Il “socialismo” dei fondi pensione

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

In una intervista alla SonntagsZeitung, ripresa da laRegione del 13 gennaio 2025, secondo Marius Brühlhart, professore di economia all’Università di Losanna, “i versamenti volontari alle casse pensioni andrebbero limitati perché l’attuale sistema indebolisce la progressione fiscale, poiché le persone più ricche beneficiano in modo sproporzionato dei vantaggi fiscali, e porta a perdite fiscali che devono pagare gli altri”. È il paradosso tale per cui la progressività dell’imposizione fiscale, pensata per far pagare in funzione della capacità contributiva per tradurre un principio di giustizia sociale (all’aumentare della base imponibile, aumenta l’aliquota applicata), a causa delle deduzioni fiscali, finisce col favorire i ricchi. A mo’ di esempio, i contributi versati direttamente dall’assicurato sono deducibili dal reddito imponibile. Finché l’assicurato mantiene il proprio domicilio fiscale in Svizzera, tali contributi possono essere dedotti sia per la parte obbligatoria sia per quella sovraobbligatoria. Inoltre, i versamenti personali (“riscatti individuali”) risultano generalmente deducibili dalle imposte dirette federali, cantonali e comunali, fermo restando talune limitazioni o condizioni specifiche.

Si tratta della strategia neoliberale che, nel nome della difesa della classe media, ha favorito i più ricchi, mentre ha, di fatto, affondato la classe media. È quindi il caso di aggiornare l’aforisma di Hanspeter Tschudi, il padre della moderna AVS, secondo il quale i ricchi non hanno bisogno dell’AVS ma l’AVS ha bisogno dei ricchi. Invece, sembra di poter affermare il contrario, e cioè che i contribuenti facoltosi traggono significativi vantaggi dal sistema di sicurezza sociale e dalle politiche di deduzione fiscale. Nel Ticino ne sappiamo qualcosa, tanto che, come in altri ambiti, deteniamo il record assoluto del numero di deduzioni fiscali. Forse, invece di concentrare il dibattito sull’attrattività fiscale alle sole aliquote fiscali sui redditi, sarebbe il caso finalmente di considerare seriamente l’impatto delle deduzioni fiscali, smettendola di far passare subdolamente le deduzioni come un versamento netto che finisce nelle tasche dei contribuenti.

Non è tutto. I fondi del secondo pilastro (LPP) e quelli della previdenza privata (terzo pilastro) giocano un ruolo cruciale nei mercati finanziari. I capitali accumulati in questi fondi, ossia il risparmio collettivo, vengono gestiti da attori privati, come banche e fondi di investimento, che perseguono rendimenti elevati, tali da poter far fronte agli impegni sul fronte delle rendite pensionistiche. Questo rende i lavoratori e le lavoratrici al contempo investitori indiretti, cioè azionisti, e vittime di un sistema finanziario centrato sul primato del valore azionario (shareholder value), che privilegia la massimizzazione dei profitti e dei dividendi, spesso e volentieri attraverso strategie di riduzione dei costi del lavoro e dell’occupazione.

Negli anni Settanta, Peter Drucker, con il concetto di “socialismo dei fondi pensione”, aveva suggerito che il sistema dei fondi pensione potesse promuovere una redistribuzione della ricchezza, permettendo ai lavoratori di diventare indirettamente proprietari dei mezzi di produzione. Una visione che si è rivelata un’illusione. Lungi dal socializzare il capitale, i fondi pensione hanno consolidato il potere del capitalismo finanziario, trasformando i lavoratori in investitori passivi di un sistema che privilegia il rendimento a breve termine, correndo rischi sempre più elevati e alimentando le ormai cicliche dinamiche speculative e il loro corollario in termini di bolle destinate a scoppiare.

Se si estende l’analisi ad altri settori del sistema di assicurazione sociale, come l’AVS, gli assicuratori malattia o le casse di compensazione per assegni familiari, il quadro diventa ancora più complesso. Questi soggetti gestiscono enormi liquidità e capitali alimentati dai contributi degli assicurati. Un esempio emblematico è il Fondo di compensazione di AVS, AI e IPG, la cui gestione è affidata, in misura rilevante, a grandi operatori finanziari come BlackRock.

Su scala globale, colossi della gestione patrimoniale come BlackRock, Vanguard e State Street hanno prosperato grazie a capitali immensi, molti dei quali originati dai programmi di quantitative easing (QE), di creazione di liquidità da parte delle banche centrali per mantenere bassi i tassi d’interesse, liquidità poi finita in questi fondi per mancanza di investimenti produttivi. L’assenza di politiche di quantitative easing da parte della Banca Nazionale Svizzera (BNS) non ha impedito che le sue strategie, come il mantenimento di tassi di interesse bassi o negativi e gli interventi sui mercati valutari, abbiano contribuito anch’esse a una massiccia crescita del valore degli asset. Tassi bassi e negativi che hanno penalizzato i piccoli risparmiatori e le casse pensioni, costringendole a investire in attività sempre più rischiose per garantire rendimenti.

Un elemento cruciale è dunque la destinazione degli investimenti. Gran parte, oltre due terzi, delle risorse gestite dai fondi pensione e dalle assicurazioni sociali va a finire in titoli obbligazionari e azionari, anche rischiosi, nonché sul mercato immobiliare. Solo una minima parte (non oltre l’1,5%) di questi investimenti è destinata a investimenti infrastrutturali, proprio quelli di cui c’è sempre più bisogno, tenuto conto che questi stessi fondi stanno abbandonando gli investimenti a favore della decarbonizzazione, per non parlare delle assicurazioni che sospendono e rifiutano di assicurare contro gli incendi in California e contro gli uragani in Florida perché troppo esposti ai cambiamenti climatici.

Il riorientamento degli investimenti a sostegno di interventi infrastrutturali permetterebbe di creare salari e redditi tali da alimentare sia il risparmio collettivo sia la capacità di erogazione di prestazioni sociali, senza per questo dover rincorrere rendimenti ad alto rischio, quei rendimenti, perseguendo i quali si destabilizza l’occupazione e si sacrifica l’ambiente.

Scritto per laRegione
Nell’immagine: l’ingresso della sede principale della BlackRock, a New York


Il razzismo come nuovo fondamento

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Di Alesssandro Portelli, il manifesto

Quando ho visto la foto delle persone in fila per essere deportate ho pensato che doveva essere un falso. Invece è proprio una comunicazione ufficiale della Casa Bianca: non solo non si vergognano delle deportazioni di massa di gente che non ha fatto nulla di male, ma se ne vantano – come tanti nostri governanti da anni si vantano del numero di espulsioni di migranti dalle nostre sacre e incontaminate rive.

Commentando certi episodi di mobilitazioni anti Rom nel mio quartiere, una giovane compagna diceva anni fa: questo non è razzismo, è cattiveria. È cattiveria, nel senso preciso di godere della sofferenza di altri, e invitare a fare di questo perverso godimento il senso comune del nostro tempo.

Al centro di questa rinnovata malvagità egemonica sta il ritorno all’arcaico diritto di sangue: sono veri americani (come, peraltro, sono cittadini italiani) quelli che possono vantare che nelle loro vene scorra il puro sangue della nazione.

A questo punta una promessa-minaccia ancora più radicale della presidenza Trump: l’abolizione dello ius soli, grazie al quale chiunque nasca sul suolo degli Stati uniti è cittadino americano. È qualcosa che sta nelle vene stesse degli Stati uniti, la spina dorsale di quella democrazia inclusiva e molteplice che sono stati e che l’Italia non riesce a diventare (tanto più che adesso potrà contare anche sul modello di un paese da cui scegliamo sempre di imitare il peggio).

L’abolizione dello ius soli infatti va anche oltre la minaccia alle famiglie non interamente «autoctone». Si tratta infatti di un principio garantito dal quattordicesimo emendamento alla Costituzione, varato subito dopo la Guerra civile: «Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati uniti e dello Stato in cui risiedono».

Varato prima della grande immigrazione di massa, l’emendamento aveva una funzione ancora più radicale: serviva a dichiarare che erano cittadini degli Usa gli afroamericani, appena usciti dalla schiavitù. Pochi anni prima della Guerra civile una memorabile sentenza della Corte suprema aveva sancito, infatti, che gli afroamericani non erano, e non potevano essere, cittadini degli Stati uniti e non avevano nessun diritto che un bianco fosse tenuto a rispettare. C’era voluta la più grande strage che la storia avesse visto prima di allora per cancellare questo orrore.

Cancellare il principio sancito dal quattordicesimo emendamento significa, in ultima analisi, anche cancellare il fondamento della cittadinanza degli afroamericani – non necessariamente in modo esplicito, non necessariamente in tempi brevi (come stanno subito obiettando quei giudici che ancora ci sono in California e altrove, un ordine esecutivo non può cancellare un diritto costituzionale), ma sul piano dell’ideologia e delle pratiche quotidiane. Diventa, in altre parole, la sanzione ufficiale dì quelle pratiche violente e discriminatorie che il movimento Black Lives Matter e le proteste dopo l’assassinio di George Floyd avevano denunciato ma che continuano indisturbate e, adesso, ancora più protette.

C’è un’altra clausola nella prima sezione del quattordicesimo emendamento, che viene evocata da quella foto: «Nessuno Stato potrà privare nessuna persona di vita, libertà o proprietà, senza giusto processo di legge». Attenzione: non dice «nessun cittadino» ma nessuna persona, cittadino o non cittadino, legale o illegale. Le retate di massa, le deportazioni a tamburo battente violano anche questo principio. Ma niente paura: è tutto in regola, l’emendamento dice «nessuno Stato» e a deportare le persone non sono i singoli Stati, ma il governo federale e il suo autocratico presidente, che da oggi si proclama al disopra della legge e al disopra dell’umanità – e se ne vanta.

Nell’immagine: Donald Trump durante un comizio della campagna elettorale per le presidenziali americane al confine meridionale con il Messico, a Sierra Vista, in Arizona 


Se questi sono uomini

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Di Caterina Soffici, La Stampa

Immigrati illegali in catene, la testa china, in fila per salire su un aereo che li deporterà. In catene, come gli schiavi nelle piantagioni, come i prigionieri di una dittatura, come i deportati in guerra.

Non sappiamo niente di queste persone. Sappiamo solo che li hanno raccolti nelle retate che Trump aveva promesso in campagna elettorale e non hanno titolo a rimanere negli Stati Uniti. Potrebbero essere criminali. O forse no. Non lo sappiamo e non ci interessa. Li deportano sempre così, ammanettati. Forse per problemi di ordine pubblico. O per la sicurezza. In catene basta una guardia per controllarne parecchi. Non lo sappiamo e non ci interessa. Perché nei Paesi civili, nelle democrazie che si onorano di portare questo nome, c’è una regola: non si mostrano persone ammanettate. Perché le manette sono un sinonimo di colpa. Sono un’onta, un’infamia. In Francia non è consentito ai media mostrare immagini di persone ammanettate fino alla condanna definitiva. Idem in Italia. In Giappone, addirittura, nelle foto si sfocano le mani della persona in manette. A Hong Kong, per preservare la dignità dell’ammanettato, la polizia offre un copricapo o uno schermo.

La Casa Bianca invece esibisce le catene come un trofeo e lo fa dall’account ufficiale sulla piattaforma «X». Il messaggio che questa foto vuole mandare al mondo è chiaro: eccoli, li abbiamo acchiappati, guardateli questi criminali. L’immagine non è una delle pazzie di Elon Musk o una delle twittate notturne di Donald. Sarebbe grave lo stesso, ma ormai ci abbiamo fatto il callo. La foto è una immagine ufficiale dell’amministrazione Trump 2.0 ed è studiata apposta per essere ripresa e discussa. Ormai si comunica così: minacce più che messaggi, moniti affidati alla rete. La novità è la cattiveria esibita. Prima si faceva e basta e si cercava di negarlo. Una immagine simile, carpita da un fotografo intraprendente, avrebbe messo in imbarazzo l’amministrazione americana. Si sarebbero cercate giustificazioni, inventate scuse, invocato malintesi. Ricordate lo scandalo per il trattamento dei prigionieri di Guantanamo? Ecco, ora è il contrario. Si esibiscono come arma del potere.

Nell’era del Trump 2.0 non solo si dicono cose terribili. Ma si fanno (o si cerca di farle, compatibilmente con giudici che ne ratifichino la costituzionalità). E si sbandierano al mondo, come prove di quanto sia incisiva l’azione del presidente. «Promessa fatta, promessa mantenuta. I voli di deportazione sono iniziati» è la scritta in sovrimpressione. «Il presidente Trump sta inviando un messaggio forte al mondo: chi entra illegalmente negli Stati Uniti dovrà affrontare gravi conseguenze».

Colpirne uno per spaventarne mille. È la nuova filosofia di questa destra che vuole a tutti i costi «épater le bourgeois», mettere all’angolo l’odiato politicamente corretto, stritolare l’ipocrita élite liberale. Poco importa se in questa marcia trionfante della cattiveria, dell’umiliazione del più debole, dell’esaltazione della ricchezza come valore unico e universale, dove non è prevista pietas, si calpestano diritti e si minano le fondamenta stesse della democrazia. Anzi, tendo a pensare che il progetto sia proprio quello.

Nell’immagine: la foto dei deportati in catene diffusa dalla Casa Bianca


La costruzione del nemico straniero

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Le immagini dicono più delle parole. Ce ne sono due, in queste ore, che fotografano al meglio l’era del trumpismo-melonismo nella quale ci stiamo gioiosamente inabissando, noi vecchi “democratici” zavorrati dal carico delle nostre stupide valigie marca woke, ancora stipate di futili valori morali e inutili principi costituzionali.

La prima immagine l’ha postata la Casa Bianca: nove poveri cristi, immigrati e incatenati, in fila verso l’aereo militare che li rispedirà nel Paese dal quale erano partiti per inseguire una speranza. Sotto i volonterosi carnefici del tycoon riportano l’annuncio: “I voli per le deportazioni sono iniziati”. Sopra scolpiscono lo slogan: “Promesse fatte, promesse mantenute”.

La seconda immagine l’ha pubblicata l’Autorità di Tripoli: il comandante libico Almasri, felice come una Pasqua, che scende da un Falcon tricolore. La didascalia recita: “Il momento dell’arrivo del capo dell’Ufficio della Polizia giudiziaria all’aeroporto di Mitiga”. La folla festante lo porta in trionfo, gridando irridente uh uh al talian, cioè “uh uh gli italiani”.

Dietro questa duplice, fetida iconografia c’è una comune, mefitica ideologia. Il filo nero che le unisce è la costruzione dello stesso nemico, lo stigma razziale sullo stesso capro espiatorio: lo straniero.

Su di lui — ultimo anello nella catena del valore globale — i vari commander e conducator della rinata Internazionale sovranista possono scaricare le colpe della disgregazione nazionale, dell’insicurezza sociale, della macelleria occupazionale. Attraverso di lui — esattamente come dice il Mussolini di Scurati, “figlio del secolo” — i patrioti al potere possono garantirsi il consenso dei penultimi “trasformando la loro paura in odio”.

Nulla di nuovo sotto il sole. La grancassa cattivista contro l’apposito migrante suona da sempre, nella banda delle capocrazie autoritarie e delle destre xenofobe del pianeta. Ma ora, con il ritorno in scena di un Trump più potente e dispotico di quattro anni fa, la lotta all’immigrazione diventa dottrina di governo, condivisa ed esibita, predicata e praticata.

In America lo stiamo vedendo dagli ordini esecutivi del presidente rieletto: confine meridionale “emergenza nazionale”, 1.500 uomini dell’esercito lungo la frontiera messicana, mandato alle agenzie federali di “respingere e rimpatriare gli irregolari”, ordine alla Homeland Security di condurre arresti mirati e ai procuratori federali di inquisire la polizia locale che non esegue gli ordini. Il risultato concreto, da mostrare come trofeo al popolo americano, è la foto di quei nove deportati (questa è la traduzione giusta, anche se disturba gli irenici chierici di casa nostra, convertiti al culto Maga senza dirlo).

Il virus trumpiano stavolta è più letale. Previa appropriazione indebita del mito Luther King, inocula le tossine della discriminazione nelle vene della più grande post-democrazia del mondo. La revoca del Dei, il protocollo che obbligava l’apparato federale a rispettare diversità, equità e inclusione. Il ripristino delle differenze salariali stabilite in base al genere e al colore della pelle.

Cos’è questa roba, se non razzismo in purezza o maccartismo riveduto e corretto, non più per la canaglia comunista ma per la feccia afro-ispanica? «Agli stranieri daremo un messaggio chiaro: rimani in Messico…». Sono parole del nuovo egoarca, pronunciate nello stesso Campidoglio del tentato golpe del 6 gennaio 2021.

È bastato questo per far risvegliare mostri che credevamo sepolti: il Ku Klux Klan inonda il Kentucky di volantini, con lo Zio Sam che prende a calci una famigliola di straccioni e una scritta che dice: “Avoid deportation — leave now”. Evita la deportazione, vattene subito: come da anatema presidenziale.

Anche in Italia vediamo all’opera da tempo i cinici impresari del risentimento travestiti da leader di partito, pronti a giocarsi per un pugno di voti la vita dei disgraziati che affogano nel Mediterraneo. È per questo basso lucro politico che abbiamo dovuto sopportare quella foto di Almasri, assassino arrestato su richiesta della Corte penale internazionale, ma subito rilasciato e rimpatriato con volo di Stato perché “garante” del nostro patto scellerato con la Libia.

Paghiamo la sua Guardia costiera, foraggiamo le sue Forze speciali, stacchiamo un lauto assegno per il gas che ci manda via Green Stream, gli garantiamo diritti sul tanto petrolio che l’Eni pompa dai suoi deserti, e in cambio quel regime non fa salpare dalle sue coste i barconi pieni di profughi. Se li tiene là, nei lager di Ain Zara e di Mitiga, dove proprio l’aguzzino Almasri torturava e ammazzava a suo piacimento.

I giudici dell’Aja lo volevano in galera per questo. Ma non avevano considerato Nordio e Piantedosi (il primo è ancora lì che valuta mentre il secondo — manco fossimo su Scherzi a parte — ci spiega che il libico presentava «elevata pericolosità» ma proprio per questo, invece di assicurarlo alla giustizia, l’abbiamo scarcerato). Soprattutto non avevano fatto i conti con Meloni: pur di tenere buoni i nipotini di Gheddafi — pronti a chiudere i rubinetti dell’energia e a riaprire quelli della migrazione — la Sorella d’Italia straccia il diritto internazionale e rimette in libertà un criminale.

Ma in fondo, perché indignarsi? Cos’è il Piano Mattei, se non uno scambio perverso sulla pelle di un’umanità disperata? E cos’è l’Operazione Albania, se non la cessione in outsourcing del dramma migratorio? Certo, la premier si è rimangiata in un amenil giuramento solenne di Cutro: daremo la caccia ai trafficanti di uomini «in tutto il globo terracqueo». Stavolta al trafficante, più che la caccia, abbiamo dato una medaglia. Pazienza.

La “cultura” e la postura meloniana non cambiano, si rafforzano grazie alla spinta trumpiana. L’oligarca in chief si serve e si servirà dell’amica Giorgia per dividere l’Europa e cementare il fronte sovranista. Lei lo applaude da brava cheerleader, unica governante Ue invitata all’Inauguration Day. Lui la ripaga coprendola di elogi, come il Doge Musk e suo fratello in visita a palazzo Chigi con il cappello da cowboy.

The Donald è un booster per tutte le peggiori destre reazionarie. Non solo nell’Unione, dove alza la voce Orbán e la abbassa Von der Leyen, che a Davos risponde alla sfida epocale di Trump con una minestrina riscaldata. Ma anche Javier Milei, che esalta tutti «gli alleati che lottano per la libertà», saluta «il meraviglioso Musk» e omaggia «la feroce dama italiana Giorgia», che detto dal loco argentino con la motosega fa un certo effetto.

Sarà difficile arginare questa marea di ferocia, che attraversa l’Atlantico e tracima nel Vecchio Continente. Ma non tutto è perduto. Non qui, dove la sinistra europea è muta e quella italiana si perde tra i disagi dei cattolici e i diari della motocicletta. Lì, piuttosto. Pamela Hemphill, detta “Nonna Maga” perché partecipò all’assalto a Capitol Hill, rifiuta la grazia dicendo «non è giusto, quel giorno abbiamo infranto la legge e dobbiamo pagare».

Mariann Budde, vescova di Washington, alla National Cathedral dedica a Trump un sermone potentissimo: «Ho un’ultima supplica per lei, signor presidente, che ha sentito su di lei la mano provvidenziale di un Dio amorevole: nel nome di quel Dio, le chiedo di avere misericordia per i bambini gay, lesbiche e transgender in tante famiglie… e poi per le persone che raccolgono la nostra verdura, puliscono i nostri uffici, lavorano nelle fattorie di pollame e di carne… la maggior parte degli immigrati non è composta da criminali, lavorano duramente, pagano le tasse e sono buoni vicini… Abbia misericordia per coloro che nelle nostre comunità temono che i loro genitori vengano deportati, aiuti coloro che fuggono da zone di guerra e persecuzione a trovare accoglienza qui». Una preghiera di struggente bellezza.

Peccato che Trump l’abbia guardata e ascoltata con disprezzo, mentre il fido Musk vomitava su X il suo gaudio perché ora “gli Usa smetteranno di corrompere le organizzazioni religiose per facilitare l’immigrazione illegale”. In quel momento, evidentemente, il Dio di Donald e Elon era impegnato altrove. E il Dio di Giorgia, dov’è?

Nell’immagine: il volantino del Ku Klux Klan apparso in Kentucky


La figlia transgender di Musk critica il braccio teso del padre: “Chiamiamo le cose con il loro nome”

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

La Stampa

Non parla con suo padre da due anni. Quando Donald Trump ha vinto le elezioni, ha annunciato di voler lasciare gli Stati Uniti: «Non vedo più il mio futuro qui», aveva scritto sui social. Ora, Vivian Wilson, 20 anni, figlia transgender di Elon Musk, è intervenuta su Threads per commentare il braccio alzato del padredurante l’Inauguration Day, che molti hanno interpretato come un saluto fascista.

Il post di Vivian Wilson su Thread

«Chiamiamo le cose con il loro fottuto nome (in inglese, ‘let’s call a spade – picche – a fuc*ing spade’)”, ha scritto su Thread. “Specialmente se si trattasse di due picche messe in successione sulla base della prima». Un post che ha attirato l’attenzione di numerosi utenti, al punto che si è reso necessario un secondo post in cui ha scritto frasi ironiche, che non fanno altro che confermare l’ipotesi di un attacco al padre: «Non so perché reagite con tanto vigore, sto chiaramente parlando solo di semi di carte. Voglio dire, ho l’ADHD (disturbo da deficit dell’attenzione, ndr) e questo è stato chiaramente solo un incidente che le persone hanno interpretato come qualcosa di diverso dai semi di carte. Dopotutto, non c’è prova che non stia parlando solo di semi di carte. Sai… il fatto che la gente dà per scontato che io non stia parlando solo dei semi di carte dimostra solo quanto disoneste possano essere le persone/i media», il suo sfogo prima di specificare, in un terzo post: «Per coloro che sanno leggere tra le righe, capite quanto sia fottutamente facile farlo?».

Chi è la figlia transgender di Musk

Classe 2004, Vivian è nata Xavier e nell’aprile del 2022 ha presentato in tribunale i documenti per procedere legalmente con il cambio di sesso, da maschile a femminile. Nello stesso anno anche la richiesta per avere il cognome da nubile della madre, Wilson, dichiarando: «Non vivo più con il mio padre biologico e non desidero più avere alcuna relazione con lui in alcun modo, forma o aspetto». Negli anni la ragazza ha accusato il padre di transfobia, di «crudeltà» e di tradimenti «seriali». Musk, dal canto suo, l’ha descritta come una «comunista» che pensa che «chiunque è ricco sia il male». «Ho perso mio figlio. Xavier è morto ucciso dal virus woke «ha detto ancora il miliardario giurando di distruggere la cultura «incredibilmente malvagia» che consente l’intervento chirurgico per la riassegnazione di genere.

Nell’immagine: Vivian Wilson


“Il Green Deal aiuta l’Europa a non pagare l’energia a prezzi assurdi, altro che imbroglio”

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Di Luca Fraioli, La Repubblica

“Il Green deal non è affatto un imbroglio”. Andrea Tilche oggi insegna Clean Technologies for the Energy Transition all’Università di Bologna, ma per vent’anni ha lavorato alla Commissione europea, dove per lungo tempo è stato anche responsabile dei programmi di ricerca sui cambiamenti climatici. In quel ruolo ha rappresentato la Ue presso il Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu. Insomma, ha contribuito anche lui ad accumulare le conoscenze scientifiche che hanno portato l’Unione a varare il suo piano di decarbonizzazione.

Professor Tilche, ieri a Davos il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha invece definito il Green deal proprio un imbroglio. Perché non è così?

“Chi attacca le politiche climatiche dimentica che, sia negli Usa che in Europa, sono state varate per rispondere a precisi impegni internazionali, quelli determinati dall’Accordo di Parigi, accordo che si basa su una valutazione scientifica di quanto sta succedendo: abbiamo ancora un tot di carbonio che possiamo emettere, prima che le temperature superino la soglia di 1,5 gradi o 2 gradi. Altro che imbroglio, il Green deal è stato un approccio molto razionale della Commissione e dei Paesi membri per dire: negoziamo una serie di politiche per aiutare tutti le nazioni a stare dentro questo percorso, con la migliore combinazione tra impegni climatici e crescita economica”.

Perché allora il green deal è nel mirino?

“Perché attacca l’industria dell’oil&gas, è solo questo. Attacca un oligopolio, che in Italia è un monopolio rappresentato dall’Eni, il quale domina il settore energetico con petrolio e gas naturale. E’ un mondo potentissimo che ha al suo servizio molta parte della politica. Naturalmente poi ci sono sullo stesso fronte altre industrie fortemente dipendenti dall’oil&gas, a cominciare dall’automotive”.

Il dietrofront di Trump rispetto all’Amministrazione Biden rischia di contagiare anche l’Europa?

“L’Europa non ha nessuna convenienza a seguire Trump perché il Vecchio Continente non ha risorse proprie in fatto di oil&gas. Anzi, è nel nostro interesse investire sulle rinnovabili per far scendere i prezzi dell’energia. In questo momento compriamo tantissimo gas naturale liquefatto proprio dagli Usa a prezzi assurdi. Se poi si guarda agli investimenti privati per cambiare il sistema energetico, questi si stanno concentrando sulle cose che costano meno, che sono l’eolico e fotovoltaico. Insomma, la strada è quella segnata dal Green deal, una strada molto studiata e molto discussa con tutti gli stati membri. Chi afferma che sia stato imposto dice una balla colossale”.

Si dice che le destre populiste puntino sulla paura per guadagnare consensi? Ma la paura della fine del mese fa più paura della fine del mondo?

“Sì, dicono che gli investimenti per il Green deal costano troppo. E che l’auto elettrica costa di più dell’auto a benzina o a gasolio. Ma non è vero. Se si calcola il costo totale di possesso di un’auto elettrica che percorre 15.000 km all’anno e che è ricaricata a casa, si scopre che si risparmia tantissimo: ha un’efficienza energetica quattro volte superiore e non richiede quasi manutenzione. Senza contare i costi sanitari che oggi paghiamo con l’inquinamento da combustibili fossili delle nostre città”.

Ha appena pubblicato online un appello nel quale critica la premier Meloni e il suo governo per la loro “fobia” contro il cosiddetto ‘ambientalismo ideologico’. Cosa l’ha spinta a scriverlo?

“Proprio mentre si sta scatenando la guerra al Green deal, ho voluto aiutare a fare chiarezza. Un marziano che non conoscesse la nostra politica si chiederebbe perché gli strali della presidente del Consiglio sono scoccati contro gli ambientalisti e non contro le grandi compagnie di petrolio e gas, per i quali l’Italia è totalmente dipendente dall’estero e in balia della volatilità dei prezzi. Nonostante Meloni pochi mesi fa abbia firmato dichiarazioni molto impegnative sul clima da presidente di turno del G7, continua a parlare di neutralità tecnologica, gas naturale, ‘decarbonizzazione non deve comportare la desertificazione economica’. Viene da chiedersi se con la sua partecipazione plaudente all’insediamento di Trump, non abbia voluto dare anche il suo assenso al nuovo abbandono statunitense degli Accordi di Parigi”.

Quelle a cui stiamo assistendo sono solo turbolenze, o possono compromettere seriamente i Green deal statunitense ed europeo?

“Non è facile rispondere. La transizione può essere molto conveniente anche dal punto di vista economico, ma bisogna volerla. Se invece la politica si mette di traverso può creare grandi problemi problemi. Da noi c’è l’esempio delle automobili: quando hanno incominciato a dare incentivi anche all’Euro 6 hanno bloccato di fatto le vendite di auto elettriche”.

Nell’immagine: il professor Andrea Tilche


Paraponziponzitrump

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Due premesse necessarie. La prima: non si può prescindere dalla chiara intervista di Aldo Sofia all’economista e professore Sergio Rossi, qui apparsa, per capire il senso e il motivo di quanto segue. La seconda: un sistema, una catena, una piramide di Ponzi, sono tutte espressioni che si usano per indicare un montaggio finanziario fraudolento o comunque assai rischioso. Lo si scoprirà, di solito, quando tutto crolla (il sistema prende il nome da Charles Ponzi, divenuto milionario in pochi mesi a Boston, negli anni ’20 del secolo scorso, anni che assomigliano molto a questi nostri; egli proponeva investimenti altamente rimunerativi, del 50 per cento in novanta giorni, attirando molti clienti; l’alto numero di investitori gli permetteva di rimunerare i primi arrivati o rimborsare quelli che lasciavano; quando gli investitori si fecero rari o si ritiravano e i fondi si svuotavano, l’ingabbamondo Ponzi se ne fuggì, lasciando all’asciutto chi gli credette. Paraponziponzipa: così canzonarono i gabbati e gli illusi.

Tanto peggio per i fatti

Quando i mercati finanziari fioriscono, come nello scorso anno o come tutt’ora, le perplessità o sfiducia degli investitori si attenuano assai nei confronti di possibili truffatori o imbroglioni. E trionfano allora i mercanti di sogni d’oro e di fortune rapide. I rendimenti anormali e stravaganti, come avviene con le criptomonete dopo l’elezione di Trump, divenutone sostenitore e attore in proprio, con la moglie, diventano subito normali, oppure vie di fuga, e non destano nessun timore o sospetto tra gli incantati adoratori.

C’è tuttavia una sorta di “paradosso americano” che sembra nutrire il trionfo di Trump: “if the facts prove you wrong, too bad for the facts” (se i fatti dimostrano che hai torto, tanto peggio per i fatti). Se ci atteniamo ai dati dei due controllori e regolatori del mercati finanziari e del commercio (e coé: la Securities and Exchange Commission, nota con l’acronimo SEC, e la Commodity Futures Trading Commission, nota con l’acronimo CFCT), il sistema o le cosiddette piramidi di Ponzi sono aumentate del 50 per cento in meno di un anno, raggiungendo la ragguardevole cifra di 3 miliardi di dollari di perdite per i privati. Ora, sempre secondo le due commissioni, più della metà di quella somma (1.7 miliardi di dollari) è attribuibile a frodi sulle criptovalute. La più devastante è stata messa a punto, perdipiù, da una sola società, la HyperFund!

“Fraud in connection….” e il buon pastore

Non è unicamente la dimostrazione, se ce ne fosse ancora bisogno, che l’estrema volatilità di quegli “attivi” (le criptovalute) si presta facilmente a truffe, imbrogli e raggiri o che gli investitori in cripto e bitcoin, incoraggiati e manipolati da “influencer”, cedono più facilmente al gusto del rischio, soprattutto quando si garantiscono rendimenti mensili superiori al 35 per cento.
Come risulta, da un caso tra il divertente e il tragico, ciò che garantiva in una comunità di latino-americani, che hanno votato tutti per Trump, Francier Obando Pinilllo, ”pastore” del Ministerio Apostolico Profetico Tiempios de Poder, aggiungendo l’approvazione certa di Dio.
Obando Pinillo voleva toglierli dalla povertà; ora è accusato di “fraud in connection with running a cryptocurrenyc scam… ecc.” dalla procuratrice Vanessa Walfred di Washington). No, è anche la dimostrazione che non riesci a tenere a bada neppure una sola società o nemmeno il buon pastore.

Un “povero” presidente

Si dice però che non c’è niente di nuovo sotto la bandiera a stelle e strisce. Ulysses Grant, il 18mo presidente degli Stati Uniti, rifletteva sui metodi più efficaci per far fruttificare i suoi denari dopo il suo passaggio alla Casa Bianca. Alla fine del XIX secolo i presidenti non avevano ancora una pensione (fu istituita nel 1953). Investì quindi 50 mila dollari (pari a un milione e mezzo di oggi) in una società, in un fondo, che assicurava una rendita mensile dal 2 al 3 per cento. L’amministratore, Ferdinand Ward, era però un precursore di Ponzi. Il presidente Grant, terminato il suo mandato, finì per trovarsi con 210 dollari (Ward fu poi condannato a dieci anni di prigione). Non era un affarista, il povero Grant. Bisogna però riconoscere che almeno lui aveva voluto essere innanzitutto, con i suoi soldi, un coerente politico: aveva infatti voluto investire nell’avvenire del suo paese, nella società che voleva promuovere ferrovie e miniere di rame. Apparteneva ancora agli “ingenui“ ed onesti politici.

Nell’immagine: il prototipo che ha fatto scuola, Charles Ponzi


Sfidare il freddo per una maggiore giustizia

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Dal 7 gennaio, in tutta la Svizzera, migliaia di volontari sono scesi in piazza sfidando il freddo per una buona causa: raccogliere firme per la nuova Iniziativa per multinazionali responsabili. Una grande mobilitazione per un obiettivo ambizioso: raccogliere le 100’000 firme necessarie in un mese! Ma volere è potere…in soli 14 giorni sono state raccolte 183’661 firme! Migliaia di persone in Svizzera la pensano come noi: è necessario intervenire rapidamente affinché la Svizzera non diventi l’unico Paese in Europa senza una legge efficace sulla responsabilità delle multinazionali.

Un grande movimento di mobilitazione

Probabilmente li avrete incontrati anche voi, un freddo sabato di questo inizio 2025, fuori dalla stazione o sulla piazza del mercato: infagottati nelle loro sciarpe, hanno sfidato il freddo per raccogliere le firme necessarie, inseguendo (e stabilendo) un record. Ma perché tutta questa fretta? In fondo ci sono 18 mesi di tempo per farlo! In realtà, per la Svizzera, il tempo sta per scadere: dall’estate scorsa l’Unione Europea si è dotata di norme vincolanti sulla responsabilità delle multinazionali. La legge (Direttiva sulla Dovuta Diligenza della Sostenibilità delle Imprese (CSDDD)) impone a queste grandi aziende di prevenire i rischi sociali, ambientali e di governance associati alle loro attività e di ridurre le emissioni di CO2. Prevede inoltre meccanismi di denuncia civile e sanzioni amministrative. In Svizzera, però, regna l’immobilismo.

Ancorare il dovere di diligenza alla condotta aziendale

L’obiettivo del regolamento europeo era quello di fornire un quadro giuridico per il dovere di diligenza definito nei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, redatti dal professor John Ruggie. Questi principi, frutto di sei anni di lavoro, sono stati adottati all’unanimità dal Consiglio dei diritti umani nel 2011, ottenendo anche l’approvazione delle imprese. Da allora, anche l’OCSE li ha incorporati nelle proprie linee guida per le imprese multinazionali. Le fondamenta, solide, sono poste. Il professor Ruggie ha sempre insistito sul fatto che i governi devono assicurarsi di offrire un “mix intelligente” di incentivi e basi legali per garantire la piena attuazione di questi principi.

E la Svizzera?

La Svizzera si affida principalmente agli incentivi e all’autoregolamentazione delle aziende. È evidente che questo non basta. Perché in assenza di un quadro giuridico, le multinazionali agiscono “a loro piacimento” adottando codici di buona condotta, ma non sono ritenute responsabili delle loro azioni in caso di abusi, ancora frequenti a quasi 15 anni dall’adozione dei Principi ONU. Alcuni esempi: sfollamento forzato di persone per l’ampliamento di una miniera d’oro, lavoro minorile nelle piantagioni di cacao per l’industria del cioccolato, lavoratori sfruttati nelle piantagioni di caffè, importante inquinamento da arsenico attorno a una miniera di rame in Namibia – l’elenco è lungo e ha un denominatore comune: le multinazionali in questione hanno sede in Svizzera.

Perché un’iniziativa popolare in Svizzera?

Il tema non è nuovo: una prima iniziativa per multinazionali responsabili è stata lanciata nel 2015. L’obiettivo dell’ampia coalizione di organizzazioni della società civile dietro questo progetto? Fornire un quadro giuridico per i Principi guida dell’ONU, rendere le aziende responsabili della tutela dei diritti umani e dell’ambiente. E soprattutto, poterle chiamare a rispondere in caso di abusi. In breve: porre fine all’impunità! La coalizione della società civile ha ricevuto il sostegno di parlamentari di ogni orientamento politico, in particolare del centro-destra, ma anche di imprenditori che desideravano una legislazione efficace anche in Svizzera. Questo sostegno non è venuto meno, anzi è aumentato negli anni! Dopo cinque anni di dibattiti in Parlamento, nel novembre 2020 la prima iniziativa è stata sottoposta al voto popolare. Le due Camere federali non erano infatti riuscite a trovare un accordo sull’adozione di un controprogetto, elaborato dal Consigliere nazionale UDC Hans-Ueli Vogt, in risposta all’iniziativa. All’ultimo minuto, la Presidente della Confederazione Karin Keller-Sutter, allora incaricata della Giustizia, aveva fatto passare in fretta e furia un’altra proposta, molto più debole di quella di Vogt, che sottolineava l’obbligo di pubblicare dei rapporti.

Il 29 novembre 2020, il 50,7% dei votanti ha detto “sì” all’iniziativa popolare: un exploit per un tema a carattere internazionale. Purtroppo, l’iniziativa non aveva raggiunto la maggioranza dei Cantoni. È quindi entrato in vigore il controprogetto indiretto del Consiglio federale che si limita a chiedere alle aziende di produrre rapporti su carta patinata!

La Svizzera isolata sulla scena europea

Durante la campagna di votazione del 2020, il Consiglio federale aveva ripetutamente sottolineato come la Svizzera volesse agire in modo “coordinato a livello internazionale”, mettendo le imprese svizzere e quelle dell’UE “su un piano di parità”.

Quel momento è oggi: il 24 maggio 2024, l’Unione Europea ha adottato una legislazione vincolante sulla responsabilità delle multinazionali.

La società civile non è rimasta a guardare. Nel dicembre 2022, quando le discussioni in Europa stavano entrando nel vivo, ci eravamo nuovamente mobilitati per attirare l’attenzione della politica federale. In soli 100 giorni erano state raccolte 217’509 firme a sostegno di una petizione che chiedeva a Consiglio federale e Parlamento di introdurre una legge efficace sulla responsabilità delle multinazionali, in linea con quanto stava avvenendo nell’UE. Ad oggi né il Consiglio federale né il Parlamento hanno reagito alla nostra petizione.

Mobilitazione della società civile per smuovere le cose

Di fronte all’inerzia di Berna, abbiamo quindi deciso di prendere in mano la situazione lanciando una nuova iniziativa popolare. Il testo si ispira alla nuova legislazione europea: come nel 2020 si sancisce un dovere di diligenza per le multinazionali, ma, seguendo il modello dell’UE, il campo di applicazione è chiaramente limitato alle grandi imprese. Il testo comprende inoltre nuove disposizioni in materia di clima volte a ridurre le emissioni nocive e la creazione di un ente di monitoraggio indipendente. Come nel 2020, la nuova iniziativa prevede un meccanismo di responsabilità civile in caso di danni causati dalle multinazionali o dalle loro filiali per una mancata diligenza.

Raggiunto il primo obiettivo: 100’000 firme

Il 7 gennaio abbiamo lanciato l’iniziativa, annunciando un obiettivo molto ambizioso: raccogliere le 100’000 firme necessarie in un mese! Una sfida senza precedenti, che abbiamo vinto in soli 14 giorni. Le nostre più rosee aspettative sono state superate: abbiamo raccolto 183’661 firme! Questo è stato possibile solo grazie al sostegno della popolazione, che già nel 2020 aveva tappezzato la Svizzera di bandiere arancioni “Sì all’iniziativa per le multinazionali responsabili”, e delle oltre 10’000 persone che si sono impegnate volontariamente, sfidando il freddo durante i due sabati di raccolta o mobilitando amici e parenti attraverso i social media.

Il sostegno ricevuto e il numero di firme raccolto non fanno che rafforzare la nostra determinazione affinché la Svizzera agisca e si doti al più presto di una legislazione efficace e al passo con i tempi.

Come aveva detto il compianto Dick Marty, co-presidente e ambasciatore ufficiale della prima Iniziativa: “(…) l’iniziativa per le multinazionali responsabili è un passo nella giusta direzione. Prima o poi, la responsabilità delle multinazionali e l’obbligo di rispondere delle proprie azioni saranno principi che si imporranno naturalmente nell’ordinamento giuridico di qualsiasi Paese civile”.

Questa è la richiesta di migliaia di cittadine e cittadini svizzeri che la politica federale non può più ignorare.

L’autrice, responsabile Economia diritti umani di Amnesty International Svizzera, fa parte del Comitato promotore dell’Iniziativa per multinazionali responsabili


Vallemaggia, perequazione sfavorevole al Ticino e primi ravvedimenti dei “clima-scettici” nostrani

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

La decisione del Consiglio Federale (CF) di stanziare 7.5 mio per sussidiare la Valle Maggia ha sollevato in Ticino un polverone riaprendo la discussione sulla perequazione finanziaria che ci vede da sempre tra i non o poco beneficiari.

Il CF spiega che il sussidio stanziato come credito aggiuntivo per misure immediate e di ripristino delle opere di protezione si basa sulla «Legge sulla sistemazione dei corsi d’acqua» e la «Legge forestale». Il costo totale dei danni stimato e fornito dal Cantone è sussidiabile al 35%. Il CF non ha ritenuto andare oltre tramite Legge speciale. Trattamento che il CF ha applicato agli altri Cantoni, GR, VS e BE, che hanno subito danni analoghi (senza però scatenare polveroni o reazioni polemiche, perlomeno in superficie).

Vero è che questi Cantoni beneficiano di versamenti perequativi nettamente superiori ai nostri. Per il 2025 il Canton Berna incassa 1433 mio, Vallese 877, Grigioni 269 mentre il Ticino solo 106 mio. Anche qui la Confederazione si basa su collaudate regole, quelle della Nuova Perequazione Finanziaria e dei Compiti (NPFC) in vigore dal 2008. NPFC che regolarmente viene verificata a completa soddisfazione di Confederazione dalla Conferenza dei Cantoni e dalla stragrande maggioranza dei Cantoni.

Cifre che però generano una percezione di disparità. Lo avevo segnalato nel 2013 tramite mozione al Consiglio di Stato (CdS), allora Berna incassava 1162 milioni, Vallese 524, Ticino 23.

Nella mozione sollecitavo il CdS ad analizzare e attivarsi, segnalando l’eccessivo peso sulle risorse finanziarie delle imposte alla fonte dagli stipendi dei frontalieri e l’impossibilità del nostro Cantone periferico e isolato di beneficiare delle collaborazioni intercantonali ipotizzate nella NPFC.

Rispondendo alla mozione il CdS affermava che non era possibile concludere che il Ticino fosse sistematicamente penalizzato, ma che si impegnava a rivendicare riforme al sistema concludendo che la mozione risultava accolta nel merito e già realizzata nella pratica.

Ora, a 12 anni di distanza, la situazione non è cambiata affatto, si conferma quanto segnalato nella mozione, in particolare il peso fiscale degli stipendi dei frontalieri che porta la NPFC a classificare le risorse finanziare del Cantone vicino alla media CH. In Ticino abbiamo redditi determinanti per l’imposta alla fonte per 1,1 mia mentre i redditi determinati per ile persone fisiche (residenti) ammonta 5.5 mia. Quello del peso dei redditi dei frontalieri è un problema comune a diversi Cantoni di frontiera Basilea Città e Ginevra in particolare, Cantoni che fanno parte del ristretto gruppo di Cantoni che però nuotano sempre più nel denaro e che difficilmente troveranno comprensione dalla maggioranza. Vediamo se nella prossima revisione come richiesto nell’ambito dell’ultima consultazione dalla Conferenza dei Cantoni e dal solo Canton Ticino si riuscirà a diminuire il peso dell’imposta alla fonte attualmente al 75%.

Da notare che, dal 2008, con l’adozione della NPFC la Confederazione finanzia separatamente ai Cantoni gli investimenti per il traffico negli agglomerati urbani tramite lo strumento dei Programmi d’Agglomerato e qui vediamo che il Ticino non brilla per intraprendenza, in media portiamo a casa (pro capite) metà della media CH, anzi, come nel caso della Galleria di Moscia, si rinuncia perfino a chiedere il sussidio (poi corretto su mia iniziativa dalle Camere). Da notare che una volta approvati dalle camere i progetti per ottenere i sussidi promessi i progetti vanno anche realizzati, e anche su questo aspetto non brilliamo.

Per concludere con la Valle Maggia, vista la crescente frequenza ed intensità di situazioni meteo estreme dovute a cambiamenti climatici e conseguenti pesanti danni, la questione finanziaria si risolve con un fondo catastrofi naturali come da mozione Regazzi, che ritengo vada alimentato tramite tassa CO2 su tutti i vettori fossili. Tra proprio in dicembre il Nazionale ha accolto la proposta del Presidente del Centro Pfister ha recentemente proposto che la tassa venga applicata a tutti i vettori fossili (attualmente solo su combustibile e non sui carburanti). Regazzi nella sua mozione cita esplicitamente “eventi straordinari di natura climatica saranno inevitabili anche in futuro e toccheranno in particolare le zone periferiche” e questo è già un gran passo avanti che permetterà di trovare finalmente maggiorante per affrontare il problema. Tra l’altro nella Revisione della Legge sul CO2 bocciata dal popolo nel mese di giugno del 2021 si consideravano già misure per le regioni periferiche, ma allora la crisi climatica per i contrari non era una priorità anzi c’è chi ancora la negava. Parafrasando Rubbia che diceva “siamo nella provetta” quindi se le immissioni di gas a effetto serra dovesse portare a cambiare il clima ce ne accorgeremo sulla nostra pelle, sembra che le fatture dei danni in ValleMaggia stanno facendo cambiare idea anche ai climascettici nostrani.

Bruno Storni è consigliere nazionale (PS)
Nell’immagine: illustrazione generata da DeepAI


Israele e Palestina: decolonizzazione, liberazione, riconciliazione

Un paradosso poco conosciuto e discusso: quando la progressività dell’imposizione fiscale finisce per favorire i ricchi 

Ilan Pappé, figlio di ebrei tedeschi fuggiti dai nazisti, è un esponente di spicco dei “Nuovi storici israeliani”, professore a Haifa e oggi a Exeter (GB), direttore del Centro europeo di studi sulla Palestina. È una personalità controversa, detestata dall’Establishment di Israele. Lo è perché è un critico radicale del suo governo, perché il suo bestseller s’intitola “La pulizia etnica della Palestina”, perché è solidale con la resistenza palestinese, perché alcuni colleghi lo accusano di faziosità. Fra questi, il principale è Benny Morris che ha criticato Ben Gurion per non aver operato, nel 1948, una “espulsione totale” dei palestinesi dal territorio del nuovo Stato di Israele, ma solo una parziale…

Parliamo di Pappé perché ha pubblicato da poco una “Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina” che rende intellegibile un’attualità drammatica che il potere israeliano riduce allo scontro bene contro male, civiltà contro barbarie, difesa contro aggressione, democrazia contro terrorismo. 

Lo sguardo indipendente e chiarificatore dello storico parte dal sionismo. Ricorda che quello religioso è stato inventato nel XVI secolo da cristiani evangelici: auspicavano il ritorno a “Sion” degli ebrei perché avrebbe provocato la Seconda Venuta di Cristo e l’inizio della fine del mondo. Alcuni erano decisamente antisemiti e vedevano la “Palestina come discarica per gli ebrei”. Il sionismo ebraico ha invece due facce: risposta all’antisemitismo europeo e manifestazione del nazionalismo ebraico. Questo utilizza l’Antico Testamento per rivendicare diritti mitici degli ebrei sulle terre dei nativi palestinesi che vengono trattati da stranieri a casa loro o persino da usurpatori di una terra che Dio ha donato agli ebrei. I nativi andavano trasferiti. Questo sionismo è stato assecondato dalla Gran Bretagna per formare un avamposto europeo in Medio Oriente al servizio dei suoi interessi imperiali. 

Pappé chiarisce poi che, in pratica, il sionismo si è concretizzato alla fine dell’800 come “movimento coloniale insediativo” concepito sin da subito per sostituire i nativi della Palestina (allora circa 80% musulmani, 15% cristiani, 5% ebrei), non per convivere con loro. Ciò ha comportato una “pulizia etnica” che ha suscitato resistenza. Il “colonialismo insediativo” e la “pulizia etnica” sono le categorie che permettono di decifrare il conflitto Israelo-Palestinese di ieri e di oggi: indipendentemente dalla sua ideologia, laica o religiosa, la resistenza palestinese è lotta anticoloniale, come quella in Indocina e in Algeria contro i francesi, in Kenya contro gli inglesi, in Sudafrica contro i Boeri. Lotta di liberazione, non mero terrorismo. Lotta asimmetrica che ha comportato in Palestina e altrove l’utilizzo anche di metodi terroristi (attentati suicidi, civili massacrati e sequestrati il 7 ottobre…): da condannare, ma riconoscendo la legittimità, anche in Palestina, della lotta anticoloniale.

Purtroppo, né le autorità odierne d’Israele né i suoi alleati sono in grado di imprimere una svolta al conflitto secolare. La tregua a Gaza è solo un evento congiunturale. I dirigenti israeliani sono incapaci di offrire agli ebrei un futuro di pace e normalità in Medio Oriente. Non vedono ciò che per lo storico è “l’inizio della fine del progetto sionista in Palestina”: perché Israele è stato trasformato dai suoi dirigenti in uno “Stato paria” e i giovani ebrei di tutto il mondo sono stati allontanati dal sionismo. Quanto agli Stati Uniti e all’Europa fingono che la “soluzione a due Stati” abbia ancora un senso: con 700’000 coloni istallati in Cisgiordania e con la distruzione totale di Gaza! 

Per Pappé, e non solo per lui, il solo obiettivo sensato oggi è che l’intera Palestina storica divenga la casa democratica dove tutti, palestinesi e israeliani, godano di pari diritti e libertà di movimento. Non vi è alternativa accettabile a questo progetto pur difficilissimo, riassumibile in tre concetti: decolonizzazione, liberazione, riconciliazione. Come dargli torto?

Nell’immagine: Ilan Pappé