie ad una “mano invisibile”, chiaramente assimilata a un intervento della divina provvidenza. Il mercato è quindi eretto come fondamento antropologico dell’uomo perché lo distingue dalle altre creature. “Non si è mai visto un cane-scriverà Smith-scambiare deliberatamente un osso con un altro cane”.
Quel concetto di mercato permette anche di risolvere due problemi che non sono risolti dalla filosofia politica all’epoca di Smith: la pace tra le nazioni e l’obbligo sociale. Il commercio, grazie alla “mano divina”, è un’attività a somma positiva, in cui tutti ci guadagnano, sia perché porta all’equilibrio tra le potenze, tra le nazioni, sia perché permette l’incontro tra l’interesse individuale e quello collettivo, senza che debba interporsi un “despota”, (perché è inconcepibile che qualcuno prenda il posto della Natura per correggere i disegni della Provvidenza), solo mediante un contratto in cui le parti si obbligano reciprocamente, rimanendo libere.
Obbedire al mercato è come obbedire a Dio
E gli individui devono quindi obbedire alla legge del mercato come devono obbedire a Dio nella misura in cui essa è una sua emanazione diretta. In altre parole: non esiste alternativa, non esiste possibilità di sovvertire l’ordine possibile. Lo statuto societario ereditato dal Medio Evo con la gerarchia naturale dei tre ordini – quelli che combattono (bellatores), quelli che lavorano (laboratores) quelli che pregano (oratores) – cede il posto ad una società (un’economia) in cui le ineguaglianze sono giustificate dall’ordine naturale del mercato perché esse, alla fine, sono profittevoli per tutti e bisogna aver fiducia nelle vie impenetrabili della divina Provvidenza. Anche un immagine ch’era molto densa di significati nel Medio Evo, Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, perde di significato. Adam Smith spiega in tal modo come “i proprietari (i mercanti) senza volerlo né saperlo, servono il benessere generale e forniscono i mezzi per la moltiplicazione della specie”.
La “mano invisibile” permette quindi di risolvere anche ogni eventuale contraddizione tra l’etica e quanto è economico. perché la Provvidenza porterà alla trasmutazione del male in bene, all’insaputa stessa degli uomini. Adam Smith è infatti categorico: “l’amministrazione del grande sistema dell’universo e la cura del benessere universale di tutti gli essere razionali e sensibili sono l’affare di Dio e non dell’uomo”.
Un profeta anonimo
Oggi appare quasi incredibile o inimmaginabile come tutta questa “dottrina teologica” o questa concezione, fondamentalmente “religiosa”, sia prosperata, alimenti e regga tutta la nostra economia o la politica economica che l’orienta.
La “teologia economica” di Adam Smith è stata secolarizzata dall’ economista e sociologo austriaco, naturalizzato britannico, Friedrich von Hayek (1899-1992), premio Nobel per l’economia (1974), considerato a pieno titolo il padre del neoliberismo, la dottrina, la politica, la pratica che dominano ormai da cinquant’anni e pervadono tuttora l’economia. Basterebbe una sua affermazione (o professione di fede) per dimostrarlo: “…un ordine autogenerantesi o spontaneo della realtà sociale (…) un ordine che ha reso possibile utilizzare la conoscenza e le capacità di ogni membro della società in misura enormemente maggiore di quanto sarebbe possibile in qualsiasi ordine creato…che ha condotto al conseguente desiderio di fare il più completo uso di queste potenti forze che danno origine all’ordine spontaneo” (Relazione tenuta alla Conferenza di Tokyo della Mont Pelerin Society, settembre 1966).
C’è chi ha scritto che il mercato può essere allora considerato “un profeta anonimo secondo la teoria dell’efficienza finanziaria; egli conosce e rivela a ognuno il “vero modello” dell’economia; sarà vero perché, se tutti lo seguono, si realizzerà, alla stessa stregua che la parola del profeta è vera perché tutti coloro che l’ascoltano credono che Dio parla con la sua bocca”. E da allora il mercato “non ha più limiti geografici né temporali” ed è proposto e sostenuto, religiosamente, come “l’infinito mediatore della moltitudine di interessi che, solo grazie a lui, si armonizzano” (v. E. Jourdain, “Théologie du capital”, puf, 2021).
C’è chi ha cercato di dimostrare che siamo passati dalla “società aperta” alla “società ottusa” che è “regolata dalla teologia dogmatica del mercato…una società che trova il suo fondamento nella chiusura al e del pensiero, nella mortificazione di tutto ciò che è conoscenza nonché nell’annullamento di quelle condizioni (etiche ed educative) che consentono la formazione di individui autonomi e dotati di senso critico…” (v. Paolo Ercolani, “Figlio di un io minore, dalla società aperta alla società ottusa”, Marsilio, 2019).
Il Buon Samaritano e le buone intenzioni
Ciò che non capita affatto, ad eccezione della globalizzazione del mercato, oggi comunque ritenuta più nefasta che utile o utile solo ad alcuni, tanto da ritornare in forza alla frammentazione del mercato e al protezionismo (v. politica del neo presidente Trump ed altri). Capita quindi piuttosto il contrario: non esiste, nell’economia, nessuna redenzione (o automatica equa ridistribuzione) dovuta a provvida mano divina. Fosse solo perché, quella sorta di automatismo “religioso”, è paradossalmente pensato con l’astrazione o l’emarginazione dell’uomo, tolto anche come attore economico.
Tanto che nella pratica o in chi ha voluto farlo applicare si son trovate giustificazioni che sono sempre state solo vie di fuga o ammissioni di fallimento. Il problema non sono l’economia o il mercato libero e “la soluzione non è lo Stato e anche il governo, nel suo stato migliore, non è che un male necessario” (il presidente americano Reagan). “La società non esiste, non c’è alternativa (al libero mercato, al liberismo. Lo diceva anche Smith) e nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni, aveva pure i soldi” (Thatcher, primo ministro britannico). “La ricchezza, anche se accumulata da pochi, finirà per sgocciolare su tutti”(principio dogmatico, che richiama ancora Smith, adottato ora da governi piccoli e grandi, spesso anche sotto forma di esenzioni fiscali ai ricchi, per giustificare la positività del capitalismo, la casualità dell’ingiustizia distributiva o degli squilibri di reddito e quindi anche la povertà, la quale non è condizione ma solo attesa economica… della mano invisibile o provvidenziale.
Il religioso deviato
La massima deviazione del religioso la si è avuta, politicamente, con l’elezione del presidente americano Trump. Gli Stati Uniti non si sono più accontentati dell’invadente “In God We Trust” (in Dio poniamo la nostra fede, motto adottato nel 1956, scritto sulle banconote). Che è infatti scivolato verso “In Trump We Trust”. Quasi egli fosse – come si è sentito in un’intervista televisiva – il “nuovo profeta” o “la reincarnazione di Gesù”.
La logica dei vasi comunicanti ha compiuto il miracolo portando il sentimento religioso, sacchi e bagagli, dallo stato di chiesa (dal greco “ecclesia”, assemblea, derivato dal verbo “ekkaleo”, convoco) al campo politico. L’assemblea convocata diventa un campo di battaglia identitario: il profeta propone, invocando Dio (God Bless America, è lo slogan ripetuto all’infinito, con la mano sul cuore) il ritorno di un’America più grande di prima distruggendo quei “loro”, demonizzati, che la minacciano (gli immigrati, gli altri “mercati”, le altre merci, cinesi, europee, latinoamericane, canadesi). Commentava un prestigioso quotidiano americano: “Di fronte a questo dio carnevale che flirta con l’istinto della morte, da dove proverranno le torce che potranno illuminarci l’uscita da quelle tenebre?“ Ma è spesso così (come annotava Régis Debray nel suo critico “Le Feu Sacré. Fonctions du religieux”, Gallimard, 2005) che “mentre una filosofia analizza, una religione finisce per polarizzare; la prima è una visione del mondo, la seconda vien fatta diventare un mondo”.
Articolo ripreso, per gentile concessione, dalla rivista Dialoghi
Nell’immagine: Giotto, “Cacciata dei mercanti dal Tempio” (1304-1306)