Dal clima alle pandemie, cosa ci aspetta nel 2025 secondo “Science”

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Giacomo Talignani, La Stampa

Per l’ambiente e per la scienza, che anno sarà? Il 2025 si apre con sfide importantissime per il futuro della salute della Terra. Quest’anno, entro fine febbraio, decine di Paesi del mondo sono chiamati ad aggiornare i loro Ndc, i piani climatici nazionali: finalmente scopriremo quale contributo vorranno realmente dare al taglio delle emissioni in una partita cruciale, per la lotta al riscaldamento globale, che a novembre durante la Cop30 in Brasile dovrà per forza fissare nuovi e ambiziosi obiettivi. Sempre a fine febbraio, a Roma, si tenterà di concludere la Cop16 sulla biodiversità andata fallita in Colombia, poi sarà la volta di nuove discussioni sul Trattato globale contro l’inquinamento da plastica e sarà anche un anno importante, visto il ritorno del fenomeno naturale de La Nina che tende ad abbassare le temperature, per comprendere davvero quanto terribile sia l’andamento della crisi climatica in corso. In questo contesto la prestigiosa rivista Science ha tentato – osservando le sfide che abbiamo davanti nel nuovo anno – di prevedere quali saranno i temi chiave per la scienza e per l’ambiente nel 2025.

Il primo è già alle porte: il presidente Usa Joe Biden sta infatti tentando di correre per assicurarsi piani di riduzione delle emissioni degli Stati Uniti, per non perdere quanto construito con il piano ambientale ed energetico dell’Inflation reduction act e per salvaguardare parchi e territori che, con l’imminente insediamento del neo eletto presidente Donald Trump, potrebbero diventare luoghi di estrazione mineraria o petrolifera. La stessa rivista Science sottolinea come dal 20 gennaio – giorno dell’insediamento – il mondo potrebbe cambiare con il secondo atto di Trump. Parla per esempio delle paure di molti scienziati per l’intenzione di Trump di tagliare fondi a istituti e agenzie scientifiche, così come “c’è angoscia per la possibile interferenza politica nell’erogazione di sovvenzioni e l’erosione delle politiche di integrità scientifica” e anche per il fatto che “la ricerca sui cambiamenti climatici, la conservazione e le fonti di energia rinnovabili, che sono cadute in disgrazia durante la prima amministrazione di Trump, probabilmente verranno nuovamente messa alle strette, insieme a nuovi obiettivi come i programmi volti a creare una forza lavoro scientifica più inclusiva”.

Sempre dagli Stati Uniti arriva poi un allarme con valenza planetaria: l’evoluzione dell’influenza aviaria. Secondo Science lo sviluppo del virus H5N1 è una delle grandi domande e dei grandi rischi che incombono nel 2025 e ci si chiede se si riuscirà a fermare l’avanzata di un problema che, dopo le stragi di pollame, sta ora interessando anche i bovini e il comparto del latte. “Quest’anno i test sul latte potrebbero aiutare a identificare prima le mandrie infette e a frenare la diffusione del virus. Sono attesi anche i risultati delle sperimentazioni sui vaccini nelle mucche e gli scienziati sperano di capire meglio perché la maggior parte delle persone ammalate dalla variante H5N1 che colpisce i bovini ha sofferto solo di una lieve infezione agli occhi, mentre quelle infette dopo il contatto con gli uccelli hanno in genere una malattia più grave”. Oltre a ciò, si chiedono i ricercatori, c’è il rischio che H5N1 si evolva e inneschi una nuova pandemia globale?

Altro grande tema, come sempre, è quello relativo poi alla crisi del clima. La Cop (Conferenza delle parti) a Belem, in Amazzonia, è da tempo indicata come quella decisiva per una possibile svolta nell’impegno per la riduzione delle emissioni e anche per un concreto approccio legato alla decarbonizzazione. Una Cop che oltretutto avviene nell’anno in cui le emissioni globali di gas serra potrebbero raggiungere “il picco”, ricordano da Science. Nonostante gli sforzi globali per ridurle, le emissioni planetarie continuano infatti a salire di circa l’1% ogni anno e “la rapida ascesa dei veicoli elettrici, delle energie rinnovabili e della riforestazione si è scontrata con le forze di contrasto dei data center che divorano energia e alimentano l’intelligenza artificiale e la domanda di carburante in ripresa dopo una pausa pandemica”. La buona notizia però è che la Cina sta trainando un cambiamento, basato sempre di più verso le energie rinnovabili, in un percorso più “aggressivo” verso lo zero netto delle emissioni del futuro. Proprio la Cina, in caso di Stati Uniti che con Trump potrebbero retrocedere sulle questioni climatiche e ambientali, è anche il Paese che potrebbe quest’anno intestarsi la vera leadership per le battaglie climatiche necessarie.

Se quelle elencate sopra sono le sfide forse più urgenti per la salute del Pianeta, altre, in chiave positiva, potrebbero vedere interessanti sviluppi secondo Science nel 2025. In archeologia per esempio lo studio avanzato delle antiche ossa umane, grazie alle firme chimiche e alle indagini sui metaboliti, sta facendo passi da gigante: scoprire più segni distintivi chimici sugli abitanti del passato potrebbe essere fondamentale per comprendere le malattie odierne così come l’impatto delle malattie e gli usi di un tempo sulla salute. Un’altra buona notizia potrebbe arrivare poi dalla lotta alla malaria: dove sono stati distribuiti vaccini, in almeno 17 Paesi, ci sono stati cali notevoli di casi. “Sebbene i dati completi sui casi di malaria, i ricoveri ospedalieri e i decessi siano notoriamente difficili da raccogliere, i ricercatori affermano che dovrebbe essere possibile vedere i tassi di malattia scendere nelle regioni in cui i bambini sono stati vaccinati” ricordano i ricercatori.

Speranza c’è anche per un cambiamento generale delle diete: un minor consumo di carne rossa fa parte sia di una dieta che può aiutare la salute delle persone, sia quella dell’ambiente che ci circonda. Negli States, proprio su questo tema, sono state avviate nuove linee guida per limitare il consumo ma, ricorda Science, “la nuova amministrazione del presidente eletto Donald Trump potrebbe respingere le linee guida”. Infine, in questo 2025 appena iniziato, per la scienza vale la pena tenere gli occhi puntati sul cielo. L’astronomia potrebbe regalarci infatti nuove e importanti informazioni anche grazie al debutto del Vera C. Rubin Observatory, “un telescopio da ricognizione finanziato dagli Stati Uniti pronto a trasformare molti settori dell’astronomia che può individuare oggetti celesti che si sono spostati, hanno cambiato luminosità o sono apparsi o scomparsi all’improvviso, come comete e asteroidi precedentemente sconosciuti, stelle esplose in galassie lontane o, forse, il Pianeta Nove, un ipotetico pianeta gigante oltre Nettuno”.


Befana 25

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 


Dal mito al femminismo, apologia della Befana

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Giulia Mattioli, La Repubblica

È anziana, è brutta, si veste male, malissimo. In più è asociale, e sicuramente single (anzi, zitella). La Befana incarna la versione negativa di tutti quei cliché attraverso i quali una donna viene giudicata, e secondo i quali ha più o meno valore nella società, ovvero giovinezza, bellezza, desiderabilità. Poco importa se è anche laboriosa, intraprendente, generosa: le sue qualità sono spesso nascoste, o, per meglio dire, sono date per scontato, perché se una donna è brutta e vecchia, come minimo deve essere ‘buona’, altrimenti finisce nella categoria delle streghe. Invece, per quanto con loro abbia molto in comune, la sua presenza viene tollerata (una volta l’anno, e non di più) perché non usa il suo potere per scopi malefici. Eppure, anche lei finisce dritta dritta in un falò: mentre Babbo Natale, l’altra figura-simbolo del folklore festivo, se ne torna tranquillamente in Lapponia dopo aver consegnato i doni ai bambini, la Befana al termine del suo giro viene bruciata. Il suo trattamento rivela una discreta disparità di genere, se osservato attraverso lenti femministe.

Non a caso, questo immaginario simbolico di donna magica ma non desiderabile, destinata ad essere eliminata una volta svolti i suoi doveri, è un bell’emblema della visione patriarcale della società. Tanto che, ancora oggi, per offendere una donna le si da della Befana, e sappiamo bene cosa significa in una cultura tanto incentrata sull’aspetto esteriore. Ma quando e come un tale guazzabuglio di stereotipi di genere è diventato uno dei personaggi-simbolo della nostra tradizione?

Il mito della Befana

La storia della Befana, il cui appellativo è una storpiatura del termine greco epifáneia, è molto antica, e intreccia tradizioni pagane e mitologia che si perdono nella notte dei tempi. Ad essa si legano diversi riti propiziatori legati all’inizio del nuovo anno solare e leggende secondo cui delle figure femminili volavano sui campi durante le notti tra dicembre e gennaio per garantire raccolti in abbondanza. Questi racconti si ritrovano, con le dovute variazioni, nel folklore dell’Europa centrale e del nord, dove figure femminili dalle sembianze ferine simboleggiano il passaggio tra le stagioni. Anche nella Roma antica si raccontava di personaggi dalle sembianze femminee che avevano il potere di fecondare la terra, e volteggiavano sui campi in attesa della nuova semina durante la dodicesima notte dopo il solstizio invernale. Secondo alcuni questa figura si identificava nella dea Diana, secondo altri era una divinità minore come Sàtia, dea della sazietà o Abùndia, dea dell’abbondanza. Altri ancora la identificano niente meno che in Madre Natura. In ogni caso, l’intreccio di culti antichissimi ha portato l’Epifania a diventare una celebrazione il cui simbolismo è legato alla morte e alla rinascita, alla fine e all’inizio, al ciclo eterno della vita.

Ma chi non poteva tollerare che delle donne volteggiassero nella notte al chiar di luna fecondando la terra con la loro magica influenza, mentre venivano celebrate e omaggiate dalla popolazione in festa? Ovviamente la Chiesa, che aveva un discreto problema con le tradizioni pagane, alle quali attribuiva retaggi satanici. Ecco che nel medioevo le autorità ecclesiastiche cercarono di dirottare la ricorrenza del 6 gennaio verso qualcosa di più tollerabile: fu in questo periodo prese piede un’altra versione della storia, derivante a sua volta da un’antica fiaba le cui origini si perdono nel folklore, secondo la quale una signora anziana scorbutica e antipatica si era rifiutata di seguire Re Magi che andavano a rendere omaggio a Gesù appena nato. Pentitasi, aveva cercato di raggiungerli ma non li aveva più trovati, decidendo quindi di lasciare un dono fuori dalla casa di ogni bambino nella speranza di imbattersi anche in Gesù.

La figura befanesca che andava delineandosi nell’immaginario popolare venne dotata di scopa volante, un accessorio magico ma anche estremamente rappresentativodella fine che facevano le donne che andavano controcorrente rispetto al sentire comune: il legno e la saggina erano infatti gli elementi della pira che veniva utilizzata per accendere i roghi sui quali venivano arse vive le donne accusate di stregoneria. Insomma, mentre la Befana che brucia rappresenterebbe il passaggio dall’anno vecchio all’anno nuovo, è molto probabile che alle donne di qualche secolo fa ricordasse anche la fine che potevano fare se si ribellavano ai dettami dell’autorità religiosa, politica, morale, maschile. Brutta, zotica, scorbutica, misteriosa, asociale e dotata di poteri soprannaturali: la Befana incarna i più classici stereotipi utilizzati per secoli per denigrare e tenere a bada le donne che sconfinavano dai limiti loro imposti.

Befana Vs Babbo Natale

Nonostante tutti questi ‘difetti’ la Befana viene comunque celebrata una volta l’anno, perché ha delle qualità positive: anche se un po’ strega, è pur sempre una nonnina generosa che consegna leccornie e piccoli giocattoli ai bimbi. Ma mentre lei incarna sia il bene che il male, Babbo Natale, la figura protagonista delle festività per antonomasia, ha una chiara accezione esclusivamente positiva: il suo sguardo è tenero, il sorriso dolce è avvolto in una barba candida e traspare dai brillanti occhi azzurri; è allegro e ridanciano, generoso dispensatore di gioia e felicità preceduto da suoni di campanelli e scie di stelle. La Befana arriva invece nel buio della notte, e non sempre porta doni: a qualcuno lascia del carbone, perché è pur sempre un’anziana giudicante e un po’ scorbutica. E difatti, sin da piccoli si prova un senso di magia, incanto nei confronti di Babbo Natale, mentre la Befana incute un po’ di timore. In diverse tradizioni è persino un tantino dispettosa, e se non le si lascia qualcosa da bere e da mangiare si risente.

Anche Babbo Natale non è certo giovane nè aitante, ma negli uomini, si sa, la maturità e un po’ di pancia non sono mai stati considerati in maniera negativa. Al contrario, rispecchiano la saggezza, e anche un certo fascino. Persino dal punto di vista del dress code i due personaggi protagonisti delle feste non potrebbero essere più diversi: Babbo Natale è vestito bene, di un bel rosso scintillante, mentre la Befana veste di stracci e ha le scarpe ‘tutte rotte’ come recita una celebre filastrocca (non poteva essere anche lei una dolce signora ben vestita?).

Ricordiamoci però che il signore del Polo Nord ha bisogno di tanti aiutanti per consegnare i regali ai bambini e in più viaggia al seguito di una mandria di renne magiche, mentre la Befana, fieramente autonoma, riesce a fare il suo giro (è pur vero che lei consegna solo in Italia) semplicemente cavalcando una scopa. E che mentre Babbo Natale è il re degli imballaggi, la Befana con il suo upcycling e il riutilizzo delle vecchie calze è decisamente più eco-friendly. Insomma, se il femminismo è riuscito a far rivalutare le streghe e le gattare, è sicuramente tempo di recuperare con orgoglio anche l’essere Befana. Nel libro per bambini Un amore tra le stelle Catena Fiorello dipinge proprio una Befana che potremmo definire proto-femminista, “così stramba e indipendente. Libera e irraggiungibile come nessun’altra” e soprattutto scollegata dalle imposizioni sociali che legano il valore all’apparenza: “Ignorava le mode imposte dai giornali e indossava capi stravaganti che nessuno metteva più, un altro indizio della sua indole ribelle e sincera. Un vestito è soltanto un vestito, ma quanti la pensavano come lei?”.

 


Banchi di prova per la neutralità svizzera

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Il tema attualissimo della neutralità – “un caposaldo elvetico” viene definita dall’autore già nel sottotitolo – è al centro del libro più recente dato alle stampe dallo storico Orazio Martinetti, che ne ripercorre cronologicamente il cammino partendo dalla seconda metà del Cinquecento per giungere, una settantina di pagine più avanti, ai nostri giorni.

‘Itinerari della neutralità’ (Armando Dadò Editore, pp. 96), quinto libro di Martinetti nella collana Il Laboratorio, rientra pienamente nel dibattito politico che riprende vigore ogniqualvolta si parli della posizione della Svizzera nel mondo, della sua politica estera, dei suoi rapporti con l’Unione europea. Tra gli episodi più recenti e discussi, la decisione presa dal Consiglio federale il 28 febbraio 2022 di aderire alle sanzioni, essenzialmente finanziarie, dell’Ue contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Questa posizione portò a dire al presidente degli Stati Uniti Joe Biden che anche la Svizzera aveva voltato pagina.

Cosa significa non partecipare?

Il saggio di Martinetti, che ha il pregio dell’agilità, ma è ricco di note che permettono anche al lettore meno informato di addentrarsi in un tema spinoso, prova anzitutto a definire la neutralità. In termini assoluti (Dizionario di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino) vengono chiamati neutrali “gli Stati che rimangono estranei ad un conflitto esistente tra due o più altri Stati”.

Ma cosa comporta questa estraneità? Cosa significa non partecipare? Non intervenire direttamente, certo. Non concedere, inoltre, a uno dei belligeranti, vantaggi di sorta (economici, di aiuto militare diretto o indiretto, di transito). Assicurare aiuto umanitario alle vittime. Mettere a disposizione, come Svizzera, la nostra plurisecolare tradizione mediatrice (i cosiddetti buoni uffici). Non aderire ad alleanze militari se non in caso di aggressione diretta al nostro Paese, proprio per non compromettere quella terzietà che sola ci permette di mediare. Un’interpretazione più restrittiva della neutralità svizzera come chiesta dall’Iniziativa sulla salvaguardia della neutralità presentata l’11 aprile 2024 dal Movimento Pro Svizzera, e firmata da quasi 130’000 cittadine e cittadini (15’537 in Ticino), è ritenuta dal Consiglio federale – che invita a respingerla – eccessivamente vincolante: “Ancorare la neutralità, e in particolare la sua definizione e attuazione nella Costituzione federale, come chiesto, limiterebbe la flessibilità di manovra di Governo e Parlamento in un caso effettivo”.

A questa iniziativa, politicamente sostenuta in primo luogo dall’Udc, si contrappone Per una Svizzera forte in Europa (la raccolta firme scade il 2 ottobre 2025). In essa si chiede che il nostro Paese partecipi attivamente all’integrazione europea e al mercato interno europeo; che vengano siglati trattati di collaborazione in campo culturale, accademico e climatico; che vengano comunque tutelati “i valori fondamentali della democrazia e del federalismo, le basi naturali della vita e l’equilibrio sociale in seno alla collettività e sul mercato del lavoro”. Insomma, il dibattito politico (esercizio che qualcuno, oltre San Gottardo, ha già definito Seiltanz, esercizio per funamboli) è quantomai acceso e il volume di Orazio Martinetti è uno strumento assai utile per districarsi, su solide basi storiche, in un ambito tanto centrale quanto potenzialmente aperto a forzature ideologiche. Una “carrellata storica” – la definisce l’autore – che in parte affronta compiutamente, in parte vi fa accenno solo di striscio, aspetti teorici, politologici, costituzionali, etico-umanitari, militari e anche mitologici: pensiamo soltanto al concetto di Ridotto nazionale che, già da fine Ottocento, ma soprattutto durante e dopo la Seconda guerra mondiale, ha accompagnato almeno quattro generazioni di svizzeri.

Scritto per laRegione


La mossa del cavallo di Zelensky usare Donald per fermare la Russia

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Anna Zafesova, La Stampa

«Donald Trump è forte e imprevedibile, vorrei che la sua imprevedibilità fosse diretta contro la Federazione Russa». Mentre nelle capitali europee, Kyiv compresa, si sta attendendo con una certa apprensione l’insediamento del nuovo presidente americano, Volodymyr Zelensky continua a mostrare la sua convinzione che l’arrivo di Trump alla Casa Bianca non rappresenti un problema, ma anzi un’opportunità.

Difficile dire quanto sia convinzione, quanto una lusinga a indirizzo del nuovo leader di Washington – che già dopo il suo mandato precedente, conclusosi con un tentativo di impeachment per una telefonata di pressioni a Zelensky, non ha in grande simpatia né l’Ucraina né il suo presidente – e quanto sia la perseveranza della disperazione, di fronte alla consapevolezza che la sopravvivenza degli ucraini oggi dipenda in parte considerevole da Washington.

Un’insistenza necessaria, ora che il negoziato con i rappresentanti della nuova amministrazione americana sta entrando nella fase decisiva, che potrebbe secondo Zelensky portare a «una rapida conclusione della fase calda della guerra». Nei prossimi giorni a Kyiv dovrebbe arrivare Keith Kellogg, già designato da Trump come suo emissario speciale per l’Ucraina, e autore di una delle proposte di “piano di pace” pubblicata durante la campagna elettorale americana.

Il risultato di questa visita dovrebbe essere una concretizzazione della proposta che dovrebbe venire fatta agli ucraini, agli europei e ai russi. I nodi da risolvere però restano tanti, e riguardano soprattutto la “fase fredda” dopo l’eventuale cessate-il-fuoco: in primo luogo, le garanzie di sicurezza che l’Ucraina dovrebbe ottenere per «impedire il ritorno di Putin», come le formula Zelensky.

Il “congelamento” della guerra lungo la linea del fronte appare quasi scontato, e il presidente ucraino non a caso ribadisce che i territori ora occupati dai russi verranno «restituiti per via diplomatica», in altre parole il giorno che il regime di Putin finirà e al Cremlino, forse, si insedierà qualcuno che vorrà lanciare in Russia un nuovo “disgelo”.

L’opinione pubblica ucraina sta diventando sempre più incline al sacrificio, e anche se il numero dei contrari a lasciare Donbas e parte del Sud sotto il controllo dei russi resta per ora la maggioranza in tutte le regioni, i sondaggi mostrano come sempre più ucraini si rassegnino alla impossibilità di riconquistare i territori occupati militarmente.

Quindi paradossalmente le finestre negoziali per Zelensky aumentano, ma non oltre il limite ovvio della sopravvivenza dell’Ucraina. In assenza di garanzie contro le bombe di Putin – con un impegno collettivo occidentale che porti o meno il sigillo Nato, e/o un aumento qualitativo oltre che quantitativo della difesa soprattutto antiaerea – immaginarsi una “pace” è molto difficile.

E se Kyiv mostra di ampliare i margini del compromesso, da Mosca intanto è arrivata una doccia fredda: l’ambasciatore di Mosca all’Onu Vasily Nebenzya ha dichiarato che «per ora nei segnali mandati dalla nuova amministrazione americana non c’è nulla che ci possa interessare».

Vladimir Putin ha ribadito a più riprese che le sue condizioni sull’annessione dei territori ucraini e la trasformazione dell’Ucraina in un satellite di Mosca restano immutabili. Anche questo segnale è da interpretare: potrebbe essere un tentativo di alzare la posta per ottenere di più, una manifestazione di inflessibilità indirizzata all’opinione pubblica russa, oppure la convinzione di non aver bisogno di compromessi ora che la sua offensiva è lenta ma ininterrotta.

Il problema, infatti, è cosa Trump potrebbe offrire a Putin, oltre al privilegio di un negoziato diretto con il presidente degli Usa. «Putin non scenderà a negoziare se gli americani non presenteranno una prospettiva convincente dei danni che subirà militarmente come economicamente», dice l’ex ministro della Difesa ucraino Andriy Zagorodnyuk.

Probabilmente, lo strumento delle sanzioni è tra quelli che ha in mente Zelensky quando dice di sperare in un «Trump determinato a fermare Putin». Ma è altrettanto probabile che a Kyiv si rendano conto che, molto probabilmente, nemmeno Trump ci riuscirà, e infatti Zelensky continua a parlare di droni e di missili, e di programmi di difesa e di armamenti, e di come «stabilizzare il fronte», perché un eventuale accordo, e la sua tenuta, dipenderà anche da quello che succederà nelle trincee.


Gli ultimi principi della tavola rotonda

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La Bibbia era chiusa quando gli ultimi quattro presidenti degli Stati Uniti vi hanno appoggiato la mano ripetendo la formula solenne del giuramento, il giorno dell’inaugurazione del loro mandato: quasi che non volessero leggere nelle parole del testo sacro una profezia o un monito per la loro avventura alla guida del Paese, come capitò invece nel 1789 a George Washington con il libro aperto sulla Genesi per l’annuncio di Giacobbe ai figli di “quello che accadrà nei tempi futuri”, nel 1865 ad Abraham Lincoln con i sette angeli dell’Apocalisse mandati a versare sulla terra “le sette colpe dell’ira di Dio”, nel 1969 a Richard Nixon con le spade che diventeranno vomeri e le lance falci “e un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo” (Isaia), e infine a Bill Clinton nel 1993 con l’ammonimento scritto in Isaia 58:12: “La tua gente riedificherà le rovine antiche, ricostruirai le fondamenta di trascorse generazioni”. Questa volta non c’è spazio per nessun vaticinio e nessuna rivelazione, perché nulla vincolerà e condizionerà la seconda presidenza di Donald Trump che ha inizio il 20 gennaio con l’insegna sovrana del potere supremo. Un potere che non deve più rendere conto del suo operato, perché non esercita il governo ma adempie una missione. Per questo l’inauguration day non riguarda soltanto il mandato presidenziale ma dagli Usa parla al mondo, annunciando una nuova era che prenderà il nome di post-democrazia.

La nuova destra radicale che emerge da questi anni di crisi generale, di sfiducia nella politica e di indebolimento della rappresentanza ritiene infatti di avere a portata di mano un compito storico, che va ben oltre la presa tradizionale del potere con la vittoria elettorale. Questo è un sentimento diffuso di qua e di là dell’Atlantico, che emerge univoco dai regimi dispotici come la Russia putiniana, dalle democrature insediate ovunque, dai sistemi neoautoritari come l’Ungheria e la Turchia, e dalle pulsioni illiberali che agitano l’Europa e gli Stati Uniti, covando all’interno di forze di opposizione in crescita e anche in partiti e leadership di governo: e persino nell’antipolitica che si definisce progressista, mentre è solo populista, parallela alla destra nel suo dileggio della democrazia, presentata come confisca e inganno. L’obiettivo è la fuoriuscita dall’alveo della cultura liberal-democratica, che fino a oggi è stata comunemente considerata come l’ispirazione e l’espressione della democrazia reinsediata grazie alla sconfitta dei fascismi, e il superamento di quello spirito costituzionale che ha dato forma alle istituzioni del dopoguerra, nel rispetto del diritto ristabilito e dei diritti riconquistati.

Tutta questa cornice novecentesca e questa sostanza di regole, vincoli e controlli hanno fatto il loro tempo, ci dice la nuova destra: con la velocità che ha oggi la storia e la mutevolezza del mondo in cui viviamo non possiamo subordinarci a un meccanismo politico-istituzionale costruito nella prima metà del secolo scorso, quando l’impronta delle dittature era fresca e imponeva misure di cautela e protezione. Oggi questo ristagno di un sistema logoro ed esasperato non coinvolge più i cittadini, ma li allontana delusi da ogni discorso pubblico. Dunque la democrazia troppo regolata fa male a se stessa, perché si riduce a vuota procedura, un insieme di vincoli senza anima di cui non si rintraccia più la ragione. Sciogliamo il nodo del Novecento, liberiamo due soggetti, il cittadino e il leader, mettiamoli l’uno di fronte all’altro, senza più intercapedini. Il cittadino vota, il leader incarna il suo consenso e trasforma la sua volontà con il carisma, dispiegando finalmente non solo la sua autorità svincolata ma la potestà suprema, l’antico e sovrano “dominium”. È ciò che ci chiede l’epoca in cui viviamo, che ha bisogno di un nuovo circuito di rappresentanza, per nuovi leader, portatori di una nuova politica, fuori dalla tradizione, fuori dalla convenzione, e soprattutto fuori dalla storia.

Come si capisce bene, qui s’incontrano populismo, leaderismo e reazione: e si sostengono a vicenda. Il leader è insieme la guida del sistema e l’irregolare estraneo alla nomenklatura, è il vertice istituzionale ma anche l’underdog che rassicura la rabbia degli esclusi, perché viene dal loro universo e non lo dimentica. C’è anche uno spirito di rivincita sociale, in questa presa del potere della nuova destra che si fregia della sua diversità e espone la sua alterità come garanzia di autenticità, di spontaneità e di autonomia: vivo nel Palazzo ma non mi farò catturare dai suoi riti, il mio è un contromondo che non si lascerà assimilare mentre scala il mistero del potere. È una mentalità fortemente identitaria ma inconsapevolmente minoritaria, che nel Palazzo non cerca gli strumenti del governo ma i segni del comando, come se la dotazione legittima di potestà che la Costituzione assegna ai vincitori non bastasse più e occorresse una quota supplementare di autorità che si può ottenere soltanto stressando il sistema, forzandolo, portandolo a superare i suoi limiti. Abbiamo visto la richiesta di pieni poteri e il progetto di premierato in Italia, i dubbi sullo Stato di diritto in Ungheria, nel mezzo dell’Unione Europea. Ora il trumpismo fatto Stato può realizzare il disegno compiuto di una democrazia post-democratica, cambiando l’epoca con una rottura costituzionale che ridisegni la gerarchia del potere trasformato in puro comando, frantumando quell’equilibrio faticoso e miracoloso che la cultura liberal-democratica ha realizzato nel dopoguerra tra governi, controlli, regole, autorità, procedure, esercizio della leadership e senso del limite: tra libertà e responsabilità.

È questa breccia annunciata come un trofeo o una vendetta sul profilo stanco delle nostre democrazie, che attira i nuovi pionieri della tecnodestra nella carovana di Trump. Nella fuoruscita dalla regola liberal-democratica (tecnicamente rivoluzionaria ma realizzata dentro il quadro normativo, con una serie di correzioni successive che riducano il bilanciamento dei poteri instaurando la supremazia del comando) gli imprenditori futuristi della Silicon Valley vedono l’ultima nuova frontiera: un territorio costituzionale intatto da colonizzare, una sorte di Marte domestico a portata di mano, un meccanismo istituzionale da modernizzare secondo le loro visioni del mondo che verrà. È la tecnica che si fa politica, l’innovazione che rivede la Costituzione, la tecnologia che prepara il suo modello di società. Usando Trump come occasione storica e forza di sfondamento, i tycoon stanno prendendo posto alla nuova tavola rotonda assegnando a se stessi il ruolo di ultimi principi, i nuovi aristocratici della ricchezza infinita e del super-sapere. Non sembrano trovare resistenza. Ma scopriranno presto il vero segreto della modernità che non accumula il potere in un solo luogo ma lo frantuma disperdendolo nelle articolazioni del sociale. Dunque il potere si può conquistare, ma non possedere, ritorna ogni volta in gioco. Quanto ai principi, vale anche oggi la regola di Chateaubriand sulle tre età dell’aristocrazia, “l’età delle qualità superiori, l’età dei privilegi, l’età delle vanità: cresciuta nella prima, l’aristocrazia degenera nella seconda, e si spegne nell’ultima”.

Nell’immagine: i nuovi principi in una interpretazione della IA


Quei ticinesi che aiutarono i partigiani italiani

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Di Raphael Rues, Blog del Museo nazionale svizzero, da tvsvizzera.it

Dopo la firma dell’armistizio italiano nel settembre 1943, la Germania strinse la presa sul Paese. La resistenza al fascismo si intensificò e presto sorsero piccoli gruppi di partigiani, anche nella zona di Domodossola, non lontano dal confine con la Svizzera. Guidati da ex soldati con esperienza militare, questi gruppi comprendevano anche civili e persino alcuni svizzeri!

Diversi uomini, soprattutto del Locarnese, sostennero attivamente i partigiani nelle valli ossolane e combatterono persino nelle loro file contro i tedeschi e i fascisti italiani. È il caso di Silvio Baccalà, di Brissago, che di giorno lavorava come giardiniere al Gewerkschaftshotel Brenscino e di notte accompagnava i partigiani lungo i sentieri del Gridone verso la Val Cannobina. Oppure Vincenzo Martinetti, padre della cantante ticinese Nella Martinetti. Combatté nelle file del gruppo partigiano Divisione Piave, diventandone in breve tempo uno dei membri più importanti. Vincenzo Martinetti organizzò il trasporto di equipaggiamenti, armi, uomini e donne oltre il confine.

La resistenza al fascismo nelle valli ossolane ebbe molte sfaccettature. Per comprenderla meglio è necessario uno sguardo più approfondito.

Una moltitudine di piccoli gruppi
Una breve cronistoria della Repubblica dell’Ossola
Nel settembre 1944 i cinque gruppi partigiani della Val d’Ossola, che secondo lo storico Andrej Abplanalp contano complessivamente circa 4’000 uomini, accerchiano Domodossola, dove sono dispiegati 400 soldati tedeschi e italiani.

Le truppe nazi-fasciste – “estenuate e che sovrastimano ampiamente la forza dei partigiani”, scrive Abplanalp in quest’altro articoloCollegamento esterno pubblicato dal blog del Museo nazionale svizzero – sono convinte che gli attacchi che subiscono sono il risultato di una pianificazione congiunta dei diversi gruppi. In realtà non è così e la vittoria dei partigiani è “relativamente fortuita”.

Il 10 settembre, dopo il raggiungimento di una tregua, il contingente nazi-fascista si ritira verso il Lago Maggiore. Viene così proclamata la Repubblica d’Ossola.

A fine settembre le truppe dell’Asse si riorganizzano e dispiegano alle frontiere della neonata repubblica diverse migliaia di uomini. I partigiani confidano nell’aiuto degli Alleati, che però non arriverà mai, poiché dirottato a sostegno della resistenza polacca (Varsavia era insorta a inizio agosto).

Il 9 ottobre i nazi-fascisti passano all’offensiva e riconquistano rapidamente la regione. Il 14 ottobre entrano a Domodossola e nove giorni dopo la Repubblica d’Ossola è disciolta. Circa 10’000 persone trovano rifugio in Svizzera.

I gruppi che costituivano la resistenza locale erano generalmente decentrati e poco strutturati. Si adattavano costantemente alle diverse situazioni e alle asperità del terreno, solo così potevano affrontare le sfide che mutavano rapidamente. D’altro canto, questa frammentazione rendeva impossibile intraprendere azioni coordinate e strategicamente ponderate contro le forze di occupazione. All’epoca della Seconda Guerra Mondiale, circa 80’000 persone vivevano a Domodossola e dintorni. Il crollo della Repubblica dell’OssolaCollegamento esterno nell’ottobre 1944 portò decine di migliaia di persone a cercare rifugio in Svizzera, tra cui molti membri della Resistenza.

È difficile determinare il numero effettivo di partigiani nelle valli ossolane. Una pratica comune tra i gruppi della Resistenza era quella di utilizzare denominazioni che suggerivano numeri molto più grandi della realtà (bande, brigate, divisioni). Poche decine di partigiani potevano formare una brigata, mentre poche centinaia di combattenti costituivano una divisione. Queste esagerazioni avevano lo scopo di disturbare e intimidire il nemico. I partigiani speravano anche di ottenere più rifornimenti dagli Alleati, aiuti di cui avevano urgente bisogno data la scarsità del loro equipaggiamento.

Le armi scarseggiavano

Alcuni partigiani combattevano con coltelli o addirittura a mani nude. Solo un terzo di loro aveva armi da fuoco, spesso inutilizzabili per mancanza di munizioni. Questa situazione non cambiò realmente durante i 20 mesi di operazioni belliche tra il 1943 e il 1945, in netto contrasto con il livello di equipaggiamento delle truppe tedesche e fasciste. Questa carenza fu solo in parte compensata dalle consegne di armi dalla vicina Svizzera.

Queste armi attraversavano il confine attraverso le rotte dei contrabbandieriCollegamento esterno che trasportavano generi alimentari e tabacco. Erano fornite dagli Alleati, ma a volte erano di dubbia provenienza. Di solito venivano trasportate da svizzeri, anche se a volte i partigiani attraversavano il confine per prenderle. Il confine elvetico era particolarmente permeabile per la Divisione Piave, di cui Vincenzo Martinetti era responsabile della logistica.

Anche per quanto concerne l’abbigliamento la situazione era difficile. I partigiani non avevano un’uniforme; solo il colore della sciarpa che indossavano indicava a che unità appartenevano. Il resto dell’abbigliamento veniva improvvisato in base alle possibilità (limitate) di ciascun combattente. Alcuni rimanevano interamente in abiti civili, mentre altri mescolavano parti di uniformi tedesche e fasciste con abiti di tutti i giorni. Di conseguenza, le bande partigiane a volte assomigliavano più a frequentatori di carnevale che a combattenti della resistenza.

Comunismo contro anticomunismo

Le sciarpe della resistenza avevano anche un’altra funzione: indicavano chiaramente a quale gruppo politico apparteneva chi le indossava. Questa scelta non era priva di conseguenze, poiché alcuni gruppi erano in totale opposizione tra loro, al punto da non aiutarsi a vicenda nei momenti di pericolo.

Tra il 1943 e il 1945 erano attivi nelle valli ossolane cinque gruppi partigiani, che spaziavano dai monarchici ai combattenti comunisti. Semplificando, i resistenti si possono dividere in due grandi schieramenti politici: le unità garibaldine, che erano comuniste, e le altre formazioni partigiane, più o meno anticomuniste.

Questi due campi non trovarono quasi mai un terreno d’intesa e continuarono a ostacolarsi l’un l’altro. Non c’era la volontà da parte di nessuno dei due schieramenti di collaborare allo sviluppo di una strategia globale contro gli occupanti tedeschi e fascisti. Anche se si fosse raggiunto un compromesso, mancavano i mezzi tecnici per lo scambio di informazioni. Le comunicazioni tra i vari gruppi partigiani erano scarse: solo poche formazioni disponevano di radio, utilizzate quasi esclusivamente su base fissa. La maggior parte delle informazioni veniva trasmessa da giovani donne che fungevano da corrieri. Si stima che ogni unità della Resistenza avesse due o tre corrieri. Questo metodo di comunicazione era lento e limitava fortemente la possibilità di effettuare operazioni congiunte rapide.

La Resistenza contava anche altre donne tra le sue fila. Come Gisella Floreanini, partigiana e membro del governo della Repubblica dell’Ossola, dove divenne il primo ministro donna nella storia d’Italia. O l’infermiera Maria Peron, che si prendeva cura dei soldati feriti e li operava se necessario. Anche a Locarno, in Ticino, i sostenitori della Repubblica dell’Ossola ebbero il sostegno di una donna: Gaby Antognini. Questa donna ticinese nascondeva i partigiani fuggiti dai campi di internamento svizzeri e li aiutava a passare il confine per continuare la lotta contro gli occupanti tedeschi e fascisti.

Dopo la fine della guerra, il resistente ticinese Vincenzo Martinetti fu decorato dalle organizzazioni partigiane delle valli ossolane. Un tribunale militare svizzeroCollegamento esterno lo condannò invece a quattro mesi di reclusione e a una multa per violazione della neutralità. La pena detentiva fu però sospesa.

Nell’immagine: partigiani della Divisione Piave in Val Cannobina nell’ottobre 1944. Casa della Resistenza Fondotoce


«Il Libano è nostro». Il raduno dei coloni per prendersi il sud

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Michele Giorgio, il manifesto

Già lo scorso anno, ad aprile e poi in estate, decine di israeliani attivisti e simpatizzanti della destra religiosa si erano riuniti nei pressi di Haifa per invocare la colonizzazione del Libano del sud, oltre che di Gaza, e l’annessione della Cisgiordania. Martedì scorso sono passati dai raduni a una sorta di conferenza sulle linee di confine, approfittando del cessate il fuoco con il movimento sciita libanese Hezbollah.

UN CENTINAIO in tutto, alcuni provenienti dalla Cisgiordania occupata. In un punto del villaggio beduino Arab al Aramshe, sul confine, si sono fermati ad ammirare la terra libanese che chiedono di occupare. Quindi hanno raggiunto il parco vicino al Kibbutz Adamit per declamare le ragioni, religiose e di «sicurezza» che, a loro dire, impongono di occupare il territorio meridionale libanese. «Ciò che sappiamo ora lo sapevamo anche prima della guerra: questa è la nostra terra», ha detto un attivista di «Uri Tsafon», il movimento che preme per colonizzare il Libano del sud. «La Terra di Israele» si legge sul sito del movimento «non cessa di essere la Terra di Israele anche se lo Stato decide di ritirarsi da essa… Più cerchiamo di fuggire da essa, più la terra ci insegue. Ciò è accaduto a Gaza e ora in Libano».

IN PARALLELO alla campagna della nota settler Daniela Weiss, volta a ricostruire gli insediamenti ebraici a Gaza – evacuati nel 2005 per decisione del premier israeliano scomparso Ariel Sharon -, i membri di «Uri Tsafon» intendono dare nuova vita a un vecchio progetto di correnti del movimento sionista, prima della creazione di Israele, di allargare i confini dello stato nascente in Libano. D’altronde una parte dei cristiani maroniti libanesi, con la loro Chiesa in prima linea, aveva accolto con favore l’insediamento non musulmano in Medio oriente. Così, scrive il saggista David Hirst nel suo Beware of Small States, alcuni sionisti proposero che un terzo del Libano diventasse parte di Israele. Nel 1948 le milizie sioniste catturarono anche 13 piccoli centri libanesi e, riferisce sempre Hirst, 80 abitanti del villaggio di Hula e 94 di Saliha furono uccisi. Poi si ritirarono.

«L’UNICO MODO per garantire la sicurezza di Israele è una presenza militare nel Libano meridionale. E perché sia permanente, dobbiamo anche costruire comunità lì», hanno ripetuto in coro i coloni e le loro famiglie giunti a inizio settimana al confine con il Libano, imitando l’iniziativa con organizzata a novembre da Daniela Weiss, con la presenza di diversi ministri e parlamentari, nei pressi del kibbutz Beeri, a ridosso di Gaza.

«Uri Tsafon», prende il nome da un versetto biblico che significa «Risvegliati Nord» ed è dedicato alla memoria di Yisrael Socol, un soldato morto a Gaza un anno fa che, racconta la sua famiglia, sognava colonie israeliane a Gaza e in Libano. «Yisrael e io spesso parlavano di stabilirci un giorno in Libano. È una terra che deve essere nelle nostre mani», afferma Yaakov Socol, fratello di Yisrael. Dopo la morte del soldato, un leader dei coloni ha raggiunto la famiglia Socol e con essa ha dato vita a «Uri Tsafon». Il progetto è cresciuto rapidamente: i suoi forum WhatsApp ufficiali vantano migliaia membri da tutto il paese. In questi spazi virtuali, i membri delle chat condividono critiche alla politica «docile» di Israele, suggeriscono nomi ebraici con cui sostituire quelli delle città libanesi esistenti, e postano pubblicità per future gite in kayak nel sud del Libano.

NON È FOLKLORE politico. Le intenzioni sono concrete. Dopo i bombardamenti aerei di Israele e la distruzione, in qualche caso quasi totale, dei villaggi libanesi nella fascia di 5-6 chilometri dal confine, i coloni di «Uri Tsafon» si dicono certi che l’esercito non lascerà tutto il Libano del sud come prevedono i termini della tregua con Hezbollah. Una percezione non infondata perché la stampa locale giorni fa riferiva che le forze armate si preparano a restare in territorio libanese oltre i 60 giorni indicati dall’accordo di cessate il fuoco. Quando a inizio settimana, i coloni sono arrivati al posto di guardia al limite settentrionale, diversi ragazzi hanno attraversato il confine e rimasti lì fino a quando non sono stati riportati indietro dai soldati. Qualche settimana prima, diversi attivisti di «Uri Tsafon» avevano montato tende in Libano prima di ricevere l’ordine di tornare indietro. A novembre fece clamore l’uccisione del colono, presunto archeologo, Zeev Erlich, colpito dai combattenti di Hezbollah mentre cercava «prove» della appartenenza del Libano del sud alla biblica «Eretz Israel» (Terra di Israele).

RAGGIUNTA la foresta di Hanita, i coloni martedì si sono fermati accanto alla torre di avvistamentoHoma u’migdal che ricorda come, in risposta alla rivolta palestinese del 1936-39, 57 kibbutz e moshav furono costruiti dal movimento sionista rapidamente, su terre arabe, grazie a una legge ottomana che stabiliva che gli edifici eretti in una notte non richiedevano permessi e non potevano essere demoliti. «Il Libano è nostro!», recita il cartello lasciato dai coloni ai piedi della torre.

Nell’immagine: coloni di Uri Tsafon


Ucraina, l’offerta a Putin: niente basi della Nato per almeno venti anni

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. Per Donald Trump la soluzione del conflitto in Ucraina «è la priorità numero uno» sul fronte internazionale. Una volta insediato il presidente cercherà un accordo di pace «equo, sostenibile e sicuro» e renderà chiaro a tutti di non voler scivolare in un processo simile a quello legato agli accordi di Minsk considerato un fiasco.

A parlare è stato in un’intervista alla Fox News il generale americano a riposo Keith Kellogg, 80 anni, che sarà il principale consigliere di Trump sul dossier Russia e Ucraina. Le sue dichiarazioni hanno chiuso il 2024 proprio mentre Joe Biden – sempre il 30 dicembre – siglava l’ennesimo ordine per la consegna di armi a Kiev. Il presidente ha disposto lo stanziamento di 2,5 miliardi di dollari per l’assistenza all’Ucraina, divisi fra il piano USAI (investimenti e soldi per reperire sul mercato gli armamenti e avviare nuove produzioni) e il diretto prelievo di armamenti dagli arsenali del Pentagono. Biden ha così esaurito i fondi che in aprile sono stati stanziati dal Congresso per l’Ucraina, 60,8 miliardi. Il nuovo Congresso – che ieri si è riunito per la prima volta – difficilmente staccherà nuovi assegni per Kiev, e soprattutto senza la garanzia di un progetto chiaro per chiudere il conflitto.

Trump non ha ancora diffuso il suo piano di pace, ma le linee guida, o quanto meno la visione che lo articola, sono note. Secondo i trumpiani, infatti, il conflitto è destinato a non essere vinto e prolungare ulteriormente la guerra è devastante per Zelensky. «I numeri sono contro l’Ucraina, Kiev ha perso più militari di quanti americani sono morti in Vietnam», ha spiegato una fonte. Sono 43 mila in quasi tre anni i militari ucraini caduti al fronte secondo numeri citati da Zelensky, ma oltre 70 mila dicono le stime del governo americano. Il conflitto in Indocina causò 58 mila perdite fra gli statunitensi.

L’Amministrazione entrante sta anche già parlando con alcuni alleati in modo concreto. Il disgelo è stato l’incontro a Parigi fra Trump e Macron che hanno incontrato Volodymir Zelensky a margine delle celebrazioni per la riapertura di Notre-Dame e nell’occasione si è registrata comunque la disponibilità di Zelensky a chiudere il conflitto «entro il 2025». Come, però, conta.

Ora tocca ai consiglieri di Trump attivarsi, ovviamente a pieni giri dopo il 20 gennaio, ma si stanno gettando le basi per le prossime mosse. Lo stesso generale Kellogg è atteso per un tour in Europa, ci sarebbero nella sua agenda fermate a Kiev, ma anche a Roma e Parigi. E non è escluso che possa raggiungere Mosca.

Gli elementi sul tavolo sono noti. In aprile Kellogg aveva presentato un piano molto dettagliato che non aveva però incontrato il pieno sostegno di Trump. Il progetto prevede il congelamento del conflitto lungo le linee del fronte, garanzie di sicurezze per Kiev e zone cuscinetto. Ma nessun ingresso nella Nato. Alcune fonti precisano che la questione non «sarà trattata per almeno 10 anni».

Cosa chiedono gli Usa

Una delle nostre fonti su quest’ultimo punto è più aperta. «Kiev sarà prima o poi un membro, ma ora la questione non è sul tavolo, e soprattutto fino a quando in Ucraina si spara nessuno accoglierà Zelensky nel club con il rischio di finire travolti dagli obblighi dell’Articolo 5», quello della reciproca difesa militare degli alleati.

Washington vorrebbe affidare agli europei un ruolo maggiore – pattugliamento del cessate il fuoco sul campo, lo definiscono i trumpiani –. Se ne è discusso qualche settimana fa con l’inviato di Zelensky, Andryi Yermak e i leader della prossima politica estera e di sicurezza Usa in un meeting a Washington.

È su cosa significa congelare il conflitto che c’è distanza. Funzionari russi e lo stesso Putin hanno detto di volere una fine, non una sospensione. Lo stesso Trump, rigettando intese sul modello di Minsk, parla di soluzione «equa e stabile». Che dovrà per forza tenere conto dei territori ucraini occupati dai russi. E sulla cosiddetta «cessione dei territori» le distanze fra Russia e Ucraina non potrebbero essere più siderali.

Nell’immagine: il generale Keith Kellogg


Gas, tre anni trascorsi invano

Dalle criticità ambientali sino alle possibili nuove scoperte. Le "previsioni" della prestigiosa rivista scientifica per il nuovo anno 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

Un inverno più al freddo, una bolletta dell’energia più cara per le nostre case, una zavorra per i conti delle imprese. La crisi aperta dalla decisione dell’Ucraina di bloccare dal 1° gennaio ogni fornitura di gas proveniente dalla Russia, penalizza l’Europa e l’Italia con un immediato aumento dei prezzi — arrivati rapidamente a superare i 50 euro per megawattora — e una serie di conseguenze facilmente prevedibili.

Agli atti c’è, come prima cosa, la responsabilità europea di non aver trovato alcun rimedio alla dipendenza dal gas russo nei tre anni che sono trascorsi da quando Mosca ha invaso l’Ucraina. All’epoca, il prezzo del gas schizzò a oltre 300 euro per megawattora e dalle capitali europee si levò subito un grido di allarme, assieme all’impegno a trovare al più presto soluzioni alternative. Così, non è stato: si è preferito un accomodamento che è servito ai paesi dell’Unione per continuare ad avere gas a prezzi accettabili, sebbene in quantità ridotte, alla Russia per incassare miliardi di euro mentre dall’altra parte l’Ue si muoveva per sanzionarla. Un accordo che paradossalmente era vantaggioso anche per l’Ucraina, che — sebbene il suo nemico si arricchisse, potendo così rafforzare i propri arsenali — incassava anch’essa le tariffe per il passaggio del gas dai suoi impianti.

Adesso che Kiev ha detto basta, annunciandolo peraltro con un certo anticipo, ci ritroviamo al punto di partenza di tre anni fa. Anzi, in un punto peggiore, perché nel frattempo l’industria europea sta perdendo velocità e un paese come la Germania, che sul gas russo a buon prezzo aveva costruito parte della sua fortuna, soffre più di altri. È vero che l’aumento dei prezzi è assai inferiore a quello che si registrò all’inizio del conflitto, ma è vero anche che i prezzi sono praticamente raddoppiati rispetto a metà 2024. E la situazione delle scorte, che sono al 72% del livello massimo in Europa e addirittura al 78% in Italia, non lascia presagire tagli drammatici nelle prossime settimane ma potrebbe creare problemi nei mesi a venire.

Proprio perché ci troviamo di fronte a una situazione critica e non emergenziale, sarebbe il momento di provare a reagire con uno sguardo più lungo di quello che si è finora adottato. Se il riproporsi della crisi del gas ha un lato positivo è infatti quello di costringerci a fare i conti — questa volta si spera sul serio — con le carenze strutturali del nostro sistema energetico. A livello europeo, ma anche nazionale. L’aumento del prezzo del gas colpisce infatti tutti i paesi consumatori, ma non li colpisce tutti allo stesso modo. In Italia pesa il mix di fonti adottate per produrre l’energia elettrica, compresa quella che fa lavorare i grandi altoforni dell’industria siderurgica, le presse della metalmeccanica, gli impianti della chimica. Quell’elettricità viene prodotta per oltre il 50% facendo ricorso proprio al gas, una percentuale che non ha eguali in Europa, e per poco più del 40% da fonti come l’idroelettrico, il solare e l’eolico. Il risultato è che da noi l’energia elettrica costa anche il 70% in più rispetto a Paesi vicini come la Francia, che adottano un altro mix di fonti — tra cui il nucleare — meno sensibile al prezzo del gas.

Una prima strategia l’Italia l’ha già adottata, ed è quella di ridurre i consumi di gas, che nel 2024 sono calati di circa il 4% rispetto all’anno precedente. Non si tratta però di una strada virtuosa, segnata da guadagni di efficienza energetica che consentono un calo dei consumi a fronte di una produzione invariata, ma di un semplice calo della produzione: fabbriche ferme per uno o più giorni la settimana per risparmiare appunto sui consumi di energia. Una strada ben lontana dall’essere ideale, che rischia solo di accentuare lo svantaggio competitivo delle nostre imprese anche rispetto a molti concorrenti europei.

Se a livello comunitario è necessaria una politica comune, che al momento pare assai lontana, anche per l’enorme differenza di fonti utilizzate nei vari Stati membri, da noi la priorità dovrebbe essere quella di “staccare” il più possibile il prezzo delle energie rinnovabili, più economiche, da quello del gas. Ma anche rivedere — alla luce delle evoluzioni della tecnologia e degli sviluppi geopolitici — la possibilità di sfruttare i nostri giacimenti di gas e di riprendere, con i tempi lunghi che già si prospettano, la ricerca nel settore dell’energia nucleare. L’alternativa resta quella della dipendenza energetica in un mondo dove le incertezze aumentano.

Nelll’immagine: l’Italia rallenta sulle rinnovabili