Germania, l’ultradestra con la Cdu: voto storico sui migranti. Proteste in piazza

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Due giorni dopo le solenni celebrazioni della liberazione di Auschwitz, la Cdu/Csu di Friedrich Merz ha incenerito il cordone sanitario verso l’Afd. Il partito fondato da Konrad Adenauer ha accettato ieri i voti dell’ultradestra di Alice Weidel per far passare al Bundestag una mozione sull’immigrazione in aperta violazione delle regole europee. La mossa del probabile futuro cancelliere tedesco segna lo sbriciolamento di un tabù che reggeva ormai soltanto in Germania – e per ovvie ragioni storiche. Ed è la cancellazione dell’eredità più sana della lunga era di Angela Merkel, la grande rivale di Merz, che aveva sempre mantenuto fede all’imperativo «mai con l’Afd». Ma quella del leader conservatore sembra anche un inchino all’uomo nuovo trumpiano, a quell’Elon Musk che appena due giorni fa aveva ululato in collegamento a un comizio di Alice Weidel che i tedeschi la devono smettere di vergognarsi del loro passato. La giornata di ieri passerà tristemente alla storia. In serata, non a caso, centinaia di persone si sono radunate spontaneamente davanti alla sede berlinese della Cdu per gridare «vietate la Cdu» e «Merz vattene».

Quanto la mozione approvata ieri con i voti dell’Afd e dei liberali (che Merz intende trasformare venerdì in una proposta di legge da proporre al Bundestag) sia dirompente, lo ha ricordato ieri il cancelliere Olaf Scholz. Se il «pacchetto Merz» passasse, «il più grande Paese in Europa violerebbe il diritto europeo. Finora solo Viktor Orbán osa una cosa del genere». Merz vuole rafforzare i controlli alle frontiere e concedere maggiori poteri alla polizia. Soprattutto: minaccia di respingere i richiedenti asilo direttamente al confine.

La scorsa settimana, sull’onda dell’indignazione per l’attacco di Aschaffenburg, Merz aveva annunciato la sua fuga in avanti, totalmente irricevibile sia per la Spd sia per i Verdi. Peraltro, dopo lo strappo di ieri la domanda nasce spontanea. Con chi si alleerà il leader cristianodemocratico, dopo le elezioni del 23 febbraio? Certo è che l’indisponibilità al dialogo e il neo estremismo di Merz non è la migliore premessa per una grande coalizione con i socialdemocratici. Già ieri qualcuno dal Willy-Brandt-Haus parlava a microfoni spenti di una “fiducia compromessa”. E i sondaggi sembrerebbero suggerire che la virata a destra della Cdu/Csu giovi solo all’Afd: ormai è al 23%, secondo YouGov.

Che si stesse delineando un frankenstein politico, è stato chiaro da subito. Pur di far approvare le sue misure, Merz si è detto da subito disponibile ad accettare il voto di “chiunque”. Compresa, quindi, l’ Afd. Da lì, il leader Cdu è stato travolto dalle critiche: ma lui è andato avanti e ieri il cordone sanitario verso l’estrema destra è caduto.

Critiche erano piovute nei giorni scorsi anche dall’estero, da uno degli alleati storici dei cristianodemocratici tedeschi, l’austriaca Oevp. Il cancelliere Alexander Schallenberg ha respinto l’idea che la Germania blindi i confini: «Se ognuno tira su il suo ponte levatoio, ci ritroviamo tutti più poveri e nessuno è più al sicuro», ha tuonato da Vienna. Secondo una fonte del Ppe, anche il premier greco Kyriakos Mitsotakis sarebbe perplesso sulla proposta del leader della Cdu. Mentre il numero uno del Ppe, il tedesco Manfred Weber, sostiene la fuga in avanti di Merz senza riserve. Del resto, il politico della Csu non si è scandalizzato neanche quando al Parlamento europeo l’Afd ha votato nei mesi scorsi alcune misure presentate dai Popolari europei. A Strasburgo il tabù è rotto da un pezzo.

Nei giorni scorsi si era registrata invece la netta presa di posizione delle chiese protestanti e dei vescovi cattolici contro i respingimenti alle frontiere proposte dalla Cdu. In un comunicato, i vertici delle due chiese hanno criticato «un dibattito che infama i migranti, alimenta pregiudizi e non contribuisce a risolvere i problemi».

A proposito del sostegno dell’Afd, Merz si era affrettato nei giorni scorsi a puntualizzare che «io non voglio questa maggioranza», ma ha insistito che «dobbiamo agire adesso». Al Bundestag, ieri, ha ribadito il concetto: «Una decisione giusta non diventa sbagliata, se la votano le persone sbagliate. Resta giusta».

Nell’immagine: Berlino, manifestanti contro Friedrich Merz


Trump shock: “Chiuderemo a Guantanamo i clandestini che hanno commesso reati”

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

La Stampa

Joe Biden voleva chiudere per sempre il carcere di massima sicurezza dei terroristi dell’11 settembre sull’isola di Cuba e invece Donald Trump lo trasformerà in un centro di detenzione per i migranti illegali.

Firmando la sua prima legge del secondo mandato, un provvedimento che renderà più facili gli arresti anche dei richiedenti asilo senza documenti, il presidente americano ha annunciato la creazione di un centro di detenzione a Guantanamo e rivendicato che, grazie alle politiche dell’ultima settimana, «nessuno entra più negli Stati Uniti».

Nel frattempo, a poche ore dalla sospensione da parte di un giudice del congelamento di sovvenzioni e prestiti federali, il tycoon ha tirato dritto ma assicurato agli americani preoccupati e confusi che “le pensioni e la sanità” non saranno toccate.

Il commander-in-chief ha firmato il Laken Riley Act, che prende il nome da una studentessa 22enne della Georgia assassinata l’anno scorso da un venezuelano senza documenti ricercato per furto. La misura prevede la detenzione, fino alla loro espulsione, di un’ampia fascia di stranieri senza documenti, compresi i richiedenti asilo, che hanno commesso reati minori come il furto o il taccheggio.

I genitori e la sorella della giovane erano presenti alla firma alla Casa Bianca. «Abbiamo raggiunto un livello record di contenimento dell’immigrazione negli Usa. Nessuno tenta di entrare», ha dichiarato il presidente americano accusando la politica del suo predecessore Joe Biden sui migranti di essere «arrogante e stupida».

Trump ha poi annunciato la creazione di un centro, da 30mila posti, per la detenzione dei migranti illegali a Guantanamo per «rinchiudere i peggiori criminali che minacciano gli Stati Uniti» e ha firmato un ordine esecutivo per dare mandato al dipartimento della Difesa e della Sicurezza interna di iniziare i lavori.

Il presidente americano ha anche smentito indirettamente la notizia diffusa dal Washington Post di un passo indietro sullo stop ai fondi contenuto in un memo interno dell’Office of Management and Budget della Casa Bianca. La portavoce, Karoline Leavitt, ha insistito che «il congelamento è ancora in vigore» e Trump di fatto non ha parlato di nessuna revoca del blocco limitandosi a rassicurare gli americani che «la social security» e «Medicaid» non saranno toccati «da ciò che facciamo o faremo».

Una situazione che, comunque, resta confusa e lascia scuole, ospedali, organizzazioni no-profit, società di ricerca e forze dell’ordine nel panico a cercare di capire se abbiano perso o meno il sostegno federale. Il commander-in-chief ha anche ribadito l’avvertimento ai dipendenti pubblici che se non si presenteranno in ufficio dal 6 febbraio saranno licenziati. Secondo Axios, la Casa Bianca è pronta a pagare fino al prossimo 30 settembre gli impiegati del governo che non vogliono tornare in ufficio, a condizione che si dimettano entro il prossimo lunedì.

L’amministrazione si aspetta che l’offerta venga accettata dal 5% al 10% di loro, il che significherebbe potenzialmente centinaia di migliaia di persone. Intanto proseguono le audizioni al Senato dei nominati nel governo di Trump con quella di Robert Kennedy jr alla guida della Sanità.

Il nipote di Jfk è stato messo sotto torchio dalle domande dei senatori democratici e anche qualche repubblicano della commissione finanze, forse più di tutti i candidati visti finora,soprattutto sul suo passato no vax, sull’aborto e su Medicaid.

«Non sono anti-vaccini», ha dichiarato l’avvocato citando un suo libro del 2014 e assicurando che tutti i suoi figli sono vaccinati. E tuttavia alcuni esponenti dem gli hanno contestato che in passato ha fatto dichiarazioni di segno opposto e ha abbracciato teorie cospirative.

Sull’interruzione di gravidanza ed altri temi caldi come la pillola abortiva, il figlio di Bob Kennedy è sembrato a tratti in imbarazzo e un po’ spaesato. «Sono d’accordo con il presidente Trump sul fatto che ogni aborto è una tragedia. Sono d’accordo con lui sul fatto che non possiamo essere una nazione di principi morali se abbiamo 1,2 milioni di aborti all’anno», ha dichiarato senza citare la fonte di questa cifra.

Nell’immagine: il “Guantánamo Bay detention camp”


Cybersicurezza, tra Usa e Ue si rischia un gap incolmabile

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Di Sabato Angieri, il manifesto

Il 4 gennaio Giorgia Meloni ha preso un aereo di stato per recarsi all’oscuro di (quasi) tutti a Mar-a-lago, da Donald Trump. Lo scopo palese della visita era quello di convincere il presidente eletto che l’Italia non poteva far altro che liberare l’iraniano Mohammed Abedini, del quale gli Usa chiedevano l’estradizione, per ottenere la liberazione di Cecilia Sala, detenuta nel carcere di Evin. Ma invece di concentrarsi sul caso della reporter italiana arrestata a Teheran, le agenzie di stampa la stessa notte hanno annunciato che Meloni aveva definito gli ultimi dettagli di un accordo da 1,6 miliardi di dollari con Elon Musk per l’uso della rete Starlink in Italia. Un progetto di 5 anni che, secondo Bloomberg, «è già stato approvato dai servizi segreti e dal ministero della Difesa italiano».

Ma in un mondo in cui le guerre sono tornate prepotentemente alla ribalta, la cyber-sicurezza diventa uno dei temi più delicati da affrontare per i governi occidentali. Ne abbiamo parlato con Andrea Gilli, docente di studi strategici attualmente in carica all’università St. Andrews in Scozia.

È corretto affermare che la cyber-sicurezza è ormai diventata una parte fondamentale della Difesa?
Durante il summit di Varsavia del 2016 la Nato ha definito il cyber-spazio un «dominio operativo». In gergo militare un dominio è una zona dove si può combattere e quindi i membri del Patto atlantico hanno esplicitamente riconosciuto che la guerra ha acquisito una nuova dimensione oltre ai tradizionali terreni di scontro delle forze armate (mare, terra, cielo). Nel 2020 anche lo spazio è rientrato nell’alveo dei domini operativi, aggiungendo un ulteriore terreno di scontro possibile. Non si tratta solo di definizioni militari, con queste due dichiarazioni la Nato ha stabilito che gli stati membri devono difendersi dalle minacce esterne perché gli attacchi ora possono arrivare anche su domini non convenzionali.

Come si è arrivati a questo cambio di prospettiva?
Nel corso degli ultimi 20-25 anni la tecnologia digitale è letteralmente esplosa, arrivando ad occupare un ruolo sempre maggiore nella nostra vita quotidiana. Poi la pandemia ha catalizzato questo processo e, in parte, ha peggiorato alcuni dei meccanismi di interazione on-line, soprattutto sui social network. Una grande fascia della popolazione si è digitalizzata senza padroneggiare gli strumenti di difesa necessari e le minacce sono aumentate in maniera esponenziale.

A rendere palesi i rischi sulla rete quanto hanno contribuito le accuse alla Russia di interferenze nelle elezioni o alla Cina rispetto alla vicenda di Tik Tok?
Ci sono stati diversi casi che hanno portato i governi a maggiore attenzione su questo tema. Si pensi alla prima elezione di Trump, alla Brexit, al caso di Cambridge Analytica. Dal momento in cui sempre più cittadini si informano sulle piattaforme digitali la disinformazione circola in maniera più virale e, tuttavia, sorge un problema di tipo etico, filosofico se vogliamo, ovvero dov’è il confine tra lotta alla disinformazione e censura? Si tratta di un problema interno alle nostre società occidentali e dei principi sui quali esse si fondano. I regimi autoritari, ovviamente, non si fanno particolari problemi a reprimere i comportamenti dei cittadini nella vita reale così come in quella virtuale. In modo simile è emersa una fondamentale debolezza dell’Occidente e della Nato: siamo militarmente più forti degli altri ma fragili dal punto di vista informatico.

Nel contesto globale l’Ue è l’istituzione che più discute di limitazioni alle big tech e di nuove leggi sui social media e internet. Ora, con l’elezione di Trump, si vuole far passare il messaggio che chi regolamenta la rete è un censore. A suo modo di vedere, quali sono i rischi per una deregolamentazione del settore?
Sulla disinformazione è difficile emanare una legislazione che accontenti tutti perché se da un lato più libertà di parola potrebbe equivalere a più disinformazione, dall’altro si parlerebbe di censura. Il vulnus è evidente: se X, che è un’azienda estera diffonde disinformazione può essere sanzionata, ma se io, da cittadino, la diffondo non posso essere sanzionato. Il rischio è quello di incentivare la nascita di attori dai quali sarà ancora più difficile proteggersi.

Qual è il contesto della cyber-sicurezza in Ue?
Nell’Ue ci sono Paesi che hanno notevoli capacità in questo campo (Francia, Paesi nordici, Danimarca) ma l’Europa si scontra con due ostacoli fondamentali: la frammentazione interna e la legislazione. Nel primo caso il punto è che ogni stato pensa si tratti di una partita individuale, mentre in realtà l’Ue al suo interno è fortemente inter-connessa. Se viene mandata in tilt una centrale energetica in Germania magari le conseguenze investono tutti gli stati confinanti perché quell’infrastruttura forniva corrente anche a loro, dunque non si dovrebbe ragionare in termini di singoli interessi. I membri dell’Ue sono più arretrati dal punto di vista delle piattaforme tecnologiche.

Quando usiamo Cisco, Oracle, Windows in parte sopperiamo al problema… ma ci sono capacità domestiche molto limitate. Un altro aspetto che limita la nostra capacità di stare al passo con i principali concorrenti internazionali è che l’approccio dell’Ue alla cyber-sicurezza è principalmente normativo (leggi e anti-trust). L’esempio migliore in questo caso è l’AI Act che stava per essere emanato a fine novembre 2022 quando è apparso Chat gpt che ha bloccato tutto e costretto i legislatori a rivedere il testo. Collegata a questo c’è la questione dell’Anti-trust. Ricorda quando il traffico aereo mondiale è andato in tilt nel luglio dell’anno scorso? Il caos è scoppiato perché l’Ue con la sua mozione sull’antitrust ha obbligato la ditta che lo gestiva ad aprire la sua piattaforma di Microsoft ad altri rendendola vulnerabile a virus, bug e malfunzionamenti. So che sembra strano, ma in questo conteso l’antitrust favorisce gli attacchi cibernetici invece della concorrenza.

E qual è la situazione in Italia?
L’azione dei governi nelle ultime due decadi almeno lascia intendere che per l’esecutivo la cybersicurezza non è una priorità, il che non significa necessariamente che siamo indietro. A volte comunque vengono prese decisioni inspiegabili. Si pensi che circa 10 anni fa il governo italiano ha affidato il contratto per la cybersicurezza a Kaspersky che è un’azienda russa. Al di là dell’azienda in questione ma a qualcuno è venuto in mente che con la Russia che aveva appena annesso la Crimea questo appalto poteva rappresentare un problema politico? Il problema è il solito: o l’ignoranza sul tema o qualche tipo di interesse personale. In ogni caso il problema più grande che vedo è nella Pubblica Amministrazione: pensi al ragazzino hacker che cambiava i voti sul registro elettronico, o all’intruso che ha spiato i dati del tribunale di Perugia… Mancano gli investimenti per la rete, il personale non è formato, le procedure sono obsolete e mettono a rischio costantemente l’enorme mole di dati gestita. Ma anche nell’amministrazione militare non siamo impeccabili: siamo in una fase in cui tutte le piattaforme delle forze armate usano sempre più semi-conduttori e quindi dati e la possibilità che questi dati siano oggetto di attacchi è sempre più alta.

Torniamo al viaggio di Meloni a Mar-a-Lago.
Sulla cyber-sicurezza Starlink non cambia così tanto perché si tratta di satelliti che orbitano a bassa quota e sono difficili da intercettare o disabilitare da altri. Dal punto di vista della sicurezza dei dati non peggiora di molto la situazione (almeno così dicono gli ingegneri). Per quanto riguarda l’attore straniero porrei delle questioni: ci serve? Negli altri Paesi si istituirebbe una commissione ad hoc per fare uno studio specifico, ad oggi questa cosa non è stata fatta. Il ministro della Difesa Crosetto e altri esponenti del governo hanno dichiarato che per l’Italia questo tipo di tecnologia è molto importante ma le ragioni di tale necessità, ad oggi, non sono state esplicitate. Possiamo affidarci a Musk? Dipende dall’importanza del servizio che demandiamo. Anche se oggi non se ne sente la necessità, nel medio termine questa tecnologia servirà. Credo che la vera domanda sia: il governo italiano sta facendo da apripista rispetto agli altri Paesi Ue oppure sta regalando soldi a Musk? In ogni caso bisogna considerare che il problema non è solo Starlink: se domani Google, Amazon, Microsoft staccano la spina avremo un danno enorme.
Quando il 14 ottobre 2022 Elon Musk ha dichiarato che avrebbe interrotto la connessione Starlink in Ucraina ai vertici di Kiev è mancata l’aria.

Non corriamo lo stesso rischio di essere abbandonati in un momento di necessità?
L’assunto è corretto, ma non ci sono reali alternative. Si pensi che per la posta elettronica le forze armate usano Microsoft, per i software per scrivere idem… tale dipendenza si trova in tantissimi contesti, anche nei più delicati. Il fatto è che la logica dell’economia è improntata all’efficienza, quella della Difesa all’efficacia e a volte l’efficacia richiede di essere inefficienti.

Si dice che l’Ue sia troppo indietro per recuperare rispetto a Starlink.
Il successo del programma europeo, Iris 2, dipende dai lanciatori che in Ue sono estremamente più cari di Starlink. Questo perché Musk utilizza le piattaforme di Space X che è dello stesso gruppo. È altamente improbabile che l’Ue riesca a rientrare dei costi rendendo il sistema sostenibile se la concorrenza è così spietata. Tuttavia, è importante sottolineare una questione: Starlink posiziona tutti questi satelliti in orbita bassissima e lo spazio non è infinito, anche se sembra brutale chi prima arriva meglio alloggia. Dunque, al contrario, se arriveremo troppo tardi avremo meno spazio disponibile nell’orbita bassa. E fra 10 o 15 anni si lanceranno nuove generazioni di satelliti, riducendo ulteriormente lo spazio libero.

Quindi l’Ue cosa può fare?
Favorire l’innovazione e le startup. Non destinare più così tanti soldi ad aziende già esistenti (che usano le nostre tasse per il proprio bilancio senza restituire nulla nel campo dell’innovazione) ma incoraggiare la ricerca tecnologica.

Quali rischi vede all’orizzonte?
Il rischio principale al momento è che gli Usa inizino a correre come mai prima e l’Ue rimanga talmente indietro da rendere molto difficile recuperare. Se l’Ai statunitense si integra nei software è la fine. Netflix vuole diventare la Rai del mondo, Starlink la Telecom… perché a quel punto dovrei guardare solo la rete nazionale o abbonarmi a un qualsiasi operatore telefonico? Le big tech potrebbero cannibalizzare tutte le industrie, anche quelle tradizionali e se l’Ue non saprà essere parte nel cambiamento rischia di rimanere una sorta di parco giochi dove la gente va a fare solo le vacanze e non si produce più niente perché semplicemente dipende tutto dall’estero. Non lo scopriamo oggi, non si tratta di previsioni apocalittiche ma di ipotesi che alcuni studiosi, come Marc Andreessen, hanno elaborato più di 25 anni fa. Si consideri che il progetto Stargate, ovvero l’accordo tra ChatGPT, Oracle e Softbank vale 500 miliardi, la spesa pubblica italiana è di 1000 miliardi. Da soli, noi come gli altri paesi dell’Ue, non possiamo essere competitivi.


La guerra del coltan: ecco cosa c’è dietro l’offensiva dei ribelli dell’M23 in Congo

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Di Leonardo Martinelli, La Repubblica

I ribelli della M23 (Movimento del 23 marzo) hanno ormai il controllo di Goma, capoluogo del Nord-Kivu, la provincia nell’estremo est della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Al loro fianco, come sempre, l’esercito del Ruanda. Oggi, in città, gli abitanti iniziano a uscire dalle case, dove erano rimasti rintanati da domenica sera, quando i guerriglieri erano penetrati dentro Goma. Il bilancio è di più di cento morti e quasi mille feriti e una situazione umanitaria allarmante.

Félix Tshisekedi, presidente della Rdc, e Paul Kagame, alla guida del Ruanda, dovevano incontrarsi oggi a Nairobi, su iniziativa del Kenya, che assicura la presidenza della Comunità degli Stati dell’Africa dell’Est. Ma l’incontro è dato ormai come incerto e improbabile, mentre un diplomatico ruandese, Vincent Karega, ambasciatore itinerante nella regione dei Grandi Laghi, ha appena sottolineato che “i combattenti della M23 continueranno ad avanzare oltre Goma, nel Sud-Kivu”, la provincia vicina. Ma perché quest’area, a ridosso del confine con il Ruanda, scatena così tante violenze? E chi sono i ribelli della M23?

Chi sono i ribelli dell’M23

Sono più di trent’anni che il Nord-Kivu è preda di violenza tra diversi gruppi armati, che puntano al controllo delle sue ricchezze minerarie. La M23 è oggi l’ultimo baluardo dei numerosi movimenti di guerriglia a dominante tutsi (la stessa etnia di Kagame), sostenuti nei tempi dal Ruanda e anche dall’Uganda nell’Est del Congo.

La M23 nacque nel 2012 dall’ammutinamento di combattenti del Congresso nazionale per la difesa del popolo (Cndp): accusavano il governo di Kinshasa di non aver rispettato le clausole dell’accordo (firmato il 23 marzo 2009), che aveva permesso la loro integrazione nell’esercito congolese. Alla fine del 2012, il Movimento del 23 marzo occupò Goma per una decina di giorni, prima di ritirarsi, sotto la pressione della comunità internazionale (e in particolare di Barack Obama). Diciotto mesi dopo vennero sconfitti dalle forze armate congolesi. Ma questi ribelli si sono riattivati alla fine del 2021, con l’aiuto, anche logistico, del Ruanda.

La nuova offensiva fino alla presa di Goma

Il Ruanda nega di appoggiare la M23, ma un recente rapporto di esperti dell’Onu, di fine dicembre, indica che sono fra i 3mila e i 4mila i suoi soldati al fianco dei ribelli. Sultani Makenga è il capo militare del movimento: in poco più di tre anni, ha preso il controllo di un territorio di 10mila km, tra il lago Kivu e il lago Edoardo, lungo le frontiere del Congo con Ruanda e Uganda. Kigali, per cessare la “collaborazione”, chiede lo smantellamento di un gruppo armato, fondato da alcuni responsabili hutu del genocidio del 1994, le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr), ancora attivo nell’Est del Congo. Ma da tanti questo è considerato solo un pretesto.

Le Ong presenti sul posto denunciano stupri ed eccidi, veri e propri “crimini di guerra” da parte della M23 nel corso della sua avanzata.

La guerra del coltan

Kinshasa accusa il Ruanda, dotato di una scarsa presenza di minerali, di volersi impossessare delle risorse naturali del Nord-Kivu. La provincia è ricca di oro, rame (anche se le riserve più importanti di questo minerale si trovano piuttosto nel vicino Katanga), stagno, tungsteno, ossido di nickel ma soprattutto di coltan (columbite-tantalite), di cui il Nord-Kivu detiene fra il 60 e l’80% delle riserve mondiali. Questo minerale, venduto attualmente a 30 dollari al chilo, è strategico, perché utilizzato, grazie alla sua resistenza al calore e alla corrosione, nella fabbricazione di condensatori destinati ai cellulari, i computer, i componenti dell’industria aeronautica, i missili.

Ebbene, in aprile, durante la loro avanzata, i ribelli hanno preso il controllo del comune di Rubaya, dove si trova la più grande miniera di coltan della regione dei Grandi Laghi. A quel punto, come fa sempre, la M23 ha creato la sua amministrazione parallela. “Da allora almeno 150 tonnellate di coltan – si legge nell’ultimo rapporto degli esperti Onu – sono state esportate in maniera fraudolenta verso il Ruanda, dove il minerale è stato mescolato alla produzione locale, per poi essere venduto all’estero”.

Sempre secondo il rapporto, il traffico di coltan della sola miniera di Rubaya “genera almeno 800mila dollari di utili al mese”.

Il piccolo potente contro il gigante debole

Il Ruanda ha appena 12 milioni di abitanti, mentre la Rdc più di 109 milioni. Ma il Ruanda, governato dal principio del secolo da Paul Kagame, ha un esercito disciplinato, efficace e ben equipaggiato, a differenza di quello congolese, demotivato e corrotto. I ruandesi forniscono missili solari e sistemi d’intercettazione dei droni alla M23. Con la pacificazione realizzata dopo il genocidio del 1994, effettuata anche con il pugno di ferro di un presidente autoritario come Kagame, il Ruanda è diventato una sorta di “tigre” economica in Africa, specializzato nell’hi-tech, con un’industria manifatturiera efficiente e un turismo di massa: una situazione ben diversa dalla Rdc, minata dal caos e dalla miseria.

Nell’immagine: ribelli della M23


Nuove tendenze dominanti

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 


Retate contro i migranti in Usa, Daniela Kooyip: “Non esco e tremo al pensiero che mi caccino”

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

NEW YORK — «L’ultima settimana è stata terribile: con le notizie che arrivano da tutta l’America ho davvero paura, non dormo la notte, non oso uscire di casa». Daniela Kooyip, 24 anni, è nata in Perù ma vive in Texas con la famiglia. I genitori la portarono in America a 5 anni, entrati con visto turistico e mai più andati via. Un fratello e una sorella sono nati qui e sono legalmente americani: lei no. Nel 2017, quando Trump tentò di cancellare i Daca — il Deferred Action for Childhood Arrivals istituito da Obama per proteggere i giovani migranti entrati clandestini da bambini — raccontò la sua condizione di “Dreamer” (studente figlia di irregolari) in un post su Facebook che divenne virale. All’epoca il tentativo di Trump fu bloccato dalla Corte Suprema. Oggi le cose sono cambiate.

Sette anni dopo, la situazione è perfino peggiore…
«Io e i miei genitori siamo di nuovo in pericolo. Eppure paghiamo le tasse, non abbiamo commesso crimini. Mio fratello sta per compiere 21 anni e forse potrà farci da “sponsor” in tribunale, cioè ottenere per noi lo status legale grazie al suo essere americano. Ma è un percorso costoso e non facile».

Cosa la spaventa?
«Non oso nemmeno immaginare cosa potrebbe accadere se dovessero arrestarmi e deportarmi in Perù. Sono fiera delle mie radici, ma lì non ho mai vissuto. Vedo i miei genitori angosciati. Si sentono in colpa per me. Ma io so che emigrarono clandestinamente per dare una possibilità alla nostra famiglia. Grazie al programma Daca ho potuto iscrivermi al college, ottenere la patente di guida, un lavoro. Sono anni che ho uno status legale, come possono togliermelo ora?».

Vi siete rivolti a qualcuno?
«A tanti avvocati. Ma le soluzioni sono improbabili. Ai miei genitori dicono fate un matrimonio d’interesse con qualcuno di qui e poi ottenuta la cittadinanza divorziate: idea contraria alla loro morale. Abbiamo tentato pure la lotteria per la Greencard. Molti la vincono, noi mai. Com’è possibile che il certificato di nascita dei miei fratelli nati qui è migliore del mio stampato altrove? La politica non può abbandonarci così. Vogliamo solo costruirci un futuro. Io studio all’università, lavoro per mantenermi: cosa farò se mi porteranno via?».

Lei come si considera?
«Americana. L’inno di questo Paese è l’unico che conosco e amo».


Lo stile paranoide nella politica americana

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E tutti a parlare e a impressionarsi della frenesia politica-decisionale di Donald Trump. Quasi fosse un accidente, un fenomeno, uno tsunami improvviso. Come ancora poco tempo fa eri messo alla gogna se osavi parlare di imperialismo americano (aggiungendo che quello di Putin è diverso nella forma, certamente più rozzo e non vestito di democrazia, ma non nella sostanza conquistatrice), non si osa dire che Trump non è un fenomeno, è un epifenomeno. Epifenomeno, inteso come un derivato (ma tutt’altro che secondario) di un quadro storico-politico-socioculturale fattosi patologico.

Quel testo dimenticato di Richard Hofstadter

C’è un libro, non molto corposo (un centinaio di pagine), ma denso d’analisi e di significato, apparso per la prima volta nel 1964, che è stato dimenticato e che si dovrebbe riprendere oggi per capire molte cose. Il suo titolo originale è: “The Paranoid Style in American Politics” (pubblicato dalla Penguin Random House, LLC). Quanto a dire: “Lo stile paranoide nella politica americana” (è stato ripreso e tradotto in italiano, non a caso, dalla sempre attenta Adelphi nel 2021!). Ne è autore Richard Hofstadter (1916-1970), uno dei massimi storici americani del Novecento, vincitore per due volte del prestigioso Premio Pulitzer.

Precisa subito nella prima pagina Hofstadter: “Lo chiamo stile paranoide per il semplice motivo che nessun’altra parola sa evocare adeguatamente le qualità di accesa esagerazione, sospettosità e fantasia cospiratoria a cui mi riferisco… Quando parlo di stile paranoico uso il termine un po’ come uno storico dell’arte potrebbe parlare dello stile barocco o di quello manierista”. Ma che cos’è la paranoia? H. si rifà al classico dizionario Webster, che definisce la paranoia in termini clinici: “disordine mentale cronico caratterizzato da sistematiche manie di persecuzione e di grandezza”.

Esiste però una differenza fondamentale tra il rappresentante dello stile paranoide in politica e il paranoico clinico: sebbene tendano entrambi ad essere estremamente sovraeccitati, sospettosi, aggressivi, megalomani e apocalittici nelle loro espressioni, il paranoico clinico vede il mondo ostile e cospiratore in cui sente di vivere come diretto specificatamente contro di lui; il rappresentante dello stile paranoide trova invece che sia diretto contro una nazione, una cultura, uno stile di vita il cui destino non tocca solo lui ma milioni di persone”.

Un nemico resuscitato

Hofstadter espone una documentata analisi storica di questo “stile paranoide” (citando, dimostrativamente e curiosamente, anche un giornale texano del 1855, in cui si rilevava come “cosa notoria” che i monarchi di d’Europa e il Papa di Roma “complottano per la nostra distruzione e minacciano l’estinzione delle nostre istituzioni… i cattolici degli Stati Uniti ricevono dall’estero più di 200 mila dollari per la loro propaganda…”). La minaccia era allora “la straordinaria sfrontatezza con cui si muove la Chiesa cattolica negli Stati Uniti” …per distruggerci.

Può essere interessante rilevare come lo stesso timore o stile paranoide sia attualmente resuscitato a causa delle troppe esplicite critiche al “dio mercato” o al capitalismo di papa Francesco, oltretutto un argentino (si veda l’altrettanto interessante e documentatissimo libro da poco uscito del corrispondente negli Stati Uniti del giornale cattolico francese “La Croix”, Nicolas Senèze: “Comment l’Amerique veut changer de pape”, ed, Bayard, 2019; vedasi anche l’articolo qui apparso su “Quando economia e politica si vestono di religione”). Capita quindi che a Roma Trump si trovi un supposto nemico (Francesco) e una amica certa (Giorgia): le stranezze della storia.

La sindrome della catastrofe

L’autore dimostra come c’è un “approccio apocalittico” dello stile paranoide. Che arriva pericolosamente vicino al pessimismo più disperato, ma di solito si ferma un attimo prima di finirci dentro. È però quel piglio apocalittico che scatena passione e militanza ed eccita gli animi suscettibili in un modo “non dissimile da alcuni temi tipici del cristianesimo. Se espressi adeguatamente questi avvenimenti assolvono alla stessa funzione della descrizione delle orribili conseguenze del peccato nella predica di un pastore revivalista”. Si descrive ciò che incombe ma può ancora essere evitato… perché Dio sarà con noi (come dicevano anche i nazisti e come uno dei miliardari accanto a Trump si è tatuato sul braccio).

È quanto sosteneva recentemente sulle pagine di “Le Monde” lo storico medioevalista Joel Schnapp: ”Donald Trump mobilita una retorica potentemente religiosa, utilizzando numerosi temi biblici ed escatologici (relativi alla fine dei tempi), al punto tale che alcuni propositi assomigliano a profezie della fine del Medio Evo”(v. Donald Trump, l’Apocalypse et le roi David: une lecture théologique du président américain”, Le Monde, 10 gennaio).

E quindi “la catastrofe o la paura della catastrofe è l’elemento base per scatenare la sindrome della retorica paranoide. ”Con l’ovvia ma categorica aggiunta: senza di me, senza io-salvatore, succederà”.

Hoftstadter rileva quindi che “dal momento che la posta in gioco è sempre un conflitto tra un bene e un male assoluti, la qualità richiesta non è la disponibilità al compromesso, ma la volontà di combattere fino in fondo. Ci si accontenterà solo di una vittoria assoluta. Siccome il nemico è considerato totalmente malvagio e implacabile, va eliminato del tutto, se non dal mondo quantomeno dal teatro delle operazioni a cui il paranoico rivolge l’attenzione”. Che è comunque mondiale. Con il grave pericolo che un eventuale fallimento “accresce costantemente la frustrazione del paranoico”. Anche perché “tutti soffriamo la storia, ma il paranoico la soffre doppiamente, perché è afflitto non solo dal mondo reale, come tutti noi, ma anche dalle sue fantasie”.

Nell’immagine: illustrazione di Sergio Aquindo 


La Svizzera e i suoi miti fondanti alla prova della storia

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Al recente Itinerari della neutralità, di Orazio Martinetti (Edizioni Armando Dadò), di cui abbiamo parlato il 5 gennaio scorso, ma anche a La Svizzera nel cuore dell’Europa, di André Holenstein (Giampiero Casagrande Editore), si è aggiunto da qualche settimana un altro saggio storico che, già nel titolo, riprende il tema. Si tratta di La Svizzera è un paese neutrale (e felice), di Maurizio Binaghi, pubblicato da Laterza. Binaghi (1972), insegna storia al Liceo di Lugano 1 ed è presidente dell’Associazione ticinese degli insegnanti di storia.

Nel volume di Binaghi, la neutralità è solo uno degli aspetti che compongono quell’identità svizzera (facciata vs sostanza; commistione di vero, verosimile, posticcio) che l’autore cerca di descrivere in un percorso coerente. Dico subito che le quasi 300 pagine hanno il pregio di rivolgersi a un pubblico generalista, prima che agli esperti. Il fatto che a pubblicarlo sia stata una prestigiosa casa editrice italiana colma anche una lacuna: se, da non specialista, non ricordo male, il compendio storico più recente sul nostro Paese uscito in Italia ci riporta addirittura al 1993 (Storia della Svizzera: dall’antichità ad oggi, di Emilio R. Papa, Edizioni Bompiani).

Un secondo aspetto va sottolineato: Binaghi entra, con il suo saggio, nella fortunata serie Fact Checking, ideata da Carlo Greppi, di cui è il sedicesimo tassello. Volumi che si prefiggono di verificare i fatti e le fonti, di mettere a confronto, fin dove possibile, ciò che è realmente avvenuto e ciò che invece, nella narrazione, è servito – nella fattispecie – più per costruire della Svizzera, a tavolino, un’immagine identitaria peculiare, un modello di successo facilmente esportabile.

I cliché, dunque, termine in cui ci s’imbatte quasi subito, nel primo sottotitolo del libro, Un paese fatto di clichés. Un paese che al mondo intero appare come “neutrale, prospero, preciso, affidabile, generalmente felice e, di per sé, un po’ noioso”. Come del resto risulta, da un sondaggio risalente al 2022, effettuato da Presenza Svizzera in 13 Paesi del mondo. Nella percezione degli interpellati la fanno da padroni il paesaggio alpino innevato, gli orologi, il cioccolato, le banche. Ai quali si aggiungono alcune caratteristiche identitarie –  la puntualità, la serietà, l’attaccamento al lavoro –  che chi ci osserva dai cinque angoli del globo, più o meno distrattamente, appiccica agli Svizzeri come gomma da masticare alle scarpe: l’espressione è del diplomatico Paul Seger, fino al 2023 Ambasciatore in Germania, autore di uno dei contributi del numero speciale di Limes dedicato alla Svizzera nel dicembre 2023.

Chiediamoci allora in che misura questi luoghi comuni, duri a morire, li abbiamo, sino ad oggi, subìti senza troppo reagire, senza preoccuparci del fact checking, appunto, ma anche quale è stato il nostro contributo attivo nel loro diffondersi e consolidarsi, che ha fatto della Confederazione una sorta – scrive Walter Mariotti nel bimestrale di viaggi Meridiani dedicato a Zurigo, Berna e Basilea nel novembre scorso – “di non luogo, o meglio ancora di metaluogo”. Certamente, paragonata ad altre realtà, la Svizzera (che rappresenta lo 0.028% della superficie mondiale) può guardare con fierezza a questa immagine fatta di democrazia diretta, coinvolgimento dei propri cittadini nelle scelte, stabilità, benessere economico, isola di pace tra fronti contrapposti: Binaghi declina tutta una serie di cifre che corroborano la solidità dell’invenzione e della costruzione, pur partita da componenti diverse per lingua, cultura, religione.

Insomma, c’è una Svizzera e c’è una sua rappresentazione, non sempre aderente ai fatti. È qui che il saggio di Binaghi interviene, rimettendo spesso – come si dice – la chiesa al centro del villaggio, correggendo il tiro sulla base dei documenti, rileggendo quei miti fondanti che dal punto di vista dello storico non reggono. Un’operazione preziosa, perché di un racconto mitologizzante si servono, anche oggi, in piena crisi (di valori, impegno, partecipazione), cerchie che proprio su presunti valori identitari, che sarebbero proprietà quasi esclusiva, archetipica, dello Svizzero, puntano per ampliare il loro consenso.

Questa narrazione – che si prefigge di dar forma e carattere a un’identità nazionale compatta e condivisa – si consolida definitivamente tra la fine del XIX° secolo e gli anni del secondo conflitto mondiale. Chiusa fra i grandi Stati nazionali che la circondano, la Svizzera si cuce addosso un abito su misura, che l’opinione pubblica deve conoscere, assorbire, far proprio.

“La storia” –  scrive Maurizio Binaghi (citando sul finale Holenstein e riflettendo sulla disciplina di cui è specialista e cultore) “è di primaria importanza per lo sviluppo di una coscienza nazionale, perché getta le basi per un’immagine condivisa del passato e permette di formare un legame comune. L’invenzione di una tradizione storica è fondamentale per la Svizzera, perché le consente di tenere unita una realtà che, col tempo, diviene sempre più eterogenea e conflittuale a livello culturale, religioso e politico. La narrazione di un mito delle origini e la rivendicazione di una storia comune assumono così la funzione fondamentale di inventare un’identità collettiva, permettendo agli Svizzeri di dotarsi di categorie con cui dare un senso al mondo sociale e di immaginarsi come nazione. Il racconto mitico della fondazione «giustifica in maniera elegante l’esistenza e la diversità della Confederazione», «si innesta a fondo nella memoria storica svizzera e fornisce le basi per il suo orgoglio comunitario, definendo il nucleo dell’autorappresentazione confederata»”.

Il saggio è suddiviso in 11 capitoli. Efficacemente ripetitivi nella loro formulazione, i loro titoli costituiscono un percorso che inizia con la rilettura che dei miti fondanti (Guglielmo Tell, Patto del Grütli) fecero, tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, alcuni cronisti della Svizzera centrale. Termina, questo percorso, ai nostri giorni, riproponendo, in maniera anche qui perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori, nodi e snodi (fine del segreto bancario, schedature, no allo SEE, beni ebraici in giacenza nelle banche svizzere, Commissione Bergier, grounding di Swissair, crisi e fusioni bancarie, polarizzazione degli schieramenti politici, rapporti con l’UE, politica d’asilo e, non da ultimo, il tema della neutralità, da cui eravamo partiti, e delle sue declinazioni/interpretazioni negli ultimi quarant’anni.

“Sciogliendo il dilemma della neutralità” osserva Binaghi “la Svizzera potrà rafforzare la sua credibilità internazionale, rendendo più coerenti la sua politica, la partecipazione a partnership per la pace e il ruolo nei buoni uffici diplomatici. Allo stesso tempo, questo consoliderebbe il consenso interno, permettendo di contrastare, prima che sia troppo tardi, il canto delle sirene dei movimenti isolazionisti”.

L’ultimo capitolo (Conclusione) è forse il più importante dell’intero volume poiché descrive anche il percorso a ostacoli che lo storico moderno deve affrontare provando a separare i fatti dai miti. Un memorabile dibattito pubblico in materia, organizzato dalla  Weltwoche, vide protagonisti, nell’aprile 2015, lo storico Thomas Maissen e il faro dell’UDC Christoph Blocher. Per il primo contavano i fatti; per Blocher gli aspetti valoriali che un avvenimento, inventato o meno, possono trasmettere.

“Le date contano meno dei valori della Svizzera. I miei avversari politici continuano a lavorare – e gli storici li aiutano – per screditare questi pilastri dello Stato svizzero, in modo da poter portare la Svizzera nell’Unione Europea” tuonò Blocher.

“I miti” replicò Maissen “non possono essere la base per definire la politica”.

  • Il libro verrà presentato mercoledì 12 febbraio 2025, ore 18.30, alla Bibloteca Salita dei Frati di Lugano.

Nell’immagine: James Vibert, “I tre Confederati” (1914, Palazzo federale, Berna) 


Caso Elmasry, Meloni indagata e contenta. Show sui social

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Di Andrea Colombo, il manifesto

La premier gioca d’anticipo. Appena ricevuto l’avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato nel caso del generale libico Osama Elmasry registra un video e dà per prima la notizia. Una buona mossa. Ma la bomba, con i ministri degli Interni Piantedosi e della Giustizia Nordio e il sottosegretario Mantovano a loro volta indagati, è deflagrante comunque.

NEL GOVERNO la hanno presa malissimo, anche perché stavolta davvero nessuno se lo aspettava. Al ministero della Giustizia accreditano all’avvocato Li Gotti, autore dell’esposto all’origine dell’indagine, una capacità di fare danno che era completamente mancata all’opposizione. Sibilano avvelenati contro il Procuratore capo di Roma Lo Voi, che avrebbe potuto aprire e chiudere il fascicolo e invece ha deciso di andare avanti. L’Anm specifica che non c’è alcun avviso di garanzia ma solo l’iscrizione nel registro degli indagati, atto dovuto dopo un esposto. A via Arenula ritengono però che non ci sia alcun atto dovuto e in effetti una circolare del 2017 dell’allora procuratore capo Pignatone contro le «iscrizioni frettolose» avrebbe permesso di chiudere subito il fascicolo.

Gli indagati si riuniscono subito a palazzo Chigi per concordare una strategia mediatica anche in vista del dibattito di ogni in Parlamento. Nel pomeriggio avrebbero dovuto riferire proprio i due ministri indagati. Era previsto solo l’intervento di Piantedosi, poi con una decisione inattesa lunedì sera era stata annunciata la presenza anche di Nordio.

Ma il quadro è completamente cambiato dopo l’iscrizione dei quattro nel registro degli indagati. Un dibattito che si prevedeva sì teso ma senza esagerate preoccupazioni prometteva di diventare tra i più fragorosi e politicamente a rischio. La premier sceglie di risolvere la faccenda nel modo più drastico. I ministri non saranno oggi in Parlamento. L’informativa, «per ora», salta. Se ne riparlerà. Quando? Mah, prima o poi. È anche questa una forzatura assurda. Cosa c’entra infatti l’avvio di un’indagine, atto dovuto o meno che fosse, con la necessità di affrontare un caso clamoroso sul terreno proprio, quello della politica non delle aule giudiziarie?

IN REALTÀ IL PROBLEMA giudiziario è considerato tutto sommato di scarsa rilevanza, anche se certo non si sa mai e una certa inquietudine comunque circola. Quel che preoccupa e fa imbizzarrire Meloni e i suoi ministri è che così diventa impossibile mettere la sordina alla vicenda, affondarla nelle sabbie mobili dei rimpalli di responsabilità e degli alibi di cartapesta. Nel suo video la premier mantiene comunque la barra in quella direzione. Prima bolla Lo Voi come «lo stesso del fallimentare processo a Salvini» e Li Gotti come «ex politico di sinistra molto vicino a Prodi (non è vero, peraltro), conosciuto per aver difeso pentiti del calibro di Buscetta». Poi ricostruisce il caso secondo il copione già noto: «La richiesta di arresto della Corte penale internazionale non è stata trasmessa al ministero della Giustizia». Di qui la decisione della corte d’appello di Roma di scarcerare il libico e quella del governo di rimpatriarlo di corsa «piuttosto che lasciarlo libero sul territorio italiano». In realtà sarebbe stato facile aggirare l’ostacolo procedurale ma è un nodo enorme sul piano politico non su quello legale.

Meloni a questo punto scarta e contrattacca spostando la vicenda sul piano dello scontro tra politica e potere togato: «Non sono ricattabile. Non mi faccio intimidire. È possibile che per questo sia invisa a chi non vuole che l’Italia cambi ma intendo andare avanti per la mia strada». La direttrice d’orchestra dà il la, i musicanti seguono in coro. I due vicepremier, Tajani e Salvini, sono molto più precisi di lei nell’additare la manovra politica della magistratura. «Sono solidale con Meloni e con i ministri indagati. È una reazione alla riforma sulla separazione delle carriere», sancisce sicuro il forzista. Il leghista è più spiccio: «Vergogna, vergogna, vergogna. Riforma della giustizia subito».

SEGUONO DECINE di comunicati diramati da altrettanti esponenti dei tre partiti di maggioranza, tutte sulla stessa falsariga: «È un attacco politico dei magistrati contro la riforma del governo».

Spostare così l’asse dello scontro è per il governo doppiamente utile. Offre un buon argomento per la propaganda, in particolare sulla separazione delle carriere ma non solo, e soprattutto permette di seppellire lo scandalo della liberazione del torturatore libico Elmasry per ingraziarsi i suoi complici di Tripoli.

Nell’immagine: Giorgia Meloni durante il suo show


La furia dei ribelli, il Congo nel sangue

Psicodramma a Berlino. I cristianodemocratici fanno passare una mozione sui flussi con l’appoggio di Afd. L’ira della piazza: “Ora Merz si dimetta” 

Di Domenico Quirico, La Stampa

In ogni nome c’è infissa una tragedia, collettiva, gigantesca, fatta di numeri a cinque, sei zeri. Kibumba per esempio. O Kamyoruchinya. Chi ha mai sentito nominare Kibumba? Non riuscirete a trovarlo sulla carta geografica questo nome, non è nemmeno una cittadina o un villaggio. È più, è peggio: sono due dei campi profughi attorno a Goma, la più grande città del Kivu, nell’Est del Congo, che è appena caduta nelle mani dei ribelli del misterioso movimento M23; una finzione, una sigla vuota. In realtà l’hanno conquistata i soldati del vicino Ruanda. Qui la storia è un campo di rovine , in cui risuonano i lamenti senza nome degli individui in lacrime. Qui per tre milioni di persone in cui l’unico mestiere, progetto, identità è quello del profugo, soffrire è la prima e l’ultima pagina del mondo. Un dolore esplicito, nudo, che non nasconde nulla, dolore senza scampo dove perfino un lago di zaffiro in cui si specchia, il lago Kivu, brilla solo come un astro morto. Non hanno diritto a essere singoli: l’ultimo oltraggio a cui li esponiamo, essere, collettivamente, in modo anonimo «il più grande disastro umanitario» del nostro tempo. L’ennesimo.

Vi annoiavano le guerricciole feroci, puzzolenti e inconcludenti dell’Africa ? Ora potete esser soddisfatti: ecco nel Paese che è tragicamente il più ricco e il più povero del mondo, una vera guerra tra nazioni, sì, di quelle vere come tra Russia e Ucraina. Il Ruanda ha invaso il Congo. A suo modo la storia evolve.

Goma ha un milione di abitanti, nei campi ne vivono, anzi ne sopravvivono altrettanti, affamati, con poca acqua potabile, senza medicine, nutriti da un impegno quasi missionario dalla carità internazionale, ogni notte le donne violentate, i figli portati via (Ah, li ritroveremo presto nelle armate dei soldati bambini). Li osservano con noncuranza, indolenti, i Caschi blu del contingente che è li da decenni, un monumento all’impotenza che fa urlare di rabbia. Il bianco immacolato dei loro automezzi non rispecchia il candore della anime di chi fa finta di dirigerli dietro i vetri del Palazzo di New York. Con quello che è stato speso per mantenerli si sarebbe offerto un diverso destino a tutta questa gente. Hanno visto arrivare la guerra, si sono fatti da parte: hanno avuto tre morti, un minuscolo incidente, il loro “ingaggio’’ non è sparare, difendere, difendersi, è osservare!

Quando tutto questo è iniziato nessuno ve lo saprà dire, la guerra dei trenta anni, la chiamano. Chissà. Questa nuova pagina risale a tre anni fa. Un cessate il fuoco che si è spento tra accuse reciproche l’autunno scorso. Poi la guerra lampo dei ribelli, anzi delle forze speciali ruandesi. Adesso pattugliano, soddisfatti nelle loro belle divise nuove, con armamenti high-tech made in Usa, le strade della città. Non c’è più bisogno di nascondersi.

A Goma ero dieci anni fa: stessi campi paura sospetto speranza svanite stanchezza soffocante odore della miseria lunghe file di uomini e donne che deambulano senza scopo, lo sguardo spento.Camminano sulla pelle rugosa della lava, il ricordo della ultima catastrofica eruzione vulcanica. È materia così dura che non puoi scavare, piantare niente. I tremila metri desolati del vulcano Nyiragongo incombono in ogni parte, ti minacciano, ti tolgono il respiro e assorbono lo sguardo. A Kibumba, vicino a un vecchio cimitero, ci sono i fuggiaschi dalla regione di Ruschuro, il vulcano li ha guidati come una boa… coraggio… a Goma forse c’è la fine del viaggio… Sono usciti dalla foresta e hanno trovato davanti a sé i teloni e le baracche di quelli delle guerre e delle fughe più vecchie. Ecco: come se avessero davanti una immensa città di stracci blu stesi ad asciugare, il loro futuro il loro destino.

A Ovest sono quelli che arrivato da Masisi e gli ultimi, i fuggiaschi di Saké, la città a venticinque chilometri da Goma. I ruandesi l’hanno presa cinque giorni fa. Sono scappati sotto i proiettili di mortaio, stanno in un angolo, li riconosci perché non hanno nulla, né teloni né cibo.

I soldati e gli ufficiali dell’esercito congolese sono fuggiti nella notte. I battelli sul lago Kivu hanno fatto avanti e indietro senza sosta con l’altra sponda. Nessuno dei rifugiati contava su di loro. Sperare che ti difendano militari a cui nessuno dà il soldo, che sopravvivono saccheggiando… Nel 2012 Goma era già caduta e l’esercito si era disfatto in poche ore. Ma c’è chi è fuggito prima di loro, i mercenari rumeni della “Congo protection force”, una compagnia privata di scalcinati contractor per guerre di poveri. Anche questo è il Congo. Perché farsi ammazzare per il Kivu, per gente che paga così poco? hanno combattuto solo le milizie locali “wazalendo’’. Adesso sono seduti a terra in lunghe file quiete nello stadio trasformato in campo di prigionia.

Se avete dubbi sul fatto che la figura simbolo del terzo millennio sia il fuggiasco, se non vi bastano Gaza l’Ucraina il Sudan il Sahel, allora il Congo vi convincerà. Nel Kivu sono più di tre milioni gli sfollati. Tutti vi racconteranno la stessa odissea: la marcia che non avrà nessuna voce che la renda una tragica, indimenticabile odissea, i bimbi sulle spalle, le donne che trascinano quello che si ha oh non è molto! Una stuoia delle pentole un po’ di cibo, sulla pista da una parte e dall’altra eserciti di alberi imponenti, la foresta impenetrabile, misteriosa, crudele che si sparpaglia, si stanca e rallenta solo sulle sponde del lago.

E le notti nei campi? Chi le racconta? Quando scende il buio un silenzio di morte, spari, tragedie senza nome, uomini armati (soldati? disertori?, ribelli? banditi di uno dei centotrenta gruppi armati di questa zona? c’è anche l’Isis), che vengono a prelevare il cibo degli aiuti umanitari e donne da violentare. Il governo, a tremila chilometri da qui, non ha alcun interesse per questa gente. Anzi , usa i profughi per pretendere aiuti che finiscono nelle tasche dei politicanti di Kinshasa e poter accusare il Ruanda.

Adesso le maschere son cadute. Niente più guerriglieri dalle sigle misteriose. Il regime tutsi di Kigali non si nasconde più. A luglio dello scorso anno un rapporto Onu parlava chiaro: è il Ruanda che utilizza e comanda il movimento M23. Il Consiglio di sicurezza ridusse tutto al meno impegnativo “forze esterne…”. Il Ruanda si è già impadronito dei minerali rari di questa parte del Congo, ora passa alla seconda fase, l’annessione dei territori del Kivu. Il pretesto è “la sicurezza”, ragione universale di tutte le prepotenze: dobbiamo dare la caccia ai gruppi armati hutu rifugiati nel Kivu dopo la guerra civile e che vi hanno posto ben armate radici, abbiamo il diritto di difenderci. I prussiani d’Africa, il furbo e implacabile autocrate tutsi Paul Kagame, usano il ricatto del genocidio degli Anni Ottanta per coprire l’ avido imperialismo del Paese più dinamico, sovrappopolato e senza risorse naturali dell’Africa dei Grandi laghi. L’Occidente che non fece nulla per fermare il massacro di ottocentomila tutsi lascia fare: ha paura dei rimorsi. Una storia che ha vasti echi. E allora: c’è un vicino immenso ma debole e corrotto, un forziere di ricchezze: Che le sfrutti il migliore!

Nel caos senza regole del dopo ucraina e del mondo di Trump è il momento anche qui di saldare i conti, modificare i confini, arraffare.