Effetto Trump, anche la Fed esce dall’alleanza della finanza verde

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Di Luca Fornovo e Fabrizio Goria, La Stampa

Dopo il gestore americano BlackRock, dopo i giganti di Wall Street, il colpo di grazia all’alleanza globale sulle zero emissioni arriva dalla Federal Reserve, la banca centrale americana. Il Board della Fed ha annunciato di essersi ritirato dal Network delle banche centrali e dei supervisori per la finanza verde (Ngfs), ovvero una delle maggiori coalizioni globali per l’implementazione degli standard green all’interno delle istituzioni che si occupano di politica monetaria. Sebbene il Consiglio abbia apprezzato la collaborazione con l’Ngfs e i suoi membri, il lavoro si è progressivamente ampliato, affrontando una gamma più ampia di questioni che esulano dal mandato statutario del Consiglio. Dopo cinque anni, si chiude quindi una pagina per la Fed, proprio alla vigilia dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per lunedì prossimo, il 20 gennaio.

Prima gli operatori finanziari, poi le istituzioni monetarie. Gli Stati Uniti voltano così le spalle alla finanza sostenibile in modo ancora più netto, lasciando l’Europa sempre più sola nel promuovere il mercato Esg (ambientale, sociale e di governance).BlackRock, il più grande asset manager al mondo con oltre 11.000 miliardi di dollari in gestione, ha annunciato il ritiro dalla Net Zero Asset Managers Initiative (Nzami), segnando un passo simbolico e politico. L’uscita si aggiunge a quelle di altri grandi player come Goldman Sachs, JPMorgan Chase, Morgan Stanley, Vanguard e Wells Fargo, che hanno progressivamente abbandonato gli impegni legati alla riduzione delle emissioni di carbonio.

Le pressioni politiche

La decisione di BlackRock riflette il crescente peso delle pressioni da parte dei legislatori repubblicani, decisi a ridimensionare le ambizioni climatiche di Wall Street. La priorità per il partito conservatore è rafforzare l’autonomia energetica strategica degli Stati Uniti, spesso a discapito delle politiche di sostenibilità ambientale. In una lettera indirizzata ai clienti istituzionali, BlackRock ha citato la “confusione” attorno alle sue pratiche Esg e il rischio legale come motivi del ritiro. “Questi impegni ci hanno esposto a critiche reputazionali e procedimenti legali”, ha dichiarato la società guidata da Larry Fink.

La spaccatura atlantica

Mentre negli Stati Uniti l’abbandono degli obiettivi green è evidente, in Europa la traiettoria rimane opposta. Secondo Morningstar, nel terzo trimestre del 2023 il continente europeo ha raccolto 10,3 miliardi di dollari in fondi Esg, confermandosi leader globale con l’84% degli asset sostenibili. Amundi, Robeco, Pictet, Axa e BNP Paribas AM, tra gli altri, continuano a sostenere la transizione ecologica, nonostante i contraccolpi internazionali.

Tuttavia, il disimpegno americano potrebbe creare una frattura profonda nei mercati finanziari globali. Le banche e i fondi europei potrebbero essere costretti a escludere dagli investimenti molte società statunitensi che non soddisfano gli standard ESG dell’Unione Europea, con il rischio di congelare un mercato che finora ha alimentato la crescita sostenibile del blocco comunitario.

L’ombra di Trump

L’ascesa di Donald Trump come candidato favorito per le prossime elezioni presidenziali ha ulteriormente rafforzato la posizione conservatrice di Wall Street. Sotto la precedente amministrazione Trump, le critiche alle politiche Esg si erano intensificate, e ora, con un possibile ritorno alla Casa Bianca, le strategie di sostenibilità sembrano perdere slancio.

Nel frattempo, i Repubblicani hanno intensificato le loro iniziative contro le istituzioni finanziarie che promuovono investimenti Esg, accusandole di danneggiare le industrie tradizionali come carbone e petrolio. BlackRock, insieme a Vanguard e State Street, è stata al centro di accuse di collusione e violazioni antitrust.

Mercato e pragmatismo

Nonostante il ritiro dalle iniziative green, BlackRock sostiene che circa due terzi dei suoi clienti principali, in particolare in Europa, rimangono impegnati verso obiettivi di “net zero”. La società ha adottato un approccio più pragmatico, sottolineando che continuerà a valutare i rischi climatici insieme ad altri fattori d’investimento per soddisfare le esigenze dei clienti.

“L’etichetta Esg è stata politicizzata”, ha ammesso Larry Fink, che ha progressivamente preso le distanze da una posizione che aveva inizialmente sostenuto con forza. Questo cambio di rotta segna una svolta importante per il futuro degli investimenti sostenibili, con conseguenze potenzialmente dirompenti per la transizione ecologica globale.

Il rischio per l’Europa

La decisione di BlackRock e di altri colossi finanziari Usa potrebbe complicare ulteriormente il percorso dell’Unione Europea verso la neutralità climatica. La necessità di escludere dagli investimenti le società con obiettivi climatici insufficienti rispetto agli standard UE rischia di frenare l’intero processo di transizione energetica, rendendo più difficoltoso per l’Europa raggiungere i propri target di riduzione delle emissioni.

Con un mercato Esg che valeva oltre 40 miliardi di dollari a livello globale solo pochi anni fa, il ritiro degli Stati Uniti rappresenta una battuta d’arresto per la finanza sostenibile e potrebbe lasciare l’Europa a portare avanti, da sola, la battaglia contro il cambiamento climatico.

Nell’immagine: Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, la banca centrale americana


Le bugie di Zuckerberg sul fact-checking

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Di Alexios Mantzarlis, Valigia Blu

Martedì scorso, il CEO di un social network nato per votare le studentesse universitarie più sexy ha annunciato di volerlo riportare alle sue origini “ripristinando la libertà di espressione”.

Il Free Speech Plan™ di Mark Zuckerberg prevede il trasferimento forzato dei dipendenti del settore Trust & Safety in Texas e consente un po’ più di misoginia e omofobia. Inoltre, il piano elimina la scansione algoritmica dei contenuti dannosi, che porterà a un maggior numero di abusi contro gli utenti di Meta.

Ma l’annuncio più importante, quello con cui Zuckerberg ha esordito perché sapeva che avrebbe ottenuto la risposta che desiderava dal presidente eletto degli Stati Uniti, è stato quello di porre fine a una partnership di lunga data per combattere la disinformazione.

Il programma paga progetti di fact-checking per esaminare affermazioni virali e potenzialmente false attraverso uno strumento dedicato. Quando etichettano qualcosa come falso, quel contenuto vede ridotta la sua portata. Inoltre, al post viene aggiunta un’etichetta di fact-checking che fornisce agli utenti il contesto con un link alla verifica dei fatti, come da immagine:

Una schermata di come apparivano le etichette di fact-checking (dopo aver cliccato) su Instagram e Threads il 7 gennaio 2025

Lanciato per la prima volta nel 2016 in risposta alle critiche sul dilagare delle fake news, il programma è cresciuto fino a diventare un affare multimilionario che coinvolge 90 partner in 130 paesi. (Questo è un buon momento per ricordare che, in qualità di direttore dell’associazione dei fact-checkers dal 2015 al 2019, ho sostenuto Meta nella lotta alla disinformazione e sono stato strettamente coinvolto in alcune discussioni chiave che hanno dato forma al programma).

Nel corso degli anni Facebook ha ripetutamente sbandierato questa funzione come un segno del suo essere un social network molto responsabile. Nel marzo 2021, Zuckerberg ha testimoniato di fronte a un gruppo di membri del Congresso degli Stati Uniti, definendo il programma di fact-checking “senza precedenti”. Il suo intervento scritto lo ha definito invece “leader del settore”.

Ora non più. Ora i fact-checker sono cattivi e censori. Ecco l’assurda dichiarazione di Zuck sull’argomento. nella sua interezza:

“Per prima cosa, ci sbarazzeremo dei fact-checker e li sostituiremo con Community Notes simili a X, a partire dagli Stati Uniti. Dopo l’elezione di Trump nel 2016, i media tradizionali hanno scritto senza sosta di come la disinformazione fosse una minaccia per la democrazia. Abbiamo cercato in buona fede di rispondere a queste preoccupazioni senza diventare gli arbitri della verità. Ma i fact-checker si sono dimostrati troppo politicamente di parte e hanno distrutto più fiducia di quanta ne abbiano creata, soprattutto negli Stati Uniti. Per questo motivo, nei prossimi due mesi introdurremo gradualmente un sistema di Community Notes più completo.”

Ci sono così tanti ragionamenti in malafede in queste 100 parole che è difficile sapere da dove cominciare. Ma andiamo con ordine.

Meta ha 8 anni di dati per dimostrare che il programma di fact-checking è stato influenzato da pregiudizi. Zuckerberg non ne ha condiviso nessuno. Invece, ha scelto di ignorare la ricerca che dimostra che gli interventi politicamente asimmetrici contro la disinformazione possono derivare da una condivisione politicamente asimmetrica della disinformazione. Come si può vedere nel grafico sottostante, i conservatori americani tendevano a condividere su Twitter un maggior numero di url di siti web di notizie false anche quando la definizione di “notizie false” era lasciata al voto di un gruppo bipartisan di non addetti ai lavori piuttosto che di fact-checker professionisti.

Nel 2016, lo staff di Zuckerberg ha cercato disperatamente un sistema di verifica indipendente per i potenziali partner del programma di fact-checking che non potesse essere sfruttato da attori palesemente scorretti come Alex Jones. Il codice di principi dell’International Fact-Checking Network (IFCN) lo ha fornito; per quanto imperfetto, ha requisiti di trasparenza rigorosi che vengono rivisti annualmente da un valutatore esterno.

Il codice si è rivelato abbastanza apartitico da consentire la certificazione della rivista conservatrice The Weekly Standard, che all’epoca era tutt’altro che incontrastata. Tra i partner di Meta per il fact-checking negli Stati Uniti c’è anche Check Your Fact, un progetto legato al Daily Caller, un sito web co-fondato dalla nota icona liberale… *controlla gli appunti*… Tucker Carlson.

Tra l’altro, sono tutte cose che l’amministratore delegato di Meta conosce personalmente. Alla domanda di Alexandria Ocasio-Cortez su Check Your Fact in un’altra udienza del Congresso, Zuck ha risposto che l’IFCN ha “uno standard rigoroso per chi permette di servire come fact-checker”.

Oltre ad adottare una posizione estremamente di parte sui bias dei media, Zuckerberg non ha nemmeno menzionato il fatto che gran parte dei contenuti segnalati dai fact-checker non sono discorsi politici. Si tratta invece di clickbait spammoso di bassa qualità che le piattaforme Meta hanno mercificato trasformando Zuckerberg in un miliardario che indossa orologi da 900 mila dollari.

PolitiFact, uno dei partner di Meta per il fact-checking con sede negli Stati Uniti, raccoglie in un unico post tutte i contenuti falsi che ha etichettato come parte del programma. Ne ho esaminati più di 100 e ho scoperto che solo il 21% circa riguardava post politicamente sensibili – sui tagli alla sicurezza sociale o sull’impeachment di Trump. Una percentuale simile era costituita da bufale a tema politico confezionate per diventare virali: riguardavano le condizioni di salute di Mitch McConnell o Kash Patel che definisce l’FBI “gay”. La maggioranza relativa (45%) non era costituita da contenuti politici, compresi discorsi estremamente delicati sugli arbitri della NFL sospesi o su una nave che finge di essere il Titanic. Anche durante il giorno delle elezioni presidenziali, i post che venivano etichettati avevano la stessa probabilità di riguardare le irregolarità del voto o di essere falsi su Trump che diceva di odiare il SNL, o su Melania Trump che appoggiava Kamala Harris.

Suddivisione per argomento dei fact checking di PolitiFact sui contenuti etichettati come parte della partnership con Meta (ultimi 100 fact checking).

Zuckerberg ha giustificato l’interruzione di questo programma come una difesa della libertà di parola ed è particolarmente irritante se si considera che le etichette del fact-checking non hanno portato alla rimozione dei post sottostanti. Meta ha (giustamente) adottato l’approccio del fact-checking come intervento contestuale che riduce la portata di un post ma non impedisce agli utenti di continuare ad accedervi. Non sono un esperto di Primo Emendamento, ma mi sembra un’applicazione corretta dell’esortazione del giudice Louis Brandeis a combattere le falsità con “più parole”.

Il programma di fact-checking non era perfetto e i fact-checker hanno senza dubbio commesso errori in una certa percentuale delle loro etichette. Il rapporto di trasparenza di Meta suggerisce che il tasso di errore nell’UE potrebbe essere pari a circa il 3%, un ordine di grandezza inferiore rispetto al tasso di errore per altri contenuti declassati (fonte: European Fact-Checking Standards Network).

Meta aveva tutto il diritto di rescindere il contratto. Ma sbarazzarsi dei fact-checker in questo modo è una questione di politica, non di regolamenti.

Tipicamente per Meta, è anche una scelta di politica americana. Nel 2016, Facebook ha lanciato il programma di fact-checking una volta dopo essersi trovato in acque agitate con gli stakeholder nazionai; i precedenti avvertimenti delle Filippine erano stati ignorati. Oggi, i partner di Meta per il fact-checking non statunitensi sono lasciati nell’ipotesi alquanto incerta che il programma sia terminato a livello globale. I requisiti di cui agli articoli 34 e 35 del Digital Services Act potrebbero far sì che Meta mantenga o riduca gradualmente la sua partnership nell’UE.

Veniamo dunque all’alternativa proposta da Zuckerberg ai fact-checkers censori.

È insolito vedere un CEO dire che emulerà il prodotto di un’altra piattaforma, soprattutto dopo aver minacciato di fare a pugni con il suo proprietario. Ma supponiamo che Zuckerberg sia sinceramente impegnato in uno sforzo di collaborazione dal basso per combattere la disinformazione in modo imparziale e a tutela della libertà di espressione.

Probabilmente dovrebbe leggere le ricerche che suggeriscono che gli utenti di Community Notes sono motivati dalla faziosità e tendono a sopravvalutare gli avversari politici. Dovrebbe anche sapere che il 90% delle note della comunità non viene mai visualizzato su X. E tutto questo sarebbe in nome della libertà di espressione?

Gestivo progetti di fact-checking in crowdsourcing molto prima che Zuckerberg entrasse nella sua crisi di mezza età. Quindi, in linea di principio, non mi oppongo ai fact-checking degli utenti. Ma la qualità di un progetto in crowdsourcing dipende dalle strutture di incentivo di chi se ne dovrebbe occupare. Nella storia di Meta c’è ben poco che faccia guardare con fiducia a questi incentivi.

Articolo pubblicato sulla newsletter Faked Up e tradotto da Valigia Blu con il permesso dell’autore. Per questo i link portano a pagine in inglese
Nell’immagine: come non credergli?


L’Accordo Russia-Iran: “Uniti contro i diktat d’oltreoceano”

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

MOSCA – A Mosca non lo nasconde nessuno: l’atteso “Accordo di partenariato strategico globale” tra Russia e Iran siglato oggi a Mosca è un messaggio neppure troppo criptato a Donald Trump, firmato non a caso alla vigilia dell’insediamento del presidente eletto alla Casa Bianca. Sottoposti entrambi a pesanti sanzioni internazionali e indeboliti in Medio Oriente dalla caduta in Siria di Bashar al-Assad e dalle offensive israeliane contro Gaza e Libano, i due Paesi pilastro dello schieramento antioccidentale serrano i ranghi contro “qualsiasi diktat” proveniente da “oltreoceano”.

“Meno burocrazia e più azioni concrete. Una vera svolta. Qualunque difficoltà venga creata da altri – leggasi sanzioni internazionali, ndr. – saremo in grado di superarla e andare avanti”, ha festeggiato il presidente russo Vladimir Putin.“Siamo testimoni di un nuovo capitolo di relazioni strategiche. Gli accordi raggiunti oggi sono un altro passo verso la creazione di un mondo multipolare”, gli ha fatto eco il leader iraniano Masoud Pezeshkian alla sua prima visita al Cremlino da quando è stato eletto un anno fa.

Che cosa prevede l’accordo

L’accordo “crea condizioni migliori per la cooperazione bilaterale in tutti i settori”, in particolare economia e commercio, da effettuare nelle valute dei due Paesi. E getta le basi per due progetti cari a Putin: un hub del gas russo in Iran e lo sviluppo di un corridoio logistico ferroviario e marittimo tra Mosca, Baku e Teheran, lungo l’asse Nord-Sud. Prevede anche scambi “nel settore degli usi pacifici dell’energia atomica”, in particolare “la costruzione di impianti di energia nucleare”.

La Russia, del resto, ha costruito la prima centrale nucleare dell’Iran, operativa dal 2013, e sta costruendo altri due reattori. Ma il testo in 47 articoli pubblicato sul sito del Cremlino include anche il rafforzamento della “cooperazione militare” e il sostegno reciproco di fronte alle “minacce alla sicurezza”: esercitazioni e addestramenti congiunti, scambi d’intelligence e il patto che, se Russia o Iran dovessero affrontare “un’aggressione”, l’altro Paese non fornirà aiuto all’aggressore. Si astiene però dal prevedere la mutua difesa come l’accordo siglato un anno fa tra Mosca e Pyongyang.

“L’Iran e la Russia, consapevoli della loro responsabilità storica, stanno costruendo un nuovo ordine”, ma non stanno stringendo “un’alleanza militare”, ha scritto per l’agenzia di stampa russa Ria Novosti il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, che pure ha più volte negato che Teheran fornisca droni e missili a corto raggio alla Russia aiutando il suo esercito in Ucraina, come denunciato dagli Usa. L’obiettivo è sostituire “egemonia”, l’egemonia occidentale, con “cooperazione”.

Il messaggio a Trump

Benché il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov abbia sostenuto che il vertice non abbia nulla a che vedere con il ritorno a Washington di Trump, resta il messaggio al presidente eletto che, durante il suo primo mandato tra il 2017 e il 2021, fu artefice della politica di cosiddetta “massima pressione” nei confronti di Teheran e si ritirò unilateralmente dall’accordo che offriva un alleggerimento delle sanzioni a Teheran in cambio della riduzione del suo programma atomico.

La distanza tra Russia e Iran

Dietro le strette di mano e i sorrisi reciproci tra Putin e Pezeshkian, al loro terzo incontro, rimangono però le distanze tra i due storici Paesi rivali diventati partner soltanto dopo il crollo dell’Urss. Mosca continua a rinviare la vendita a Teheran dei suoi sistemi missilistici di difesa aerea S-400 e del suo caccia di ultima generazione, anche causa della pressione in Ucraina, e si sforza di bilanciare l’alleanza con Teheran in modo da non inimicarsi i preziosi partner del Golfo.

Mentre cresce il malcontento nei confronti della Russia all’interno della potente Guardia Rivoluzionaria iraniana, la forza paramilitare al comando della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei: in una registrazione audio trapelata la scorsa settimana sui media iraniani, un generale incolpava la Russia del contraccolpo subito in Siria. Crepe che l’avvento di Trump potrebbe approfondire

Nell’immagine: Vladimir Putin con il leader iraniano Masoud Pezeshkian


Rossanda e il femminismo: la gatta che pratica l’ascolto

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Di Alisa Del Re, il manifesto

Cosa c’è nell’eredità di Rossana Rossanda che può considerarsi un lascito per il femminismo di oggi? Rispondere a questo interrogativo significa ripercorrere – pur brevemente – l’evoluzione di un pensiero critico e appassionato che dal femminismo si è lasciato investire fino a trasformarne la visione del mondo e dei rapporti di potere, fino a far emergere un sé, corpo e pensiero. Nonostante fosse siderale la distanza iniziale dell’analisi e dei posizionamenti, il percorso di Rossana appare lucido, attivato da un coinvolgimento intimo e profondo, costruito nell’arco di una vita militante.

Un primo filone della sua analisi è quello che si rivolge – analiticamente – soprattutto al femminismo istituzionale, quello delle donne nei partiti e delle donne elette.

Rossana vuole misurare ciò che le donne fanno in politica, il loro numero, i paesi in cui raggiungono i vertici del potere. Analizza l’emancipazione femminile, in ambito occidentale e nei paesi emergenti, rilevando come spesso le donne siano portate al comando da istituzioni conservatrici. Segnala come l’emancipazionismo, condannato dai movimenti di liberazione della donna degli anni 70-80 in quanto legato all’ottenimento degli stessi ruoli dei maschi, sia servito alla ascensione, sia pur modesta, delle donne in politica. Ma riconosce che le donne al potere non hanno cambiano nulla nei rapporti tra i sessi. Del sistema politico esse non hanno cambiato le forme o il metodo e neppure le proporzioni fra contenuti.

Per le quote, dibattito che vi è stato nel femminismo istituzionale, anche internazionale, fino alla fine degli anni Novanta, accettava solo l’ipotesi del 50/50.

L’impatto con il femminismo degli anni ’70-’80 la porta a guardare alle donne come oggetto di studio e, con la stessa affilata intelligenza critica, a osservare il proprio essere donna. In Le Altre (Bompiani 1979; manifestolibri 2021), facendo riferimento a quelle escluse dalla politica, riconosce la condizione subalterna delle donne, ma non vi si riconosce, criticando anche il separatismo femminista: secondo lei l’uva era acerba.

Si tiene però in dialogo con e nelle riviste femministe: Orsaminore, Reti, Memoria, Lapis e così via… Considera inefficace la politica femminista quando ripiegata nel «separatismo», cioè distinta e diffidente rispetto alla «politica generale» maschile ed estranea al cambiamento dei poteri e alla partecipazione. Criticando la condizione di estraneità rileva come le donne stiano in politica «con un piede sospeso». In realtà vi è un ostinato desiderio di analizzare l’intreccio fra contraddizioni di classe e tra maschile e femminile.

Il crinale ambiguo dell’analisi a distanza viene superato nel 1987, quando pubblica, con il titolo esplicito Anche per me, donna persona, memoria (Feltrinelli 1987), una raccolta di «righe dettate dalla memoria o da un’emozione o dal non semplice dialogo con il movimento delle donne» che legittima una nuova consapevolezza di un sé sessuato.

Termina così quell’approccio inquisitore nato nella tensione della ricerca di una legittimità della propria collocazione di sé «altra» nella vita sociale e politica. Prende forma un punto di vista incarnato di una differenza che partecipa a un diverso progetto politico. E di questo suo corpo non tacerà più, anche arrivando coraggiosamente a parlare delle limitazioni dell’invecchiamento, della morte (Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri 2018). Ma la riflessione di Rossana procede attraverso un ulteriore dubbio: questa differenza, percepita come un meno in tanti campi, può diventare, se assunta pienamente, cambiamento sociale?

Aveva già collocato nel bellissimo libro La ragazza del secolo scorso (Einaudi 2007) la sua appartenenza a un’altra stagione, consapevolezza che, nel 2010, a conclusione del convegno Donne, politica, utopia svoltosi all’Università di Padova e pubblicato nel 2022 con il titolo Un secolo, due movimenti (Futura Editrice 2022) la porta ad associare comunismo e femminismo come espressioni di una soggettività che si vede espropriata, l’uno nei rapporti tra donne e uomini, l’altro tra operai e capitale. Ma in una relazione asimmetrica, con il singolo sguardo che riflette l’oppressore: «Quando il comunista e la femminista disvelano la loro condizione, l’ordine sociale che si vorrebbe socialmente e sessualmente neutro, si percepisce minacciato».

Dopo il 2016 e la diffusione transnazionale del movimento NUDM, la curiosità di Rossana si trasforma in adesione, lo sguardo critico in partecipazione, l’analisi coinvolge il suo essere donna nel mondo. Si allontana dalla neutra oggettività e parte pienamente da sé trovandosi coinvolta con le altre: «Me di fronte a un pezzo di mondo, che non vorrei troppo piccolo».

Rossana ha avuto un interesse inesausto, da gatta, per questo soggetto politico che si stava formando, crescendo, mutando. Fino a diventare messa in gioco, riflessione su di sé e sui propri percorsi di vita, condivisione. Come con la lettera aperta che scrive nel 2019 a Nudm, in cui dichiara di «non poterne più di identità presunte invalicabili – di terra, di sangue, di etnia, di religione e figuriamoci se non di sesso». Si dichiara apertamente «femminista» includendo il femminismo nelle forme di lotta politica. E, infatti, prosegue: «…non c’è battaglia delle donne che io non condivida, talvolta con qualche riserva; non ne ho, penso, nei confronti del testo fatto circolare ora da Non Una Di Meno…».

Dichiara pubblicamente di essere d’accordo sugli obiettivi espressi nello sciopero dell’8 marzo e per questo attacca i sindacati con una importante intervista a Landini (Landini: «Un altro genere di sindacato oggi è possibile», il manifesto, 5 aprile 2019) cui chiede ragione della non adesione del sindacato allo sciopero generale indetto da Nudm. E apre in termini di libertà sessuale e di filiazione, avanzando la tesi di un polimorfismo della sessualità, propendendo piuttosto per lo sdoganamento di incertezze e disordini più che per nuove definizioni, che lei considerava ultimative.

Cosa possiamo prendere, dunque, oggi, dal percorso di Rossana verso il femminismo? Non solo il metodo critico usato per analizzare eventi politici del femminismo e nemmeno la ricerca costante delle ragioni di una collocazione ineguale delle donne nella società (agli inizi spesso colpevolizzando anche «le altre»).

In realtà Rossana ha continuamente cercato di capire, spesso sentendosi inadeguata, diversa per storia e scelte politiche. Ci ha offerto una forma di intelligenza politica attenta e partecipativa, consapevole dei limiti, coraggiosa nelle scelte. Un esempio di pratica intrinsecamente femminista nel suo svolgersi, incarnarsi, mettersi in continua discussione.

Nell’immagine: Rossana Rossanda con la gatta Mefis


Massacrare. Fino all’ultimo secondo

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Possiamo immaginarli. Molto timorosi, un po’ fiduciosi. La tregua è stata ufficialmente annunciata, e Trump (il presidente americano più filo-israeliano della storia) ci ha messo il suo sigillo. Dopo sedici mesi di inferno, lutti, distruzioni, bruschi e illusori spostamenti biblici, quelle famiglie palestinesi si apprestavano a raccogliere le poche che erano riuscite a salvare, più le miserevoli masserizie rimediate per sopravvivere: laceri materassi, coperte, scodelle da allungare in scene inverosimili e piene di ragazzini ai distributori di un cibo sempre insufficiente.

Prepariamoci a tornare a casa. Meglio: ad alzare probabilmente un’altra lacera tenda a fianco delle macerie delle nostre abitazioni distrutte, visto che a Gaza sono rimaste in piedi o inabitabili oltre la metà di palazzi e dimore. Oltretutto, famiglie palestinesi che nemmeno sanno quanto potranno risalire verso Nord, ed entrare nella lunare “fascia di sicurezza” che l’esercito israeliano in realtà non pensa affatto di “restituire”: deve invece rimanere disabitata, secondo i piani dichiarati da Tsahal, in base al cosiddetto “piano dei generali”.

Ma abituati a una tragica resilienza, quei nuclei famigliari gazawi, con il peso dei bambini da trasferire e il peso dei loro morti nel cuore, proveranno comunque ad avvicinarsi a casa. Un sogno fragile e disperato che si infrange sotto l’ennesimo bombardamento israeliano. I morti, 87. A tregua annunciata. A speranze rinnovate. Poche ore dopo festeggiamenti un po’ irrealistici, “per allontanare la paura” assicurano.

Nemmeno questo ha fermato il massacro. Con una logica contabile spietata, per gli ufficiali di Tel Aviv, e per il loro primo ministro, il cessate il fuoco inizierà soltanto domenica prossima, soltanto fra 72 ore. Dunque colpire è ancora “legittimo”.

Così, quelle famiglie sopravvissute all’inferno e che stavano raccogliendo le loro cose, insieme alle loro speranze, possono essere “legalmente” massacrate. Fino all’ultimo minuto, fino all’ultimo secondo. Lo dicono e lo garantiscono gli accordi di Doha. Tanto più che, assicurano i bollettini informativi israeliani, ma solo in un secondo momento, fra gli 87 massacrati, dove la maggioranza è sempre fatta di donne e bambini, vi era anche un leader importante di Hamas.

Quindi, 86 civili uccisi per 1 combattente nemico morto. Un rapporto agghiacciante, ma fin dall’inizio tacitamente “autorizzato” dai manuali militari israeliani in questa folle, spropositata ritorsione all’affronto terroristico e anti-ebraico del 7 ottobre.

Di qualche morto palestinese in più ha del resto bisogno “Bibi” Netanyahu. I leader dei due partiti biblici dell’ultradestra, Gvir e soprattutto Smotrich, si stanno ribellando all’idea di un’intesa con Hamas, “un accordo che conduce all’inferno” dicono, e minacciano di abbandonare il governo che hanno tenuto in piedi con il loro indispensabile appoggio. Il premier cerca di convincerli a rimanergli accanto. Colpire il “nemico” gli è utile.

Anche questo c’è dentro gli ordigni che hanno compiuto quest’ultima strage, sempre che sia l’ultima. L’idea che la tregua nei fatti potesse già entrare in vigore, che si potesse evitare un’altra mattanza, che potesse prevalere un po’ di buon senso e di umanità, sì di UMANITÀ, non conta nulla di fronte al gelido cinismo del calcolo politico. Imperitura regola di ogni guerra. E di questa in particolare.


Gaza.Per la tregua c’è ancora tempo

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 


Gli squilibrati al potere

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

I politici di turno ci hanno consigliano di coltivare con il nuovo anno la speranza di un mondo migliore. Improbabile un esito felice: ragionevolezza e fratellanza non sono il pregio dei nostri tempi. Avanzano i governi dei peggiori, imperversa la kakistocrazia e i risultati si vedono. A Gaza muore un bambino ogni dieci minuti; la guerra d’aggressione putiniana non risparmia di proposito i civili; la deportazione di massa – suggerita da Trump – trova piena accoglienza nelle ultradestre europee; la signora Weidel chiarisce che i veri liberali sono i neonazisti dell’AfD e intende spazzar via gli intellettuali dissidenti; in Austria l’incaricato di formare il governo fa del Mein Kampf il suo vangelo; il Mediterraneo è il cimitero dei migranti e delle cattive coscienze. Ovunque, chi pensa che l’essere umano sia incline al bene riceve clamorose smentite.

Che dire? Il cinismo è una componente della politica. Ma oggi l’indifferenza e il disprezzo nei confronti dei valori umani, morali e sociali, intride la politica e la imputridisce. La disgiunzione fra politica, solidarietà e fratellanza ha definitivamente distrutto l’idea antica dell’arte di governare come ricerca del benessere collettivo e della giustizia sociale. Guardiamoci attorno, diamo un rapido sguardo alla Carta dei diritti fondamentali UE del 2000: descrive un’altra epoca, oggi scolorita, fatta di rispetto della dignità umana, di uguaglianza, di solidarietà, di fedeltà assoluta ai principi di democrazia e dello Stato di diritto. Era l’età dell’ottimismo: oggi siamo all’età della politica tradita e senza umanità.

Elias Canetti, Nobel per la letteratura nel 1981, ci raccontava che il cinismo è “un movimento di massa del nostro tempo”: lo scudo di tutti noi che ci protegge dal coinvolgimento emotivo intorno ai drammi del pianeta.

Oggi dilaga la marea latrante della destra illiberale e populista: esalta i disvalori che hanno devastato il mondo. Non contempla le virtù teologali.

Vogliamo un mondo migliore? Legittima ambizione ma continuiamo ad affidarci agli uomini peggiori: Trump e la lunga fila fino a Orbán e Netaniahu, e ovviamente a Putin. E non dimentichiamo l’onnipotente Musk: se Trump si accontenta della Groenlandia e il Canada è un’opzione gradita, lui, Musk, si allarga e contende l’universo al Padreterno.

Convengo con Michele Serra: siamo al cospetto di personaggi con imponenti problemi psichiatrici. La componente psichiatrica sta influenzando in modo esponenziale la destra populista e illiberale, secondo la quale quelli che a noi appaiono cattivi comportamenti e aggressività sconsiderata altro non sono che l’espressione di naturale schiettezza di pensiero e vivace spontaneità.

Insomma il rispetto di trattati e convenzioni fa parte del passato: il presente privilegia piuttosto le politiche delinquenziali il cui fine è il controllo del potere, il disegno personale, la sopraffazione, la prevaricazione e il dispregio dello Stato di diritto.

E allora non ci resta che ammetterlo: di fronte alle nuove élite della destra che ci assedia, il politologo da solo non ce la fa più a spiegarci la politica: deve essere affiancato con urgenza da un nutrito team di psichiatri assai esperti.

E l’opinione pubblica? Quella che dovrebbe condizionare gli orientamenti politici? Non c’è più. Ci sono i tifosi sugli spalti, quelli che stanno di qua e quelli che stanno di là: in mezzo gli indifferenti che guardano altrove. Forse, con disinvolta parafrasi, si potrebbe concludere con lo stracitato Bertolt Brecht: è giunto il momento di eleggere un altro popolo che sappia scegliere meglio. Sarebbe comunque buona cosa spiegare agli urlanti prominenti di questa terra che noi liberaldemocratici lo Stato lo intendiamo al servizio del cittadino e non ammettiamo il contrario. È la differenza che corre fra lo Stato di diritto e lo Stato ambìto dalle destre estreme che più che governare per i cittadini aspirano a comandare sui cittadini.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Yue Minjun, “Noah’s Ark” (2006)


La festa per gli ostaggi è amara: si è perso troppo tempo. E si teme il passo indietro

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Dalla nostra corrispondente da Tel Aviv

A tre giorni dalla presunta entrata in vigore della prima fase dell’accordo prevista per domenica prossima, sono sentimenti contrastanti a caratterizzare l’attesa degli ostaggi da parte della popolazione israeliana.

L’emozione è palpabile nello spazio pubblico ma dubbi, domande e rancore non lasciano certo spazio alla gioia che aveva accompagnato i rilasci precedenti.

A oscurare i festeggiamenti vi è innanzitutto la consapevolezza che quest’accordo, nelle sue clausole, avrebbe potuto essere siglato mesi fa, quando era stato proposto, impedendo il sacrificio di tante vite umane da entrambe le parti per ragioni ancora tutte da chiarire.

IN SECONDO LUOGO, la sfiducia cronica nel primo ministro Benjamin Netanyahu e la pressione su di lui esercitata dagli esponenti della destra fondamentalista, che si oppongono soprattutto alla seconda parte dell’accordo, non lascia tranquilli gli israeliani che non escludono eventuali colpi di scena in uno stadio più o meno avanzato dell’implementazione.

Inoltre, la percezione che sia l’imminente insediamento di Trump a determinare la “resa” di Netanyahu solleva domande importanti sugli esiti dello sforzo sovrumano di quella parte di popolazione che ha manifestato per due anni ogni fine settimana, senza apparentemente venir presa in considerazione. Cosa racconta questo del contratto sociale tra il governo israeliano e i suoi cittadini?

L’inquietudine riguarda certamente anche i possibili scenari politici. Se infatti Netanyahu è cosciente che i sondaggi non gli sono favorevoli, i cambiamenti in atto nel panorama mediorientale, in Siria, Libano e Iran, nonché un certo ottimismo di ritorno rispetto agli Accordi di Abramo, gli garantiscono un discreto margine di vantaggio che potrebbe giocarsi nuovamente andando a elezioni anticipate.

Lo spettro della riforma che avanza, indebolendo il potere giudiziario, una possibile guerra civile legata all’annosa questione dell’esonero degli ultraortodossi dalla leva obbligatoria e soprattutto la necessità di dare inizio a delle inchieste che forniscano finalmente delle risposte sono solo alcuni degli spettri che fanno da sfondo a una possibile tregua.

Il ritorno degli ostaggi e un cessate il fuoco – più o meno permanente – rappresentano dunque anche l’inizio di una presa di coscienza che Israele non può più rimandare e che non potrà che rivelarsi estremamente dolorosa, specialmente se si pensa alle sempre più numerose testimonianze dei soldati che tornano da Gaza raccontando fatti inauditi. A questo si sommano gli interrogativi sulla reggenza di Gaza nel breve e medio termine e sul futuro politico-militare di Hamas.

QUALI CHE SIANO i pensieri che ne incupiscono gli animi, gli israeliani sentono tuttavia l’imperativo morale di fare spazio agli ostaggi e alle loro famiglie, garantendo loro il miglior benvenuto possibile. Da giorni nei principali ospedali fervono dunque i preparativi per farsi carico della salute psico-fisica dei superstiti.

Oltre 470 giorni di prigionia è però un lasso di tempo senza precedenti quando si parla di civili e gli operatori della salute mentale sono chiamati a far fronte a una sfida che non ha riferimenti in letteratura. Come comportarsi allora di fronte a un trauma così complesso?

Secondo gli esperti sarà essenziale l’apporto delle famiglie, ma soprattutto la libertà di scelta che deve permettere a ogni ostaggio che fa ritorno di percepirsi autonomo nel pieno controllo dei propri movimenti a cominciare dalle piccolo decisioni del quotidiano.

NESSUNA IMPOSIZIONE né richiesta insistente dunque, affinché quella «agency» perduta nel corso della prigionia possa tornare a far parte del vissuto così lungamente privato delle facoltà di autodeterminazione.

La speranza di vederli al più presto reintegrati nella società è umana e legittima, ma se ciò sia possibile e quanto tempo richieda il processo di riabilitazione non è dato sapere. L’unica certezza al momento è che l’accordo, anche se fuori tempo massimo, è davvero l’unica cosa giusta da fare e con questa consapevolezza se ne affronteranno le conseguenze nel privato e nel pubblico.

Scritto per “il manifesto”
Nell’immagine: I familiari degli ostaggi a Tel Aviv dopo l’annuncio della tregua 


Oligarchia d’America, da Zuckerberg a Bezos: per Trump sfilano i re del Big Tech

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Din Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. Mentre il presidente Joe Biden, mercoledì sera, pronunciava dallo Studio Ovale il discorso d’addio denunciando che «in America sta prendendo forma un’oligarchia di estremo potere, ricchezza e influenza», nella sala dei ricevimenti di Mar-a-Lago, Donald Trump ed Elon Musk conversavano con Satya Nadella, amministratore delegato di Microsoft e ultimo dei miliardari dell’industria dell’hi-tech a recarsi a West Palm Beach per incontrare il presidente-eletto.

Nel suo discorso – in cui ha rivendicato le cose fatte e detto che servirà tempo per vederle tutte maturare «ma i semi sono stati gettati» – il presidente Biden ha preso a prestito il riferimento che fece Dwight Eisenhower, anch’egli al discorso d’addio. “Ike”, eroe di guerra, comandante in capo delle truppe alleate contro Hitler, denunciò il potere «del complesso militare industriale» Usa. Per Biden, gli interessi da cui l’America deve guardarsi sono legati all’hi-tech, al mondo digitale senza regole che «seppellisce gli americani di disinformazione», allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale che «richiede garanzie di sicurezza» e al mantenimento di quel check and balance sancito dalla Costituzione che limita concentrazione di potere nelle mani «di pochi ricchi».

Evidenti i riferimenti al nuovo corso che si aprirà lunedì con il giuramento di Trump, a capo di un’Amministrazione – notava la Cnn – di super ricchi (fra essi Bessent, segretario del Tesoro in pectore e ieri dinanzi alla Commissione Bilancio del Senato) su cui grava il peso del conflitto di interessi. Ma sono soprattutto le forze esterne – appunto i capitani dell’hi-tech, la Silicon Valley in parte convertita al verbo trumpiano – a finire nel mirino prendendosi la definizione di «oligarchi che plasmano la società».

Satya Nadella è solo l’ultimo dei big dell’hi-tech attovagliatosi con Trump a Mar-a-Lago. Se Elon Musk, il più ricco uomo del mondo, ha aperto la strada impegnandosi in campagna elettorale fra comizi, apparizioni e donazioni sino a 250 milioni di dollari, Mark Zuckerberg nientemeno che la scorsa settimana ha riscritto le regole sul fact-checking sulle sue piattaforme, Facebook e Instagram, in modo più vicino alla sensibilità e alla battaglia dei conservatori. Biden, nel suo discorso, non ha mancato di sottolineare la mossa del patron di Meta. «Le piattaforme devono rispondere dei loro atti», ha chiesto il presidente democratico, accusando i social di «aver rinunciato al controllo dei fatti» dando così spazio alla diffusione di falsità che minano la tenuta democratica.

Zuckerberg sarà lunedì a Washington per il giuramento ed è lo sponsor di uno dei balli che si svolgono a margine delle celebrazioni. Un posto sulle scalinate del Campidoglio – dove l’emozione farà a pugni con il freddo, previsti fra i meno 7 e i meno 12 gradi quel giorno – lo avranno anche Jeff Bezos, patron di Amazon e del Washington Post, al quale 400 fra giornalisti e dipendenti hanno chiesto un incontro urgente sullo stato del giornale. Il suo presunto allineamento sulle posizioni trumpiane risale al weekend prima delle presidenziali quando fece saltare il tradizionale editoriale di sostegno a un candidato, il prescelto era la vicepresidente Kamala Harris.

Ci sarà anche Tim Cook, il capo di Apple ha staccato un assegno da un milione di dollari per il comitato dell’inaugurazione. I contatti fra Trump e Cook risalgono a mesi prima delle elezioni, quando il manager di Cupertino sollecitò il tycoon a occuparsi della multa da 17 miliardi di dollari comminata dalla Unione europea a Apple per violazione delle norme fiscali. Cook a fine novembre era anche volato in Cina per partecipare alla China International Supply Chain Expo. Qui aveva parlato delle controindicazioni dei dazi che Trump vorrebbe imporre.

Un posto anche per Sundai Pichar (Alphabet) e soprattutto per Shoe Chew. È l’amministratore delegato di TikTok che arriverà direttamente da Singapore, dove vive, per i festeggiamenti. Anche lui era stato ospite a Mar-a-Lago e la sua presenza a Washington nei prossimi giorni giunge in concomitanza con il braccio di ferro sul bando della popolare App di video, proprietà della cinese ByteDance.

Ieri Donald Trump ha detto di voler fare un ordine esecutivo per aggirare il bando che scatterà il 19 gennaio in mancanza di un pronunciamento della Corte suprema Usa. L’idea di Trump è quella di guadagnare tempo per arrivare a individuare un compratore statunitense. Posizione su cui concorda anche il democratico Charles Schumer: «Lavoriamo per una soluzione, ma i rischi per la sicurezza non possono essere ignorati», ha detto il senatore. TikTok è la App più usata dai teenager Usa, il 65% vi accede regolarmente. Ed è in netta crescita in tutte le fasce d’età. Nel 2019 solo il 3% degli adulti la usava, ora la quota è salita al 32%

Nell’immagine: Tim Cook (Apple), Mark Zuckerberg (Meta), Jeff Bezos (Amazon), Sundar Pichai (Google) Shou Zi Chew (TikTok)


Cosa disse Eisenhower nel discorso citato da Biden. E perché si collega alla tecnodestra di oggi

Dopo il gestore BlackRock anche la Banca centrale americana si allontana dalla rete globale dell’economia sostenibile. L’Europa sempre più sola nel green 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Nel suo ultimo discorso dall’ufficio ovale della Casa Bianca, in cui ha messo in guardia l’America sui pericoli di una “oligarchia tecno-industriale”, Joe Biden ha espressamente citato l’allarme analogo lanciato nel 1961 dal presidente Eisenhower sul “complesso militar-industriale”. Ma cosa disse esattamente il suo predecessore nel proprio discorso d’addio e con quali conseguenze?

Chi era

Dwight “Ike” Eisenhower fu il comandante supremo delle truppe alleate nella Seconda guerra mondiale: in pratica, il vincitore del conflitto, sul fronte europeo aveva sconfitto Hitler e Mussolini, pianificando fra le altre operazioni lo sbarco in Sicilia e quello in Normandia. Rientrato in patria come un eroe al termine di una lunga carriera militare colma di decorazioni, l’ex-generale venne eletto due volte presidente degli Stati Uniti nelle file del partito repubblicano, dal 1953 al 1961, quando il più anziano presidente in un secolo cedette il potere al più giovane, John Kennedy, che nel novembre precedente aveva prevalso su Richard Nixon. Eisenhower morì nel 1969, a 78 anni.

Cosa disse

Il 17 gennaio 1961, tre giorni prima di lasciare la Casa Bianca a Kennedy, Eisenhower pronunciò un’orazione dall’ufficio ovale passata alla storia come “il discorso sul complesso militar-industriale”, un termine da lui stesso coniato per l’occasione. Pur essendo un ex-militare, o forse proprio perché conosceva bene quel mondo, il presidente affermò che la democrazia americana doveva stare attenta all’influenza indebita dell’industria degli armamenti al servizio del Pentagono: “Un immenso establishment militare e una grande industria delle armi è qualcosa di nuovo nella storia americana. La loro influenza economica, politica e perfino spirituale si fa sentire in ogni città, in ogni Stato, in ogni ufficio del governo federale. Da un lato è uno sviluppo necessario. Ma non dobbiamo mancare di notare le sue gravi implicazioni. Dobbiamo vigilare sull’acquisizione di una indebita influenza e sui rischi potenziali di una disastrosa concentrazione di potere.Dobbiamo impedire che metta in pericolo le nostre libertà e il nostro processo democratico. Sicurezza e libertà devono prosperare insieme”.

L’élite tecno-scientifica

Ma nel discorso Eisenhower disse anche qualcos’altro che suona ancora più simile al monito sulla “oligarchia tecno-industriale” ora lanciato da Biden. Il presidente espresse infatti timori sullo sviluppo sregolato e incontrollato della scienza e della tecnologia: “In parallelo con la crescita industrial-militare, nei recenti decenni abbiamo assistito a una rivoluzione tecnologica”, affermò. “La ricerca è diventata più complessa e costosa. La prospettiva di un dominio del mondo scientifico e del potere dei soldi è quanto mai presente e va esaminata con preoccupazione. Lo sviluppo scientifico è importante e va rispettato. Ma dobbiamo prestare attenzione al rischio che la politica diventi prigioniera di una élite scientifico-tecnologica”.

Come viene ricordato

La frase “complesso militar-industriale” divenne di uso comune in America e anche in Europa negli anni successivi, particolarmente durante la guerra nel Vietnam. Storici e commentatori affermano che i timori di Eisenhower sull’eccessiva influenza dell’industria degli armamenti si sono in parte realizzati. Citato in innumerevoli saggi e interventi pubblici, il discorso di Eisenhower appare anche nelle scene iniziali del film “Jfk” di Oliver Stone sulla tesi che l’assassinio del presidente Kennedy nel 1963 a Dallas nascondesse una cospirazione.

Nell’immagine: Dwight “Ike” Eisenhower con John Fitzgerald Kennedy  1962