Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista
Dal nostro corrispondente da Mosca
Putin sta preparando le cose in grande. Per il 9 maggio 2025, ottantesimo anniversario della sconfitta del nazismo, ha intenzione di realizzare una parata militare come a Mosca non se ne sono mai viste. Naturalmente se potesse salire sul palco sopra il mausoleo di Lenin con una seppur sbrindellata vittoria in Ucraina, sarebbe sicuramente una ciliegiona sulla torta.
Ogni anno la Federazione Russa ricorda in quell’occasione il sacrificio di 20 milioni di sovietici per fermare la “peste bruna”, anche se i riferimenti alla lotta contro il fascismo sono diventati sempre di più una patina nazionalistica, un formalismo.
In Russia come già in Unione Sovietica la Seconda Guerra Mondiale, che assunse in parte i caratteri del movimento di liberazione nazionale con l’invasione nazista del giugno 1941, viene chiamata ostentatamente “Grande Guerra Patriottica”, una guerra che unì sotto lo stesso vessillo della “Madre Patria” i bianchi e i rossi delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni di inizio XX secolo, i monarchici e i bolscevichi, i credenti e gli atei; persino chi era stato rinchiuso nei gulag spesso chiese di essere mandato come volontario a combattere sotto Mosca o Leningrado.
L’affascinamento dell’intera società russa intorno all’obbiettivo di evitare schiavitù e sterminio fu per certi versi inevitabile, anche se nel soldato sovietico – se non nella dirigenza stalinista – c’erano ancora quei boccioli di internazionalismo che erano spuntati con le grandi idee di uguaglianza che avevano mosso il rivoluzionario 1917.
Criticare la Russia per aspetti “fascistici” della propria politica interna o internazionale è sempre stato considerato a Mosca come un’ingiuria all’immane sacrificio del suo popolo durante il quinquennio 1941-1945. Una postura che però vuol obliterare cosa successe tra il regime di Stalin e quello di Hitler tra il 1939 e il 1941. La tesi sovietica sui motivi che spinsero il Paese al “Trattato Ribentropp-Molotov” è nota: in mancanza di una chiara iniziativa franco-britannica per fermare il dittatore tedesco, Stalin cercò di prendere tempo per prepararsi all’inevitabile scontro con Hitler. Putin è però giunto a sostenere poi, nell’intervista a Tucker Carlson, che “in un certo senso la Polonia se la cercò [l’invasione]”.
Sul Patto di “non aggressione” sovietico-tedesco dell’agosto 1939 sono stati consumati fiumi d’inchiostro, e quando il Parlamento Europeo è tornato tempo fa sulla questione in una risoluzione che equiparava il nazismo al comunismo sovietico, si è innescata una polemica politica confusa, soprattutto in Italia.
Tuttavia le conseguenze di quel Patto non furono drammatiche solo perché ridisegnarono le frontiere d’Europa e per le ricadute disastrose nella sinistra europea di quell’epoca, ma anche perché mostrò quanto lo stalinismo fosse indifferente al destino dell’intera Europa (su questi aspetti è uscito uno studio innovativo e riepilogativo: Claudia Weber, Il patto: Stalin, Hitler e la storia di un’alleanza mortale. 1939-1941, Einaudi, 2021). Il vantaggio che Hitler ne trasse fu più in termini di materie prime che di territori. Nel Memorandum sull’Accordo Commerciale Tedesco-Sovietico firmato l’11 febbraio 1940 e oggi disponibile sul portale “Avalon Project” l’URSS si impegnò a fornire alla Germania, nel quadro del “Patto di non-aggressione”, un totale di “un milione di tonnellate di cereali per il bestiame e di legumi, per un ammontare di 120 milioni di marchi tedeschi, 900.000 tonnellate di olio minerale per un importo di circa 115 milioni di marchi tedeschi, 100.000 tonnellate di cotone per un ammontare di circa 90 milioni di marchi tedeschi, 5.000 tonnellate di fosfati, 100.000 tonnellate di minerali di cromo , 500.000 tonnellate di minerale di ferro, 300.000 tonnellate di rottami di ferro e ghisa, 2.400 kg. di platino, minerale di manganese, legname e numerose altre materie prime. A ciò vanno aggiunte le esportazioni sovietiche verso il Protettorato, non incluse nell’Accordo, per un ammontare di circa 50 milioni di Reichsmark, cosicché le consegne nette di merci dall’Unione Sovietica durante il primo anno del trattato ammontano a un totale di 650 milioni di Reichsmark”.
Malgrado sia difficile calcolare con precisione quale peso ebbe l’aiuto di Stalin al Reich per l’occupazione dell’Europa (anche perché gli archivi russi ancora oggi restano chiusi), in uno studio sul tema Samantha Carl ha sottolineato come “l’accesso ai beni sovietici, unito alla crescente disponibilità di risorse scarse grazie all’acquisto di beni da parte di terzi e al commercio estero attraverso le ferrovie sovietiche, permise alla Germania di aumentare la sua produzione bellica totale. Le spese di guerra sono più che raddoppiate dal 1939 al 1941 e triplicate nel 1942. Non tutto dipendeva dall’accesso alle risorse sovietiche, poiché la Germania era in grado di ottenere risorse da altre aree europee, compresi i Paesi scandinavi. Tuttavia, l’accordo economico ebbe un ruolo sostanziale nel miglioramento dell’economia di guerra tedesca e permise di aumentare la produzione di armamenti e munizioni”.
Fino a quando Hitler non decise l’azzardo dell’Operazione Barbarossa, i due totalitarismi operarono di conserva – seppur con obbiettivi diversi – per distruggere le democrazie europee.
Per tornare all’oggi, per quanto ogni anno si celebri “il battaglione immortale”, l’antifascismo in Russia è ormai solo una patina dove autoritarismo, culto dell’uomo forte, negazione dei principali diritti personali e collettivi conformano un regime che pur non avendo le caratteristiche del fascismo storico si basa sulla negazione della democrazia e dell’umanesimo.
Costituzionalmente la Federazione Russa rigetta ogni forma di razzismo e di discriminazione, e formalmente (malgrado che dopo l’attentato terroristico al Crocus City Hall dello scorso 24 marzo le deportazioni dei lavoratori centroasiatici siano aumentate in modo esponenziale) le sue porte sono aperte per i lavoratori che provengono da altre repubbliche ex-sovietiche. Tuttavia nel cuore dell’impero, tra la popolazione “grande russa” alberga l’idea che in ultima istanza i migranti siano in qualche misura se non “una razza inferiore”, quantomeno dei “fratelli minori” sulla scorta di quell’idea colonialista che sta alla base della formazione della Rus’ di Kiev. Non è un caso che a Mosca non si trovino uzbeki o tagicchi neppure di seconda o terza generazione non solo tra i dirigenti d’impresa ma nemmeno nelle più comuni libere professioni. Le porte del Paese per loro sono aperte solo per occupare, temporaneamente, i gradini più bassi della scala sociale.
Nel cuore della società russa odierna ha radici profonde l’idea che solo un potere forte, praticamente illimitato, sia un potere effettivo ed anche paternalisticamente equanime. Ciò spiega – in parte – non solo la lunga stagione putiniana, ma anche l’autocrazia che, in ultima istanza, ha (quasi) sempre dominato in Russia.
Non è quindi un caso che già nelle presidenziali americane del 2016 la simpatia dell’opinione pubblica russa andasse a Donald Trump, candidato decisionista, bianco e maschio. Simpatie che sono raddoppiate nella tornata del 2024, quando il tycoon si è detto pronto ad aprire una trattativa diretta con la Russia sulla guerra ucraina. Non è un caso che Putin dopo l’inaugurazione del 20 gennaio abbia lodato come Trump abbia saputo affrontare l’attentato di cui fu vittima la scorsa estate: “da vero uomo”. Zarismo e stalinismo ne sono i presupposti ideologici.
Nell’immagine: Viktor Nikolaevich Denisov, “L’avvoltoio fascista ha scoperto che non abbiamo agnelli” (1944, dettaglio)