In Ticino si parla ancora italiano, Festival permettendo

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Gentili signore, egregi signori,

i quattro cineclub cantonali (Circoli del cinema di Bellinzona e Locarno, Cineclub del Mendrisiotto, LuganoCinema93) seguono da molti anni con vivo interesse le edizioni del Locarno Film Festival (LFF), che sono sempre preziose occasioni per arricchire la loro cultura cinematografica e anche per impostare al meglio la loro attività di diffusione sul territorio di un cinema spesso negletto dalla distribuzione commerciale, attraverso rassegne che si svolgono sull’arco di tutto l’anno. Non è certo questa la sede per commentare l’impostazione del Festival e le scelte artistiche che determinano il programma delle varie sezioni (aspetti che pure meriterebbero un’attenzione più oculata da parte dei media, generalmente propensi all’applauso incondizionato).

Scopo di questa lettera è invece solo quello di deplorare la progressiva preminenza della lingua inglese che negli ultimi anni ha relegato le altre lingue nazionali a un ruolo subalterno. Ora, siamo ben coscienti che il LFF è un festival internazionale, uno dei più importanti dopo Cannes, Venezia e Berlino, e che quindi l’inglese, lingua che si è imposta a livello mondiale come principale lingua di scambio in tutte le attività umane, debba per forza di cose essere presente anche all’interno del LFF e nelle sue comunicazioni verso l’esterno. Ma è pur incontestabile che il Festival si svolge a Locarno, nella Svizzera italiana, che la Svizzera è un paese plurilingue, dove si parla tedesco, francese e italiano (nonché romancio) e che questo plurilinguismo debba essere rispettato, nel limite del possibile, anche dal LFF.

Il Festival sembra averlo capito perlomeno per quanto riguarda la redazione del Catalogo, rigorosamente in quattro lingue (inglese, italiano, tedesco, francese), anche se meglio sarebbe stato, secondo noi, che l’italiano precedesse l’inglese (e non viceversa), dal momento che a Locarno si parla italiano.

Tale comprensione sembra però venir meno in altri momenti comunicativi. Come ad esempio quando il direttore artistico sale sul palco del Fevi o del Palacinema per presentare i film in concorso e saluta il pubblico in inglese, conversa in inglese con la maggior parte degli ospiti senza nessuna traduzione o riassunto di quanto viene detto. Troviamo questo atteggiamento irrispettoso nei confronti di un pubblico che, stando a statistiche pubblicate sul sito del LFF, è costituito nella misura di oltre il 40% da spettatori di lingua madre italiana, la maggior parte dei quali ticinesi.

O quando si inseriscono nel programma film parlati in inglese senza nessun sottotitolo, come è stato il caso nell’ultima edizione per la splendida retrospettiva dedicata alla Columbia. Capiamo benissimo che le migliori copie di quei film (scelta filologicamente corretta) erano prive di sottotitoli, ma possibile che il Festival non abbia potuto (o voluto?) provvedere, come fa di solito per altre sezioni, ad accompagnarle con dei sottotitoli elettronici? Possibile che la magnifica sala del GranRex, di proprietà del Festival, sia stata pensata senza la necessaria attrezzatura per questo tipo di sottotitoli? Molti spettatori che masticano male l’inglese, soprattutto se parlato, erano fortemente interessati a vedere questi film, ma hanno dovuto a malincuore rinunciare a frequentare la retrospettiva. Fra questi vanno anche annoverati diversi anziani e deboli d’udito, che faticano a seguire un film senza sottotitoli. In ogni caso, proiettare dei film senza sottotitoli, in qualsiasi lingua essi siano parlati, è un affronto a tutti coloro che non padroneggiano quella lingua. Un ultimo esempio: in Piazza Grande è stato proiettato Sauvages di Claude Barras, film d’animazione fruibile anche dai bambini, in versione originale francese con sottotitoli in inglese e tedesco. Difficile credere che i bambini presenti (e sappiamo che ce n’erano) conoscessero una delle tre lingue!

Ci rendiamo perfettamente conto come per il LFF districarsi in una realtà plurilinguistica come la nostra senza rinunciare alla sua vocazione internazionale non sia una cosa facile, ma d’altra parte riteniamo che con un budget che ormai si avvicina ai 20 milioni di franchi si possa e si debba fare qualche sforzo in più per rispettare realmente, e non solo a parole, la tanto proclamata difesa della cultura e della lingua italiana. Privilegiare l’inglese non ci sembra tanto una conferma della vocazione internazionalista del LFF, quanto piuttosto un segnale di malcelato provincialismo. Fino a qualche anno fa la lingua ufficiale del Festival era il francese, perché si presumeva che questa fosse la lingua di scambio più accessibile per il pubblico svizzero tedescofono e italofono. Oggi non è più così, perché le giovani generazioni elvetiche preferiscono l’inglese quando devono comunicare con connazionali che parlano un’altra lingua. Ma questo non vuol dire che siano in grado di capire perfettamente le varie sfumature dell’inglese parlato in certi film. I sottotitoli sarebbero molto utili anche per loro, così come per molte persone più anziane, che, sempre stando alle statistiche reperibili sul sito del Festival, frequentano la manifestazione anche più dei giovani.

Concludendo, ribadiamo che non abbiamo nulla contro l’uso dell’inglese al Festival, a condizione che l’italiano rimanga la prima lingua e che il plurilinguismo svizzero sia rispettato. Osiamo sperare che queste nostre considerazioni siano attentamente valutate dalla presidenza e dalla direzione del Festival e che per il futuro si possa assistere a degli sforzi reali per migliorare l’accessibilità linguistica delle sue proposte per il pubblico italofono (ma anche svizzero-francese e svizzero-tedesco), senza dare per scontato che tutti abbiano quella familiarità con la lingua inglese che le recenti edizioni sembrano voler supporre.


Da democratico vi dico: la libertà è a rischio

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Alan Friedman, La Stampa

Il discorso di insediamento di Trump è stato rancoroso, distopico e vendicativo. È stato pieno di minacce e insulti per Joe Biden, seduto ad appena due metri di distanza. A tratti, è stato anche surreale. Trump ha delineato il quadro di un’America immaginaria come di una nazione decadente, per poi affermare che porrà rimedio subito a ogni singolo problema americano. Istantaneamente.

È stato un discorso superficiale, letto malamente sul gobbo da un uomo che appariva distratto o stanco. È sembrato che Trump fosse alle prese con uno dei tanti discorsi di un comizio elettorale, con Elon Musk che faceva il tifo per lui. Questo discorso inaugurale è stato il contrario di un discorso di unità. Trump è stato come nel 2017, carico di spacconate rabbiose e falsità. Ha affermato mentendo che la Cina in qualche modo gestisce il Canale di Panama, e ha minacciato di ricorrere alla forza militare contro Panama.

Il pregiudicato settantottenne non ha sorriso molto. È stato cupo. Ha parlato in tono brusco, evitando qualsiasi parvenza di finezza. Sotto l’Amministrazione Biden è andato tutto male. Sotto l’Amministrazione Trump andrà tutto bene.

Trump è apparso anche come un uomo determinato a rimodellare l’America in una democrazia illiberale. È sembrato un Orbán americano. Ha attaccato il sistema giudiziario che lo ha condannato per molteplici capi d’accusa. Ha parlato come un uomo spinto dal desiderio di vendetta. Ha attaccato i diritti della comunità Lgbtq+ e di altre minoranze, e ha promesso di abolire le loro tutele antidiscriminatorie. Ha lanciato ai suoi fan qualche bocconcino di politica identitaria anti-woke.

Il discorso è stato soltanto un preludio, naturalmente, della vera agenda di Trump, a cui ha dato il via più tardi, nella serata di lunedì, nella cerimonia della firma nello Studio Ovale. Quelli che seguono sono alcuni piccoli esempi del menu à la carte di Trump per le politiche populiste del 2025.

1. Criptovalute – Anche se non ha ancora firmato un ordine esecutivo, una delle priorità di Trump, insieme a Elon Musk, sarà la deregolamentazione e la promozione delle criptovalute. Si calcola che al momento vi abbia una posta personale in gioco di oltre 50 miliardi di dollari.

2. Grazia per i fatti del 6 gennaio – Ieri Trump ha concesso la grazia a centinaia di criminali condannati, mandati in carcere per aver preso parte all’insurrezione del 6 gennaio 2021. In pratica, lo stato di diritto è stato rovesciato e il presidente incriminato per aver istigato l’insurrezione ha concesso il perdono ai seguaci che aveva convinto a commettere atti violenti.

3. Immigrazione – Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale e invierà l’esercito al confine tra Stati Uniti e Messico. Chiuderà la frontiera ai migranti in cerca di asilo. Tenterà di dare il via a espulsioni di massa di immigrati clandestini. Provocherà tanto trambusto ed enormi sofferenze.

4. Ius Soli – Trump vorrebbe mettere fine al diritto di Ius Soli per i figli di immigrati. Questo proposito sarebbe anticostituzionale. Probabilmente, a fermarlo saranno i tribunali. Si spera.

5. Iniziative gender e di Diversità, Equità e Inclusione – Trump vuole istituire per tutti i lavoratori federali definizioni sessuali biologiche, eliminando l’opzione transessuale. Vuole anche cancellare le tutele per i transgender nelle carceri federali. Vuole abolire tutti i programmi che hanno offerto vantaggi alle minoranze nelle università e sul posto di lavoro.

6. Dazi e commercio – Qui Trump è stato più prudente di quanto ci si aspettasse, e ha detto che si riserva di valutare l’osservanza da parte della Cina di un accordo commerciale che egli ha firmato nel 2020, e così pure l’Agreement tra Stati Uniti, Messico e Canada. Ha però prospettato la creazione di una nuova agenzia federale, l’«External Revenue Service» per gestire la raccolta di dazi.

7. Energia e ambiente – Il team di Trump di ex dirigenti delle società petrolifere e di lobbisti del settore darà presto il via nella natura selvaggia dell’Alaska ad altre trivellazioni per la ricerca di altro petrolio e altro gas. Cancellerà anche molte regolamentazioni finalizzate a proteggere l’aria e l’acqua pulite. Abolirà i programmi miranti a tutelare le comunità più povere da un inquinamento eccessivo.

Questo è soltanto l’inizio di quello che promette di essere un quadriennio molto lungo. Dalla Casa Bianca di Trump c’è da aspettarsi tanto altro. Questo è soltanto l’antipasto, sappiatelo. La buona notizia per l’Europa è che forse non sarà troppo duro con i dazi. Forse.


Trump, uno tsunami sulle democrazie

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Maurizio Molinari, la Repubblica

Donald Trump torna alla Casa Bianca con un discorso tutto all’attacco in cui promette di rifondare l’America su immigrazione, economia e famiglia. Adoperando un linguaggio di una chiarezza brutale affinché avversari e alleati non abbiano dubbi su che cosa ha in mente: azzerare l’eredità di Clinton, Bush, Obama e Biden al fine di trasformare il movimento popolare che lo ha rieletto in uno tsunami di politiche e valori destinato ad avere un profondo impatto anche sulle altre democrazie, a cominciare da quelle europee.

La scelta di temi, termini e tempi del discorso di insediamento di Trump nella Rotonda del Campidoglio di Washington ha sorpreso anche alcuni dei collaboratori a lui più vicini. Se nel 2016 si insediò con un discorso di protesta ideologica contro la «carneficina americana» dei «forgotten men» (i dimenticati) e in luglio a Milwaukee aveva accettato la nomination della Convention repubblicana con una maratona oratoria incentrata su se stesso, adesso invece ha illustrato senza mezzi termini un’agenda di aggressive novità per trasformare “America First” nel volano per ridisegnare l’America che conosciamo: dando vita a «un’età dell’oro» che «porrà fine al declino della nazione» trasformando il suo ritorno nello Studio Ovale nel «giorno della liberazione».

Sono parole che mirano a scuotere l’America: vogliono galvanizzare i seguaci e intimorire gli avversari per creare da subito un clima rivoluzionario, da scontro frontale. Trump non cerca mediazioni, vuole far capire che nulla sarà più come prima. Anzitutto dalla lotta ai migranti illegali perché ai confini con il Messico c’è «un’emergenza nazionale» e dunque userà l’esercito per cercarli, fermarli ed espellerli, trattandoli alla stregua degli “alieni” nemici che nel 1798 minacciavano l’indipendenza della giovane repubblica.

Poi la ridefinizione del governo federale, dei suoi ministeri e poteri preannunciando sfida aperta al «ministero della Giustizia militarizzato contro di me». Quindi l’economia: basta con il Green Deal perché ha innescato l’inflazione e dunque rilancio di «petrolio e gas naturale» con la conseguente frenata anche alle auto elettriche: «Comprerete l’auto che preferite». E il calo delle imposte per i cittadini avverrà grazie ai dazi nei confronti dei beni stranieri.

Ma è sulla famiglia che Trump lascia davvero intendere cosa ha in mente: sarà un ordine esecutivo a stabilire che «esistono solo due generi» — uomini e donne — dunque addio alle politiche di inclusione per tutti gli altri. «Siamo un popolo che non distingue il colore della pelle ma è basato sul matrimonio» dice Trump, nella definizione di un’idea conservatrice di società che affida alla formula: «Un popolo, una nazione e una famiglia. Sotto Dio».

Ultima, ma non per importanza, la sfida della corsa per sbarcare su Marte — con la visibile gioia di Elon Musk — racchiudendo tali e tante rotture con il passato nel richiamo al «sogno di Martin Luther King». All’evidente fine di strappare ai democratici anche l’eredità del leader della lotta per i diritti civili. Proprio come ha fatto, durante la campagna elettorale, cavalcando l’impegno contro i conflitti che adesso rilancia con forza: «Porremo fine alle guerre nel mondo». Perché è la strada per restituire «rispetto all’America» sulla scena globale.

Non nomina mai Russia, Cina e Iran ma il messaggio ai rivali è evidente: voi puntate sulle guerre per imporvi, noi le faremo finire per tornare leader globali. Da qui il riferimento agli ostaggi israeliani liberati da Hamas — ricevendo l’applauso più lungo — perché è un esempio di come la minaccia della forza massiccia dell’America può portare a superare gli ostacoli più difficili.

Resta da vedere se riuscirà davvero a «salvare la nazione» come promette: ha poco tempo a disposizione perché fra appena 18 mesi si voterà per il rinnovo parziale del Congresso; i suoi repubblicani hanno una maggioranza debole alla Camera e su molti temi sono divisi; la sfida a Dipartimento della Giustizia e Fbi minaccia di lacerare Washington.

E soprattutto l’espulsione di massa di milioni di clandestini è già una battaglia legale che vede più città e Stati sul piede di guerra, determinati ad arrivare fino alla Corte Suprema per difendere i valori della Costituzione e l’eredità di una nazione creata e costruita proprio grazie all’immigrazione.

È questa promessa di Trump di cambiare l’identità dell’America che preannuncia novità a pioggia per partner e alleati: non solo per il Golfo del Messico che cambia nome e diventa d’America o perché il presidente rieletto vuole riprendersi il Canale di Panama — «finito nelle mani dei cinesi» — ma in quanto il sistematico ricorso ai dazi che preannuncia e la caccia agli illegali sono destinati a innescare conseguenze a pioggia nell’Unione Europea.

Stringendo i governi Ue nell’angolo: fra le richieste di investire di più sulla difesa, le pressioni per ridefinire gli accordi commerciali e il sostegno alle estreme destre che cavalcano l’intolleranza verso gli immigrati. Per non parlare della richiesta di strappare la Groenlandia a un alleato Nato come la Danimarca.

Ma tanto più le sponde dell’Atlantico sembrano allontanarsi tanto più è nell’interesse europeo evitare che ciò avvenga, aprendo un dialogo franco e difficile con un presidente americano che, pur essendo portatore di conflitti, resta il leader della più grande democrazia.


Trump, un comizio che prepara la vendetta

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Guido Moltedo, il manifesto

L’avevano definito un pericolo per la democrazia. E poi, senza mezzi termini, «fascista». A Joe Biden e a Kamala Harris fu rimproverato in campagna elettorale di aver alzato troppo i toni dello scontro con il rivale repubblicano. Avevano davvero esagerato? La domanda è tornata probabilmente nella testa dei due ormai ex che ieri ascoltavano Trump, lo sguardo spaesato, tra gli applausi sguaiati dei suoi sostenitori, mentre lui smontava con fredda furia, pezzo a pezzo, l’edificio politico del predecessore che gli aveva appena consegnato le chiavi della Casa bianca.

L’eversore, come lo dipinse ai suoi esordi politici una copertina dell’Economist, è tornato, questa volta, per volere di Dio, che l’ha salvato, da un attentato ordito dai suoi nemici, «per fare di nuovo grande l’America». Torna, Trump, non più solo contro tutti – i maggiorenti del suo partito, i pesi massimi di Silicon Valley, il grosso dei media e altri poteri forti – ma attorniato dai tutti questi suoi ex nemici, pigiati su un affollatissimo bandwagon che si rispecchia nella platea in estasi di fronte al comiziante presidenziale.

Consegnare la Nuclear football, la valigetta nucleare, a un commander-in-chief come il Trump che si è visto e si è ascoltato ieri nella Rotunda del Campidoglio è semplicemente traumatico e angosciante.

Infatti il trasferimento dei poteri è molto drammatico, dietro l’apparenza di un tranquillo passaggio del testimone da un presidente uscente al suo successore. Il dramma è già condensato, prima della cerimonia dell’incoronazione, nell’atto di un presidente che esce dalla Casa bianca, avendo firmato solo poche ore prima una serie di pre-emptive pardon, atti di clemenza presidenziali «preventivi».

Tra i beneficiari personalità che hanno lasciato un segno – John Kennedy li avrebbe inseriti tra i suoi Ritratti del coraggio -: il dottor Anthony Fauci, l’uomo simbolo della battaglia contro il Covid, e Mark Milley, il top general che sventò il tentativo di golpe del 6 gennaio. Una torsione costituzionale del potere di grazia che, per ammissione dello stesso Biden, è motivato politicamente, uno scudo necessario per proteggere persone dello stato – assolutamente non colpevoli di nulla, anzi – e lo stesso Biden e la sua famiglia dalla vendetta più volte annunciata da Trump nei loro confronti. Intenti e minacce che, in quello che Trump definisce il Liberation Day, diventano paure palpabili e angoscianti, in un discorso che è un comizio tutto politico, preludio di un’altra presidenza, che, al pari di quella precedente, sarà un esercizio quotidiano di populismo in connessione diretta con la sua base, un nuovo serial di un’infinita, permanente campagna elettorale.

Parole, quelle ascoltate ieri, a cui seguiranno fatti immediati nel segno della vendetta. Che sarà rapidamente consumata nei confronti delle città guidate da sindaci democratici, le città santuario dove trovano protezione immigrati senza permesso, a cui sarà data la caccia poche ore dopo l’insediamento. Poi seguirà una raffica di direttive draconiane volte a frantumare l’ancora fragile edificio di diritti acquisiti faticosamente negli ultimi due decenni, che rispecchiano la nuova chimica demografica, con l’uscita alla scoperto di minoranze duramente e oppresse e represse e l’affermazione dei loro diritti, insomma tutto quello che ha consentito la costruzione di una società americana più aperta e plurale. L’America delle diversità che via via ha ridotto il potere, un tempo totale, dell’America bianca, è la nemica da mettere in ginocchio dall’amministrazione Trump.

La cerimonia d’insediamento e, il giorno prima, la manifestazione per la vittoria di fronte ai suoi sostenitori, sono serviti a comunicare plasticamente l’ingresso in questa nuova epoca: la platea del Capital One Arena, con i sostenitori di Make America Great Again, il popolo bianco, e il pubblico nella Rotonda, un parterre dove sono rare le persone di pelle nera e del tutto assenti quelle che dovrebbero incarnare il common sense che predica il miliardario di Manhattan, mentre è fitta la presenza di maschi alfa e di miliardari, un concentrato di ricchezze e di ricchezza, in quello piccolo spazio, pari al Pil di grandi paesi.

In prima fila non solo Musk e la cricca dei tech billionaire, ma anche straricchi vecchio stile, come Mariam Adelson, la più importante donor sia di Trump sia di Netanyahu, e cruciale liaison tra loro.

Per Trump hanno votato oltre 77 milioni di elettori, per Kamala oltre 75. Non una vittoria a valanga, come il re dei presuntuosi ha anche ripetuto ieri, non un significativo spostamento di “pesi”, come affermano anche guru blasonati. Sono cifre che fotografano un’America democratica che c’è, e che ha i numeri per contare e per uscire dal comprensibile spaesamento di una dura sconfitta. Politica, certo, ma non epocale.


L’attacco al gender contro la “cultura woke”

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Flavia Perina, La Stampa

«Porrò fine alla politica del gender nelle nostre attività; forgeremo una società che poggerà sul merito e governeremo questo Paese attraverso due generi: quello degli uomini e quello delle donne». Niente di inatteso nella mannaia calata da Donald Trump sulla cosiddetta “cultura woke”, la diversità, l’inclusione, la fluidità, le corsie preferenziali per le minoranze svantaggiate, una cultura nemica di tutte le destre ma soprattutto della destra americana, biblica e messianica.

Le parole del discorso dell’insediamento hanno già una corrispondenza annunciata nel primo blocco di ordinanze che uscirà dalla nuova Casa Bianca. Il gender è solo una parte, anzi una particella. La sezione più importante del progetto è la chiusura di tutti i programmi Dei, l’acronimo che indica Diversità, Equità e Inclusione, con cui le agenzie pubbliche americane cercavano di tutelare le diversità, le minoranze e anche le donne nella selezione del personale.

Inutile scandalizzarsi. La denuncia della “cultura woke” è stata il tratto distintivo dell’ultima campagna trumpiana insieme al vecchio tema dell’immigrazione. Inoltre, rispetto all’enorme sforzo che richiederanno le deportazioni di massa e l’abolizione dello Ius Soli, l’abrogazione del wokismo è anche il progetto più facile da realizzare, per due motivi. Innanzitutto, basterà un tratto di penna per cancellare norme e programmi del «politically correct», con il favore di molti Stati e amministrazioni perché sono azioni che pesano sui bilanci, costano, richiedono energie. E poi perché è una battaglia già vinta, la stessa sinistra democratica l’ha abbandonata da un pezzo insieme alle sue parole d’ordine, sparite persino dai comizi di Kamala Harris: trans, Lgbtq+, abilismo, victim blaming, Black lives matter, binario e non binario, fluido.

Magari ci sarà qualche tumulto nei campus, ma pure quello: grazia dal cielo. È probabile che Trump non veda l’ora di schierare la Guardia nazionale e raccontare al Paese che sì, lui rispetta le promesse, non ammette queste donne-che-sono uomini e viceversa, questi uomini-che-si-dicono donne per molestare donne nelle carceri e in palestra, e gli insegnanti che obbligano tuo figlio a diventare figlia, quelli della carriera alias ma pure quelli che danno la borsa di studio al nero perché quota protetta e la sfilano al bianco perché erede del colonialismo.

Gli ottimisti, le destre innamorate del trumpismo, ma pure il vasto mondo intellettuale e accademico che ha subito il wokismo talvolta rimettendoci la carriera, vedranno nella svolta un ritorno al buonsenso dopo una escalation dirittista esagerata. Ma anche loro dovrebbero porsi qualche dubbio sulle conseguenze della controriforma: una società più giusta o il ripristino del privilegio di nascita, di chi non ha bisogno di sussidi o aiuti per studiare, avere un posto, emanciparsi dai margini della società? E bisognerà anche chiedersi come si concretizzerà la teoria del genere Made in Trump e cosa produrrà il richiamo alle identità dei maschi e delle femmine: da quel che si è visto finora, la sua idea del ruolo «naturale» delle donne nella società non è esattamente paritetica, la preoccupazione è più che fondata.


A Tel Aviv la gioia, poi la paura: «Netanyahu non si ferma»

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Sarah Parenzo, il manifesto

«Possiamo provare queste diverse sensazioni, ma non è necessario che le proviamo nelle stesse proporzioni ogni giorno. Nell’Ecclesiaste si legge: “Per ogni cosa c’è una stagione, un tempo per ogni esperienza sotto il cielo”. Quindi, questo può essere un momento, un giorno, per rallegrarci semplicemente della liberazione di queste tre giovani donne e del sollievo dei palestinesi, prima di tornare alla nostra angoscia e rabbia per ciò che Israele ha fatto a Gaza e alla nostra lotta per Libertà palestinese».

Così scrive in un post Peter Beinart, opinionista editor, professore di giornalismo e scienze politiche rivolgendosi ad ebrei e israeliani come lui attivisti e critici rispetto alle politiche del governo Netanyahu.

MA LA LIBERAZIONE dei primi tre ostaggi israeliani nella giornata di domenica ha richiesto delle «trattative emotive» non indifferenti a tutti gli spettatori che hanno pianto lacrime di gioia, ma anche di perplessità e preoccupazione. Già nella giornata di sabato la tensione in Israele era salita alle stelle, complici i missili lanciati dallo Yemen e un attentato avvenuto nel centro di Tel Aviv.

Poi nel corso della serata le dichiarazioni delle famiglie degli ostaggi alla manifestazione di Begin hanno drammaticamente riportato l’attenzione sul rischio concreto che Netanyahu non rispetti l’accordo e decida di non procedere all’implementazione della seconda parte.

In particolare Einav Zangauker, madre dell’ostaggio Matan, chiamata «la leonessa» per la forza indicibile che dimostra dall’inizio della prigionia del figlio, non ha esitato ad accusare il primo ministro di agire ricattato da fantasie messianiche sulla colonizzazione di Gaza: «Tra poche ore, tre donne rapite dovrebbero esserci restituite, e il nostro primo ministro sta rilasciando una dichiarazione in cui minaccia di tornare a combattere, sapendo che questa è una condanna a morte per tutti i giovani che ha abbandonato per così tanto tempo! È stato ricattato dai ministri Smotrich e Ben Gvir. Lo Stato di Israele ha firmato un accordo che alla fine consentirà a tutti di tornare e la nostra missione è garantire che il governo non faccia saltare l’accordo!».

Infine ha chiesto l’appoggio della popolazione civile affinché continui a manifestare fino alla fine: «Da qui in poi la lotta si intensificherà, perché finché il primo ministro che ha affossato e sventato gli accordi continuerà a minacciare di tornare a combattere e a non porre fine alla guerra, nessuno garantisce che tutti gli ostaggi rimasti indietro torneranno».

L’indomani ci ha pensato invece Hamas a far salire la tensione, prima consegnando i nomi degli ostaggi previsti per la liberazione con estremo ritardo e soprattutto offrendo uno spettacolo mediatico inquietante alle telecamere di tutto il mondo al momento della consegna di Emily Damari, Doron Steinbrecher e Romi Gonen alla Croce Rossa.

Le tre giovani sono salite sul mezzo che le attendeva circondate da decine di miliziani armati con il volto coperto e, per quanto la speranza è che si tratti di una sceneggiata di propaganda, il tempo sembrava essersi fermato il 7 ottobre e l’idea che i prigionieri rilasciati dalle carceri israeliane vadano a rinforzare le fila di Hamas ha sfiorato anche la mente dei filo-palestinesi.

CHE SUCCESSI militari avrà davvero riportato Israele oltre ad aver trasformato Gaza in un cumulo di rovine sterminando decine di migliaia di persone? Una domanda assillante che certamente non ha trovato risposta nei commentatori dei media israeliani mainstream che hanno offerto il solito spettacolo dicotomico e acritico dei buoni e etici israeliani contro i crudeli e primitivi palestinesi. Ma Beinart ha ragione e l’arrivo dei primi ostaggi doveva per forza regalare un momento di vera gioia e riaccendere una speranza nel cuore di tutti in Israele. A sollevare l’umore ha aiutato l’energia delle folle radunate in ogni dove per accogliere Romi, 23 anni rapita dal festival di Nova, Emily e Doron di 27 e 31 entrambe prelevate dal kibbutz Kfar Aza.

Chi dal vivo, chi davanti ai maxi schermi come quello collocato nella piazza degli ostaggi a Tel Aviv, e chi incollato al televisore di casa, non c’è israeliano che domenica pomeriggio non abbia versato almeno una lacrima di commozione assistendo al primo abbraccio con le loro madri. Per qualche ora, dopo mesi trascorsi dai rilasci precedenti, l’umanità della popolazione civile ha avuto la meglio e i media, con tatto e discrezione, hanno ripreso le sequenze dell’arrivo delle ragazze in Israele alla base militare di Reim, dell’incontro con le famiglie fino al trasferimento all’ospedale Tel Hashomer.

Del domani non c’è certezza, soprattutto perché le speranze sono riposte nell’inaffidabile Trump appena insediatosi all’ombra di una sentenza. Forse solo lui potrà manovrare Netanyahu sottraendolo alla pressione del ministro Bezalel Smotrich che nel frattempo proietta le sue fantasie di morte sulla sostituzione del capo di stato maggiore, Herzi Halevi, accusato da Sionismo religioso di essere troppo morbido e di aver fallito nell’annientare Hamas. I giochi sono appena cominciati e le settimane a venire potranno riservare imprevisti di ogni sorta, ma sperare che domenica abbia avuto inizio una nuova era è lecito e ognuno nel suo piccolo deve contribuire a far sì che questa speranza diventi realtà.


L’abbraccio ai prigionieri in una Cisgiordania assediata

Di Michele Giorgio, il manifesto

Khalida Jarrar è stanca, ha il volto segnato dalle malattie che la tormentano da anni e che non ha potuto curare in carcere. Ha dormito pochissimo dopo essere stata scarcerata nella notte di domenica nell’ambito dell’accordo di tregua a Gaza tra Israele e Hamas.

EPPURE, la deputata palestinese e dirigente del Fronte popolare (Fplp, sinistra marxista), ieri mattina, dopo aver fatto visita alla tomba della figlia Suha morta giovanissima, ha provato a recuperare le forze. Ha anche tinto i capelli bianchi mostrati subito dopo la liberazione. Sorrideva ieri alle centinaia di amici e sostenitori venuti a salutarla nel piccolo teatro della scuola melchita cattolica nel centro di Ramallah. Il marito Ghassan ha cercato di proteggerla tenendo a bada i giornalisti. «È esausta, lasciatela respirare», urlava ai presenti che la abbracciavano.

Una lunga fila di persone – a un certo punto è arrivata anche la storica portavoce palestinese Hanan Ashrawi -, alcune piangevano per la felicità, come a una festa di nozze. E quelle di Jarrar sono le nozze della libertà recuperata dopo una detenzione di più di un anno senza accuse concrete sottolineano i palestinesi. Nell’ultimo decennio è stata arrestata più volte. Non ha ucciso o sparato, per Israele comunque è una «terrorista» perché fa parte del Fplp.

Ha anche la «colpa» di aver guidato negli anni passati un gruppo di esperti palestinesi incaricati di studiare le strade per portare Israele davanti alla giustizia internazionale per la sua occupazione dei Territori. Un obiettivo raggiunto dal Sudafrica un anno fa accusando Israele di «genocidio a Gaza».

«È STATO un periodo molto duro in carcere in Israele – ci ha detto Khalida Jarrar – Le misure che ha deciso (il ministro israeliano della Sicurezza) Ben Gvir per punire i prigionieri palestinesi sono pesanti e noi donne le soffriamo molto. Subiamo maltrattamenti e alla minima protesta (le guardie) non esitano a usare anche lo spray urticante». L’isolamento è stata la misura che Jarrar dice di aver patito di più di tutte le altre.

«Sono rimasta in isolamento per sei mesi, è stato orribile. Sono ammalata e avevo bisogno di assistenza e compagnia, mi sono state negate. In aggiunta a ciò, c’è il divieto di ricevere le visite dei familiari. Questa è la detenzione riservata ai palestinesi. Tutto è concepito per renderci la vita impossibile», racconta la parlamentare prima di abbracciare forte una amica giunta con i figli piccoli.

Khalida Jarrar, 62 anni, è tornata in libertà assieme ad altri 89 prigionieri palestinesi: 69 donne e 21 minori (uno, Mahmoud Aliwat, ha 15 anni). 76 scarcerati sono residenti in Cisgiordania, 14 a Gerusalemme est. Il suo è il nome più conosciuto, anche all’estero. Nell’elenco ci sono anche Dalal Khasib, di 53 anni, sorella del dirigente di Hamas, Saleh Arouri, assassinato un anno fa a Beirut da Israele; e Abla Abdel Rasul, 68 anni, moglie del leader del Fplp, Ahmad Saadat anche lui detenuto e condannato all’ergastolo. Qualche ora prima della scarcerazione dei 90 prigionieri Hamas aveva consegnato a Gaza City alla Croce rossa tre giovani donne israeliane sequestrate il 7 ottobre 2023.

Domenica centinaia di palestinesi si sono radunati sin dal pomeriggio per le strade di Ramallah. Hanno raggiunto Beitunia, altri sono saliti sulla collina che domina la prigione di Ofer – dove sono stati portati i 90 detenuti giunti da varie carceri – per sventolare la bandiera palestinese. Una attesa segnata da occasionali lanci di lacrimogeni e granate assordanti da parte dei soldati verso la folla.

All’una di notte, con un ritardo di sette ore rispetto ai tempi previsti, gli autobus con a bordo i prigionieri palestinesi hanno attraversato il posto di blocco tra Israele e Cisgiordania occupata. In quel momento sono cominciati i festeggiamenti. Giovani con la bandiera verde di Hamas sono saliti sul tetto di uno degli automezzi mentre altri a terra ballavano, intonavano canti e scandivano slogan.

Una carovana in festa che ha raggiunto Ramallah. Israele, posticipando il rilascio dei detenuti, ha cercato di impedire i festeggiamenti indigesti al governo Netanyahu. Soprattutto alla forte componente di ultradestra religiosa che ha condannato l’accordo di tregua con Hamas e invoca la ripresa dell’offensiva a Gaza alla fine della prima delle tre fasi del cessate il fuoco per «continuare la distruzione» del movimento islamico.

I COLONI ISRAELIANI si sono vendicati per la scarcerazione dei «90 terroristi» incendiando case e lanciando pietre in diversi villaggi palestinesi in Cisgiordania. A Sinjil hanno dato fuoco a due abitazioni e quattro auto. A Ein Shinya, diverse case sono state incendiate. A Turmus Aya hanno attaccato stalle e distrutto recinti per gli animali. Sulla strada 60, vicino a Luban al-Sharqiya, hanno scagliato pietre contro le auto arabe. L’esercito è rimasto a guardare. A Sebastia i soldati hanno sparato sui manifestanti palestinesi che protestavano contro i raid dei coloni: un ragazzo di 15 anni è stato ucciso da un colpo al petto.

Stanca al momento della liberazione come Khalida Jarrar è apparsa anche la giornalista Rula Hassanin, di Watan News. Lei in prigione era finita un anno fa per post sui social considerati «incendiari» e «a sostegno del terrorismo». «Vorrei raccontare quanto ho sofferto, ma temo che le mie parole offrano a Israele il pretesto per rimettermi di nuovo in cella – ci spiega al telefono – L’arresto mi ha separato da mia figlia di otto mesi, è stata dura per me e soprattutto per lei che, così piccola, aveva bisogno della mamma. In carcere sono stata spesso ammalata e non ho ricevuto l’assistenza necessaria».

Nella prima fase dell’accordo di cessate il fuoco verranno scarcerati oltre 700 prigionieri palestinesi arrestati dopo il 2020 in cambio di 33 ostaggi israeliani a Gaza. In totale dovrebbero arrivare a oltre 1.900, inclusi circa 150 condannati all’ergastolo. Il numero definitivo dipenderà da quanti ostaggi israeliani saranno liberati e quanti sono ancora vivi.

ATTUALMENTE nelle prigioni israeliane ci sono almeno 10.400 palestinesi. Molti di loro sono passati per il centro di detenzione di Sde Teiman, finito sotto i riflettori internazionali per torture e abusi. Nomi di rilievo sono Abdallah Barghouti (Hamas), Ibrahim Hamed comandante delle Brigate Qassam (Hamas) in Cisgiordania, Nael Barghouti (prima di Fatah, poi di Hamas) decano dei prigionieri (44 anni in carcere), Hassan Salama (Hamas) detenuto da quasi 30 anni, e il capo del Fronte popolare Ahmed Saadat in prigione (prima dell’Anp, poi di Israele) dal 2002.

Ma il più noto e popolare è Marwan Barghouti (Fatah), leader della Seconda Intifada contro l’occupazione, arrestato nel 2002 e condannato a cinque ergastoli. Barghouti da sempre nega le accuse. Israele si oppone a liberare tutti e cinque. Potrebbe però, secondo voci circolate ieri, scarcerare Nael Barghouti a condizione che venga deportato all’estero. «Comunque vadano le cose, Hamas ha conquistato enormi consensi grazie alla scarcerazione dei prigionieri», commenta Jamil, un giovane giunto a stringere la mano a Khalida Jarrar, «perché ha costretto Netanyahu a cedere. Israele capisce solo la forza».


Le due piazze di Tel Aviv e Gaza

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Due piazze, due stati d’animo, due scenari profondamente diversi. A Tel Aviv la commozione, quasi il raccoglimento, nell’attesa delle immagini della liberazione tanto agognata dei primi ostaggi prigionieri di Hamas, nel luogo dove per sedici mesi si sono alzati cartelloni e slogan contro il governo Netanyahu, accusato dai famigliari sequestrati di una scelta di guerra assoluta che inevitabilmente metteva in pericolo la vita dei sopravvissuti ai rapimenti del 7 ottobre. Non molto lontano, la piazza palestinese, una piazza di Gaza trasformata in platea festosa, anche un po’ inquietante, migliaia di gazawi, scampati ai bombardamenti che hanno scarnificato le città e i villaggi della Striscia, e ieri riuniti come per un festeggiamento.

Sono le istantanee a confronto di una giornata davvero particolare. In cui ognuno ha giocato, spontaneamente o meno, la sua parte. Di certo, Hamas ha voluto dare una dimostrazione di presenza e controllo. Si intuiva una studiata regia. I jihadisti in armi non erano nella piazza palestinese solo per dimostrare che in oltre un anno di guerra Israele non è riuscito nel suo obiettivo principale: non solo depotenziare bensì sradicare il nemico, eliminarlo, togliergli il controllo della piazza e della popolazione che (con decine di migliaia di morti) ha pagato un prezzo altissimo al tragico azzardo antiebraico che fornì a Israele l`inedita percezione della sua fragilità, una sensazione di vulnerabilità che probabilmente condizionerà a lungo la politica di Tel Aviv.

Hamas c’è, era il messaggio. Si va così alla sostanza del complesso accordo da realizzare in tre tappe. Alla fine, pur nella fragile speranza che ognuna di esse si dispieghi senza intoppi e incidenti, rimarrà un finale difficilissimo: la creazione di una nuova autorità incaricata di governare e ricostruire una Gaza ridotta a paesaggio lunare, case ospedali scuole strutture economiche ridotti ad un ammasso di macerie. L’idea, anche se solo accennata da sauditi e arabi moderati, è di affidarla all’OLP che fu di Arafat ed è oggi guidata dal corrotto e impopolare Abu Mazen. Il quale vent’anni fa venne sconfitto elettoralmente da Hamas, esito contestato dai laici di Al Fatah e della comunità internazionale, rifiuto che portò alla guerra civile inter-palestinese, che nella Striscia decretò anche il successo militare di Hamas. Con conseguente dittatura islamista. Coabitazione possibile oggi? Ci sono poi i problemi interni di Netanyahu, dopo che dalla maggioranza si è sfilato il più determinato dei due ministri ultra-religiosi, ostile all’accordo e possibile leader di un nucleo più duro dei coloni, opposizione molto impegnativa per qualsiasi governo israeliano. Certo, musica per il futuro, ma di un futuro non troppo lontano.

Infine, l’incognita Trump. Su di lui conta molto Netanyahu. Ma le prime mosse del tycoon sulla tragedia mediorientale probabilmente hanno un po’ spiazzato l’amico israeliano. Il suo inviato in Israele ha detto ieri di temere i “numerosi nemici della pace”; e quando gli è stato chiesto se si riferisse ad Hamas, ha risposto: “i nemici di entrambe le parti”. Esplicito riferimento anche agli oltranzisti biblici. Non proprio una cambiale in bianco per il longevo premier israeliano.

Nell’immagine: l’attesa e il rilascio


La crisi politica in Israele, Smotrich minaccia Netanyahu: “Occupa Gaza o cadrai”

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Rossella Tercatin, La Repubblica

Nel giorno della gioia di Israele, si assottiglia la maggioranza di Benjamin Netanyahuche si ritrova ad affrontare una crisi politica su più fronti — causata proprio dall’opposizione della destra radicale all’accordo per la restituzione degli ostaggi e il cessate il fuoco.

I tre ministri del partito di estrema destra Otzma Yehudit — incluso il suo leader Itamar Ben Gvir, titolare del dicastero della sicurezza nazionale — hanno rassegnato le loro dimissioni, riducendo il numero di parlamentari che sostengono l’attuale coalizione da 68 a 62. Con Ben Gvir che ha cercato di mettere in difficoltà Netanyahu rivelando il prezzo offerto dal Likud per convincerlo a rimanere. «Mi hanno proposto la Giudea e la Samaria (nomi biblici della Cisgiordania, ndr), e anche di prendermi il merito del licenziamento del Capo di Stato Maggiore», ha dichiarato al Canale 12.

A scegliere di non andarsene, nonostante abbia votato contro l’accordo, è stato invece il leader del partito sionista religioso Bezalel Smotrich, che in un lungo post su Facebook ha rivendicato la scelta di restare nel governo, per non mettere in difficoltà Netanyahu con il Paese e anche con il nuovo presidente Usa Donald Trump «a cui piace trattare con i vincenti». Allo stesso tempo però, Smotrich ha messo sul tavolo le promesse strappate al premier, inclusa la ripresa dei combattimenti per raggiungere il pieno controllo militare di Gaza. «Ho tenuto nelle mie mani la spada di Damocle della sopravvivenza del governo», ha scritto Smotrich. «Ho condotto durissimi negoziati con il primo ministro e per garantire la prosecuzione della guerra».

Per Netanyahu dunque, il problema è solo rimandato, perché se il cessate il fuoco dovesse estendersi oltre la prima fase, come si aspetta la comunità internazionale, anche Smotrich si porterebbe via i suoi sette parlamentari, decretando la fine del governo “di destra completa” secondo l’espressione usata comunemente in Israele. Anche l’offerta del leader dell’opposizione Yair Lapid di una «rete parlamentare di sicurezza» per garantire l’accordo, lascerebbe un premier ombra di se stesso, profondamente indebolito. Mentre i partiti ultraortodossi già scalpitano per richiedere la legge sull’esenzione dal servizio militare degli studenti di yeshiva (e già in passato hanno minacciato di staccare la spina in caso contrario) nel Likud si è aperta la partita per assegnare i ministeri lasciati liberi da Otzma Yehudit. Così le prossime settimane saranno cruciali per decidere il destino di Netanyahu. E anche quello della regione.

Nell’immagine: Bezalel Smotrich con Benjamin Netanyahu


Sarah Parenzo – Primo passo, libere le prime donne ostaggio e decine di detenuti palestinesi in Cisgiordania

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv


Chi trama contro la tregua

I cineclub ticinesi non ci stanno: la principale manifestazione culturale del Cantone deve essere accessibile anche al pubblico locale. Lettera aperta al "Locarno Film Festival" 

Di Alessia Melcangi, La Stampa

I palestinesi che festeggiano tra le macerie di una Gaza distrutta in quasi ogni suo palazzo, da una parte, e dall’altra i convogli della Croce Rossa che sfilano tra le strade cancellate della Striscia per riportare alle loro famiglie i primi tre ostaggi israeliani rilasciati da Hamas. Due immagini simboliche di questa tregua tanto inseguita e contestata ma così necessaria. Un risultato importante che arriva dopo quindici mesi di guerra atroce, numerosi tentativi mediati disperatamente dal terzetto composto dagli Stati Uniti, dal Qatar e dall’Egitto e altrettanti rifiuti imposti dal governo israeliano e dalla dirigenza del movimento islamista palestinese. Si poteva di certo arrivare prima a far tacere le armi, tanto più che il testo dell’accordo appena raggiunto appare non dissimile da quello proposto già a maggio dall’amministrazione Biden e che veti incrociati da entrambe le parti della barricata hanno posposto fino ad oggi. Si sarebbero potuti evitare migliaia di morti palestinesi, di vittime tra le fila dei militari israeliani, probabilmente si sarebbero potuti salvare altri ostaggi, carneficine inutili. Ma alla fine il cessate il fuoco è arrivato. Una notizia che allevia le sofferenze della popolazione di Gaza, ormai da mesi costretta a un’inumana sopravvivenza sotto i bombardamenti, le cui vittime la rivista Lancet avverte, sono almeno il 40 per cento in più del dato, già allarmante, di quasi 50.000 fornito dal ministero della salute di Hamas. Tirano un respiro di sollievo anche le famiglie degli ostaggi che potranno riabbracciarli dopo più di un anno di prigionia nelle mani di Hamas. Ma è fin troppo presto per sperare nella pace, poiché già dalla prima delle tre fasi stabilite questa tregua appare estremamente vulnerabile.

La prima fase, secondo il testo, dovrebbe durare sei settimane e solo al sedicesimo giorno inizierebbero i negoziati sui termini della seconda fase. Questo lasso di tempo esteso è abbastanza per dare l’opportunità ai gruppi estremisti, sia israeliani che palestinesi, di indebolire l’accordo nei momenti più critici e per immaginare che le fasi successive possano saltare. È già successo con gli accordi di pace di Oslo negli ani Novanta, quando ogni passo verso la pace veniva cancellato dagli oppositori del compromesso che seminavano discordia attraverso la violenza, danneggiando la legittimità dei colloqui fino a farli crollare. Oggi, i coloni israeliani che mirano soltanto alla distruzione di Hamas e al reinsediamento di Gaza, e gli estremisti palestinesi che mostrano la tregua come una vittoria, potrebbero avere la meglio sulle ragioni della pace.

In questo stesso lasso di tempo è possibile che una delle due parti possa rinnegare l’accordo: lo sa bene Netanyahu, pressato dalla destra estremista e messianico-religiosa del suo governo, che si è riservato la possibilità di riprendere le armi, come avverte a conclusione di ogni dichiarazione. Per il primo ministro israeliano, l’unità del proprio gabinetto è fondamentale ai fini della sopravvivenza politica: ciò lascia immaginare costantemente il rischio che egli possa tentare di bloccare l’attuazione dell’accordo durante o al termine della prima fase e, contestualmente, riaprire la partita in Cisgiordania, dando impulso alla costruzione di nuovi insediamenti per soddisfare la parte più oltranziste della sua coalizione. Tale territorio potrebbe pagare il prezzo politico più alto dell’approvazione dell’accordo su Gaza, il che evocherebbe lo spettro di un nuovo disastroso conflitto nel cuore del territorio palestinese.

Infine, siamo davanti a un accordo puramente militare, ma non politico. E in questo c’è la differenza sostanziale della lungimiranza, della prospettiva di medio o di lungo termine adottato dagli attori in gioco. L’accordo appena concluso lascia aperti alcuni quesiti fondamentali: quale futuro per la Striscia, per i palestinesi, per Hamas? La nuova governance a cui affidare Gaza, i tempi e l’entità del ritiro delle forze israeliane e le disposizioni di sicurezza a lungo termine, sono rinviate ai negoziati da avviare nelle fasi successive o, come si dice quando si è in una impasse, a data da destinarsi.

Questa tregua appare, dunque, tanto inderogabile e essenziale per immaginare la possibilità di un futuro per Gaza quanto pericoloso è il suo possibile fallimento: dovessero tornare a crepitare le armi la prima vittima sarebbe ogni residua speranza di costruire un futuro per quella terra.

Nell’immagine: coloni israeliani estremisti