Così il cessate il fuoco diventa una gabbia

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

Nel 1989 veniva dato alle stampe il celebre volume dello studioso americano David Fromkin intitolato A Peace to End All Peace: con una ricerca analitica dei fatti storici intercorsi tra il 1914 e il 1922, l’autore ci mostrava come dalla dissoluzione dell’Impero Ottomano, sancita al termine del primo conflitto mondiale, sarebbe nato il Medio Oriente contemporaneo, con i confini, le frontiere e le realtà statuali arrivate più o meno inalterate fino ai nostri giorni. Ma di più, dal titolo stesso ci anticipava l’esito politico di questa trasformazione: dalla pace di Parigi del 1920 sarebbe nato un assetto regionale frammentato, territorialmente fragile e politicamente instabile che avrebbe aperto la strada ai vari e ciclici conflitti degli anni successivi.

«Una pace per mettere fine a tutte le altre possibilità di pace» rischia di essere un titolo applicabile anche alla tregua messa a punto in questi giorni dalla nota «troika» (Qatar, Egitto e Stati Uniti) che da mesi tenta di arrivare all’ambizioso e insperato obiettivo: fermare le armi a Gaza, dare respiro a questo lembo di terra martoriato da più di 15 mesi, rilasciare gli ostaggi israeliani permettendo loro di tornare dai familiari, ipotizzare possibili scenari futuri per la Striscia. Non parliamo certo di una pace, traguardo ancora fin troppo lontano, ma di una tregua di sei settimane che ad oggi potrebbe non essere foriera, al contrario di quanto sperato da molti, di una risoluzione concreta e definitiva della guerra. E ce ne rendiamo conto dalle aspettative e dalle strategie troppo poco lungimiranti dei vari attori coinvolti.

La presidenza Biden, ormai alle battute finali, ambirebbe ad aggiudicarsi questa vittoria politica dopo aver gestito, non sempre al meglio, i momenti più difficili del conflitto a Gaza, provando a chiudere la partita prima del ritorno di «The Donald». Ma lo stesso Trump ricomparirebbe alla Casa Bianca potendo vantare di aver già raggiunto uno degli obiettivi dichiarati subito dopo la vittoria ancora prima dell’insediamento ufficiale del 20 gennaio: la pace nel mondo, la fine dei conflitti (per ora quello di Gaza) e l’inizio di una nuova era d’oro internazionale. L’amico fidato Netanyahu lo sa bene, e forse per questo riduce proprio adesso la sua inflessibilità sulla guerra scendendo, dopo mesi di rifiuti, concretamente a patti. Un regalo da porgere al nuovo presidente americano, storico alleato di ferro di Tel Aviv. Il primo ministro israeliano ha anche la questione degli ostaggi da risolvere che, sebbene non sia sempre stata un’equazione rilevante nelle scelte prese fino ad ora dal suo governo, rimane sul tavolo con le famiglie dei sequestrati che non hanno smesso un giorno di chiedere la fine delle ostilità e di criticare l’operato di Netanyahu e del suo governo. La storia ci insegna che Israele non ha mai lasciato indietro nessuno ostaggio, neppure morto. Una macchia indelebile da non lasciare a futura memoria sul governo del primo ministro israeliano. La sicurezza della popolazione israeliana rimane, tuttavia, la priorità anche dopo la fine dei combattimenti, motivo per cui, sebbene non siano ancora certi i termini dell’accordo, pare che le truppe israeliane non si ritireranno completamente da Gaza, ma manterranno la presenza militare in diverse zone strategiche. Verrebbe meno uno dei presupposti chiave per Hamas che ha sempre richiesto il ritiro definitivo degli israeliani dalla Striscia. Ma che potere contrattuale ha oggi il movimento islamista?

Disarticolato militarmente, decapitato politicamente, Hamas vede in questa tregua la possibilità di evitare l’ira funesta già annunciata da Trump in caso di mancato rilascio degli ostaggi (il famoso «inferno» che verrà scatenato), ma anche una finestra per potersi riorganizzare in vista di un futuro ancora incerto per Gaza. In questo quadro, a livello regionale, plaudono le monarchie del Golfo, in particolare l’Arabia Saudita che può nuovamente accarezzare l’idea di aggiungersi al terzetto di Abramo, senza scatenare la rabbia delle piazze anti-israeliane. Gioiscono anche l’Egitto e la Giordania che vedono, seppur ancora lontana, una possibile risoluzione al flusso di migranti palestinesi che bussa già ai confini. Commesse per la ricostruzione di Gaza e una maggior stabilità regionale sono obiettivi allettanti per tutti gli attori dell’area.

Allora, tutti contenti. Cosa potrebbe non funzionare? Innanzitutto, secondo i dettagli dell’accordo finora trapelato, Israele si «riserva» la possibilità di riprendere i combattimenti dopo la prima fase e a ben vedere, del resto, non ha mai smesso di bombardare Gaza alimentando anche nel giorno della «tregua possibile» la quotidiana funesta conta dei morti palestinesi.

Su queste scelte potrebbero avere un peso anche le dichiarazioni del gruppo di estrema destra al governo che per bocca del ministro delle finanze Smotrich e del ministro della sicurezza nazionale Ben Gvir fa sapere che nessuna tregua sarà possibile prima dell’annientamento totale di Hamas. E qui sta proprio una delle ipoteche ineludibili alla risoluzione definitiva del conflitto: Hamas non è soltanto un movimento politico, ma rappresenta un’ideologia. L’attuale erede designato di Yahya Sinwar, il fratello Muhammad, così come qualsiasi altro leader dovesse emergere in futuro, avrebbe la certezza di poter contare su militanti pronti a combattere, una schiera di giovani e bambini, testimoni loro malgrado di brutalità incontenibili. La violenza genera violenza, questo assunto rimane incrollabile nel tempo.

Per questo motivo il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua, dunque, che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace.


«I media sono io». X, l’arma social contro la democrazia

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Giovanna Branca, il manifesto

You are the media now, ora siete voi i media. Elon Musk lo ripete spesso ai suoi follower su X, la piattaforma che un tempo si chiamava Twitter e che nel giro di due anni, da quando l’ha acquistata nel 2022, ha trasformato in potentissima arma politica. Che entra ormai quotidianamente nelle cronache di tutto il mondo per le ingerenze che attraverso X Musk rivolge alle democrazie globali, dal vicino Canada alla Germania.

Quest’idea dell’informazione non ha nulla a che fare con l’epoca in cui il mondo acclamava (con una certa ingenuità) Twitter come il luogo dove si potevano ottenere informazioni in tempo reale che non erano presenti sui media «tradizionali» – quelli che Musk (seguito di recente da Mark Zuckerberg di Meta) chiama sprezzantemente legacy media, il vero bersaglio di simili proclamazioni: vecchi arnesi di un passato morto e sepolto che seminano solo bugie. La sua battaglia per la delegittimazione dei media e del giornalismo è parte integrante dell’assalto alla democrazia stessa, mascherato da democratizzazione – i media ora siete voi, la libertà di parola è assoluta. Ma il media è lui: già all’inizio del 2023 The Verge e Platformer rivelavano come, a seguito della scoperta che un suo post sul Super Bowl aveva generato meno interazioni di uno analogo del presidente Joe Biden, Musk aveva minacciato di licenziare tutti gli ingegneri rimasti all’ex Twitter dopo il suo “repulisti” (che ha toccato oltre il 75% del personale) se non avessero «risolto il problema». Da allora, l’algoritmo della piattaforma amplifica i suoi post per tutti gli utenti, e non solo i suoi 200 milioni di follower, perché non devono passare al «vaglio» del filtro ideato per promuovere solo i contenuti “più interessanti”.

Un’indagine condotta a ridosso delle elezioni presidenziali Usa dal Center for Countering Digital Hate (Ccdh) evidenzia una delle conseguenze di questa politica: i “tweet” ad argomento elettorale scritti da Elon Musk da quando ha dato il suo endorsement a Donald Trump (subito dopo l’attentato di Butler, lo scorso 13 luglio) sono stati visti 17,1 miliardi di volte. Per raggiungere lo stesso tipo di diffusione, gli analisti hanno stimato che una campagna elettorale avrebbe dovuto spendere 24 milioni di dollari in inserzioni pubblicitarie. I post di Musk etichettati come falsi e fuorvianti hanno ricevuto due miliardi di visualizzazioni. Fra questi, la bugia più diffusa e ripetuta è quella che migranti «illegali» venivano importati in massa per votare democratico. «Aumento a tre cifre di illegali negli swing state negli ultimi quattro anni. Importazione elettorale a un livello senza precedenti!» – un esempio tipico di post a tema del Ceo di Tesla, che ha raggiunto da solo 21 milioni di visualizzazioni.

Quello che Anne Applebaum su The Atlantic chiama uno dei «nuovi Rasputin» che stanno agevolando l’ascesa di autocrazie in tutto il mondo non ha tardato a volgere le sue attenzioni anche al di fuori dei confini Usa. È cronaca recente la sua lunga intervista su X con Alice Weidel del partito neonazista tedesco AfD, o il fuoco di fila contro il governo laburista inglese guidato da Keir Starmer (l’Inghilterra è al centro delle sue ossessioni almeno dai riot anti musulmani della scorsa estate). «Ragazza, non sei più la governatrice del Canada, quindi non conta quello che dici», è uno degli insulti più recenti rivolti al primo ministro dimissionario canadese Justin Trudeau, reo di aver scritto che mai e poi mai il Canada sarebbe stato annesso dagli Stati uniti.

Pochi giorni fa, il Financial Times ha citato delle fonti secondo le quali Musk non si sarebbe limitato ai post su X, ma avrebbe discusso «con degli alleati» di strategie per rimuovere Starmer dal ruolo prima delle prossime elezioni nel Regno unito. La sua concezione della sovranità nazionale d’altronde è riassunta da una sua risposta a un tweet del 2020 sulla crisi politica in Bolivia: «Faremo colpi di stato contro chi ci pare! Deal with it».

O dal palcoscenico che ha offerto a Vladimir Putin a febbraio 2024, quando X ha mandato in onda la lunga intervista di Tucker Carlson al presidente russo, messo nella posizione di riscrivere a suo piacimento la storia dell’invasione dell’Ucraina. Riscrivere la storia è una delle mire di Musk: «Hitler era un comunista» può affermare Weidel senza che lui batta ciglio. E di recente, con la ricorrenza dell’attacco al Campidoglio del 6 gennaio 2021, erano di tendenza su X post e video che definivano quel momento drammatico della storia recente Usa come una manifestazione pacifica e legittima. Un video postato dallo stesso Musk ironizzava su come ai rioter, quel giorno, sarebbero stati stesi tappeti rossi per entrare a Capitol Hill.

In questo slancio revisionista e di proliferazione di pericolose teorie del complotto e parole d’ordine d’odio, razziste e perfino apertamente neonaziste, è vero quel che dice Musk sui suoi utenti diventati «media». Dall’acquisizione della piattaforma decine di inchieste realizzate dalle entità più disparate – dai media più importanti all’Anti Defamation League fino allo stesso Congresso statunitense – , hanno lanciato l’allarme sulle conseguenze delle politiche di Musk a X, a partire dalla dissoluzione dei team di moderazione dei contenuti. Solo l’antisemitismo e i contenuti anti -arabi, rileva ancora il Ccdh, sono aumentati di oltre il 100% dopo il 7 ottobre 2023. Così come in Italia lo scorso settembre era possibile trovare tra gli hashtag di tendenza #bastanegri.

Come insegnavano già i Facebook Papers, odio e disinformazione portano engagement: una recente indagine della Bbc rivela come alcuni utenti di X abbiano guadagnato migliaia di dollari diffondendo disinformazione sulle elezioni Usa – profitto reso possibile dalla modifica (il 9 ottobre) di un regolamento della piattaforma che vincolava i pagamenti al numero di inserzioni pubblicate sotto i post.

Non è un mistero che gli inserzionisti, dall’arrivo di Elon Musk, siano in fuga. Si stima che la piattaforma abbia perso l’80% del suo valore economico. Acquistando quello di potente arma antidemocratica.

Nell’immagine: Jean Léon Gérôme, “Panem et circenses” (1902)


Il mondo di Trump

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Timothy Garton Ash, la Repubblica

Nel momento in cui il presidente statunitense di ritorno, Donald Trump, punta gli occhi sulla Groenlandia, su Panama e sul Canada, come Vladimir Putin ha fatto con la Crimea e Xi Jinping con Taiwan, si qualifica come sintomo e causa di un nuovo disordine mondiale. Il trumpismo è solo una variante del transazionalismo, il leitmotiv di questo nuovo disordine. Bisogna che le democrazie liberali, soprattutto quelle in Europa, si sveglino all’odore della polvere da sparo.

La Russia e la Cina sono ora grandi potenze revisioniste, mentre Turchia, Brasile e Sudafrica sono liete di giocare con tutte le parti. Questo è anche un mondo di guerre — in Ucraina, in Medio Oriente e in Sudan.

La maggior parte degli europei va avanti come se vivessimo ancora nel tempo di pace del tardo XX secolo, ma il mondo intorno a noi somiglia sempre più all’Europa della fine del XIX, fatta di potenze in feroce competizione e imperi in grande stile. Perché oggi il palcoscenico geopolitico è planetario e i contendenti sono in gran parte Stati non occidentali. Gli Stati Uniti di Trump probabilmente si comporteranno più come le altre potenze transazionali che come, diciamo, la Germania o la Svezia.

Queste dure realtà sono messe in luce da un sondaggio globale di opinione condotto in 24 Paesi e pubblicato dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr). Lo studio è fatto in collaborazione con il nostro progetto di ricerca dell’Università di Oxford dal titolo “Europe in a Changing World” ed è il terzo che abbiamo condotto dal 24 febbraio 2022, quando l’invasione dell’Ucraina da parte di Putin ha messo fine all’era post-Muro.

Ecco qualche risultato che potrebbe farvi andare di traverso il caffè. Molte persone nel mondo al di fuori dell’Europa accolgono con favore la venuta di Trump, affermando che sarà un bene per il loro Paese, per la pace nel mondo e per arrivare alla pace in Ucraina e in Medio Oriente. In India e Arabia Saudita sono la maggioranza e — a seconda della domanda — la maggioranza o la pluralità in Cina, Brasile, Sudafrica e Russia. In realtà, l’Europa e la Corea del Sud (che, come l’Europa, dipende dagli Usa per la sicurezza) sono casi isolati nel livello di preoccupazione per l’impatto trumpiano.

Come abbiamo già riscontrato nei due sondaggi precedenti, molti Paesi continuano a considerare la Russia di Putin come un partner internazionale accettabile, benché stia conducendo una brutale guerra neocoloniale contro l’Ucraina. La maggioranza o la pluralità dei soggetti dichiara di pensare che la Russia eserciterà maggiore influenza globale nel prossimo decennio. Alla faccia dei discorsi prematuri e compiaciuti dei leader occidentali sulla “sconfitta strategica” della Russia in Ucraina. Non è così che appare al resto del mondo.

Senza dubbio i più pensano anche che gli Stati Uniti, già potenti, guadagneranno ulteriore influenza globale nel prossimo decennio. Ma poi abbiamo chiesto agli intervistati se pensano che nei prossimi 20 anni “la Cina sarà la potenza più forte del mondo, più degli Stati Uniti”. In quasi tutti i Paesi oggetto del sondaggio la maggioranza ha risposto che sì, la Cina sarà più forte degli Stati Uniti. Persino negli Usa gli intervistati che hanno espresso un’opinione chiara sono divisi al 50%. Solo in Corea del Sud e in Ucraina esiste una fiducia schiacciante nel fatto che gli Stati Uniti rimangano la potenza dominante.

Se questo è il mondo, che dire dell’Occidente? Alla fine del 2022, sotto lo shock dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, dal nostro sondaggio emerse un Occidente in gran parte unito, separato dal resto del mondo. Non è più così. A livello oggettivo il rapporto transatlantico rimane un’alleanza più permanente, strutturata e profonda di quanto si sia mai visto finora nel gruppo Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, ora affiancati da altri cinque Paesi) o in un presunto asse tra Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Loro non hanno un equivalente della Nato.

A livello soggettivo il discorso è diverso. Uno dei risultati più sorprendenti del sondaggio di quest’anno è che, prendendo la media di nove Stati dell’Ue, tra cui Germania, Francia, Spagna, Italia e Polonia, solo il 22% degli europei afferma di considerare gli Stati Uniti un “alleato”.

Un ulteriore 51% afferma di vederli come un “partner necessario”, ma che tipo di alleanza è quando meno di un quarto delle persone intervistate considera l’altra parte un alleato? In effetti sono più numerosi i cinesi che considerano la Russia un alleato (39%) e i russi che ricambiano il complimento nei confronti della Cina (36%) rispetto agli europei che vedono con favore gli Usa.

Scavando più a fondo, inoltre, si scopre che gli europei sono divisi nel modo di reagire a Trump. I Paesi dell’Europa sud-orientale (Ungheria, Bulgaria, Romania) si mostrano più positivi nei suoi confronti. E basta guardare all’entusiastica accoglienza riservatagli da politici europei come Giorgia Meloni, Viktor Orbán e Nigel Farage.

L’avvento di Trump potrebbe spingere l’Europa a fare di più per la propria difesa, ma non vedremo mai un fronte europeo unito contro il trumpismo. I singoli Paesi europei cercheranno di concludere accordi speciali con gli Stati Uniti. Potrebbero anche sentirsi incoraggiati a diventare più transazionali di quanto non siano nei rapporti reciproci.

Un’Europa divisa, un Occidente diviso, un mondo transazionale: e allora cosa si può fare? Le democrazie liberali in generale e quelle europee in particolare dovrebbero trarne quattro insegnamenti. Primo, vedere il mondo per quello che è, non per come vorremmo che fosse.

Secondo, smetterla di blaterare sul Sud globale e considerare questi Paesi per come si vedono loro: grandi e medie potenze individuali con storie, culture e interessi nazionali specifici. Quindi abbiamo bisogno di una politica specifica, su misura, per India, Turchia, Cina, Sudafrica e così via.

Terzo, dimenticare una visione binaria, stile Guerra fredda, del tipo “sei con noi o contro di noi?”. In un “mondo à la carte” come lo ha definito il rapporto Ecfr-Oxford, queste potenze sono pronte a stare accanto agli Stati Uniti in un’area politica, alla Cina in un’altra, alla Russia in una terza e all’Europa in un modo diverso ancora.

Pur tappandoci il naso, dovremmo essere pronti ad agire in maniera simile, ad esempio facendo affari con la Cina su questioni economiche e ambientali, anche se deploriamo le violazioni dei diritti umani. Questo è difficile per le società liberali basate sui valori, molte delle quali sono unite in un’Unione europea fondata sul diritto, e certamente non dovremmo rinnegare i nostri valori liberali fondamentali prima che il gallo trumpiano canti tre volte, ma questo è un mondo difficile.

Infine la fortuna favorisce i forti. Per un’Europa composta interamente da potenze piccole e medie, l’unico modo per generare una forza adeguata è con un’azione collettiva coordinata, inclusa una relazione più stretta tra Regno Unito ed Europa continentale. L’unità è forza.

In breve, le democrazie europee devono essere meno transazionali tra di loro ma, agendo insieme, più transazionali con le grandi e medie potenze di questo mondo trumpiano.

Timothy Garton Ash è co-autore del rapporto sul sondaggio globale dell’Ecfr assieme a Ivan Krastev e Mark Leonard
Nell’immagine: Timothy Garton Ash


Operazione Doge: la razzia dello stato sociale

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Luca Celada, il manifesto

Il ministero ombra per l’efficienza guidato da Elon Musk sta per mettere in atto le politiche sociali che fino ad ora il padrone di X si era limitato a formulare come estemporanei post da 240 caratteri, infarciti di efficientismo e darwinismo sociale. Lo pseudo dicastero non ha ufficialmente alcun fondamento costituzionale, ma nel mondo post-istituzionale del trumpismo promette di aver potere smisurato per attuare la famigerata «decostruzione dello stato amministrativo» un progetto di decurtazione del settore pubblico da far impallidire l’opera neoliberista dei Chicago Boys.

Attingendo soprattutto dai consigli di amministrazione delle aziende Musk (Neuralink, Tesla, Boring ecc.), da settimane un team di giga capitalisti sta assemblando una squadra che lavora dalla sede Space X di Washington. Quella messa insieme da Musk, Marc Andreesen, Peter Thiel ed altri, si profila come una sorta di confraternita di pretoriani dislocati come commissari plenipotenziari al taglio dei bilanci pubblici. I componenti – molti loro stessi miliardari Ceo di aziende di Silicon Vally – devono, come afferma Musk, donare il proprio tempo alla causa rivoluzionaria per la «rifondazione», come affermano gli ideologhi neoreazionari cui si ispirano, della società in chiave di «meritocrazia», improntata all’efficienza aziendale. «L’essenziale eliminazione del debito» non sarà opera da poco, specialmente dato che gli ulteriori regali fiscali annunciati da Trump promettono di scavare un nuovo buco da 5.000 miliardi di dollari nei conti pubblici.

L’eliminazione degli «sprechi» promessa da Musk rischia invece di obliterare ciò che resta della rete sociale, comprese pensioni, istruzione pubblica e assistenza sanitaria per gli over 65. Dietro l’eufemismo tecno-efficientista (già annunciato l’impiego dell’intelligenza artificiale per «individuare» gli sprechi) si profila una mastodontica guerra dei ricchi contro i poveri e lo smantellamento delle ultime vestigia del New Deal.

Quella riforma rooseveltiana fece seguito ad una stagione di enorme conflitto sociale provocata da un abissale diseguaglianza economica e l’ascesa dei robber barons, gli oligarchi della gilded age. Oggi una nuova plutocrazia sta per mettere le mani sull’apparato dello stato come mai riuscirono a fare i Vanderbilt ed i Rockefeller. Sfruttando il populismo alimentato proprio dalla disuguaglianza sociale, i monopolisti di Silicon Valley, quel patto sociale si apprestano a smantellarlo.

Assieme alla rottamazione del modello rooseveltiano e keynesiano, l’obbiettivo è di dirottare e lo stesso esperimento americano, dalla sua componente aspirazionale di società plurale ed inclusiva, in regime post democratico a diretta conduzione capitalista.
Musk e Vivek Ramaswamy ammettono che questo «potrà inizialmente provocare qualche disagio, ma alla lunga sarà meglio per tutti». O almeno – presumibilmente – per le aziende degli stessi rottamatori che beneficeranno di una mastodontica privatizzazione dei servizi, dall’energia all’esplorazione spaziale.

Si tratta, ovviamente, di una parte integrante dei programmi di molti governi liberisti occidentali. Ma con l’operazione Doge, i giga capitalisti intravedono ora l’opportunità di completare l’opera in tempi molto brevi, adottando lo slogan «move fast and break things». Il motto di Mark Zuckerberg, prediletto dai taumaturghi del tech, verrebbe dunque applicato all’apparato dello stato da “reinventare” come una startup qualunque.

Dopotutto il famigerato Project 2025 specifica l’importanza di una blitzkrieg per sopraffare la resistenza delle istituzioni e blindare l’apparato senza lasciare tempo alla resistenza per organizzarsi.

Per completare il progetto i digital tycoon potranno contare sul presidente, sul Congresso e su di una Corte suprema che ha già smantellato il potere normativo delle agenzie governative, trasferendolo ai tribunali federali – i contorni di un hostile takeover dello stesso governo.
Lo stato minimo è sempre stato un cardine dell’ideologia conservatrice. Quello che si prospetta ora però non è una semplice diminuzione dell’intervento pubblico, ma la razzia del tesoro nazionale da parte di una plutocrazia uscita come non mai allo scoperto come parte politica “militante”.

Gli unici ostacoli verosimili al suo compimento ora, sono la potenziale resistenza dell’establishment di Wall Street e la diffidenza della vecchia guardia Maga. Il dato impressionante rimane la velocità con cui un progetto di portata così epocale, una transizione così repentina ad un’era di capitalismo autoritario, sia passata da cogitazioni esoteriche online all’anticamera della politica ufficiale.


Luca Allidi – Se un poliziotto sbaglia aboliamo la polizia?

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Luca Allidi è avvocato e membro del Consiglio svizzero della Stampa


Fact checkers “kaputt”

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 


Salari, rincaro e declino sindacale

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Il 2024 è ormai alle spalle e, tra un paio di settimane, le salariate e i salariati di questo paese (cioè circa il 70% della popolazione attiva) riceverà il nuovo stipendio che dovrebbe accompagnarle/i per tutto il 2025.

Rispetto al 2024 il salario a fine gennaio sarà di poco o nulla superiore. I soliti studi di metà anno ci diranno (come fanno da anni) che “le buste paga sono più pesanti”, anche se poi, un semplice sguardo alla evoluzione dei salari reali negli ultimi 15 anni ci segnala una sostanziale stagnazione, diventata negli ultimi anni una reale diminuzione dei salari. Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST), tra il 2020 e il 2023 i salari sono diminuiti del 3,1% (-0,8% nel 2021; -1,9% nel 2022; -0,4% nel 2023).

Per quel che riguarda l’anno appena trascorso il rincaro – calcolato sul mese di novembre 2024 – è stato dello 0,7%. Naturalmente questo indice, quello dei prezzi al consumo, misura solo l’evoluzione dei prezzi e non l’aumento del costo della vita. Come noto, ad esempio, in questo indice non sono considerati gli aumenti dei premi di cassa malati (o le imposte) che negli ultimi anni hanno pesato molto su salari e redditi.

L’UST calcola da qualche anno un indice dei premi di cassa malati e quanto la loro evoluzione pesi sul potere d’acquisto di redditi e salari. Ebbene, questo indice (denominato IPAM), nel 2023 ha comportato una perdita del potere d’acquisto dello 0,4 e nel 2024 dello 0,5%.
In altre parole, un rincaro per il 2025 inferiore all’1,2 -1,3% rappresenterà un ulteriore handicap che si aggiungerà a quel 5% già perso negli ultimi anni.

A conti fatti…

Non vogliamo (e non possiamo) fare un calcolo complessivo di quanto ottenuto con gli adeguamenti salariali validi dal 1° gennaio 2025. Ci limitiamo quindi in questa sede ad alcuni sondaggi relativi ad importanti settori: ebbene, tutti ci mostrano che siamo confrontati con un ulteriore passo indietro per il potere d’acquisto.

Cominciamo con i lavoratori e le lavoratrici della grande distribuzione. Da sole Migros e COOP occupano in Svizzera più di 150’000 persone. Migros ha concesso tra l’1% e l’1,3% a seconda del livello salariale (praticamente in media 50 franchi al mese); COOP ha concesso l’1%. Non molto meglio le altre grandi catene di distribuzione: Aldi, ad esempio, ha messo a disposizione l’1,3% della massa salariale.

Un settore importante, come quello dell’edilizia dovrà accontentarsi – dopo che lo scorso anno i lavoratori non avevano ottenuto nulla – di un aumento dell’1,4%, cioè 70 fr. mensili per tutti. Ricordiamo che la rivendicazione dei sindacati del settore (UNIA e Syna) era di un aumento di 250 franchi al mese.

In altri settori (da quello dell’industria delle macchine MEM a quello di diversi settori artigianali o della ristorazione) non si è andati, nel migliore dei casi, al di là della compensazione del rincaro dell’anno appena trascorso. Non meglio il settore pubblico, dove la Confederazione ha concesso un adeguamento dell’1% e i Cantoni non si sono spinti al di là della compensazione del rincaro ufficiale.

Siamo quindi ben lontani dal 4 o 5% lanciato come rivendicazione fondamentale nel mese di settembre dai sindacati; è verosimile che la perdita del potere d’acquisto subita negli ultimi anni aumenterà ulteriormente.

Annunci sindacali, come sempre, roboanti

Come ormai tradizione, le organizzazioni sindacali avevano annunciato a fine estate le loro rivendicazioni per gli adeguamenti salariali di fine anno e promesso un “autunno caldo”. È uno scenario che si ripete da diversi anni con miserabili risultati.

Ricordiamo, ad esempio, che le organizzazioni sindacali (USS e SYNA) avevano chiesto aumenti salariali tra il 3 e il 5% per il 2023 nell’agosto del 2022; proposta reiterata nel settembre 2023 per il 2024: “E’ giunto il momento di aumenti generali di circa il 5 per cento nelle attuali trattative salariali. Chi ha concluso un apprendistato deve guadagnare almeno 5000 franchi al mese” tuonava il parolaio Pierre-Yves Maillard – presidente dell’USS – nella conferenza stampa del settembre 2023. Passa un anno e lo scenario è sempre lo stesso. Nella conferenza stampa del 2 settembre 2024, i dirigenti delle maggiori federazioni dell’USS ricordavano che “…negli ultimi anni si è accumulato un ritardo dei salari superiore al 5%”. Il segretario generale Daniel Lampart sottolineava che “le persone a basso e medio reddito guadagnerebbero ora da 300 a 500 franchi in più al mese se il potenziale di crescita dei salari fosse stato sfruttato”. La rivendicazione generale vedeva l’USS (così come i sindacati cristiani) rivendicare a partire dal 2025 aumenti salariali tra il 4 e il 5%.

Dalle parole… alle parole

Simili importanti rivendicazioni necessitano, affinché possano concretizzarsi, di una grande pressione sociale da parte dei lavoratori e delle lavoratrici, nonché delle loro organizzazioni. È così che funziona qualsiasi strategia sindacale degna di questo nome.

Si tratta di una strategia che può passare attraverso tappe progressive, dalle manifestazioni al di fuori degli orari di lavoro a quelle durante gli orari di lavoro; dalle manifestazioni di piazza agli scioperi aziendali, di categoria, regionali. L’obiettivo è cercare, nelle forme diverse, di mettere in movimento, di mobilitare i salariati e le salariate: unico elemento decisivo per smuovere il padronato dalla propria posizione che, quasi sempre, parte dall’idea che i salari non debbano essere adeguati o, se proprio bisogna farlo, gli adeguamenti siano ridotti al minimo indispensabile, costino il meno possibile, coscienti che quel che va ai salari non va ai profitti.

Ebbene, facendo passare questi ultimi anni e concentrandoci proprio sulla ricerca di azioni tese a far pressione sui datori di lavoro, difficilmente troveremmo mobilitazioni significative e inserite in una continuità tesa a stabilire un rapporto di forza. Alle conferenze stampa annuali nelle quali i sindacati hanno annunciato, per restare agli ultimi tre anni, rivendicazioni di adeguamenti salariali pari a circa il 15% sono seguite soltanto le tradizionali manifestazioni di inizio settembre – e di sabato – a Berna.

Le due ultime – il 16 settembre 2023 e il 21 settembre 2024 – hanno visto migliaia di persone a Berna manifestare a sostegno di aumenti salariali (in realtà nella manifestazione del 2024 c’era un po’ di tutto: dal rifiuto della riforma della LPP al tema dei premi di cassa malati). Ma il tutto si è fermato lì.

Non si sono viste, né lo scorso anno né in quelli precedente, azioni, mobilitazioni, men che meno scioperi; una strategia che avesse come obiettivo di piegare in qualche modo la resistenza padronale. Come si poteva pretendere, allora, che i padroni, pubblici e privati, concedessero qualcosa in più?

Sindacalismo, quo vadis?

La debolezza sindacale è da tempo manifesta. Una debolezza che si caratterizza sia dal punto di vista quantitativo che da quello qualitativo.

Per quel che riguarda la “rappresentatività” numerica (l’aspetto quantitativo), basterà qui ricordare che la maggiore confederazione sindacale del paese (l’USS) conta oggi poco più di 300’000 iscritti (e questo grazie anche all’affiliazione recente di alcune nuove federazioni): circa trent’anni fa, verso la fine degli anni ’90, contava più di 400’000 membri. Tutto questo in un contesto che ha visto la popolazione attiva aumentare in modo importante. Infatti, alla fine degli anni ’90 la popolazione attiva (in grandissima parte composta da salariate/i) in Svizzera era di poco inferiore ai 4 milioni: oggi si contano 5,3 milioni di persone attive. In sintesi, negli ultimi 25/30 anni abbiamo assistito ad un aumento di circa il 25% della popolazione attiva e ad una diminuzione pure di circa il 25% del numero degli iscritti alla maggiore confederazione sindacale del paese. Se allargassimo il confronto coinvolgendo le federazioni minori (sindacati cristiani – Travail suisse – e altre piccole entità) la situazione non muterebbe.

Ma è sicuramente sul terreno della “qualità” che la crisi del movimento sindacale si manifesta, ormai da tempo, in modo drammatico. Alla ripresa di un sindacalismo perlomeno attivo rappresentato dal Sindacato Edilizia e Industria (SEI) tra gli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000, è seguito un declino iniziato con la fusione dei SEI e FLMO (la federazione dei metalmeccanici, “tenutaria” della tradizionale politica di pace del lavoro) e un allinearsi (con qualche eccezione – pensiamo in particolare ad alcuni settori del sindacato dei servizi pubblici SSP/VPOD in Svizzera romanda) ad una politica di “concertazione” attiva di tutto il movimento sindacale. Attiva non certo nel senso di un ricorso sistematico alla mobilitazione dei salariati e delle salariate, ma nel tentativo di costruire un’immagine (attraverso una buona comunicazione, il ricorso a strumenti quali iniziative e referendum, ad azioni isolate stile Greenpeace, etc.) di combattività che, tuttavia, resta solo come immagine e non influisce concretamente nella modificazione dei rapporti di forza con il padronato.

A questo si è aggiunto lo sviluppo di una logica di “fornitore di servizi” per i propri membri (dalla protezione giuridica al perfezionamento professionale, dalla compilazione della dichiarazione delle imposte a buoni vacanza ed altre prestazioni) che ha contribuito a cancellare ulteriormente il riferimento a qualsiasi variante della lotta di classe. Per tornare al punto di partenza, quello delle trattative salariali, esse diventano una sorta di esercizio segreto e retorico (sono sempre “durissime” nei resoconti dei negoziatori) con il quale il “bravo” sindacalista dovrebbe riuscire a “convincere” (appunto con un esercizio di alta retorica) il riluttante rappresentante padronale a concedere i meritati adeguamenti salariali (o altre richieste).

È una visione del mondo nel quale la realtà degli interessi antagonistici tra capitale e lavoro scompare e nel quale il sindacalismo ufficiale si è ormai ridotto al ruolo di accompagnatore del declino di salari, condizioni di lavoro, diritti di chi per vivere è costretto ogni giorno a vendere la propria forza lavoro.

Eppur si muove…

L’immobilismo e il declino non possono essere il destino a cui sono condannati i salariati e le salariate di questo paese (ed anche per altri paesi nei quali – pur partendo da tradizioni diverse e ben più combattive – abbiamo potuto constatare la stessa dinamica).

All’interno e al di fuori del sindacalismo tradizionale vi sono settori e movimenti che mostrano la possibilità di costruire, partendo dal basso, mobilitazioni che tentano (e a volte riescono anche, magari parzialmente) di istituire rapporti di forza a favore delle rivendicazioni dei salariati e delle salariate. Pensiamo, ad esempio, a diverse lotte e mobilitazioni che hanno visto protagonisti – negli ultimi anni – settori del sindacato SSP/VPOD della Svizzera romanda per restare nell’ambito del sindacalismo ufficiale; o, ancora, alla bella esperienza con la quale i lavoratori e le lavoratrici delle acciaierie in Svizzera tedesca (e con il sostegno di Unia) sono riusciti a mobilitare una regione e anche parte della classe politica a sostegno dell’occupazione nel settore coniugando preoccupazioni economiche e ambientali.

O, più vicina noi, l’esperienza di ErreDiPi che, nel volgere di un paio di anni, ha saputo costruire una mobilitazione e una rappresentanza – certo ancora fragile – su temi sui quali il sindacalismo ufficiale aveva fin lì fallito.

Sono tutti esempi parziali ma significativi di come un’altra via per la difesa delle condizioni di lavoro di chi vive del proprio salario e dei suoi diritti sia possibile: ma solo partendo dal basso, dalla costruzione di percorsi che vedano i salariati e le salariate costantemente protagonisti, con la convinzione che solo l’azione diretta dei salariati e delle salariate può permettere di fare passi avanti concreti e significativi nella difesa delle rivendicazioni e dei diritti di chi lavora.

Giuseppe Sergi è membro del Gran Consiglio (mps)


“Caro Marco, coerente difensore dei comportamenti etici”

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Caro Marco,
a farci conoscere, nella seconda metà degli anni Sessanta, è stata la legge urbanistica: avevo pubblicato un articolo, credo su “Libera Stampa”, e tu mi hai scritto una lettera nella quale, bontà tua, lodavi quell’articolo e spiegavi quanto fosse attuale e delicato il problema della sistemazione del territorio in Ticino. Quella lettera, credo del 1967, iniziava con un classico: “Caro ingegnere…” Abbiamo scherzato spesso su quel primo contatto formale di quella che poi sarebbe diventata per molti aspetti una esperienza di vita condivisa.

Il problema della regolamentazione dell’uso del territorio per un Cantone dove il terreno edificabile raddoppiava di valore più volte in un anno, era un problema delicato e difficile. Il perché l’ha sintetizzato molto bene l’ex Consigliere di Stato Luigi Pedrazzini quando, nel corso di una trasmissione televisiva sulla prostituzione in Ticino, si è espresso con queste parole: “Siamo un paese che è troppo accondiscendente verso atteggiamenti facilmente redditizi. Vale per la prostituzione come per la canapa, ma anche per le vendite immobiliari. Purtroppo, siamo a rischio di abbassare il livello etico dei nostri comportamenti quando vediamo dei grandi profitti”.

E tu il livello etico dei tuoi comportamenti, in controtendenza, l’hai innalzato a livello di imperativo categorico, a legge, per agire razionalmente indipendentemente dai tuoi interessi immediati. In questo senso la tua vita ha avuto come obiettivo principale proprio quello di impedire che si abbassasse il livello etico della politica nella difesa di quello che dovrebbe essere l’obbiettivo della politica: il bene comune. Come tu lo abbia fatto e quanto hai dedicato della tua vita, quanto tu abbia sacrificato del tuo particolare a questo obiettivo lo trovo straordinario.

Ieri ho ascoltato l’intervista che nel 2019 hai rilasciato a Nicola Navone, dove hai descritto gli anni al Poli di Zurigo dal 1961 fino al diploma nel 1966, poi i tuoi primi anni come architetto.

A Zurigo l’inizio fu difficile: Il professore di progettazione di allora, Albert Hoesli, ti invitò a cambiare mestiere. Credo che ognuno di noi nella sua vita abbia ricevuto inviti di questo genere. Sono questi “inviti” che ti fortificano nelle tue scelte, che le fanno diventare veramente tue.

Poi hai avuto dei professori che hai apprezzato e che ti hanno apprezzato: tu citavi come professore Paul Waltenspuhl, un protagonista chiave del rinnovamento della scena architettonica svizzera e come assistente Dolf Schnebli, un innovatore dell’edilizia pubblica, in particolare in Ticino. Da neo laureato hai vinto un concorso a Milano per una scuola, poi, dopo la collaborazione con l’arch. Nessi, hai creato uno studio con Tino Bomio nella mitica casa di Flora Ruchat  a Riva s. Vitale.

Erano anni durante i quali il Ticino avvertiva la spinta culturale che proveniva dall’Italia, ma dove, in più, c’era la possibilità di tradurre la teoria in pratica. Una possibilità che divenne oggetto di una esposizione, chiamata “Tendenzen” , dove venivano presentati progetti e realizzazioni di giovani architetti ticinesi. Si trattava di Bomio, Botta, Brivio, Brocchi, Campi, Carloni, Dürisch, Galfetti, Gianola, Pessina, Piazzoli, Reichlin, Reinhard, Ruchat, Schnebli, Snozzi, Trümpy, Vacchini e, appunto, di te, Marco Krähenbühl. Molti sono morti, altri sono qui oggi a portarti il loro ultimo saluto.

A questo punto sembravi lanciato verso una attività di architetto di successo senonché ci si mise di mezzo la politica. Ad avvicinare in Ticino molti architetti alla politica, e ai movimenti di ribellione giovanile della fine degli anni Sessanta, fu senz’altro anche il problema dell’uso del suolo e, ancora una volta, lo sviluppo in Italia su questo tema di un forte movimento critico. Ancora una volta l’Italia è all’avanguardia a livello teorico, ma resta purtroppo arretrata a livello concreto. Tu hai seguito dapprima le lezioni di urbanistica al Poli di Milano. Poi hai proseguito con il collega Giovanni Buzzi all’ ORL di Zurigo. Un istituto che diede delle normative concrete per l’urbanistica in Svizzera. Così alla tua formazione di architetto aggiungi quella di pianificatore. Ma qui inizia anche il tuo impegno politico.

Conoscevi il Consigliere di Stato Franco Zorzi perché avevi militato assieme a lui negli scout, e Zorzi ti chiamò per collaborare nella creazione di un ufficio di pianificazione in Ticino; Zorzi purtroppo morirà per un incidente sul Basodino il 4 settembre del 1964 e sulla politica progressista del Cantone calerà il sipario.

Alla fine degli anni Sessanta In Ticino nasce un movimento di contestazione chiamato MOP al quale aderirono molti giovani, ma pochi rimasero quando si passò dalle parole ai fatti. I fatti furono la creazione di un nuovo partito di sinistra, il PSA, la cui storia inizia nel 1969 e del quale tu diventerai uno dei fondatori. Qui le nostre due vite cominciarono a svilupparsi in parallelo. Le nostre due vite e anche i nostri problemi. Dalla richiesta di collaborazione ad altissimi livelli del Consigliere di Stato Zorzi nel giro di 10 anni si passò al Berufsverbot verso i rappresentanti della sinistra critica. L’occasione per introdurlo furono i lavori necessari per le sedi della nuova scuola media unica votata nel 1974: Marco Krähenbühl, Tita Carloni, Tito Lucchini, Luigi Snozzi con altri, verranno messi su una lista nera: con loro lo Stato non lavora!

Questo ostracismo durerà fino al 1987 quando il PSA diventerà partito di governo. Ognuno di noi affronterà questa situazione in modo diverso, ma non ci furono defezioni, se non marginali.

Tu Marco eri stato eletto per la prima volta in Gran Consiglio nel 1971 con il PSA e sei rimasto fino al 1987, quando venni eletto in Consiglio di Stato: ancora una volta quando le cose potevano diventare più facili te ne sei andato. In tutti quegli anni continuasti a fare parte dell’Ufficio politico del Partito esponendoti sempre in prima persona.

A livello di Gran Consiglio accettasti di sostituirmi come capogruppo e come membro nella Commissione della gestione per tutti gli anni durante i quali, per rispondere al Berufsverbot, lavorai a Ginevra e in Guinea Conacry.

Ripassando il libro di Pompeo Macaluso sulla storia del PSA mi sono accorto come già nel MOP ti eri dichiarato contrario alla linea che proponeva di evitare lo scontro frontale restando nei vecchi apparati. Dopo aver svolto il ruolo di responsabile del MOP per i problemi legati alla pianificazione del territorio, hai fatto parte del gruppo di coordinamento cantonale. Dopo la creazione del PSA, nel ’72 fosti inflessibile contro i “compagni critici”, volevi  privilegiare il lavoro extraparlamentare e ridurre il lavoro nelle istituzioni, nel ‘74 vieni incaricato di stendere un programma di interventi (anticapitalismo, antiimperialismo, antifascismo sul piano ideologico, sul piano concreto difesa del salario reale, delle conquiste sociali,  controllo popolare degli investimenti pubblici. Nel 1976 criticasti la pigrizia del partito sulle 40 ore, Nel 1979 scoppiò lo scandalo Losinger.  il PST aveva ricevuto dalla Losinger 30.000 franchi dopo una delibera alla ditta Losinger per il Ginnasio di Canobbio, malgrado fosse più caro di 600.000 franchi. Anche per Buffi  (cito dai verbali) “al di là del nesso di causalità penale c’è un nesso di dipendenza politica morale che anche per il Gruppo liberale è inaccettabile. Benito Bernasconi, al quale vanno riconosciute delle importanti riforme sociali, sostenne che “anche il PSA, ma la mano sul fuoco non la metto, avrà ricevuto delle regalie  e… se qualcuno non crede a questo [che i partiti si finanziano anche cosi, ndr] allora deve essere caduto da piccolo e gli dispiace…”

Capisco che Benito Bernasconi, che è stato un abile ed efficace riformista, pensasse che in politica bisogna essere pragmatici. Ma per fortuna accanto ai pragmatici ci sono gli idealisti come te Marco, altrimenti, passo dopo passo, con questa disinvoltura rispetto a valori fondamentali come l’onestà e la trasparenza, l’etica sparisce.

Caro Marco, tu non hai fatto solo l’architetto, il pianificatore e il politico – scusatemi se è poco – ma lo hai fatto in modo radicale (una volta “radicale” in Ticino era una parla rispettata) sempre e solo pensando e privilegiando l’interesse pubblico. Non lasciando nessuno spazio a interessi privati o di carriera. Né di altri, né, tantomeno, tuoi. Di questo non solo noi, ma il Cantone tutto ti dovrebbe essere riconoscente. Hai sempre privilegiato i valori rispetto agli interessi, anche quelli legittimi.

Chiuderò questo mio saluto con un dettaglio simpaticamente umano della tua persona.  Sei figlio di un impiegato delle PTT che ha sempre svolto il suo lavoro all’aperto, sacrificando, mi è stato detto, promozioni e avanzamenti pur di continuare a lavorare vicino alla natura.

Da lui hai certamente ereditato la famigliarità e l’amore per due componenti fondamentali della natura: l’acqua e la neve. Ti muovevi sugli sci con straordinaria eleganza e nell’acqua infondevi fiducia anche a un pauroso degli abissi come me. Assieme abbiamo fatto delle magnifiche vacanze al mare e giri anche di più giorni, con le pelli di foca. Adesso ho messo gli sci in cantina pure io, ma, forse, sognerò ancora di salire alla Fibbia in tua compagnia e di cercare di imitare le tue evoluzioni scendendo.

In questa tua vita che, senza temere di essere enfatico, vorrei definire eroica, ma forse tu preferiresti più semplicemente coerente, hai sempre avuto al tuo fianco tua moglie Nicla che ti ha protetto, difeso – e quando è stato necessario –  anche sostituito. A lei un deferente pensiero di vicinanza e di affetto.

Nell’immagine: Marco Krähenbühl durante l’intervista di Nicola Navone


Perché la vera pace resta ancora lontana

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Un accordo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza dovrebbe essere imminente. Lo abbiamo sentito dire innumerevoli volte negli ultimi mesi, ma stavolta potrebbe essere vero. In cosa consiste questa possibile intesa, perché arriva ora, dopo 15 mesi di guerra, e quali potrebbero essere i risvolti in Medio Oriente?

Il piano per il cessate il fuoco a Gaza è rimasto pressoché invariato negli ultimi tempi. A grandi linee si tratta di un accordo in tre fasi. La prima, della durata di 45 giorni, vedrebbe la liberazione degli ostaggi civili e di donne militari israeliane da parte di Hamas, in cambio della scarcerazione di detenuti palestinesi con un rapporto di circa uno a dieci, e del ritiro militare israeliano dai centri urbani di Gaza, dalla strada costiera della Striscia e possibilmente dal corridoio Filadelfia con l’Egitto.

In questa prima fase, dovremmo vedere anche il ritorno dei civili palestinesi nel Nord della Striscia, fatta eccezione per una zona cuscinetto alla frontiera con Israele, e l’accesso di 500 camion di aiuti umanitari al giorno. La seconda fase includerebbe il rilascio di tutti gli ostaggi rimanenti, così come il ritiro del resto delle truppe israeliane da Gaza. La terza e ultima fase sancirebbe la vera e propria fine della guerra, dando il via ad un governo tecnico a Gaza con il supporto di tutte le fazioni politiche, Hamas inclusa.

Su questo si negozia, a fasi alterne, da mesi. Ma se questa volta non si dovesse rivelare un altro “Al lupo! Al lupo!”, cosa spiega la tempistica della svolta? La scadenza temporale è dettata dal cambio della guardia a Washington il 20 gennaio, quando Donald Trump si insedierà per la seconda volta alla presidenza degli Usa. Tant’è che a partecipare ai negoziati a Doha c’è anche Steve Witkoff, il futuro inviato per il Medio Oriente di Trump. Ma al netto della data, come sono cambiati gli incentivi delle parti in campo?

C’è chi sostiene che la fumata bianca sia in arrivo perché Hamas ha ammorbidito la propria posizione negoziale, magari accettando il ritiro non immediato delle truppe israeliane dal corridoio Filadelfia, oppure la liberazione di un numero minore di prigionieri palestinesi. È indubbio che Hamas è stata degradata militarmente, così come ne sono stati indeboliti gli alleati, da Hezbollah all’Iran. A questo aggiungiamo che Trump ha dichiarato ben due volte che scatenerà l’inferno a Gaza se gli ostaggi non dovessero essere liberati prima del 20 gennaio.

Ma i palestinesi di Gaza, Hamas inclusa, vivono l’inferno da 15 mesi. Uno studio della rivista medica Lancet stima che le morti a Gaza fino a giugno scorso avevano superato quota 64.000, ossia oltre il 40% in più rispetto ai dati del ministero della Salute di Gaza. È difficile immaginare che siano le minacce di Trump a fare la differenza per Hamas, che seppur degradata militarmente rimane politicamente viva, con schiere di nuovi arruolati tra le macerie di Gaza.

Più che per Hamas, il calcolo è cambiato per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Benché l’amministrazione di Joe Biden, smidollata nei confronti di Netanyahu nonostante gli schiaffi ricevuti in cambio, abbia cercato di puntare il dito su Hamas per il mancato accordo in passato, è stata Israele a resistere per molti mesi. Netanyahu ha sempre sostenuto che l’obiettivo fosse distruggere Hamas, il che mal si coniuga con la conclusione di un’intesa. Inoltre, a fronte dell’uccisione del leader di Hamas Yahya Sinwar a Gaza, l’indebolimento di Hezbollah in Libano, la caduta di Bashar al-Assad in Siria e l’umiliazione dell’Iran, un compromesso non era certo tra le opzioni di Netanyahu.

L’arrivo di Trump, naturalmente, è una buona notizia per il leader israeliano. La nuova amministrazione promette di essere ancora più filo-israeliana (seppur sia difficile immaginare come) rispetto a quella Biden. Eppure, proprio per questo Netanyahu sa che deve tenersi buono Trump. E quale modo migliore che regalargli per il suo insediamento un cessate il fuoco a Gaza che languiva da mesi sul tavolo (mietendo, nel frattempo, decine di migliaia di palestinesi)? È un dono che potrebbe rivelarsi utile per incassare il disco verde di Washington per i futuri piani di Netanyahu in Medio Oriente.

Ma anche se si arrivasse a un accordo a Gaza, è difficile immaginare l’attuazione della seconda o della terza fase del piano. È più probabile che, lontano dai riflettori, Gaza non veda la fine della guerra e continui semmai a languire nella distruzione e nella carestia. E su questo sfondo di macerie, Israele magari spera di convincere Trump a premere il presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi affinché apra il varco di Rafah. E poi ci sono i piani di annessione della Cisgiordania, già in agenda durante la prima amministrazione Trump, che senz’altro torneranno alla ribalta nei prossimi anni.

All’epoca, quel piano di annessione di Israele fu temporaneamente riposto nel cassetto alla luce degli accordi di normalizzazione con gli Emirati Arabi Uniti, facilitati appunto da Trump. E chissà, forse Trump convincerà di nuovo Netanyahu a posticipare l’annessione della Cisgiordania, stavolta mettendo sul piatto la normalizzazione con l’Arabia Saudita. Ma oggi appare difficile. È improbabile che Israele, per come si è trasformata in questi anni, preferisca accantonare i suoi piani di espulsione dei palestinesi e annessione dei loro territori in cambio di una normalizzazione con Riad. Ed è difficile che l’Arabia Saudita accetti un’intesa con Israele a queste condizioni. Se tutto questo dovesse rivelarsi troppo complesso, Trump, annoiato, andrà alla ricerca del suo ambito premio Nobel per la pace altrove.

Nell’immagine: uno striscione raffigurante i leader uccisi di Hamas, Sinwar e Haniyeh, e di Hezbollah, Nasrallah e Safieddine 


L’ultima vendetta del capitalismo sul nemico Orwell

Il pericolo è che la tregua escluda in prospettiva qualsiasi percorso di accordo duraturo. Una tregua che rischia di mettere la parola fine a tutte le future possibilità di pace 

Di Stefano Massini, La Repubblica

No, non è un’allucinazione: qualcuno in Gran Bretagna potrebbe trovarsi prossimamente fra le dita una moneta da due sterline con inciso l’occhio del Grande Fratello. L’ha annunciato la Zecca di Sua Maestà, come iniziativa commemorativa della morte di George Orwell, 75 anni fa, e va da sé che la notizia farebbe anche sorridere, se si pensa che lo scrittore conobbe gli stenti inauditi della povertà, quella descritta con feroce realismo nel suo primo testo in italiano tradotto con il titolo Senza un soldo a Parigi e Londra. Appunto, senza un soldo.

V’è direi del sarcasmo (o un forse un nobile intento risarcitorio?) nel celebrare Orwell proprio così, proprio lì, proprio su una moneta di quelle che il giovane George tentava fra gli improperi di mettersi in tasca con massacranti turni da lavapiatti, senza considerare che le sue intransigenti posizioni di socialista non sembrano così intonate a un siffatto epilogo monetario, con garantito disappunto di Marx che nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 definiva il denaro come lo spregevole mutatore delle umane identità.

Non la pensava diversamente il nostro trentenne, quando arrancava fra paghe da fame nel Quartiere Latino annotando, a monito di tutti, che i borghesi detestano i barboni perché essi si sottraggono alla legge dispotica che ci impone di «fare i soldi, farli illegalmente, farne tanti». Insomma, non ce ne voglia Sua Maestà Britannica, ma celebrare la memoria di Orwell su una moneta suona un po’ come ricordare il movimento nudista su un paio di slip, o Bram Stoker sulle sacche delle trasfusioni.

Sul retro della nuova moneta da due sterline dedicata a George Orwell per i 75 anni dalla morte si vede un grande occhio con la scritta “Il Grande Fratello ti sta guardando” 

Tant’è, facciamo finta di non sapere che Orwell non avesse questo idilliaco rapporto con la valuta, e imponiamoci anche di andare oltre lo sbigottimento per questo relegare ai tecnici del conio il ricordo di un autore dal potere immaginifico potentissimo, non a caso fra i più citati proprio perché incredibilmente profetico. Il punto è che vedere quell’occhio su una moneta, con tanto di slogan «Il Grande Fratello ti sta guardando», fa veramente trasalire perché sembra una certificazione di quanto l’Oceania di Orwell si sia tramutata da visione distopica a concretissima realtà.

Non era forse britannico il famoso software Tempora con cui si scoprì che il governo di Londra spiava non solo gli inglesi ma anche i presidenti e i ministri di quasi tutto l’Occidente? Chissà se dalla Russia dove ormai alloggia, suddito dello zar ex Kgb Putin, l’americano Edward Snowden tenterà di aggiudicarsi sotto falso nome, magari come collezionista, una delle monete in questione, a tutti gli effetti paradigmatiche di quello Stato spione che egli denunciò intromettersi nelle conversazioni e nelle transizioni di ciascuno in nome della sicurezza nazionale.

Era il 2013, e con quella fuga di notizie esplose come non mai il tema dei confini del controllo, solo che da allora siamo lentamente sprofondati in una specie di resa collettiva, immolando la privacy non tanto alla sicurezza quanto all’onnipotente dio dello shopping online, che ascoltando ogni nostra sillaba ci bombarderà di spot su ciò di cui avremmo bisogno senza ancora sapere di aver bisogno.

Dunque la moneta inglese con l’occhio di Orwell sigilla un fenomeno che sta ben oltre la memoria di un autore, diventando un’istantanea del nostro tempo in cui l’algoritmo ci spia di continuo su nostra stessa licenza, perché le masse hanno concluso che la privacy si poteva ben sacrificare all’ebbrezza dell’acquisto semplificato. Insomma «Il Grande Fratello ti sta guardando»? Sì, certo, ma gliel’ho chiesto io.

E allora in fondo ben venga la moneta commemorativa, peraltro attualissima anche sul fronte della propaganda 2.0: Orwell affidava alla Psico-polizia di un romanzo visionario come 1984 il compito di perseguire i dissidenti di un regime ultratotalitario, ma noi oggi assistiamo veramente all’ascesa politica di Elon Musk che con i suoi satelliti può controllare le comunicazioni e relativi miliardi di dati, in teoria condizionando non solo la diffusione di un pensiero antagonista, ma addirittura l’esito delle guerre e l’intessersi delle relazioni internazionali.

Non è più l’azzardo di uno scrittore, è già qualcosa che sta in un programma politico votato da milioni di americani, e destinato a cambiare radicalmente il pianeta come lo conosciamo, con l’aggravante che ciò avviene con un continuo stupro dell’informazione, forzata in fake news purché congeniale al discorso del potere. Niente di nuovo, anche questo stava tutto scritto in 1984, nelle pagine sul cosiddetto Bispensiero che il Grande Fratello usava come strumento sovrano, per cui la moneta di re Carlo ci appare d’un tratto un geniale grido d’allarme contro la decadenza in atto e verrebbe seriamente da chiedersi: ma questo Orwell è davvero morto 75 anni fa? Solo sulla carta. In realtà vive fra noi, e guida la Resistenza.

Nell’immagine: lo scrittore George Orwell (1903-1950)