È morto David Lynch, il visionario regista di “Twin Peaks”

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Di Alice Castagneri, La Stampa

Il suo cinema, diceva lui, «è composto della materia di cui sono fatti gli incubi». Criptico, ermetico, oscuro. David Lynch, morto oggi a 78 anni, era senza dubbio un visionario. “Twin Peaks” e “Mulholland Drive” sono solo alcuni dei capolavori in cui il simbolismo quasi incomprensibile ha risvegliato le menti degli spettatori. La famiglia ha annunciato la morte in un post su Facebook, chiedendo di rispettare la loro privacy: «Ora c’è un grande vuoto nel mondo, ora che non è più con noi. Ma, come diceva lui, “Tieni l’occhio sulla ciambella, non sul buco”».

Lynch è di certo uno dei più importanti cineasti dell’era contemporanea. La serie tv Twin Peaks e film come Velluto Blu, Lost Highway e Mulholland Drive mescolano elementi di horror, film noir, giallo e surrealismo. Lynch, infatti, tesseva racconti – non dissimili da quelli del suo predecessore spagnolo Luis Buñuel – che procedevano con una logica tutta loro, impenetrabile.

Nel 2024, dopo una vita passata a fumare, gli era stato diagnosticato un enfisema. Alcune fonti hanno riferito a Deadline che il regista è stato costretto a trasferirsi dalla sua casa a causa dei devastanti incendi in California e che da quel momento la sua salute è peggiorata. In un’intervista con la rivista Sight & Sound l’anno scorso, Lynch ha rivelato che, a causa della paura del Covid e della diagnosi di enfisema, non poteva più lasciare la sua abitazione. Se avesse diretto di nuovo, quindi, sarebbe stato a distanza.

Nato nel 1946 a Missoula, nel Montana, Lynch inizia la sua carriera nel cinema con il film sperimentale Eraserhead (1977), un’opera che già prefigurava il suo stile unico. Dopo una prima uscita fallimentare nei circuiti commerciali, il lungometraggio diventa un oggetto di culto, tanto da essere proiettato per anni e con successo negli spettacoli di mezzanotte: in quest’opera Lynch lavorò sulle possibilità del cinema di mettere in scena la materia organica e inorganica, mentale e fisica, sovrapponendo diversi livelli di realtà. La consacrazione, però, arriva solo con The Elephant Man, nel 1980, nominato a otto premi Oscar. In Velluto Blu del 1986 si concentra nell’esplorare il lato oscuro della provincia. Qui, trova spazio l’idea di una metamorfosi del corpo come forma per indagare i livelli molteplici della realtà. Il film ottiene una nomination all’Oscar per la regia, nonostante gli scandali, soprattutto per la famosa scena di nudo di Isabella Rossellini, allora moglie del regista.

Con Twin Peaks, nel 1990, apre invece la strada alle moderna serialità. Le vicende che girano attorno alla morte di Laura Palmer, il cui cadavere era stato ritrovato senza vestiti avvolto in un telo di plastica, diventano in breve tempo un vero cult. Ma per molti il suo capolavoro resta Mulholland Drive, un meraviglioso delirio surreale per cui ha ricevuto il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Musicista, pittore, fotografo. Per lui ogni arte era magnetica. Lynch aveva anche una grande passione per la meditazione trascendentale, che ha influenzato molte delle sue opere. Nel 2005 ha fondato la David Lynch Foundation, un’organizzazione dedicata a promuovere la meditazione trascendentale come strumento per migliorare la salute mentale e la pace globale. Profondo esploratore del subconscio umano, il regista cercava di sfidare il pubblico portandolo a farsi sempre nuove domande, sequenza dopo sequenza. Come disse una volta: «La vita è molto, molto complicata, e i film possono esplorarla in modi che ci aiutano a comprenderla meglio».

Nell’immagine: David Lynch


David Lynch. L’altra faccia della normalità

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Il film di David Lynch in versione integrale (italiano)

Lumberton, Carolina del Sud: la natura si sveglia, i colori sono più vivi che dal vero, i boscaioli vanno al lavoro. la radio locale infila canzoncine e scempiaggini. Ed il padre di Jeffrey innaffia il suo pezzetto di prato.

Di colpo l’idillio si spezza. L’uomo si abbatte al suolo, la canna dell’acqua s’impenna attorcigliandosi minacciosa, la macchina da presa di David Lynch segue la testa dell`uomo in primo piano, fra l’erba. Ma non si arresta. Il cinema di Lynch (lo conosciamo dai tempi di Eraserhead e di Elephant Man) non è di quelli che si fermano quando te l’aspetti: l’obiettivo continua la sua corsa sottoterra. Fra le larve, in un intrico dantesco d’insetti in tumulto, Blue Velvet ci offre fin dalle prime immagini la chiave dei suoi splendidi misteri: mostrarci, perlomeno farci intuire il mondo che si nasconde dall’altra parte, oltre il margine del visibile.

Quando il visibile è il quotidiano, il rassicurante, il normale. Privato del genitore, che rivedremo ogni tanto agganciato ai tubetti della camera di rianimazione, Jeffrey parte alla ricerca di un altro padre. Finirà per trovarlo, abnorme, maligno, caricato di tutte le iperboli dell’Inferno, nell’appartamento di Isabella Rossellini. Bianca, sconvolta, svestita (per la prima volta da quando il cinema americano filma le donne, ha scritto qualcuno) di quella sottile pellicola che sembra coprire e proteggere dall’occhio della cinepresa le attrici anche quando sono nude. Dennis Hopper e Isabella vivono tra le sembianze di un mondo diverso, irreale. A meno, a meno che l’irrealtà sia in questo, di mondo.

Blue Velvet sta tutto nel passaggio continuo fra queste nozioni di realtà o di sogno, di normalità o di follia. È costruito come una vaga inchiesta poliziesca: ma l’interesse non sta tanto nello scoprire cosa si nasconde nel tragico appartamentino d’isabella. E nemmeno di sapere se l’impossibile Dennis Hopper è così mostruoso come pare.

Il tono è grottesco, le tinte sono quelle dell’iperrealismo, l’humour, feroce, nero, magari indisponente, impregna d’ogni possibilismo le situazioni più abnormi. Da una parte i colori sgargianti, le immagini stereotipate della felicità nel benessere. Dall’altra lo squallore rarefatto dei soprammobili dell’appartamento, bagnati da una luce diafana.

Il cinema di Lynch, prepotentemente, al di la di certi limiti, di certe situazioni risolte alla bell’e meglio in quello che non rimarrà forse come il più perfetto dei suoi esempi, dilata gli spazi, dilaga nella memoria per la sua facoltà di assorbire, di fagocitare l’ambiente. Così come di un ritratto del Tiziano non ricorderete se il personaggio aveva i baffi, ma coglierete per sempre l’intensità di un azzurro, così di Blue Velvet vi resterà la qualità di un’ombra, la dolcezza di quel velluto, l’ambiguità di un’improvvisa certezza. Isabella mai così nuda, Hopper mai così enorme, McLachlan mai così normale: lo sguardo di Lynch fruga nelle viscere della realtà che lo circonda. Ciò che rivela non è sempre chiaro, né tanto meno esemplare: ma è la qualità del viaggio a contare. E non certo quello della meta. Un viaggio di così sconvolgente fulgore da farci trepidare, con un’impazienza che il conformismo cinematografico ci aveva fatto ormai dimenticare, in attesa del prossimo.

Fabio Fumagalli


Stefano Guerra – Con un bilancio in chiaroscuro lascia Viola Amherd, prima donna a capo della difesa

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Stefano Guerra è responsabile delle pagine nazionali de laRegione


Responsabilità storiche e fragilità di una tregua

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Lesto di mano (ma si sapeva) e di parola, Donald Trump si attribuisce tutto il merito di un frangibile accordo in cui ognuno appende le sue speranze. I civili palestinesi di Gaza, letteralmente martirizzati da quattordici mesi di folle ritorsione militare israeliana. Benjamin Netanyahu, che probabilmente non dà per chiusa la mortale partita con Hamas, a cui ha legato il suo destino politico, e pensa di aver vinto la guerra regionale. I jihadisti dell’enclave massacrata, che non escono affatto sconfitti dal corpo a corpo col nemico sionista. Il popolo di Israele, che teme un lungo futuro di fragilità inoculata dalla tragedia del 7 ottobre. L’Iran e i suoi proxy, che sperano di riprendersi dall’indebolimento (dal libano all’Iraq allo Yemen) del fronte della resistenza pro-Teheran scardinato in poche settimane dall’offensiva di Tsahal. Infine, la comunità internazionale, che non vede l’ora di mettersi alle spalle la peggior crisi mediorientale di sempre.

Con un numero di vittime senza precedenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Quasi cinquantamila morti gazawi, in maggioranza donne e bambini, addirittura oltre centomila una volta recuperate le vittime ancora sotto le macerie, secondo i calcoli della rivista scientifica “Lancet”. In attesa di stabilire se Israele sia colpevole di genocidio, di sicuro è punizione collettiva, culla di nuovo odio, altre ostilità, futuri terroristi. Massacro che ha molti padri. Non può certo sottrarsi alle sue responsabilità l’Occidente (Usa, Europa) che per decenni ha lasciato allo Stato ebraico mano libera nella conduzione di una politica ottusa e destinata alla deflagrazione, imperniata su uno statu quo imposto con la forza e con l’illusione di cancellare i diritti palestinesi. Né può considerarsi immune da responsabilità una leadership palestinese profondamente divisa, corrotta, senza una comune e condivisa proposta politica. La Storia dovrà essere imparziale e severa nell’elencare e giudicare i numerosi contributi a questa storica follia (compresi i paesi arabi moderati che della questione palestinese si sono serviti solo in termini propagandistici).

È fragilissimo l’accordo per un cessate il fuoco in tre tappe, minuziosamente concordato dalle parti per stabilizzare la tregua e darle un futuro. Un avvenire che prevede addirittura uno Stato palestinese, che il parlamento israeliano ha escluso a stragrande maggioranza per legge, e che rilancerebbe il ruolo dell’Autorità Nazionale che fu di Arafat e che oggi è un simulacro di governo centrale dell’OLP segnato dal discredito, impopolare, largamente superato da Hamas anche in Cisgiordania, in territori occupati e sempre più colonizzati dagli insediamenti ebraici (con almeno 700 mila ebrei). Autentico rebus immaginare come questa entità possa rinascere dalle ceneri pur con l’aiuto di alcuni paesi arabi e dell’ONU per ricostruire la nuova Gaza.

Né è chiaro come, sull’altro fronte, Netanyahu risolverà all’interno della sua coalizione di estrema destra l’opposizione dei vari Gvir e Smotrich, portatori di un colonialismo biblico e ipernazionalista, che considera qualsiasi accordo con Hamas un tradimento e una calata agli inferi. Frattura che del resto potrebbero segnare anche il futuro di Israele, nazione sempre più fratturata in diverse litigiose “tribù”, come un paio di anni fa le definì allarmato un ex presidente della Repubblica. Fratturazione interna ad alta intensità. Così come, sull’altro fronte, nessuno dimentica che, vent’anni fa, Hamas conquistò il potere a Gaza dopo aver vinto regolari elezioni e affrontato una guerra civile contro la centrale laico-palestinese di Fatah, già impopolare dopo il fallimento di Oslo. E sono soltanto alcuni tasselli di un mosaico medio-orientale profondamente scosso dal dopo 7 ottobre, che ora attende le mosse della Casa Bianca, dove Israele ritrova comunque un alleato sicuro anche se spesso imprevedibile.

Questa tregua ha insomma ancora troppi nemici per pensare che rappresenti un approdo stabile, un corridoio sicuro che possa condurre a qualcosa che si chiama pace. Del resto anche un cessate il fuoco può trasformarsi in uno scossone, benefico o no. E, nel castello minuzioso e anche folle di cifre, trasferimenti, liberazioni di prigionieri, scambi di ostaggi, bisognerà attendere ancora tre giorni per un varo che già sembra al centro di troppe minacce. I festeggiamenti in parte incomprensibili di ieri sera a Gaza, fra una popolazione palestinese colpita da un lutto senza fine, e quelli più contenuti nelle strade di Tel Aviv, potrebbero essere tacitati nel giro di poche ore. Una scintilla può rimettere molto, se non tutto, in discussione, C’è da sperare che così non sia, e che una dose sufficiente di ragionevolezza riesca a implementare i primi passi dell’intesa. Passi che non incontrino troppe pietre d’inciampo.

Nell’immagine: giubilo a Gaza


Lorenzo Cremonesi – Non è l’accordo Israele-Hamas ma fra Trump e Netanyahu

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 


La guerra più crudele della nostra storia

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

La guerra più lunga, la paura più grande che si potesse anche soltanto immaginare, il precipizio di una storia che pareva essere tornata e invece si pensava sparita per sempre dalla faccia del mondo. Questo è stato in Israele dal 7 ottobre del 2023, giorno per giorno ogni giorno che è passato. Anzi da qualche giorno dopo il 7 ottobre, perché ci sono volute più di cinquanta ore per realizzare, capire e fare i conti con quello che era successo lì, quella mattina maledetta. È stata, e speriamo sia davvero finita, la guerra più lunga, improba e crudele che Israele ha attraversato nel corso della sua storia. Una enormità di morti, una quantità inimmaginabile di disperazione da entrambe le parti. Le vittime dei bombardamenti e dei missili, l’incubo degli ostaggi, lo sgomento per una distruzione materiale, morale ed emotiva che non c’è modo di descrivere.

Questa tregua è accolta come una salvezza anche se gli ostaggi – vivi o morti – dobbiamo ancora vederli. Una salvezza tante volte smentita dai falsi passi avanti, dai proclami «siamo a un passo dall’accordo di cessate il fuoco» per poi tornare al punto di prima, cioè alla guerra. Lunga, interminabile, ha cambiato il volto della regione e di tutta la sua umanità. Proprio per questo e per tanto altro è salutata in un modo nuovo, inedito. Al di là delle ragioni della politica, dell’esultanza di Trump che tutto si è subito intestato, al di là del successo che Netanyahu si porta a casa – c’è, in queste ore, un sentire comune di qua e di là dei confini di quella striscia di terra abitata da palestinesi e israeliani, che esce allo scoperto e fa sentire parte di una sola umanità che la stessa sorte ha condiviso in questi lunghi, lunghissimi mesi, in questo anno e passa di guerra, di morti, di un dolore indescrivibile.

Da sempre, del resto, quel pezzo di mondo si dimostra capace di svolte impensabili, di brusche inversioni di rotta della storia, nel bene e nel male. Laggiù, per fortuna o per disgrazia, le cose sono capaci di cambiare da un momento all’altro. È così, nella storia grande e anche nella vita di tutti i giorni. Tutto, in Israele, accade a una marcia diversa da quella lenta e talvolta quasi immobile su cui poggia sul Vecchio Continente. Questa tregua è un repentino cambio di passo per tutti, per gli israeliani e i palestinesi: apre orizzonti che parevano oscurati per sempre, fa immaginare un futuro diverso, vero. Certo, è troppo presto per dirlo. Ma la storia la fanno anche le emozioni, e tutto quel capitale umano che si trova lì in queste ore, da una parte come dall’altro di quei confini violati dalla guerra, dal terrore e dall’incubo che ha abitato giorni e notti, sa o forse sente ma non è questo che fa la differenza, che la storia può cambiare così, da un’ora all’altra.

E ora non resta che aspettare il ritorno degli ostaggi – uomini, donne e bambini, israeliani e cittadini stranieri – ma aspettarli, speriamo, in un modo diverso da quello che è stato per settimane, mesi e un anno e passa, giorno per giorno, nello strazio di un “bring them home” che pareva sempre più irraggiungibile, sempre più il grido di una protesta al vento, nel vento gelido di una guerra interminabile e crudele come non mai.


Sul futuro di Gaza pesano 42 milioni di tonnellate di macerie

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Quindici mesi di massacri hanno fatto in mille pezzi la mappa sociale di Gaza: le sue reti familiari e di vicinato, il sistema economico, quello culturale. E poi ci sono i due punti per i quali, si dice spesso, passa il futuro di una comunità: la sanità e l’educazione. I punti su cui si costruisce il domani possibile sono in macerie.

PRIMA DI TUTTO, andranno rimosse quelle. Secondo le stime dell’Onu (ferme a ottobre scorso), il futuro di Gaza pesa 42 milioni di tonnellate di macerie, undici volte la Grande piramide di Giza. I tempi necessari a rimuoverle: 14 anni. I costi: 280 milioni di dollari ogni 10 milioni di tonnellate. A Gaza sono stati cancellati quasi 200mila edifici. Rimuovere quel che ne resta, significa scavare nell’orrore: sotto, non c’è solo terra, ci sono cadaveri. Ci sono anche ordigni inesplosi.

«Prima di pensare alla ricostruzione degli ospedali, vanno rimosse le macerie. Recuperati i corpi. Ricostruite le fognature. Ricostruite le strade. Senza strade, i camion non possono muoversi». Vivian Khalaf è la presidente del Pcrf, il Palestine Children’s Relief Fund, associazione nata nel 1992 negli Stati uniti, la più grande di quelle operative nella Striscia, ben prima del 7 ottobre 2023. Khalaf è in Italia in questi giorni insieme a Lubna Musa, amministratrice delegata del Pcrf, basata a Ramallah, e Suhail Flaifl, direttore delle missioni mediche, di Gaza City.

LA TREGUA PONE fine ai combattimenti, non porrà fine alla morte né al processo collettivo e individuale di lutto ed elaborazione della perdita, umana e sociale, che finora i gazawi hanno dovuto in qualche modo mettere in standby. C’era da sopravvivere, più urgente.

«Le infrastrutture si ricostruiscono – dice Musa – ma come si ricostruiscono le persone? Gli arti scomparsi, le ferite che permanenti, la salute mentale in frantumi, la sparizione della propria famiglia. Prima del 7 ottobre il Pcrf a Gaza seguiva 400 orfani, ora ne seguiamo 5mila. Alcuni sono così piccoli da non saper dire il proprio nome. Non sappiamo di chi siano figli». Secondo l’Onu, i bambini orfani di almeno un genitore sono 35mila.

«Nessuna organizzazione e nessun paese può affrontare una simile devastazione da solo, servirà un immenso sforzo internazionale. Serve il mondo intero», aggiunge Musa. «Noi, come Pcrf, siamo pronti, dal giorno uno della tregua», le fa eco Flaifl. È riuscito a uscire da Gaza lo scorso maggio, insieme alla moglie e ai tre figli.

Vivevano nel quartiere al-Rimal di Gaza City, il 13 ottobre 2023 hanno ricevuto il primo di innumerevoli ordini di evacuazione e sono scappati verso sud. Non sono mai riusciti a tornare indietro: «Abbiamo pagato tanti soldi agli egiziani, siamo tra quei pochi fortunati che potevano farlo. Quando siamo arrivati in Egitto non c’era nulla ad aspettarci. La prima cosa che abbiamo fatto è stata comprare dei vestiti, non avevamo niente con noi». Prima di far scappare la propria famiglia, il 13 ottobre, Suhail ha accompagnato a Khan Younis due medici statunitensi, membri di una delle centinaia di missioni internazionali che il Pcrf ha portato a Gaza in questi anni. Missioni di altissimo livello che hanno aperto gli ospedali gazawi a terapie prima inesistenti. Come il primo reparto oncologico pediatrico al Rantisi Hospital. L’offensiva israeliana ha modificato le priorità: «In pochi giorni abbiamo capito che non si trattava di una guerra come le precedenti – dice Musa – Siamo diventati un’organizzazione per la medicina d’urgenza».

DEI CINQUANTA membri palestinesi dell’ong, due sono stati uccisi, cinque sono fuggiti in Egitto. Gli altri, tutti, sono sfollati. Hanno continuato a lavorare, negli ospedali e nelle cliniche improvvisate dove offrono medicine e terapie apparentemente “superficiali”: le cure per i malati cronici, le cure odontoiatriche.

L’Organizzazione mondiale della Sanità ha utilizzato i centri medici del Pcrf per somministrare i vaccini anti-polio, mentre i team internazionali si sono concentrati sul nord di Gaza, sotto assedio da inizio ottobre: «Si occupano soprattutto di neurochirurgia e chirurgia ricostruttiva». Le missioni internazionali non si sono mai interrotte, ma è una corsa a ostacoli: «Il via libera israeliano ai medici e agli infermieri stranieri arriva all’improvviso, il giorno stesso – racconta Khalaf – Capita che all’ultimo momento venga negato. Capita che il team venga frammentato: passa l’infermiere ma non il medico. E capita anche che Israele ritardi l’autorizzazione a uscire. Questa crisi non è logistica, è politica».

LO DICONO da mesi le migliaia di camion umanitari fermi in Egitto, bloccati da una burocrazia che camuffa con le procedure un sistema che è pensato per non funzionare. Ora si deve pensare al dopo, e al ritorno. Ci pensa Suhail: «Non l’avrei mai voluta lasciare Gaza, ora aspetto di rivederla».


Pubblicità sessista: si usino almeno gli strumenti a disposizione per contrastarla

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Durante la prossima sessione parlamentare sarà discussa una mozione sulla pubblicità sessista, razzista e omofoba. Del tema me ne sono occupata in diverse occasioni quando ero presidente della Commissione consultiva per le pari opportunità.  L’attuale proposta chiede che sia introdotta la vigilanza contro la pubblicità sessista, proposta a più riprese dal 2015, attraverso il controllo degli impianti pubblicitari di competenza del Cantone (i manifesti stradali, per intenderci) inserendo un ulteriore articolo nella Legge sugli impianti pubblicitari. Il rapporto di maggioranza a firma dei deputati Filippini e Censi si lancia in disquisizioni “filosofiche” per contrastare la proposta che lasciano perlomeno basite per superficialità e confusione, accusando di censura le persone che pongono la questione degli stereotipi sessisti nelle pubblicità, stereotipi che altre leggi federali vogliono contrastare.

Quindi precisiamo. Non si tratta di agire secondo le modalità della cosiddetta “cancel culture” che utilizza forme di pressione organizzata per far rimuovere persone, libri, o altro considerati discriminatori rispetto a una minoranza. Non si tratta neppure di “politicamente corretto”, accusa reiterata verso chi ritiene doveroso utilizzare concetti e parole inclusive, capaci di descrivere e comprendere la complessità del reale

Era il 25 novembre 2018, Philipp Plein con gusto macabro promuoveva i suoi prodotti con una pubblicità online riproducendo un femminicidio. Come Coordinamento donne della sinistra ci siamo mobilitate con un presidio e una petizione online che ha raccolto più di 3000 firme in 48 ore indirizzate al Comune di Lugano e al Consiglio di Stato. Nulla si mosse. La libertà di commercio è sacra, probabilmente più sacra del corpo delle donne.

Nel Messaggio del Consiglio di Stato e nel rapporto di maggioranza si invita a rivolgersi alla Commissione svizzera per la Lealtà (CSL). Peccato che il tempo medio di esposizione della cartellonistica sia di quattro settimane, e le risposte arrivino decisamente dopo e non abbiano alcun effetto pratico o sanzionatorio.

Nell’anno in cui Philipp Plein pubblicizzava con un femminicidio i suoi prodotti, il Parlamento svizzero adottò la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica che invita gli Stati a “promuovere i cambiamenti nei comportamenti socioculturali delle donne e degli uomini, al fine di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli delle donne e degli uomini (art. 12)”.

Come fare se nello spazio visivo della nostra quotidianità ci confrontiamo con pubblicità – che non cerchiamo –  che ci propongono pregiudizi e stereotipi?

La Spagna nella sua Legge organica sulle misure di Protezione contro la violenza di genere dedica il capitolo II al settore della pubblicità e dei mezzi di comunicazione, quale strumento indispensabile di prevenzione, vietando in modo esplicito la “pubblicità che utilizza l’immagine della donna in modo vessatorio o discriminatorio”. Nella Convenzione di Istanbul chiede che si incoraggi “il settore privato, il settore delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e i mass media, nel rispetto della loro indipendenza e libertà di espressione, a partecipare all’elaborazione e all’attuazione di politiche e alla definizione di linee guida e di norme di autoregolazione per prevenire la violenza contro le donne e rafforzare il rispetto della loro dignità”.

Purtroppo la pubblicità è pervasiva in ogni contesto di vita offline e online, ma al momento agire secondo le richieste della mozione è l’unico mezzo per limitare l’inquinamento visivo sessista a cui siamo sottoposti.

È un piccolo passo per dire chiaramente che la dignità della vita umana vale più di un prodotto in vendita.

Nell’immagine: uno degli annunci pubblicitari della Philipp Plein (dettaglio)


Che fine ha fatto la critica in ambito culturale?

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Il Corriere della Sera, giornale su cui Aldo Grasso cura quotidianamente, in penultima pagina, una rubrica di critica televisiva, ha pubblicato il 10 gennaio un’anticipazione dal prossimo numero del bimestrale Vita e Pensiero dell’Università Cattolica di Milano, dove egli insegna storia della radio e della televisione. Nel testo Grasso ragiona sul ruolo del critico e del recensore, figure ormai in via d’estinzione.

 O meglio, in picchiata è piuttosto lo spazio sempre più ridotto che alla critica viene oggi assegnato da giornali, periodici, media elettronici e social, di cui la sparizione della critica è solo la conseguenza. La Svizzera italiana non fa eccezione. 

Sono figlio di una generazione in cui la Pagina culturale – poi diventata Cultura e Spettacoli, con ampie incursioni anche nel mondo dei viaggi e nel cosiddetto life-style in cui, tra pezzo giornalistico e publi-redazionale è difficile distinguere, era una presenza quotidiana. Oggi, invece, per nuove pubblicazioni – vale anche per l’editoria locale – serate teatrali, concerti, film, si trovano ancora delle segnalazioni, o l’intervista all’autore, al musicista, al regista: ma una recensione vera e propria, che esprima anche un giudizio, è merce sempre più rara. 

Per non sembrare astratto, e per riallacciarmi a quanto scrivevo l’altro giorno, dove sono i successori dei Volonterio, delle Marzelli, delle Camponovo, dei Fumagalli, dei Fasolis e dei loro colleghi d’un tempo? Che fine hanno fatto le pagine, gli inserti e i supplementi che li ospitavano? 

Presto o tardi, l’anagrafe condanna fatalmente a uscir di scena. Quello che però gli editori, nelle acque agitate in cui si dibattono, non hanno fatto, è preparare un ricambio, formare nuove figure che, con modalità comunicative più moderne (ma modernità non significa solo brevità), mantengano in vita un ruolo – quello della critica – importantissimo.  Avrei scritto “essenziale”, ma so bene che di cultura e spettacoli non campano fisicamente né il lettore né tantomeno l’editore di un giornale. Confrontato con  il calo pubblicitario, la diminuzione costante degli abbonamenti, il sogno infranto di recuperare almeno in parte con le versioni digitali, la convinzione illusoria degli utenti/lettori che tutto si possa trovare anche gratis online, l’editore deve arrabattarsi per far quadrare i conti, a ridurre il numero delle pagine cartacee, mentre la direzione giornalistica deve assegnare gli spazi rimasti in base a ciò che crede possa interessare maggiormente il pubblico: cronaca regionale? Nera? Sport? Politica? Gli annunci funebri?

Nei primi anni ’90 avevo guidato uno degli allora 7 quotidiani ticinesi (l’iperbole in una regione di meno di 300 mila abitanti): già allora, nel “mio” giornale, si sentivano forti scricchiolii nonostante la sua lunga, gloriosa storia antifascista negli anni in cui la Svizzera era circondata dai totalitarismi. Ricordo che ogni annuncio funebre ci faceva, da un lato e un po’ cinicamente, tirare un sospiro di sollievo per qualche centinaio di franchi che si aggiungevano ai risicati proventi pubblicitari; poi però, 3 volte su 4, il defunto era un abbonato e quell’abbonamento era perso per sempre…

Il saggio di Aldo Grasso si intitola Ma la critica è morta sostituita dal web? Parlando di critica, non ci si riferisce a quella specialistica, destinata alle riviste di settore, ma a quella rivolta al pubblico generalista, ossia alle persone che, pur non avendo necessariamente una formazione universitaria, mostrano interesse per quanto viene proposto in ambito culturale: vanno al cinema e a teatro, riempiono il LAC, si spostano tra il Max Museo, il MASI, Villa dei Cedri e le numerose gallerie private per mostre d’ogni tipo. 

Questa critica, competente ma accessibile, ha sempre trovato spazio sulla carta stampata quotidiana e periodica permettendo alle arti di non venire ghettizzate in contenitori specialistici e agli artisti di confrontarsi con pareri autorevoli. Oggi invece, con rare eccezioni, sembra quasi scomparsa.

Opportunamente, Aldo Grasso cita un passaggio emblematico tratto dal saggio di Giulio Ferroni, La solitudine del critico (Salerno Editrice, 2019): “È fin troppo evidente che la critica si trovi in condizione critica (…). Fatto assodato è la sua perdita di prestigio; sempre minore lo spazio che le tocca nei media, sempre più debole la sua capacità di agire sui nodi capitali della cultura contemporanea e sulle scelte del mercato editoriale, a meno che non si ponga come sua subalterna fiancheggiatrice”.

Osservo la trasformazione da tempo in atto nei supplementi culturali La Lettura del Corriere della Sera, Robinson di la Repubblica, tuttolibri di La Stampa (meno nel Foglio e in Domenica del Sole 24 ore), in cui si dedicano paginate ai libri per bambini (nella fallace illusione che i genitori corrano in libreria ad acquistarli?), altre ai fumetti (graphic novel), altre ancora (in bilico precario tra redazionali e marketing) a mostre e rassegne organizzate dagli stessi quotidiani citati. 

Le recensioni diminuiscono e diminuisce anche la varietà: spesso uno stesso romanzo o uno stesso saggio pubblicati dall’editore maggiore è onnipresente in tutti questi inserti, mentre altre pubblicazioni di editori cosiddetti “minori” (ma dei quali minori sono soltanto la capacità finanziaria e le risorse per promozione e ufficio stampa) non avranno neppure un ventesimo dello spazio.

Ancora Aldo Grasso: “In passato, non era solo il portafogli delle grandi case editrici a stabilire l’ordine gerarchico nelle vetrine delle librerie, bensì l’opinione delle personalità più attente al dibattito sulla letteratura e sulla sua decifrazione e interpretazione. Per fare un esempio, fu James Joyce il primo ad apprezzare Senilità, di Italo Svevo, e a segnalare ai critici francesi La coscienza di Zeno che, pubblicata a spese dell’autore due anni prima, aveva ripetuto il totale insuccesso dei due romanzi precedenti”.

Oggi si ha un po’ l’impressione, da un lato, della conventicola, per cui il poeta X scrive della raccolta dello scrittore Y, che restituirà il favore alla prossima occasione. Una sorta di circolo chiuso a rischio autoreferenzialità, che (non) sostituisce la paventata ghettizzazione della cultura, di cui sarebbero state colpevoli le vecchie pagine e i vecchi supplementi di un tempo. 

Proprio per questo l’evidente relegazione ai margini/sparizione della figura del recensore professionale – che abbina conoscenza, competenza, capacità di scrittura, sguardo attento a tutto quanto viene proposto – è un rischio serissimo con il quale, pur nella difficoltà del momento, confrontarsi concretamente.

Nell’immagine: non ci resta che #BookTok


Pace o no: voci russe sul ritorno di Trump

Aveva 78 anni. Tra i suoi capolavori Mulholland Drive e The Elephant Man 

Dal nostro corrispondente da Mosca

“Trump è oggi come era un tempo il vostro Berlusconi: un uomo che sa sempre quello che si deve fare, e lo fa”, mi dice sorridendo il taxista che mi porta in giro in questa Mosca oggi avviluppata in una tempesta di neve. “Se ci fosse stato lui a Washington non ci sarebbe mai stata questa guerra” aggiunge convinto. Non c’è di che stupirsi, sono idee che qui ci si forma guardando il telegiornale o i talk-show dei canali russi, e di più sarebbe difficile pretendere.

Gli umori dell’uomo della strada russo si possono riassumere in quanto ci dice Svetlana, 43 anni, ormai divorziata da molti anni e con un figlio a carico che studia ancora: “Speriamo che Putin e Trump ci portino la pace già questa primavera” mi dice. Si tratta di un’opinione abbastanza diffusa e facile da riscontrare mentre si parlotta al gelo fumando in fretta una sigaretta. “A costo anche di un compromesso con Zelensky? A costo anche delle truppe europee dislocate ai nuovi confini della Russia?”, chiediamo. “Anche a costo di tutto, sono veramente stanca di questo conflitto, delle sanzioni, delle difficoltà di viaggiare all’estero. Vorrei che il mondo tornasse come era prima del febbraio 2022”, conclude Svetlana.

Difficile davvero che ciò avvenga troppo presto, mi viene da pensare affondando gli stivali nella neve che ormai non viene spalata da chissà quando, segnale che tutti i soldi dei contribuenti vengono spediti al fronte.

Comunque, la “pace a tutti i costi” tanto agognata dai russi potrebbe essere un boomerang per il Cremlino. Se per qualche motivo, nei baluginati incontri tra i due presidenti non si trovasse la quadra sull’Ucraina, costruire una campagna propagandistica contro Trump sarebbe assai più difficile che con Biden, perché la sensazione è che il neo-eletto abbia un tesoretto di credibilità nell’opinione pubblica russa che si è costituito negli anni e sarà difficile smontare o comunque scalfire. Soprattutto, lo schieramento di truppe europee di mantenimento di un accordo potrebbe rappresentare un problema insormontabile.

“La pace a tutti i costi? No grazie” risponde invece Anton, compunto. Lavora in un ufficio di Rosatom, l’agenzia del nucleare civile russo e non è difficile intuire che lui sta con Putin, anzi con la linea dura: “Non credo che gli ucraini vogliano davvero la pace. Ora forse dovremo fare buon viso e cattivo gioco e accettare una tregua, ma la guerra con Zelensky tornerà. O noi o loro… e allora meglio prendersi anche Kiev e risolvere il problema alla radice…”. Si tratta dell’opinione della minoranza tra le persone che frequento abitualmente, ma la “vittoria mutilata” pochi la desiderano: “Il Donbass deve essere tutto nostro e ovviamente anche la Crimea”, afferma Oksana, infermiera che attende la pensione ma che continuerà a lavorare comunque, visto che prenderà poco più dell’equivalente di 300 euro al mese dopo i 63 anni.

Trump come la provvidenza insomma, ma non tutti sono convinti che le cose andranno così lisce come sembrerebbe ora. “Gli Usa hanno i loro interessi – sostiene Vitalij, insegnante di liceo – e forse il loro nemico principale non siamo noi ma la Cina. Il problema è invece che noi siamo alleati alla Cina, mentre io invece mi sento europeo anche dopo questa guerra”. Letture semplificate forse, raccolte spesso parlando del più o del meno, ma che dimostrano quanto l’America resti lontana se vista da Mosca. Solo il 14% dei russi dichiara di seguire in qualche modo la politica Usa. Cinque anni fa – secondo la società di sondaggio “Levada” – era il 19%. Di questo 14%, l’84% ai tempi delle elezioni avrebbe votato senza esitare il tycoon repubblicano.

Per parlare di Elon Musk invece bisogna rivolgersi ai giovani, o almeno a quelli sotto i quarant’anni d’età: gli altri davvero spesso non sanno nemmeno di chi si parli, e neppure mostrargli la foto sul telefonino serve a qualche cosa.

“Musk ha ottime idee per quanto riguarda gli sviluppi della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e del business in generale ma non so quanto sia un bene che si occupi di politica” sostiene Viktor, 21 anni, studente universitario di scienze politiche che incrocio in una biblioteca. “Pensi che la politica andrebbe fatta da politici di professione?” gli chiedo. “Sì, vado controcorrente su questo punto rispetto ai miei coetanei, ma credo ci voglia una classe dirigente formata teoricamente, come ai tempi dell’URSS, o come oggi in Francia”. La pensa diversamente Igor, che sottovoce afferma di essere “per Navalny”, per il “liberalismo”: “Musk oggi vuole cambiare i governi in Germania e in Gran Bretagna, magari domani cambierà anche quello russo”.

Comunque la stampa russa più attenta non è così incline all’ottimismo che ha fatto rallentare la corsa verso l’alto dollaro ed euro. Secondo “Zarygrad”, un portale molto letto che esprime posizioni più conservatrici dell’élite russa, le cose potrebbero andare comunque per le lunghe. “Il team di Trump – scrive Sergej Mironov – è ossessionato da una dimostrazione di forza. Inoltre, teme paragoni con il caotico ritiro delle truppe dall’Afghanistan avvenuto sotto Biden. Soprattutto, lo schieramento di Trump ritiene che costringere Mosca a negoziare sia impossibile mentre le forze armate russe avanzano nelle regioni di Donbass, Zaporizhzhya e Kharkiv. Pertanto, la prima priorità per loro sarà rafforzare l’esercito ucraino per fermare i russi sul campo di battaglia”.

Si tratta di una variante neppure troppo campata in aria: durante la prima presidenza Trump, gli Stati Uniti pomparono armi in Ucraina non in misura inferiore che durante la presidenza Biden, fino al trasferimento di navi militari dall’arsenale del Servizio di guardia di frontiera statunitense alle autorità ucraine.

L’analista politico Vladimir Soloveychik ne ha parlato a “First Russian”: “Il nostro popolo non si deve fare soverchie illusioni sulla nuova squadra che sta arrivando alla Casa Bianca. Donald Trump sarà certamente un buon presidente per gli americani – meglio di Biden o di Obama – ma questo non significa che sarà altrettanto buono per il popolo russo”.

Ne è convinto anche Boris, 27 anni, laureando presso la scuola di specializzazione di politica internazionale di Mosca, e che in futuro vorrebbe entrare nel mondo diplomatico: “Trump vede il complesso militare-industriale americano come il motore dell’intera economia statunitense, e per una buona ragione. Usando l’Ucraina come sbocco di vendita per le armi statunitensi e allo stesso tempo come terreno di prova per nuove armi, Trump cercherà di incrementare la produzione industriale all’interno degli Stati Uniti. Non è quindi probabile che gli aiuti agli ucraini diminuiscano. Questo è ciò che dovremmo capire noi russi”.

Si resta in attesa quindi del 20 gennaio e prima di tutto di come Putin accoglierà le parole di Trump all’inaugurazione. Vista dal vialone della Tverskaja, che conduce al Teatro Bolshoj, l’inverno appare ancora lungo e non senza possibili imprevisti, non solo metereologici.

Nell’immagine: inverno a Mosca