Su Los Angeles soffia il vento del cambiamento climatico

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Di Luca Celada, il manifesto

La sintesi – quanto meno emotiva – della situazione a Los Angeles l’ha data la prima del LA Times che ieri titolava a piena pagina: «È bruciato tutto». La frase è riferita alle oltre 6.000 strutture distrutte dalle fiamme (che potrebbero facilmente salire a 10.000) ma applicabile anche alla psiche della popolazione che contempla, anche dai molti quartieri risparmiati dalle fiamme, un evento destinato a entrare negli annali come il più distruttivo di una storia pur costellata da calamità naturali. (Non ha aiutato il malfunzionamento del sistema di allerta automatico che ieri notte ha preso a inviare ordini erronei di evacuazione a cittadini dell’intera contea).

DALLA CRISI ACUTA di inizio settimana, si è nel frattempo passati a un regime di contenimento. Col calare dei venti le fiamme vive si sono ritirate sulle colline circostanti dove i focolai continuano tuttavia a costituire in pericolo per comunità come Malibu Topanga canyon. Soprattutto le fiamme che covano tuttora sotto la vegetazione incombono come potenziale miccia di nuovi potenziali episodi incendiari in caso di nuovi venti che il meteo prevede come possibili a partire dalla prossima settimana. L’unica cosa che potrebbe davvero porre fine all’emergenza sarebbero le piogge di cui non vi è traccia in città da maggio scorso. Gli incendi di Los Angeles devono a tutti gli effetti essere considerati una catastrofe climatica dovuta all’intensificarsi di cicli naturali.

NELLE MACERIE fumanti sono state per ora rinvenuti diecicadaveri, numero anche questo destinato a incrementare, mentre migliaia di persone che hanno perso la casa non possono ancora fare ritorno dalle zone evacuate. Complessivamente gli sfollati sono stati oltre 180.000. Molte persone hanno trovato riparo da amici e parenti, strutture alberghiere o centri di accoglienza allestiti in scuole ed edifici pubblici. Airbnb ha messo a disposizione 25.000 alloggia titolo gratuito.
Nelle fiamme sono andate perdute strutture storiche come la tenuta di Will Rogers sopra Sunset Boulevard, dove la star del muto era solito intrattenere ospiti come Walt Disney, Clark Gable e Charles Lindbergh. Il ranch era stato trasformato in parco a Pacific Palisades, il quartiere cresciuto attorno a quelli che, a partire dagli anni ’10, erano stati i Bison Studios di Thomas Ince. Successivamente sviluppato in comprensorio a tema «di riviera italiana», nel quartiere avevano riseduto illustri profughi europei come Thomas Mann, Theodor W. Adorno, Max Horkheimer, Lion Feuchtwagner.

FRA LE STRUTTURE distrutte c’è anche lo storico Topanga Ranch motel costruito da William Randolph Hearst e gioielli del modernismo come la Keeler House dell’architetto Ray Kappe. Le fiamme hanno lambito, ma per ora risparmiato la Villa Getty e la storica Eames House.
Storico, anche se meno ostentatamente benestante, anche il quartiere di Altadena, andato in fumo dall’altra parte della città, caratterizzato da molti edifici di inizio del secolo scorso ed una importante comunità middle-class afroamericana. Nella vicina Pasadena, lo stadio Rose Bowl, quello della finale dei mondiali del 1994, è stato ora trasformato in centro operativo e di ristoro per i vigili del fuoco.

FRA QUELLI in rotazione sulle prime linee dell’incendio vi sono circa 800 detenuti-pompieri, secondo la pratica, comune in questi casi, di utilizzare brigate di carcerati per abbattere le fiamme. Accampati sul territorio, i prigionieri vengono pagati dieci dollari al giorno e lavorano guardati a vista, promemoria che negli Stati uniti lavorano, a volte a titolo del tutto gratuito, decine di migliaia di detenuti, i cui servizi vengono appaltati dallo stato a più di 4.000 società che li utilizzano come forza lavoro sottocosto. Lo scorso novembre, in California non è stato approvato un referendum che avrebbe abrogato questa sostanziale forma di residua schiavitù. I danni complessivi della catastrofe sono preliminarmente stimati in circa 50 miliardi di dollari, cifra che prelude ad un’altra potenziale crisi. Ieri il commissario per le assicurazioni, Ricardo Lara ha annunciato una moratoria di un anno sull’annullamento pretestuoso delle polizze nelle zone interessate dal disastro (pratica comune di mote aziende). Molte società di assicurazioni avevano già precedentemente abbandonato il mercato californiano in quanto eccessivamente rischioso.

È VIRTUALMENTE certo che alla luce delle richieste di risarcimento, molte società tenderanno a ridurre ulteriormente la propria esposizione al rischio californiano o a “socializzare” le perdite con rincari generali delle polizze nello stato. Si prospetta insomma la dinamica per cui la popolazione si troverà a sovvenzionare di fatto la ricostruzione di residenze di lusso in ecosistemi sempre meno sostenibili. Né si può escludere il potenziale di un contagio che, attraverso strumenti finanziari, possa avere ripercussioni globali come fu per i mutui subprime.

Come spesso è stato, l’emergenza di Los Angeles sintetizza gli aspetti ecologici, urbanistici e capitalisti della crisi che accomuna molto sviluppo moderno.

Nell’immagine: distruzione nei quartieri di lusso della metropoli


Salvate la Svizzera dalla perdita di umanità!

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Lettera aperta al Consiglio degli Stati

Il devastante attacco di Hamas in territorio israeliano del 7 ottobre 2023, che ha causato la morte di oltre 1.200 persone e la deportazione di 251 uomini e donne a Gaza, è stato aspramente criticato in quasi tutto il mondo. Anche dal Consiglio federale. È spaventoso che circa 100 ostaggi siano ancora trattenuti dai terroristi palestinesi.

È necessario in questo contesto nascondere il fatto che militari dell’esercito israeliano – a quanto pare soprattutto donne – hanno notato i preparativi di Hamas per un attacco e hanno informato i propri superiori, che però non hanno preso sul serio gli avvertimenti?

Israele ha reagito, e questo era indubbiamente un suo diritto. Il Primo ministro Netanyahu continua ad annunciare di voler spazzare via Hamas. Migliaia di combattenti di Hamas sono morti a causa degli attacchi dell’esercito israeliano a Gaza. Dopo 15 mesi di combattimenti, Gaza è costituita principalmente da rovine: oltre 40.000 persone sono morte, molte delle quali donne e bambini. Molte persone soffrono la fame, poiché Israele permette solo una piccola quantità di aiuti a Gaza, dove molte persone sono state sfollate e i malati e i feriti possono essere curati a malapena, poiché molti ospedali sono stati distrutti.

Insostituibile: l’Organizzazione umanitaria palestinese

Per il Consiglio federale è inoltre chiaro che l’UNRWA, l’organizzazione umanitaria dell’ONU per i palestinesi, è la colonna portante degli aiuti urgenti per la popolazione sofferente nella devastata Striscia di Gaza. Come ha spiegato il consigliere federale Ignazio Cassis in Consiglio nazionale lo scorso dicembre, il CICR ha 190 dipendenti, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite ha 29 dipendenti, mentre l’UNRWA può contare su 3.500 dipendenti a Gaza. Queste cifre da sole dovrebbero convincere i parlamentari che la miseria a Gaza può essere alleviata solo con l’aiuto dell’organizzazione umanitaria palestinese.

In quanto piccolo Stato, la Svizzera nutre grande ammirazione per il battagliero Stato di Israele, che è circondato da nemici. Per questo motivo la maggioranza dei parlamentari difficilmente critica il governo israeliano, anche dopo le terribili azioni del suo esercito. Secondo i medici di molti Paesi, tra cui gli Stati Uniti, che effettuano operazioni di emergenza a Gaza e si prendono cura dei feriti, i soldati israeliani non esitano a sparare alla testa dei bambini a distanza ravvicinata. Questo non sembra convincere i parlamentari svizzeri a cambiare idea. Inoltre, il governo israeliano ha bandito l’UNRWA e vuole distruggere questa organizzazione umanitaria. Lo scorso ottobre, il consigliere federale Cassis ha dichiarato al Consiglio di sicurezza dell’ONU che questa decisione è ampiamente incompatibile con il diritto internazionale. Se l’organizzazione umanitaria non fosse più in grado di operare, ciò sarebbe devastante per la popolazione di Gaza.

Il tema fondamentale della tradizione umanitaria

Voi, Consiglieri di Stato, siete di fronte a una decisione di coscienza. Avete già salvato la Svizzera dalla violazione del diritto al ricongiungimento familiare per i richiedenti asilo ammessi temporaneamente. Ora vi trovate di fronte ad un’altra decisione impegnativa. Anche se l’organizzazione di aiuto ai rifugiati palestinesi UNRWA può avere delle carenze, è insostituibile per le persone che soffrono a Gaza. Volete rifiutarvi di sostenerla, anche contro la ferma volontà del Consiglio federale? Volete che la Svizzera dica addio agli aiuti umanitari a Gaza? Come potreste allora ancora fare riferimento con orgoglio alla tradizione umanitaria del nostro Paese? La questione del finanziamento dell’UNRWA, più volte rinviata, sarà affrontata dalla vostra commissione competente il mese prossimo. È una questione di principio.

Cordiali saluti,
Beat Allenbach

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: quello che non si vede dalla sala del Consiglio degli Stati


Come l’editoria si sta adattando all’intelligenza artificiale

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Di Pietro Minto, Il Post

Negli ultimi mesi sia Microsoft sia TikTok hanno annunciato la creazione di due marchi editoriali (detti anche imprint) per la pubblicazione di libri. Quello di Microsoft si chiama 8080 Books – in onore di un microprocessore degli anni Settanta, l’Intel 8080 – e ha già pubblicato la sua prima opera, No Prize for Pessimism, del responsabile tecnologico dell’azienda Sam Schillace. ByteDance, il gruppo cinese proprietario di TikTok, ha invece creato 8th Note Press, con cui pubblicherà soprattutto romanzi fantasy, romance e di altri generi di successo tra i giovani adulti su BookTok, la sezione del social network dedicata alla lettura.

Oltre alle nuove iniziative editoriali, Microsoft e TikTok hanno in comune anche un certo interesse nei confronti delle intelligenze artificiali: la prima ha investito circa 13 miliardi di dollari in questa tecnologia grazie soprattutto all’alleanza con OpenAI, l’azienda sviluppatrice di ChatGPT, e anche TikTok sta sviluppando le sue. In particolare Microsoft ha detto che 8080 Books ambisce ad «accelerare il processo di pubblicazione, accorciando lo scarto tra il manoscritto finale e l’uscita del libro sul mercato», constatando che finora la tecnologia ha velocizzato qualsiasi settore «tranne quello editoriale».

E proprio il fatto che ad aver avviato i propri progetti editoriali siano due aziende così impegnate nel settore delle intelligenze artificiali ha suscitato delle discussioni. La crescita delle intelligenze artificiali generative, infatti, si è accompagnata negli ultimi anni a una serie di polemiche da parte di artisti, scrittori e giornalisti che accusano le aziende del settore di aver usato senza alcuna autorizzazione contenuti protetti da copyright per lo sviluppo di questi sistemi. Moli incredibili di testi scritti da persone professioniste sono stati usati per allenare i modelli linguistici, la tecnologia su cui si basano sistemi come ChatGPT e Google Gemini. Il settore delle AI è per questo impegnato in una serie di cause legali portate avanti da artisti ed editori, come quello della comica statunitense Sarah Silverman, che denunciò nel 2023 OpenAI e Meta per violazione di copyright (il caso è stato in parte chiuso dal giudice). Anche il New York Times ha denunciato OpenAI e Microsoft per lo stesso motivo.

È indubbio il fatto che le intelligenze artificiali generative siano state sviluppate con contenuti di vario tipo, spesso provenienti dal web, anche se non è ancora stato chiarito giuridicamente se il loro utilizzo per lo sviluppo dei modelli linguistici rappresenti una violazione del diritto d’autore. L’importanza del lavoro di artisti, giornalisti e autori nello sviluppo delle AI è però tale che da tempo si discute dell’esigenza di trovare nuovi contenuti per continuare lo sviluppo di questi modelli.

Secondo alcuni, infatti, le AI avrebbero raggiunto il limite di sviluppo possibile con la tecnologia a nostra disposizione, anche perché i dati pubblici sono stati in buona parte già usati per lo sviluppo di questi modelli. Il continuo progresso del settore dipende quindi anche dalla disponibilità di nuovo materiale originale, scritto e prodotto da esseri umani. Created by Humans è una startup statunitense nata per creare un mercato per tutti quegli autori che vogliono vendere la licenza di sfruttamento delle loro opere direttamente alle aziende che sviluppano modelli linguistici. La società vuole permettere agli autori di mettere a disposizione le proprie opere per lo sviluppo di nuovi modelli, o di renderli consultabili in tempo reale alle intelligenze artificiali. Inoltre, gli utenti possono scegliere di cedere i loro «diritti trasformativi», permettendo alle AI di generare opere derivate dai loro stessi lavori.

Secondo Walter Isaacson, autore di alcune recenti biografie di successo, come quella di Steve Jobs e Elon Musk, consigliere e investitore della startup, quello in corso sarebbe «un grande punto di svolta, simile all’invenzione dei motori di ricerca come Google, dal quale le persone che producono contenuti possono trarre vantaggio, o rimanere indietro». Non tutti condividono l’ottimismo di Isaacson: lo scrittore e giornalista britannico Hari Kunzru, ad esempio, ha da poco firmato un nuovo contratto per due nuovi libri con l’editore Knopf, chiedendo la garanzia che i suoi lavori non potranno essere usati per sviluppare AI.

A preoccupare in realtà non è solo l’uso di contenuti per l’allenamento di nuovi modelli, ma anche l’utilizzo di questi strumenti per produrre nuovi libri o contenuti editoriali. La startup Spines ha recentemente ricevuto 16 milioni di dollari di investimenti per velocizzare e ottimizzare la produzione di libri usando le AI, con l’obiettivo di pubblicare ottomila libri nel corso dell’anno prossimo.

Spines propone una forma di self-publishing, il genere di servizio con cui è possibile pubblicare un libro a pagamento: i suoi utenti, infatti, pagano tra i 1200 e i 5000 dollari per pubblicare un’opera, a seconda dei servizi richiesti dall’utente. Anche la distribuzione dei titoli si baserà su un sistema particolare, con abbonamenti mensili tra i 19 e i 49 dollari al mese. Per quanto riguarda invece le royalties, cioè i proventi dei diritti d’autore dati dalle vendite, il 70% andrà all’autore mentre a Spines il restante 30%: un modello radicalmente diverso da quello tradizionale, nel quale all’autore spetta circa il 10% delle royalties – e la porzione principale va alla distribuzione. È simile invece al modello delle autopubblicazioni su Amazon, che non prevede i costi fissi sostenuti da un editore, da quelli per l’editing fatto dalla redazione a quelli di distribuzione, oltre alle sue stesse ambizioni di profitto.

Un’altra conseguenza della diffusione di questo tipo di intelligenze artificiali nel settore è evidente su siti come Amazon, che da alcuni anni si sono riempiti di titoli palesemente generati con servizi come ChatGPT, in particolare guide turistiche. Si tratta di opere di scarsa qualità e con titoli molto lunghi, che sembrano pensati per facilitare la loro comparsa tra i risultati di ricerca. In molti casi, questo tipo di libri sono accompagnati da recensioni entusiastiche, a loro volta provenienti da bot e generate con le AI.

Nonostante queste resistenze, anche alcune delle principali case editrici italiane hanno cominciato a offrire corsi di aggiornamento sulle intelligenze artificiali ai propri dipendenti. In alcuni casi, quindi, le AI vengono già utilizzate nel settore, soprattutto per redigere testi tecnici – come le schede libro, con cui si presentano le opere in uscita – o fare traduzioni.

Mattia de Bernardis, direttore editoriale dell’editore UTET, parte del gruppo Mondadori Libri, trova che «i testi prodotti da questi strumenti di AI siano assolutamente sbalorditivi, almeno fino a quando non si tratta di produrre un testo per fini professionali». A questo punto, continua, si presentano due problemi: «Il primo è che i testi generati sono spesso corretti, scorrevoli e sensati, ma piuttosto piatti e prevedibili, quando non del tutto generici. I testi che produciamo per presentare i nostri libri dovrebbero essere, al contrario, vivaci, efficaci e originali». Tuttavia, precisa, «è impressionante dare in pasto un libro intero a ChatGPT e ottenerne immediatamente, per dire, una sinossi e una scheda di lettura».

Il secondo problema è legato al fenomeno delle cosiddette allucinazioni che interessano questo tipo di tecnologie, che sono capaci di generare risposte insensate mantenendo uno stile corretto. «Il fatto è che ancora questi strumenti non sanno cosa dicono – né loro stessi, né i testi che processano. Quindi non è detto che riferiscano correttamente il contenuto o che non inventino risposte alle nostre domande. Per il momento, quindi, non sono ancora pronto a utilizzare professionalmente questi strumenti», dice de Bernardis.

Un altro professionista del settore sentito dal Post, e che preferisce rimanere anonimo, ha spiegato l’utilizzo interno a un grande editore italiano di una versione particolare e «chiusa» di ChatGPT, sviluppata appositamente per l’azienda per cui lavora, allo scopo di garantire la privacy e la tutela del diritto d’autore. In questa versione del software, infatti, i dati inseriti dagli utenti non vengono usati per l’apprendimento dei modelli linguistici e non finiscono per potenziare il modello linguistico di OpenAI. Ad oggi, questi strumenti sono utili per tradurre estratti o schede libro provenienti dall’estero, anche da mercati come quello giapponese e sudcoreano, per comprenderne più agevolmente il contenuto.

Secondo l’editor, il lavoro di traduzione letteraria non sarebbe comunque messo a rischio da questi strumenti, e non solo perché la traduzione offerta dalle AI non è ancora all’altezza. Sulla genuinità delle traduzioni letterarie c’è un controllo doppio, che interessa sia l’editore italiano, che per contratto non può usare ChatGPT e simili per le traduzioni, sia quello da cui vengono comprati i diritti dell’opera.

Nell’immagine: e per forza anche l’immagine è prodotta dall’AI


Dalla Florida a Valencia: l’anno più caldo costa 320 miliardi

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Di Andrea Greco, La Repubblica

Il 2024 è stato l’anno più caldo della Storia e per questo le catastrofi naturali hanno fatto perdere 320 miliardi di dollari, di cui solo 140 coperti dagli assicuratori.

Colpa soprattutto di uragani, inondazioni e grandinate, che hanno prodotto quasi metà del conto e fanno archiviare quello appena trascorso come il terzo anno più “dannoso” dal 1980. Il 2025 invece si apre all’insegna del fuoco, con gli incendi in California che – secondo le stime di Morningstar – costeranno 8 miliardi agli assicuratori. E forse il doppio nel complesso. Il fatto è che nell’area di Pacific Palisades, dove i roghi sono ormai prassi date le condizioni crescenti di siccità e calore, da anni gli assicuratori privati stanno ritirandosi in massa dal business antincendio. E il programma Fair, da poco avviato dallo Stato come assicuratore di ultima istanza, ha ancora gambe fragili: non è chiaro se potrà risarcire migliaia di californiani per le loro case in cenere.

C’è una sola causa, per tutto. Il cambiamento climatico, che ha reso l’anno chiuso il più caldo di sempre con la temperatura media che per “la prima volta ha superato di circa 1,5 gradi i livelli industriali, rendendo gli ultimi undici anni i più caldi dall’inizio delle registrazioni sistematiche”. A scriverlo è il resoconto annuale di Munich Re, che ha tutto l’interesse a far bene i conti essendo un riassicuratore globale, che copre le compagnie assicurative dai rischi danni. «La fisica è chiara: più alta è la temperatura, più vapore acqueo e quindi energia vengono rilasciati nell’atmosfera. La macchina meteorologica del pianeta sta ingranando una marcia in più – spiega, crudo e semplice, Tobias Grimm, capo dei climatologi di Munich Re – Tutti pagano il prezzo del peggioramento del meteo, ma soprattutto le popolazioni dei Paesi a scarsa protezione assicurativa o scarso sostegno pubblico per riprendersi».

L’impatto dei cambiamenti climatici sui disastri naturali, provato dalla scienza, ha prodotto in molte aree del pianeta precipitazioni più violente o intense. E una percentuale crescente di cicloni estremi, due dei quali guidano la classifica dei danni 2024: Helene e Milton, che hanno distrutto beni per 81 miliardi, rafforzando il Nord America come leader 2024 delle catastrofi con 190 miliardi di danni, dei 108 assicurati. È circa il doppio rispetto all’area Asia/Africa, dove i danni sono stati di 91 miliardi (e solo 16 miliardi coperti da polizze) e un multiplo dell’Europa, che ha avuto 31 miliardi di dollari di danni, per metà assicurati.

Tuttavia per il Vecchio continente le Nat Cat, come le chiamano gli addetti, non sono state poche né lievi. A partire dall’inondazione di Valencia, oltre 200 morti e 11 miliardi di danni (4,2 dei quali coperti delle compagnie), che ha fatto cadere la pioggia di un anno in un solo giorno, fino alle inondazioni in Europa centro-orientale e nel Centro Italia, che l’estate scorsa sono costate oltre 9 miliardi (4 assicurati). «Il 2024 ha evidenziato la crisi climatica in Italia – ha detto Thomas Wilde, ad di Munich Re Italia– Gli eventi estremi, dalle alluvioni alle grandinate, dalle ondate di calore alle raffiche di vento, pur non eguagliando i danni assicurati del 2023, hanno avuto un impatto significativo sulle economie locali e sul panorama assicurativo. Va rafforzato l’impegno verso soluzioni innovative per mitigare i rischi e per favorire uno sviluppo sostenibile che protegga le generazioni future». Il rimedio del governo, gradito agli operatori, è l’obbligo per le imprese di assicurarsi sulle catastrofi, atteso dal 1° gennaio ma slittato al 31 marzo 2025.

Intanto in California, dove in due anni sette compagnie su 12 si sono ritirate dall’antincendio, l’assicuratore pubblico avanza solitario. Già nell’ultimo anno il Fair aveva aumentato del 61% l’esposizione, salita a 458 miliardi, a fronte di 200 miliardi di liquidità e 2 miliardi di rischi riassicurati. Una portavoce giorni fa diceva: «È presto per stimare i danni, ma i processi sono attivati perché il Fair copra tutte le richieste di indennizzo». Se anche lo farà, i premi pubblici e privati saliranno oltre le stelle

Nell’immagine: Los Angeles


Musk e la leader dell’AfD su X riscrivono anche la Storia: “Hitler comunista, noi liberali”

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Di Uski Audino, La Stampa

BERLINO. «Hitler era un comunista e un socialista» dice Alice Weidel, candidata alla cancelleria in Germania per ultradestra di Afd, Alternative für Deutschland ai microfoni di X. «Il più grande successo dopo la terribile guerra mondiale è stato etichettare Hitler come un uomo di destra e un conservatore mentre era l’opposto», prosegue la leader tedesca in una conversazione con Elon Musk, il magnate sudafricano proprietario della piattaforma. Un colloquio che comincia poco dopo le 19 di giovedì sera e si prolunga per circa un’ora e mezza. I due si scambiano battute e risatine, in perfetto accordo. In tempi di abolizione di fact-checking si può dire di tutto, soprattutto se chi conduce la conversazione è anche il proprietario del medium.

Entrambi sono apertamente critici e ostili alla Germania di oggi, quella di Merkel e del successivo governo «semaforo». Il «german bashing» (appunto «criticare i tedeschi») sembra divertirli molto. Le osservazioni vanno dall’educazione «socialista e unicamente orientata al genere» – così Weidel – a una burocrazia elefantiaca. Dalle scelte energetiche «stupide», come lo spegnimento di tre centrali nucleari dopo l’interruzione delle forniture russe, fino alla «folle» politica sui migranti. Sul peso della burocrazia Musk racconta in prima persona la sua esperienza di imprenditore in Germania. Per ottenere i permessi per aprire l’impianto di Tesla vicino a Berlino sono stati necessari venticinquemila documenti.

«Ci si sarebbe potuto riempire un camion», commenta Musk. Poi il patron di Tesla e Space X sintetizza l’esito delle elezioni statunitensi per dare l’assist definitivo a Weidel: «Perché ha vinto Trump? Perchè le persone volevano un cambiamento. Credo che in Germania sia la stessa cosa: le persone vogliono un cambiamento» e «ho dato la mia raccomandazione perché vinca l’Afd. Solo l’Afd può salvare la Germania». Musk ripete quanto aveva già espresso a dicembre e quanto aveva già scritto in un editoriale per Welt am Sonntag, dove aveva definito il partito di Weidel come «l’ultima scintilla di speranza per la Germania». Il magnate del resto non è nuovo a prestare la sua piattaforma a fini politici, né a sostenere direttamente questo o quel candidato. Lo aveva già fatto a luglio ospitando su X un’intervista a Donald Trump, allora candidato alle presidenziali in Usa, lo ha fatto ieri con Weidel.

Il quotidiano conservatore Bild ha preso le distanze dal tycoon, osservando che il magnate non ha a cuore gli interessi economici della Germania ma «nei suoi ruoli come nuovo membro del governo degli Stati Uniti, come capo di X, ceo di Tesla e ceo di SpaceX, Musk ha interessi personali notevoli». E il significato del suo intervento nella politica tedesca, inglese e italiana è duplice: avvicinare l’Europa alla politica di Trump e perseguire i suoi interessi di imprenditore. Questi ultimi, per esempio, sono andati piuttosto male quest’anno a Berlino. Tesla ha registrato un calo di vendite del 41%, a fronte di un mercato dell’auto elettrica in Germania calato del 27%. Molto peggio di altri marchi.

Gli utenti collegati all’evento sono stati circa 200 mila, anche se a fine registrazione il counter ne segnalava 2,1 milioni. Tra questi è possibile siano stati in ascolto anche i funzionari della Commissione Ue incaricati di verificare che la conversazione non abbia violato le regole dell’Unione europea. Il sospetto è che Musk abbia potuto dare istruzioni ai dipendenti per influenzare gli algoritmi e dare maggiore visibilità all’incontro.

Anche il Bundestag ha annunciato di aver preso in esame il colloquio su X di Musk e Weidel. Ma per altre ragioni. In questo caso si vuole verificare se la conversazione non sia stata un tentativo di influenzare la campagna elettorale e una donazione illegale a un partito. In genere gli spazi per le dirette su X sono venduti a caro prezzo. Come considerare dal punto di vista giuridico un regalo da un esponente politico straniero?

Nell’immagine: degni compari


E se domani, mettiamo il caso che Trump e Musk…

180.000 sfollati, dieci morti. Annullate le polizze assicurative nelle zone colpite dagli incendi 

Iniziamo da Trump. In una conferenza stampa tenutasi nella sua residenza di Mar-a-Lago, il presidente eletto Donald Trump non ha escluso l’uso della forza militare per riprendere il controllo del Canale di Panama e per annettere la Groenlandia, minacciando dazi alla Danimarca e a Panama in caso di resistenza ai voleri di sé come Imperatore pro-tempore dell’Impero americano (ma forse la sua egolatria smisurata non ammette limiti di tempo…). Il tycoon ha poi promesso di cambiare (ammesso lo possa fare) il nome del Golfo del Messico in Golfo d’America e ha affermato che i Paesi della Nato dovrebbero portare la spesa per la difesa al 5% del loro Pil (qualche settimana fa aveva detto 2%). In risposta, la premier danese Mette Frederiksen ha ribadito che la Groenlandia “è della Danimarca e non è in vendita”, essendo paese costitutivo del regno di Danimarca pur godendo di un’indipendenza totale, fatta eccezione per la difesa e gli affari esteri che restano prerogative di Copenaghen; mentre il primo ministro dimissionario canadese Justin Trudeau – che Trump aveva definito il Governatore del Canada, equiparandolo agli altri Governatori degli stati degli Stati Uniti – ha respinto le minacce di Trump, secondo cui il Canada dovrebbe diventare il cinquantunesimo Stato degli Usa – Trump sostenendo che “saremmo un grande stato”. Il fatto che alle prossime elezioni canadesi possa vincere il candidato trumpista rende l’idea meno farlocca di quanto potrebbe sembrare.

Sulla Groenlandia ha poi aggiunto: “Per la sicurezza nazionale e la libertà in tutto il mondo, gli Stati Uniti ritengono che la proprietà e il controllo della Groenlandia siano una necessità assoluta”. Che è un tipico atteggiamento imperiale / imperialistico e proprietario ma anche paranoico (delirio di grandezza / onnipotenza, a struttura profondamente narcisistica), o infantile verso quello che è o sembra un giocattolo: la voglio, la voglio – la Groenlandia. Comunque, psicopatico.

Mettiamo quindi il caso che la piccola Danimarca resista al gigante / Imperatore Trump. Come la mettiamo? Usa e Danimarca sono stati tra i fondatori della NATO, nel 1949, in funzione antisovietica e anticomunista (oggi è composta da 32 paesi). Creando un sistema di difesa finalizzato ad accrescere i propri legami, a preservare la pace e la democrazia (sic!), a proteggere le proprie istituzioni e i propri valori liberali e democratici (sic!) unendo gli sforzi per la difesa collettiva. Ben spiegati dall’art. 5 del Trattato: “Le parti concordano che un attacco armato contro una o più di esse, in Europa o in America settentrionale, deve essere considerato come un attacco contro tutte e di conseguenza concordano che, se tale attacco armato avviene, ognuna di esse, in esercizio del diritto di autodifesa individuale o collettiva, riconosciuto dall’articolo 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti attaccate prendendo immediatamente, individualmente o in concerto con le altre parti, tutte le azioni che ritiene necessarie, incluso l’uso della forza armata, per ripristinare e mantenere la sicurezza dell’area Nord Atlantica”. Ma nella controversia tra Usa/Trump e Danimarca il nemico invasore non proverrebbe dall’esterno dell’Alleanza ma dal suo interno, con gli Usa che invadono un altro paese NATO. Da che parte starebbero a quel punto i paesi membri, da che parte si schiererebbe il suo attuale Segretario, Mark Rutte, iper-bellicista tra i bellicisti? Dalla parte del paese invaso, la Danimarca – come la NATO ha fatto con l’Ucraina (che pure non è nella NATO, e per fortuna!) – contro l’invasore-oligarca Putin; oppure starebbe dalla parte dell’invasore-oligarca Trump, contraddicendo la sua azione a difesa dell’Ucraina? E contro chi Rutte chiederebbe l’aumento della spesa militare, contro gli Stati Uniti? Domande che sembrano banali o fantapolitica. Ma se domani Trump volesse passare dalle parole ai fatti…

E riguardo al Canale di Panama, Trump ha usato parole non troppo diverse: “Ne abbiamo bisogno per la nostra sicurezza economica. È stato costruito per i nostri militari”. Quindi è nostro. Panama? Una piccola nazione sulla carta geografica. Ed è ancora la protervia della forza, ora verbale, domani forse anche militare. L’Impero si costruisce – si accresce sempre di più – anche così.

E veniamo a Musk e a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, che sale (da bravo capitalista opportunista) sul carro del vincitore, cioè di  Trump ma soprattutto di Elon Musk, dando libero sfogo ai più biechi animal spirits capitalistici che lo pervadono – e non dimentichiamo che ogni volta che è stato scoperto a violare qualche regola a tutela della privacy, cioè della libertà individuale, rubando e vendendo dati in modo compulsivo / capitalistico, ha sempre promesso (come i bambini bugiardi): non lo faccio più, il giorno seguente però ricominciando più e peggio di prima; i dati sono infatti la sua fonte di profitto, se gli si limita l’accesso ai dati personali della gente (è il capitalismo della sorveglianza, un totalitarismo aziendale più e peggio di tutti i totalitarismi politici del passato) invoca il diritto alla libertà (la sua, di fare profitto) e accusa gli altri di censura. Lo ha spiegato in un video in cui ha annunciato una svolta nella politica editoriale e nel campo politico di appartenenza dei suoi social, in nome del trumpismo e del muskismo e quindi della ritrovata (finalmente!) libertà assoluta per l’impresa di fare di noi utenti quello che la ricerca dei profitto capitalistico richiede: Meta quindi smantellerà il reparto aziendale incaricato di impedire la diffusione di notizie false sulle piattaforme. Ovvero, libertà di odio per tutti, libertà di profitto per me Zuckerberg.

Con grande gioia di Trump, ovviamente, e di tutta l’Internazionale reazionaria in giro per il mondo che vive e si accresce producendo odio (prossimi passaggi quasi certi: Austria, Canada, Germania, Francia, dopo avere conquistato l’Italia e Giorgia Meloni che ama farsi fotografare adorante tra le braccia di Musk). Ad oggi, per spacciare (nel senso di spaccio di droga ideologica) i suoi messaggi, Trump e tutta l’Internazionale  tecno-fascista potevano contare sul social personale di Trump – Truth – poi su X di Musk, mentre ora, dopo l’endorsement di Zuckerberg avranno disponibili (condividendone l’ideologia) anche Facebook (tre miliardi di utenti) e Instagram (due miliardi). E la svolta a destra di Meta è completata dalla nomina nel Cda del trumpiano Dana White, capo dell’organizzazione di arti marziali Ultimate Fighting Championship (ebbene sì, anche questo è tecno-fascismo) e di John Elkann, presidente di Stellantis (che ha portato al quasi fallimento) nonché a.d. di Exor che è l’editore, in Italia di La Stampa e di Repubblica e del settimanale internazionale nonché Bibbia a dispense del neoliberismo, The Economist.

E questo ci porta a una ultima riflessione sui processi in atto, che riguarda anche la Svizzera. Ha scritto Juan Carlos De Martin, professore di ingegneria informatica al Politecnico di Torino: “Tra tutti, quello che mi sembra di gran lunga il più importante è il processo che ha portato tutti i principali Paesi europei, con l’Italia in prima fila, a consegnare a una manciata di imprese statunitensi il controllo di tre infrastrutture essenziali, ovvero, le infrastrutture di comunicazione, archiviazione ed elaborazione delle informazioni. Stati che non controllino, anche fisicamente, queste infrastrutture sono, per dirla in maniera delicata, a sovranità limitata. Trent’anni fa la consapevolezza dell’importanza del controllo della rete telefonica e radio, delle torri e dei cavi, degli archivi, dei server, la materialità insomma delle infrastrutture dell’informazione, era diffusa nella classe dirigente. Negli ultimi vent’anni questa consapevolezza si è grandemente indebolita, come dimostra l’enorme ruolo assunto da aziende come Microsoft, Google, Amazon e, potenzialmente, SpaceX […]. Come è stato possibile? Forse la classe dirigente europea, non capendo le implicazioni strategiche della rivoluzione digitale, prima si è fatta sedurre dai vantaggi economici di breve termine dell’affidarsi alle big tech, non coltivando e anzi lasciando deperire le risorse interne, e poi si è sostanzialmente rassegnata a stare sotto l’ombrello digitale statunitense. […] Ci si chiede, però, quale prezzo pagheranno i Paesi europei per aver ceduto agli Usa buona parte del sistema nervoso delle loro società, delle loro economie e dei loro apparati statali” (il manifesto dell’8 gennaio).

Che fare dunque per impedire a degli psicopatici di prendersi il mondo e uccidere la libertà e la democrazia – perché questo è ciò che stanno cercando di fare? Forse è utile riflettere su questo pensiero attribuito al teologo luterano Dietrich Bonhoeffer (1906-1945, ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg): “Di fronte a un pazzo alla guida di una macchina, non bisogna limitarsi a curare chi viene investito, ma impedire al pazzo di guidare”. Boicottare i social preferendo leggere un buon libro, sarebbe già un bel modo di iniziare a impedire ai pazzi di guidare il mondo. E il piacere della libertà tornerà, e crescerà poi naturalmente.

Nell’immagine: illustrazione generata da DeepAI


La solfa stantia del Pifferaio Smagico

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Social media, le responsabilità delle piattaforme

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Oggi ci troviamo di fronte a una sfida delicata: come genitori e come società, desideriamo proteggere i nostri figli dalle influenze negative che minacciano il loro benessere, dalle dipendenze ai media fino alle sostanze nocive. Tuttavia, mentre ci impegniamo a farlo, sembriamo ancora ignorare il crescente impatto delle cosiddette droghe digitali. È moralmente accettabile permettere ai giovani di essere esposti a contenuti digitali studiati per creare dipendenza, che catturano la loro attenzione e li tengono intrappolati per ore? Come possiamo ignorare i danni alla salute mentale e fisica dei nostri figli, che potrebbero essere prevenuti affrontando alla radice questo problema? La questione non è se la marijuana sarà legalizzata o meno; la vera sfida è l’ipocrisia nel trattare alcuni prodotti che creano dipendenza come legittimi strumenti di mercato. Come possiamo accettare la vendita di contenuti videoludici che spingono i giovani a comprare gemme e premi digitali, alimentando dipendenze economiche e psicologiche? È moralmente inaccettabile. Non possiamo più tollerare che la salute dei nostri giovani venga sfruttata a fini di profitto.

Le piattaforme digitali devono assumersi la loro responsabilità. Non possiamo permettere che continuino a rilasciare contenuti in maniera atta a creare dipendenza, rubando tempo prezioso alla qualità della vita familiare. Questi strumenti, per quanto tecnologicamente avanzati, stanno diventando pervasivi, trasformando il tempo di qualità che genitori e figli dovrebbero trascorrere insieme in dibattiti accesi e continui su limiti di utilizzo. Non è accettabile che le nostre interazioni familiari siano contaminate da ciò che possiamo definire una dipendenza mediatica.

Durante l’adolescenza, tra i 12 e i 16 anni, ragazzi e ragazze non hanno ancora sviluppato appieno la capacità critica che emerge con la maturazione della corteccia prefrontale, rendendoli particolarmente vulnerabili a queste influenze. Sebbene in seguito saranno in grado di destreggiarsi meglio, è proprio in questa fase che un rapporto di qualità con i genitori diventa cruciale per proteggerli e guidarli verso scelte più consapevoli.

Diamo più serenità alle famiglie. Questo è fondamentale per rendere la nostra società più equilibrata. Il tempo di qualità coi figli è un bene da difendere a spada tratta. Quando le famiglie sono serene, tutta la società ne beneficia. Questo non è solo un vantaggio individuale, ma un risultato positivo per l’intera collettività.

Sì, la libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma dobbiamo riconoscere che molte di queste piattaforme non promuovono informazione o cultura, bensì lucrano su meccanismi di dipendenza indotta. Certamente, esistono contenuti di valore, ma sono offuscati da prodotti che banalizzano la violenza e incitano alla superficialità. I nostri legislatori devono aggiornare le norme per affrontare queste sfide moderne e proteggere il futuro delle nuove generazioni.

Non si tratta solo di leggi, ma di costruire una società in cui il benessere e lo sviluppo dei nostri figli vengano prima dei profitti. È ora di promuovere un equilibrio tra produzione responsabile dei media e qualità della vita familiare e sociale, per il bene di tutti.

Lorenzo De Micheli fa parte di Costituzione Radicale


Fascioliberismo, anche lo spazio privatizzato

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Di Luigi Ferrajoli, il manifesto

«L’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti, saranno svolte a beneficio e nell’interesse di tutti i paesi, quale che sia il grado del loro sviluppo economico o scientifico, e saranno appannaggio dell’intera umanità». È il testo dell’articolo 1 del Trattato sulle attività nello spazio extra-atmosferico concluso a Washington il 27 gennaio 1967 e approvato da quasi tutti i paesi membri dell’Onu, inclusi gli Stati Uniti e l’Italia. Che l’hanno ratificato rispettivamente il 10 ottobre 1967 e il 18 gennaio1981.

È una norma chiara e semplice, clamorosamente violata dal quasi monopolio dello spazio extra-atmosferico acquisito di fatto da Elon Musk. Quasi tutti i satelliti in orbita intorno al nostro pianeta – più di 7.000 di cui 6.176 operativi – sono infatti satelliti Starlink, di sua proprietà, e si prevede che raggiungeranno presto la cifra di 12.000.

È AVVENUTA, IN BREVE, un’appropriazione privata dello spazio pubblico extra-atmosferico, che fa di Musk la persona non solo più ricca (473 miliardi di dollari), ma anche più potente del mondo. È difficile calcolare una simile potenza, consistente nella gestione dell’accesso veloce a Internet a livello globale e destinata a crescere in maniera esponenziale. Il futuro contratto di Musk con l’Italia – il primo paese che ha avviato una simile trattativa – affiderebbe alla sua gestione e al suo controllo tutte le comunicazioni in tema di sicurezza pubblica, dalle informazioni in materia militare a quelle relative alle relazioni diplomatiche, ai servizi segreti e alla protezione civile. La nostra sicurezza sarebbe di fatto privatizzata, in mano per di più a uno straniero, apertamente schierato con le parti politiche più reazionarie dell’Occidente.

Come è potuto accadere tutto questo? Il trattato del 1967 sugli spazi extra-atmosferici e, insieme, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 10 dicembre 1982, che chiama «patrimonio comune dell’umanità» le aree di alto mare e le loro risorse, disegnano un frammento di demanio planetario che comporta ovviamente il divieto della sua utilizzazione e del suo controllo da parte dei privati. È chiaro che l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico da parte delle migliaia di satelliti di proprietà di Musk (e non solo di Musk, ma anche di altri privati) non avviene, come vorrebbe la norma all’inizio ricordata, «a beneficio e nell’interesse di tutti i paesi». Avviene nell’interesse esclusivo del signor Musk, che grazie ai profitti ricavati dall’utilizzazione di uno spazio che è «appannaggio dell’intera umanità», cioè di tutti noi, ha illegittimamente acquistato una ricchezza e una potenza sconfinate.

SI SPIEGA CON QUESTA enorme potenza, maggiore forse di quella di qualunque capo di Stato, la disinvolta arroganza con cui Musk interferisce nella politica di tanti paesi europei: affermando che i giudici italiani non fedeli al governo Meloni «devono andarsene», insultando il premier inglese Keir Starmer, chiamando «strega malvagia» la sua ministra per la tutela delle donne Jess Phillips, sostenendo in Inghilterra l’attivista fascista Tommy Robinson e schierandosi, nelle prossime elezioni tedesche, con l’ultradestra di AfD.

Stiamo evidentemente assistendo a una mutazione dello stesso capitalismo neoliberista, che fino ad oggi ha devastato la sfera pubblica e sottomesso la politica all’economia, mantenendo tuttavia la separazione formale tra le due sfere. Il fenomeno Musk segnala un’involuzione ulteriore: una sorta di regressione premoderna allo stato patrimoniale dell’età feudale, quando la politica non si era separata dall’economia quale sfera pubblica ad essa sopraordinata. Oggi siamo di fronte al diretto governo privato e al tempo stesso globale di settori fondamentali della vita civile e della vita pubblica. Trattandosi di un governo privato esso consiste anche in un potere assoluto. Sfera pubblica, separazione dei poteri e diritti fondamentali sono concetti ad esso estranei e con esso incompatibili.

Naturalmente tutto questo è contro il diritto, puramente e semplicemente ignorato dai mercati e dalla politica, che l’hanno sostituito con l’assoluta sovranità dei grandi poteri economici e finanziari privati. Naturalmente è inverosimile che a una simile perversione si opponga il nuovo presidente americano Trump, che grazie ai finanziamenti di Musk è stato eletto e che di Musk condivide l’ideologia. Deboli, incerte e sostanzialmente impotenti sono state finora le proteste dell’Unione Europea e dei suoi paesi membri.

Chi invece ha voluto inaugurare anche formalmente la subordinazione della sfera pubblica a questo nuovo governo privato e globale dell’informazione e della comunicazione è stato, non a caso, il governo, sedicente sovranista e nazionalista, del nostro paese, che sta trattando il pagamento di un miliardo e mezzo di dollari in cambio di attività che controlleranno la nostra sicurezza utilizzando uno spazio appartenente all’intera umanità.

Nell’immagine: Elaborazione grafica dei 30.000 satelliti di Starlink di seconda generazione a partire dal 2022


Quei colpi inferti all’ordine internazionale

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Di Nathalie Tocci, La Stampa

Potrebbe essere una vera minaccia o una prima mossa negoziale; a prescindere da quel che ha in serbo il futuro, le boutade del presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump riguardo a Groenlandia, Panama e Canada avranno conseguenze concrete. Non sono solo parole oscene, le sue. Sono colpi mortali inflitti all’ordine internazionale nato con il secondo dopoguerra, e che gli Stati Uniti stessi hanno contribuito a creare.

Le mire di Trump riguardo alla Groenlandia, territorio autonomo della Danimarca, non sono nuove. Basta guardare una mappa delle zone economiche esclusive dell’Artico per capire l’interesse del prossimo inquilino della Casa Bianca.

Il grosso dell’Artico rientra nelle zone esclusive di Russia e Canada. Agli Stati Uniti spetta una fetta più piccola. Ma se si includesse anche la parte che spetta alla Groenlandia, il quadro cambierebbe a favore di Washington.

Se a questa grossolana logica geopolitica da fine Ottocento ne aggiungiamo una economica – ossia che, alla luce del cambiamento climatico e del conseguente scioglimento dei ghiacciai, aumenteranno le possibilità di sfruttamento delle risorse e delle rotte commerciali dell’Artico – l’appetibilità della Groenlandia cresce. Lo stesso si dica per Panama, il cui canale è fondamentale per il commercio mondiale. Trump mente quando dice che il canale di Panama è in mano ai cinesi, ma è vero che se il Canale di Panama tornasse sotto controllo americano gli Usa se ne avvantaggerebbero nella competizione con la Cina. Poi c’è il Canada, che Trump accusa di essere un consumatore di sicurezza (Ottawa spende in difesa meno del 2% del Pil concordato in ambito Nato), pur contribuendo all’insicurezza degli Usa attraverso una politica migratoria giudicata troppo laissez-faire secondo il presidente eletto. Insomma, a Trump non mancano i motivi di interesse nei confronti dei tre.

La novità non è questa, bensì gli obiettivi e i mezzi che il tycoon minaccia ora di adoperare. Nel suo primo mandato, Trump aveva proposto di acquistare la Groenlandia, facendosi rispondere malamente da Copenaghen e da Nuuk (capitale dell’isola) che il territorio non è in vendita. Ora ci riprova, ma non lo fa con un’offerta d’acquisto, bensì ventilando l’uso della forza.

Così ha fatto nei confronti di Panama. Più clemente con il Canada, che Trump propone di far diventare il 51esimo Stato degli Usa “solo” attraverso la coercizione economica. In sintesi, il prossimo leader del Paese più potente al mondo minaccia di occupare e annettere Paesi vicini con l’uso della forza.

Tutto questo suona surreale al punto che molti si rifiutano di credere che quest’incubo distopico si realizzerà. Ma a prescindere da quel che accadrà nei prossimi quattro anni, le minacce stesse hanno tre conseguenze devastanti per il sistema internazionale.

Primo, la legittimazione da parte degli Stati Uniti delle sfere di influenza. È un concetto che l’Europa conosce bene: ha causato secoli di guerre sul continente. E continua ancora a farlo con l’occupazione e i tentativi di annessione di parte dell’Ucraina da parte della Russia. Le parole di Trump sono musica alle orecchie di Vladimir Putin, che da sempre rivendica che le grandi potenze hanno diritto ad una sfera influenza (che nel caso della Russia si proietta all’intera Europa dell’est).

Le sue affermazioni vanno a genio anche a Xi Jinping. Se per gli Stati Uniti è legittimo usare la forza per annettere Stati sovrani, perché mai non dovrebbe esserlo per la Cina nei confronti di Taiwan, che non è neanche uno Stato indipendente? La lista di chi sogghigna non si ferma qui. In Medio Oriente, Africa e America Latina grandi potenze non ce ne sono, ma gli Stati che hanno ambizioni territoriali non mancano, da Israele nei confronti dei territori palestinesi al Venezuela rispetto alla Guyana. Insomma, se gli Stati Uniti danno disco verde alle sfere di influenza, allora liberi tutti.

In secondo luogo, vengono le conseguenze delle parole di Trump sul futuro delle alleanze. Il presidente eletto ha minacciato l’uso di misure coercitive nei confronti di tre partner, due dei quali sono alleati nella Nato. Quale può essere il valore dell’articolo 5 del Trattato istitutivo, ossia la clausola di difesa collettiva, se a minacciare due membri – Canada e Danimarca – è niente di meno che l’azionista di maggioranza dell’Alleanza, cioè gli Stati Uniti? E quali sono le implicazioni di questo per un continente in guerra come l’Europa?

Terzo ed ultimo elemento, l’impatto sul diritto internazionale. Di violazioni egregie ce ne sono state fin troppe, da sempre. Gli Stati Uniti stessi ne hanno commesse tante negli anni, per non parlare della Russia oggi in Ucraina, oppure di Israele a Gaza. Ma mai un leader Usa ha così vistosamente sposato l’idea che l’uso della forza possa essere usato per sovvertire la sovranità e l’integrità territoriale di uno Stato, senza neanche invocare una minaccia alla sicurezza internazionale, seppur farlocca come fu il caso delle inesistenti armi di distruzione di massa di Saddam Hussein inventate per invadere l’Iraq nel 2003.

E se Washington non solo viola il diritto del quale è stata grande artefice nel dopoguerra, ma lo ripudia e sbeffeggia, sposando al suo posto l’idea che «i forti fanno ciò che devono fare, e i deboli accettano ciò che devono accettare», allora il futuro, che era già fosco, si incupisce molto di più.