La Russia e il nazismo, un rapporto complesso

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Putin sta preparando le cose in grande. Per il 9 maggio 2025, ottantesimo anniversario della sconfitta del nazismo, ha intenzione di realizzare una parata militare come a Mosca non se ne sono mai viste. Naturalmente se potesse salire sul palco sopra il mausoleo di Lenin con una seppur sbrindellata vittoria in Ucraina, sarebbe sicuramente una ciliegiona sulla torta.

Ogni anno la Federazione Russa ricorda in quell’occasione il sacrificio di 20 milioni di sovietici per fermare la “peste bruna”, anche se i riferimenti alla lotta contro il fascismo sono diventati sempre di più una patina nazionalistica, un formalismo.

In Russia come già in Unione Sovietica la Seconda Guerra Mondiale, che assunse in parte i caratteri del movimento di liberazione nazionale con l’invasione nazista del giugno 1941, viene chiamata ostentatamente “Grande Guerra Patriottica”, una guerra che unì sotto lo stesso vessillo della “Madre Patria” i bianchi e i rossi delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni di inizio XX secolo, i monarchici e i bolscevichi, i credenti e gli atei; persino chi era stato rinchiuso nei gulag spesso chiese di essere mandato come volontario a combattere sotto Mosca o Leningrado.

L’affascinamento dell’intera società russa intorno all’obbiettivo di evitare schiavitù e sterminio fu per certi versi inevitabile, anche se nel soldato sovietico – se non nella dirigenza stalinista – c’erano  ancora quei boccioli di internazionalismo che erano spuntati con le grandi idee di uguaglianza che avevano mosso il rivoluzionario 1917.

Criticare la Russia per aspetti “fascistici” della propria politica interna o internazionale è sempre stato considerato a Mosca come un’ingiuria all’immane sacrificio del suo popolo durante il quinquennio 1941-1945. Una postura che però vuol obliterare cosa successe tra il regime di Stalin e quello di Hitler tra il 1939 e il 1941. La tesi sovietica sui motivi che spinsero il Paese al “Trattato Ribentropp-Molotov” è nota: in mancanza di una chiara iniziativa franco-britannica per fermare il dittatore tedesco, Stalin cercò di prendere tempo per prepararsi all’inevitabile scontro con Hitler. Putin è però giunto a sostenere poi, nell’intervista a Tucker Carlson, che “in un certo senso la Polonia se la cercò [l’invasione]”.

Sul Patto di “non aggressione” sovietico-tedesco dell’agosto 1939 sono stati consumati fiumi d’inchiostro, e quando il Parlamento Europeo è tornato tempo fa sulla questione in una risoluzione che equiparava il nazismo al comunismo sovietico, si è innescata una polemica politica confusa, soprattutto in Italia.

Tuttavia le conseguenze di quel Patto non furono drammatiche solo perché ridisegnarono le frontiere d’Europa e per le ricadute disastrose nella sinistra europea di quell’epoca, ma anche perché mostrò quanto lo stalinismo fosse indifferente al destino dell’intera Europa (su questi aspetti è uscito uno studio innovativo e riepilogativo: Claudia Weber, Il patto: Stalin, Hitler e la storia di un’alleanza mortale. 1939-1941, Einaudi, 2021). Il vantaggio che Hitler ne trasse fu più in termini di materie prime che di territori. Nel Memorandum sull’Accordo Commerciale Tedesco-Sovietico firmato l’11 febbraio 1940 e oggi disponibile sul portale “Avalon Project” l’URSS si impegnò a fornire alla Germania, nel quadro del “Patto di non-aggressione”, un totale di “un milione di tonnellate di cereali per il bestiame e di legumi, per un ammontare di 120 milioni di marchi tedeschi, 900.000 tonnellate di olio minerale per un importo di circa 115 milioni di marchi tedeschi, 100.000 tonnellate di cotone per un ammontare di circa 90 milioni di marchi tedeschi, 5.000 tonnellate di fosfati, 100.000 tonnellate di minerali di cromo , 500.000 tonnellate di minerale di ferro, 300.000 tonnellate di rottami di ferro e ghisa, 2.400 kg. di platino, minerale di manganese, legname e numerose altre materie prime. A ciò vanno aggiunte le esportazioni sovietiche verso il Protettorato, non incluse nell’Accordo, per un ammontare di circa 50 milioni di Reichsmark, cosicché le consegne nette di merci dall’Unione Sovietica durante il primo anno del trattato ammontano a un totale di 650 milioni di Reichsmark”.

Malgrado sia difficile calcolare con precisione quale peso ebbe l’aiuto di Stalin al Reich per l’occupazione dell’Europa (anche perché gli archivi russi ancora oggi restano chiusi), in uno studio sul tema Samantha Carl ha sottolineato come “l’accesso ai beni sovietici, unito alla crescente disponibilità di risorse scarse grazie all’acquisto di beni da parte di terzi e al commercio estero attraverso le ferrovie sovietiche, permise alla Germania di aumentare la sua produzione bellica totale. Le spese di guerra sono più che raddoppiate dal 1939 al 1941 e triplicate nel 1942. Non tutto dipendeva dall’accesso alle risorse sovietiche, poiché la Germania era in grado di ottenere risorse da altre aree europee, compresi i Paesi scandinavi. Tuttavia, l’accordo economico ebbe un ruolo sostanziale nel miglioramento dell’economia di guerra tedesca e permise di aumentare la produzione di armamenti e munizioni”.

Fino a quando Hitler non decise l’azzardo dell’Operazione Barbarossa, i due totalitarismi operarono di conserva – seppur con obbiettivi diversi – per distruggere le democrazie europee.

Per tornare all’oggi, per quanto ogni anno si celebri “il battaglione immortale”, l’antifascismo in Russia è ormai solo una patina dove autoritarismo, culto dell’uomo forte, negazione dei principali diritti personali e collettivi conformano un regime che pur non avendo le caratteristiche del fascismo storico si basa sulla negazione della democrazia e dell’umanesimo.

Costituzionalmente la Federazione Russa rigetta ogni forma di razzismo e di discriminazione, e formalmente (malgrado che dopo l’attentato terroristico al Crocus City Hall dello scorso 24 marzo le deportazioni dei lavoratori centroasiatici siano aumentate in modo esponenziale) le sue porte sono aperte per i lavoratori che provengono da altre repubbliche ex-sovietiche. Tuttavia nel cuore dell’impero, tra la popolazione “grande russa” alberga l’idea che in ultima istanza i migranti siano in qualche misura se non “una razza inferiore”, quantomeno dei “fratelli minori” sulla scorta di quell’idea colonialista che sta alla base della formazione della Rus’ di Kiev. Non è un caso che a Mosca non si trovino uzbeki o tagicchi neppure di seconda o terza generazione non solo tra i dirigenti d’impresa ma nemmeno nelle più comuni libere professioni. Le porte del Paese per loro sono aperte solo per occupare, temporaneamente, i gradini più bassi della scala sociale.

Nel cuore della società russa odierna ha radici profonde l’idea che solo un potere forte, praticamente illimitato, sia un potere effettivo ed anche paternalisticamente equanime. Ciò spiega – in parte – non solo la lunga stagione putiniana, ma anche l’autocrazia che, in ultima istanza, ha (quasi) sempre dominato in Russia.

Non è quindi un caso che già nelle presidenziali americane del 2016 la simpatia dell’opinione pubblica russa andasse a Donald Trump, candidato decisionista, bianco e maschio. Simpatie che sono raddoppiate nella tornata del 2024, quando il tycoon si è detto pronto ad aprire una trattativa diretta con la Russia sulla guerra ucraina. Non è un caso che Putin dopo l’inaugurazione del 20 gennaio abbia lodato come Trump abbia saputo affrontare l’attentato di cui fu vittima la scorsa estate: “da vero uomo”. Zarismo e stalinismo ne sono i presupposti ideologici.

Nell’immagine: Viktor Nikolaevich Denisov, “L’avvoltoio fascista ha scoperto che non abbiamo agnelli” (1944, dettaglio)


Demolizione ex macello: tutto chiaro fin dall’inizio

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

La vicenda della demolizione dell’ex macello è forse la migliore cartina di tornasole dello stato spaventevole in cui versa la nostra classe politica; aggiungiamoci il bordello che ha regnato e regna nei nostri penali uffici (tranquilli: se inviare una foto con due falli giganti a una segretaria non è pornografia, questo non è turpiloquio, ma rappresentazione verbale della realtà, per cui continuate pure a leggere) e almeno un bicchierino di troppo da parte del “referente politico” dei nostri magistrati e poliziotti, e raggiungiamo il livello orripilante.

Vero che anche noi cittadini ci mettiamo del nostro ché, come ci ha spiegato il nostrano consigliere federale che i giornali non li legge, dei media in generale è bene non fidarsi, tutti o di sinistra o al soldo di non si sa bene quale potere forte (o tutti e due) e succubi di una cospirazione demo-pluto-giudaico-massonica.

Peccato che questa volta sarebbe stato invece il caso, di leggerli, perché tutte le notizie emerse in questi giorni sui fatti di quella notte di fine maggio 2021 erano già state pubblicate nelle settimane e nei mesi successivi. Oggi, grazie alla meritoria pubblicazione dei verbali di polizia, siamo a conoscenza di alcuni particolari in più, ma la sostanza non cambia.

Del resto fu lo stesso allora sindaco Marco Borradori il giorno dopo il (mis)fatto ad affermare ai microfoni della RSI che sgombero e demolizione di improvvisato non avevano nulla, ma che anzi tutto era stato preparato e pianificato nei dettagli e portato a termine con rigore e competenza, dunque che tutti, dal “referente politico” in capo a Bellinzona all’ultimo agente, malgrado una comunicazione pare claudicante sapevano cosa fare e perché.

Tuttavia, dopo questo primo momento di orgogliosa fierezza, quando ci si rese conto che in realtà alcuni dettagli erano sfuggiti e che, come poi avvenuto, si rischiavano denunce amministrative e penali, è iniziato lo squallido valzer delle “verità alternative” e l’infantile scarico di responsabilità.

Nelle settimane che seguirono si precisarono comunque alcuni dettagli. Ad esempio questo sito pubblicò a inizio luglio un articolo che diede voce alla polizia. Istruttivo rileggerlo.

I rinforzi vodesi? Citati, sia pure non quantificati con esattezza, e ritenuti dai nostri agenti inutili: “Hanno organizzato la giornata come se dovessimo affrontare chissà che – ci ha spiegato un agente – quando sapevamo benissimo che sarebbero stati due o trecento al massimo [i dimostranti, ndr], di cui pochi potenzialmente violenti”.

Occupazione, sgombero e demolizione?  “Abbiamo ricevuto l’ordine di sgomberare lo stabile, abbiamo chiesto e ricevuto conferma e abbiamo fatto quello che dovevamo fare senza praticamente alcun serio problema”, così il racconto sintetico di un agente sul posto. Ordinaria amministrazione, insomma, anche perché, ci aveva spiegato un suo collega che non era presente sul posto, “è impossibile che abbiano agito senza un ordine diretto! Bisognerebbe essere davvero c… per farlo!”.

Concetto ripreso e ribadito dall’ex sindaco Giorgio Giudici, non certo uno di sinistra, che in un’intervista su Areaonline puntò il dito contro il Municipio di Lugano e il vertice del Dipartimento delle Istituzioni. Titolo: “Impensabile demolire senza l’avallo della politica”

E difatti poi saltarono fuori verbali di polizia della primavera 2021 in cui si auspicava la demolizione come “soluzione finale” [l’infelice espressione virgolettata non è nostra, ndr] e si confermava la disponibilità delle macchine da cantiere per attuarla.

Ci si sorprende oggi che qualcuno abbiamo proposto di assediare i molinari tagliando loro anche gli approvvigionamenti per prenderli per fame? “Per principio e prassi – ci spiegarono – tutte le opzioni vengono messe sul tavolo e tutti gli scenari valutati (…) anche i più improbabili”. Confessiamo che la nostra fantasia non aveva valicato il tempo raggiungendo l’epoca medioevale, ma non è questo il punto.

E il tetto demolito? “Il tetto demolito era quello sbagliato, ché quello dell’edificio dove si riunivano i molinari non era pericolante ma era stato puntellato e, si può supporre, messo dunque in sufficiente sicurezza”, scrivemmo sempre su questo sito nel mese di ottobre 2021.

E via elencando. Tutto come detto noto fin dai primi mesi.

Senza dimenticare che il procuratore generale Andrea Pagani al termine della sua prima inchiesta non poté che ammettere che quella sera le autorità commisero almeno un reato dato che “l’elemento oggettivo… è stato adempiuto”, anche se poi li assolse per “causa esimente” (assoluzione poi cassata dall’istanza superiore, che ordinò una nuova inchiesta), oltre che amaramente constatare che in alcuni casi le versioni tra Polizia e Municipio divergevano, per cui resta “aperta la questione a sapere quale delle due posizioni sia quella aderente alla verità”, ossia chi tra agenti di polizia e municipali abbia mentito o per lo meno omesso qualcosa.

Adesso ne abbiamo la certezza: a mentire e/o omettere è stata la politica tutta, mentre i poliziotti hanno fatto solo quello che era stato loro ordinato. Che poi a finire sotto la lente della magistratura siano praticamente sempre e solo i Duilio di turno, come quelli che favoriscono il favoreggiato a sua insaputa, è cosa tipicamente nostrana, un altro nostro triste primato. E a noi, per loro, ce ne dispiace davvero assai e va tutta la nostra solidarietà.

Nell’immagine: le macerie raggiungono Bellinzona


Il mondo ai suoi piedi

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Proprio nella “Giornata mondiale della Memoria”, che, ispirata al gigantesco patibolo ebraico della Shoah, dovrebbe indurre a riflettere per evitare che quella tragedia si ripeta, il pregiudicato e condannato Donald Trump offre un’altra delle sue affermazioni (o pericolose buffonate) imperiali: non solo le catene e le manette ai polsi di immigrati entrati illegalmente negli Stati Uniti, accusati di crimini (quali? verificati da chi? processati in quali tribunali? con quali garanzie processuali?), imbarcati su aerei militari e trasferiti nei loro reticenti paesi di origine; addirittura ora il “tycoon” tornato nello Studio ovale della  Casa Bianca avanza una proposta che sembra un ordine calato dall’alto, proposta che negli ambienti criminali viene definita “offerta che non si può rifiutare”: cioè il trasferimento in Egitto e Giordania degli oltre due milioni di palestinesi di Gaza, meno le decine di migliaia di corpi ancora da recuperare da sotto le macerie trasformate da mesi in provvisorie tombe. 

Trasferimento provvisorio, assicura il tycoon in fregola di ordini esecutivi. Poi, assicura, torneranno tutti in un’enclave trasformata in paradiso turistico: villaggi vista mare, occupazione per tutti, progresso economico al servizio della pace, insomma l’eterna e grottesca ipotesi di “Gaza come Singapore”, da anni pubblicizzata dalle anime belle e assai molto interessate all’avventuroso business. In testa a tutti questi imprenditori, Jared Kushner, genero del presidente americano, marito di Ivanka, che della Striscia trasformata in una brulicante “Hawaii araba” – meta felice dei ricconi degli stati petroliferi del Golfo – aveva parlato mentre le bombe cadevano copiose e micidiali sulle teste degli abitanti locali, alle prese con la disperata ricerca di cibo e medicine più che di faraonici progetti futuri. 

Ma, soprattutto, per i civili palestinesi l’evacuazione di Gaza equivarrebbe a una seconda gigantesca “Nakba” (la ‘catastrofe’ in arabo), equivalente e persino peggiore di quella del 1948, quando la proclamazione dello Stato di Israele coincise con la guerra proclamata dagli stati arabi e con la fuga o la deportazione di 700 mila arabi (la maggioranza della popolazione palestinese costretta a lasciare i propri villaggi, spesso distrutti dalle ruspe dell’esercito israeliano). Da allora la “Nakba” viene celebrata ogni anno dai palestinesi, soprattutto come impegno ad escludere una nuova “catastrofe”. 

Che il trasferimento di oltre due milioni di persone possa essere provvisorio è qualcosa di inimmaginabile in Medio Oriente, dove il transitorio diventa sempre eternità. E mai in positivo. L’unico fronte che ha esultato per la proposta americana sono infatti i partiti biblici israeliani. Favorevoli all’intera e definitiva colonizzazione della Cisgiordania e di Gaza, quindi di Giudea e Samaria. Possibilmente “liberate” dalle popolazioni arabe. Soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. Progetto attualmente più difficile per la Cisgiordania, ma meno problematico, pensano, in una Striscia in gran parte ridotta in macerie da un esercito che, a loro parere, dovrebbe “finire il lavoro”. Un’estrema destra che ha già pronte le mappe per il reinsediamento dei coloni nell’enclave sul Mediterraneo. E che crede più vicino il progetto messianico di “Erez Israel” , la “Grande Israele“, dal fiume Giordano al mare.

Apparentemente, solo un’illusione. I primi a respingere il progetto trumpiano, oltre alla popolazione locale sfibrata dalla guerra, sono le nazioni arabe moderate, con cui Israele vorrebbe portare a termine gli “Accordi di Abramo”. Non lo potranno certo realizzare dopo una gigantesca evacuazione forzata di popolazione arabo-musulmana da Gaza. Deportazione che rischierebbe di infiammare pericolosamente le loro opinioni pubbliche contro Israele e Occidente, e anche verso le leadership locali ancora alleate di Washington. 

Impossibile dunque capire l’approccio contraddittorio di Trump. Frutto o di ignoranza, o di arroganza, o di quella cecità prodotta dall’euforia da onnipotenza, dalla convinzione che il mondo sia ormai ai suoi piedi. Ai piedi di un superpotere tecno-finanziario senza precedenti. Con interlocutori che del resto fanno assai poco per contrastarlo. 

Nell’immagine: il progetto “Gaza come nuova Singapore”,


Sarah Parenzo – Capire l’Olocausto e affrontare la verità anche sul presente

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv


La giornata della Memoria, e poi?

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Ho la fastidiosa sensazione che la Giornata della Memoria – e rubo le parole alla scrittrice ebrea Elena Loewenthal – sia diventata “un grande errore collettivo di chi vuole provare, un giorno all’anno, ad addolcire la coscienza civile e alleggerire il senso di colpa” (E. Loewenthal, Contro la giornata della Memoria, Torino, 2014). Insomma il 27 gennaio come una sorta di postumo di comodo per un simbolico risarcimento di fronte all’abominio dell’Olocausto.

Se così fosse, come a me pare, allora la giornata della Memoria cela una forma di ipocrisia. Si condanna l’orribile scempio con parole inflessibili e si promette “mai più” ma poi, trascorso l’evento, noi cittadini ritorniamo all’indifferenza del giorno prima e i potenti di questa terra a fare ancor peggio del giorno prima.

“Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale” titola Francesco l’Enciclica del 2020. È l’equivalente ecumenico di quanto laicamente ci raccomanda la Carta dei diritti del 1948: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. Vi pare che stiamo onorando il precetto? Insomma la giornata della Memoria, così come purtroppo è vissuta, pretende di confermare l’assunto secondo cui il ricordo pubblico dell’orrendo sterminio, il senso di colpa che esso trascina, contribuisce a impedire la ricaduta nella barbarie e ci fa migliori.

Nei fatti i discorsi del 27 gennaio, lodevoli e pieni di buone intenzioni, finiscono per proporre una retorica surreale se appena li confrontiamo con quello che ci sta attorno: la realtà smentisce clamorosamente i buoni propositi. “Sapere non rende necessariamente migliori” precisa Elena Loewenthal, e l’attualità politica lo conferma. È essenziale ricordare, ma non basta. La questione la pose Liliana Segre: è importante commemorare, ma è dal giorno dopo che bisogna darsi da fare.

Purtroppo il mondo sembra scegliere un’altra strada e l’abbrutimento è generale. Conclusione: “Non Dimenticare” uguale “Mai più” è un’equazione semplicistica e non trova riscontri. A conti fatti, il giorno della memoria dovrebbe indurci a perseguire il bene collettivo ma non lo fa: crescono a dismisura le rivendicazioni delle appartenenze, la xenofobia, le intolleranze e camminare insieme è sempre più difficile. Il mondo è costellato di guerre di ogni tipo e cinicamente sono in corso deliranti discussioni per stabilire se quel tale massacro debba essere considerato un delitto contro l’umanità e se sia opportuno parlare di genocidio. È paradossale: perfino il Governo di Israele si distingue nei massacri indiscriminati degli indifesi: fra i cinquanta/settantamila uccisi nella striscia di Gaza la maggioranza sono anziani e donne e poi i cento bambini uccisi ogni giorno.

Breve e doverosa avvertenza. L’antisemitismo è condannato dai principi su cui si reggono le liberaldemocrazie, ma il rispetto dei medesimi principi ci impone di denunciare chi li viola, come Netanyahu che lo sta facendo con la brutalità di chi il passato l’ha dimenticato. Come si concilia tutto ciò con la giornata della Memoria?

Scritto per laRegione
Nell’immagine: Jan Hartman (internato a Terezin), ‘”Marcia della morte” (gennaio 1945)


Gabriele Nissim – Perché sarebbe un errore rinunciare alla Giornata della Memoria a causa della tragedia di Gaza

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 


La guerra non può impedire di ricordare, ma bisogna evitare che l’orrore si ripeta

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Di Anna Foa, La Stampa

La giornata della memoria cade anche quest’anno, come già nel 2024, nel bel mezzo di una guerra sanguinosa tra Israele e Hamas, tra Israele e i palestinesi. La tregua assai fragile raggiunta a Gaza ha dato vita ad un’altra operazione israeliana, questa volta in Cisgiordania, denominata non a caso “Muro di ferro”, il titolo di un famoso scritto del 1923 di Ze’ev Jabotinsky, il teorico del sionismo “revisionista”, il padre dell’attuale destra (anche se il suo movimento era privo di quell’estremismo religioso messianico e del razzismo che caratterizza oggi l’estrema destra al governo in Israele). Secondo molti commentatori, la strada verso l’annessione della Cisgiordania è aperta, con tutte le conseguenze che possiamo immaginarci nel rapporto con i palestinesi che la abitano ma anche nel rapporto con tutto il mondo arabo. L’antisemitismo, già molto cresciuto nell’ultimo anno, non potrà che aumentare tanto in Europa che nel resto del mondo. In Italia, ne abbiamo un esempio tristissimo nelle accuse indegne rivolte nei social alla senatrice Liliana Segre.

Questo è il contesto in cui celebriamo la giornata della memoria, ricordiamo cioè la Shoah, l’annientamento della maggior parte del mondo ebraico europeo, nel giorno del 1945 in cui l’armata Rossa ha raggiunto Auschwitz, il campo divenuto simbolo della Shoah, liberandone i pochi superstiti. In che modo possiamo celebrare questa giornata senza dimenticare l’orrore di oggi, le decine di migliaia di civili uccisi a Gaza, la distruzione della Striscia, delle sue case, delle sue scuole, dei suoi ospedali ad opera di un governo, quello israeliano, che si proclama erede degli ebrei assassinati nella Shoah? E come possiamo raccontare le leggi razziste contro gli ebrei, la volontà nazista di distruggere quella che definiva la “razza ebraica”, senza condannare il razzismo espresso quotidianamente, in termini non tanto dissimili, dalla destra ebraica più estremista nei confronti dei palestinesi? Come non ricordare le dichiarazioni dei coloni israeliani sulla necessità di uccidere anche i bambini palestinesi perché saranno i futuri terroristi mentre ricordiamo quelle naziste sullo sterminio dei bambini ebrei, a queste tanto simili? Queste cose succedono ora, e non molto lontano da noi. Come non volerle fermare?

Che fare allora? Rinunciare a celebrare la memoria? Dire che non dobbiamo pensare ai morti di ieri perché ci premono quelli di oggi, siano essi i palestinesi massacrati da Israele o gli ebrei assassinati da Hamas? Credo invece che ancor più dobbiamo oggi dar vita e forza a questa memoria, perché è cresciuto, non diminuito, il bisogno che ne abbiamo. La giornata della memoria, infatti, non è nata per onorare i sei milioni di ebrei assassinati nella Shoah, o almeno non solo per questo, e soprattutto non è stata rivolta agli ebrei, ma a tutti. Non a caso è diventata l’unica ricorrenza civile comune a tutti i paesi dell’Unione Europea. Assumerla ha voluto dire, per l’Europa, che fin dal suo nascere essa rifiutava ogni razzismo, ogni genere di antisemitismo, ogni rifiuto delle diversità. Si dava dei principi che rendessero impossibile che ciò che era accaduto succedesse di nuovo, non ai soli ebrei ma a chiunque. La memoria della Shoah è così diventata uno dei fondamenti etici e politici della nostra Europa, un’Europa anch’essa ora sempre più a rischio di scomparire o di perdere la sua anima. Tanto più in queste circostanze, mentre cresce l’antisemitismo sull’onda del conflitto israelo-palestinese ma mentre crescono anche ovunque razzismi, rifiuto della diversità, oppressione dei più deboli, dei poveri, degli inermi, tanto più per questo abbiamo bisogno della giornata della memoria. Per ricordare come questi processi iniziano, dove possono sfociare, come possono essere almeno arginati.

Naturalmente, proprio questa necessità richiede la massima cura, la più grande attenzione. Non possiamo limitarci a celebrazioni retoriche e vuote, dobbiamo riallacciarci a questo terribile passato per meglio capire il nostro terribile presente. Dobbiamo rivolgere domande precise, non generiche, a questa memoria. Interpretare la sua stessa storia, le contraddizioni fra l’oblio e il ricordo, le sue molteplici facce nel tempo: da una parte, per molti ebrei, un luogo dove rinchiudere la propria identità, proteggerla, salvaguardarla considerandola unica e quindi tale da offrire al mondo ebraico un posto privilegiato fra le innumerevoli vittime del secolo dei genocidi; dall’altra, invece, considerarla un filtro per evitare altri genocidi, altro razzismo, altre violenze contro gli inermi, per battersi contro ciò che l’ha generata in passato e può generare altri fenomeni simili in futuro. E fra i fenomeni simili non si può non riconoscere anche la guerra di Gaza, non solo il 7 ottobre. E fra le strade che portano al razzismo anche quella intrapresa dal governo di Israele. E queste cose dobbiamo dirle, spiegarle, segnarle nella mente di chi ci ascolta se non vogliamo veder divampare proprio dalle nostre parole il fenomeno che ci illudiamo di combattere, l’antisemitismo.

Perché nessuno deve illudersi. Quanto è successo dopo il 7 ottobre ha cancellato per sempre quel posto privilegiato fra le vittime che Israele, facendo sue le vittime della Shoah, si era riservato. Gli orrori della guerra di Gaza lo hanno per sempre annullato. Ora, deve necessariamente aprirsi ad altre vittime, far loro posto accanto alle sue, rinunciare alla sua unicità. E qui, lontani ma non troppo dalla guerra, dovremo fare di questa memoria uno strumento per combattere l’uccisione dei civili, il massacro dei più deboli, il razzismo. Anche se sono compiuti dagli israeliani. Se non vogliamo che questa memoria rischi di scomparire insieme con la giornata che la celebra.


Niente è paragonabile all’Olocausto, non abusiamo della parola “genocidio”

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Di Gianni Oliva, La Stampa

“Genocidio”: dal kibbuz del 7 ottobre, a Gaza, al Donbass, alle fosse comuni di Assad, le parole e le accuse si rincorrono. Come la storia, così il linguaggio si presta a un uso politico, ma confondere i vocaboli e rimescolare i concetti che esprimono è il modo migliore per non comprendere.

“Genocidio” (prefisso greco ghenos, stirpe, suffisso “-cidio”, dal latinooccidere), è termine relativamente recente: lo coniò nel 1944 un giurista polacco di origine ebraica, Raphael Lemkin (1900-1959), per definire le politiche naziste di sterminio sistematico degli ebrei d’Europa. Nel proporre questo nuovo termine, Lemkin aveva in mente l’insieme di azioni coordinate per la distruzione e l’annientamento del gruppo etnico: egli non si riferiva semplicemente allo sterminio in sé, ai milioni di morti dei lager, alle sofferenze inflitte, ma al progetto razionale che aveva ispirato e guidato lo sterminio stesso. Nella storia moderna e contemporanea sono state commesse molte atrocità che hanno colpito alcune comunità portandole sull’orlo dell’estinzione: è il caso delle stragi subite dai nativi americani da parte dei “colonizzatori” europei, di quelle perpetrate a cavallo tra XIX e XX secolo dagli inglesi nel Sudan, dai tedeschi in Namibia, dalle potenze coloniali in Congo; oppure delle stragi di Armeni da parte dei Turchi del 1915, della eliminazione sistematica dei kulaki nell’Unione Sovietica di Stalin, delle uccisioni di massa da parte dei Khmer Rossi in Cambogia, delle vergogne viste trent’anni fa nella guerra interetnica nella ex-Jugoslavia.

La specificità del termine “genocidio” va però al di là del numero delle vittime. Ciò che accadde nell’Europa conquistata dalle armate di Hitler rappresenta un unicum nella storia umana sia perché mirato alla eliminazione di un intero gruppo senza nessuna possibilità di salvezza (né abiura, né conversione, né allontanamento), sia perché al servizio della morte fu messo l’intero apparato dello stato nazista, la sua scienza, la sua tecnologie, le sue conoscenze.

Furono i giornali, la radio, la scuola a veicolare nella società germanica un antisemitismo viscerale penetrato in tutte le fibre; furono le decine di migliaia di uomini degli apparati repressivi a incarcerare gli ebrei tedeschi e furono le centinaia di migliaia di soldati mobilitati a rastrellarli nell’Europa occupata; furono ingegneri a disegnare i forni crematori multipli, chimici a individuare i gas più letali e più economici, psicologi a strutturare il sistema di spersonalizzazione dei lager, industriali a sfruttare la mano d’opera schiavizzata. E furono milioni di tedeschi a girare gli occhi da un’altra parte, a fingere di “non vedere” le schiere di deportati con i capelli rasati, il numero tatuato sul braccio, gli zoccoli ai piedi, smunti, denutriti, incolonnati, che spostavano traversine per costruire nuovi tratti di ferrovia, sgomberavano le città bombardate dai detriti, portavano in giro per le strade la propria disperazione.

Fu proprio perché tutto quanto rientrò in un progetto complessivo, capace di coinvolgere un intero popolo, che Primo Levi scrisse «tutto questo è accaduto, dunque può ancora accadere». Il 27 gennaio non può essere il giorno dedicato alla memoria dell’orrore: deve essere il giorno della riflessione su “come” e “perché” quell’orrore fu possibile. In questo senso “genocidio”, nella sua specificità e unicità, è concetto chiave.

I bombardamenti su Gaza fanno orrore, così come la strage del 7 ottobre, o come le distruzioni russe nel Donbass: possiamo parlare di crimini, di strumenti di distruzione sproporzionati agli obiettivi, di strategie di intimidazione che anziché risolvere i problemi li consegnano decuplicati al futuro. Ma di genocidio no, perché è fuorviante: il “genocidio” non ammette né tregue, né mediazioni diplomatiche; non riguarda i combattimenti tra armati, ma la volontà di annientamento collettiva; non coinvolge le minoranze radicalizzate, ma si alimenta di un substrato culturale diffuso e radicato. L’uso politico delle parole riflette la stessa logica dell’uso politico della Storia: alzare la voce dell’esecrazione per nascondere la mancanza di strategie.

Siamo impotenti di fronte alle vergogne del presente, per reazione morale condanniamo con forza quanto accade. Ma alla fine, a forza di parlare a sproposito di genocidi, rischiamo di sdoganare l’Olocausto e trasformarlo in niente di più che una tra le tante stragi della storia umana.

Nell’immagine: foto di Hitler e Anna Frank alla mostra “Anne Frank” al Centro per la Storia ebraica, New York 


Steven Spielberg e il dolore dell’Olocausto

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Di Silvio Bizio, La Repubblica

LOS ANGELES – Arriva sugli schermi Schindler’s List, e improvvisamente Hollywood scopre in Steven Spielberg un regista “adulto”. A lui Newsweek ha dedicato la copertina, celebrando il suo film come “il più grande dell’anno”. Girato interamente in bianco e nero, e lungo tre ore e venti minuti, il film è la storia di Oskar Schindler, un industriale tedesco cui si deve la salvezza di 1100 ebrei durante la seconda guerra mondiale. Il film segue gli eventi che dal 1939, nel giro di poche settimane dall’invasione tedesca della Polonia, portarono alla progressiva esclusione degli ebrei dalla società, alla loro reclusione, a Cracovia, in un ghetto, fino ai campi di sterminio e alla loro sistematica eliminazione. Oskar Schindler riempì la sua fabbrica, la Emalia, di operai ebrei che non retribuiva, ma, sfruttando le sue conoscenze tra i nazisti, offrì loro un rifugio dalle persecuzioni delle SS.

Il cast non contiene star di Hollywood: l’attore irlandese Liam Neeson è Oskar Schindler; Ben Kingsley è Itzhak Stern, l’ebreo cui Schindler affidò il “management” della sua fabbrica, e Ralph Fiennes è Amon Goeth, il sadico comandante delle SS responsabile del campo di lavori forzati di Plaszow. Sopravvissuti all’Olocausto, questi Schindlerjuden (gli ebrei di Schindler), hanno dato vita a 6000 discendenti, 250 dei quali appaiono alla conclusione del film, sfilando con gli attori che interpretano i ruoli dei loro congiunti, di fronte alla tomba di Schindler a Gerusalemme.

Spielberg maturava questo progetto da dieci anni, da quando aveva letto la biografia di Schindler scritta da Thomas Keneally: “Ci pensavo dai tempi di E.T.” ci dice il regista, incontrato in occasione della prima americana del film, “volevo raccontare la storia di Schindler per il futuro, ma ho dovuto prima diventare padre, voler dare ai miei figli alcune risposte alle domande che mi faranno sull’Olocausto, prima di sentire in me la maturità necessaria per fare Schlinder’ s List“.

Il film ha costretto attori e regista a un tour de force fisico ed emotivo che ha lasciato il segno. “Non c’ era quasi giorno in cui, al momento in cui avrei dovuto dire “azione!” non riuscivo a farlo, tanto ero sopraffatto dall’emozione per alcune scene” confessa il regista. “Aktion è la parola che i comandanti delle SS dicevano agli ebrei quando andavano nel ghetto, e, una volta capito il significato della parola, non me la sentivo di ripeterla. Ci sono giorni dei quali non ho nessun ricordo e altri in cui ero, invece, molto consapevole degli orrori che stavamo rievocando. E i giorni in cui il lavoro andava bene erano i più tristi, nessuno scherzava su quel set. L’unica cosa che mi ha salvato era avere a Cracovia tutta la mia famiglia, Kate e i nostri cinque figli. Quando tornavo in albergo, la sera, ritrovavo così un pò di umanità. Senza di loro sarei completamente impazzito”.

Quale è stato il motivo principale che, in tutti questi anni, non le ha fatto abbandonare l’idea di realizzare questo film?

“So bene che non c’ è film che possa fermare quello che sta succedendo in Bosnia, ma io ero arrivato al punto in cui non avevo più pazienza; non solo per le atrocità che hanno luogo nei Balcani, ma anche per la violenza dei gruppi neonazisti. Ho sentito che quest’anno era il momento giusto per far uscire il film, anche se significava sovrapporlo a Jurassic Park e ammazzarmi di lavoro. Se questo film potesse aumentare almeno di un poco il livello di consapevolezza e dare alla gente, attraverso l’ Olocausto, una metafora di cosa sta succedendo oggi nel mondo, sentirò di aver fatto qualcosa di buono”.

Lei ha anche detto che è contento di non averlo fatto dieci anni fa. Perché?

“Non sono sicuro di come sarebbe riuscito, ma probabilmente sarebbe stato un film molto più soft, tecnicamente più sofisticato, più hollywoodiano. Non credo che dieci anni fa avrei avuto il coraggio, la forza e la sensazione del “non me ne importa nulla” che non avevo mai avuto prima di ora. In passato avevo a cuore il successo al botteghino, l’approvazione dei critici, l’ afflusso del pubblico, ma questo é un film in cui tutte queste cose non hanno importanza. Certo, voglio che venga visto da più gente possibile, soprattutto dalle generazioni più giovani che non hanno vissuto quelle terribili esperienze. Nei licei americani il 23 per cento dei ragazzi pensa che l’Olocausto non sia mai veramente avvenuto e il 50 per cento non sa nemmeno cosa significhi. L’ unico modo per combattere l’ignoranza su quei fatti è trascinare la gente a vedere questo film. So che chiedo molto al pubblico, ma non è nulla paragonato a quello che hanno sofferto tanti milioni di ebrei”.

Che influenza ha avuto sulla sua vita l’essere ebreo?

“Devo confessare che nelle ultime due settimane, parlando di questo film, ho scoperto in me cose di cui non ero mai stato molto consapevole prima. Una è che non sono sempre stato fiero di essere ebreo. Quando ero ragazzino vivevamo in un quartiere dove io ero l’unico ebreo, e in un certo senso ho sempre avuto problemi con la mia identità di ebreo, mi sentivo discriminato e desideravo solo essere come tutti gli altri. Dal 1985, quando ho avuto figli e ho sentito il bisogno di educarli secondo la tradizione ebrea, ho dovuto rieducare me stesso. Schindlers’ List è il primo film in cui affronto la mia vita personale, tutti gli altri miei film erano prodotti della mia immaginazione”.

E l’Olocausto?

“I miei genitori me ne parlavano continuamente. Abbiamo perso otto parenti nei campi di sterminio. Ma non ne parlavano con tristezza, la loro era pura rabbia, e io sono cresciuto pieno di furia nei confronti di Hitler e dei nazisti. E, quando ho iniziato il film, la mia rabbia esplodeva anche contro gli attori tedeschi, soprattutto quando li vedevo in uniforme. Poi, una sera, abbiamo celebrato il “passover” tutti insieme, è stato un momento molto commovente, e da allora mi sono calmato”.

Perché la scelta del bianco e nero?

“Perché tutti i miei riferimenti all’Olocausto sono in bianco e nero, documentari, nebbia, ombre, fotografie. Girare il film a colori sarebbe stato criminale, avrebbe reso l’ intero film più soft. Non voglio dire che il bianco e nero vada bene per qualunque soggetto, ma in questo caso conferisce una maggiore verità al dramma, perché offre meno scelte. E’ lo stesso motivo per cui ho scelto di girare le scene in cui abbiamo ricreato dei tragici avvenimenti storici come se li stessi seguendo per la CNN, organizzando la scena ma poi riprendendola con uno stile da notiziario, buttando via tutte le tecniche più sofisticate del mio mestiere”.

Dopo un film del genere, sarà difficile per lei affrontare qualunque altro soggetto?

“In questo senso, Schindler’s List mi ha veramente rovinato! Ammiro molto Oliver Stone, ma non voglio seguire la sua carriera e fare altri tre film che contengano un certo messaggio. Non mi interessa fare film che cambino il mondo, e mi sentirei pretenzioso. Hook é stata la mia ultimo escursione nell’infanzia, e, per quanto senta che c’ è ancora una gran parte di ragazzino in me, non credo potrò mai più tornare a quel mondo. Ora come ora, non riesco a immaginare nulla che mi possa eccitare, sono in una stasi emotiva e mentale. Mi piacerebbe che il mio prossimo film affrontasse un altro soggetto serio, non mi interessa che possa incassare 300 milioni di dollari. Cerco qualcosa che mi stimoli in un modo più personale”.

Per esempio una storia di amore adulto?

“Sì, sto vivendo una storia così con mia moglie!”.

Ora improvvisamente Hollywood le dà una patente di “serietà”…

“La cosa meravigliosa è che il film viene preso sul serio, anche da parte di quelli che mi hanno fatto a pezzi per i miei film passati, eSchindler’s List ha bisogno proprio dell’appoggio di quei critici e della stampa perché venga visto. Amo tutti i miei film passati, non sento di dovermi scusare per essi, ma sono arrivato tardi a sfruttare il mio potere per fare un film che nessuno a Hollywood avrebbe mai fatto: un film sull’Olocausto di tre ore e in bianco e nero! E’ stato bello scoprire che mi é bastato andare alla Universal per avere 22 milioni di dollari per fare qualunque film volessi”.

Nell’immagine: particolare del manifesto del film


Donald Trump ora è come Putin: un leader senza scrupoli

Mosca si appresta a celebrare l’ottantesimo anniversario della sconfitta di Hitler, ma non ha elaborato storicamente il rapporto fra URSS e Germania nazista 

Di Alan Friedman, La Stampa

Che cosa accadrebbe se il presidente degli Stati Uniti si comportasse come un bullo internazionale, quasi un fuorilegge, avanzando pretese sui territori di nazioni straniere sovrane, proponendo di ricorrere all’uso della forza contro amici e alleati e spingendosi a raccomandare l’idea di una pulizia etnica a Gaza? E che cosa accadrebbe se questo presidente americano iniziasse a fare sul serio riguardo alle sue intenzioni e non si limitasse a fare semplicemente lo spaccone e a scherzare?

Ma certo che si tratta di uno scherzo, di una provocazione, si potrebbe dire

Beh, sembra proprio che lo scherzo sia finito. Questo non è più uno scherzo. Trump non scherza quando fa alcune delle sue affermazioni più folli. Siamo alle prese con un presidente americano arrabbiato e vendicativo, diverso da qualsiasi altro conosciuto nei 249 anni di Storia degli Stati Uniti. A Trump piace minacciare gli alleati, se ne frega della diplomazia, è imprevedibile e nel finesettimana, parlando di Gaza, ha usato addirittura parole da criminale di guerra.

Sabato il presidente Donald Trump ha detto ai giornalisti a bordo dell’Air Force One che vuole che Giordania ed Egitto accolgano la maggior parte dei palestinesi di Gaza per «ripulire» l’enclave, che ha descritto come un sito di demolizioni. Le sue parole esatte sono state le seguenti: «Si parla di circa un milione e mezzo di persone, ripuliamo l’intera zona e… “basta, è fatta!”». L’idea di «ripulire» Gaza delle persone che vi sono nate e di ricostruirla era stata avanzata per la prima volta alla fine di marzo 2024 da Jared Kushner, genero di Trump, colui che pochi mesi dopo aver lasciato la Casa Bianca ha incassato un investimento di due miliardi di dollari dall’Arabia Saudita.

Kushner aveva decantato il potenziale di «grande valore» delle «proprietà sul lungomare» di Gaza, suggerendo che Israele farebbe bene ad allontanarne i civili mentre «ripulisce» la Striscia. «Lì la situazione è un po’ complicata, ma dall’ottica di Israele farei del mio meglio per allontanarne gli abitanti e poi darei una bella ripulita», ha detto Kushner.

All’egiziano Abdel Fattah el-Sisi e al re Abdullah di Giordania di sicuro questa idea non piace. Nonostante ciò, hanno dovuto sostenere conversazioni telefoniche con Trump nelle quali sono stati messi sotto pressione. E di sicuro torneranno a essere messi sotto pressione di nuovo.

Questa è la nuova realtà con la quale il mondo deve fare i conti, un’America che da tempo sta già perdendo la sua posizione di leader e il controllo dell’ordine liberale occidentale, un’America che adesso è presieduta da un uomo che è contrario a quell’ordine liberale mondiale ed è intenzionato a smantellarlo.

Ladies and gentlemen, signore e signori, benvenuti all’inizio di un periodo di turbolenza nelle questioni internazionali, benvenuti all’alba di un’oligarchia a Washington che ho già avuto occasione di definire «Trump 2, La Vendetta». Benvenuti in un mondo nel quale il presidente americano è senza scrupoli. Non finge nemmeno – con Groenlandia, Gaza o Panama – di agire per giustificati motivi. Si comporta come un Putin qualsiasi, imponendo semplicemente la sua volontà, la sua autorità, usando il potere per intimidire i piccoli Paesi. Questo presidente ha gettato i valori tradizionali dell’America e la fede nella democrazia e nei diritti umani dritti dritti nel bidone della spazzatura.

Negli ultimi sette giorni, da quando Donald Trump si è insediato come 47esimo presidente degli Stati Uniti, in America e nel mondo si sono susseguiti con grande rapidità choc e convulsioni. L’America è cambiata e sta cambiando. Il mondo è cambiato, e sta ancora assorbendo le onde d’urto in arrivo da Washington.

La settimana scorsa Trump si è rivolto all’assemblea dell’élite del mondo degli affari internazionali riunitasi a Davos e l’ha bersagliata con tutta una serie di rimostranze sulle tasse e la burocrazia europee, ripetendo la minaccia di adottare una politica di dazi più alti e con una varietà di insulti. L’insulto peggiore lo ha riservato all’intelligenza delle duemila autorità riunitesi per ascoltare il presidente degli Stati Uniti. Ha detto loro che l’economia americana, che The Economist ha definito «l’invidia del mondo», è stata un disastro assoluto sotto l’Amministrazione Biden, e che adesso è pronta a decollare perché alla Casa Bianca è arrivato lui. Ha fatto ricorso a una screditata teoria della cospirazione, riguardante banche che non concederebbero prestiti alle aziende di destra, per attaccare lo spaventato Ceo della Bank of America che se ne stava palesemente defilato sul palco. Ha minacciato l’Europa di dazi più pesanti se i vari Paesi non sposteranno le loro produzioni su territorio statunitense. Ha implorato formalmente l’Arabia Saudita insieme a tutti gli altri Paesi dell’Opec di abbassare i prezzi del petrolio. Pretende tassi di interesse inferiori, come se ne avesse lui il controllo. Ha fatto Trump, insomma.

Potrà anche essere oggetto di derisione, o essere ridicolizzato dietro le quinte di Davos, ma Trump spaventa molte persone, compresi i leader di parecchie tra le società più grandi del mondo. Le sue tattiche da prepotente hanno provocato il caos in metà delle cancellerie europee e, presumibilmente, alla Commissione europea di Bruxelles.

L’Europa, nel frattempo, non è riuscita a rispondere alle minacce che Trump ha fatto alla Danimarca o sulla questione dei dazi. Sembra che la politica europea consista nel fare affermazioni vaghe e generiche di principio e nell’evitare qualsiasi critica diretta al presidente degli Stati Uniti. Il problema, per chi in Europa vorrebbe proteggere la democrazia liberale, è che presto assisteremo a tutto un fiorire nel Continente di migliaia di mini-Trump, e al rafforzamento dei suoi alleati di estrema destra.

Quando Elon Musk esprime la sua ammirazione al partito filoputiniano e neonazista Alternative für Deutschland, come ha fatto nel fine settimana, lo fa con il pieno sostegno di Trump che ne è a conoscenza. Lo stesso vale per Nigel Farage nel Regno Unito, Vox in Spagna, Le Pen in Francia o Viktor Orbán, l’uomo che la maggior parte dei consiglieri di più alto grado di Trump considera il modello da prendere a esempio per la democrazia americana.

E così gli Stati Uniti forse stanno per entrare in una fase di “orbanizzazione” sotto Trump, ovvero in un periodo in cui le norme e le tradizioni della democrazia liberale sono violate, spazzate via e gettate dalla finestra, insieme alla pretesa dell’America di essere la guida morale di tutto il mondo. Il risultato? Invece di riaffermare la leadership americana nel mondo, Trump finirà con lo svilirla e screditarla, accelerando di fatto il declino della sua influenza. Se Trump non rispetta la sovranità della Danimarca, come possiamo mai aspettarci che Putin rispetti l’Ucraina?