Vallemaggia 2024, come ricordare?

La catastrofe naturale di fine giugno è certamente uno degli eventi che hanno marcato l’anno 2024. Come ricordarla degnamente? 

Testimonianze e immagini

Sotto Natale è uscito un bel volume edito da Dadò intitolato “Vallemaggia devastata – Voci e testimonianze di un tragico nubifragio”. Il volantino che ne ha promosso la vendita lo ha presentato come “un libro per non dimenticare”. Con le sue 344 pagine e 320 illustrazioni svolge efficacemente la sua funzione. Raccoglie numerose testimonianze. Dall’agricoltore al meteorologo passando per il politico, donne e uomini segnati dall’evento raccontano il loro vissuto. Una serie di fotografie spiega senza necessità di parole l’impatto delle piogge torrenziali sul territorio e i suoi abitanti: il ponte e la pista di ghiaccio distrutti, un resto di cappella, Fontana prima e dopo l’immensa frana, il Lago Maggiore ricoperto da tronchi. Importante l’omaggio reso a quanti si sono mossi per rispondere al disastro: protezione civile, pompieri, esercito e tanti volontari. L’immagine di neogenitori e di un piccolo riccio sopravvissuto alla tragedia ricordano che la vita prosegue il suo corso. Bene che tutto questo sia stato raccolto in un volume.

A ragione il libro non dà spazio alle polemiche. Si tratta di fatalità? Il cambiamento climatico svolge un ruolo in eventi di questo genere? Sono state gestite bene le riserve d’acqua della Valle? Non si è forse costruito in zone inondabili o pericolose? Non dovrebbe la Confederazione contribuire maggiormente alla copertura delle spese? Tutte domande alle quali si può rispondere sì e no. Ma allora come evitare tali sciagure in futuro? Abbiamo imparato qualcosa da questo evento?

Corzoneso 1868

Non è la prima volta che il Ticino vive drammi come quello di quest’anno. I cantoni alpini sono da sempre esposti alla forza degli elementi: la Buzza di Biasca, l’enorme frana di Goldau ne sono alcune delle testimonianze più visibili. Per fortuna però eventi di questa portata sono rari. A fine settembre 1868, a seguito di temperature particolarmente elevate in montagna e rovesci abbondanti, in più valli del nostro Cantone vi sono state frane e straripamenti. Circa 8000 famiglie furono colpite. L’alluvione portò all’orlo della miseria il 60% delle famiglie ticinesi, soprattutto famiglie povere e poverissime. Il comune di Corzoneso in Valle di Blenio fu il più toccato. Un’intera sua frazione fu spazzata via.

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Dettagli si trovano in un volumetto edito da Ul Murin da Curzönas intitolato “1868, Corzoneso e la tragedia di una valle intera”. Quello che colpisce alla lettura di questa raccolta sono i paralleli che si possono tracciare tra quanto successo allora e quanto successo quest’anno in Val Bavona e Val Lavizzara. La solidarietà è stata grande: si sono addirittura registrati sostegni finanziari a titolo privato da Giuseppe Mazzini e dal Generale Dufour. Anche allora il Consiglio di Stato ha nominato “un Comitato Centrale per garantire un’equa distribuzione dei soccorsi” e riteneva che “l’unica ed estrema speranza sta ne’ soccorsi della patria”. L’esercito è intervenuto con una compagnia di zappatori di Argovia. Anche la polemica sul ruolo del cambiamento climatico ha avuto il suo analogo. La scienza metteva in guardia sulle conseguenze delle pratiche di disboscamento dell’epoca, che di fatto hanno notevolmente aggravato le conseguenze delle intemperie. Già allora era difficile far sentire ragione ai beneficiari di uno sfruttamento esagerato di una risorsa naturale apparentemente gratuita.

Come ricordare?

Per fortuna il numero delle vittime della catastrofe di quest’anno è molto inferiore a quello di allora. Abbiamo collettivamente imparato a diminuire i rischi con misure di prevenzione e negli ultimi cinquant’anni i danni causati in Svizzera annualmente dalle intemperie ammontano a cifre sostanzialmente equivalenti a decine di milioni di franchi, tranne per il 2005, anno in cui si registrarono danni per circa 3,2 miliardi di franchi. Alla luce di tali evoluzioni positive risultano particolarmente assurde le ipotesi emanate da certi think tank che preconizzano l’abbandono delle zone alpine. Come possiamo però dare maggiori garanzie a coloro che le fanno vivere? L’alluvione di giugno ha gettato una nuova luce sulla questione del lupo. La distruzione di fattorie e pascoli non ha spinto agricoltori o allevatori della Valle ad abbondare la loro attività. Il lupo invece sì. La regolazione è fonte di sicurezza e permette di proiettarsi nel futuro. Proprio a seguito dell’alluvione del 1868, si è disciplinato lo sfruttamento dei boschi. Non potremmo creare un quadro regolamentare ancora più sicuro per aiutare gli abitanti delle nostre valli a far fronte alle inevitabili ma prevedibili situazioni difficili che l’abitare in montagna porta con sé? Per esempio non potrebbe il Cantone istituire un fondo permanente di intervento a sostegno delle vittime di intemperie, in memoria di quanto successo in Vallemaggia quest’anno?