La legge del più forte

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Un presidente americano pregiudicato e condannato in patria e un presidente russo perseguito dalla giustizia internazionale per crimini contro l’umanità decidono come dovrà essere l’Ucraina
aggredita quattro anni fa dall’esercito del Cremlino, aprendo così la più grave ferita europea, mentre oggi l’Europa lamentosamente pretende di sedersi al tavolo del negoziato, per ora esclusivo, fra Mosca e Washington. Benvenuti nel “nuovo-vecchio” mondo. Dove le regole del diritto internazionale sono cartastraccia. E dove vige la legge del più forte, che può diventare legge della giungla. Nello specifico, Vladimir Putin e Donald Trump. Tutti gli altri, solo o per lo più cornice. Anche la stessa Ucraina, vittima di amputazione territoriale già undici anni fa (perdita della Crimea) e oggi di buona parte del Donbass, che Mosca ha riconquistato e annesso (con referendum farlocco) alla Federazione dopo averla riconquistata militarmente. In questo quadro, si celebra oggi la vittoria di Putin. Soprattutto sul “decaduto” Occidente (come ebbe a dire per primo e sfacciatamente il filosofo russo Dugin, neo social-bolscevico).

Occidente (inteso come Nato+UE) quanto mai disorientato dopo aver fornito a “insufficienza” armi a Kiev, investito una montagna di miliardi per la sua difesa, promesso un impossibile “eterno” sostegno politico-militare, ma in realtà senza avere un’idea precisa di dove tanto impegno e tanta esposizione l’avrebbe dovuto condurre. Sconfitto, dunque. A nulla servirebbe ricordare ai gongolanti oppositori dell’aiuto militare all’Ucraina che Putin trionfante proprio non è: costretto a rinunciare al sogno di far marciare le sue truppe attraverso la capitale ucraina dopo pochi giorni di blitzkrieg, convinto di poter annettere rapidamente il paese direttamente o attraverso un servizievole Quisling, pronto a procedere a una massiccia e brutale operazione di de-nazificazione del regime Zelensky e dei suoi sostenitori, impaziente di ottenere la garanzia della sua neutralizzazione e proibizione di adesione alla NATO.

Premesse per un’Ucraina umiliata, da disintegrare o comunque riportare sotto il dominio della “madre Russia”. Non è successo. Anche se a un prezzo enorme di vittime militari e civili, feriti, distruzioni, fuggitivi all’estero, c’è ancora un paese che non si è piegato alla logica imperiale russa, per cui molti pacifisti improvvisati dovrebbero rileggersi gli insistiti appelli di gran parte della sinistra ucraina favorevole all’aiuto occidentale. Ora in patria si chiederà comunque ragione a Zelensky di tante vittime, ritenute evitabili inutili sprecate. Certo, a Putin nessuno chiederà ragione dei suoi morti, proporzionalmente in numero anche maggiore, vite spezzate soprattutto di giovani reclutati nelle regioni periferiche, e più povere, della Federazione, non certo di Mosca o San Pietroburgo, da dove almeno in duecentomila hanno preferito emigrare.

Né dovrà dare spiegazioni, il neo-zar, del fatto che intanto la Nato si è estesa, ha inglobato due paesi “iper-neutrali”, la Svezia e la Finlandia, mentre l’Est europeo più a ridosso dell’orso russo (dalla Polonia ai Baltici) è in permanente stato di allerta nei confronti di una Russia ufficiale che, pur di darsi ragione, sconvolge la Storia parlando di polacchi responsabili della seconda guerra mondiale, mentre dalla Duma (parlamento russo) si sono alzate voci autorevoli per dire che in definitiva tutto l’assetto post-bellico e post-Yalta dovrebbe essere rimesso in discussione perché sfavorevole alle ragioni russe. Nemmeno Putin dovrà rispondere di quei dodicimila soldati nord-coreani portati a combattere e morire (in tanti) nella regione del Kursk russo occupato da una controffensiva ucraina oltre-confine. Eppure, e nonostante tutto questo, Mosca si comporta da vincitrice, e molti all’estero l’assecondano. Ritornerà anche il ritornello della ora NATO punita perché ha portato le sue basi militari troppo a Est, ”cane che abbaia sotto le porte di Mosca”, disse papa Francesco, senza interrogarsi su come le popolazioni liberatesi dalla cortina della guerra fredda percepiscano il pericolo russo, che non ha esitato ad espandersi militarmente ad Est (dalla Georgia al Kosovo), e non si ha sentore che sia finito il tentativo di rianimare il più possibile parti importanti di quelli che formavano l’impero sovietico, vera ossessione del putinismo, per il quale la caduta del Muro e la fine dell’Urss furono “la tragedia del secolo”.

Dunque, un mondo senza regole, quello odierno, questo produce: sopraffazioni che ridicolizzano le norme internazionali sottoscritte (anche dalla Russia) per garantire il diritto di ciascuna nazione. Solo Mosca ha deciso che l’Ucraina “come Stato non esiste”, non può esistere essendo propaggine e addirittura culla della cultura russa, che da quella terra fatta di confini (questo significa Ucraina) salì verso Nord, fino a Mosca. Non è dunque detto che per Putin, saggiati i muscoli afflosciati, ma soprattutto la volontà lasca degli occidentali, abbia davvero rinunciato alla conquista della capitale nemica, e che non aspetti una seconda e più propizia occasione.

A fianco, e subalterna, rispetto ai dialoganti russo-statunitensi, ecco l’Europa, con i suoi borbottii e i suoi velleitari propositi. Subalterna, ancora una volta, e nel momento più significativo. Come possa entrare in gioco lo decideranno gli altri. A meno che non decida di accogliere nell’UE l’Ucraina ferita e mutilata, impegnandosi nella ricostruzione ultra-miliardaria di un paese che da solo sarebbe perduto, preda dei vecchi demoni nazionalisti, o della rivincita pro-russa, come evidentemente spera il Cremlino. A cui la Casa Bianca potrebbe lasciare un assegno in bianco. Tanto più che le “terre rare”, ricche di materie prime utili alla tecnologia più avanzata, non si trovano sotto controllo ucraino, ma sotto il territorio che rimarrà in mano russa.

Di nuovo saranno in sostanza due potenze extraeuropee a segnare il destino di una guerra europea. I loro leader. A Mosca il restauratore del mito stalinista. A Washington quello di Gaza da svuotare dei suoi abitanti palestinesi per farne una “Riviera”. La Yalta post seconda guerra mondiale stabiliva comunque delle regole. La Yalta odierna si impegna a disarticolale. Fin dove?


Yurii Colombo – La vittoria politica di Putin grazie allo sdoganamento di Trump

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 


Il sogno di Putin è avere Donald sulla piazza Rossa il giorno della Vittoria

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Rosalba Castelletti, La Repubblica

A Mosca c’è già chi si proietta avanti e immagina il presidente statunitense Donald Trump seduto al fianco di Vladimir Putin in Piazza Rossa il 9 maggio ad assistere alla Parata della vittoria per gli 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Vani sogni di gloria? Probabile. Di certo l’invito c’è stato. E in ogni caso oggi si brinda al successo. La telefonata tra il leader del Cremlino e il presidente statunitense, la prima quanto meno confermata ufficialmente da entrambe le parti, non segna soltanto l’inizio «immediato» di negoziati sostanziali sulla pace in Ucraina, ma ricatapulta Putin al centro della scena internazionale dopo tre anni di sanzioni e d’isolamento. Gli riconosce quel ruolo alla pari tanto agognato da leader di una grande potenza.

I contatti erano in corso da settimane e avevano coinvolto sia l’amministrazione presidenziale sia i servizi di sicurezza. Le prime minacciose dichiarazioni di Trump e il piano di Washington di “una pace attraverso la forza” avevano irritato alcuni consiglieri presidenziali. Putin, però, aveva deciso di soprassedere e intrapreso la strada della pazienza e dell’adulazione. E alla fine è stato ripagato. L’accelerazione è stata improvvisa, dopo il volo a Mosca di martedì dell’inviato statunitense Steve Witkoff e la scarcerazione dell’americano Marc Fogel detenuto in Russia. Lo dimostra il fatto che ieri fosse in programma un incontro tra Putin e i membri del governo. Saltato all’ultimo minuto. Soltanto in serata il portavoce Dmitrij Peskov ha spiegato il perché.

Il reietto dai vertici dei Grandi, l’uomo inseguito da sanzioni e da un mandato di arresto per crimini di guerra, apostrofato come “killer” da Joe Biden, ha incassato un’ora e mezza di conversazione con l’inquilino della Casa Bianca e la promessa reciproca di ulteriori «contatti, inclusi gli incontri di persona». Peskov si limita a riferire soltanto che Putin ha invitato Trump a Mosca, mentre il presidente statunitense accenna anche a «visite dei reciproci Paesi», alludendo a un viaggio di Putin a Washington, impensabile da almeno un decennio. E il colloquio avviene mentre il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth a Bruxelles smorza le speranze di Kiev di entrare nella Nato e ripristinare i suoi confini precedenti all’annessione russa della Crimea nel 2014.

I propagandisti russi suonano le fanfare. Fanno la conta delle vittorie incassate. Si parte dalle piccole rivincite. Trump ha parlato «prima» e «più a lungo» con Putin che con l’ucraino Volodymyr Zelensky. E menzionando i membri della squadra incaricata di negoziare in Ucraina non ha citato l’inviato Keith Kellogg. «È un bene. Ha fallito. Aveva fatto troppe concessioni all’Ucraina e all’Europa», osserva l’ex consigliere putiniano Sergej Markov. Ma il trionfo più grande resta il ripristino del dialogo con Washington. Un filo diretto che esclude Kiev e l’Europa. La prospettiva di una Jalta 2.0 dove Stati Uniti e Russia si spartiscono il mondo come alla fine della Seconda guerra mondiale. «Sono sicuro che a Kiev, Bruxelles, Parigi e Londra stanno leggendo con orrore il lungo commento di Trump sulla sua conversazione con Putin e non riescono a credere ai loro occhi», gongola il senatore Aleksej Pushkov.
Che si tratti però soltanto dell’inizio di un intenso e arduo negoziato lo si intuisce dai toni moderati e cauti del portavoce Peskov. Nulla a che vedere col post infervorato di Trump. Peskov fa sapere che Putin ha concordato col leader statunitense che «è giunto il momento per i nostri Paesi di lavorare insieme», ma ha anche «sottolineato la necessità di risolvere le cause profonde del conflitto». Il che vuol dire non soltanto riconoscere «le nuove realtà territoriali» e revocare le sanzioni, ma anche un’Ucraina amica, neutrale, disarmata senza «stivali sul terreno». Per Putin qualsiasi missione di “peacekeeping”, che sia europea o statunitense, con o senza ombrello dell’articolo 5 della Nato, è fuori discussione.

Peskov riassume così: Putin vuole raggiungere «una soluzione a lungo termine», Trump, invece, «una rapida fine delle ostilità». Putin cerca una vittoria che inverta gli esiti della Guerra Fredda e ribalti l’ordine mondiale dominato dall’Occidente, Trump mira a un successo che aumenti il prestigio degli Usa. Ma il divario più grande tra i due è che Putin non ha alcuna fretta. «Pensa che l’Occidente non possa fare nulla per invertire i suoi guadagni territoriali e impedire il crollo dell’Ucraina a lungo termine. Con l’aiuto di Trump, questo processo potrebbe accelerare; senza l’aiuto di Trump, accadrà comunque prima o poi», osserva la politologa Tatiana Stanovaja. Putin è pronto alla maratona. Trump, invece, punta allo sprint. Ecco perché, all’interno della cerchia del Cremlino, qualcuno teme che un incontro tra i due presidenti si potrebbe trasformare in uno scontro. Per Putin, però, sarebbe comunque un altro successo.

Nell’immagine: vicini vicini


Europa e Ucraina, il doppio abbandono di Trump

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Stefano Stefanini, La Stampa

Stamattina l’Europa apre gli occhi e trova semivuoto il comodo letto matrimoniale transatlantico dove ha a lungo goduto di sonni tranquilli. «Tanto ci sono gli americani». Non più. L’Europa è diventata secondaria per gli americani; le loro priorità di sicurezza sono altrove – confini e Cina. Il partner americano gliel’ha detto ieri, brutalmente, lasciandogli per soprammercato l’intera responsabilità della futura assistenza all’Ucraina, dopo la pace che Donald Trump ha iniziato a negoziare direttamente con Vladimir Putin (telefonata di un’ora e mezzo), “informandone” poi Volodymir Zelensky. Anche la Nato ne è stata informata solo a posteriori dal neo Segretario Usa alla Difesa, Pete Hegseth. Il resto – Ue, capitali, leader, Ministri – l’ha appreso online.

Ai suoi omologhi Nato, riuniti in “formato Ramstein”, cioè per coordinare l’assistenza militare all’Ucraina sotto presidenza britannica, Hegseth ha detto tre cose. Primo, per l’Ucraina è “irrealistico” recuperare il territorio occupato dalla Russia ed entrare nella Nato; e, ah, il Presidente Trump ne ha appena parlato con Putin, si sono messi d’accordo di negoziare la pace, poi il Presidente ne ha informato Zelensky. Secondo, la pace dovrà essere garantita da “solide garanzie di sicurezza” e dovrete fornirle voi europei, magari in compagnia con altri. «Tanto per essere chiari, non ci saranno truppe Usa in Ucraina». Ah, e le vostre truppe in Ucraina non saranno protette dall’Articolo 5 della Nato. Sarete da soli. Terzo, a proposito, la nostra priorità non è più difendere il continente, dovete pensarci voi spendendo il 5% del Pil per la difesa. Avrebbe indicato che si riferiva alle capacità militari convenzionali, senza ritirare l’ombrello nucleare americano – scenario che aprirebbe il vaso di Pandora della difesa nucleare dell’Europa. Piccolissimo respiro di sollievo in sala.

Secondo chi partecipava alla riunione, non siamo arrivati a un netto diniego dell’impegno americano per la sicurezza europea ma a un “vogliamo discuterne”. Quando? Hegseth continua oggi nella Ministeriale Difesa Nato, ma la parola decisiva sarà quella di Donald Trump al vertice dell’Aja del 24-25 giugno. Ma il seme del dubbio gettato ieri segna già la fine dell’era della sicurezza transatlantica in comune fra Europa e America.

L’Europa avrebbe dovuto aprire gli occhi prima. Il doppio schiaffo di ieri, una doccia fredda su Kiev, un altrettanto gelido avvertimento alle capitali europee, era nell’aria dal 6 novembre. Donald Trump non ha fatto mai mistero del suo pensiero e delle sue intenzioni riguardo l’Ucraina, la Nato – e la Russia. E del suo disinteresse per l’Europa. Dopo l’Inaugurazione, abbiamo visto un Presidente americano che, fra la firma di un ordine esecutivo e l’altro (60), fra annunci e sospensione di dazi, non ha avuto nessuna conversazione di sostanza con alcun leader europeo – a meno di illuderci che ne faccia le veci il chiamare Giorgia Meloni “donna fantastica”. Trova però il tempo per 90’ al telefono con l’omologo russo per discutere delle sorti dell’Ucraina. Intanto, nell’Ufficio Ovale hanno messo piede Benjamin Netanyahu, Shigeru Ishiba, Re Abdallah II e Narendra Modi.

Secondo Politico, le relazioni dell’Unione europea con la nuova amministrazione Usa sono «talmente cattive da essere virtualmente inesistenti». Definizione tristemente accurata. Con in serbo, da parte di Trump, di una guerra commerciale. Non è così per mancanza di tentativi Ue di allacciare il dialogo e di offrire ramoscelli di olivo. È così perché così le vuole Donald Trump. Che ha già pronta la squadra Usa per negoziare l’Ucraina con la Russia, nessuna menzione né da Washington né da Mosca di altri partecipanti. Forse Kiev può forse sperare di essere invitata in veste di osservatore – dopo tutto dovrà dar seguito alle decisioni prese nel negoziato. L’Europa? Kaja Kallas, Alto Rappresentante dell’Ue, ha immediatamente reagito (su X…) «in qualsiasi negoziato l’Europa deve avere un ruolo centrale». Molte altre voci, da Varsavia a Berlino, le hanno fatto eco. Giusto ma quasi patetico. L’Europa deve prepararsi a raccoglier i cocci della guerra di Putin in Ucraina e a darsi rapidamente la capacità di difendersi senza contare sull’arrivo della cavalleria americana. Impegnata altrove.

Nell’immagine: come uno straccio


Studio scientifico: “L’odio su X aumentato del 50% da quando il proprietario è Musk”

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Luca Tancredi Barone, il manifesto

Chiunque abbia frequentato negli ultimi mesi la rete sociale X, quella che prima si chiamava Twitter, ha la sensazione che si sia trasformata sempre più in uno spazio virtuale ostile, dove un numero sempre più elevato di persone anonime riversano il proprio odio. L’acquisto della piattaforma da parte dell’ormai braccio destro di Donald Trump, Elon Musk, nell’ottobre del 2022, non sembra aver migliorato le cose. Anzi.

È proprio per questa sensazione sgradevole che stanno nascendo nuovi contesti digitali di condivisione che dell’antico Twitter riprendono l’impostazione, ma che rispetto a X sono meno tossici. L’ultimo esempio è la rete Bluesky – che era nata come una specie di spin-off di Twitter, per questo si chiama “cielo blu”, perché è dove doveva volare libero l’uccellino di Twitter. Che però nel frattempo l’amico sudafricano del presidente ha ucciso quando ha cambiato i colori azzurri nel funebre nero – fuori e dentro – che il miliardario con il tic del braccio teso sembra amare molto.

Da oggi però quella che per ora era solo una sensazione è certificata da una ricerca scientifica pubblicata sulla rivista Plos One. Il dottorando in scienze sociali e computazione Daniel Hickey, l’antropologo Daniel Fessler, la fisica esperta in intelligenza artificiale e reti sociali Kristina Lerman e il fisico e informatico Keith Burghardt, che lavorano nell’università della California, hanno analizzato la presenza di discorsi d’odio nella rete sociale X da gennaio 2022, cioè prima dell’acquisto di Musk, fino al giugno del 2023. La conclusione a cui sono giunti è che i discorsi razzisti, omofobi, transfobici sono aumentati di circa il 50% dopo l’acquisto rispetto a prima, e la presenza di bot e account falsi non è diminuita (al contrario di quello che aveva promesso Musk). Non solo: la quantità di likes ricevuta dai post più pieni di odio è raddoppiata, indicando un maggiore engagement proprio con i post più incendiari.

I quattro ricercatori concludono allarmati che tutto questo può portare a effetti negativi, come l’aumento delle possibili truffe (pensiamo alle criptomonete), dell’interferenza nelle elezioni o di effetti dannosi su campagne di salute pubblica. L’aumento dei discorsi di odio, scrivono, è “preoccupante perché può mettere a repentaglio un ambiente online sicuro e democratico, e aumentare il rischio di danni off line”. Cioè esattamente quello che sta succedendo negli Stati Uniti della seconda era Trump.

Nonostante questo, gli stessi autori mettono in guardia: stanno analizzando la correlazione, non la causalità. Come dice Amalia Álvarez Benjumea, ricercatrice dell’Istituto di politiche e beni pubblici del Csic spagnolo in dichiarazioni raccolte da SMC España, “la principale limitazione dello studio è che non si può stabilire una relazione causale diretta tra l’aumento dell’odio e l’acquisto della piattaforma o i cambiamenti nelle sue politiche di moderazione”. C’è un aumento dell’odio, sì. Forse è legato alle nuove politiche di moderazione di Musk, ma questo studio non è in grado di dirlo.

Potrebbe trattarsi però di uno degli ultimi studi di questo genere. Non solo perché è finanziato dalla National Science Foundation, contro cui Trump ha scagliato i suoi strali, ma anche perché, come sottolinea Daniel Gayo Avello, professore di linguaggi e sistemi informatici dell’università di Oviedo, “la cattura dei dati si realizza con la Twitter API for Academic Research, che garantisce una raccolta sistematica e trasparente dentro le limitazioni stabilite per la compagnia”. Ma, ricorda Gayo sempre a SMC España, dal settembre del 2023 non è più possibile accedere a questo strumento, l’unico che serve per analizzare un grande volume di tweet.

Per stabilire se i post studiati contengono o no messaggi d’odio hanno utilizzato un sistema di identificazione di parole chiave. “Ragionevole”, dice Gayo, “ma non esatto al 100%” perché alcune parole possono dipendere dal contesto, e perché alcune parole sono state escluse. Come “retarded”, ritardato: un comune insulto soprattutto usato su questa rete soprattutto dalla destra. E poi, lo studio è stato fatto solo in inglese, cosa che centra il dibattito sui paesi di lingua anglosassone (e la percentuale di tweet in inglese da altri paesi).

Walter Quattrociocchi, direttore del centro per la scienza dei dati e della complessità della società della Sapienza di Roma, ricorda però, sempre a SMS España, che “sebbene questo studio contribuisca al dibattito sulla governance e la moderazione sulle piattaforme, una ricerca più ampia suggerisce che i comportamenti tossici sono notevolmente stabili nel tempo, indipendentemente dai cambiamenti nelle politiche specifiche della piattaforma” Per questo, conclude, “gli studi futuri dovrebbero incorporare prospettive multipiattaforma e multilingue per comprendere appieno le dinamiche dell’incitamento all’odio negli spazi online”.


La furia trumpista arriva fino in Sudafrica

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

Trump se l’è presa con la legge sull’espropriazione (Expropriation Act), e ha accusato il Presidente Cyril Ramaphosa di penalizzare i bianchi in favore dei neri sudafricani, regalando loro terre agricole con espropriazioni in massa. Ancora una volta Trump non ha mancato di confermare la sua debole se non inesistente capacità di attenersi ai fatti.

Anzi, le nuove tariffe che vuole imporre alle importazioni di ferro, acciaio, automobili e prodotti agricoli, finiranno per penalizzare gli americani in modo consistente. Il suo collega sudafricano Cyril Ramaphosa gli ha risposto per le rime, accusandolo di incompetenza e incapacità di capire cosa si stia facendo nel suo paese per far fronte a povertà e disoccupazione.

Anche la stampa locale, che non è certo timida nel mettere a nudo i problemi della nazione, ha reagito duramente contro il capo della Casa Bianca, proprio perché la sua furia avrà conseguenze gravissime per il paese dopo che Trump ha bloccato sia gli aiuti allo sviluppo del Sudafrica (527 milioni di dollari all’anno) come pure i sussidi della USAID destinati ai più poveri. Tagli che colpiranno in particolare le persone affette da HIV, e già si parla di possibili vittime nell’ordine di migliaia di persone.

L’elenco dei punti di discordia fra Trump e il Sudafrica è lungo. A parte la già citata legge sull’espropriazione, figurano anche le leggi che favoriscono la maggioranza di colore sul mercato del lavoro e delle partecipazioni aziendali. E qui entra in gioco Elon Musk, l’amicone di Trump di origine sudafricana, che vorrebbe investire nel paese con la sua ditta di comunicazioni satellitari SpaceX. Le leggi nazionali sudafricane richiedono che Musk riservi il 30% delle licenze d’uso a sudafricani di colore. Cosa che Musk ha definito una legislazione apertamente razzista. Un altro pomo della discordia sono i rinvii del Sudafrica presso la Corte penale internazionale dell’Aja e la Corte internazionale di Giustizia contro Israele. Ancora la scorsa settimana, Ramaphosa ha definito genocidio ciò che sta accadendo a Gaza. Trump esige che il Sudafrica ritiri le denunce. Inoltre, il presidente degli USA sostiene che il Sudafrica mantiene e sviluppa relazioni commerciali con l’Iran, accusa per altro mai corroborata da prove. Se poi si considera che il Sudafrica fa parte dei BRICS e quindi è un alleato commerciale di Russia e Cina, ciò non giova certo alle relazioni fra Pretoria e Washington.

Finora il Sudafrica ha reagito da paese leso nei suoi principi, asserendo che non si farà mettere sotto pressione. Questa reazione non ha certo aiutato ad avviare una soluzione diplomatica. Tuttavia, Ramaphosa ha deciso di inviare una delegazione di alto rango – ne fa parte, fra l’altro, il magnate Johann Rupert – col compito di spiegare a Trump la posizione sudafricana e disinnescare così un potenziale conflitto gravido di conseguenze economiche per il paese.

Tra le trattande ci sarà forse anche una misura che fa parte del decreto emanato da Trump nei confronti del Sudafrica, il quale offre lo statuto di rifugiato negli Stati Uniti alla popolazione di lingua Afrikaans che si sente discriminata e minacciata. Un osservatore locale ha tuttavia avvertito i possibili beneficiari di questa offerta, ricordando ironicamente che “l’ultima volta che gli americani hanno accolto una popolazione africana, l’hanno messa in schiavitù”.

Nell’immagine: illustrazione da dailymaverick.za


Berset lancia un piano “ambizioso” per farla pagare a Putin

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Mathieu Rabechault, Watson

Il Consiglio d’Europa vuole istituire un tribunale speciale per giudicare l’«aggressione» della Russia contro l’Ucraina e avviare un meccanismo di compensazione per i danni inflitti, in modo che «l’impunità non prevalga», afferma Alain Berset, Segretario generale del Consiglio d’Europa.

«È necessario garantire che le violazioni dei diritti perpetrate dalla Russia contro l’Ucraina non rimangano impunite, che l’impunità non prevalga»
Alain Berset

All’inizio della settimana, le basi giuridiche di un futuro tribunale speciale sono state gettate in una riunione alla quale hanno partecipato giuristi di una quarantina di paesi, l’Unione europea e il Consiglio d’Europa. Questo tribunale avrà il compito di giudicare i crimini dell’aggressione russa, ma non i crimini di guerra, che sono di competenza della Corte internazionale di giustizia.

“Gli organi giurisdizionali esistenti non sono autorizzati a occuparsi del crimine di aggressione, quindi è necessaria una giurisdizione specifica per occuparsi di questo crimine che è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite”
Alain Berset

Esistono altri strumenti per giudicare le violazioni dei diritti umani da parte della Russia in Ucraina, in particolare la Corte europea dei diritti dell’uomo per le violazioni commesse fino al 16 settembre 2022, sei mesi dopo la decisione di escludere la Russia dal Consiglio d’Europa, l’istituzione garante dello Stato di diritto nel continente europeo.

Con un «testo quasi pronto», l’ex presidente svizzero, che a settembre ha assunto la guida dell’organizzazione internazionale che riunisce 46 paesi, spera di ottenere l’accordo degli Stati per la creazione di questo tribunale alla fine dell’anno, un obiettivo «ambizioso», riconosce. Questo futuro tribunale fa parte di un «insieme» in fase di costituzione.

150 miliardi di dollari di danni

È già stato aperto un registro dei danni. Questo permette di raccogliere le richieste degli ucraini per i danni subiti dall’invasione russa iniziata il 24 febbraio 2022. Questo registro rriceve le richieste di risarcimento per la distruzione di proprietà private o per la morte di un parente. “Lo stiamo ampliando ad altre categorie“, spiega l’ex consigliere federale. Aperto all’Aia in aprile, il Registro dispone di un ufficio in Ucraina per raccogliere le dichiarazioni.

“Abbiamo ora 13.000 denunce di danni registrate con una qualità molto alta, una qualità giudiziaria per poter attivare un meccanismo di compensazione”
Alain Berset

È il terzo stadio del razzo: creare questo nuovo sistema, in modo che le vittime siano risarcite.

“Si parla finora di danni per oltre 150 miliardi di dollari, ma è una cifra destinata ad aumentare. C’è ancora tutto ciò che non è stato denunciato  o per cui la denuncia non è ancora possibile”.
Alain Berset

Si pone la questione del finanziamento del futuro meccanismo.

«Secondo la logica della riparazione, spetta a chi ha causato il danno pagare per la riparazione, e questo farà parte della negoziazione da condurre per sviluppare il meccanismo di compensazione»
Alain Berset

“Da due anni si discute dei beni russi congelati”, confida. Le discussioni tra gli Stati che sostengono l’utilizzo dei beni dello Stato russo e quelli che includono anche i beni delle imprese pubbliche o addirittura private sono “molto complicate”.

Secondo Alain Berset, il Consiglio d’Europa “è pronto ad agire rapidamente” su questo argomento. “Ma non si può prevedere quanto tempo ci vorrà per negoziare”, aggiunge.

Nell’immagine: Alain Berset nella sua veste europea


“Siate crudeli, non abbiate pietà”: ecco il piano russo per torturare i prigionieri ucraini

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Thomas Grove, Wall Street Journal (da La Stampa)

Nelle settimane successive all’invasione russa dell’Ucraina, il capo delle prigioni di San Pietroburgo ha lanciato un messaggio diretto a un’unità d’élite di guardie incaricate di gestire l’afflusso di prigionieri dalla guerra: «Siate crudeli, non abbiate pietà».

Il maggiore generale Igor Potapenko aveva riunito le forze speciali per informarli di un nuovo sistema progettato per i prigionieri ucraini. Le regole normali non si sarebbero applicate, gli disse. Non ci sarebbero state restrizioni contro la violenza. Le bodycam sarebbero state rimosse.

In tutto il Paese altre unità – provenienti dalla Buriazia, da Mosca, da Pskov e da altre regioni – ricevettero istruzioni simili. Quegli incontri hanno dato il via a quasi tre anni di torture incessanti e brutali sui prigionieri di guerra ucraini.

Le guardie applicavano scariche elettriche sui genitali dei prigionieri fino all’esaurimento delle batterie. Li picchiavano per infliggere il massimo danno possibile, sperimentando su di loro quali materiali fossero più dolorosi. Negavano cure mediche per permettere alla cancrena di insediarsi, costringendo alle amputazioni.

Tre ex funzionari carcerari hanno raccontato al Wall Street Journal come la Russia abbia pianificato ed eseguito ciò che gli investigatori delle Nazioni Unite hanno descritto come una tortura diffusa e sistematica.

Le loro testimonianze sono state supportate da documenti ufficiali, interviste con prigionieri ucraini e da una persona che ha aiutato i funzionari carcerari russi a disertare.

I funzionari – due appartenenti alle forze speciali e un membro del personale medico – sono entrati in un programma di protezione testimoni dopo aver fornito prove agli investigatori della Corte Penale Internazionale (Cpi).

La Cpi ha accusato la Russia di attaccare i civili e di deportare illegalmente bambini ucraini in Russia, emettendo almeno sei mandati di arresto contro funzionari russi, incluso il presidente Vladimir Putin. Altre indagini sono in corso, ma la Corte non fornisce ulteriori dettagli.

La Russia ha una lunga storia di crudeltà nel suo sistema carcerario, che risale ai primi decenni dell’Unione Sovietica, quando Stalin creò campi di lavoro per chi riteneva pericoloso per il regime. Negli ultimi decenni, la Russia ha adottato alcune misure per migliorare le condizioni delle carceri, come la separazione tra i detenuti alla prima condanna e gli altri. In alcune regioni sono state introdotte bodycam per le guardie, dopo anni di campagne da parte delle organizzazioni per i diritti umani.

Tuttavia, il sistema carcerario russo rimane un mondo a parte all’interno del Paese, con le sue regole, il suo gergo e persino i suoi tatuaggi.

Le forze speciali del sistema carcerario non sono guardie regolari assegnate stabilmente a una prigione. Agiscono come una sorta di guardia pretoriana, chiamata a intervenire in situazioni particolarmente pericolose, come perquisizioni o rivolte. Secondo le due ex guardie, gli ordini di Potapenko nel marzo 2022 vennero interpretati come un’autorizzazione incondizionata alla violenza.

Durante il servizio, le guardie indossavano sempre passamontagna. I prigionieri venivano picchiati se osavano guardarli negli occhi. Queste misure, insieme ai turni di un mese, venivano prese per assicurarsi che le singole guardie e i loro superiori non potessero essere riconosciuti. Nel marzo 2022 – lo stesso mese in cui Potapenko tenne la riunione con le guardie a San Pietroburgo – la Russia iniziò a preparare il suo sistema penitenziario per l’arrivo dei prigionieri di guerra. Lettere inviate ai direttori delle carceri ordinavano di liberare piani, ali e persino prigioni intere per fare spazio ai nuovi detenuti.

Pavel Afisov, catturato a Mariupol nei primi mesi dell’invasione, è stato tra i primi prigionieri di guerra ucraini trasferiti in Russia. Per due anni e mezzo, il venticinquenne è stato spostato da una prigione all’altra prima di essere rilasciato lo scorso ottobre. Ha raccontato che le percosse erano più violente ogni volta che veniva trasferito e, dopo essere arrivato in un penitenziario nella regione di Tver, a Nord di Mosca, fu portato in una sala medica e costretto a spogliarsi. Le guardie gli rasarono la testa e la barba mentre lo sottoponevano ripetutamente a scariche elettriche con un taser. Quando finirono, gli ordinarono di gridare «Gloria alla Russia, gloria alle forze speciali» e di cantare gli inni nazionali russo e sovietico, sempre nudo. Quando disse di non conoscere le parole, fu nuovamente picchiato con pugni e manganelli.

La violenza, hanno spiegato ex guardie e attivisti per i diritti umani, miravano a rendere i prigionieri più malleabili. Le ex guardie hanno descritto un livello sbalorditivo di violenza nei confronti dei prigionieri ucraini. Gli elettroshock venivano usati così spesso, soprattutto nelle docce, che gli ufficiali si lamentavano per il fatto che la batteria si esauriva troppo in fretta.

Un ex dipendente del sistema penitenziario, che lavorava con un team di medici nella regione di Voronezh, nella Russia Sud-occidentale, ha detto che le guardie carcerarie picchiavano gli ucraini fino a quando i loro manganelli si rompevano. Una delle sale caldaie era disseminata di manganelli rotti e gli ufficiali testavano materiali, tra cui tubi per l’acqua calda, per la loro capacità di causare dolore e danni. Le guardie, ha detto, picchiavano intenzionalmente i prigionieri nello stesso punto giorno dopo giorno, impedendo che i lividi guarissero e causando infezioni interne. Il trattamento portava a un’infezione del sangue e il tessuto muscolare marciva. Almeno una persona è morta di sepsi, ha detto l’ufficiale.

Molte guardie apprezzavano la brutalità e spesso si vantavano di quanto dolore avevano causato ai prigionieri.

L’ex prigioniero di guerra ucraino Andriy Yegorov, 25 anni, ha ricordato come le guardie di una prigione nella regione occidentale di Bryansk, costringessero i prigionieri a correre per 100 metri nel corridoio, tenendo i materassi sopra le loro teste. Nel mentre, si mettevano di lato e li picchiavano sulle costole. Quando arrivavano in fondo al corridoio, venivano costretti a fare addominali e flessioni. Ogni volta che si rialzavano, le guardie li colpivano con pugni o manganelli.

«A loro piaceva, li sentivi ridere mentre noi urlavamo per il dolore», ha detto. «Lì ho capito che la paura esiste solo per il futuro, puoi avere paura di ciò che accade tra 10 o 15 minuti, puoi avere paura di ciò che potrebbe accadere. Ma quando sta accadendo, non hai più paura».

Afisov e Yegorov hanno trascorso circa 30 mesi nel sistema carcerario russo prima di essere finalmente rilasciati in uno scambio che li ha riportati a casa il 18 ottobre. Yegorov ha scoperto durante un controllo medico di avere le vertebre rotte. Sta seguendo cure mediche per le ferite e ha incontrato uno psicologo. Ma è scettico sul fatto che lo possa aiutare.

«Se non hai passato quello che ho passato io, non puoi aiutarmi», ha detto Yegorov. Dopo essere tornato a casa, Afisov ha resistito al sonno per giorni, temendo che potesse rivelarsi un sogno e che si sarebbe svegliato di nuovo in prigione. «Ogni volta che finalmente mi fidavo abbastanza di me stesso da addormentarmi, avevo solo incubi», ha raccontato.

Gli ex ufficiali della prigione si preparano a una nuova vita. Oggi vivono in luoghi segreti e hanno dovuto interrompere i contatti con persone che conoscevano da tutta la vita. Uno di loro ha detto di essere sempre stato un patriota russo, ma dopo l’inizio della guerra non poteva più rimanere nel Paese o restare in silenzio. Testimoniare alla Cpi era un modo per per ottenere giustizia.

Nell’immagine: un ex prigioniero di guerra ucraino che ha subito brutalità dopo essere stato catturato dalle forze russe


Migranti deportati, il papa contro la Casa bianca

Trump e Putin impongono la soluzione per la guerra ucraina. Le leggi della convivenza internazionale diventano carta straccia 

Di Luca Kocci, il manifesto

«Le deportazioni di massa» dei migranti avviate da Donald Trump «ledono la dignità di molti uomini e donne», i cattolici – ma anche «tutti gli uomini e le donne di buona volontà» – devono opporsi e «non cedere a narrazioni che discriminano e causano inutili sofferenze ai nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati».

È durissimo l’attacco sferrato da papa Francesco alle politiche contro i migranti della nuova amministrazione Usa. Che infatti, tramite Tom Homan, consigliere del presidente per la politica migratoria, reagisce in maniera scomposta: il pontefice deve «pensare alla Chiesa cattolica e lasciare che noi ci occupiamo delle frontiere. Vuole attaccarci perché garantiamo la sicurezza delle nostre frontiere? Ha un muro interno al Vaticano, no? Noi non possiamo avere un muro intorno agli Stati Uniti?».

La “scomunica” di Bergoglio alle «deportazioni» dei migranti – viene utilizzato il termine esatto: «program of mass deportations» – è contenuta in una lettera del papa ai vescovi degli Usa diffusa ieri dalla sala stampa vaticana. Francesco, dopo aver ricordato che anche Gesù ha vissuto «il dramma dell’immigrazione» e la «difficile esperienza di essere espulso dalla propria terra», spiega che «la legittimità delle norme e delle politiche» va giudicata «alla luce della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali, e non viceversa». Pertanto va espresso «il proprio disaccordo nei confronti di qualsiasi misura che identifichi tacitamente o esplicitamente lo status di clandestinità di alcuni migranti con la criminalità», come appunto si configura il progetto di Trump.

«L’atto di deportare persone che in molti casi hanno lasciato la propria terra per motivi di estrema povertà, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità», scrive il papa. Non vuol dire che non si possano attuare politiche per regolare le migrazioni, ma questo «non può avvenire attraverso il privilegio di alcuni e il sacrificio di altri»: i sommersi e i salvati.

Bergoglio non è da solo. Sempre ieri, infatti, il pontefice ha nominato vescovo di Detroit monsignor Weisenburger, che poche settimane fa aveva protestato contro la minaccia di Trump di andare a scovare i migranti anche in chiese e ospedali. A marzo poi assumerà la guida della diocesi di Washington il cardinale McElroy, che pochi giorni fa ha bollato le misure contro i migranti della nuova amministrazione Usa come una «guerra di paura e terrore».

I vescovi Usa non sono tutti antitrumpiani, anzi il consenso verso l’amministrazione è alto (è utile leggere il volume appena uscito dello storico Massimo Faggioli, Da Dio e Trump. Crisi cattolica e politica americana, Morcelliana). Ma la lettera di Francesco sembra un invito a serrare le fila dell’episcopato contro le politiche antisociali e antiumane di Trump. Si vedrà se il livello di tensione con il neo presidente si alzerà ancora.


Scisma d’occidente

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