Vallemaggia 2024, come ricordare?

La catastrofe naturale di fine giugno è certamente uno degli eventi che hanno marcato l’anno 2024. Come ricordarla degnamente? 

Testimonianze e immagini

Sotto Natale è uscito un bel volume edito da Dadò intitolato “Vallemaggia devastata – Voci e testimonianze di un tragico nubifragio”. Il volantino che ne ha promosso la vendita lo ha presentato come “un libro per non dimenticare”. Con le sue 344 pagine e 320 illustrazioni svolge efficacemente la sua funzione. Raccoglie numerose testimonianze. Dall’agricoltore al meteorologo passando per il politico, donne e uomini segnati dall’evento raccontano il loro vissuto. Una serie di fotografie spiega senza necessità di parole l’impatto delle piogge torrenziali sul territorio e i suoi abitanti: il ponte e la pista di ghiaccio distrutti, un resto di cappella, Fontana prima e dopo l’immensa frana, il Lago Maggiore ricoperto da tronchi. Importante l’omaggio reso a quanti si sono mossi per rispondere al disastro: protezione civile, pompieri, esercito e tanti volontari. L’immagine di neogenitori e di un piccolo riccio sopravvissuto alla tragedia ricordano che la vita prosegue il suo corso. Bene che tutto questo sia stato raccolto in un volume.

A ragione il libro non dà spazio alle polemiche. Si tratta di fatalità? Il cambiamento climatico svolge un ruolo in eventi di questo genere? Sono state gestite bene le riserve d’acqua della Valle? Non si è forse costruito in zone inondabili o pericolose? Non dovrebbe la Confederazione contribuire maggiormente alla copertura delle spese? Tutte domande alle quali si può rispondere sì e no. Ma allora come evitare tali sciagure in futuro? Abbiamo imparato qualcosa da questo evento?

Corzoneso 1868

Non è la prima volta che il Ticino vive drammi come quello di quest’anno. I cantoni alpini sono da sempre esposti alla forza degli elementi: la Buzza di Biasca, l’enorme frana di Goldau ne sono alcune delle testimonianze più visibili. Per fortuna però eventi di questa portata sono rari. A fine settembre 1868, a seguito di temperature particolarmente elevate in montagna e rovesci abbondanti, in più valli del nostro Cantone vi sono state frane e straripamenti. Circa 8000 famiglie furono colpite. L’alluvione portò all’orlo della miseria il 60% delle famiglie ticinesi, soprattutto famiglie povere e poverissime. Il comune di Corzoneso in Valle di Blenio fu il più toccato. Un’intera sua frazione fu spazzata via.

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Dettagli si trovano in un volumetto edito da Ul Murin da Curzönas intitolato “1868, Corzoneso e la tragedia di una valle intera”. Quello che colpisce alla lettura di questa raccolta sono i paralleli che si possono tracciare tra quanto successo allora e quanto successo quest’anno in Val Bavona e Val Lavizzara. La solidarietà è stata grande: si sono addirittura registrati sostegni finanziari a titolo privato da Giuseppe Mazzini e dal Generale Dufour. Anche allora il Consiglio di Stato ha nominato “un Comitato Centrale per garantire un’equa distribuzione dei soccorsi” e riteneva che “l’unica ed estrema speranza sta ne’ soccorsi della patria”. L’esercito è intervenuto con una compagnia di zappatori di Argovia. Anche la polemica sul ruolo del cambiamento climatico ha avuto il suo analogo. La scienza metteva in guardia sulle conseguenze delle pratiche di disboscamento dell’epoca, che di fatto hanno notevolmente aggravato le conseguenze delle intemperie. Già allora era difficile far sentire ragione ai beneficiari di uno sfruttamento esagerato di una risorsa naturale apparentemente gratuita.

Come ricordare?

Per fortuna il numero delle vittime della catastrofe di quest’anno è molto inferiore a quello di allora. Abbiamo collettivamente imparato a diminuire i rischi con misure di prevenzione e negli ultimi cinquant’anni i danni causati in Svizzera annualmente dalle intemperie ammontano a cifre sostanzialmente equivalenti a decine di milioni di franchi, tranne per il 2005, anno in cui si registrarono danni per circa 3,2 miliardi di franchi. Alla luce di tali evoluzioni positive risultano particolarmente assurde le ipotesi emanate da certi think tank che preconizzano l’abbandono delle zone alpine. Come possiamo però dare maggiori garanzie a coloro che le fanno vivere? L’alluvione di giugno ha gettato una nuova luce sulla questione del lupo. La distruzione di fattorie e pascoli non ha spinto agricoltori o allevatori della Valle ad abbondare la loro attività. Il lupo invece sì. La regolazione è fonte di sicurezza e permette di proiettarsi nel futuro. Proprio a seguito dell’alluvione del 1868, si è disciplinato lo sfruttamento dei boschi. Non potremmo creare un quadro regolamentare ancora più sicuro per aiutare gli abitanti delle nostre valli a far fronte alle inevitabili ma prevedibili situazioni difficili che l’abitare in montagna porta con sé? Per esempio non potrebbe il Cantone istituire un fondo permanente di intervento a sostegno delle vittime di intemperie, in memoria di quanto successo in Vallemaggia quest’anno?


Noi cittadini di un sogno a metà

La catastrofe naturale di fine giugno è certamente uno degli eventi che hanno marcato l’anno 2024. Come ricordarla degnamente? 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La convivenza è l’anima dell’Europa. Le 24 lingue che si parlano nei 27 Paesi che fanno parte dell’Unione Europea sono il racconto di una storia condivisa, ma spesso anche sul campo di battaglia, una storia che non è mai stata unica per i popoli del vecchio continente. La lingua, come i confini, testimonia questa diversità delle culture, delle tradizioni, dei costumi che segna tutto il divenire della vicenda europea. Ma la lezione del lungo dopoguerra di pace, dopo l’esperienza tragica delle dittature e la sconfitta dei fascismi, ci parla dello sforzo collettivo dei diversi Paesi per superare questo limite storico e geopolitico per trovare un’interpretazione comune del sentimento europeo, trasformando le differenze in ricchezza.

La politica può dunque rovesciare la storia? Diciamo che ci sta provando, con strappi coraggiosi e rallentamenti, ritardi e occasioni perdute. Ma ciò che in questi ottant’anni è stato messo in campo in questa parte del mondo non ha uguali: capitalizzare la pace per metterla alla base di un esperimento di ingegneria politica, istituzionale ed economica senza precedenti e senza pause. Con un continuo sforzo costituzionale capace — sia pure nelle difficoltà e nelle contraddizioni — di creare unità là dove ci sono state guerre che hanno coinvolto il mondo, dittature, campi di concentramento, fino alla tragedia europea dell’Olocausto e alla vergogna di cemento e filo spinato del Muro di Berlino, che pretendeva di fermare la storia e irrigidire la geografia con un monumento perenne alla separazione, vero meridiano zero dell’impotenza europea.

Fermi a metà del guado, bloccati da carenza di leadership, mancanza di visione e di coraggio politico, ma anche dal freno dei nazional-sovranisti della destra estrema, i cittadini europei non riescono a completare la costruzione di un nuovo soggetto istituzionale che li rappresenti fino in fondo, traducendo finalmente in politica il peso della storia e della cultura del nostro continente e trasformandolo in attore protagonista nelle grandi crisi del mondo: dove oggi è condannato a ruoli secondari, come se il deposito della nostra civiltà non avesse nulla da dire a sostegno della pace, del diritto e dei diritti. Ma nello stesso tempo, tuttavia, la coscienza comune europea ha superato il punto di non ritorno: troppi elementi sono stati messi in comune per retrocedere oggi negli egoismi nazionalistici, troppa energia costituente e troppa tensione verso il cambiamento sono state spese da quasi tre generazioni per vanificare ogni cosa invece di portare il tutto a compimento.

Ma se questo è lo stato delle cose, a conferma dell’Europa come la parte del mondo capace di ripensare continuamente se stessa, dobbiamo concludere che siamo già andati molto oltre lo spirito dei Padri fondatori e ispiratori. Allora era l’orrore ancora vivo della guerra recente a consigliare la creazione di un organismo di cooperazione, di mercato, d’intesa e di regolazione dei contrasti prima che si trasformassero in conflitti. Era la scelta della coesistenza come tutela e garanzia in un istinto di conservazione, con i padri testimoni e protagonisti della guerra che si preoccupavano di rendere sicuro l’avvenire dei loro figli, nella fiducia visionaria in un futuro in cui le istituzioni avrebbero certamente prodotto la pace.

Oggi la generazione dei nipoti ha superato naturalmente il concetto stesso di coesistenza per vivere nel cosmopolitismo della musica, dell’arte, dell’Erasmus, dell’Interrail, dei consumi uguali a Parigi e a San Pietroburgo, degli idoli universalizzati da internet, delle mode che viaggiano in simultanea con la globalizzazione, del tifo sportivo da Palermo e da Milano per una squadra di football di Liverpool o di Barcellona. È il risultato della cultura della convivenza, in cui siamo immersi almeno dal 1989, in questo trentennio di pace a cui non abbiamo dato un nome, perché pensavamo che fosse semplicemente lo sbocco naturale della storia europea, con il definitivo prevalere della democrazia e il necessario, naturale corollario di pace. Le guerre in Ucraina e in Medioriente hanno cancellato l’illusione. La pace non è mai naturale, perché è necessariamente figlia di una politica responsabile, con il sentimento del limite; la democrazia ha appena vinto la contesa del secolo e subito è stata rimessa in discussione; e la convivenza stessa, che è il principio costituente di ogni speranza, va di nuovo riconquistata, affermata e difesa ogni giorno per non rischiare di smarrirsi nel buio che insidia l’Europa.


Pagellone 2024, ottima notizia la caduta di Assad. Ma Europa e Usa non hanno visione

La catastrofe naturale di fine giugno è certamente uno degli eventi che hanno marcato l’anno 2024. Come ricordarla degnamente? 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Tra guerre e autoritarismi, il 2024 è stato un pessimo anno per la politica internazionale, forse l’apripista di un 2025 ancora più nefasto. Che responsabilità hanno i protagonisti?

Il presidente uscente Usa Joe Biden è al di sotto della sufficienza, con un 4, chiudendo miseramente quella che nei primi anni era stata una presidenza di grande successo. L’unico punto di merito (non da poco) è l’aver contenuto la tensione con la Cina. A seguito dell’incontro con il presidente cinese Xi Jinping a fine 2023, Usa e Cina hanno stabilizzato, per il momento, le loro relazioni. Più che dar vita a una cooperazione reale, i contatti hanno evitato l’inasprimento della competizione, nonostante il 2024 abbia attraversato momenti critici come le elezioni a Taiwan.

Motivo per cui Xi, benché non sia certo una forza costruttiva sullo scenario internazionale, se la cava con un 5. Sugli altri fronti, Biden è stato catastrofico. Nella guerra in Ucraina, il presidente Usa ha tirato il freno a mano, il che spiega in larga parte l’avanzata della Russia. In Medio Oriente, rifiutandosi di esercitare pressione sul premier israeliano Benjamin Netanyahu, Biden ha permesso che la carneficina di Israele a Gaza continuasse e dato il via libera all’invasione del Libano, per ora congelata con un fragile cessate il fuoco. L’unico limitato successo, non irrilevante, è stato quello di contenere lo scontro tra Israele e Iran, impedendo a Netanyahu di colpire le capacità nucleari o petrolifere iraniane. Da ultimo, il testardo rifiuto senile di Biden di farsi da parte all’inizio dell’anno e permettere delle primarie democratiche competitive ha aiutato non poco la rielezione di Donald Trump, con le conseguenze che questo potrebbe avere sulla democrazia in America e in Europa.

Ma se la performance di Biden è stata pessima, quella dei protagonisti europei non è stata migliore. Il cancelliere Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron non superano il 3. Scholz è rimasto impantanato nella ormai collassata coalizione semaforo con verdi e liberali, dimostrando di essere privo sia di visione (riguardo l’Europa) sia di coraggio (riguardo l’Ucraina). Macron può vantare di essere l’unico leader europeo che una visione ce l’ha (che piaccia o no), ma con la decisione di anticipare le elezioni legislative e il caos che le ha seguite, si è squalificato dall’azione.

Altri leader europei come Giorgia Meloni, lo spagnolo Pedro Sanchez e il polacco Donald Tusk hanno dimostrato maggior acume politico, ma, con l’eccezione parziale di Tusk, che quanto meno delle idee sulla sicurezza europea ce le ha, il loro capitale politico l’hanno speso in casa, senza influire sulle dinamiche internazionali.

L’unica che merita un 6 è la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, rieletta dopo le elezioni europee, ma è una stella la cui luminosità si nota per lo più perché circondata da buio pesto.

Tutto questo ha fatto sì che il 2024 sia stato un ottimo anno per i leader che seminano caos e distruzione. Netanyahu ha avuto un 2024 coi fiocchi, avendo mano libera a Gaza, in Libano, Cisgiordania e infine anche in Siria. Anche Putin se l’è cavata non male. L’avanzata russa in Ucraina prosegue a passo di lumaca, a un enorme costo in vite umane, ma a Putin non interessa e pensa di poter andare avanti. La Corea del Nord ha rafforzato il legame con Mosca, guadagnandosi spazio di manovra anche nei confronti di Pechino.

Infine, dal caos sono emerse anche opportunità. Certamente la caduta del sanguinario regime di Bashar al-Assad in Siria è la migliore notizia dell’anno. Il 2024 ha anche visto l’indebolimento dell’Iran, che potrebbe essere sfruttato qualora l’Occidente cogliesse l’opportunità di riavviare il negoziato sul nucleare. Ma questo richiederebbe una vera leadership in Occidente. E all’alba del 2025, ancora non se ne vede l’ombra.


La vita di miliardi di persone sconvolta dal clima impazzito nell’indifferenza della politica

La catastrofe naturale di fine giugno è certamente uno degli eventi che hanno marcato l’anno 2024. Come ricordarla degnamente? 

Di Angelo Romano, Valigia Blu

Mentre le emissioni che riscaldano il pianeta hanno continuato a crescere e il caldo record alimentato dal cambiamento climatico hanno scatenato il caos in tutto il mondo, le azioni e gli impegni per abbandonare i combustibili fossili si sono fatti più deboli.

Se l’elezione di Trump potrebbe ridimensionare l’impegno degli Stati Uniti nella lotta globale contro la crisi climatica, in Europa il possibile ridimensionamento del Green Deal desta più d’una preoccupazione. “Ricordo, a suo tempo, che quando l’Europa si mise su questa strada fui quasi emozionato, commosso, era la prima volta che un insieme di Paesi si metteva a fare quello che diciamo da decenni. Oggi vedere che questa punta di diamante comincia a vacillare è preoccupante”, ha commentato recentemente il climatologo del CNR, Antonello Pasini.

Eppure la soluzione è a portata di mano e la conosciamo tutti da decenni: smettere di bruciare carbone, petrolio e gas, utilizzare l’energia verde per alimentare le nostre economie e dare gli strumenti ai territori per adattarsi agli impatti del cambiamento climatico. “La transizione dai combustibili fossili renderà il mondo più sicuro e più stabile”, ha affermato Friederike Otto, climatologa dell’Imperial College di Londra e direttrice del World Weather Attribution, un gruppo di ricercatori accademici che studia l’attribuzione degli eventi meteorologici estremi al cambiamento climatico.

La dissonanza è stridente e ha trovato la sua manifestazione plastica all’ultima Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Baku, in Azerbaigian. Dentro, all’interno di uno stadio di un petrostato, i negoziati per frenare il riscaldamento globale si sono arenati in nome del denaro, del “business as usual” e dei combustibili fossili. Fuori, la combustione di combustibili fossili provocava costi umani incalcolabili.

Il 2024 è stato anche l’anno delle repressioni degli attivisti climatici. Dagli Stati Uniti all’Uganda, il giro di vite globale contro gli attivisti e i gruppi per il clima è parte della strategia dell’industria dei combustibili fossili per reprimere il dissenso e continuare a bruciare il pianeta.

Allo stesso tempo, molti scienziati climatici hanno lavorato più duramente che mai per trovare delle soluzioni mentre abitanti e politici dei paesi più vulnerabili del pianeta stanno cercando di far fronte in modo creativo a una crisi sempre peggiore. Ci sono stati progressi nelle tecnologie a basse emissioni e nuove leggi per limitare l’inquinamento.

Il 2025 sarà un altro anno intenso e noi continueremo a seguire ogni aspetto: gli impatti del cambiamento climatico, le ricerche scientifiche, le politiche adottate, le soluzioni dal basso, i negoziati istituzionali, le manifestazioni degli attivisti climatici, le svolte autoritarie.

Ondate di calore, inondazioni, siccità: un anno di eventi estremi

Secondo un rapporto di World Weather Attribution (WWA), nel 2024 ben 26 dei 29 eventi meteorologici studiati durante l’anno sono stati intensificati dalla crisi climatica.

Questi disastri hanno causato almeno 3.700 morti e lo sfollamento di milioni di persone, ma sono solo una parte di ciò che è stato vissuto in tutto il pianeta, sempre più caldo. Sono ancora impresse nei nostri occhi le immagini delle devastanti inondazioni nella Spagna orientale, degli uragani negli Stati Uniti, della siccità nella foresta amazzonica del Sud America e delle inondazioni nell’Africa occidentale e centrale. Per non parlare degli incendi ad Atene e in Brasile, delle nuove alluvioni in Europa e in Italia e della siccità e la crisi idrica in Sicilia, Basilicata, nelle Marche, in Italia.

Il 2024 sarà con ogni probabilità il più caldo mai registrato e il primo anno in cui le temperature medie globali supereranno la soglia chiave di 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Questo non significa che l’obiettivo dell’Accordo di Parigi sia ormai irraggiungibile, perché ciò richiederebbe diversi anni con temperature superiori a 1,5°C. “Tuttavia, è un avvertimento che ci stiamo avvicinando pericolosamente”, si legge nel rapporto. Il fenomeno climatico El Niño, causato da temperature più calde nell’Oceano Pacifico, ha aggiunto un po’ di calore nella prima metà di quest’anno, ma l’aumento delle emissioni è stato il principale responsabile di un numero così elevato di temperature record, che hanno esteso a 13 mesi la striscia iniziata nel 2023 di mesi consecutivi più caldi della storia.

Secondo il rapporto del WWA, quest’anno abbiamo vissuto in media 41 giorni in più di caldo pericoloso a causa del riscaldamento provocato dall’uomo. I paesi con il maggior numero di giorni di caldo estremo sono stati in gran parte piccoli Stati insulari in via di sviluppo, secondo la classificazione delle Nazioni Unite. I loro abitanti – minacciati anche dall’innalzamento del livello del mare e da potenti tempeste – hanno sperimentato più di 130 giorni aggiuntivi di caldo estremo nel 2024. Gli Stati più esposti agli effetti del cambiamento climatico sono quelli più indebitati e che alla COP29 a Baku hanno spinto per un maggiore sostegno finanziario e per trovare nuove forme di finanziamento per ricostruire le comunità distrutte dagli eventi estremi senza essere costretti a indebitarsi ulteriormente. Ma l’accordo finale è stato al di sotto delle aspettative.

In India un programma assicurativo innovativo, ideato da un sindacato che rappresenta i lavoratori informali, come i venditori di frutta e i raccoglitori di rifiuti, ha pagato piccole somme di denaro alle donne che hanno perso giorni di lavoro a causa del caldo estremo.

L’aumento delle temperature ha portato anche a oceani e mari più caldi. A marzo, la temperatura media globale della superficie del mare ha raggiunto un massimo di 21,07°C. Ciò ha provocato uno sbiancamento di massa nella Grande Barriera Corallina australiana, dove vivono 400 tipi di coralli che nutrono migliaia di specie di pesci. È stato il quarto e più grande evento di sbiancamento di questo tipo mai registrato.

Gli elevati livelli di calore del 2024 si sono tradotti anche in tempeste e piogge da record, poiché l’aria più calda trattiene più umidità e i mari più caldi causano una maggiore evaporazione. Devastanti inondazioni hanno colpito molti paesi in tutto il mondo, da Dubai a Kathmandu fino al Rio Grande do Sul, in Brasile.

A luglio l’uragano Beryl ha colpito Grenada, Giamaica e St. Vincent e Grenadine. Per la prima volta è stata utilizzata una clausola anti-uragano sui titoli di Stato: una pausa nei pagamenti del debito. Si tratta di una soluzione finanziaria innovativa che potrebbe aiutare anche altri paesi colpiti dai fenomeni meteorologici estremi.

Gli eventi più letali hanno colpito Sudan, Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Le inondazioni hanno provocato con almeno 2.000 morti e milioni di sfollati. Secondo il rapporto del WWA, se il riscaldamento globale raggiungerà i 2°C dall’era pre-industriale, cosa che potrebbe accadere già negli anni 2040 o 2050, questi paesi potrebbero sperimentare periodi simili di forti piogge ogni anno.

Sistemi di allerta precoce fanno spesso la differenza tra la vita e la morte in queste circostanze. A settembre, ad esempio, quattro giorni di piogge record a causa del ciclone Boris hanno inondato regioni dell’Europa centrale, ma l’evacuazione degli abitanti con giorni di anticipo, lo svuotamento dei bacini idrici e la costruzione di barriere contro le inondazioni hanno ridotto il numero delle vittime. Meno di 30 persone, infatti, hanno perso la vita.

“I nostri studi continuano a dimostrare la necessità di migliorare la preparazione ai fenomeni meteorologici estremi per ridurre le perdite di vite umane e i danni”, ha dichiarato Julie Arrighi, direttrice dei programmi del Centro per il clima della Croce Rossa. “Nel 2025, è fondamentale che ogni paese acceleri gli sforzi per adattarsi ai cambiamenti climatici”.

Contestualmente, con il riscaldamento del pianeta e degli oceani, un numero maggiore di cicloni tropicali sta raggiungendo la categoria 3 o superiore (la 5 è la più alta), con velocità massime del vento più elevate, precipitazioni più intense e un potenziale distruttivo molto maggiore. Le tempeste si rafforzano più velocemente, migrano verso i poli e si muovono più lentamente sulla terraferma, spesso portando a impatti più gravi.

Quest’anno, le Filippine – un paese a rischio di tifoni – sono state colpite da sei tempeste consecutive in poche settimane, da metà ottobre a metà novembre, di cui tre classificate come “super tifoni”, che hanno colpito 13 milioni di persone e causato più di 160 morti. Secondo il WWA, la probabilità che tre o più grandi tifoni approdino nelle Filippine in un determinato anno è aumentata di circa il 25% a causa dei cambiamenti climatici indotti dall’uomo.

Sempre quest’anno, l’uragano Helene ha ucciso più di 230 persone dopo che le piogge estreme hanno colpito le comunità degli Appalachi meridionali, diventando l’uragano più letale a colpire gli Stati Uniti continentali dopo Katrina nel 2005.

L’aumento delle temperature peggiora anche la siccità aumentando la perdita di acqua dal suolo attraverso l’evaporazione e la traspirazione delle piante. Lo studio del WWA ha rilevato che i cambiamenti climatici hanno aumentato del 50% la probabilità di questi fenomeni.

A febbraio una siccità durata mesi ha flagellato l’Africa meridionale. Le piogge non sono arrivate proprio quando il mais, che è il cereale base della regione, ne aveva più bisogno. I raccolti sono andati distrutti, il bestiame è morto, circa 27 milioni di persone, molte delle quali già sull’orlo della fame, non avevano cibo sufficiente.

Il caldo persistente ha intensificato la devastante siccità che ha colpito il bacino del Rio delle Amazzoni quest’anno, suscitando preoccupazioni per l’indebolimento degli alberi nella più grande foresta pluviale del mondo, il che potrebbe portare a maggiori quantità di anidride carbonica nell’atmosfera e un’ulteriore accelerazione del riscaldamento globale. I funzionari colombiani hanno riferito che i livelli del Rio delle Amazzoni si sono ridotti del 90%, con gravi ripercussioni sulla fornitura di energia elettrica, sulla resa dei raccolti e con conseguenti incendi. Secondo l’Unicef, quasi mezzo milione di bambini è stato colpito dalla chiusura delle scuole in Brasile e Colombia per mancanza di acqua potabile.

Regina Rodrigues, docente di Oceanografia fisica e clima presso l’Università federale brasiliana di Santa Catarina, ha affermato che l’aggravarsi della siccità potrebbe spingere la foresta amazzonica verso uno stato di aridità irreversibile, riducendo il flusso di umidità e la capacità di assorbire e immagazzinare carbonio, nonché la biodiversità.

Secondo uno studio pubblicato quest’anno su Nature, alcune parti dell’Amazzonia potrebbero aver già superato il limite di sicurezza e ben metà della foresta pluviale potrebbe raggiungere questo punto critico entro il 2050, a meno che la deforestazione – che danneggia la capacità della foresta di trattenere l’acqua – non venga fermata.

Un’altra conseguenza delle ondate di caldo estremo e della siccità è la maggiore facilità di propagazione degli incendi. Il 2024 è stato un anno estremamente attivo per gli incendi violenti, in particolare nelle Americhe, dalla zona umida del Pantanal del Cile e del Brasile al Canada occidentale e agli Stati Uniti.

Il fumo degli incendi in Nord America ha avuto un impatto sulla qualità dell’aria in tutta la regione e fino all’Europa: recenti ricerche suggeriscono che il numero di persone che muoiono a causa dell’inalazione del fumo degli incendi è in aumento a causa del riscaldamento globale.

Ad agosto un incendio devastante è arrivato alle porte di Atene, mentre a nord di Roma è andata in fumo una riserva naturale. L’Europa è il Continente che si sta riscaldando più velocemente al mondo.

L’anno della repressione del dissenso

La criminalizzazione delle azioni di protesta non violenza e degli attivisti climatici sta diventando un modus operandi sempre più sistematico.

Uno dei casi più eclatanti ha riguardato un musicista e un noto attivista. Lo scorso agosto, John Mark Rozendaal, docente di musica all’università di Princeton, e Alex Connon, direttore del gruppo no-profit per il clima Stop the Money Pipeline, sono stati arrestati per oltraggio al pudore mentre eseguivano un assolo di Bach davanti alla sede della Citibank, uno dei maggiori finanziatori di combustibili fossili al mondo, nel centro di New York. I due erano tra le centinaia di attivisti per il clima arrestati davanti alla sede della Citibank a New York durante l’estate, nel corso di una serie di proteste non violente che chiedevano di smettere di finanziare l’industria del petrolio e del gas e di aumentare i fondi per le energie rinnovabili. Molti attivisti sono stati arrestati, ma la maggior parte dei casi è stata archiviata e solo pochi sono stati portati in tribunale. Rozendal e Connon rischiano fino a sette anni di carcere.

Dopo alcune settimane Mary Lawlor, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui difensori dei diritti umani, e altri esperti delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera alle autorità statunitensi in cui chiedevano “quali passi sono stati fatti e quali misure sono state messe in atto per garantire che tutti i difensori dei diritti umani che intraprendono azioni pacifiche per promuovere misure per mitigare i cambiamenti climatici e una giusta transizione possano svolgere il loro lavoro senza temere minacce, violenze, molestie o ritorsioni di qualsiasi tipo”.

La lettera non ha mai ricevuto risposta dagli Stati Uniti. “Le autorità dovrebbero ascoltare i difensori, ma non lo fanno… vengono accolti con la criminalizzazione”, ha commentato Lawlor al Guardian. “La crisi climatica è una crisi dei diritti umani, ma gli Stati non stanno rispondendo come dovrebbero”.

Per sensibilizzare l’opinione pubblica e sollecitare l’azione dei governi, in tutto il mondo gli attivisti climatici stanno facendo ricorso alle proteste e alla disobbedienza civile non violenta – come il blocco delle strade e l’incatenamento agli alberi. In risposta, i pacifici attivisti per il clima stanno affrontando processi penali e civili.

Quest’anno i casi affrontati sono ancora più numerosi, spiega ancora Lawlor al Guardian.

All’inizio di dicembre, 15 studenti attivisti in Uganda hanno ottenuto la libertà su cauzione dopo aver trascorso un mese in carcere. Gli studenti erano stati accusati di disturbo della quietà pubblica mentre tentavano di consegnare al Parlamento una petizione per fermare la realizzazione dell’oleodotto transnazionale di quasi 1.500km che avrebbe trasporto il greggio nell’Africa orientale.

Nel Regno Unito, a luglio cinque attivisti di Just Stop Oil, tra cui uno dei suoi co-fondatori, il 58enne Roger Hallam, sono stati condannati a pene detentive senza precedenti per aver pianificato il blocco dell’autostrada M25 nel 2022: per la condanna è stata sufficiente una call su Zoom che, secondo la sentenza, ha dimostrato “l’intricata pianificazione e la sofisticatezza dell’azione di disturbo” e ha costituito una “prova inconfutabile” dell’esistenza di un’associazione a delinquere.

Negli Stati Uniti, Energy Transfer Partners, la società che sta dietro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access, sta facendo causa a Greenpeace per 300 milioni di dollari in relazione alle proteste del 2016-17 a Standing Rock. Il processo è previsto in North Dakota a febbraio e, se la giuria si schiererà a favore dell’azienda, potrebbe creare un nuovo precedente legale che avrebbe importanti conseguenze per i gruppi ambientalisti che si organizzano contro i combustibili fossili. Ad Atlanta, in Georgia, 61 attivisti per la giustizia sociale e climatica che si oppongono alla costruzione di un’enorme struttura per l’addestramento della polizia in una foresta urbana sono stati accusati di racket, un reato solitamente usato per perseguire chi è coinvolto nella criminalità organizzata. Nel frattempo, il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump, le cui nomine includono diversi negazionisti del clima, ha giurato di reprimere le proteste e di “trivellare, baby, trivellare”.

Il giro di vite globale contro gli attivisti e i gruppi per il clima sarà una delle questioni da seguire attentamente nel 2025.

Nell’immagine: annuncio di primavera. Monte Brè, 28 dicembre 2024