Cara Cecilia, ora usa la tua forza per rimanere chi sei

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Umberto Galimberti, La Repubblica

Siamo tutti contenti per la liberazione di Cecilia Sala. Ma questa gioia collettiva non ci deve far dimenticare le conseguenze non proprio leggere che venti giorni di reclusione in una cella, da sola, con la luce accesa notte e giorno, senza un materasso su cui potersi adagiare, con una coperta sul pavimento e una per difendersi dal freddo, senza indumenti di ricambio, senza – almeno nella prima parte della prigionia – un giornale o un libro da leggere e senza neppure gli occhiali da vista per poter leggere, possono aver lasciato come traccia, speriamo non indelebile, nel corpo e nella psiche di Cecilia, improvvisamente sottratta al suo mondo e racchiusa in quel non-mondoche è la cella carceraria in cui è stata relegata.

Quali strategie mentali e comportamentali Cecilia può aver messo in atto per fronteggiare una situazione, a dir poco problematica e stressante, commisurata alle sue competenze e abilità? Come si può pianificare una propria strategia capace di trovare una soluzione idonea a reggere una situazione che, senza esitazione, possiamo definire angosciante?

E qui non uso la parola “angoscia” nell’accezione generica con cui spesso viene impropriamente impiegata. A differenza della “paura” che è un ottimo meccanismo di difesa che ha sempre un oggetto determinato da cui ci si vuol difendere, l’angoscia non ha un oggetto determinato perché è l’“esperienza del nulla”, nel senso che non c’è proprio nulla a cui far rifermento per poterci tranquillizzare. Per meglio capirci pensiamo ai bambini che non hanno paura di niente, per cui vanno sempre sorvegliati in quanto sempre sono esposti ai pericoli, ma cadono in angoscia quando, non ancora addormentati, la mamma, spenta la luce, esce dalla stanza, e nel buio il bambino “perde letteralmente il suo mondo” di riferimento e fa esperienza del nullaperché, nel buio, non c’è proprio nulla a cui potersi riferire per tranquillizzarsi. E perciò, “angosciato”, si mette a strillare.

Cecilia non era al buio, ma le pareti mute della sua cella, l’assenza di qualcuno a cui potersi relazionare, la destrutturazione della temporalità che non consentiva di distinguere la notte dal giorno, l’assenza di motivazione che rendeva ai suoi occhi incomprensibile la carcerazione, potevano innescare, e forse hanno anche innescato, processi di “derealizzazione” con persistenti e ricorrenti vissuti di irrealtà del proprio ambiente circostante, avvertito come onirico, distante o distorto, quando non anche processi di “depersonalizzazione” con ricorrenti vissuti di sentirsi distaccata da sé, come se fosse un’osservatrice esterna dei propri processi mentali ed emotivi.

Tutta questa esperienza angosciante è finita con la sua liberazione? Ce lo auguriamo tutti e Cecilia stessa se lo augura, anche se sa che purtroppo dovrà fare i conti con quello che la psicologia chiama “stress post-traumatico”, ben noto a chi è stato vittima di disastri naturali improvvisi, come terremoti, maremoti, eruzioni vulcaniche, disastri naturali come le epidemie di cui abbiamo fatto recente esperienza, disastri ecologici come le carestie da cui fuggono tanti che vengono da noi, disastri improvvisi come incendi, esplosioni, incidenti nucleari come Chernobyl. Come le guerre che noi vediamo solo in televisione, le diaspore, i trasferimenti di popolazione, le migrazioni a cui assistiamo con una certa insofferenza. Come i traumi conseguenti a incidenti stradali, stupri, abusi, molestie sul lavoro a cui non diamo troppa importanza,emarginazione sociale come spesso accade ai senzatetto o ai detenuti le cui condizioni carcerarie inducono spesso al suicidio nella nostra assoluta indifferenza, come agli immigrati a cui neghiamo lo sbarco in porti vicini.

Anche Cecilia, sia pure avvantaggiata dalla sua giovane età e dalla riconosciuta e apprezzata sua professionalità, come farà a riprendere la sua vita precedente come se nulla fosse successo? Nessuno può rimuovere una simile esperienza, perché, come Freud ci ricorda, «il rimosso ritorna». Ritorna negli incubi notturni, nel nuovo modo di relazionarsi un po’ avvelenato da un ingiustificato senso di colpa indotto da chi tacitamente e ipocritamente ti lascia intendere che un po’ questa sorte te la sei cercata andando in Iran. Ritorna nel modo di amare e di essere aperti al mondo come lo si era prima, perché lo stress post-traumatico, coinvolgendo aspetti cognitivi, affettivi, sensoriali viscerali e aspetti comportamentali che interagiscono tra loro, quando oltrepassa le capacità di resistenza del singolo individuo, indeboliscono il sistema immunitario e di conseguenza espongono il soggetto al rischio di patologie psichiche o somatiche o entrambe per periodi più o meno lunghi.

A Cecilia, ovviamente non auguro nulla di tutto questo, anche se non possiamo trascurare le testimonianze di quanti hanno vissuto esperienze simili alla sua e per un tempo più prolungato. Un solo consiglio, se mi è consentito: la capacità di controllo che Cecilia ha dimostrato nel periodo della sua detenzione lo riutilizzi per governare gli effetti dello stress post-traumatico che le consentirà di mantenere intatta al propria autostima, che è il bene più prezioso che questa terribile esperienza può averle fatto conoscere.

Nell’immagine: Cecilia Sala metre torna nella sua casa a Roma


«51esimo stato», il Canada reagisce. «Non accadrà mai»

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Daniela Sanzone, il manifesto

Sembrava una provocazione, ma ora è una vera e propria minaccia. Secondo il presidente eletto Donald Trump, il Canada dovrebbe essere il 51mo stato Usa e il primo ministro Justin Trudeau il suo governatore. La minaccia ieri è stata confermata da un post sul suo social Truth in cui Trump ha dichiarato che i canadesi accoglierebbero favorevolmente questa idea e ha pubblicato una cartina in cui il Canada appare a stelle e strisce.

A METTERCI il carico da 90 è stato Elon Musk, che sempre ieri ha risposto alla dichiarazione di Trudeau che respingeva una fusione Canada-Usa, scrivendo: «Ragazza, non sei più il governatore del Canada, quindi non importa quello che dici». Già in passato era stato fatto notare a Trump che il Canada non ha un governatore ma un primo ministro.
Queste affermazioni arrivano in un momento piuttosto delicato per Canada, il secondo paese più vasto della terra dopo la Russia, che ha visto Trudeau annunciare le proprie dimissioni lo scorso lunedì, come primo ministro e leader dei liberali, il centro sinistra canadese, in seguito a pressioni giunte anche dal suo partito. La sua vice Chrystia Freeland, anche ministra delle Finanze, si è dimessa il 16 dicembre, seguita da altri colleghi, perché Trudeau avrebbe perso la fiducia della maggioranza dei canadesi e dunque per salvare il partito, in vista delle elezioni previste per ottobre
Trudeau è stato anche criticato proprio per il deterioramento delle relazioni con gli Stati uniti, maggiore partner commerciale del Canada. Infatti, anche se Trump ha dichiarato che non ha bisogno dei prodotti canadesi e ha minacciato di imporre pesanti dazi sulle importazioni di prodotti su di essi, Ottawa fornisce agli Usa più petrolio grezzo di qualsiasi altro paese, rappresentando circa il 60% di tutte le importazioni americane.

IN QUESTO CONTESTO e a pochi giorni dall’insediamento di Trump alla Casa bianca, si stanno dunque creando tensioni tra Washington e Ottawa. Se Trudeau ha dichiarato che la possibilità che questa annessione accada non esiste né in cielo né in terra, il leader del partito conservatore all’opposizione Pierre Poilievre, che sembra avere serie possibilità di vincere le prossime elezioni, ha a sua volta affermato su X: «Il Canada non sarà mai il 51mo Stato. Punto. Siamo un grande Paese indipendente. Siamo il migliore amico degli Stati uniti. Abbiamo speso miliardi di dollari e centinaia di vite per aiutare gli americani a vendicarsi degli attacchi di al Qaeda dell’11 settembre. Forniamo agli Usa miliardi di dollari di energia di alta qualità e completamente affidabile a prezzi molto inferiori a quelli di mercato. Acquistiamo centinaia di miliardi di dollari di beni americani». Poilievre ha anche promesso che, se eletto, riprenderà «il controllo del confine per garantire la sicurezza sia del Canada che degli Stati uniti ».
Secco e diretto anche Doug Ford, premier conservatre dell’Ontario, la provincia che fornisce energia elettrica a diversi stati di confine, con una rete elettrica interconnessa fra i due paesi.

«Arriveremo a tagliare la loro energia – ha detto Ford dopo l’intervista martedì sera con Jesse Watters di Fox News – fino al Michigan, fino allo Stato di New York e fino al Wisconsin. Non vorrei che questo accadesse, ma il mio compito principale è proteggere gli abitanti dell’Ontario e i canadesi nel loro complesso». E ha aggiunto: «Il presidente eletto è un magnate immobiliare. Ha guadagnato miliardi. Ma quella proprietà non è in vendita».

POI HA PROPOSTO di creare una fortezza Am-Can e di assicurarsi che sia la giurisdizione più ricca, prospera e benestante al mondo: «Abbiamo i minerali critici, l’energia, l’elettricità di cui l’America ha bisogno ».
Danielle Smith, premier della provincia dell’Alberta, altro grande partner economico degli States, anche lei di orientamento conservatore, ha scritto su X che il Canada è il miglior cliente degli Stati uniti, ma è una «nazione forte e indipendente, con la nona economia più grande al mondo e il nostro vicino del sud beneficia di questa forza economica».

Il Canada condivide il confine più lungo del mondo con gli Usa, che si estende per quasi 9.000 chilometri su terra, laghi e mare. L’ultima guerra che ha diviso i due paesi risale addirittura a oltre duecento anni fa, al 1812-15, quando il Canada ancora non esisteva come paese sovrano, essendo un dominio della Gran Bretagna. Da allora i rapporti fra i due paesi hanno goduto di una pace durevole e feconda con pochissime rivendicazioni reciproche, godendo del vantaggio di strettissime e ricchissime relazioni commerciali e una lingua comune, ma nutrendo un fiero sentimento di indipendenza reciproca, anche se gli americani generalmente ignorano le differenze che dividono gli Usa dal loro partner del Nord. Una pacifica interdipendenza oggi messa a dura prova.

Nell’immagine: Justin Trudeau


Quella parola più usata dell’anno

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Incontro un amico, docente, e mi fa una sintesi estrema della situazione geopolitica mondiale: “È sempre più un mondo di merda”. Ignora che quella parola è la più usata dell’anno.

Tra le tragedie, le sconfitte, i fallimenti e le facce poco raccomandabili o detestabili che si sono accollate al passaggio tra un anno e l’altro, ecco infatti che si è voluto incastonare anche la parola più usata nell’anno appena trascorso. Quella, stando a sociologi e a curatori seri di dizionari, che entra da regina nel lessico ufficiale comune perché esprime una tendenza della società e riflette l’“aria del tempo”. E la parola maestosa e imperante nel 2024, a quanto risulta, è stata proprio quella. In tutto il mondo. E quindi ne deriva subito un giudizio perentorio sul mondo com’è e come va. Parliamone, con sussiego.

Nell’altra faccia del mondo, in Australia, per il Macquairie Dictionnary che si occupa ogni anno della faccenda, la parola cui si è ricorso maggiormente è “enshittification”. Siamo vicini. In italiano non trova traduzione o qualcosa di avvicinabile sul dizionario; i francesi se la cavano facilmente con “emmerdement”, che trova posto nel loro classico dizionario Larousse; i tedeschi ricorrono a parola più complicata da pronunciare (Schererei), quasi onomatopeica.

Non si dà però l’idea di ciò che intendevano gli australiani. I quali utilizzano la loro parola per designare lo scaricamento di contenuti sozzi e schifevoli sulle piattaforme in linea che (aggiungono) sono ancora esponenzialmente cresciute dopo che il miliardario americano Elon Musk ha preso il controllo di X.

Dal cervello alla mousse

Quasi a far eco all’Australia, ecco l’Oxford English Dictionary che consacra parola dell’anno “brain-rot”. Che, meno raffinati degli inglesi, potremmo tradurre come “merda nel cervello” o “cervello pieno di merda”. Anche se, in senso stretto o più preciso, rot significa putrescente. Fatto è – ci si dice, matematicamente – che l’uso di quella formula è aumentato del 240 per cento nell’anno appena passato e designa “uno stato mentale nel quale il sovraconsumo di contenuti di basso livello, perlopiù nei media sociali, comporta una grave e crescente degradazione mentale”.

Potremmo quindi dire, in sintesi, accoppiando Sydney con Londra, che è appunto l’enshittification delle reti sociali che provoca il brain rot negli utenti. E che l’addizione porta a una cloaca è certezza matematica.

Non è però finita. Pantone che impegna ogni anno vari esperti per definire anche il colore dell’anno ha scelto, per il 2025, il Mocha-Mousse e lo giustifica in questo modo: “Pantone Color ha selezionato una tinta marrone calda e ricca che alimenta il nostro desiderio di conforto evocando sottilmente il cacao, il cioccolato e il caffè”.

È chiaro che tutti finiscono per vedere altra cosa, ispirati o imbeccati dalla parola dell’anno.

Cachistocrazia

Rimane a questo punto una domanda: ci sono o no delle persone che approfittano o godono di questo torrente di merda che si riversa sui media, nella politica, nelle piattaforme e che finisce nel nostro cervello?

Ed è allora una prestigiosa rivista economica, The Economist, che cerca di darci una risposta in un articolo consacrato alle parole del 2024. La sua parola dell’anno è comunque kakistocratie, dal greco kakos (cattivo) e kratos (potere).

È il potere dei malvagi o dei mediocri o semplicemente dei “merdosi” (degli stercorari, si potrebbe anche dire). Il prestigioso settimanale inglese constata una prima emergenza della parola (con una ricerca su Google) il giorno dopo la vittoria di Donald Trump. Un secondo picco lo scopre nella settimana dell’11 novembre quando Trump nomina: Matt Gaetz, accusato di delitti sessuali e di traffico di droga, oggetto di un’inchiesta etica del Congresso, come il più alto responsabile dell’applicazione della legge del Paese; Robert Kennedy, personaggio dalle idee deliranti sui vaccini, come ministro alla Salute; Tulsi Gabbard, adepto delle teorie del complotto e amico di despoti siriani e russi, per dirigere i servizi di informazione americani; Pete Hegseth, animatore della Tv Fox News, coperto in ogni centimetro della pelle con tatuaggi emblemi dell’estrema destra, come segretario alla Difesa.

Dio e le mosche che non riposano mai

C’è chi per schivare l’oliva si rifugia in quanto scriveva Milan Kundera nel suo ammirabile romanzo l’”Insostenibile leggerezza dell’essere”: “La merda è un problema teologico più arduo del problema del male. Dio ha dato all’uomo la libertà e quindi, in fin dei conti, possiamo ammettere che egli non sia responsabile dei crimini perpetrati dall’umanità. Ma la responsabilità della merda pesa interamente su colui che ha creato l’uomo”.

Forse potremmo anche solo citare, una poetessa, troppo dimenticata, molto concreta e lirica nello stesso tempo, Alda Merini: ”Le mosche non riposano mai perché la merda è davvero e sempre tanta”.

Nell’immagine: il colore PANTONE 17-1230 Mocha Mousse


Ma il sipario non è affatto calato

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Andrea Manna, laRegione

Chi pensa che con le dimissioni dalla magistratura, ufficialmente per ragioni di salute, del presidente del Tribunale penale cantonale Mauro Ermani si chiuda, parzialmente o del tutto, il dossier ‘caos Tpc’, si sbaglia di grosso. Perché diversi e rilevanti sono gli aspetti su cui bisogna ancora fare piena luce, un atto dovuto soprattutto ai cittadini. L’auspicio pertanto è che vengano chiariti, in maniera convincente, dalla Commissione di ricorso sulla magistratura dinanzi alla quale Siro Quadri e Francesca Verda Chiocchetti hanno impugnato la discutibile, controversa sentenza del Cdm, il Consiglio della magistratura, che lo scorso mese li ha addirittura destituiti dalla carica di giudice.

Secondo il Cdm, la colpa principale dei due togati (al momento ex) del Tribunale penale è di aver denunciato il presidente del Tpc per un reato, quello di pornografia, che “sapevano” non esserci, in relazione alla foto tratta da Internet dei due falli giganti di plastica e inviata via WhatsApp da Ermani alla segretaria presunta vittima di mobbing da parte di una collega. Reato inesistente, ha stabilito il procuratore straordinario grigionese con una motivazione stringata e risibile, peraltro senza aver sentito neppure la destinataria dell’invio di quell’immagine. I due peni? “Simili a gonfiabili da piscina”. Sconcertante, per dirla con Verda Chiocchetti e Quadri. Ma sconcertante, e sproporzionata, è anche la sanzione disciplinare, la più dura, inflitta dal Cdm ai querelanti. Licenziamento in tronco e niente stipendio.

“La denuncia del collega per un reato che sapevano non sussistere è inaccettabile e inconciliabile con la funzione di magistrato”, è la spiegazione del Consiglio della magistratura. Parole che suonano però come giustificazione di quanto lo stesso organo di vigilanza afferma nel verdetto di destituzione e cioè che, entrato in possesso della foto, non ha segnalato nulla al Ministero pubblico, non ravvisando “alcun elemento che potesse fare entrare in linea di conto la commissione di un reato perseguibile d’ufficio (quale ad esempio, appunto, la pornografia)”. Nei rispettivi ricorsi, con argomenti che ci paiono assai solidi, i giudici rimossi ribadiscono che l’illecito sussisteva e che andava quindi denunciato. Per non incappare in un possibile favoreggiamento. Attendiamo la sentenza della Commissione di ricorso.

Come mai il Cdm ha destituito Quadri e Verda Chiocchetti nonostante fosse stato ricusato e la relativa istanza fosse ancora sub iudice? Per quale motivo non ha aspettato la conclusione anche del procedimento disciplinare aperto nei riguardi di Ermani dopo la segnalazione della Sezione risorse umane (Amministrazione cantonale) cui a un dato momento si è rivolta la segretaria presunta mobbizzata (procedimento adesso decaduto con la partenza dell’interessato)? Sono alcune delle domande a oggi senza risposta. Intanto Ermani, che non ha risolto i conflitti in corso da anni tra vari funzionari del Tpc, come avrebbe dovuto fare in veste di presidente (cosa c’è nel rapporto Galliani?) , e che ha inviato la foto dei due peni che non ha certo valorizzato l’immagine della magistratura, si è dimesso, di fatto un pensionamento anticipato. Quadri e Verda Chiocchetti invece sono stati destituiti…

All’orizzonte un grande problema: l’assenza di tre giudici su cinque rischia di paralizzare l’attività del Tpc. Una soluzione potrebbe essere la reintegrazione provvisoria dei magistrati destituiti, restituendo l’effetto sospensivo ai loro ricorsi. Ciò in attesa delle decisioni di merito della Commissione di ricorso.

No, il dossier non è chiuso.

Nell’immagine: i gonfiabili da piscina


Il barberismo tra i neologismi della Treccani, un movimento contro la dissoluzione culturale

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Alberto Infelise, La Stampa

C’è un momento nella vita di ogni medievista in cui ci si trova di fronte alla domanda: sì, vabbè, ma con tutto questo Medioevo che ci devo fare? È un momento difficile, perché lo studio del Medioevo è appassionante e molto divertente (come il gioco del tennis, per esempio) ma da qui a farne un mestiere anche minimamente redditizio ce ne passa (anche qui, come nel tennis). Poche settimane fa, in quanto medievista fallito, ho chiesto ad Alessandro Barbero se si fosse posto questa domanda. Lui mi ha guardato come si guardano gli sconsiderati, sgranando quegli occhi grandi e mi ha risposto: «Ah no, io ero sicuro di voler studiare Storia tutta la vita. E così ho fatto». Da risposte simili trae origine il successo travolgente e popolare dell’esperto di una materia travolgente giusto per gli appassionati e impopolare nella stragrande maggioranza dei casi. Ma Barbero non è la stragrande maggioranza dei casi.

La Treccani ha deciso di inserire il termine “barberismo” nel suo Libro dell’anno 2024, definendolo così: «L’appassionato apprezzamento da parte di migliaia di persone per le conferenze o lezioni tenute dallo storico e scrittore Alessandro Barbero nell’àmbito di vari contesti e format (in presenza, all’interno di programmi televisivi, tramite il canale YouTube, come podcast, come video registrati e rilanciati dai fan nei social network)». Ora, non sempre gli “-ismi” sono positivi di per sé e non è affatto detto – anzi, è piuttosto improbabile – che lo stesso professor Barbero sia poi tanto contento di essere compreso in una definizione, ma non siamo qui a discutere della soddisfazione del medesimo. Siamo qui a ragionare di un fenomeno sociale e culturale che va molto al di là delle intenzioni barberiane. «Tutto iniziò – mi raccontò quella sera di qualche settimana fa – quando la collega Chiara Frugoni mi propose di collaborare alla scrittura del Dizionario del Medioevo per Laterza. Il libro ebbe successo e l’editore iniziò a chiedermi di scrivere dei volumi storici divulgativi, non di quelli iper specialistici destinati alle biblioteche universitarie».

Da lì, dice il professore, iniziò l’avventura di un divulgatore che portò alla chiamata di Piero Angela che lo convinse ad andare in tv a raccontare la Storia. E qui la cosa si fa interessante. Perché la Treccani centra in pieno le ragioni fondative del barberismo e per descriverle cita l’esemplare pezzo (colpirne uno per farne leggere cento) che Andrea Minuz scrisse per Il Foglio lo scorso maggio: «Ma non è sulla tv che si è costruito il fenomeno. Il barberismo nasce col passaparola, rimbalzandosi tra gruppi Whatsapp e pagine Facebook, video di lezioni e conferenze tenute in giro per l’Italia. Video registrati dai fan, quindi bassa qualità, inquadratura fissa rubacchiata col cellulare, audio così-così. Una low-definition che restituiva il fascino di una comunità catacombale per pochi adepti. Nel frattempo, diventavano milioni di visualizzazioni. Però poche settimane fa, a una lezione-conferenza sul delitto Matteotti era vietato riprendere Barbero col telefonino. Al Teatro Sociale di Rovigo c’era una troupe, regista, telecamere, tutto (costo del biglietto: 42 euro). Forse è il momento di un film, una docufiction, una serie. Chissà».

Barbero e il barberismo sono, con tutta evidenza, un fenomeno spiegabile soltanto con la fiducia negli istinti migliori del genere umano. Egli non parla di cose semplici o comunque di prima fruibilità per il grande pubblico. Egli non è (ci perdonerà il professore) un Adone che strega le masse ipnotizzandole con una bellezza fisica strabordante. Egli non maschera in nessun modo il suo forte accento piemontese, che per carità da queste parti è piuttosto comune, ma nel resto del Paese, insomma, non va proprio per la maggiore. Eppure a ogni incontro pubblico centinaia di appassionati accorrono per sentir parlare di Dante, dei Trinesi (intesi come abitanti di Trino Vercellese) alle Crociate o di Napoleone e ogni volta altre centinaia rimangono fuori dai teatri perché non è più possibile far entrare anima viva. Barbero è diventato il medievista più popolare della storia della cultura popolare italiana per la qualità delle cose che racconta, per la modalità, per l’autorevolezza, per la bonomia e per la simpatia con cui le racconta. Prima di lui era stato Umberto Eco (che però non era un medievista) a trasformare il Medioevo in una meravigliosa giostra, trasformando una materia in vero ostile («Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus») nel successo popolare e mondiale de Il nome della rosa. Barbero va oltre. Barbero usa il metodo storico, la ricerca spasmodica dei documenti, per generare la fiaba della realtà del passato e portarsi appresso incantate dal piffero magico orde liete di appassionati e studiosi in pectore. Barbero porta la Storia a chi magari non l’ha studiata un granché, ma improvvisamente scopre che è una meraviglia. Il tutto senza praticamente andare in tv, senza gestire dei social network, rarissimamente concedendo interviste e rispondendo con graziosi “no” a novantanove dei cento inviti a convegni, festival, seminari che ogni giorno gli vengono proposti. Barbero e il barberismo rispondono alla domanda di cose belle che quotidianamente viene disattesa dalla tv, dai social, e anche da altri media che per carità di patria non staremo qui a nominare. Barbero e il barberismo sono il circolo virtuoso che si innesca grazie al passaparola di chi chiede alla cultura di farsi divulgazione e ai professori di farsi narratori. Per saperne tutti un po’ di più. E diventare, ogni giorno, un po’ migliori.

Nell’immagine: Alessandro Barbero


Veronica Noseda – JM le Pen, il visionario dell’estrema destra francese

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Veronica Noseda è corrispondente di Naufraghi/e da Parigi


Trump, giochi pericolosi: il primo discorso da presidente è di fuoco

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. L’uomo che si vanta di aver guidato l’America per quattro anni senza coinvolgimenti in guerre, minaccia di ricorrere alla forza, militare ed economica, per convincere Panama a dare agli Usa il controllo del Canale e la Danimarca a cedere la Groenlandia a Washington mandando in soffitta decenni di dottrina politica Usa che predilige l’autodeterminazione all’espansione territoriale.

A tredici giorni dall’insediamento alla Casa Bianca e all’indomani della certificazione del Congresso della vittoria elettorale, Donald Trump convoca i reporter a Mar-a-Lago. La scusa è l’annuncio da parte della società degli Emirati Arabi di un investimento da 20 miliardi di dollari negli States per data center, il succo però è nel botta e risposta con i giornalisti.

Il presidente-eletto è un fiume in piena e fra citazioni errate, imprecisioni e annunci, sembra delineare quella che sarà la sua politica – estera e interna – quando tornerà allo Studio Ovale in un mondo che dice «è già cambiato», e tutti i leader lo hanno riconosciuto. Cita, ad esempio, il recente blitz di Giorgia Meloni a Mar-a-Lago: «È venuta perché voleva vedermi».

I dettagli della sua agenda sono importanti ma in attesa di applicazione, la cornice però stavolta sembra pesare di più poiché quella che dipinge Trump è un’America muscolare, minacciosa, e pronta a mettere a soqquadro il mondo per garantire quella che il tycoon chiama la “Golden Age del business e del buon senso”, l’era che nelle sue aspettative si aprirà dal 20 gennaio.

Tremano i vicini, osservano gli europei, sobbalzano i danesi che non solo vedono atterrare a Nuuk Donald jr a bordo dell’Air Trump One («sono qui da turista» dice nel suo podcast Triggered), ma sentono dalla viva voce del padre che la Groenlandia è questione di sicurezza nazionale e quindi in un modo o nell’altro deve finire sotto guida Usa.

Se Copenaghen si oppone, avverte Trump, ci sono sempre le tariffe da imporre. La premier Mette Frederiksen replica: «Non riesco a immaginare che si arrivi a questo» dice riferendosi alle minacce economiche e militari. Il futuro della Groenlandia deve essere deciso dai 57 mila abitanti dell’isola, la linea danese.

Il destino di Nuuk è accomunato da quello di Panama. Trump affonda il coltello, dice cose che aveva già pronunciato, ma annuncia che le «discussioni sul Canale sono già in corso». Trump lo rivuole sotto bandiera americana, gli Usa lo lasciarono a Panama per 1 dollaro, è il riferimento all’accordo che fu stipulato da Jimmy Carter (ieri il suo feretro è arrivato ai Navy Archives di Washington). Ma ora, dice il presidente-eletto, ci «sono le mani della Cina, la sua Marina paga meno di noi». Gli Usa pagano per la manutenzione e la costruzione, gli altri fanno affari, la sintesi del Donald-pensiero. Anche Panama, quindi, finisce nel calderone della sicurezza nazionale, è vitale per gli interessi economici Usa e non può restare fuori dall’orbita di controllo statunitense. Vale la stessa cosa che per la Groenlandia, uso della forza per riprenderlo.

Ai vicini di casa – Messico e Canada – Donald Trump consegna parole al vetriolo, sprezzanti. Trudeau, dimissionario premier canadese, resta il «governatore» di uno Stato «da cui non prendiamo nulla, ma che ci costa miliardi di dollari in protezione». Ora Ottawa, «deve pagarci per la sicurezza».

Il Messico è «veramente in crisi». E qui Trump annuncia che cambierà il nome del Golfo del Messico in Golfo dell’America.

Sulla sicurezza e le spese arriva anche l’affondo contro gli alleati della Nato, struttura che lui ha salvato – parole sue – perché, dopo le sue minacce di non difendere gli alleati morosi, «tutti hanno cominciato a versare più contributi». Il 2% però – la quota di spese militari in relazione al Pil negoziata nel 2014 – è ora insufficiente e Trump ripete che «dovrebbe essere al 5%». «Tutti possono permettersi questa spesa» e quindi «se non paghi noi non ti proteggiamo».

Filosofia che aveva già sciorinato in passato prendendosi – e lo dice lui stesso – accuse e colpi, ma che oggi a meno di due settimane dall’avvio della presidenza diventa più concreta.

Quello che entro il 20 gennaio Trump vuole è la liberazione degli ostaggi. Il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, ha preso brevemente la parola nella conferenza stampa. Ha annunciato la missione a Doha per oggi e detto che «speriamo di avere qualcosa di annunciare». Non è sceso in dettagli ma ha detto che «siamo vicini a qualcosa che può realizzarsi prima dell’inaugurazione». E qui Trump è nuovamente intervenuto traducendo nel suo linguaggio quanto detto da Witkoff. «Se gli ostaggi non saranno liberi prima della inaugurazione, si scatenerà l’inferno in Medio Oriente». Quindi ha puntato il dito contro Hamas, avvertendo che l’inferno in pratica si rovescerà sui loro miliziani.

La proiezione americana nel mondo avverrà anche tramite la sua produzione energetica. Che Trump vuole potenziare. Ha annunciato che cancellerà subito il bando varato lunedì da Biden sull’esplorazione di ampie parti delle acque Usa fra Atlantico e Artico e darà luce verde all’esplorazione nella riserva dell’Alaska. Cambierà l’approccio all’Ucraina pure, «quello di Biden è stato un fiasco» e salteranno i sussidi e gli incentivi a vari livelli per la transizione a un’economia verde. E resta un punto interrogativo il futuro dei prigionieri per i fatti del 6 gennaio. Il perdono non è escluso.


Addio controlli sulle fake news. Zuckerberg si allinea a Trump

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Andrea Capocci, il manifesto

Anche Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook e amministratore delegato di Meta, sale sul carro di Donald Trump e Elon Musk. Lo ha spiegato con un video di cinque minuti in cui ha annunciato una svolta editoriale e politica per Facebook, Instagram e Threads, i social network controllati dal gruppo. Meta smantellerà il reparto aziendale incaricato di impedire la diffusione di notizie false sulle piattaforme. Lo stesso Zuckerberg ha ammesso che il modello da seguire adesso è Musk: «D’ora in poi faremo a meno dei fact-checkers e, come ha fatto X/Twitter, li sostituiremo con l’algoritmo Community Notes», che affida agli utenti stessi la segnalazione di contenuti poco affidabili. «I fact-checkers erano troppo orientati politicamente, invece di aumentare la fiducia degli utenti l’hanno distrutta» ha spiegato. Inoltre non saranno più oscurati i contenuti che riguardano temi delicati come immigrazione e genere.

NEL MIRINO c’è la cosiddetta ideologia woke, «un movimento nato per l’inclusione usato sempre più spesso per mettere a tacere le persone e le opinioni» come si direbbe su Rete 4. D’ora in poi il team dedicato alla moderazione di Instagram, Facebook and Threads interverrà solo sui contenuti illegali e sulle violazioni più gravi del codice etico di Facebook. Per metterlo a suo agio, il team sarà trasferito dalla California liberal al repubblicano Texas, dove c’è «meno interesse intorno al suo orientamento politico».

Altro dietrofront: dopo anni in cui gli algoritmi ne hanno penalizzato la visibilità, i post a tema politico torneranno a circolare sui social targati Meta: «Adesso – ha spiegato Zuck – la gente ne vuole ricevere di più». Quale sia la politica gradita diventa esplicito alla fine del messaggio: «Lavoreremo con il presidente Trump per respingere i governi che premono per una censura più forte» dice il capo di Meta riferendosi all’Europa ma anche l’amministrazione Biden. «Negli ultimi quattro anni, anche il governo statunitense ha fatto pressione per una maggiore censura, e in questo modo ha incoraggiato anche altri governi a farlo. Ma ora abbiamo l’opportunità per ripristinare la libera espressione e non vedo l’ora di coglierla».

IL NEO-PRESIDENTE non avrebbe potuto chiedere di più. Finora per veicolare i suoi messaggi strampalati poteva contare sul suo social personale Truth (quasi invisibile) e su X, da sempre minoritario con i suoi trecento milioni di utenti attivi. Ora per il suo circo avrà a disposizione i più influenti Facebook (tre miliardi di utenti) e Instagram (due miliardi). Non era scontato.

I rapporti tra Zuckerberg e il clan Trump-Musk sono stati da sempre piuttosto tesi. In «Save America», il resoconto sui suoi primi quattro anni alla Casa Bianca, Trump aveva accusato l’imprenditore di aver tramato contro di lui nelle elezioni perse nel 2020 e minacciandogli la «prigione a vita» in caso di nuove ingerenze. Più folcloristica la rivalità tra Zuckerberg e Musk, che a fine 2023 sembravano pronti a menarsi in uno scontro-show ospitato in una location italiana sotto l’egida dell’allora ministro della cultura Gennaro Sangiuliano. Si parlò del Colosseo, poi sfumò tutto.

LA RECENTE svolta trumpiana di Meta però non è nemmeno una sorpresa. Nella campagna elettorale Zuckerberg non si è schierato pubblicamente ma a elezioni concluse è volato a Mar-a-Lago per incontrare il nuovo eletto. Dopo il meeting, Zuckerberg ha donato un milione di dollari al comitato organizzatore della cerimonia inaugurale della presidenza prevista per il 20 gennaio. E con le nomine al vertice di Meta, ha avvicinato il gruppo ai repubblicani Usa.

Il 3 gennaio si è dimesso Nick Clegg, ex-leader dei liberali inglesi e capo delle relazioni globali che aveva fondato e coordinato il comitato di controllo di Facebook. Il suo posto è stato preso ieri dal repubblicano Joel Kaplan, già vice-capo dello staff della Casa Bianca ai tempi di G. W. Bush. La svolta a destra di Meta è completata dalla nomina nel Cda del trumpiano Dana White, capo dell’organizzazione di arti marziali Ultimate Fighting Championship, e di John Elkann, presidente di Stellantis, amministratore delegato della holding Exor e, in quanto tale, editore del gruppo Gedi (che pubblica La Stampa e La Repubblica) e del settimanale internazionale The Economist.

OLTRE A ZUCKERBERG i neo-trumpiani sono improvvisamente diventati numerosi nel mondo digitale. Basta leggere la lista dei donatori della kermesse del 20, di gran lunga la più ricca di sempre con 200 milioni di dollari già raccolti. Un milione è arrivato da Sam Altman, il fondatore di OpenAI e dell’intelligenza artificiale chatGPT. Jeff Bezos ( Amazon, Blue Origin e Washington Post) ne ha donati ben due. E altrettanti ne ha offerti Dara Khosrowashahi, amministratore delegato della piattaforma Uber.


Andrea Graziosi: “Contrordine la parola razza è tornata tra noi”

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Simonetta Fiori, La Repubblica

Può la storia di una parola o di un concetto aiutarci a capire le resistenze profonde che ancora annidano nella coscienza occidentale rispetto ai migranti di altro colore? Alla fine della lettura de Il ritorno della razza, un denso saggio di Andrea Graziosi ora pubblicato dal Mulino, si mettono a fuoco alcuni punti essenziali per affrontare “un grande problema politico contemporaneo”, come recita il sottotitolo.

Il primo riguarda la parola “razza”, espunta dopo gli orrori del Novecento dal vocabolario della cultura democratica: abbiamo eliminato il termine, ma è sopravvissuta una concezione etnica della nazione fondata su unità di sangue e di lingua, concetto storicamente intrecciato a quello di razza e quindi impregnato di una visione chiusa e gerarchizzante. E il secondo punto è una conseguenza del primo: da Farage a Orbán, da Le Pen al leader dell’estrema destra tedesca Hocke, da Vannacci e Salvini ai Fratelli d’Italia allarmati dalla “sostituzione etnica”, la destra nazionalpopulista europea non fa altro che cavalcare un sentimento sedimentato in Europa attraverso svariati secoli, con il contributo delle peggiori coscienze e di quelle più illuminate.

«Purtroppo la razza è tornata tra noi», dice Graziosi, uno dei maggiori esperti di storia sovietica e dell’Europa orientale, ora al lavoro su una grande opera che ripercorre le classificazioni umane, come razza appunto, popolo, nazione, lingua, etnia. «Si tratta di una mentalità profonda che oggi deve essere riconosciuta e affrontata. Anche facendo chiarezza su un equivoco concettuale che ci portiamo dietro da un secolo».

Qual è questo equivoco?

«Da un certo momento in poi — più precisamente dal 1935 — l’Europa antinazista stabilisce che la parola “razza” è indicibile, un termine vergognoso, ma propone di sostituirlo con il concetto di “etnia” e di “comunità di discendenza”, ossia l’idea di nazione come comunità naturale composta da chi proviene dalla stessa stirpe. In questo modo viene eliminata solo una faccia della medaglia perché i due concetti — razza e popolo — per svariati secoli erano rimasti intrecciati, quasi interscambiabili».

Il termine razza fu condannato dopo le aberrazioni della ideologia nazista.

«Sì, di fronte alle teorizzazioni di una razza superiore ariana e indogermanica alla quale sottomettere latini e slavi, con gli ebrei ridotti a subumani, gli intellettuali europei che pure avevano lungamente legittimato quel termine decidono di espungerlo. La proposta formale arrivò da Julian Huxley, il grande biologo fratello di Aldous: nel 1935 chiese che la parola razza fosse sostituita da quella di etnia. Ancora nel 1967 la condanna del razzismo da parte dell’Unesco è netta, ma sopravvive la celebrazione dei popoli intesi come comunità etniche pure. Impostazione da cui non ci siamo ancora liberati».

Fuori d’Europa invece la parola razza ha continuato a vivere.

«Negli Stati Uniti, e in Brasile come colore, figura persino nei censimenti. E nei campus americani abbiamo assistito al proliferare di Center for the Study of the Race, sollecitati dal basso da chi orgogliosamente rivendica un’appartenenza identitaria. Gli americani non erano schiacciati dal senso di colpa che dopo la Shoah pesava su noi europei. E, a differenza di alcune delle nostre società, il colore vi esisteva da secoli».

Lei in sostanza dice: eliminando la parola razza e bonificando il principio di etnia, non ci siamo liberati dall’idea di nazione come comunità “naturale” fondata sulla discendenza.

«È quella concezione etnonazionale dei popoli che si afferma nell’età moderna tra Francia e Germania e più tardi viene ripresa anche dal nostro Risorgimento: ogni popolo è provvisto di una specifica identità, di una propria psicologia, di un’anima riflessa nella lingua. In realtà nessuna comunità è pura, frutto di mera discendenza, perché siamo tutti mescolati, come avevano capito bene i romani la cui nozione di populus era fondata sulla combinazione politica di latini, etruschi, sabini».

Quindi, tornando all’equivoco iniziale, perpetuando una visione etnonazionale non ne abbiamo colto il pericolo.

«Le guerre oggi, in Europa e fuori, si combattono in nome dei popoli intesi come comunità etniche. E il principio di comunità etnica fondato sulla discendenza ostacola l’affermazione del criterio più giusto su cui fondare la costruzione di una nazione: l’adesione a una legge comune, che naturalmente produce con il tempo legami culturali e identitari».

Lei sostiene che fino agli anni ’30 del ’900 i popoli-nazione venivano chiamati indifferentemente razze. Ma intanto la parola razza aveva acquistato un significato razzista. Quando il termine cominciò a indicare una gerarchizzazione tra superiori e inferiori?

«Come spiega Contini, in origine — intorno al 1160 — la parola alto-francese haraz è legata all’allevamento dei cavalli, poi venne usata dalle famiglie nobili come segno di riconoscimento, nell’accezione di sangue superiore. Ma la grande rottura che ebbe un impatto profondo sul concetto di razza è rappresentata dalla scoperta delle Americhe, quando ci si cominciò a domandare: “Ma gli indios sono uomini come noi?”. Le risposte furono eterogenee. Il papa Paolo III difese il principio dell’eguaglianza, mentre dallo stesso mondo cristiano si sollevarono voci che tendevano a distinguere e gerarchizzare. Ma fu soprattutto nel secolo successivo che la scienza oppose alla teologia universalista della Chiesa l’immagine di una umanità divisa in razze, contraddistinte da colori diversi e presto codificate in inferiori e superiori. Una visione destinata a contagiare nel tempo le migliori menti come quelle di Hume e Voltaire. Perfino il padre dei Lumi era convinto che i bianchi fossero “superiori a quei negri, così come i negri lo sono alle scimmie e come le scimmie lo sono alle ostriche”».

La civilissima Europa trovava una giustificazione pseudoscientifica alla tratta degli schiavi neri.

«Diciamo che questa idea poligenista della divisione in razze è sopravvissuta fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando il naturalista britannico Charles Darwin fece piazza pulita del razzismo con la teoria dell’evoluzione che riconduce l’umanità a un principio di unità. Ma ci sono voluti parecchi decenni prima che le classi dirigenti europee mettessero in discussione il sentimento di superiorità bianca sui popoli di diverso colore. Di fronte a una più rapida riproduzione di quelli che consideravano gli strati inferiori dell’umanità, gli europei non volevano essere sommersi dai neri, e neppure dagli asiatici. Paure che hanno resistito nel tempo».

È impressionante la difesa della whiteness che trionfa nella nascente Società delle nazioni, dopo la Prima guerra mondiale.

«Nel 1919, a Versailles, il Giappone fece una battaglia perché nel preambolo del trattato di pace fosse riconosciuta l’eguaglianza delle razze, ricordando che le coloured races formavano ormai il 62 per cento dell’umanità. Toccò al leader laburista australiano fare il lavoro sporco, respingendo la proposta di Tokyo. Con grande soddisfazione di Regno Unito e Stati Uniti, i quali privatamente diedero la colpa ai “proletari australiani”, ben contenti della difesa della superiorità bianca».

Questa mentalità sopravvive oggi, orgogliosamente espressa dalle destre nazionalpopuliste che plaudono alla “razza europea”, come dice Orbán.

«Negli ultimi due decenni sono cambiate profondamente alcune delle nostre società, proprio per l’avanzare di quella che ai primi del ’900 l’intellettuale afroamericano Du Bois ha definito “la linea del colore”: in Italia ad esempio è comparsa solo negli anni Settanta del secolo scorso. Di fronte a queste trasformazioni bisogna confrontarsi con le paure, con l’etnocentrismo e con il razzismo di società europee che a lungo si sono ritenute pure. La razza come teorizzazione di una differenza tra popoli è purtroppo tornata tra noi, anche come rivendicazione dal basso. Se la destra populista fa il suo, cavalcando questi timori anche in nome di una concezione comunitaria ed etnica della nazione, la sinistra non può rispondere in modo afono, ignorando le strutture profonde di una mentalità radicata. Altrimenti rischia di rimanere sconfitta sul campo di una battaglia culturale che invece è fondamentale governare».

Il libro
Il ritorno della razza di Andrea Graziosi (il Mulino)

Nell’immagine: Germania 1941: medici e scienziati nazisti misurano il naso di un tedesco per determinare la razza


Chi era Jean-Marie Le Pen, anima nera francese: dalle frasi sulle camere a gas alla corsa all’Eliseo

Le conseguenze dello stress post-traumatico dovuto alla prigionia sono imprevedibili. L’autocontrollo deve diventare autocoscienza 

Di Anais Ginori, La Repubblica

Per mezzo secolo è stato uno dei protagonisti assoluti della vita politica francese, portando l’estrema destra fino al secondo turno delle elezioni presidenziali. Era il 2002 e fu uno dei tanti shock di cui Jean-Marie Le Pen andava fiero. “Continuerò fintanto che ne avrò la forza” raccontava il patriarca accogliendo i giornalisti nella sua villa di Montretout, a ovest della capitale, quando era stato ormai estromesso dal suo partito, “colpito alle spalle”, diceva, dalla sua erede Marine.

Negli ultimi anni era impegnato nella stesura delle sue memorie, che possono essere lette come un romanzo noir del Novecento, un rabdomante dell’anima nera francese, dalle guerre in Indocina e Algeria dove ha giustificato le torture dell’esercito coloniale. “Ho assistito a interrogatori muscolosi” confidava l’ex ufficiale dei servizi segreti. “Non ho torturato, ma se fossi stato nella posizione di farlo, l’avrei fatto” aggiungeva. Provocatore mai pentito, come quando ha definito le camere gas in cui i nazisti sterminarono gli ebrei un “dettaglio della Storia”.

Nato nel 1928 a la Trinité sur Mer, nel Morbihan, in un famiglia di pescatori, rivendicava le sue umili origini. “In bretone Le Pen significa il Capo” gongolava, quello che molti hanno soprannominato Menhir, i grandi sassi che per i celtici hanno valore sacro. Alla politica era arrivato giovanissimo. A soli 27 anni, nel 1956, entra nell’Assemblée Nationale, eletto nella lista di Pierre Poujade, leader populista in difesa di piccoli artigiani e commercianti. Un anno dopo Le Pen crea il “Front national des combattants”, l’antenato della Front National. Durante la campagna elettorale del 1958 per le elezioni legislative, viene ferito all’occhio destro durante una rissa. Trasforma la benda da pirata in un suo tratto inconfondibile.

Nel 1972 era stato tra i co-fondatori del Front National composto da nostalgici delle guerre coloniali, da pétainistes e cattolici fondamentalisti. Le Pen si ispira direttamente al Movimento sociale italiano di cui riprende la fiamma nel simbolo del suo partito, ma prende anche come modelli Ronald Reagan e Margaret Thatcher, rivendica il liberalismo economico, al contrario della figlia che ha sedotto gli ex elettori comunisti difendendo lo Stato protettore e non manca occasione di elogiare il generale De Gaulle, odiato dal patriarca.

Negli anni Settanta, una bomba esplode nel domicilio del quindicesimo arrondissement dove il fondatore del Fn vive con le tre figlie e la moglie Pierrette. “Un attacco politico” secondo Le Pen anche se l’esplosione potrebbe essere collegata a qualcos’altro: alla disputa sull’eredità di Lambert Cement, ricco industriale che ha deciso di nominare il leader politico come suo erede, lasciando patrimonio e villa di Montretout, quartier generale dell’estrema destra ma anche di feste mondane e danzanti.

La storia della famiglia Le Pen è costellata di rotture e tradimenti. Quando nel 1987 si separa dalla moglie Pierrette Lalanne, lei per vendetta posa sulla copertina di “Playboy”. Tre anni anni fa, ha scelto di sposare con rito religioso Jany Paschos, 88 anni, con la quale era già sposato in comune dal lontano 1991. Marine Le Pen, che dal 2012 ha sostituito il padre alla guida del Front National, era assente della cerimonia come le sue sorelle. La primogenita Marie-Caroline è rimasta in freddo con l’ex leader, dopo aver deciso di sostenere il suo rivale politico, Bruno Megret. L’unica figlia a non aver mai litigato con l’anziano genitore è stata Yann, madre di Marion Maréchal, nipotina prediletta dal nonno che se n’è andata con Eric Zemmour. Con Marine le cose andavano meglio. Qualche tempo fa, la leader del Rassemblement National (“ha fatto una stronzata a cambiare nome del partito” diceva il padre) si confidava così: “Ormai è un uomo anziano, quindi è mio dovere di figlia cercare di avere un rapporto normalizzato con lui. E poi non parliamo più di politica. Quindi, non litighiamo più di tanto”.

Al congresso di Tours, quando era avvenuto il passaggio di consegne, Marine l’aveva definito come “l’uomo della mia vita”. “Sì, è vero che al suo fianco ho vissuto cose estremamente difficili” raccontava la leader. “Ho sofferto molto portando il suo nome. Ho sacrificato molto della mia tranquillità, del mio benessere personale combattendo la sua stessa battaglia politica. E lui è stato il mio mentore politico, checché se ne dica. Non lo nego affatto. Ma non è perché era il mio mentore politico che a volte non mi sono trovata in violento disaccordo con lui. E credo che la nostra storia sia stata un susseguirsi di espressioni di questi disaccordi. Lui ha il suo carattere, ma anch’io ho il mio”.

Nell’immagine: Jean-Marie Le Pen durante la guerra d’Algeria