La vergogna degli insulti

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Massimo Adinolfi, La Repubblica

Lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani deportati, quelli ridotti in prigionia, quelli uccisi, nonché coloro che si opposero anche a rischio della vita al progetto di sterminio: l’istituzione del Giorno della Memoria, nell’anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è per loro. Per tutti loro. Liliana Segre è tra gli ultimi testimoni diretti delle deportazioni, delle persecuzioni e della Shoah. Poco prima che il Parlamento italiano approvasse la legge, nel luglio 2000, Annette Wieviorka pubblicò il libro L’era del testimone, che non era solo una riflessione su cosa è storia e cosa è testimonianza, sul significato delle esperienze personali, sul loro rapporto con il lavoro della ricerca storica, sul rapporto fra memoria privata e memoria pubblica, sul rapporto fra memoria e oblio, fra ricordo e rimozione del ricordo, fra tracce e cancellazione della tracce, fra documento e monumento, fra parola e silenzio: era anche l’affacciarsi preoccupato sulla soglia di un vuoto, di un possibile abisso, di un altro tempo, di un’altra era, in cui non potremo più ascoltare la voce di chi ha visto e sa, di chi ha udito e rammenta, di chi c’è stato ed è ancora qui, per testimoniare.

Liliana Segre parla, e ricorda. Dopo Auschwitz, disse il filosofo Theodor W. Adorno, scrivere una poesia è un atto di barbarie e tutta la cultura non è che spazzatura. Voleva dire: non si può più scrivere, fare teatro o comporre versi come se nulla fosse, come se non fosse mai successo nulla. Non resta, dunque, che tacere. Ogni rappresentazione, ogni libro, ogni opera rischia di suonare falsa e ipocrita, un imbellettamento indecente sopra l’orrore.

Ma è vero il contrario, lo capiamo sempre meglio, col passare del tempo, via via che il ricordo sbiadisce e, se non già la dimenticanza, certo la minimizzazione, la relativizzazione, l’indifferenza prendono sempre più piede. Liliana Segre parla, e non ricorda soltanto. Ricorda che è un dovere morale e civile ricordare. Nonostante sia oggetto costante di campagne di odio sui social, non si fa scoraggiare né si lascia piegare. È successo, può succedere ancora, scriveva Primo Levi. Ed è tanto più vero, purtroppo, quanto più piovono insulti e minacce, quanto più aumentano gli episodi di antisemitismo, crescono intimidazioni e violenze, e si prende di mira persino il cinema dove proiettano il film Liliana, e la guerra a Gaza, come un tappo saltato, fa tornare a galla putridi sentimenti di odio razziale.

Forse l’allarme rientrerebbe più facilmente se non si vedessero in giro braccia tese e cerimonie e rituali in camicie nere. Solo folklore? Solo equivoci ed esagerazioni? Possibile. Ma che dire allora del clima complessivo, della sempre più evidente fragilità delle istituzioni democratiche e dell’avanzata, un po’ ovunque, di formazioni di estrema destra? Solo un esempio. In Austria, Herbert Kickl, capo dell’FPÖ, partito fondato negli anni Cinquanta da un ex SS, riceve l’incarico di formare il governo. Dai popolari conservatori, in passato fermamente intenzionati a fare muro contro l’ipotesi di un governo a guida FPÖ, si leva la voce del leader, Christian Stocker: per il bene dell’Austria, accettiamo di andare a una trattativa, ma — mette subito in chiaro in una dichiarazione pubblica Stocker — non siamo minimamente disponibili a trattare sulla difesa dello Stato di diritto e della libertà di stampa. Cioè: siamo al punto che in un paese dell’Unione europea ci si deve preoccupare di rendere esplicito che diritti e principi fondamentali di libertà non vanno toccati. Evidentemente, si teme che qualcuno ci stia pensando.

Il clima, dunque, è questo. Liliana Segre è stanca. Ma è la democrazia, purtroppo ad essere stanca, a mostrarsi sfilacciata, sfiancata, agitata da vecchi e nuovi fantasmi, esposta a vecchie e nuove minacce. Alla possibilità che il vecchio si saldi col nuovo, e il passato si travesta da futuro.

Adorno tornò sulle sue parole. Corresse così: dopo Auschwitz, un’arte serena non è più possibile. Ma scrisse anche, a chiusura di uno dei suoi libri più importanti, Dialettica negativa, che, se è falso che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia, è una questione meno culturale ma più grande ancora se dopo Auschwitz si possa ancora vivere, «specialmente se lo possa chi per caso è sfuggito, e di norma avrebbe dovuto essere liquidato».

Si sbagliava un’altra volta. Certo, ci vuole una forza enorme. E una forza ancora più grande e un enorme coraggio civile occorre per vivere e testimoniare ancora e nuovamente: vivere per testimoniare, forse anche testimoniare per poter vivere. Per fare non la propria vita ma la nostra, la vita di tutti noi ancora degna di essere vissuta. Per non darla vinta a chi insulta e odia, a chi diffama e istiga. A chi non ricorda in quale abisso precipitò l’Italia, l’Europa, il mondo intero.

Nell’immagine:     Il murale “Anti-Semitism, History Repeating” a Roma: Liliana Segre e Sami Modiano


L’estrema semplificazione del Nuovo Ordine Mondiale

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 


Germania, Merz imita Trump: se divento cancelliere espello i migranti irregolari

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Uski Audino, La Stampa

Il candidato dell’Unione Cdu-Csu alla cancelleria,Friedrich Merz, segue le modalità del neo-presidente Donald Trump e annuncia da subito il pugno di ferro sui migranti irregolari: «Se sarò eletto Cancelliere della Repubblica federale, il primo giorno del mio mandato darò istruzioni al ministero degli Interni, attraverso l’autorità che mi compete di emettere direttive, di controllare in modo permanente i confini nazionali della Germania con tutti i nostri vicini e di respingere tutti i tentativi di ingresso illegale senza eccezioni».Il taglio rispetto alla politica dell’accoglienza della ex cancelliera Merkel non potrebbe essere più netto: «Sotto la mia guida ci saranno cambiamenti fondamentali del diritto di ingresso, di asilo e del permesso di soggiorno».

L’occasione dello statement del leader della Cdu, in testa ai sondaggi in Germania, è l’aggressione di mercoledì in Baviera, costata la vita a un bambino e a un passante. Un attacco avvenuto per mano di un richiedente asilo afghano di 28 anni, un cosiddetto «dublinante» arrivato dalla Bulgaria a cui era stato negato l’asilo e con precedenti ricoveri in reparti di psichiatria. «In questi minuti, mentre siamo qui riuniti, signori e signore – ha proseguito il candidato cristiano-democratico – in Germania sono a piede libero autori di reati come quelli di ieri. Metteremo fine a questa situazione». Questo si tradurrà nella pratica «in un divieto di fatto di entrare nella Repubblica federale» per tutti coloro che «non hanno documenti validi» compresi «coloro che hanno diritto alla protezione».

Il tono è duro anche verso i Paesi che rifiutano di riprendere i concittadini: «Un paese che non rimpatria i propri cittadini soggetti all’obbligo di lasciare il nostro Paese, non potrà più ricevere fondi dalla cooperazione economica. E se un paese ha un rapporto ambivalente con il terrorismo, non riceverà più fondi allo Sviluppo dalla Germania”. “Ci troviamo di fronte ai cocci – ha aggiunto l’arci-nemico della ex cancelliera – di una politica migratoria mal gestita da dieci anni».

Nell’immagine: Friedrich Merz


I governi italiani complici dei crimini del “sistema libico”

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Alberto Negri, il manifesto

Altro che piano Mattei per l’Africa. Il caso Almasry è l’esemplificazione che l’Italia in Libia persegue più che roboanti piani di sviluppo (per lo più fumosi, tranne che nel campo energetico) logiche repressive e tribali. E lo fa anche in maniera assai goffa. Come del resto era prevedibile vista la nostra disastrosa politica nella ex colonia che in questi anni abbiamo perso almeno due volte.

LA PRIMA FU quando nel 2011 venne abbattuto – con Francia, Gran Bretagna, Usa, Nato e la nostra attiva partecipazione militare – il regime di Gheddafi che solo mesi prima, nell’agosto 2010, accoglievamo a Roma come un trionfatore. Il governo Berlusconi, così amico di Gheddafi, era sotto pressione e alla fine lasciò la decisione di intervenire all’allora presidente della repubblica Giorgio Napolitano.

La seconda avvenne nel 2019: il governo di Sarraj, insediato proprio con l’aiuto italiano, fu abbandonato al suo destino, pur essendo riconosciuto dall’Onu, contro l’avanzata del generale di Bengasi Khalifa Haftar, alleato di Mosca, dell’Egitto, degli Emirati e corteggiato anche da Parigi. Sarraj fu salvato dall’intervento militare della Turchia di Erdogan che da quell’epoca è il vero “stratega” della Tripolitania e ora, con la caduta di Assad in Siria, rafforza il suo “asse” mediterraneo.

ADESSO, per la terza volta, l’Italia scivola pesantemente in Libia riconsegnando un criminale ricercato dalla corte penale internazionale dell’Aja che avevamo appena arrestato a Torino e poi abbiamo rilasciato con un cavillo e il silenzio farisaico del ministro della Giustizia. Ma non ci siamo limitati a questo: lo abbiamo riportato in patria facendo una figuraccia. Osama al Najem, (nome vero di Almasry), capo delle forze della polizia giudiziaria libica, è stato accolto all’aeroporto internazionale di Mitiga, a Tripoli, come un eroe. Le immagini mostrano il generale scendere da un aereo che appartiene alla flotta di stato italiana.

LE AUTORITÀ ITALIANE non hanno avuto neppure l’accortezza di programmare un volo notturno di rimpatrio per evitare almeno la beffa. A ricevere il generale sulla pista c’era il comandante salafita Abdul Rauf Kara, leader della potente Forza di deterrenza speciale (Rada), un gruppo armato libico attivo “per la lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata” (ovviamente sulla carta). Diversi video sui social media libici documentano il ritorno trionfale del generale di brigata, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui torture fisiche e psicologiche e morti sospette mai chiarite. In questi video la colonna sonora sono gli slogan (a volte indistinguibili) contro l’Italia.

Questa vicenda, di cui ci chiede ragione la Corte penale dell’Aja – costituita proprio a Roma nel 1998 – rivela l’insipienza di una classe politica indifferente alle stesse istituzioni di cui fa parte. Ma tutto ha origine dai rapporti, sempre avvolti da ombre, tra l’Italia e la Libia. Dai tempi di Gheddafi i governi italiani hanno mantenuto relazioni ambigue con Tripoli pur di salvare gli interessi energetici dell’Eni e il gasdotto Greenstream, una sorte di cordone ombelicale tra le due sponde del Mediterraneo. Andreotti e Craxi sono intervenuti più volte per salvare il Colonnello da tentativi di golpe o dai raid americani di Reagan. Gheddafi era diventato persino azionista della Fiat e poi anche di banche italiane. Ancora oggi società e banche italiane (Unicredit, Eni ed Mps) sono socie della Libyan Foreign Bank, la banca offshore specializzata in esportazioni di petrolio dalla Libia. I regimi passano, gli interessi restano.

MA IL COLONNELLO libico era anche il “nostro guardiano” in Africa, il controllore dei flussi migratori e il carceriere dei migranti. Lo stessa cosa l’Italia ha provato a fare dopo la caduta di Gheddafi in un Paese precipitato nella guerra civile e nell’anarchia. E i rapporti si fanno ancora più torbidi perché comincia il “sistema libico”. Abbiamo anche una data di inizio: il 31 marzo 2017, quando a Roma il ministro degli interni del governo Gentiloni, Marco Minniti, firma un accordo con un rappresentante del governo di Tripoli e circa 60 capi delle tribù per contenere i flussi migratori a sud (confine con Algeria, Niger e Ciad), mentre a nord viene insediata la guardia costiera contro gli scafisti, grazie alle motovedette pagate dall’Italia. Un reportage del New York Times dell’epoca mostrò come le operazioni della guardia costiera libica rappresentassero una grave violazione dei diritti umani dei migranti, molti dei quali morirono in mare proprio per colpa della guardia costiera libica. In realtà anche la guardia costiera è coinvolta nel traffico di esseri umani, così come le tribù e vari ministri libici.

Ammantato e imbellettato da accordi internazionali che dovrebbero fornire una copertura di legalità, il sistema libico consiste in un meccanismo di corruzione che prevede il versamento ai libici di somme di denaro da parte dell’Italia e dell’Europa in cambio della repressione violenta dei flussi migratori. Il generale Alsmary fa parte a pieno titolo di questo sistema. L’uomo è noto come il torturatore dei migranti e il capo del carcere di Mitiga, dove ha costruito la sua fama con un regime del terrore fatto di abusi, stupri e omicidi. È chiaro che il generale è una presenza imbarazzante: in un eventuale processo all’Aja Almasry potrebbe rivelare verità assai scomode e complicità indicibili, mettendo in discussione le politiche migratorie di molti Paesi. Meglio liberarsene anche a costo di una figuraccia.

Nell’immagine: Silvio Berlusconi e Gheddafi nel 2009


E se il postmoderno fosse premoderno

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Michele Serra, La Repubblica

La parola “fascismo” — con buona pace dal braccio teso schizzato fuori dal corpo sovreccitato di Elon Musk, tal quale Peter Sellers nel Dottor Stranamore — mi sembra troppo facile e soprattutto troppo vecchia, se il problema è definire quello che sta accadendo in America. Una formidabile, inedita saldatura tra potere tecnologico, potere economico e potere politico, e una ristretta oligarchia di maschi bianchi che celebrando se stessa celebra una nuova maniera di concepire il mondo.

A giudicare dalle mire quasi annessionistiche nei confronti di Canada, Panama, Groenlandia, occhio al Messico che è il prossimo della lista, e dal disprezzo conclamato per le istituzioni sovranazionali al completo (Ocse, Oms, Onu, tutta robaccia smidollata che Trump detesta) è piuttosto “imperialismo” il termine che potrebbe rivelarsi più calzante. Il mondo intero come orizzonte, così come lo vedono, tutto quanto, i satelliti di Musk e così come lo vedeva, tre secoli fa, la Compagnia delle Indie, che aveva diviso il mappamondo, per comodità, in “Indie Orientali”, Asia e Africa orientale, e “Indie Occidentali”, Americhe e Africa Occidentale. Tutto il pianeta a disposizione, anche se qualche problemino con la Cina, ieri come oggi, i maschi bianchi ce l’hanno.

Non il fascismo, ma l’Ancien Régime e l’assolutismo sono le pietre di paragone. Il postmoderno, con Trump e Musk, si colora di premoderno. I tifosi della modernità si consolino: non siamo indietro, siamo avanti. Ai convenuti alla corte di Trump mancava solo la parrucca, e i valletti che la incipriano. Noi la parrucca l’abbiamo tolta due secoli fa.


La “responsabilità ambientale” ci riguarda tutti. E allora diamoci una mossa

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

“La Confederazione e i Cantoni operano a favore di un rapporto durevolmente equilibrato tra la natura, la sua capacità di rinnovamento e la sua utilizzazione da parte dell’uomo”. È quanto afferma l’articolo 73 della Costituzione svizzera, intitolato “Sviluppo sostenibile”. Ma viene applicato?

Probabilmente no, se prendiamo come unità di misura il giorno di sovrasfruttamento della Terra (Earth Overshoot Day). Il 27 maggio dell’anno scorso la Svizzera aveva già consumato le risorse naturali che possono essere rinnovate nell’arco dell’anno. Ciò significa che se tutti gli esseri umani vivessero come la nostra popolazione, l’umanità avrebbe bisogno di due terre e mezzo. 

Male: secondo questo criterio, che ha fondamenti scientifici certi, la Costituzione svizzera è decisamente tradita. Dunque, limitare l’impatto ambientale delle attività economiche in Svizzera è un obiettivo indispensabile. Il minimo necessario per salvaguardare a lungo termine le basi naturali della vita. Lo conferma anche l’UFAM, l’Ufficio federale dell’ambiente: “Pur avendo aumentato la propria efficienza, la Svizzera è ancora lontana da un uso sostenibile delle risorse naturali. A causa del crescente consumo globale di risorse naturali, la stabilità climatica e gli ecosistemi a livello mondiale sono al limite della propria resilienza. Tenuto conto del suo elevato consumo di risorse naturali pro capite, anche la Svizzera ne è responsabile”. (Speriamo che il consigliere federale Rösti ascolti i suoi funzionari…)

Che fare? I Giovani verdi hanno avuto una buona idea. Lanciare un’iniziativa popolare “Per un’economia responsabile entro i limiti del pianeta (Iniziativa per la responsabilità ambientale”). Si tratta di una proposta coraggiosa, ambiziosa, radicale. 

Il prossimo 9 febbraio il popolo elvetico sarà chiamato a esprimersi sull’iniziativa. L’opuscolo rosso che informa in merito spiega che il Paese ha compiuto progressi nella tutela dell’ambiente, ma non abbastanza. La Svizzera supera infatti i limiti del pianeta, in particolare nei settori del clima, della biodiversità e dell’immissione di azoto. L’economia elvetica consuma più risorse di quelle che la natura riesce a rigenerare. 

Perciò l’iniziativa chiede che, entro dieci anni, “i consumi interni non superino più i limiti del pianeta, in particolare nei seguenti settori: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, consumo d’acqua, utilizzazione del suolo e immissione d’azoto e fosforo”. Il dettato dell’iniziativa è generico, sarà poi il Parlamento a definire i criteri della sua attuazione, quindi c’è ampio margine di manovra.

I disastri ambientali sono sotto gli occhi di tutti. La popolazione è sensibile, soprattutto quando subisce le conseguenze del cambio climatico o le catastrofi naturali, ma fatica a essere coerente quando si devono applicare misure per la protezione ambientale. 

Un interessante sondaggio dello scorso novembre della SSR (“Svizzera, come stai?”) ha rivelato che la popolazione dubita della capacità della sua classe politica di far fronte al cambiamento climatico, anche se ritiene che sia un problema serio sul quale è necessario intervenire immediatamente. Più di due terzi degli intervistati sostiene la necessità di agire senza perdere tempo. Dunque, la preoccupazione della popolazione è evidente. Il più recente sondaggio in vista dell’iniziativa del 9 febbraio indica invece che il 63% degli intervistati è contrario. È comprensibile che molti cittadini ritengano l’iniziativa troppo drastica, anche perché i contrari – Governo, Parlamento, partiti borghesi e associazioni economiche – la dipingono a tinte fosche, come una misura che ci riporterà al Medioevo.

Se il sondaggio di novembre valesse anche il 9 febbraio, l’iniziativa potrebbe aver successo. Bisogna sperare nella coerenza dei cittadini preoccupati. In caso di bocciatura dell’iniziativa è importante che i favorevoli ottengano comunque un buon risultato, quindi va votata anche se la si ritiene troppo radicale.

Il 2024 è stato un buon anno per le votazioni popolari. In marzo il popolo ha approvato la tredicesima  AVS con il 58% di voti favorevoli. In settembre la revisione della previdenza professionale è stata bocciata dal 67% dei votanti. E, ultimamente, l’ampliamento delle autostrade è stato affossato dal 53%.

L’iniziativa per la responsabilità ambientale dei Giovani verdi è sostenuta da un ampio spettro di partiti e associazioni: Partito socialista, Greenpeace, Anziane per il clima, Associazione dei piccoli agricoltori, la coalizione Cristiani/e per la protezione del clima e, in particolare, ben 83 scienziati svizzeri hanno espresso il loro sostegno!

L’iniziativa propone un cambio di paradigma che merita di essere discusso e si inserisce nel filone di pensiero che possiamo sintetizzare citando tre autori. Il primo è André Gorz, considerato uno dei padri dell’ecologia politica. Cinquant’anni fa scriveva : ”Qualsisasi produzione è anche distruzione. Ma fintanto che lo sfruttamento produttivo sulle risorse naturali non arriva al limite della irreversibilità, questo fatto può rimanere nascosto: e le risorse sembrano allora inesauribili”. All’epoca si pensava che la natura riuscisse a rigenerarsi. 

Poi c’è Serge Latouche, che una ventina di anni fa ha cominciato a ragionare sul senso della decrescita e sul superamento del capitalismo: “Il crollo è già cominciato, come ci dicono diversi segnali: cambiamento climatico, perdita di biodiversità, pandemie ricorrenti. La rottura con la logica capitalistica e la fuoriuscita dalla società della crescita, invece, rimangono prospettive più o meno lontane e ipotetiche, di cui non si vedono sintomi convincenti”. 

Infine, l’ultimo autore sul tema è il giovane giapponese Saitò Kòhei, che mette decisamente in discussione la crescita economica: “Il capitalismo è incapace di sottrarvisi, e nello stesso tempo non è in grado di rinunciare alla crescita economica. E così, anche tentando di opporsi ai cambiamenti climatici, aumenta il consumo delle materie prime, cadendo stavolta nella ‘trappola della crescita economica’. Per questo anche gli scienziati hanno iniziato ad accorgersi dei limiti insiti nel capitalismo”. Per Kòhei l’unica via percorribile per risolvere i problemi climatici è il superamento del capitalismo. 

Anche i Giovani verdi guardano in questa direzione. Impresa ardua. D’altra parte, a tutti coloro che combattono l’iniziativa bisognerà ricordare che il ritorno al Medioevo, o anche peggio, può essere più vicino se si continua a maltrattare il pianeta come fatto finora.


Perché nessuno vuole più diventare Consigliere federale?

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Lea Hartmann / ch media, Watson

Diventare consigliere federale? No, grazie! All’interno del Centro, i favoriti si stanno ritirando uno dopo l’altro dalla corsa alla successione di Viola Amherd. Isabelle Chassot, membro del Consiglio degli Stati di Friburgo? Non vuole. Il consigliere di Stato sangallese Beni Würth? Nemmeno lui è interessato. Gerhard Pfister, ancora presidente del partito? Ha rifiutato.

Lunedì anche il consigliere nazionale grigionese Martin Candinas, l’ultimo membro dell’élite del Centro che si pensava avesse ambizioni di governo, ha annunciato il suo ritiro. Anche il leader del gruppo parlamentare del Centro, Philipp Bregy, e i consiglieri di Stato Heidi Z’graggen di Uri e Pirmin Bischof di Soletta si sono tirati indietro.

Un lavoro da sogno? Un corno!

Questi rifiuti sono sorprendenti. Si pensava che l’obiettivo della maggior parte degli eletti presenti sotto la cupola fosse quello di raggiungere il Consiglio federale. Ma per molti questa posizione prestigiosa è diventata una forma di punizione. Perché?

Gerhard Pfister, a lungo considerato il candidato naturale del Centro al Consiglio federale, cita l’equilibrio di potere all’interno del governo come argomento per non candidarsi. A suo avviso, la consigliera federale Viola Amherd ha sofferto dell’onnipotenza del PLR e dell’UDC in Consiglio federale. Un insider deplora il fatto che “il cartello di destra” si consulti sistematicamente prima delle riunioni del Consiglio federale e prenda di fatto le decisioni con la sua maggioranza di quattro consiglieri.

Questa linea è stata definita dai leader Albert Rösti (UDC) e Karin Keller-Sutter (PLR). Albert Rösti “gestisce” il suo collega di partito e ministro dell’Economia Guy Parmelin, mentre Karin Keller-Sutter “gestisce” il ministro degli Esteri Ignazio Cassis, spiega un osservatore.

Nessuno ha voglia di subire attacchi e campagne denigratorie

Ma la forza del blocco di destra è anche il risultato della debolezza dei consiglieri federali di sinistra, dicono altri. Con Alain Berset, il PS ha avuto una figura forte in Consiglio federale, capace di mosse tattiche. Elisabeth Baume-Schneider e Beat Jans, invece, non hanno gran ché da opporre al blocco dei quattro, si sente dire.

Secondo fonti vicine al Consiglio federale, la leadership esercitata dal PLR e dall’UDC gioca un ruolo praticamente in tutti i settori. Questo sarebbe stato uno dei motivi delle dimissioni di Viola Amherd. Ma la storia va anche presa con le molle: in definitiva serve a legittimare un attacco a uno dei due seggi detenuti dal PLR per rompere il “blocco dei quattro”.

Il fatto che la carica di consigliere federale abbia perso appeal è certamente legato anche alla crescente polarizzazione. La cultura del dialogo sta svanendo a favore degli attacchi ad personam. A livello locale da tempo è difficile trovare volontari per le cariche politiche. La carenza di personale qualificato sembra riguardare anche il Consiglio federale. Una persona vicina a questo esecutivo dichiara: “Al giorno d’oggi bisogna chiedersi: perché dovrei ammazzarmi di lavoro per essere sempre l’uomo da abbattere?”

La vita familiare, un argomento gettonato

Anche la vita familiare sta diventando un argomento di tendenza per giustificare il rifiuto di candidarsi alla massima carica, e sempre più spesso tra gli uomini. Ad esempio, il leader del gruppo parlamentare di centro, Philipp Bregy, ha citato i suoi figli, di 3 e 8 anni, come motivo per rifiutare una candidatura: “I loro primi anni di vita li vivo una volta sola”.

I politici non sembrano più disposti a subordinare completamente la loro vita privata alla carica politica. L’equilibrio tra lavoro e vita privata, parola d’ordine della generazione Z, è ora un motivo di preoccupazione per i candidati al Consiglio federale.

Ma potrebbe esserci una ragione più politica. Il dicastero della Difesa, lasciato libero da Viola Amherd, è il meno gratificante di tutti, e la situazione geopolitica potrebbe accrescere il timore a prendere in mano un ministero delicato. Certo, il nuovo membro del Consiglio federale potrà spendere diversi miliardi in più destinati al bilancio dell’esercito, ma per cosa? I problemi si accumulano e l’acquisto di armi è stato un flop dopo l’altro.

Non sorprende che Martin Candinas non sia l’unico a non avere il “fuoco dentro”. Gerhard Pfister e Philipp Bregy hanno sottolineato lunedì ai media che il Centro ha un’ampia scelta di persone perfettamente qualificate per il lavoro. Hanno sottolineato che il partito ha un ampio bacino di consiglieri di Stato. Quindi chi oserà farsi avanti?

Ci stanno pensando

Una possibile candidata è Karin Kayser-Frutschi, capo del Dipartimento di Giustizia di Nidvaldo. Il partito ha iniziato a discutere con lei. Non ha ancora preso una decisione. “Devo valutare se è il momento giusto per me e se voglio davvero farlo”. Anche il consigliere di Stato argoviese Markus Dieth ha finora rifiutato di commentare. Anche l’ex presidente del Centro e attuale consigliere di Stato vallesano Christophe Darbellay non ha confermato la sua candidatura.

È vero che Christophe Darbellay si candida per la rielezione al Consiglio di Stato vallesano il 2 marzo, appena dieci giorni prima delle elezioni del Consiglio federale. Ma per lui questo non è un ostacolo. Il vallesano è convinto che i vallesani capirebbero se alla fine decidesse per il Consiglio federale e non per il Consiglio di Stato.


Il tycoon cambia Canale

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

“Basterebbe una scimmia per far saltare in aria il Canale”. Così si era espresso con toni intimidatori il generale Omar Torrijos, capo della Guardia Nacional, durante i prolungati negoziati per il passaggio della via interoceanica alla sovranità di Panama. Che si conclusero con i Trattati Torrijos-Carter del 1977, pienamente in vigore solo dal 31 dicembre ‘99. Non fu facile per Jimmy Carter ottenere il consenso maggioritario del Senato su quell’intesa. Del resto furono gli Stati Uniti stessi a sottrarre il territorio di Panama alla Colombia per farci il canale (inaugurato nel 1914). Lo aiutò l’attore John Wayne, amico di Torrijos, che scrisse personalmente a diversi senatori, persuadendoli.

Nel suo discorso di reinsediamento, lunedì 20 gennaio, Donald Trump ha definito “un regalo insensato e una cattiva eredità” quella firma, riferendosi proprio al suo centenario predecessore al cui funerale aveva assistito qualche giorno prima. Accordi che erano arrivati pure a disporre la chiusura del Comando Sud della U.S. Force nonché della Escuela de las Americas. Dove si erano formati tutti i dittatori militari latinoamericani.

E dire che Torrijos non era un comunista, ma certo un antimperialista che nel ’79 appoggiò la Rivoluzione Sandinista in Nicaragua. Come paradossalmente la sostenne lo stesso presidente Carter disponendo ben 75 milioni di dollari in aiuti alla prima giunta di governo capeggiata dall’allora comandante guerrigliero Daniel Ortega. Erano evidentemente altri tempi. Che, dopo Ronald Reagan, Trump intende azzerare del tutto ripristinando quella Dottrina Monroe di “America agli americani” degli inizi dell’800, dove per americani s’intendono naturalmente solo gli statunitensi. Pensiero politico che debuttò con la guerra che dimezzò il territorio messicano.

E così che il già inquilino della Casa Bianca ha annunciato che il canale “noi ce lo riprenderemo”, dopo aver lamentato di “essere stati trattati molto male e con le nostre navi sovratassate”. Non si tratterà in questo caso solo di un’enunciazione, come potrebbero apparire le sparate sul Canada e (forse) sulla Groenlandia. O del simbolico ribattezzamento geografico del Golfo del Messico in Golfo di America, dove intende comunque ripristinare il proprio storico “cortile di casa” centroamericano, con piscina dei Caraibi annessa.

Trump è preoccupato per l’influenza che la Cina esercita sulle infrastrutture di entrambi i porti di entrata/uscita del corso d’acqua, affidati alla Ck Hutchison Holdings di Hong Kong. Con il governo panamense che nel 2017 interruppe i rapporti diplomatici con Taiwan per aprirli con Pechino. Fino a sottoscrivere l’intesa sulla “via della seta” e ricevere in visita Xi Jinping a Città di Panama nel 2018.

E dire che Trump allora (era nel suo primo periodo da presidente) non si strappò le vesti di dosso nonostante, per ovvie ragioni, fossero soprattutto i cargos degli states i maggiori utilizzatori di quel transito acquatico di 82 km fra l’Atlantico e il Pacifico. Preferì di fatto proseguire nella linea adottata da George Bush Jr. nei suoi due mandati (2001/2009) di sostanziale disinteresse verso l’America Latina. Tanto che la Cina ne approfittò moltiplicando gli ingenti investimenti in tutto il subcontinente. E dire che George Bush padre aveva disposto nel dicembre 1989 l’invasione dei marines proprio a Panama per scalzare il successore di Torrijos (perito nell’81 in un misterioso incidente aereo), l’ambizioso generale Manul Antonio Noriega, non più controllabile per i suoi legami con il narcotraffico (e non solo).

Quello di Trump è dunque un vero e proprio cambio di strategia sul Canale di Panama (che ha appena celebrato il 25° di sovranità nazionale). Analogo a quello che ha compiuto recentemente rispetto alle invise criptomonete. In questo caso, però, nonostante la via transoceanica abbia perso da tempo parte della sua rilevanza per il varo di navi containers di stazza ben maggiore cui conviene meglio circumnavigare Capo Horn. E che neppure il costosissimo ampliamento delle chiuse del 2016 ha potuto compensare. Visto che per una persistente quanto prevedibile siccità tropicale (dovuta agli inesorabili cambiamenti climatici) si è ridotto l’afflusso di acqua dolce al lago Gatun che garantisce il funzionamento delle chiuse stesse. Con code di giorni delle imbarcazioni agli ingressi di Balboa e Colón, aumento dei pedaggi e conseguente sottoutilizzo (fino al 25%) dell’intero sistema che registrava oltre 40 transiti giornalieri.

Trump potrebbe forse avere un aggancio per rimettere in discussione quei Trattati, laddove vi si prevede “il diritto degli Stati Uniti” di difendere il corso d’acqua “in caso di minaccia”. Ma è subito giunto il monito da Mosca secondo il quale Trump e il governo di Panama devono altrettanto garantirne la “neutralità”, fissata in quegli accordi.

Inanto José Raúl Molino, affermatosi come presidente nel maggio scorso alla testa di una coalizione di destra, si è subito premurato di dichiarare che “il Canale appartiene ed apparterrà sempre a Panama”. Ma al contempo ha disposto un’audizione sull’uso di risorse pubbliche da parte della Panama Ports Company (controllata dalla holding cinese). Del resto proprio lui, appena eletto, aveva auspicato che “se vincesse Trump gli chiederò una palata di cemento per erigere un altro muro anche qui da noi”. Riferendosi al selvaggio stretto del Darién dal quale transitano verso nord ogni anno decine di migliaia di emigranti delle più svariate nazionalità. Con meta gli Usa. Flusso che in effetti Molino è già riuscito in certa misura a contenere.

Di mezzo c’è però pure un irrisolto contenzioso fiscale/amministrativo tra le fragili autorità locali e il Trump Ocean Club Hotel (oggi JW Marriot) di Punta Pacifica, riportato recentemente da Newsweek. Ma se, da presidente, i tribunali degli Stati Uniti gliene hanno perdonate di ben peggiori…

Scritto per il manifesto


IA, la posta in gioco

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

L’America ha rinunciato a americanizzare il mondo per manifesta impossibilità. Malgrado la profondità della crisi che ne scuote le radici, non intende però abdicare al rango di numero uno. Per questo deve vincere la corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che si deciderà entro il decennio.

L’unico sfidante in grado di battere il detentore è la Cina, in veloce rimonta, anche se gli americani dispongono in questo campo del triplo dei brevetti cinesi (e di trenta volte quelli europei). L’ossessione del sorpasso cinese nella più strategica delle competizioni — superiore persino alla spaziale — spiega la mossa annunciata con l’abituale basso profilo da Trump: il progetto Stargate. Affidato per ora a una joint venture fra Softbank, Open AI e Oracle, cui altri potrebbero aggregarsi. Capitale dichiarato (da Trump), 100 miliardi, da moltiplicare per cinque nei prossimi anni. Tutto per costruire infrastrutture e centri dati, attrarre i migliori cervelli e mettere il turbo alla ricerca.

Grande escluso, finora, Elon Musk, che non l’ha presa benissimo, anche perché in causa per la proprietà di Open AI. In un acido tweet, la sentenza: “Non hanno i soldi”. La superstar della Paypal mafia, che potrebbe consolarsi con l’acquisto di TikTok, subodora una coalizione di competitori decisi a frenare la sua esuberanza e mettere le mani sull’affare del secolo. La partita è appena iniziata.

Quanto a Trump, l’obiettivo è far giocare i signori delle tecnologie l’uno contro l’altro per evitare che gli facciano ombra. E insieme riunire la massa critica — finanziaria, scientifica e produttiva — necessaria a dettare le regole del gioco nella competizione con la Cina. La tecnica resta quella del “deal”: alziamo la posta, costringiamo l’avversario sulla difensiva per incastrarlo in un accordo ineguale. Tale da sigillare la nostra superiorità.

La grande sfida non può essere vinta dallo Stato o dai privati in ordine sparso. Prevede una convergenza di competenze e fondi in vista dello scopo comune. Più facile a dirsi che a farsi. Su questo principio c’è però totale convergenza nelle élite americane. Questione di vita o di morte.

Due giorni prima dell’inaugurazione di Trump, il consigliere per la Sicurezza nazionale uscente, Jake Sullivan, aveva lanciato l’allarme. A differenza delle svolte tecnologico-strategiche del passato, come il progetto Manhattan (bomba atomica) Internet e corsa allo Spazio, nella corsa all’intelligenza artificiale in infinito perfezionamento il governo non controlla le aziende private. Alcune delle quali dotate di una potenza di fuoco superiore. Per Sullivan, “dobbiamo proteggere il nostro vantaggio e definire le regole globali per l’uso di una potenza simile a Dio”. Perché, sostengono molti, presto l’intelligenza umana sarà superata e sottomessa dall’artificiale. Conclusione: “L’obiettivo è battere la Cina quanto a tecnologia e definire i binari della competizione in modo che attori malevoli non la usino con esiti catastrofici”. Certo nessuno può obbligare i cinesi a stare alla regole fissate dagli Stati Uniti. Più che in qualsiasi altra arena, la corsa all’AI è selvaggia. (Il)logica a somma zero. Almeno per ora.

Il fronte interno non è meno accidentato. Qui si apre una voragine fra Trump e i padroni dell’Ai. Mark Zuckerberg ha annunciato che entro l’anno Meta varerà un’intelligenza artificiale con le capacità di un ingegnere di medio livello: “Gran parte dei codici nelle nostre app sarà prodotta da ingegneri AI invece che da umani”. Dilemma: come sviluppare l’intelligenza artificiale, che tende a sostituire il tecnico umano, senza abbattere posti di lavoro? Open AI giura che gli apocalittici hanno torto. L’intelligenza artificiale contribuirà a reindustrializzare il paese. E nella retorica trumpiana sull’età dell’oro spicca l’equazione fra sprint tecnologico e aumento dell’occupazione. Di qui l’abolizione delle regole e delle garanzie di trasparenza decretate da Biden, per tacere dell’ambiente. Gioco libero e vinca il migliore, purché produca: ”Build, baby, build!”. Comunque vada, nel giro di pochi anni le basi della società, della politica (per quel che ne resta) e dello stile di vita americano saranno rivoluzionate dall’intelligenza artificiale. Lo stesso per la Cina. Al resto del mondo di adattarsi agli esiti di una competizione che ci lascia ai margini.


L’Aja contro Roma: «Najeem liberato senza avvertirci»

Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi 

Di Mario De Vito, il manifesto

«Senza preavviso» e senza «consultazione». Così la Corte penale internazionale, in un comunicato uscito nel tardo pomeriggio di ieri, ha definito il ritorno in Libia dall’Italia di Osama Najeem Elmasry Habish, il capo della polizia giudiziaria di Tripoli arrestato domenica a Torino e rilasciato con tante scuse martedì nonostante su di lui pendesse un mandato per crimini contro l’umanità e di guerra, tra cui omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale.

Per questo L’Aja «sta cercando, e deve ancora ottenere, una verifica dalle autorità sui passi presumibilmente intrapresi» da Roma. Così apprendiamo pure che l’Italia aveva chiesto silenzio intorno all’operazione. I giudici internazionale, infatti, dicono che si sono astenuti dal rilasciare qualsiasi commento pubblico «su richiesta e nel pieno rispetto delle autorità italiane», pur continuando a seguire la vicenda da vicino «per garantire l’effettiva esecuzione di tutti i passaggi richiesti dallo Statuto di Roma per l’attuazione della richiesta della Corte». Èin questo contesto che è stato «ricordato alle autorità italiane che nel caso in cui individuassero problemi che potrebbero impedire l’esecuzione della presente richiesta di cooperazione, dovrebbero consultare la Corte senza indugio al fine di risolvere la questione».

LA VERSIONE sin qui fatta filtrare dal governo è un insieme di incoerenze e incongruenze più unico che raro. Formalmente una spiegazione proprio non c’è (il sottosegretario Delmastro: «Èuna questione giuridica imposta dai giudici»), e le comunicazioni ufficiali sono ferme al pomeriggio di martedì, quando dal ministero della Giustizia è uscito un comunicato in cui si parlava del «complesso carteggio» che Nordio stava valutando se inoltrare o meno al procuratore generale delle Corte d’appello di Roma. Il problema, come facilmente dimostrato dal giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura su X, è che già in quel momento il Falcon 900 italiano che poi avrebbe riportato il generale Najeem a casa era in movimento da un bel po’: erano le 11 e 15 quando l’aereo è decollato da Ciampino in direzione Torino. Da lì sarebbe infine ripartito alle 18 e 45 per arrivare a Tripoli alle 21 e 15.

NON CORRISPONDONO nemmeno i tempi con cui il ministero della Giustizia sarebbe stato avvisato: dettaglio fondamentale, visto che la motivazione offerta dalla Corte d’appello per scarcerare Najeem si basa proprio sul fatto che nessuno avrebbe preventivamente concordato il suo arresto con via Arenula. A quanto si apprende, il 2 ottobre dell’anno scorso la procura generale della Cpi aveva chiesto l’arresto del poliziotto di Tripoli. Sabato l’uomo è stato individuato in Germania mentre, insieme ad altre due persone, stava noleggiando un’automobile che poi aveva in programma di restituire all’aeroporto di Fiumicino. Appresa la notizia, la prima sezione della Corte penale internazionale ha autorizzato l’arresto ed è scattato il canonico red notice dell’Interpol. È più che verosimile che a questo punto almeno i servizi di sicurezza italiani fossero informati. Di certo lo erano all’ambasciata in Olanda, avvisata di tutti i dettagli da un funzionario della Cpi. L’operazione ha poi coinvolto diversi paesi europei (almeno sei), tra cui la Germania, l’Olanda, la Francia (dove i tre libici sono passati) e l’Italia, dove domenica è infine intervenuta la Digos di Torino. Najeem si trovava in città dal giorno precedente per assistere alla partita tra la Juventus e il Milan.

SEMPRE NELLA GIORNATA di domenica, la polizia ha avvisato sia la Corte d’appello di Roma sia il ministero della Giustizia dell’operazione. Da questo momento è cominciata un’altra partita, del tutto politica e solo in parte coperta da cavilli di natura giuridica. L’Italia ha con la Libia rapporti di stretta collaborazione sul fronte dell’immigrazione da almeno due decenni e c’è anche il (tristemente) celebre memorandum siglato tra i due paesi nel 2017 (Gentiloni a palazzo Chigi e Minniti al Viminale) a testimoniare la forza di questo rapporto. Si capisce che il capo della polizia giudiziaria libica è un tassello importante di questo puzzle e non fa niente se a Roma devono chiudere entrambi gli occhi di fronte alle tante accuse relative al trattamento disumano che Tripoli riserva ai migranti prima di provare ad attraversare il Mediterraneo. I rischi legati al caso Najeem, per l’Italia, erano due: l’emersione di coinvolgimenti più o meno diretti nelle sue attività e la possibilità che i libici venissero meno al loro compito di sorvegliare la frontiera dall’altra parte del mare, lasciando partire chiunque, con conseguente aumento degli sbarchi. Così sono partite le manovre e le contromanovre per chiudere la vicenda nel minor tempo possibile. Alla fine sono bastate 48 ore.

RESTA il problema legato al tradimento della Cpi, che, laconicamente, in fondo al suo comunicato «ricorda il dovere di tutti gli stati di cooperare pienamente con la Corte nelle sue indagini e nei suoi procedimenti penali in materia di reati». Niente di tutto questo è avvenuto: il governo che dopo la strage di Cutro aveva giurato che avrebbe inseguito gli scafisti «su tutto il globo terracqueo» alla fine ne ha riportato uno a casa sua con un volo di stato.

Nell’immagine: Il rientro di Najeem Elmasry Habish in Libia