L’ascesa del “fascismo della libertà”

Contenuti radicalmente antidemocratici sono oggi veicolati, secondo gli insegnamenti della vecchia e nuova destra americana, e contrariamente a quanto fecero i regimi del Novecento, attraverso una retorica della libertà 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Una diffusa dottrina, che per molti anni ha condizionato la politica in Europa, quella secondo cui per allargare il consenso elettorale ma non solo conviene muovere verso il centro, è finita nella pattumiera della storia.

A crederci era stata soprattutto la sinistra che di compromesso in compromesso, di conversione in conversione, aveva finito per identificarsi con una forma particolarmente ipocrita di liberismo travestito da ragionevole strumento interclassista del bene comune. Degli effetti distruttivi di questo abbaglio il declino delle socialdemocrazie europee è testimone impermeabile a qualunque smentita.

A destra del centro, invece, la favolosa virtù del moderatismo non ha mai preso piede, se non occasionalmente in alcune opportunistiche fasi di passaggio, soprattutto in Italia. Così quelli che si aspettavano da Alice Weidel una qualche prudenza centrista nel discorso pronunciato al congresso dell’Afd che la designava candidata alla Cancelleria sono stati seccamente smentiti. I toni e i programmi del partito si sono allineati alle posizioni razziste e filofasciste dell’ala più estrema (der Flügel) guidata da Bjorn Höcke, che avrebbe dovuto rappresentare un problema e invece si è affermato come il faro ideologico dell’Afd.

Confortata dai sondaggi, dallo sfegatato appoggio americano in cerca di quinte colonne per sfasciare l’Unione europea e dalla crisi austriaca che volge in favore della destra radicale, Alice Weidel non ha rinunciato a rivendicare i temi più estremi del nazionalismo razzista e autoritario. A partire da quella “remigrazione” che era stata oggetto dell’incontro segreto di Potsdam tra esponenti dell’Afd e neonazisti per mettere a punto un progetto di deportazione di massa celato dietro questo contorto neologismo. La scoperta delle trame volte a espellere dalla Germania un gran numero di stranieri, ma anche di cittadini tedeschi di origine straniera, aveva portato in piazza, su spinta di movimenti e associazioni poi seguiti dai partiti, quasi due milioni di persone contro l’estrema destra.

In buona sostanza il congresso dell’Afd di Riesa in Sassonia non ha mosso un passo per allontanare da sé l’immagine di un partito neofascista a tutto tondo: dalla blindatura delle frontiere al revisionismo storico, dal militarismo all’antieuropeismo, dall’apologia di fascismo alle simpatie per l’autocrazia russa.

Questi contenuti radicalmente antidemocratici sono oggi veicolati, secondo gli insegnamenti della vecchia e nuova destra americana, e contrariamente a quanto fecero i regimi del Novecento, attraverso una retorica della libertà; libertà dall’Europa, dalle influenze straniere, dalle censure della correttezza politica, dagli obblighi di solidarietà, dal diritto internazionale, dalle regole e dagli impedimenti che graverebbero su individui e imprese.

Un “fascismo della libertà” che promette di coniugare individualismo e potere sovrano nella cornice di una società semplificata, conformista e culturalmente omogenea. Questa narrazione propagandistica è abbastanza scaltra da esercitare una certa forza di attrazione, come dimostrano i sondaggi. Cosicché è oggi lo spostamento dal centro verso destra e non viceversa la formula vincente. E infatti viene sistematicamente praticato: dai centristi che già governano con la destra in Svezia e Olanda, da Ursula von der Leyen e il Partito popolare europeo, da Macron, dalla Cdu-Csu (ma anche in parte dalle sinistre) in Germania, dai Popolari austriaci alle prese con un fascista coriaceo come Herbert Kickl in corsa per la Cancelleria. C’è però, dal punto di vista dei centristi, un serio problema.

La destra estrema, tanto l’Afd quanto la Fpö austriaca, crescendo e acquisendo peso politico e potere di condizionamento non si modera e non si ammorbidisce, non concede nulla al galateo borghese ma, al contrario, si radicalizza sempre di più, imponendo i suoi dogmi e manifestando l’intenzione di metter mano alle costituzioni e ai sistemi politici. Sanno perfettamente di avere in mano carte vincenti, complici altolocati e una potente sponda oltreatlantico (che tuttavia alla fine giocherà solo per sé). Se fino ad oggi, e a maggior ragione durante la campagna elettorale in corso, i democristiani tedeschi hanno perentoriamente escluso ogni cooperazione con Afd è anche perché sanno che non pochi tra i loro elettori avversano decisamente le posizioni di quel partito e altri, più orientati a destra, potrebbero invece decidere di transitarvi. Dal cedimento della diga antifascista in Austria giunge intanto un segnale insidioso e preoccupante.

Eppure, le centinaia di migliaia di persone scese a suo tempo in piazza contro la cospirazione di Potsdam esistono ancora e una parte, quella più decisa e militante, si è rivista occupare sabato scorso le strade di Riesa, aggredita da una polizia che non sembra affatto super partes. Mostrare nei fatti quanta e quale resistenza l’estrema destra incontri nella società tedesca e nelle sue diverse componenti, organizzate e non, può chiarire a molti l’entità dello scontro cui si andrebbe incontro se il partito neofascista di Weidel e Höcke dovesse avvicinarsi alle leve del potere. E dar dunque da pensare ai vertici di Cdu e Csu.

Nell’immagine: militanti AfD


Il testamento spirituale di Oliviero Toscani: “Chiamatemi paradosso”

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Di Oliviero Toscani, La Stampa

Eliminerei qualsiasi competizione. Mondiali, Olimpiadi, tutte barbarie. Già i secondi classificati vengono ignorati dal mondo: è diseducativo. Vincere non serve a nulla. Anche io ho partecipato a concorsi. Ho sbagliato, come dicevo sono un collaborazionista. Per tanti motivi. Ho delle proprietà e la proprietà è un disastro. Ho una famiglia e la famiglia è un altro disastro. Dio, Patria, Famiglia e Proprietà sono la rovina dell’umanità. I figli non dovrebbero essere educati dai genitori, che non sono i loro proprietari. Nascere da genitori inadeguati è una grande sfortuna. Per guidare un motorino serve la patente, per diventare padre e madre la patente non è necessaria: è un controsenso, una follia. La famiglia crea differenze e rabbie sociali. A me, già ricordarsi i nomi dei nipoti sembra ridicolo. Io ne ho tanti. Ho avuto sei figli. Una figlia l’ho chiamata Ali, in onore di Muhammad Ali. Era un uomo, e allora? I musulmani non sono felici della mia scelta. Tra l’altro Ali è un suffisso che suona più o meno come “di Allah”, non andrebbe usato come nome proprio. Ma Muhammad Ali, al pari di Bob Dylan, è stato il mio mito.

Ho deciso che un figlio l’avrei chiamato così, maschio o femmina che fosse. È nata una femmina e, per una femmina, Ali mi sembra ancora più azzeccato. Sono sempre stato affascinato dalla boxe. Tutti pensano subito alla violenza ma i grandi campioni sono intelligentissimi, altroché. Da ragazzo vidi un filmato di Ali che si muoveva agile come un peso piuma. Intuii subito che avrebbe rivoluzionato quello sport. Anche il suo modo di porsi nelle interviste era incredibile. “Sono il più bello, il migliore” e altre dichiarazioni del genere. Quelli della mia generazione erano tutti, anche inconsciamente, attratti da questo atteggiamento. Il benessere incominciava a diffondersi, e con il benessere si diffondeva l’appiattimento culturale. Allora noi volevamo emergere, contestare, distinguerci. Come potevamo non subire il fascino di certi soggetti? Gli eccentrici ci interessavano, eravamo alla ricerca di geni. “Lo stenderò al terzo round,” diceva Ali, e così succedeva. Poi vidi un documentario su di lui, che iniziava quando ancora era soltanto Cassius Clay. Il documentario era di William Klein, all’epoca il mio fotografo preferito. Evidentemente non ero l’unico ad ammirare quel fenomeno.

Un importante giornalista della abc, Howard Cosell, che commentava il pugilato e portava un parrucchino, veniva preso in giro da Ali. Cosell lo intervistava e Ali gli sfilava il parrucchino dalla testa, per smitizzarlo. Incontro con Sonny Liston: Ali lo mette ko con un pugno così veloce che nessuno lo vede. Cosell gli chiede come è stato possibile e Ali gli risponde che al Madison Square Garden stavano tutti battendo le palpebre nello stesso momento e lui è stato più rapido di un battito di ciglia. «Everybody did blink at the same time, and that was the moment». Geniale. Come potevo non chiamare mia figlia Ali? L’educazione inizia con il nome. L’educazione è ancora primitiva e crea uno spreco di qualità sociale. Parlo per paradossi, lo so. Non sono io a essere ambiguo, è la realtà a essere ambigua. È un enigma. E io non faccio che rappresentare l’enigma della realtà. In una mia campagna ho fotografato due uomini ammanettati. Si vedono solo le loro due mani. Quella a sinistra è bianca, quella a destra è nera. Chi è il poliziotto e chi è il criminale? Quasi tutti, almeno qui in Occidente, avranno istintivamente pensato che è il nero, il criminale. Ma io non gliel’ho suggerito. Ognuno interpreta i paradossi della realtà secondo la propria personale ipocrisia. E io non sono diverso.

Ho portato i cavalli americani in Maremma. Considero la famiglia un problema. Se entri in casa mia sentirai il concerto di strilli dei miei nipoti. Mi commuovo parlando della mia mamma. Non sono mai andato in banca se non per firmare i mutui. Sono stato testimonial dell’American Express, dato che sono stato uno dei primi ad averla. Se Stavrogin, il personaggio di Dostoevskij che quando crede non crede di credere e quando non crede non crede di non credere, avesse fatto il fotografo… si chiamerebbe Oliviero Toscani. Darei tutto quello che ho – soldi, successo, talento – in cambio della salute. Invece mi devo portare dietro il rottame che è diventato il mio corpo. Quando mi guardo allo specchio e non mi riconosco, nemmeno l’immagine riflessa riconosce me. Riconoscersi, riconoscere. Ambizioni quasi irrealizzabili. Gennaro, l’addestratore che segue i miei cavalli, dice che per addestrarli non può affidarsi a nessuna tecnologia. Nessun modello universale, nessun sistema di calcolo, nessun algoritmo. L’intelligenza equina è marziana, molto particolare. Ogni cavallo ha un cervello personale, speciale, irripetibile. In un certo senso, per avere a che fare con il loro mistero, serve un sistema sofisticatissimo di tecnologia che si chiama sensibilità. Con gli umani è la stessa identica cosa. Se qualcosa di buono ha fatto la mia fotografia, è stato indagare questo mistero.

Nell’immagine. Oliviero toscani


La profanazione di Auschwitz, patrimonio di tutti

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Di Antonio Gibelli, il manifesto

Benjamin Netanyahu, capo del governo israeliano, ha sulla coscienza lo sterminio dal 7 ottobre del 2023, secondo le cifre ufficiali, di circa 47mila palestinesi, in gran parte civili. Secondo le stime della prestigiosa rivista scientifica Lancet, calcolate sulle rilevazioni fino al 30 giugno 2024 e sulla loro proiezione, la stima attuale sale fino a circa 70mila.

In questi calcoli non sono presenti le menomazioni fisiche e mentali permanenti né le vittime che si annunciano per denutrizione, freddo, mancanza di cure mediche e chirurgiche dovute alla distruzione di ospedali e all’uccisione o all’arresto di medici e infermieri, nonché all’interdizione verso le organizzazioni internazionali di assistenza. Nell’inferno di Gaza, il computo della vita e della morte rimane esercizio improbabile.

UNA COMMISSIONE speciale delle Nazioni unite ha sintetizzato la situazione a Gaza il 14 novembre scorso affermando che le politiche e le pratiche di Israele sono «coerenti con le caratteristiche del genocidio» ed elencando dettagliatamente i fatti accertati che giustificano questa affermazione.

A sua volta il 21 novembre la Corte penale internazionale dell’Aja, cui aderiscono la totalità dei paesi europei e la maggioranza di quelli extraeuropei, ha emesso un mandato internazionale di cattura per Netanyahu e il suo ex ministro della difesa Gallant, sotto l’accusa di aver commesso e di continuare a commettere questi crimini.

L’invito rivolto dal governo polacco a Netanyahu a commemorare ad Auschwitz la liberazione di quel luogo, teatro e simbolo del genocidio ebraico, costituisce un’offesa a quella parte del popolo di Israele che ha condannato le sue azioni come criminali, oltre che consapevolmente esiziali rispetto all’imperativo di salvare i propri congiunti e concittadini, ancora ostaggi di Hamas. Rappresenta un affronto per quella larga parte degli ebrei della diaspora che si sono uniti a questa condanna considerandola come una forma di «suicidio» di Israele, della sua reputazione e della sua identità.

E per quella gran parte dell’opinione pubblica mondiale che si è unita alla condanna in nome dei diritti umani più elementari. Anche e soprattutto gli studenti (italiani, europei, americani) che sono stati insultati come antisemiti ed esposti al dileggio come ignoranti quando reclamavano l’interruzione dei rapporti accademici con Israele su materie con possibili ricadute militari.

Ma in tutto questo c’è qualcosa di più drammatico e di irreversibile. Auschwitz non è un territorio polacco. È un territorio dell’umanità. Non è solo patrimonio ebraico, ma patrimonio dell’umanità.

LA PRESENZA del criminale Netanyahu ad Auschwitz sarebbe un’offesa non solo ai sopravvissuti ma alle vittime della Shoah, che vedrebbero profanata la loro memoria. Per questo l’Europa ha intimato alla Polonia di fermarsi. Per questo il papa ha alzato ripetutamente la sua voce forte e chiara.

La presenza di Netanyahu ad Auschwitz toglierebbe al luogo ogni sacralità. Segnerebbe – uso consapevolmente l’espressione abusata – una svolta epocale. Ossia la fine di un’epoca di cui la memoria di Auschwitz è stata uno dei paradigmi centrali, quello sintetizzato nel motto: mai più. Netanyahu nel luogo simbolo della Shoah? Non in mio nome. È questo che devono gridare i governi e i popoli se vogliono scongiurare una catastrofe di civiltà ormai alle porte, per non dire già consumata.

Nell’immagine: Auschwitz, il premier israeliano Netanyahu di fronte a una mappa dei campi di sterminio di ebrei durante l’Olocausto


Trump-Musk: un pericolo per Europa e democrazia

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C’era, e c’è, la “dottrina Monroe”, così sintetizzata dal suo teorico, l’omonimo presidente in un discorso sullo stato dell’Unione del 1823: “Le Americhe che hanno assunto e mantengono una condizione di indipendenza non devono essere considerate oggetto di futura coalizzazione da parte delle potenze europee”. Monito anti-coloniale. In sostanza anti-inglese. In due secoli trasformatasi in pratica dello stretto e intrattabile controllo statunitense sul cosiddetto “giardino di casa” (America centrale), ma in teoria dell’intero continente.

Alla “Monroe” va aggiunta ora la “dottrina Trump”. Non più solo dissuasiva. Addirittura brutale nella sua concretezza. Gli Stati Uniti, secondo il rientrante presidente, per garantire la propria sicurezza avrebbero il diritto di acquisire o acquistare la Groenlandia, semi-nazione con ampia autonomia all’interno della Danimarca (quindi dell’UE), ricca di materie prime (soprattutto “terre rare”) e strategicamente fondamentale sulla” rotta artica” anche per Russia e Cina; gli Usa puntano inoltre a trasformare il Canada in 51esimo Stato dell’Unione (anche attraverso pressioni economiche e fiscali); intendono poi riacquisire la sovranità sugli 80 chilometri del canale di Panama che unisce l’oceano atlantico a quello indiano; infine si adopereranno per cambiare in “Golfo d’America” il nome attuale di “Golfo del Messico”, e tutti capiscono che non si tratta unicamente di tranquillo sentimento nazionalistico.

Obiettivi tutti imperiali. Territoriali. Non più e solo “dottrina Monroe”. Non più e solo “MAGA” (il trumpiano “Make America Great Again”). Ma Stati Uniti proiettati anche formalmente in un nuovo orizzonte coloniale proprio quando agli elettori il rientrante presidente Usa ha chiesto un secondo mandato per promuoverne teoricamente un rinnovato isolazionismo. E mentre “the Donald” pensa agli spazi terracquei, al suo fianco il sodale Elon Musk lavora in progetti politici immateriali ma ancor più ambiziosi per promuovere e imporre la potenza americana. Che con la privatizzazione dello spazio (satelliti Starlink) già gli garantisce il quaranta per cento del controllo satellitare; e che con una ricchezza stra-miliardaria gli consente Il monopolio (insieme agli altri tecno-magnati velocemente passati alla corte di Trump) dei social-media, un mondo e una massa virtuale di followers, a cui ora si promette l’eliminazione (vedi Facebook) di quel poco di regolamentazione che era stata faticosamente concessa per un ampiamente imperfetto controllo di fake news, di messaggi palesemente inesatti e insultanti, di sporche operazioni politiche.

Nel suo nuovo ruolo di teorico del trumpismo, Musk ne ha subito approfittato, mettendo l’Europa nel suo mirino, bersagliando in particolare i leader europei e l’UE che invece quelle regole di “contenimento” se le sono date e non vorrebbero cestinarle. Combattere Bruxelles significa aiutare, anche finanziariamente, tutte le forze europee di destra estrema, non solo euro-scettiche ma ormai dichiaratamente euro-distruttive. Così, per esempio, con una sfacciata operazione mediatica in cui ha concentrato tutti i suoi poteri politico-economico-mediatici, sulla piattaforma X (ex Twitter) di cui è ormai padrone assoluto l’inventore di Tesla, che aveva già definito il cancelliere Olaf Scholz “uno stupido”, ha ospitato per un’intervista di oltre un’ora Alice Weidel, leader di “Alternative für Deutschalnd”: mega comizio elettorale, senza interlocuzione con un qualsiasi interlocutore neutrale, durante la quale la candidata-cancelliera della destra estrema tedesca ha potuto tranquillamente affermare che “Hitler era socialista, noi siamo liberali”, cercando così un’impossibile sdoganamento del suo schieramento rispetto al nazismo. È del resto all’ADF che Musk ha attribuito il titolo di “unica speranza per la Germania”, entrando così di prepotenza nella campagna elettorale tedesca per il voto del 24 febbraio, che nelle previsioni vede la Weidel al secondo posto dietro la coalizione democristiana.

Contemporaneamente, Musk ha dato il suo endorsement a tutti i leader europei della destra nazionalista europea. E sembra solo l’inizio. È dunque questa, stando a fatti e parole, la leadership americana che si appresta, un anno dopo l’assalto a Capitol Hill, a rientrare nel palazzo del potere americano. Da dove cercherà di supportare tutte le forze illiberali impegnate nell’assalto al ruolo dello Stato come perno di regolamentazione e di equilibrio sociale. Non stupisce l’ultimo appello di Le Monde: “Tener testa a Elon Musk”. Anche se proprio i governi europei oggi sotto attacco hanno lasciato per troppi anni mano libera a un capitalismo finanziario senza freni. E senza pudori. Principale errore di élite e democrazie che ora devono fronteggiare un pericolo da tempo prevedibile. Perché mai un Elon Musk a cui è stato concesso il controllo dello spazio, e che con i suoi satelliti ha influenzato addirittura il decorso del conflitto russo-ucraino, non dovrebbe pensare di essere ormai fra i padroni del mondo?

Nell’immagine: illustrazione da Medium.com


100 anni di cinema nel rinnovato sito di Fabio Fumagalli

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Confesso: non conoscevo il “vecchio” sito che già raccoglieva le centinaia di recensioni cinematografiche firmate, sin dalla metà degli anni ’50, da Fabio Fumagalli. Fabio io l’ho però letto fedelmente, per decenni, su Azione e, a dirla tutta, la sua assenza dal settimanale più interessante oggi disponibile nella Svizzera italiana si fa sentire.

È stato un amico a segnalarmi, qualche giorno fa, filmselezione.ch e, a mia volta, invito chi ama il cinema e non ne sapesse, sino ad oggi, l’esistenza, a fare clic.

FILMSELEZIONE – si legge in homepage – “non è un dizionario e nemmeno un data-base. Ma una scelta, destinata ad aggiornarsi periodicamente, come un work in progress. Selezione evidentemente non esaustiva e assolutamente soggettiva. Che, proprio per questa sua caratteristica, si è voluto conservare inalterata nel tempo, indicando chiaramente la data originale di ogni recensione. Ed evitando quelle correzioni che il trascorrere del gusto e l’evolvere delle esperienze avrebbero reso non solo tentanti, ma forse anche auspicabili. FILMSELEZIONE è allora uno specchio: ineguale, a cominciare dagli spazi che le esigenze redazionali del momento avevano concesso ai vari interventi”.

Subito, ti si apre un mondo dall’aspetto fresco, moderno, ben organizzato, facile da consultare. Uno strumento che risveglia ricordi di anni e pellicole lontane, ti mantiene aggiornato, ti invoglia a recarti in una sala anche se ormai i film, anche i più recenti, spesso si guardano a domicilio, dove nei salotti campeggiano televisori apparentemente sovradimensionati, ma ultra-performanti, super dolby, super OLED, super definiti, più piatti di una sogliola, che occupano spazi un tempo dedicati ai libri cartacei o a qualche quadro.

Davvero, se ami il cinema, un bel “giocattolo” – c’è anche una sezione, chiamata Mosaico, dove il navigante è chiamato a riconoscere, tra una sessantina di fotogrammi sempre diversi, a quali film appartengono – ma un giocattolo serissimo, professionale, affidato alle conoscenze e all’esperienza acquisita in decenni di giornalismo cinematografico, prima, dal 1954, per Gazzetta Ticinese, poi, dal 1958 e più assiduamente tra il 1977 e il 1984, per la RTSI e, dal 1959, per Azione. La rubrica che ce lo ha reso amico, FILMSELEZIONE, risale al 1970.

Fumagalli, si legge nel sito, studia Lettere e Storia dell’arte a Losanna, ma già negli anni universitari si avvicina al cinema con soggiorni al British Film Institute di Londra e al Filmclub di Monaco di Baviera. Ha assunto vari ruoli significativi nel Film Festival di Locarno e ha anche presieduto, fino al 2008, la Sottocommissione cantonale ticinese per il sostegno al cinema (oggi denominata cinema e audiovisivi, guidata da Cristina Trezzini).

Ma torniamo a filmselezione.ch e sottolineiamone, prima ancora della ricchezza di contenuti e schede, la facilità d’uso. Il più vecchio film di cui si parla – era il 29 giugno 1972 – risale addirittura al 1926: The General, di e con Buster Keaton. Detto diversamente, qui dentro c’è un secolo di cinema, raccontato in circa 3’800 recensioni: la più recente, mentre scrivo, è dedicata a Tim Burton, “il visionario gotico del cinema moderno, un po’ normalizzato dalla critica e dimenticato dal pubblico”. La scheda si conclude così: “Un’ambientazione, le musiche che dimostrano quanto siano meglio i vecchi trucchi, l’emozione provocata dall’usato piuttosto che l’invasione sempre più scontata del digitale. Basta, forse, perché Beetlejuice, Beetlejuice serva a ricordarci quanto grande sarebbe diventato Tim Burton”.

Insomma, Fumagalli non indietreggia di fronte al giudizio, perché proprio questo compete al critico. Quante non-recensioni, quanti testi, nella migliore delle ipotesi compromissori e farisaici, nella peggiore che puzzano di marketing a chilometri, troviamo oggi: anche questa, una conseguenza della diseducazione dilagante, del “tutto gratis”, dell’illusoria pretesa che ogni cosa possa essere descritta in qualche centinaio di battute, perché nessuno più legge oltre una pagina, perché facendo diversamente avrai meno clic e meno like (perdonate la tirata che verrà ritenuta populistica).

Ad avvantaggiarsi di un sito come questo sono il lettore generalista, l’appassionato, il cinefilo, che nel recensore trovano una guida e un interlocutore con cui confrontarsi.

Personalmente, proprio nelle guide, mi piacciono anche le stelle o i punteggi numerici: anche questa è una forma di giudizio. Fumagalli ne assegna fino a un massimo di quattro: un range relativamente limitato, nonostante la mezza stella, ma che proprio per questo richiede al critico di schierarsi.

In disordine, altre caratteristiche: il Paese di produzione più ricorrente sono gli Stati Uniti (1’512 schede), significativamente seguiti dalla Francia (699), dall’Italia (448), dalla Gran Bretagna (269). Anche la produzione cinematografica svizzera (172 schede) ha uno spazio importante, soprattutto se paragonato alle sue dimensioni.

C’è un altro “gioco” che mi sono divertito a fare, un po’ a spanne, anche per verificare se i miei gusti cinematografici e quelli di Fumagalli siano lontani anni luce o, sarebbe più corretto dire, per curiosare se tra i miei autori/film preferiti, Fabio ne salva almeno qualcuno. Ho cominciato con Woody Allen, uno dei miei numeri 1 (anche in quella che ormai quasi tutti definiscono, da almeno 20 anni, una fase calante, un’eterna e ripetitiva riproposizione che – dicono – si è forse finalmente chiusa per sempre). Bene, proprio Woody Allen (se non ho letto male) è il nome più citato in assoluto e compare per 50 volte. Doppiando così altri americani e britannici (Steven Spielberg 30; Clint Eastwood 28; Martin Scorsese 25; Ridley Scott 23; Robert Altman e Ken Loach 22; i fratelli Coen 17).

Per quanto riguarda gli altri “miei” autori, prendo atto con gioia che tutti quanti vi trovano spazio: Roman Polanski (19), Wim Wenders (17), Werner Herzog (13). E ancora, Wong Kar-wai e Krzysztof Kieślowski.

Un’ultima, non disinteressata incursione: come se la cava il mio amatissimo Angelopoulos? Viene menzionato “solo” 5 volte, ma il suo capolavoro, L’eternità e un giorno, le 4 stelle – che per me sono almeno 6, ma le regole del gioco non lo permettono – se le porta dritte a casa, corredate da una delle tante recensioni esemplari di questo portale, fonte di riferimento tanto utile quanto autorevole (ma mai spocchioso: ci sono anche decine di  film più commerciali che d’autore, e non vengono mai stroncati a prescindere).

E se non vuoi perdere le recensioni man mano che vengono pubblicate, puoi iscriverti alla  periodica newsletter.

Nell’immagine: il “Mosaico” di filmselezione,ch


Addio Oliviero Toscani, l’occhio provocatore che ha messo la fotografia al centro del dibattito

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Di Maria Corbi, La Stampa

Oliviero Toscani ha sempre vissuto a 100 all’ora e quando la malattia lo ha costretto a una poltrona, difficile trovare ancora il senso delle cose. «Vivere così non mi interessa», aveva detto nell’ultima intervista. Invecchiare, stare male non era un’opzione. «Che tu possa rimanere per sempre giovane» cantava Bob Dylan, colonna sonora della giovinezza del fotografo che ha dato un nuovo senso alla comunicazione, facendo diventare la pubblicità all’arte.

Con i suoi scatti e le sue campagne ha fatto discutere il mondo su temi come razzismo, pena di morte, Aids, guerra, anoressia. Diana Vreeland, storica firma di Harper’s Bazaar e Vogue America diceva che le sue immagini «brillano, hanno il sole dentro». Una forza che illuminava estetica ma anche l’etica e che è stata sostenuta da una capacità di lavoro fuori dal comune. Toscani viveva lavorando, per lui le vacanze, erano «un tempo vuoto». «Ci si esprime con il lavoro non con le vacanze».

Stakanovista ma con il tempo per l’amore e per la famiglia. Una tribù di figli avuti da donne diverse e che sembrano un po’ riflettere il famoso slogan “United colors” che lo ha reso celebre: «Alexandre, francese, Olivia e Sabina, svedesi. E poi Rocco, Lola e Ali avuti da  Kirsti Moseng, ex modella norvegese. La vide su una copertina di Vogue e la scelse per un servizio. «Dopo averla vista dissi alla mia ragazza di allora “questa sarà mia moglie”». Lei aveva 24 anni, lui 26 e da allora non si sono mai più separati. 

Perché se il mondo artistico di questo artista prestato alla pubblicità è sempre stato provocatorio, senza confini, la sfera privata è sempre rimasta nell’argine della famiglia di origine e degli amici di sempre come Aldo Coppola, parrucchiere delle star, ma anche Elio Fiorucci. «Quei due, l’Aldo e l’Elio se ne sono andati via prima e mi hanno lasciato qui da solo», ripeteva a chi gli chiedeva il senso dell’amicizia. «L’amicizia è la profondità del vivere, la scoperta dell’umanesimo, è la forza dell’essere umano, è il massimo della generosità che un essere umano può dare all’altro».

L’ascesa di Toscani inizia negli anni ’60 quando decide di seguire le orme del padre un fotoreporter che aveva catturato l’immagine di Mussolini a piazzale Loreto. Capì subito che la fotografia poteva essere contaminata dalla creatività personale e che nella Moda c’erano possibilità di espressione sconfinate. «Perché l’evoluzione della fotografia non era girare per strada con la Leica al collo», spiegò. «Era stare dove la vita prendeva nuove forme: a Londra a immortalare le minigonne, che hanno rivoluzionato il mondo». «La moda in quegli anni in particolare aveva una bellissima carica e una funzione eversiva. Ero interessato a questa idea. Poi è piombata nel conformismo estetico».

Nel 1984 inizia a collaborare con Benetton, marchio per cui cura identità e comunicazione. Foto pubblicitarie che hanno epoca e molto discutere. La prima mostra un gruppo di ragazzi e ragazze di etnie diverse, sorridenti, su uno sfondo bianco con uno slogan recita: «Tutti i colori del mondo» che diventa il nuovo nome del marchio: United Colors of Benetton.

Nasce così quella che sarà battezzata la schockadvertising, in cui il messaggio commerciale si mischia alla provocazione a all’istanza sociale. Un bambino russo e una bambina americana che si abbracciano. Un ragazzo palestinese e un ragazzo arabo che reggono insieme un mappamondo. Una nativa americana e un giovane punk con capigliature molto simili. Con Luciano Benetton, con cui sono rimasti amici fino alla fine, coltivano una visione comune e il loro legame è sempre andato oltre le incomprensioni. «Con lui sono sempre andato d’accordo, ma non con i manager, i “bocconiani”», spiegò Toscani.

Nel 2000 la rottura con l’azienda a causa di una campagna che utilizza i volti di veri condannati a morte negli Stati Uniti d’America. Nel 2017 la reunion quando i due amici decidono, insieme allo stilista Jean Jacques de Castelbajac di lavorare ancora insieme. A dare l’annuncio è Oliviero: «Rientriamo in campo Luciano Benetton ed io. Si ricomincia dal colore, che ci appartiene di diritto. E dalla passione, che dobbiamo restituire ad un mondo aziendale di inerzia e culi fissi sulle sedie di fronte ad un monitor». Ma la “pace” dura poco. Tre anni dopo, nel 2017, una battuta molto infelice di Toscani sulla tragedia di Ponte Morandi (per cui si scusò) mette fine alla collaborazione. Ed è Luciano Benetton, spinto dal figlio Alessandro, a prendere le distanze con un comunicato molto duro.

Sono moltissime le immagini diventate iconiche grazie alla creatività e alla macchina fotografica di questo grande artista. Il famoso manifesto Jesus Jeans “Chi mi ama mi segua”, ma anche il “Bacio tra prete e suora” del 1992, i Tre Cuori White/Black/Yellow del 1996, No-Anorexia del 2007. tanti anche i ritratti: Mick Jagger, Lou Reed, Carmelo Bene, Federico Fellini. Mohammed Alì (e chiamerà una delle sue figlie Alì), ma anche gente comune, ripresa in centinaia di piazze italiane, un racconto sulle differenze morfologiche e sociali dell’umanità, con oltre diecimila ritratti.

Ma il servizio di cui è stato più orgoglioso è quello fatto ai sopravvissuti all’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. «Quelle sono un documento storico. Uno dei lavori più importanti che ho fatto e anche il meno conosciuto. Non c’è bisogno della diretta per un reportage. Me ne sono accorto subito quando andai a Sant’Anna: i ritratti dei superstiti mostrano nello sguardo ciò che è successo».

A fine settembre era voluto andare, anche se in sedia a rotelle, alla retrospettiva del Museo del Design di Zurigo che ha esposto per la prima volta la sua intera opera. Voleva esserci anche perché è qui, in questa città che è iniziata la sua formazione, nel 1961, alla Kunstgewerbeschule Zürich, l’Università delle Arti di Zurigo, oggi ZHdK. Ad accoglierlo le note di Bob Dylan, “Forever young”. Per sempre giovane.

Nell’immagine: gli abiti insanguinati di un caduto di guerra in Bosnia in uno dei celebri poster pubblicitari di Toscani


Trump e la scossa che serve all’Europa

Contenuti radicalmente antidemocratici sono oggi veicolati, secondo gli insegnamenti della vecchia e nuova destra americana, e contrariamente a quanto fecero i regimi del Novecento, attraverso una retorica della libertà 

Di Paolo Gentiloni, La Repubblica

A una settimana dall’Inauguration Day del presidente Trump un’onda di angosciati interrogativi attraversa l’Europa. Che cosa ci aspetta sull’Ucraina? E sui dazi? E sulle spese Nato? Converrebbe tuttavia interrogarsi anche su che cosa faremo noi, noi europei. Per l’Europa il ritorno di Trump alla Casa Bianca è infatti anche un’occasione, può essere addirittura la sveglia che ci costringe a correre.

Non sottovaluto affatto i pericoli del momento storico che stiamo vivendo. Autocrazie e democrazie sembrano rincorrersi in logiche di pura potenza, con i giochi senza frontiere sulla Groenlandia o il Canada, sul Messico o Panama che alimentano paragoni assurdi con le responsabilità storiche di chi ha invaso l’Ucraina.

Il rischio è che tutto converga a delegittimare le regole dell’ordine multilaterale e a rendere vani gli obiettivi comuni sulla transizione climatica. Il rischio è un revival del protezionismo, della guerriglia commerciale come via maestra per consentire a ciascun Paese di tornare Great Again. Il rischio è la capacità inaudita della tecnodestra di minare dall’interno i nostri sistemi democratici.

Insomma, il catalogo delle minacce incombenti non è mai stato tanto voluminoso. E l’Unione europea è percepita come fragile, timorosa, silente.

Ma il mondo che sta cambiando così velocemente reclama una vera potenza europea. Che si affianchi agli Stati Uniti nella sfida che accomuna le grandi democrazie, ma sia capace di un profilo autonomo. Una potenza europea oggi è necessaria per tenere aperti i flussi di commercio internazionale, per dialogare con il Sud del mondo nella riforma del sistema multilaterale, per non arrendersi alla crisi climatica, per evitare di assistere impotenti al confronto tra Cina e Stati Uniti.

Nel medio periodo la sfida per l’Europa è la competitività, lungo un percorso descritto dai Rapporti di Draghi e Letta. Come sempre, tuttavia, sarà l’attualità a definire le scelte su cui l’alternativa tra potenza e impotenza europea verrà messa alla prova.

La difesa comune, innanzitutto. Evocata da un quarto di secolo in questo 2025 potrebbe finalmente prendere corpo. Moneta comune e difesa comune: sarebbe un passo straordinario verso una Unione più forte.

L’alternativa, lo dico a chi paventa una deriva “militarista” dell’Unione, è l’incremento in ordine sparso delle spese nazionali all’inseguimento di percentuali irraggiungibili per ciascun Paese. Un fondo comune — si è parlato di 500 miliardi — sarebbe un ottimo inizio e anche un buon esempio per nuove emissioni comuni di eurobond.

Una seconda prova del fuoco verrà dalle relazioni commerciali. Qui l’Unione europea deve augurarsi il meglio, ossia che i discorsi sui dazi restino uno strumento negoziale e non mettano davvero in discussione il principale flusso del commercio internazionale, quei 1.400 miliardi l’anno di scambio di beni e servizi tra Stati Uniti e Unione europea. Ma l’Ue deve anche prepararsi al peggio, reagire unita e intanto rafforzarsi dando seguito all’accordo con i Paesi Mercosur.

Infine, un’altra prova decisiva consiste nella regolazione dell’attività delle grandi piattaforme digitali. Lo strumento lo abbiamo: il Digital Services Act (Dsa) varato nel 2023. Non è uno strumento per comprimere la libertà delle idee, anche le più lontane da principi e valori europei. Serve a evitare che le piattaforme usino i propri dati e algoritmi per far prevalere opinioni o per interferire nello scenario politico europeo. 150 tecnici Ue stanno valutando in questi giorni l’uso distorto degli algoritmi da parte delle piattaforme, a cominciare da X. È ora di decidere.

So bene che questi obiettivi possono rivelarsi velleitari. I Paesi europei sono politicamente troppo fragili e divisi. Più inclini a fare la parte dei sonnambuli in un mondo diviso e in guerra che a svegliarsi, cogliendo l’occasione della fase che si sta aprendo.

Eppure, se qualcosa ci insegna la storia, anche recentissima, dell’Unione europea è che proprio in stagioni di crisi si riescono a cambiare le cose. È anche l’esperienza che ho vissuto nei cinque anni passati, quando crisi drammatiche hanno consentito l’acquisto comune di vaccini o l’emissione di eurobond per finanziare la ripresa dal Covid e la resistenza dell’Ucraina.

La responsabilità sulle spalle delle istituzioni europee, e in particolare della Commissione, è dunque enorme. A Bruxelles servono coraggio, ambizione e leadership politica. A tutti noi, nel tempo che sta arrivando, serve una buona dose di sano patriottismo europeo.


Azizi, condanna a morte vergogna degli ayatollah

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Di Francesca Paci, La Stampa

Sono passate poche ore da quando hanno permesso a Cecilia Sala di lasciare il carcere di Evin in cambio della liberazione dell’ingegnere iraniano Mohammad Abedini Najafabadi e già le autorità della Repubblica islamica tornano a colpire un’attivista, una dissidente, un simbolo della resistenza contro il regime atemporale e oscurantista degli ayatollah. Pakhshan Azizi, 40 anni, originaria della città del Kurdistan iraniano Mahabad, detenuta a Teheran dal 4 agosto 2003 e condannata a morte lo scorso luglio con l’accusa di «ribellione e appartenenza a gruppi d’opposizione», ha ricevuto conferma della sentenza mercoledì, mentre la giornalista del Foglio e di Chora Media decollava dall’aeroporto Imam Khomeini diretta in Italia, provata, confusa, ma libera di dimenticare i suoi 21 giorni in isolamento. Sarà impiccata a breve se l’appello per la sua vita, lanciato da Amnesty Internationale e 68 organizzazioni umanitarie internazionali tra cui Defenders of Human Rights Center, l’associazione fondata dalle Nobel Shirin Ebadi e Narges Mohammadi, cadrà, silenziato e invisibile, nel vuoto.

«Vogliono mettere il cappio al collo al movimento “Donna, vita, libertà”» ha scritto ieri da Evin Sepideh Gholian, l’indomita giornalista iraniana che dopo un lungo calvario giudiziario ha pagato con il ritorno in cella il suo libro “Diari dal carcere” (edito in Italia da Gaspari) ma, come molte altre compagne, persevera nell’alzare la voce come può, come riesce, un’eco lontana che sale dalle profondità vischiose di Evin. Message in a Bottle. Parlava di Pakhshan Azizi, Sepideh Gholian, ma anche dell’attivista curda Varishehe Moradi e della sindacalista Sharifh Mohammadi, entrambe condannate a morte per analoghe fantomatiche colpe di «sovversione» e in attesa che il tribunale rivoluzionario convalidi l’accusa pronunciando il verdetto definitivo. Con buona pace delle troppe anime belle, convinte dell’irriducibile braccio di ferro tra i radicali della Guida Suprema Ali Khamenei e i presunti riformisti rappresentanti dal presidente Masoud Pezeshkian, l’Iran chiude il 2024 con quaranta sentenze a morte, un record invidiato solo dalla Cina di Xi Jinping e dall’Arabia Saudita in odor di «rinascimento».

Pakhshan Azizi paga l’impegno per le donne iraniane nella loro infinita lotta contro l’obbligo del velo e per quelle in fuga dall’Isis, yazide in testa, soccorse per anni in Iraq. Paga l’essere stata al fianco di chi dice no al paternalismo che si ammanta d’islam – sciita oggi, sunnita domani come da sempre cattolico, cristiano, induista e voodoo – per perpetrare l’eterno e resiliente ordine del mondo declinato al maschile. Milito ergo sum. E noi invece, sempre meno apocalittici e sempre più integrati, chi siamo? La vita di Pakhshan Azizi vale la nostra. Dimenticarlo costerà un prezzo che nessun futuro Abedini riuscirà a compensare.

Nell’immagine: Pakhshan Azizi


Rivoluzione sì, ma come?

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Di Dédé-la-science, Le Courrier

In due dei suoi ultimi post su Instagram, Bernie Sanders, ex candidato alla nomination democratica negli Stati Uniti, descrive in modo chiaro e conciso [vedi sotto] lo stato del mondo capitalista. Dimostra che il termine peggiorativo “oligarca”, usato per descrivere influenti miliardari russi vicini al potere, economicamente potenti e che usano metodi discutibili, si applica altrettanto ai miliardari di tutti i Paesi, compreso il suo. Questi miliardari, per aumentare i loro profitti e il loro potere, monopolizzano i mezzi di comunicazione per intervenire nella politica e nell’economia, a spese della democrazia e degli Stati. Le feroci politiche neoliberiste delle loro aziende hanno portato a uno scandaloso aumento delle loro fortune, pagato con l’impoverimento dei loro dipendenti e del personale dei loro fornitori di servizi. Le sconcertanti disuguaglianze tra un’esigua minoranza di super-ricchi e una crescente popolazione di lavoratori poveri, anche nei Paesi più ricchi, continuano a crescere. “Che fare?”, si chiedeva Lenin…

Per limitare i danni causati dagli oligarchi, solo gli Stati dotati di un sistema giudiziario indipendente e dei mezzi per farlo rispettare, nonché di servizi pubblici che proteggano la popolazione, possono essere efficaci. Comuni in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, questi Stati stanno costantemente regredendo sotto gli attacchi neoliberisti, mentre le multinazionali sfuggono a quasi tutti i controlli statali. Inoltre, ad eccezione di alcuni regimi “forti” che controllano le proprie economie, gli Stati cosiddetti democratici sono clienti obbligati dei propri oligarchi e delle proprie multinazionali, in particolare quando si tratta di equipaggiare i propri eserciti e le proprie forze di polizia, nonché i servizi governativi e tecnici in generale. Le sfere politica, economica e sociale sono così intrecciate e dipendenti da formare un sistema troppo complesso per essere modificato senza gravi crisi e con effetti umanitari catastrofici.

Questa è una proprietà generale dei sistemi socio-economici, come lo è dei sistemi biologici: la loro capacità di trasformazione e adattamento diminuisce con la loro complessità. È questo che, in biologia, porta all’estinzione delle specie quando l’ambiente cambia. Nel caso dei sistemi politici, le carestie o i maltrattamenti eccessivi delle popolazioni possono svolgere lo stesso ruolo e contribuire al successo (umanamente costoso) delle rivoluzioni contro regimi monarchici o imperiali che si pensavano incrollabili. Ma in questo caso è lo stesso sistema oligarchico a promettere la propria estinzione distruggendo le risorse del futuro, il clima e la biodiversità. Alcuni oligarchi ne sono talmente convinti da aver creato dei potenziali rifugi, delle residenze tipo bunker in luoghi improbabili… fino al pazzo che prevede un futuro marziano per i suoi discendenti.

Per il cittadino medio, i mezzi per reagire sono limitati e l’azione diventa pericolosa nella maggior parte dei Paesi. Tanto più che i conflitti armati, spesso causati e mantenuti da oligarchi specializzati in traffici illegali, provocano e accelerano il riscaldamento globale. Pur fornendo un’eccellente sintesi dello stato attuale delle cose, Bernie Sanders non propone un sistema “chiavi in mano” per sostituire l’oligarchismo che denuncia. Certo, dobbiamo tornare alla democrazia garantendo il principio “una persona – un voto” e privando gli Stati e gli oligarchi del controllo sull’informazione, ma come? Le tecniche odierne di manipolazione dei comportamenti stanno allontanando molte persone da progetti di vita e politici coerenti, a favore di dipendenze dal consumismo o da giochi con ricompense virtuali. Le nostre società funzionano ancora solo grazie all’empatia e alla solidarietà del maggior numero di persone e alla tenuta, qua e là, di sistemi giudiziari e forze di polizia al servizio dei cittadini piuttosto che di Stati totalitari o oligarchici. E una rivoluzione provocata dall’attuale disastro ecologico non è certamente auspicabile…


Trascriviamo qui uno dei discorsi di Bernie Sanders pubblicati su Instagram

Colgo l’occasione per augurare a tutti un felice periodo di vacanza e un meraviglioso anno nuovo. Mentre ci avviciniamo alla fine del 2024, potrebbe essere utile dare un’occhiata al punto in cui ci troviamo come nazione e al modo migliore per andare avanti. E permettetemi di essere onesto con voi nel dire che ci troviamo in un momento straordinariamente cruciale e volatile della storia americana, e che le cose si stanno muovendo molto, molto rapidamente. Il punto più importante che voglio sottolineare oggi è la velocità con cui il nostro Paese si sta evolvendo in una società oligarchica e in due Americhe molto diverse. Da un lato, abbiamo un’America composta da meno di 1.000 miliardari, un numero esiguo di persone in una nazione di 340 milioni di abitanti che hanno una quantità di ricchezza e di potere senza precedenti e che non hanno mai avuto così tanto benessere. Questa è un’America. L’altra America, dove vive la stragrande maggioranza dei nostri cittadini, è composta da decine di milioni di famiglie che faticano a mettere il cibo in tavola, a pagare le bollette e si preoccupano che i loro figli avranno un tenore di vita inferiore a quello della prima America, quella degli Uber ricchi con yacht da 500 milioni di dollari, ville da 270 milioni di dollari. Hanno isole private tutte per loro. Hanno flotte di jet che li portano in giro per il mondo e, di tanto in tanto, fanno viaggi fantastici su navi-razzo che si lanciano ai confini dello spazio. Un sacco di divertimento. Ricevono anche la migliore assistenza sanitaria che il denaro possa comprare. E mandano i loro figli nelle migliori scuole private e nei migliori college del mondo. In questa America, i tre uomini più ricchi Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg possiedono più ricchezza della metà inferiore della nostra società.

Tre persone possiedono più ricchezza della metà inferiore della nostra società. E la loro ricchezza sta salendo alle stelle. Musk da solo vale oltre 450 miliardi di dollari. E insieme, questi tre uomini valgono quasi 1.000 miliardi di dollari. Nell’altra America, milioni di americani lottano solo per provvedere alle necessità di base della vita. In questa America, oltre il 60% dei nostri cittadini vive di stipendio in stipendio. Milioni di persone lavorano per salari da fame. 85 milioni di persone non sono assicurate o sono sottoassicurate e oltre 60.000 muoiono ogni anno perché non possono permettersi di andare dal medico in tempo. In altre parole, oggi viviamo in una nazione in cui una manciata di miliardari ha più denaro di quanto potrebbe spendere in mille vite, mentre allo stesso tempo milioni di persone vivono nella disperazione, nella paura e lottano per sopravvivere. Ma dobbiamo essere chiari: oggi il nostro Paese non sta solo sperimentando un livello di disuguaglianza di reddito e di ricchezza senza precedenti. L’élite al potere ha creato una situazione in cui la concentrazione della proprietà è maggiore rispetto al passato. In altre parole, un piccolo numero di gigantesche società ha un enorme controllo sulla nostra economia. Settore dopo settore, sanità, agricoltura, servizi finanziari, energia, trasporti, e così via, un piccolo numero di conglomerati giganti controlla ciò che viene prodotto e quanto noi consumatori paghiamo per i loro prodotti. Incredibilmente, solo tre società di Wall Street, Blackrock, Vanguard e State Street, controllano un patrimonio di oltre 22.000 miliardi di dollari. Queste tre società di Wall Street sono i principali azionisti del 95% delle società dello S&P 500, esercitando un enorme controllo sulle più grandi aziende del mondo. Tre società di Wall Street, un potere incredibile. E questo non è tutto in termini di ciò che sta accadendo oggi.

Non è solo la proprietà e il controllo dei miliardari sull’economia e sui media a doverci preoccupare. I ricchi di Uber stanno anche comprando il nostro governo. Stanno comprando il nostro governo e minando la democrazia americana. Mai prima d’ora nella nostra storia abbiamo visto una classe dirigente con così tanto potere politico, come risultato della disastrosa decisione della Corte Suprema Citizens United. I miliardari e le loro superPAC possono spendere somme illimitate per le campagne politiche, ed è esattamente quello che stanno facendo. Voi avete un voto. Possono spendere somme di denaro illimitate durante il ciclo elettorale del 2024. Solo 150 miliardari, 150 persone hanno speso quasi 2 miliardi di dollari per comprare i politici che sostengono la loro agenda e per sconfiggere i candidati che si oppongono ai loro interessi speciali. I miliardari, che rappresentano solo lo 0,0005% della nostra popolazione, hanno speso il 18% del totale delle campagne elettorali. Amici miei, questa non è democrazia. Non è una persona, un voto. Non è ciò che questo Paese dovrebbe rappresentare. Nel suo discorso di Gettysburg del 1863, il presidente Abraham Lincoln parlò di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo. Fine della citazione. Ebbene, purtroppo oggi abbiamo un governo della classe miliardaria da parte della classe miliardaria per la classe miliardaria. Siamo in un momento cruciale e senza precedenti nella storia americana. Questa è la semplice realtà. O lottiamo aggressivamente in tutto il Paese per creare un governo e un’economia che funzionino per tutti noi, o continueremo a muoverci rapidamente sulla strada dell’oligarchia e del dominio dei super ricchi. La scelta è chiara. Dobbiamo stare insieme per la democrazia e la giustizia. Facciamolo. Grazie a tutti.

Traduzioni a cura della redazione


La democrazia e il tradimento dell’élite

Contenuti radicalmente antidemocratici sono oggi veicolati, secondo gli insegnamenti della vecchia e nuova destra americana, e contrariamente a quanto fecero i regimi del Novecento, attraverso una retorica della libertà 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Chi custodisce i custodi? Se la democrazia è il bene più prezioso di un Paese, perché gli consente di vivere nella libertà e nella giustizia, è giusto domandarsi a chi appartiene questo bene, chi ne è titolare e chi ne risponde. Sappiamo a chi tocca la tutela del sistema, cioè alle istituzioni che ne fanno parte e lo guidano giorno per giorno, in quel vertice formato dal governo, dal Parlamento, dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale.

Abbiamo imparato che la sovranità appartiene al popolo: ma siamo anche consapevoli che la democrazia ha appunto bisogno di cura e protezione, perché non è una risorsa naturale infinita o una dotazione metafisica, ma una costruzione umana delicata e potente, e come tale è esposta all’urto delle vicende terrene, e ha bisogno di cura e manutenzione.

Si potrebbe dire che la democrazia non basta a se stessa anche perché la grandiosità della sua promessa cozza contro le insufficienze e le difficoltà del lavoro quotidiano, e questo scarto nel tempo dà corpo al disincanto dell’elettore, alla secessione repubblicana strisciante, alla rottura del patto tra lo Stato e il cittadino.

Tanto che la destra estrema, in Europa come in America, pensa che sia venuto il momento per realizzare non soltanto un cambio dei governi, sulla base del favore elettorale, ma un cambio di regime, operando sull’ordinamento democratico che è la forma dell’Occidente nel dopoguerra per rettificarlo e correggerne la natura: rendendolo conforme al nuovo potere sovrano che non vuole condizionamenti e non accetta controlli, mentre sperimenta il governo trasformato in comando.

La partita è già in corso e il ritorno trionfale di Donald Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio, non segna l’inizio di una presidenza ma di un’era politica. Siamo però ancora in tempo per una domanda, decisiva: la politica che anima, rappresenta e guida il sistema, può cambiare il sistema stesso? Chi ha deciso che la cultura liberal-democratica in cui siamo cresciuti non sarà più la cornice di vita dei nostri figli, dopo averci garantito il benessere nella libertà, sia pure nelle contraddizioni e anche nelle infedeltà della lunga vicenda repubblicana?

Se la Costituzione e i suoi istituti sono figli di quell’ispirazione, si può modificare la prassi della nostra vita associata fingendo di essere fedeli alle regole della Carta mentre se ne tradisce lo spirito? E soprattutto, le altre componenti del sistema, la società, le imprese, l’informazione, il mondo del lavoro, l’arte e la scuola non hanno niente da dire in proposito?

La questione riguarda tutti, senza esclusione, perché la natura del sistema si traduce in costume, abitudini, tradizione, in quel segno di riconoscimento reciproco che ci scambiamo l’un l’altro ogni giorno consapevoli di appartenere a un sistema comune, a una cultura delle regole, dei diritti e dei valori condivisa.

Ma in primo luogo la questione chiama in causa quella struttura sempre incombente ma sovente irresponsabile che è la cosiddetta élite. In teoria, si tratta della spina dorsale del Paese, persone che esercitano un ruolo di rilievo nel mondo pubblico e privato, che prendono decisioni rilevanti, che si misurano ogni giorno con le regole nazionali ed europee, che competono nel teatro della globalizzazione. Dovrebbero costituire una classe effettivamente dirigente e non soltanto dominante, formare quell’establishment che siede a capotavola perché sa coniugare gli interessi privati legittimi con l’interesse pubblico generale.

Conosciamo qualcosa di simile nel nostro Paese? Per una serie di ragioni storiche la funzione dirigente è esercitata all’interno di una serie di network corporativi autopromossi, capaci di riprodursi per garantirsi e perpetuarsi, ma non di rigenerarsi. Più che una spina dorsale, il risultato è una tela intessuta con uno scambio reciproco di tutele, con una riserva di garanzia familistica, con una trama di relazioni che imprigiona l’esperienza, immiserisce la competenza, deprime la conoscenza, rendendo sospetta la sapienza, e quindi svalutando quello che è il vero titolo di merito dell’élite: non un patriziato ereditario che consente un abuso di posizione dominante, ma la sperimentazione quotidiana di sapere, talento e responsabilità, messi a frutto nell’innovazione di pensiero e di prodotto.

Per ragioni culturali e professionali l’establishment dovrebbe avere una coscienza storica del divenire del Paese e una visione generale del mondo in cui ci muoviamo, e dovrebbe essere abituato a misurare il saldo di costi e benefici, e perfino a fare la stima del valore più alto, quello della libertà. Quindi dal punto di vista della competenza e della convenienza, dovrebbe sentire la necessità di difendere il meccanismo liberal-democratico come la sperimentazione della via occidentale alla libertà: ciò che noi siamo, il nucleo vitale della civiltà europea, formato dall’intreccio tra lavoro, capitalismo, welfare e democrazia rappresentativa.

Anche se non ne siamo consapevoli, e quindi non ce ne rendiamo responsabili, il nostro linguaggio comune è liberal-democratico, come la nostra regola d’ingaggio civile e la cultura pubblica in cui ci muoviamo. Un patrimonio rilevante, che ha accompagnato la crescita, lo sviluppo e il tragitto di tre generazioni e oggi viene messo in discussione come un peso novecentesco che frena la piena manifestazione del comando e vela il fulgore della sovranità, depotenziando l’autorità e neutralizzando il potere.

Cambiando il format della democrazia, riducendo le garanzie, limitando i controlli, tutto si riordinerà in una nuova e automatica gerarchia dei poteri fissata non più dalla sacralità repubblicana delle Costituzioni ma dalla semplificazione dei rapporti di forza, e dalla loro fisica eloquenza.

Un vero establishment avrebbe la coscienza di ciò che si perde in questa trasformazione, e diventerebbe classe generale nel senso moderno del termine proprio tutelando quei valori e quelle regole nelle quali ha costruito il suo successo, e il Paese ha prosperato: dimostrando di custodire in sé il seme della democrazia come bene comune.

Ma in realtà la classe dirigente è condizionata perché avverte la propria delegittimazione costante a opera del populismo antipolitico che fa precipitare tutti i membri dell’élite dentro un atto d’accusa generale non per come hanno esercitato il potere, ma per averlo fatto. Quanto al capitalismo, sta dimostrando di essere mimetico, poco autonomo e concentrato sul presente, quindi attratto nella scia dei magnati della Silicon Valley che stanno sperimentando l’ultima innovazione, la tecno-reazione.

Gli studiosi ci spiegano che storicamente l’élite siede in cima alle tre piramidi della ricchezza, della deferenza e della sicurezza, che formano la cuspide del comando. Ora è in costruzione la quarta piramide, più alta di tutte: quella della forza.

Nell’immagine: New York, 10 gennaio: sostenitori di Donald Trump