In Ticino si parla ancora italiano, Festival permettendo

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Gentili signore, egregi signori,

i quattro cineclub cantonali (Circoli del cinema di Bellinzona e Locarno, Cineclub del Mendrisiotto, LuganoCinema93) seguono da molti anni con vivo interesse le edizioni del Locarno Film Festival (LFF), che sono sempre preziose occasioni per arricchire la loro cultura cinematografica e anche per impostare al meglio la loro attività di diffusione sul territorio di un cinema spesso negletto dalla distribuzione commerciale, attraverso rassegne che si svolgono sull’arco di tutto l’anno. Non è certo questa la sede per commentare l’impostazione del Festival e le scelte artistiche che determinano il programma delle varie sezioni (aspetti che pure meriterebbero un’attenzione più oculata da parte dei media, generalmente propensi all’applauso incondizionato).

Scopo di questa lettera è invece solo quello di deplorare la progressiva preminenza della lingua inglese che negli ultimi anni ha relegato le altre lingue nazionali a un ruolo subalterno. Ora, siamo ben coscienti che il LFF è un festival internazionale, uno dei più importanti dopo Cannes, Venezia e Berlino, e che quindi l’inglese, lingua che si è imposta a livello mondiale come principale lingua di scambio in tutte le attività umane, debba per forza di cose essere presente anche all’interno del LFF e nelle sue comunicazioni verso l’esterno. Ma è pur incontestabile che il Festival si svolge a Locarno, nella Svizzera italiana, che la Svizzera è un paese plurilingue, dove si parla tedesco, francese e italiano (nonché romancio) e che questo plurilinguismo debba essere rispettato, nel limite del possibile, anche dal LFF.

Il Festival sembra averlo capito perlomeno per quanto riguarda la redazione del Catalogo, rigorosamente in quattro lingue (inglese, italiano, tedesco, francese), anche se meglio sarebbe stato, secondo noi, che l’italiano precedesse l’inglese (e non viceversa), dal momento che a Locarno si parla italiano.

Tale comprensione sembra però venir meno in altri momenti comunicativi. Come ad esempio quando il direttore artistico sale sul palco del Fevi o del Palacinema per presentare i film in concorso e saluta il pubblico in inglese, conversa in inglese con la maggior parte degli ospiti senza nessuna traduzione o riassunto di quanto viene detto. Troviamo questo atteggiamento irrispettoso nei confronti di un pubblico che, stando a statistiche pubblicate sul sito del LFF, è costituito nella misura di oltre il 40% da spettatori di lingua madre italiana, la maggior parte dei quali ticinesi.

O quando si inseriscono nel programma film parlati in inglese senza nessun sottotitolo, come è stato il caso nell’ultima edizione per la splendida retrospettiva dedicata alla Columbia. Capiamo benissimo che le migliori copie di quei film (scelta filologicamente corretta) erano prive di sottotitoli, ma possibile che il Festival non abbia potuto (o voluto?) provvedere, come fa di solito per altre sezioni, ad accompagnarle con dei sottotitoli elettronici? Possibile che la magnifica sala del GranRex, di proprietà del Festival, sia stata pensata senza la necessaria attrezzatura per questo tipo di sottotitoli? Molti spettatori che masticano male l’inglese, soprattutto se parlato, erano fortemente interessati a vedere questi film, ma hanno dovuto a malincuore rinunciare a frequentare la retrospettiva. Fra questi vanno anche annoverati diversi anziani e deboli d’udito, che faticano a seguire un film senza sottotitoli. In ogni caso, proiettare dei film senza sottotitoli, in qualsiasi lingua essi siano parlati, è un affronto a tutti coloro che non padroneggiano quella lingua. Un ultimo esempio: in Piazza Grande è stato proiettato Sauvages di Claude Barras, film d’animazione fruibile anche dai bambini, in versione originale francese con sottotitoli in inglese e tedesco. Difficile credere che i bambini presenti (e sappiamo che ce n’erano) conoscessero una delle tre lingue!

Ci rendiamo perfettamente conto come per il LFF districarsi in una realtà plurilinguistica come la nostra senza rinunciare alla sua vocazione internazionale non sia una cosa facile, ma d’altra parte riteniamo che con un budget che ormai si avvicina ai 20 milioni di franchi si possa e si debba fare qualche sforzo in più per rispettare realmente, e non solo a parole, la tanto proclamata difesa della cultura e della lingua italiana. Privilegiare l’inglese non ci sembra tanto una conferma della vocazione internazionalista del LFF, quanto piuttosto un segnale di malcelato provincialismo. Fino a qualche anno fa la lingua ufficiale del Festival era il francese, perché si presumeva che questa fosse la lingua di scambio più accessibile per il pubblico svizzero tedescofono e italofono. Oggi non è più così, perché le giovani generazioni elvetiche preferiscono l’inglese quando devono comunicare con connazionali che parlano un’altra lingua. Ma questo non vuol dire che siano in grado di capire perfettamente le varie sfumature dell’inglese parlato in certi film. I sottotitoli sarebbero molto utili anche per loro, così come per molte persone più anziane, che, sempre stando alle statistiche reperibili sul sito del Festival, frequentano la manifestazione anche più dei giovani.

Concludendo, ribadiamo che non abbiamo nulla contro l’uso dell’inglese al Festival, a condizione che l’italiano rimanga la prima lingua e che il plurilinguismo svizzero sia rispettato. Osiamo sperare che queste nostre considerazioni siano attentamente valutate dalla presidenza e dalla direzione del Festival e che per il futuro si possa assistere a degli sforzi reali per migliorare l’accessibilità linguistica delle sue proposte per il pubblico italofono (ma anche svizzero-francese e svizzero-tedesco), senza dare per scontato che tutti abbiano quella familiarità con la lingua inglese che le recenti edizioni sembrano voler supporre.