Caccia al migrante, la soffiata su Chicago scombina i piani di Trump. E Windy City resiste

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Anna Lombardi, La Repubblica

Era tutto pronto, ma poi una soffiata ha scombinato i piani di Trump. La temibile Ice, l’Immigration and Customs Enforcement, la polizia che si occupa specificamente di migranti illegali, aveva già allertato almeno duecento suoi uomini, preparati ad entrare in azione nell’area metropolitana di Chicago – città santuario, come qui chiamano i luoghi dove i migranti sono protetti e che dunque non consegna informazioni alle autorità – per far partire simbolicamente proprio dal bastione dem dove ad agosto i democratici hanno pure tenuto la loro Convention l’Operation Safeguard: operazione salvaguardia che nei fatti consiste in una vera caccia al clandestino casa per casa.

Raid di arresti e deportazioni di massa di “criminali”: definizione che però per la nuova amministrazione è davvero molto ampia, giacché riguarderà qualunque clandestino con precedenti anche minori, comprese le multe per sosta vietata. Donald Trump vuol mettere in atto il piano già dall’alba di martedì, all’indomani del suo giuramento, cioè, per iniziare il suo secondo mandato con un atto di forza.

Peccato – si fa per dire – che la fuga di notizie (il raid è stato anticipato dal Wall Street Journal) stia ora costringendo le autorità a rivedere l’intero piano. Lo ha ammesso ieri, durante una intervista con la rete Abc, Tom Homan: il funzionario dell’Ice chePresident Trump ha nominato “zar” delle frontiere e delle politiche d’immigrazione. Un uomo spietato, grande sostenitore delle politiche di “tolleranza zero” che nel gennaio 2017 suggerì addirittura la separazione dei figli degli immigrati dai propri genitori per scoraggiarne l’ingresso in America. E quei piccoli migranti finirono in orribili gabbie. «Stiamo rivedendo i piani di Chicago, il leak ha messo a repentaglio la sicurezza degli agenti» ha dunque detto Homan ieri sera, alludendo al fatto che ora il piano potrebbe partire da altre città santuario – New York ad esempio – per poi concentrarsi su Chicago più in là.

Di sicuro le agenzie che collaborano con l’Ice, dall’ Homeland Security Investigations, il braccio investigativo del dipartimento di sicurezza interna, all’Enforcement and Removal Operations, che invece gestisce le deportazioni, restano in stato d’allerta. Agli agenti non sono stati però ancora forniti dettagli specifici e logistici, se non un generico “tenersi pronti a partire”.

L’allerta a Windy City resta dunque altissima. Chicago è sicuramente nel mirino e se non sarà martedì potrebbe avvenire già la settimana successiva. Così l’amministazione a guida democratica – il sindaco Brandon Johnson viene dal sindacalismo di base – si prepara. «Purtroppo ce lo aspettavamo e ci stiamo già preparando,» ha detto Erendira Rendon, vicepresidente di Resurrection Project che appunto si occupa di migranti e collabora con il Comune. «Vogliono intimidire una città che protegge i deboli» gli ha fatto eco il deputato Jesús “Chuy” García. E Jessie Fuentes, rappresentante del 26° distretto, ha affermato in una conferenza stampa che le scuole pubbliche non collaboreranno con gli ufficiali dell’immigrazione.

«Nessuna agenzia della città di Chicago coordinerà o lavorerà con gli agenti dell’Ice. Vogliamo che le famiglie capiscano che i giovani possono ancora andare a scuola». Ma la paura è tanta: perché ormai è noto, questo tipo di raid finiscono per travolgere anche persone che non hanno mai commesso un reato. «Fermeranno la gente per strada e se le carte non sono in ordine le porteranno semplicemente via», lamenta una donna di origini ispaniche sempre parlando con Abc: «Trump vuol farci vivere nel terrore».

Gli attivisti sono già all’opera: organizzando workshop online e pure una diretta Facebook di domande e risposte per far conoscere ai migranti i propri diritti. Come quello di non aprire la porta se non viene mostrato uno specifico mandato. Anche le chiese partecipano alla mobilitazione che nei prossimi giorni sarà massima.

Nell’immagine: migranti in viaggio dal Texas verso Chicago, città “santuario”


Nel mondo ci sono 2.769 miliardari: ecco perché si allarga il gap tra ricchissimi e poveri

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

 I ricchi sono sempre più tali, i poveri idem. Dalla Davos in cui oggi si apre il World economic forum (Wef) arriva l’allarme di Oxfam sulle crescenti diseguaglianze. A livello globale nel 2024 la ricchezza dei miliardari è cresciuta, in termini reali, di 2.000 miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno. Vale a dire, spiega la ong, «a un ritmo tre volte superiore rispetto all’anno precedente». In pratica, sottolinea l’ultimo rapporto, «ogni settimana, in media, si sono configurati 4 nuovi miliardari». Allo stesso tempo, però, «il numero assoluto di individui che vivono sotto la soglia di povertà di 6,85 dollari al giorno è oggi lo stesso del 1990, poco più di 3,5 miliardi di persone e, alle tendenze attuali, ci vorrebbe più di un secolo per portare l’intera popolazione mondiale sopra tale soglia». Numeri che rappresentano l’ampliamento della forbice della popolazione mondiale. Da un lato, gli ultra ricchi. Dall’altro, i super poveri. Uno scenario che è ben peggiore delle previsioni.

L’obiettivo delle Nazioni Unite di eradicare la povertà entro il 2030 è sempre più lontano. E nei prossimi quattro anni di Amministrazione Trump negli Stati Uniti c’è il rischio che le disparità esistenti aumentino ancora di più. Il rapporto presentato oggi, “Disuguaglianza: povertà ingiusta e ricchezza immeritata”, evidenzia quanto sia profondo il solco fra chi ha tutto e chi ha niente. Simbolico è il fatto che la presentazione avvenga in concomitanza con l’insediamento alla Casa Bianca del miliardario Trump, sostenuto dall’uomo più ricco del mondo Elon Musk. In dati parlano di 204 nuovi miliardari nati nello scorso anno. Erano 2.565 due anni fa, sono 2.769 nel 2024. Non solo. «Il valore dei loro patrimoni è aumentato da 13.000 a 15.000 miliardi di dollari in soli 12 mesi», spiega il rapporto. E si tratta «del secondo più grande incremento annuo di ricchezza riscontrato da quando i patrimoni miliardari sono monitorati». Negli ultimi dodici mesi, si afferma, «la ricchezza dei 10 uomini più facoltosi al mondo è cresciuta, in media, di quasi 100 milioni di dollari al giorno». Notevole è anche la resilienza di queste risorse: «Qualora il 99% dei loro patrimoni “evaporasse” da un giorno all’altro, rimarrebbero miliardari».

C’è di più. Come fa notare lo studio, nella precedente edizione Oxfam prevedeva la comparsa del primo trilionario «entro un decennio», ma così non sarà, perché «al tasso attuale di crescita della ricchezza estrema di trilionari ne avremmo cinque». Il direttore generale di Oxfam Italia, Roberto Barbieri, fa il punto su cosa sta avvenendo. «L’incapacità di contenere la concentrazione di ricchezza tende a consolidare il potere nelle mani di pochi e generare paperoni trilionari», dice Barbieri. Secondo cui «un’inversione di tendenza è necessaria, ma il contesto politico la complica». Questo perché «la precarizzazione economica e la marginalizzazione culturale di ampie fasce della popolazione favoriscono proposte politiche identitarie – come quelle che si vanno radicando negli Stati Uniti, con la rielezione di Donald Trump, e nel vecchio continente – che mirano a creare artificiose contrapposizioni tra gli emarginati».

Il contesto di esclusione sociale è significativo per capire l’evoluzione registrata nel 2024. Non a caso, Oxfam mette in luce un aspetto significativo nella formazione delle diseguaglianze. E cioè che «la ricchezza globale non solo è fortemente concentrata al vertice, ma in gran parte deriva anche da rendite di posizione». Basti pensare, si spiega nel rapporto, «che oltre 1/3 (il 36%) delle fortune dei miliardari deriva da eredità». Nello specifico, «tutti i miliardari del mondo sotto i 30 anni hanno ereditato i propri patrimoni, una prima ondata di quello che è stato soprannominato “il grande trasferimento di ricchezza”, per cui si prevede che nei prossimi due o tre decenni più di 1.000 miliardari lasceranno oltre 5.200 miliardi di dollari ai propri eredi». Il fenomeno è «è in parte riconducibile a sistemi di relazioni clientelari e, soprattutto, intrecciata con l’immenso potere di mercato esercitato dalle imprese che controllano o dirigono». Su questo versante, sottolineano gli analisti della ong, «i ricavi combinati delle 5 più grandi aziende al mondo sono superiori al Pil di decine di nazioni e al reddito aggregato dei 2 miliardi di persone più povere del pianeta (1/4 della popolazione mondiale)».

Il circolo della ricchezza è mai quanto nel 2025 un affare per pochi, localizzati in larghissima parte nell’emisfero settentrionale del mondo. «Ai super-ricchi piace dire che per accumulare enormi patrimoni ci vogliono abilità, determinazione e duro lavoro. Ma la verità è che gran parte della ricchezza estrema non è ascrivibile al merito», ha chiosato Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam International. E il vincitore delle ultime elezioni statunitensi lo testimonia.

Nell’immagine: un eloquente disegno di Tomi Ungerer (1931- 2019 ) risalente agli anni ’70 del secolo scorso. Attuale più che mai


Quando economia e politica si vestono di religione

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Quando ci si erudiva sulla storia della fine del XVI secolo, si richiamava immancabilmente l’espressione latina, simile a legge, “cuius regio, eius religio” (di chi è la regione, di lui sia la religione). Quanto a dire: i sudditi abbiano la stessa confessione religiosa del loro principe.

Ammettiamo che l’accostamento che stiamo facendo è un poco spinto: se ci pensiamo bene, non sembra che oggi siamo molto lontani dall’obbligo di quei tempi. Non per la forma, ovviamente; per la sostanza. E in peggio: perché quella religione non ha confini, è intesa come onnicomprensiva o inarrestabilmente pervasiva; i prìncipi o i despoti, poi, sono molteplici e diversi, mutano, non sempre sono identificabili, riescono a imporsi dovunque e in ogni modo.

Si dirà che tutto questo sa di complicato o di misterioso. Non lo è se teniamo presenti due fatti o due fenomeni politico-sociali emersi in modo appariscente o lampante negli ultimi tempi. I quali sono:

  • l’economia che si fa religione, nel metodo, nei modi, nelle parole ed espressioni adottati;
  • la politica che, a sua volta, si ammanta di religione per presentarsi avvincente e conquistante, paradisiaca e beatificante. Esibendo anche le Sacre Scritture (la Bibbia) come prova di condivisione divina e formulando le proprie promesse come atti di fede nella sua liturgia elettorale.

Si ritiene spesso, dai profani e dagli addetti ai lavori (economisti, politici) che l’economia, scienza della razionalità, trovi la sua migliore espressione nella matematica. Per i primi sarà il semplice far di conto, la contabilità, l’osservazione diretta, la statistica. Per i secondi è il ricorso a metodi matematici e statistici per produrre schemi, modelli, atti a dimostrare o verificare la validità di proprie ipotesi.

Si dimentica però in tal modo che l’economia ha fondamenta politico-religiose e che anche i concetti dell’economia moderna sono concetti teologici secolarizzati.

Come prima dimostrazione potremmo già trovare tracce di tutto questo nel vocabolario, sin dall’antichità. Capitale, ad esempio, deriva da caput che designava la testa del bue, offerta in sacrificio alla divinità per mantenere la coesione simbolica della società. Il concetto di “beneficio” nel Medio Evo rimane a lungo canonico per poi diventare fondamento bancario e profitto.

Teologie economiche

La questione teologico-politica è stata comunque oggetto di numerosi studi e controversie, soprattutto dopo l’affermazione di Carl Schmitt (1888-1985, giurista e politologo tedesco) secondo cui “tutti i concetti pregnanti dello Stato moderno sono concetti teologici secolarizzati”. Se è così, ci si è chiesto, possiamo allora anche parlare di “teologie economiche”? In verità, aveva già risposto affermativamente anni prima, Carlo Marx, con la sua analisi sul “feticismo”, posta subito all’inizio della sua opera fondamentale, Il Capitale (1867), quando sostiene che una merce è “colma di sottigliezze metafisiche e di arguzie teologiche”. Oppure, poco dopo, Paul Lafargue (giornalista e saggista francese, 1842-1911) ne “La Religione del capitale” (1887), una nuova religione inventata dalla borghesi. O ancora, più tardi, Walter Benjamin (filosofo tedesco, laureatosi a Berna, 1892-1940, vittima del nazismo) quando nel suo breve saggio su “Capitalismo come religione”(1921) specifica anche: “religione colpevolizzante e indebitante (verschuldend)”. Né tanto meno si può ignorare Max Weber (sociologo, filosofo, storico ed economista tedesco, 1864-1920) che nel suo celebre saggio (L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, 1904) ritiene che esista una correlazione tra la nascita del capitalismo e quella del protestantesimo, situandoli in un contesto e in un momento molto particolari della storia.

Il mercato e la mano invisibile

A questo punto ci si può chiedere di esemplificare: dove o quando l’economia si fa teologia o l’economia diventa religione? Potremmo limitarci ad un esempio, il più significativo, che pregna tutta l’attualità economica e politica attuale.

Uno dei padri dell’economia moderna, il britannico Adam Smith, era innanzitutto un teologo, insegnava teologia a Glasgow. Egli riesce a spiegarci perché il mercato, pilastro dell’economia e quindi della società, finisce sempre per autoregolarsi ed equilibrarsi grazie ad una “mano invisibile”, chiaramente assimilata a un intervento della divina provvidenza. Il mercato è quindi eretto come fondamento antropologico dell’uomo perché lo distingue dalle altre creature. “Non si è mai visto un cane-scriverà Smith-scambiare deliberatamente un osso con un altro cane”.

Quel concetto di mercato permette anche di risolvere due problemi che non sono risolti dalla filosofia politica all’epoca di Smith: la pace tra le nazioni e l’obbligo sociale. Il commercio, grazie alla “mano divina”, è un’attività a somma positiva, in cui tutti ci guadagnano, sia perché porta all’equilibrio tra le potenze, tra le nazioni, sia perché permette l’incontro tra l’interesse individuale e quello collettivo, senza che debba interporsi un “despota”, (perché è inconcepibile che qualcuno prenda il posto della Natura per correggere i disegni della Provvidenza), solo mediante un contratto in cui le parti si obbligano reciprocamente, rimanendo libere.

Obbedire al mercato è come obbedire a Dio

E gli individui devono quindi obbedire alla legge del mercato come devono obbedire a Dio nella misura in cui essa è una sua emanazione diretta. In altre parole: non esiste alternativa, non esiste possibilità di sovvertire l’ordine possibile. Lo statuto societario ereditato dal Medio Evo con la gerarchia naturale dei tre ordini – quelli che combattono (bellatores), quelli che lavorano (laboratores) quelli che pregano (oratores) – cede il posto ad una società (un’economia) in cui le ineguaglianze sono giustificate dall’ordine naturale del mercato perché esse, alla fine, sono profittevoli per tutti e bisogna aver fiducia nelle vie impenetrabili della divina Provvidenza. Anche un immagine ch’era molto densa di significati nel Medio Evo, Gesù che scaccia i mercanti dal tempio, perde di significato. Adam Smith spiega in tal modo come “i proprietari (i mercanti) senza volerlo né saperlo, servono il benessere generale e forniscono i mezzi per la moltiplicazione della specie”.

La “mano invisibile” permette quindi di risolvere anche ogni eventuale contraddizione tra l’etica e quanto è economico. perché la Provvidenza porterà alla trasmutazione del male in bene, all’insaputa stessa degli uomini. Adam Smith è infatti categorico: “l’amministrazione del grande sistema dell’universo e la cura del benessere universale di tutti gli essere razionali e sensibili sono l’affare di Dio e non dell’uomo”.

Un profeta anonimo

Oggi appare quasi incredibile o inimmaginabile come tutta questa “dottrina teologica” o questa concezione, fondamentalmente “religiosa”, sia prosperata, alimenti e regga tutta la nostra economia o la politica economica che l’orienta.

La “teologia economica” di Adam Smith è stata secolarizzata dall’ economista e sociologo austriaco, naturalizzato britannico, Friedrich von Hayek (1899-1992), premio Nobel per l’economia (1974), considerato a pieno titolo il padre del neoliberismo, la dottrina, la politica, la pratica che dominano ormai da cinquant’anni e pervadono tuttora l’economia. Basterebbe una sua affermazione (o professione di fede) per dimostrarlo: “…un ordine autogenerantesi o spontaneo della realtà sociale (…) un ordine che ha reso possibile utilizzare la conoscenza e le capacità di ogni membro della società in misura enormemente maggiore di quanto sarebbe possibile in qualsiasi ordine creato…che ha condotto al conseguente desiderio di fare il più completo uso di queste potenti forze che danno origine all’ordine spontaneo” (Relazione tenuta alla Conferenza di Tokyo della Mont Pelerin Society, settembre 1966).

C’è chi ha scritto che il mercato può essere allora considerato “un profeta anonimo secondo la teoria dell’efficienza finanziaria; egli conosce e rivela a ognuno il “vero modello” dell’economia; sarà vero perché, se tutti lo seguono, si realizzerà, alla stessa stregua che la parola del profeta è vera perché tutti coloro che l’ascoltano credono che Dio parla con la sua bocca”. E da allora il mercato “non ha più limiti geografici né temporali” ed è proposto e sostenuto, religiosamente, come “l’infinito mediatore della moltitudine di interessi che, solo grazie a lui, si armonizzano” (v. E. Jourdain, “Théologie du capital”, puf, 2021).

C’è chi ha cercato di dimostrare che siamo passati dalla “società aperta” alla “società ottusa” che è “regolata dalla teologia dogmatica del mercato…una società che trova il suo fondamento nella chiusura al e del pensiero, nella mortificazione di tutto ciò che è conoscenza nonché nell’annullamento di quelle condizioni (etiche ed educative) che consentono la formazione di individui autonomi e dotati di senso critico…” (v. Paolo Ercolani, “Figlio di un io minore, dalla società aperta alla società ottusa”, Marsilio, 2019).

Il Buon Samaritano e le buone intenzioni

Ciò che non capita affatto, ad eccezione della globalizzazione del mercato, oggi comunque ritenuta più nefasta che utile o utile solo ad alcuni, tanto da ritornare in forza alla frammentazione del mercato e al protezionismo (v. politica del neo presidente Trump ed altri). Capita quindi piuttosto il contrario: non esiste, nell’economia, nessuna redenzione (o automatica equa ridistribuzione) dovuta a provvida mano divina. Fosse solo perché, quella sorta di automatismo “religioso”, è paradossalmente pensato con l’astrazione o l’emarginazione dell’uomo, tolto anche come attore economico.

Tanto che nella pratica o in chi ha voluto farlo applicare si son trovate giustificazioni che sono sempre state solo vie di fuga o ammissioni di fallimento. Il problema non sono l’economia o il mercato libero e “la soluzione non è lo Stato e anche il governo, nel suo stato migliore, non è che un male necessario” (il presidente americano Reagan). “La società non esiste, non c’è alternativa (al libero mercato, al liberismo. Lo diceva anche Smith) e nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni, aveva pure i soldi” (Thatcher, primo ministro britannico). “La ricchezza, anche se accumulata da pochi, finirà per sgocciolare su tutti”(principio dogmatico, che richiama ancora Smith, adottato ora da governi piccoli e grandi, spesso anche sotto forma di esenzioni fiscali ai ricchi, per giustificare la positività del capitalismo, la casualità dell’ingiustizia distributiva o degli squilibri di reddito e quindi anche la povertà, la quale non è condizione ma solo attesa economica… della mano invisibile o provvidenziale.

Il religioso deviato

La massima deviazione del religioso la si è avuta, politicamente, con l’elezione del presidente americano Trump. Gli Stati Uniti non si sono più accontentati dell’invadente “In God We Trust” (in Dio poniamo la nostra fede, motto adottato nel 1956, scritto sulle banconote). Che è infatti scivolato verso “In Trump We Trust”. Quasi egli fosse – come si è sentito in un’intervista televisiva – il “nuovo profeta” o “la reincarnazione di Gesù”.

La logica dei vasi comunicanti ha compiuto il miracolo portando il sentimento religioso, sacchi e bagagli, dallo stato di chiesa (dal greco “ecclesia”, assemblea, derivato dal verbo “ekkaleo”, convoco) al campo politico. L’assemblea convocata diventa un campo di battaglia identitario: il profeta propone, invocando Dio (God Bless America, è lo slogan ripetuto all’infinito, con la mano sul cuore) il ritorno di un’America più grande di prima distruggendo quei “loro”, demonizzati, che la minacciano (gli immigrati, gli altri “mercati”, le altre merci, cinesi, europee, latinoamericane, canadesi). Commentava un prestigioso quotidiano americano: “Di fronte a questo dio carnevale che flirta con l’istinto della morte, da dove proverranno le torce che potranno illuminarci l’uscita da quelle tenebre?“ Ma è spesso così (come annotava Régis Debray nel suo critico “Le Feu Sacré. Fonctions du religieux”, Gallimard, 2005) che “mentre una filosofia analizza, una religione finisce per polarizzare; la prima è una visione del mondo, la seconda vien fatta diventare un mondo”.

Articolo ripreso, per gentile concessione, dalla rivista Dialoghi
Nell’immagine: Giotto, “Cacciata dei mercanti dal Tempio” (1304-1306)


Trump e il big bang del mondo nuovo

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

E’ l’aureola che mancava, e che adesso scende a circondare il volto di Donald Trump mentre giura solennemente fedeltà alla Costituzione, questo accordo di tregua tra i terroristi di Hamas e Israele. Addirittura, pur nella fragilità del suo equilibrio e nella precarietà delle convinzioni delle due parti, segna l’orizzonte e l’ambizione della fase che si apre domani a Washington, non soltanto una nuova presidenza americana ma una nuova era per un nuovo mondo. In questo senso c’è qualcosa di titanico e di temerario nella formula di rito che Trump pronuncerà davanti al Campidoglio e sulla Bibbia, quasi invocando una benedizione rivoluzionaria: “Che dio mi aiuti”. Per arrivare dove?

Non c’è un dio di destra, pronto per l’uso, e disponibile a favorire e proteggere a richiesta la riforma più radicale della storia americana, con il ridimensionamento della democrazia, la riduzione dello Stato di diritto, il superamento dello spirito costituzionale del dopoguerra, per far nascere il moderno sovrano libero da vincoli, regole e controlli, pura espressione dell’autorità che diventa comando. Ci sono però i nuovi idoli pagani, geniali nell’invenzione continua dell’ultimo miracolo tecnologico, affascinanti nella proiezione futurista della nostra vita, extraterrestri nel progetto di colonizzazione del cosmo, onnipotenti nella possibilità billionaria di comperare anime, corpi, tempo e spazio: figuriamoci i voti, il consenso, la legge, la politica e il governo.

Stiamo assistendo all’unico big-bang non previsto dagli studiosi, quello tra l’estremismo di destra e il radicalismo scientifico, tra reazione e innovazione, ideologia e tecnologia. Tutto dentro le regole, più o meno logore e sdrucite, comunque tutto con il regolare consenso elettorale, sotto gli occhi stanchi del parlamento. Perché in questi Anni Venti nessuno attaccherà di nuovo frontalmente la democrazia per detronizzarla, non ce n’è bisogno: la forza propulsiva dell’innovazione tecnologica trasformata in arma politica è tale che mentre ci seduce col suo incantesimo quotidiano fa invecchiare per differenza tutto il resto, lo fa ingiallire ed esaurire come le foglie d’autunno, per deperimento organico accelerato.

È chiaro fin d’ora che i due soggetti di questa rivoluzione reazionaria stanno cambiando l’alfabeto sociale del nostro tempo, perché agiscono essi stessi come l’hardware del nostro immaginario e il software del desiderio, reinventando i linguaggi e ridefinendo i concetti. A partire dall’idea di libertà, che non crescerà più con l’espansione dei diritti, ma con il diritto a non avere più vincoli con la società, che di fatto sarà sciolta. Soli, riprecipitati da cittadini a individui, saremo compensati con l’accesso al consumo generale e all’uso privato della prossima tecno-meraviglia che semplificherà ancora di più la nostra vita, colorandola di nuove suggestioni ed eccitandola con inedite emozioni. La verticalizzazione del comando infatti comporta necessariamente una capitalizzazione del sapere, risorsa e garanzia del potere, che controllerà le quote di conoscenza consapevole da distribuire nel circuito per mantenere il popolo partecipe, sollecitarlo e ingaggiarlo, senza però liberarlo. Nessuna ideologia più lo chiede, nessuna politica lo promette: siamo sicuri di averne bisogno? Il post-cittadino, questa nuova creatura, può regolarmente votare: non era il diritto supremo? Come tale resta intatto, è tutto il mondo intorno che cambia, il vecchio concetto di libertà arranca inadeguato a comprendere la potenza irresistibile dell’innovazione che buca la superficie del futuro, e ne cattura un lampo.

Viviamo nel punto esatto in cui la scienza si fa destra estrema. Com’è accaduto e perché? In realtà, nel momento in cui la tecnica vuole ingegnerizzare la politica, la destra è la via più semplice per destrutturare la cultura liberal-democratica. Che non può certo essere scambiata per il demonio, estenuata com’è: ma rappresenta pur sempre l’impalcatura su cui si regge il sistema occidentale con le sue costituzioni, il suo codice distintivo del bene e del male, i precetti civili e i doveri morali come la responsabilità e la solidarietà, fino alla bestemmia civica del senso del limite, che incatena l’ambizione, deprime il talento, zavorra l’autorità. L’estremismo della destra non riconosce obblighi, doveri, riguardi. Ha istintivamente individuato il moderno punto zero della politica, fuori dalla storia, indifferente al passato ed estraneo alla democrazia, soprattutto se trasformata in fede. Su questo principio neutro, la tecno-scienza può piantare il nuovo albero della conoscenza, ma da padrona, non da gregaria: vuole goderne i frutti, partecipare al comando, prendere il potere. Non è più una struttura servente, e la politica lo sta scoprendo. Da consigliere, il tycoontecnologico diventa principe, con il mouse che sostituisce la vecchia rana da baciare.

Per queste ragioni, può darsi che i due soggetti del big bang confliggano. Più probabile che si usino a vicenda per qualche tempo, come stanno facendo. Non è nemmeno escluso che Trump colga l’ebbrezza di un’energia politica trasformata in forza costituente di un nuovo ordine mondiale, e dopo la fragilità della tregua cerchi la robustezza di un negoziato di pace nelle guerre contemporanee. Significherebbe che la grazia di Stato prevale sulla natura, e sarebbe la prova inaspettata della supremazia della libertà democratica come religione civile dell’Occidente. Il dio d’America in fondo è questo: quel che Musk va cercando nel cielo degli Stati Uniti, invece, è soltanto il vitello d’oro.


19 gennaio 2025. Domani inizia l’Eclissi

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 


Ricconi, razzisti e new media per il presidente: un film già visto

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Roberto Della Seta, il manifesto

Henry Ford, il tycoon fondatore dell’omonima casa automobilistica, e Charles Lindbergh, il trasvolatore dell’Atlantico eroe nazionale americano, pedine chiave nella nuova amministrazione Trump: uno segretario al tesoro, l’altro a capo del Pentagono.

È fantasia, tutti e due sono morti da oltre cinquant’anni. Ma è il canovaccio plausibile di una sceneggiatura ispirata allo stesso plot di Ritorno al futuro, la celebre trilogia cinematografica firmata degli anni Ottanta che racconta i viaggi nel tempo di un adolescente americano tra presente, passato e futuro.

Quali analogie legano Ford e Lindbergh a Trump? Molte, a cominciare dagli slogan più amati: Make America great again per Trump (peraltro copiato da Let’s make America great again che accompagnò nel 1980 la corsa vittoriosa di Ronald Reagan) e America first per Ford e Lindbergh.

Una mattina di settembre del 1940 Ford e Lindbergh – riuniti con un generale in pensione e uno studente dell’Università di Yale – decisero di dare vita all’America first Committee. L’associazione nacque per dare visibilità pubblica al «No» a ogni coinvolgimento degli Stati uniti nella guerra antifascista, che era allora (e rimarrà fino all’attacco giapponese a Pearl Harbour) maggioritario tra gli americani, «No» anche alle politiche del presidente Roosevelt di sostegno militare a Francia e Inghilterra.

America first non era un gruppo pacifista, anzi sosteneva l’urgenza per gli Stati uniti di rafforzare la propria capacità militare: vagheggiava un’America sempre più potente e imperiale, raccoglieva un sentimento isolazionista largamente diffuso tra gli americani declinandolo come rivendicata estraneità agli affari europei, compresa la lotta tra fascismo e antifascismo (seconda analogia).

Negli Stati uniti di fine anni Trenta queste stesse idee erano cavalcate da grandi giornali nati e affermatisi nei primi decenni del secolo che avevano battezzato una forma rivoluzionaria di giornalismo basata su articoli brevi e scritti in un linguaggio elementare e su uno stile urlato – oggi si direbbe populista – il più possibile scandalistico (seconda analogia).

Letti da decine di milioni di americani, questi new media erano tutti anti-interventisti e tutti sia posseduti che diretti dai primi magnati dei media, da William Randolph Hearst a Robert McCormick. Erano anche tendenzialmente filofascisti, filonazisti, antisemiti: Hearst lodava «l’entusiasmo, l’energia, la capacità organizzativa» di Hitler che lo ricevette con tutti gli onori nel 1934 a Berlino, McCormick considerava il New deal un complotto per distruggere la libertà degli americani ordito da Roosevelt insieme ai suoi «consiglieri ebrei».

Filonazisti e antisemiti erano anche Ford e Lindbergh.

Ford nel 1922 aveva raccolto in un libro – The International Jew – decine di articoli pubblicati dal 1918 sul Dearborn Independent, giornale di sua proprietà, nei quali teorizzava l’esistenza di un complotto degli ebrei del mondo per conquistare il potere.

Lindbergh, che era di casa nella Germania nazista, intervenendo nel settembre 1941 in un meeting affollatissimo dell’America first Committee affermò che il pericolo di un coinvolgimento degli Stati uniti nella guerra europea dipendeva dalla grande influenza degli ebrei americani nel cinema, nella stampa, nella radio e nel governo.

Terza analogia? In parte. Oggi il trumpismo si presenta come alleato incrollabile di Netanyahu e sostenitore della mattanza in corso a Gaza, ma al tempo stesso guarda con favore ai partiti di estrema destra in ascesa in Europa, mentre il suo portavoce più famoso, Elon Musk anche lui come Hearst e McCormik padrone di un media popolarissimo, fa campagna elettorale a favore dei neonazisti tedeschi dell’Afd (quarta analogia).

La favola dell’incontro impossibile di Trump con Ford e Lindbergh si può anche rovesciare. Portando indietro nel tempo Donald Trump fino agli anni Trenta del secolo scorso, facendone il capo politico di successo che mancò all’America first Committee. Trump che sconfigge Roosevelt nelle elezioni presidenziali del 1940 e cambia la storia dell’America e del mondo decidendo che no, Hitler non è da considerare il male assoluto cui preferire persino un’alleanza con Stalin.

Dopo di che resta da aggiungere: caratteristica obbligata di tutti e tre i film Ritorno al futuro era il lieto fine. Sul quarto gli sceneggiatori stanno ancora lavorando.

Nell’immagine: Charles Lindbergh (secondo da sinistra) con i vertici della Ford Aviation. Henry Ford è il primo a destra, 10 agosto 1927


Trump lancia la “grande deportazione” dei migranti: subito una settimana di caccia straordinaria agli illegali, il via martedì

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Alberto Simoni, La Stampa

La promessa della “grande deportazione” inizierà a prendere forma 24 ore dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Da martedì circa 150 agenti dell’ICE (Immigration and Costums Enforcement) saranno impegnati a Chicago nell’Operation Salvaguard. Durerà circa una settimana durante la quale i federali cercheranno gli immigrati illegali per espellerli dal Paese. L’ICE conduce deportazioni di routine negli Stati Uniti, quello che però cambia la dinamica è che l’agenzia ha potenziato gli sforzi per questa operazione che è direttamente legata all’inaugurazione del presidente Trump e al suo messaggio anti-immigrati illegali su cui ha costruito la campagna elettorale. A dare la notizia della Operation Salvaguard è stato per primo il Wall Street Journal che sottolinea come il blitz di Chicago sarà poi ripetuto in altre città come Denver, New York e Miami. Sono città definite “santuario”, dove la polizia rifiuta di consegnare agli agenti federali dell’ICE gli immigrati in custodia. Al New York Times il portavoce della polizia di Chicago ha detto che il dipartimento “non interferirà con le operazioni degli agenti federali”, ma continuerà a non documentare “lo status migratorio e non condividerà informazioni con l’ICE”.

Trump ha promesso di condurre “deportazioni di massa”. Nel mirino ci sono circa 11 milioni di immigrati illegali. Lo zar per l’immigrazione e già capo dell’ICE ai tempi di Barack Obama, Tom Homan, aveva anche detto che non esiterà a deportare i genitori di bambini nati negli USA che sono entrati illegalmente nel Paese e qui magari vivono da anni.

In totale nel 2019 l’ICE deportò 267mila persone, il picco nei quattro anni di Trump; ma un numero decisamente inferiore ai 400mila che in un solo anno furono espulsi durante l’Amministrazione Obama.

Fra la raffica di decreti esecutivi che Trump firmerà il primo giorno da presidente – si stimano siano un centinaio fra nuove proposte e cancellazioni di alcune politiche di Biden, come lo stop alle trivellazioni in alcune zone dell’Oceano Atlantico – la maggior parte sarà legata all’immigrazione.

A dimostrazione di quanto il tema è cruciale per la nuova Amministrazione, lunedì sarà approvato dal Senato il Laken Riley Act. È una legge – intitolata a Laken Riley, studentessa della Georgia uccisa da un immigrato illegale venezuelano – che obbliga gli agenti federali dell’Homeland Security ad arrestare i clandestini che non solo si macchiano di crimini violenti ma anche di furti e rapine. Gli Stati hanno la possibilità di fare causa al Dipartimento per la Sicurezza interna se non ottempererà ai nuovi obblighi. Venerdì il Senato ha approvato gli ultimi emendamenti con il voto di dieci democratici. La legge tornerà alla Camera – che l’aveva già approvata ma che ora deve rivederla alla luce delle modifiche. Era stato il precedente Congresso ad avviare l’iter, ma solo con il cambio di maggioranza dai democratici ai repubblicani c’è stata un’accelerazione. E la legge – ulteriore stretta contro i cittadini non americani – potrebbe essere quindi la prima che cade sotto il cielo della nuova Amministrazione repubblicana.

Il fatto che dieci democratici si siano schierati con la maggioranza trova un riflesso in un sondaggio New York Times/Ipsos pubblicato sabato. Emerge che oltre la metà del Paese appoggia il piano di Trump per deportare chiunque viva negli Stati Uniti senza autorizzazione.

Nell’immagine:  migranti in attesa alla frontiera col Messico


Oggi cessa il fuoco a Gaza. Netanyahu: tregua a tempo

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Oggi alle 8.30 in Palestina, le 7.30 in Italia, a Gaza cesserà il fuoco. Entra in vigore la prima fase di 42 giorni prevista dall’accordo di tregua firmato da Hamas e Israele a Doha.

NELLA NOTTE tra venerdì e sabato, dopo una riunione durata sei ore, il governo israeliano ha approvato l’accordo: 24 ministri a favore, otto contrari. Tra questi, oltre ai partiti di ultradestra Potere ebraico e Sionismo religioso, anche due membri del Likud, il partito del premier Netanyahu.

Il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, come già minacciato, si è dimesso. Quello delle finanze Bezalel Smotrich invece ha confermato le indiscrezioni in merito alle promesse strappate venerdì: «Possiamo garantire, grazie a una decisione del governo, che la guerra non finirà – ha detto – Abbiamo ottenuto l’impegno a cambiare completamente il metodo della guerra attraverso la graduale acquisizione dell’intera Striscia di Gaza, l’eliminazione delle imposizioni dell’amministrazione Biden e il totale controllo di Gaza».

Le indiscrezioni le ha confermate lo stesso Netanyahu ieri sera nel messaggio tv con cui ha tentato di vendere una vittoria a quel pezzo maggioritario di opinione pubblica che legge nell’accordo una sconfitta: il cessate il fuoco è temporaneo, Israele ha il diritto (riconosciuto, dice, da Biden e da Trump) di «riprendere i combattimenti se la seconda fase sarà infruttuosa…La campagna non è finita – ha assicurato – Dobbiamo tornare a combattere e lo faremo in nuovi energici modi».

IN ATTESA DI CAPIRE se e quanto la tregua reggerà, oggi pomeriggio saranno rilasciate tre donne dei 33 ostaggi della prima fase. Hamas non ha inviato la lista con i nomi, ha detto Netanyahu minacciando di far saltare tutto.

1.904 i prigionieri politici palestinesi che torneranno liberi di cui 1.167 catturati a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, senza accuse. I primi 95 saranno rilasciati oggi, per lo più donne.

Tra loro la politica e attivista femminista del Fronte popolare, Khalida Jarrar, in isolamento e detenzione amministrativa (senza accuse) e Zakaria Zubeidi, leader delle Brigate Martiri di al-Aqsa (Fatah) a Jenin e volto della seconda Intifada, che nel 2021 evase con una fuga spettacolare insieme a cinque compagni dal carcere israeliano di Gilboa.

A Gaza ieri i raid aerei non sono cessati. Non si è fermata nemmeno la conta delle vittime, atroce destino degli ultimi a morire quando la tregua è lì, a un passo. «Ogni famiglia ha un morto, un ferito o un arrestato. Basta», raccontava ad al Jazeera Bilal al-Nahawani, sfollato da Rafah a Khan Younis. Ieri il bilancio ufficiale del ministero della salute ha toccato quota 46.899 uccisi e 110.725 feriti, un numero che – è ormai acclarato – è al ribasso.

GAZA GUARDA l’abisso da un altro abisso. Il ronzio incessante dei droni e il rombo dei caccia si quieteranno, ma l’angoscia no. Le voci che ci giungono dalla Striscia sono specchio della totale incertezza del futuro. Di certo, ci raccontano, nelle tende si impacchetta il necessario per partire subito verso gli scheletri delle proprie case.

La prima settimana non ci si potrà spostare in auto, ma solo a piedi, nell’idea di poter rallentare il flusso di persone in marcia verso nord. La protezione civile si appella ai residenti del nord: non affrettatevi, c’è il timore fondato di ordigni non esplosi e c’è la realtà sul terreno, il 90% delle case nella parte settentrionale completamente o parzialmente distrutte.

Da parte sua l’esercito israeliano ha pubblicato una delle sue ormai famigerate mappe per ordinare agli sfollati di non avvicinarsi alle zone dove sono ancora presenti le truppe di Tel Aviv, pena il fuoco. In particolare il corridoio Netzrarim, che spacca Gaza in due e che, dice l’esercito, non è ancora attraversabile fino al settimo giorno dall’inizio della tregua. Off limits anche il valico di Rafah e il corridoio Filadelfi.

A Gaza però vogliono muoversi subito per verificare cosa ne è delle proprie case e per riprendersele: c’è il timore, dicono, che possano essere occupate da chi non ha più rifugio o che quel poco di ricordi che resta possa essere saccheggiato.

Una paura che si fonda sulle condizioni di vita di due milioni di persone, private di tutto, e sull’incertezza rispetto alla quantità di aiuti umanitari che davvero entreranno a Gaza: l’accordo parla di 600 camion al giorno, ma si parla già di un massimo di cento al giorno, per lo meno all’inizio.

LO SPETTRO dei saccheggi è concreto in una società privata di beni essenziali per un tempo così lungo. A rischiare assalti, dicono da Gaza, sono soprattutto i camion di tende, non quelli di cibo: pioggia e vento hanno distrutto nelle scorse settimane decine di migliaia di rifugi già provati dal tempo, la gente ne ha bisogno per proteggersi dal freddo che ha già ucciso almeno otto neonati.

Ieri Hamas rassicurava sulla creazione di «team governativi specializzati pronti all’implementazione del piano» e sul coinvolgimento della polizia e dei comuni, seppure la cronaca di questi mesi abbia ridato indietro la devastazione delle forze dell’ordine, decimate dai bombardamenti israeliani.

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Coltelli a Tel Aviv, pietre a Nablus
È stato ucciso dal fuoco sparato dai passanti il 19enne palestinese Salah Yahye, di Tulkarem. Pochi minuti prima, fuori da un bar a Tel Aviv, aveva accoltellato un gruppo di israeliani, ferendone uno (a ieri non era stata resa nota l’identità), tuttora ricoverato in gravi condizioni.

Nelle stesse ore, un gruppo di coloni giunti dall’insediamento di Rahalim ha aggredito con le pietre i residenti del villaggio palestinese di Yatma, a sud di Nablus, ferendo un uomo. In mattinata, un missile lanciato dallo Yemen veniva intercettato prima dell’ingresso nello spazio aereo israeliano.


Sarah Parenzo – Israele, l’attesa più lunga e più angosciosa

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv


Quando sotto una cattiva stella nascono capolavori

l Wall Street Journal aveva indicato il bastione dem come il punto di inizio della grande deportazione prevista da martedì. Anche lo zar anti-immigrazione Homan ha dovuto ammettere che la fuga di notizie pone problemi di sicurezza e ha aggiunto che non è stato deciso da dove si comincerà. Scuole e chiese pronte a resistere 

Nel cuore della notte del 24 gennaio 1975, a bordo della Renault 4 del produttore musicale tedesco Manfred Eicher (1943), fondatore della prestigiosa casa discografica ECM, arrivano finalmente a Colonia Eicher stesso e il pianista americano Keith Jarrett (nato l’8 maggio 1945, giorno che, di fatto, concluse la Seconda guerra mondiale in Europa). Jarrett era già assai noto e sarebbe diventato, nei decenni successivi, la star più venerata del jazz contemporaneo. Il musicista aveva mal di schiena ed era stanchissimo. Si era appena esibito a Épalinges, aveva rinunciato all’aereo, ma affrontare 700 km e 6 ore abbondanti di automobile prima del concerto successivo, poche ore più tardi, nella città renana, era uno sforzo anche per un musicista di soli 29 anni, abituato ai ritmi estenuanti delle tournée.

Non nasce dunque sotto una buona stella l’esibizione in terra tedesca. Ipersensibile, irritabile al minimo rumore, spesso, durante la sua luminosa carriera, smetteva di suonare per un nonnulla.

Jarrett, che ha a lungo sofferto della cosiddetta sindrome di affaticamento cronico, nella seconda metà degli anni ’90 fu costretto a rinchiudersi nella sua casa in New Jersey per quasi 4 anni. Oggi, colpito da due emorragie cerebrali, non si esibisce più in pubblico: la ECM stampa soltanto vecchie registrazioni – jazz e classica – rimaste inedite o ristampa precedenti concerti in solo o accompagnato dal suo celebre trio.

Torniamo però a quel 24 gennaio 1975: era un piovoso e grigio venerdì invernale. Al suo arrivo, Jarrett scopre che il pianoforte a coda da lui richiesto (un Bösendorfer 290 Imperial) non c’era, sostituito da un modello minore, solitamente impiegato dal teatro durante le prove di cori e balletti. Non bastasse, Jarrett si accorge con due tocchi che non solo alcuni tasti – quelli delle ottave superiori e inferiori – facevano resistenza, ma che anche i pedali non funzionavano a dovere e che tutto lo strumento era completamente scordato.

Una tragedia anche per la diciannovenne Vera Brandes, organizzatrice del concerto,alla quale la direzione del teatro aveva concesso di far suonare Jarrett attorno alle 23:30, dopo una serata operistica. Il biglietto costava 4 marchi. I 1’400 posti della Neue Oper erano comunque andati rapidamente esauriti. La figuraccia sarebbe stata difficilmente rimediabile. Impossibile, però, trovare, in poche ore, un pianoforte all’altezza; si fosse anche reperito, sarebbero mancati i tempi tecnici per trasportarlo in sala e lasciarlo riposare a sufficienza prima di essere utilizzato.

Verso le 18, innervosito e sconsolato, Jarrett stava lasciando il teatro quando Brandes,  assistita da Τύχη [Tyche, la personificazione della fortuna nella mitologia greca, ndr], riuscì a reperire un accordatore.  Anch’egli quasi miracolosamente, sistemò alla bell’e meglio il pianoforte convincendo così l’acclamato musicista a tornare sui propri passi. Lo strumento voluto da Jarrett sarebbe poi stato trovato solo alcuni giorni dopo il concerto, in un deposito perfettamente climatizzato della sala.

Un pasticcio colossale, ma spesso proprio da una serie di premesse negative, se non devastanti, nasce il capolavoro.

Avvolto dal silenzio rispettoso del pubblico, all’oscuro di tutto, e da un’aura già allora idolatrante, Jarrett entra in scena, si siede, si china sul pianoforte sistemato poco prima e inizia a suonare. Quel concerto, The Köln Concert, che, date le pessime premesse, inizialmente i tecnici nemmeno volevano registrare e che solo l’intuito e l’insistenza di Martin Wieland, ingegnere del suono dell’ECM, ha permesso di far arrivare a noi, 10 mesi dopo, con qualche successiva lavorazione in studio, sarebbe diventato, nel corso dei successivi 50 anni, il disco di jazz solo più acquistato al mondo: nel 2020 erano oltre 4 milioni le copie vendute, un’enormità anche considerando che da almeno 10 anni la vendita di CD è in calo costante, se non in picchiata.

Diamo la parola a un testimone diretto di quella serata, il giornalista e musicista Michael Schmidt, che così la ricordava il 7 maggio 2020 sul sito del Bayerischer Rundfunk: “Non avevo mai sentito o visto nulla di simile: un gemito e un mugolio costante accompagnavano l’esecuzione di questo pianista estatico. Praticamente strisciava sui tasti mentre i suoi piedi danzavano sui pedali. A volte suonava anche in piedi, muovendo tutto il corpo in contorsioni rettiliane che rapivano letteralmente il pubblico. Stilisticamente, la sua musica ha attraversato i confini tra il jazz e la musica classica, intrecci minimalisti di ripetizioni e piccoli cambiamenti, ritmi impressionanti e malinconia romantica, calma fluttuante e audacia armonica. L’esibizione di Keith Jarrett all’Opera di Colonia mi ha fatto vivere  in uno stato permanente di stupore estasiato”.

Torniamo ora in sala. Jarrett – sostiene qualcuno – è come se si fosse adattato in maniera mirabile ai difetti dello strumento. Riduce al minimo gli alti e i bassi e ne trae, dopo poco più di un’ora, un momento irripetibile. Decenni più tardi, interpellato su quella serata indimenticabile, sembra non volerne parlare. Arriva a dire a uno dei suoi biografi che, se avesse saputo che quest’ultimo lo riteneva il suo capolavoro, quella biografia non l’avrebbe mai autorizzata.

Mentre scrivo, riascolto per l’ennesima volta quel CD, che continua a essere tra i 10 o 20 che porterei con me sull’isola deserta. Interamente improvvisato, diviso in due parti, inizia  con un movimento moderato e un alternarsi di accordi tra maggiore e minore. Seguono un intreccio polifonico ripetuto quasi ossessivamente, momenti elegiaci, improvvise e violente esplosioni drammatiche. Poi, di nuovo, in una sorta di infinito presente fatto di sfumature e continue variazioni, tra rallentamenti, accelerazioni e nuove frenate, altre note  impressionistiche e fluttuanti. Un unicum coerente, melodioso, meditativo, a tratti estatico, che entusiasmò il pubblico in sala ma che spinse anche alcuni critici a definire concerto e disco kitsch.

Fotografie, manifesti, locandine di quel concerto non ce ne sono quasi più: l’edificio che ospitava l’Archivio storico di Colonia crollò letteralmente su se stesso il 3 marzo 2009 seppellendo migliaia di documenti mai più ritrovati. Anche l’immagine di copertina, di Wolfgang Frankenstein, non era stata scattata durante quella memorabile serata. Ne sarebbero saltate fuori due solo anni dopo.

Parte del Köln Concert entrò nella colonna sonora del film Caro diario (1993) per accompagnare un lungo piano sequenza in cui si vede Nanni Moretti percorrere in Vespa, le deserte strade ferragostane, diretto all’Idroscalo di Ostia, dove venne ucciso Pier Paolo Pasolini: un momento metafisico.

Lascio allora che a concludere questo pezzo sia il critico cinematografico Tonino De Pace che, il 10 agosto 2017, su Sentieri selvaggi, così scriveva: “Il piano sequenza di Moretti, che dura esattamente 5 minuti, è straordinario nel condensare i sentimenti dello stesso regista e che sarebbero stati i nostri nel visitare anni dopo il luogo della morte del poeta. Attraverso le note dolenti del moderato crescendo del brano, si giunge a quella fusione non fredda tra la musica che scompare e l’immagine nella zoomata che chiude l’episodio. D’altra parte, questa evidenza di verità che scaturisce dalle note del pianoforte di Jarrett si manifesta anche negli attimi in cui si sentono i suoni della voce del musicista che accompagnano l’esecuzione. Sin dal primo ascolto trovai che questa interferenza umana sembrava farsi beffa di ogni pulizia d’ascolto, di ogni hi-fi e ricercatezza elettronica e che quella voce che irrompeva tra le note fosse insostituibile elemento volto ad arricchire il cromatismo di un brano già così ricco di voci musicali e così denso di percorsi che sembrano aprirsi di volta in volta. Moretti sembra avere colto alla perfezione tutta l’umana verità sottesa al brano riuscendo a trasfonderlo interamente in un film composto esclusivamente della stessa materia e sempre costruito sul desiderio di una insostituibile tensione umana. Caro diario, Nanni Moretti, Pier Paolo Pasolini e Keith Jarrett: un indissolubile quartetto che, di tanto in tanto, si fa strada nella mente, nelle lunghe e afose giornate estive, là dove la musica e il cinema sembrano ritornare per restituire piccoli piaceri perduti che galleggiano nella memoria”.

  • Altri due memorabili concerti solistici di Jarrett, di pochi anni precedenti e più volte ripubblicati su disco, sono Facing You (registrato il 10 novembre 1971 a Oslo), ECM, 1972, e Bremen / Lausanne (registrato rispettivamente il 12 luglio e il 20 marzo 1973), ECM, 1973
  • L’intervista (in tedesco) che l’organizzatrice del concerto Vera Brandes diede in occasione del 40° anniversario, nel 2015
  • Il pubblico ticinese poté ascoltare per la prima volta Keith Jarret (in trio) nell’ottobre del 1969, al Kursaal di Lugano, nell’ambito dell’8° Festival Internazionale del Jazz, e poi nel 1986 in una memorabile serata di Estival Jazz, accompagnato da Gary Peacock al basso e Jack Dejohnette alla batteria

Nell’immagine: la celebre fotografia