Migranti: che ci piaccia o no, perché l’Europa ne ha bisogno

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Mattia Feltri, La Stampa

&n una ricerca diffusa qualche giorno fa, Confcommercio quantifica in 258 mila i lavoratori che nel 2025 alberghi, ristoranti e negozi cercheranno e non troveranno. L’aumento, rispetto al 2024, è del 4 per cento: oltre diecimila lavoratori in più, introvabili, e necessari a mandare avanti l’industria del turismo e della ristorazione. Mancheranno macellai, gastronomi, addetti al pesce, gelatai, barman, cuochi, pizzaioli, camerieri di sala, addetti alle pulizie e al riassetto, ma anche commessi dell’abbigliamento e dipendenti dei supermercati. La causa principale è nel calo demografico. Dal 1982 a oggi, l’Italia ha perso quattro milioni e ottocentomila giovani e giovanissimi compresi nella fascia d’età che va dai quattordici ai trentanove anni.
>Non soltanto i giovani sono diminuiti, ma sono anche poco disposti a impiegarsi – stagionalmente e tanto meno stabilmente – in mestieri umili, faticosi, malpagati (l’approccio al lavoro è cambiato: meglio cercare di capirlo che lagnarsene). Un guaio per la crescita di comparti con grandi potenzialità e che può soltanto peggiorare: l’anno prossimo andrà peggio di questo e quello successivo peggio ancora. E fin qui abbiamo parlato soltanto del commercio. Poi ci sono i servizi: badanti e infermieri, innanzitutto, ovvero chi si occupa e si occuperà di noialtri vecchi in una società di vecchi. Non siamo naufraghi in mezzo al mare: in Germania l’età media è di quarantacinque anni e il tasso di fertilità è di 1.46 figli per donna, appena meglio dell’Italia che è all’1.24.

Comunque molto lontano dal 2.1, il tasso di sostituzione sotto il quale comincia il calo demografico. L’Agenzia tedesca per il lavoro stima che alla Germania serviranno 400 mila immigrati all’anno per dieci anni, totale di quattro milioni «per garantire la stabilità economica e sociale», come riportava ieri il Sole 24Ore. Eppure la campagna elettorale, che culminerà nelle elezioni del 23 febbraio per il rinnovo del Parlamento, insiste nello schema tracciato dal confronto di pochi giorni fa fra Olaf Scholz, cancelliere e leader dei socialdemocratici, e Friedrich Merz, leader dei popolari. Nessuno ha mai preso misure così severe sui migranti e gli effetti si vedono, ha detto Scholz; quelle che prenderò io, ha risposto Merz, lo saranno per davvero. L’uno e l’altro all’inseguimento delle rispettive estreme, Alternative für Deutschland alla destra dei popolari e i sovranisti di sinistra di Sarah Wagenknecht al di là dei socialdemocratici. La gara a chi mena meglio e di più.

La distinzione che si fa sempre in questi casi è fra l’immigrazione clandestina e quella regolare, pianificata, proprio per trovare forza lavoro e contributori fiscali, e infatti erano clandestini quelli ammanettati e fotografati mentre li caricavano su un aereo per essere espulsi. Ma non dagli Stati Uniti di Donald Trump, dall’Inghilterra di Keir Starmer, primo ministro laburista. E tutti regolari sono gli immigrati di Monfalcone che mandano le loro figlie a scuola col niqab, il velo integrale, e per questo hanno suscitato la rabbia di buona parte della destra che ha promesso leggi toste e, se necessario, una bella pulizia. Soltanto che senza gli sgobboni bengalesi i cantieri navali di Monfalcone si fermano. E quando li avete portati in Italia con le quote – ha scritto giustamente Karima Moual – avete spiegato loro che in Italia non si può girare col niqab? Che in Italia esiste la legge degli uomini e non la legge di Dio? Che la religione non coincide con lo Stato e lo Stato è laico?

La severità tedesca, però, si impone nel dibattito pubblico nel momento in cui Alternative für Deutschland ha la soluzione finale: la remigrazione, e cioè la sbrigativa risposta alla sostituzione etnica studiata dalle élite bianche e progressiste (teoria del complotto sostenuta in campagna elettorale anche da Giorgia Meloni). E cioè l’espulsione degli stranieri regolari o irregolari, di prima o seconda o terza generazione, figli del meticciato, chiunque non abbia le credenziali sanguigne per restare in Germania (o in Austria, per dire di un altro posto in cui la remigrazione piace, o in Italia, secondo le aspirazioni di qualche leghista). Si parla di un numero compreso fra i sette e i venticinque milioni di immigrati da buttare fuori dai confini tedeschi.

Più la destra si sposta a destra, più trascina un po’ più a destra la sinistra. E infatti oggi, a parte i deliri della remigrazione, non c’è differenza fra quello che fa Trump e fa Starmer, fra quello che dice Scholz e dice Merz. Fra quello che si dice e si fa a destra e si dice e si fa a sinistra. E succede perché tutti quanti, a destra e a sinistra, hanno lo stesso approccio ansiogeno, quello che si ha davanti a un’emergenza. E non per niente i più la chiamano così: emergenza immigrazione, e le emergenze ammettono soluzioni eccezionali: remigrazioni, rastrellamenti, catene, o almeno gare di spietatezza per solleticare gli elettori. Ma dopo decenni di migrazioni, forse non è più un’emergenza bensì un fenomeno strutturale. Così strutturale – ironiche e magnifiche sorti – che ormai non vogliamo i migranti ma ne abbiamo un disperato bisogno.

Il Rapporto mondiale sulle migrazioni del 2024, presentato dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni, calcola in 281 milioni i migranti a livello globale, a cui si devono aggiungere 117 milioni di persone in movimento per sfuggire a guerre o persecuzioni o carestie. Totale, 398 milioni di persone. Cinquanta milioni più dell’intera popolazione degli Stati Uniti, cinquanta milioni in meno dell’intera popolazione dell’Unione europea. I 117 milioni di migranti in movimento e in fuga, segnala l’Organizzazione, rappresentano il numero più alto mai registrato. Ma un altro numero ancora mi pare renda bene l’idea: dal 2000 al 2022, le rimesse dei migranti, ossia i soldi che hanno mandato a casa, sono passate da 128 a 831 miliardi di dollari. E cioè: sono più i soldi che i migranti spediscono nei loro paesi di quelli investiti in cooperazione internazionale per incrementare il prodotto interno lordo dei paesi in via di sviluppo.

Migrare dunque è un’attività umana diventata costante, per necessità o per possibilità. L’uomo è sempre stato un migrante ma mai con l’intensità e la facilità (relativa, perché migrare mette a rischio la vita) di oggi. La globalizzazione non ha aperto e rimpicciolito il mondo solo alle merci, ma anche agli uomini. Chiamare tutto questo emergenza, significa non avere compreso che non finirà. Significa, soprattutto, non avere in animo di prendere contromisure ponderate e solide, e infatti si pencola fra l’assurdo dei porti chiusi e l’assurdo dei porti aperti: fuori tutti, tutti dentro.

Lunedì, Milena Gabanelli ha rielaborato le previsioni dell’Onu sulla popolazione mondiale da qui a fine secolo. Attualmente siamo 8 miliardi e 200 milioni. Nel 2080 raggiungeremo il picco a 10 miliardi e 300 milioni. Poi comincerà la discesa. Nel frattempo la discesa è cominciata in alcune parti del mondo: in Europa, lo sappiamo bene, ma anche in Cina dove il tasso di fertilità è drammaticamente all’1.18, peggio dell’Italia. Oggi la Cina ha 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, a fine secolo ne avrà meno della metà. L’India resterà in crescita demografica fino al 2060. In Sudamerica l’inversione arriverà poco prima. Se la popolazione mondiale salirà di altri due miliardi, lo si dovrà essenzialmente all’Africa subsahariana che oggi ha un miliardo e 300 mila abitanti, e a fine secolo saranno 3 miliardi e 300 milioni. Insomma: il bello per noi deve ancor venire. E se – invece di rafforzare la cooperazione, invece di far entrare quanti più migranti è possibile e indispensabile, invece di impegnare piani e progetti e politica – continueremo a spandere scemenze complottarde e soluzioni esoteriche, presto o tardi, i migranti l’Italia se la prenderanno, con le buone o con le cattive.


IA, il Nobel Hinton: “Senza vincoli è un’arma terribile. Washington-Big tech alleanza pericolosa”

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Antonello Guerrera, la Repubblica

Quelle di Stati Uniti e Regno Unito sono “sciocchezze ridicole, che denotano una ignoranza totale dei pericoli della Intelligenza Artificiale”. Geoffrey Hinton, 77 anni di Wimbledon, Nobel per la Fisica nel 2024 e “padrino” dell’Intelligenza Artificiale dopo il fondamentale studio del 1986 “Learning representations by back-propagating errors” insieme a Yoshua Bengio e Yann LeCun, è durissimo contro Washington e Londra che ieri hanno deciso di non firmare la dichiarazione comune del vertice sulla IA a Parigi. Hinton, che risponde dal suo studio dell’università di Toronto, da anni avverte il mondo dei pericoli della non regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale. Per lui, consegnare un mezzo potenzialmente devastante all’anarchia mondiale, significherebbe mettere in pericolo il genere umano, che così si avvierebbe verso l’estinzione.

Del resto, Hinton non ha mai escluso uno scenario simile al film Terminator di James Cameron, in cui l’inarrestabile intelligenza artificiale prende il potere per attaccare gli esseri umani.

Professor Hinton, che cosa è successo al vertice della IA di Parigi?
«Ho ascoltato le parole del vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance. Per me sono delle sciocchezze assurde, grottesche, che denotano una ignoranza totale dei pericoli dell’Intelligenza Artificiale».

Ci fa un esempio concreto?
«L’errore madornale di Vance, e di chi che la pensa come lui, è perorare la causa per cui regolamentare l’Intelligenza Artificiale significa ucciderla. È un’idea bislacca: le regolamentazioni non avranno un effetto negativo».

Perché secondo lei?
«Perché, nonostante le riserve che nutro, l’Intelligenza Artificiale può essere molto utile in molti campi, come medicina e ambiente. Certo che bisogna svilupparla. Ma bisogna farlo in modo sicuro per l’umanità. Cosa che invece non sembra affatto preoccupare il vicepresidente americano Vance».

Come se lo spiega? C’è una ragione politica?
«Certo che c’è una ragione politica».

Quale?
«L’attuale amministrazione americana non si preoccupa di rendere sicura l’intelligenza artificiale perché è palesemente alleata con le grandi compagnie tech. Vance ha minacciato altri Paesi, facendo capire loro che se provano a regolamentare il settore e a interferire con le aziende tech statunitensi, ci saranno pesanti conseguenze».

Quindi questa alleanza tra governo Trump e Silicon Valley non le piace?
«No, affatto. Anzi, è davvero inquietante. Ma veniamo al Regno Unito».

Che, come gli Usa, non ha firmato la dichiarazione finale. Come giudica questa decisione?
«Sta a significare che Londra non ha più interesse a governare la IA».

Ma come è possibile? Un anno e mezzo fa proprio il Regno Unito lanciò il primo vertice sull’intelligenza artificiale a Bletchley Park per regolarla, e ha anche approvato una legge che impone severi controlli a Big Tech sui contenuti. Non è bizzarra questa giravolta di Londra?
«Certo che lo è. Ma non voglio speculare su ragioni politiche. In ogni caso, dopo ieri, il mio Paese non può più far finta di avere un serio interesse nel mettere in sicurezza la IA».

E una simile presa di posizione che conseguenze può avere?
«Potranno accadere cose molto, ma molto brutte. Nel breve e nel lungo termine».

Quali?
«Nel breve termine, sempre più malviventi che usano l’intelligenza artificiale lanceranno attacchi cyber alle nostre infrastrutture. Prolifereranno le notizie manipolate online. Le opinioni delle persone saranno anch’esse manipolate. Fino a armi autonome che potranno decidere da sole chi uccidere».

Molto rassicurante… e nel lungo termine?
«Il pericolo che l’intelligenza artificiale a un certo punto prenda il controllo di tutto, a nostro discapito».

Eppure questo vertice di Parigi era nato con prospettive e premesse positive, con un ottimo potenziale per iniziare a regolare l’intelligenza artificiale.
«In teoria, avrebbe potuto essere un piccolo passo sulla strada giusta per relazionarci alla IA. Almeno fino a quando Washington e Londra non si sono tirate indietro».

Vance però ha anche detto di non aver firmato per il coinvolgimento sulla IA della Cina, per lui e Trump “una minaccia alla sicurezza”.
«Non ho una opinione su questo argomento. Di certo c’è molta tensione tra Cina e Stati Uniti, ma in generale ho sempre pensato sia utile coinvolgere anche Pechino. Comunque, credo di aver detto abbastanza. Arrivederci».

Aspetti, un’ultima domanda: cosa ne pensa della guerra tra Elon Musk e Sam Altman per OpenAI?
«Diciamo che condivido la posizione di Musk sul fatto che OpenAI debba rimanere no-profit e non diventare una società per guadagnare. Detto questo, non sono d’accordo con Musk con quasi tutto il resto che dice».

Nell’immagine: il “padreterno dell’IA” Geoffrey Hinton


Trump ora vuole garanzie sulle terre rare ucraine

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Sabato Angieri, il manifesto

«L’Ucraina deve garantire la sicurezza degli investimenti degli Stati Uniti in quanto il Paese potrebbe diventare un giorno territorio russo». Donald Trump ieri ha smesso i panni del paciere per indossare quelli dell’uomo d’affari interessato a proteggere i propri investimenti. «Hanno terreni di enorme valore in termini di terre rare, di petrolio e gas e altre risorse» ha dichiarato ai microfoni di Fox news, «voglio che i nostri soldi siano protetti, perché stiamo spendendo centinaia di miliardi di dollari. E potrebbero fare un accordo o meno, potrebbero essere russi un giorno o non esserlo».

IL PRESIDENTE degli Stati uniti paventa il rischio che nel futuro una parte del territorio ucraino potrebbe «diventare territorio russo», ma non chiarisce se tale rischio sarà catalizzato dal percorso negoziale che lui stesso sta avviando. In ogni caso, starebbe al governo di Zelensky, «garantire la sicurezza degli investimenti degli Stati uniti». Il tycoon ha anche quantificato ciò che vorrebbe da Kiev per ritenersi soddisfatto: «Ho detto loro che voglio l’equivalente di 500 miliardi di dollari di terre rare, e hanno sostanzialmente accettato». Il conto è stato realizzato sul totale degli aiuti Usa che secondo il presidente ammontano a 300-350 miliardi di dollari, a fronte di circa 100 miliardi dai Paesi europei. L’intervistatore non è sembrato sorpreso del fatto che per l’amministrazione di Washington la guerra in Europa dell’Est si è trasformata da «difesa della democrazia e dei valori occidentali basati sul diritto internazionale» a un investimento da salvaguardare. Ma l’obiezione l’ha prevenuta lo stesso Trump: «almeno così [ottenendo qualcosa in cambio, ndr] non ci sentiamo stupidi». Il neo-presidente ha anche rivelato che insieme al suo inviato speciale per il conflitto russo-ucraino, Keith Kellogg, anche il Segretario del tesoro, Scott Bessent, sarà presto in viaggio per Kiev. Sul profilo del suo social network, Truth, Trump ha scritto: «Questa guerra deve terminare e terminerà subito. Gli Usa hanno speso miliardi di dollari globalmente con poco risultato. Quando l’America è forte, il mondo è in pace». A proposito di visite diplomatiche, l’agenzia russa Ria novosti ha rivelato che ieri l’ambasciatrice statunitense a Mosca, Lynne Tracy, si è recata presso il ministero degli Esteri russo. Né il Cremlino né la Casa bianca hanno chiarito i motivi della visita.

MA SE LA FOX è sempre stata una seconda casa per le bombe mediatiche di Trump, fuori dagli Usa il discorso non è stato recepito in maniera altrettanto serena. Il presidente ucraino Zelensky, che pure aveva accolto favorevolmente «gli investimenti delle aziende Usa nelle terre rare» ucraine, pur sottolineando che una parte di quei territori è ora occupata dai russi, ieri ha chiarito ulteriormente la sua posizione sulle garanzie di sicurezza. «Ci sono voci che dicono che l’Europa potrebbe offrire garanzie di sicurezza senza gli americani, e io dico sempre di no. Le garanzie di sicurezza senza gli Usa non sono vere garanzie di sicurezza». Il capo di stato ha anche insistito affinché il presidente Usa incontri una delegazione ucraina prima di incontrare Putin, ma sulle presunte telefonate intercorse tra i due ha preferito glissare, derubricando la questione a «strategia personale». Inoltre, Zelensky ha parlato chiaramente di «scambio di territori» a un eventuale tavolo negoziale, nel quale Kiev potrebbe restituire il Kursk in cambio di una parte delle aree occupate dai russi. Tuttavia, nell’evidente intento di blandire Trump, il presidente ucraino ha anche dichiarato di aver già offerto alle aziende americane lucrosi contratti di ricostruzione e concessioni di investimento. «Coloro che ci stanno aiutando a salvare l’Ucraina (avranno la possibilità di) rinnovarla, con le loro attività insieme alle aziende ucraine. Siamo pronti a parlare di tutte queste cose in dettaglio».

IN ATTESA di conoscere le reali condizioni del piano di pace dell’amministrazione di Washington (ammesso che sia già pronto), secondo Reuters, Trump vorrebbe che gli alleati europei acquistassero armi statunitensi da inviare in Ucraina. Ufficialmente, «per migliorare la posizione negoziale di Kiev», ma la reale motivazione insiste, ancora, sulla volontà di fare cassa con la tregua. In vista della Conferenza di Monaco la presidente della Commissione europe Ursula Von der Leyen e il vice-presidente Usa JD Vance si sono incontrati ieri e hanno ribadito «la forza delle relazioni Ue-Usa».

Nell’immagine: le risorse minerarie dell’Ucraina


Triangolazioni sul futuro ucraino

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Dal nostro corrispondente da Mosca

Dopo l’accordo di massima tra Putin e Trump per vedersi a breve, resta aperto quale dovrebbe essere l’agenda di discussione tra i due leader. Perché se sembra che se sulle cessioni territoriali dell’Ucraina alla Russia tra i due si possa giungere a un compromesso, restano aperti tutti i capitoli politici che alla fine sono quelli che più importano alla Russia.

In primo luogo per il capo del Cremlino la questione dei rapporti di forza e gli equilibri su scala globale che permettano alla Russia di far pesare la sua potenza militare e quindi, di restare dentro i giochi sui flussi energetici internazionali. Sergej Lavrov, ha voluto definire con un articolo pubblicato il 2 febbraio sulla rivista ufficiale della diplomazia russa “Rossija v globalnoy politike” (La Russia nella politica globale) la cornice in cui si inserisce la riflessione del Cremlino nei confronti della nuova amministrazione americana.

“Nel 2025 – scrive Lavrov – con il ritorno al potere negli Stati Uniti dell’amministrazione repubblicana guidata da Donald Trump, la riflessione di Washington sui processi internazionali del secondo dopoguerra ha acquisito una nuova dimensione. Il nuovo Segretario di Stato Marco Rubio ha fatto dichiarazioni molto eloquenti a questo proposito, al Senato degli Stati Uniti il 15 gennaio di quest’anno. Il loro significato è questo: l’ordine mondiale postbellico non è solo obsoleto, ma è stato trasformato in un’arma contro gli interessi degli Stati Uniti. In altre parole, non solo il mondo di Yalta-Potsdam con il ruolo centrale delle Nazioni Unite, ma anche l’“ordine basato sulle regole”, che sembrava incarnare l’egoismo e l’arroganza dell’Occidente guidato da Washington nell’era post-Guerra Fredda, è ora considerato indesiderabile”.

Secondo Mosca con Trump si è entrati in un’epoca in cui gli Usa vogliono tornare a essere i “padroni del mondo” senza alcuna mediazione istituzionale o diplomatica. In un’intervista al primo canale televisivo russo Putin in parole più povere ha ripetuto lo stesso punto di vista. Tutti gli ottimismi del Cremlino dopo il 4 novembre, seppur improntati alla cautela, e legati soprattutto al conflitto ucraino sembrano più che smorzati. Malgrado ciò la dirigenza russa non ha altra alternativa che, come in una partita di poker, andare comunque a vedere il gioco di Trump. E poi perché, a medio termine, Washington potrebbe comprendere che si muove in una realtà mutata dove Cina e India sono dei player di grande stazza: in fondo se il programma contrattualista di Trump venisse rispettato gli Usa diverrebbero una potenza come le altre, seppur per il momento ancora la più potente.

Scrive ancora Lavrov: “Il multipolarismo si sta rafforzando e, invece di contrastare questo processo oggettivo, gli Stati Uniti potrebbero diventare, in una prospettiva storica prevedibile, uno dei centri di potere responsabili insieme alla Russia, alla Cina e ad altre potenze del Sud globale, dell’Est, del Nord e dell’Ovest. Nel frattempo, sembra che la nuova amministrazione statunitense farà delle incursioni da cowboy per testare i limiti della duttilità dell’attuale sistema multipolare, e la sua resistenza agli interessi americani”. Niall Ferguson su “Foreign Affairs” è convinto che questo può essere l’orizzonte neo-reaganiano di Trump, tenendo però presente che oggi, a differenza degli anni ’80, il vero avversario è la Cina e non la Russia.

Uno dei cavalli di battaglia di Putin nel suo confronto a distanza con il presidente americano è diventato la legittimità a trattare e a firmare un qualsiasi accordo di pace di Volodymyr Zelensky. Per lo “zar” il presidente ucraino non sarebbe più in carica come capo di Stato essendo il suo quinquennio scaduto nell’aprile 2024. Tuttavia è noto che spesso i Paesi in guerra non tengano le elezioni e praticamente tutti gli Stati del mondo continuino a ritenere legittimo l’ex-attore.

Ovviamente non è che a Putin interessino molto le questioni giuridico-istituzionali, visto che si può avere più di un dubbio sul carattere di democraticità del voto presidenziale del marzo scorso che lo ha rieletto per altri 6 anni alla guida della Russia. La questione è piuttosto legata al futuro dell’Ucraina e alle sue relazioni con la Russia. Se le elezioni in Ucraina (comprese quelle della Rada a questo punto) si tenessero durante le trattative di pace come pretende Putin allora il quadro politico a Kiev potrebbe entrare in movimento se non addirittura terremotare. Parte dell’insoddisfazione popolare nel Paese ex-sovietico per il bilancio bellico e sociale del conflitto potrebbe trasformarsi in una ricerca di un nuovo inizio con Mosca. Lo si è visto a Tblisi si potrebbe rivedere a Kiev. Oggi tutto ciò appare difficile – quasi fantascientifico – ma un candidato filo-russo (travestito da nazionalista) potrebbe davvero comparire nelle zone orientali del Paese.

Per ora questo aspetto non sembra essere in cima ai pensieri del nuovo inquilino della Casa Bianca che ha iniziato a non escludere nuovi aiuti all’Ucraina. Trump però ha voluto chiarire che non potranno essere più dei “pagherò”. Qualche giorno fa, il Presidente degli Stati Uniti ha scritto, nero su bianco, di voler concludere un accordo con le autorità ucraine in base al quale Kiev riceverà aiuti statunitensi in cambio di “metalli rari” e di terra coltivabile.

“Stiamo cercando – ha scritto il Presidente Usa – di fare un accordo con l’Ucraina in cui loro forniranno ciò che noi diamo loro con i loro minerali di terre rare e altre cose”.

L’inquilino della Casa Bianca non ha specificato cosa intendesse, ma è noto che non solo le aree coltivabili del Paese slavo sono tra le più fertili al mondo ma anche le sue potenziali risorse di materie prime sono di grande interesse. L’Ucraina ha infatti il 10% delle riserve mondiali di ferro, il 6% di titanio e il 20% della grafite. Ha inoltre l’ottava riserva al mondo di manganese, la nona di uranio. Per non parlare anche degli ingenti giacimenti di ossido di litio, stimati in 500. 000 tonnellate. Un bottino che sarebbe di non poco conto, ma difficilmente Unione Europea e India resteranno a guardare gli Usa prendersi tutto.

Il governo ucraino per ora è costretto a fare di necessità virtù visto che secondo fonti americane in Donbass nel giro di un paio di settimane il suo esercito avrebbe ceduto altri 450 chilometri quadrati a quello russo. Secondo il “Financial Times”, le autorità ucraine avevano già incluso due punti nel loro segretissimo “piano di vittoria” in preparazione all’arrivo di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Uno di questi implicava che l’Ucraina avrebbe condiviso le sue più importanti risorse naturali con i partner occidentali, e l’altro che gli ucraini avrebbero sostituito alcune truppe statunitensi in Europa dopo la fine della guerra. Zelensky ha voluto segnalare che almeno un terzo di quei territori che tanto interessano a Trump sarebbero già nelle mani di Putin. Un modo neppure tanto velato per dire: “se t’intessano quelle materie prime dovrai aiutarci a difenderle”.

Questo secondo aspetto avrebbe delle ripercussioni nei rapporti all’interno della Nato di non poco conto ma per ora la cosa sembra più una boutade che altro.

Se ne parlerà più nel dettaglio probabilmente già questa settimana quando Trump potrebbe incontrarsi con Zelensky per definire i contorni della trattativa. Per allora, Mosca e Washington dovrebbero aver già deciso data e luogo del vertice. La Russia ha proposto come location Arabia Saudita o Emirati Arabi Uniti e non sembra che per ora da parte americana vi siano state proposte alternative.

Nell’immagine: una miniera in Ucraina


Chi domina lo spazio domina la terra

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

L’avventura spaziale risveglia il bambino che è in noi, ma l’altra odierna faccia della moneta è meno romantica anche se altrettanto avventurosa. Oggi oltre ad esaudire la nostra sete di conoscenza, di progresso e di egemonia, andare nello Spazio può risolvere problemi pratici: vi cerchiamo infatti nuove risorse, e, non meno importante, luoghi dove vivere in un futuro più prossimo di quel che pensiamo. Elon Musk, che ha rivoluzionato il mercato imponendo i suoi lanciatori e abbassando i costi dell’avventura spaziale, non fa mistero del suo progetto: riuscire nel corso della sua vita ad andare su Marte per insediarvi colonie umane.

Se nel secolo passato, la corsa allo Spazio aveva due principali protagonisti, oggi le potenze che si affacciano sul cosmo sono molte di più: agli Stati Uniti e alla Russia si è aggiunta la Cina (e in modo prepotente); senza dimenticare l’India, che ha un ruolo tutt’altro che ininteressante; infine c’è anche l’Europa, che con la sua Agenzia spaziale europea, a cui partecipano ancora i britannici, sembra aver ripreso coscienza della rilevanza strategica della corsa spaziale. Sembra.

Perché si vuole tornare nello Spazio?

Le attività spaziali nascono insieme a quelle nucleari nel secolo scorso, americani e russi sviluppano i missili balistici intercontinentali, in tutto simili ai razzi per mettere in orbita i satelliti. L’idea che fino a un certo punto li ossessiona è mettere in orbita ordigni nucleari a scopo di deterrenza. L’industria bellica mondiale si rilassa dopo il 1989 con la caduta del muro di Berlino. La data la ricordiamo tutti, ma c’è un’altra data che dovremo tenere a mente ed è il 1991.

Allora, durante la prima guerra del Golfo, Washington prova in Iraq il 70% degli ordigni messi a punto fino a quel momento, tra gli altri anche le bombe “intelligenti”, che grazie alla geolocalizzazione, quindi ai satelliti, colpiscono il bersaglio prescelto con estrema precisione. La prima guerra del Golfo porta alla militarizzazione e alla geopolitica dello Spazio, l’astropolitik, teorizzata dall’americano Everett Dolman, che propone l’equazione: chi controlla lo Spazio controlla la Terra e i destini dell’umanità.

Una massima cui credono non solo gli USA ma anche i grandi player del pianeta. La capacità di lanci commerciali di SpaceX, che ci sbalordisce da anni, permette agli americani di mantenere il predominio in campo spaziale, ma come dicevamo nessuno tra i big si ritrae: la Cina, per esempio, l’anno scorso con la ‘missione Chang’-e6 ha esplorato il lato oscuro della Luna, finora il solo Paese a farlo, e il suo obiettivo dichiarato è stabilire una base lunare entro i prossimi dieci anni.

Con Pechino più che determinata a superare la Russia e ad affiancare gli Stati Uniti, l’equilibrio di potere nello spazio cambierà.

L’Europa che intende fare?

Oltre alla frammentazione sul piano militare, l’Europa paga la frammentazione politica anche in questo settore: 27 Paesi, 27 diverse strategie (con Francia e Germania che giocano la parte del cane e del gatto).

Mancano poi i fondi privati per dare fiducia e soprattutto slancio alle startup europee, come trovare altrimenti i nostri Elon Musk?

Evocare l’uomo più ricco del pianeta, inevitabilmente ci porta in mente anche l’aggettivo visionario. L’Europa deve ritrovarsi e riscoprirsi visionaria. “Così come fu subito dopo la seconda guerra mondiale con la creazione dell’”Agenzia spaziale europea” (oltre che della Ceca e dell’Euratom).

Dalla fine dell’anno scorso almeno una certezza l’abbiamo, la Commissione Ue ha staccato un assegno da 10,6 miliardi di euro per la realizzazione di Iris2, costellazione di satelliti per le comunicazioni sicure, il più ambizioso progetto spaziale europeo dell’ultimo decennio. Il sistema sarà operativo a partire dal 2030: si tratta di una costellazione di 290 satelliti cui lavora il consorzio SpaceRise (guidato dai tre maggiori operatori satellitari europei, la francese Eutelsat; Ses, operatore lussemburghese; e Hispasat, principale operatore spagnolo di satelliti per telecomunicazioni).

Tra gli obiettivi: ridare nuovo slancio al programma spaziale del Vecchio Continente azzoppato da una gestione tipicamente europea (leggere: non necessariamente lungimirante), e anche da un pizzico di sfortuna. Forse il rapporto sulla competitività dell’ex governatore della Bce, nonché premier italiano, Mario Draghi, a qualcosa è servito. L’Esa finalmente si apre alla concorrenza e mette in soffitta la ripartizione dei contratti tra gli Stati membri in base agli investimenti fatti da quest’ultimi. Insomma, comincia a guardare lontano.

È già un passo avanti. Ma è sufficiente per andare nello Spazio insieme agli altri grandi?

Nell’immagine: la Terra vista dalla Luna (illustrazione)


La debolezza dei diritti dei consumatori è una macchia per la Svizzera

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Recentemente la responsabile della “Fondazione per la tutela dei consumatori” (Konsumentenschutz, con sede a Berna) ha elencato sarcasticamente “di cosa è stato capace il nostro Parlamento l’anno scorso”:

  • ha reso l’indicazione dei prezzi ancora meno trasparente e ha permesso sconti ingannevoli
  • ha abbassato il valore dei beni che possono essere importati in esenzione doganale
  • ha aumentato tutti i prezzi dei farmaci precedentemente più economici
  • Ha impedito che le informazioni nutrizionali sui prodotti alimentari fossero dichiarate in modo comprensibile.

Commento di Stalder: “I desideri delle imprese e dell’industria sono confluiti senza ostacoli nel lavoro politico e hanno determinato i testi di legge”. Per avere successo almeno qualche volta come “guastafeste”, la tutela dei consumatori ha bisogno di un maggiore sostegno finanziario.

Meno protezione che all’estero

“Blickpunkt”, la rivista della Fondazione, cita tre esempi tra i tanti che dimostrano come i consumatori in Svizzera siano meno capaci di difendersi e meno tutelati rispetto ai Paesi vicini.

Le vittime svizzere dello scandalo VW sono rimaste a mani vuote

Volkswagen aveva manipolato su larga scala i dispositivi di emissione dei gas di scarico. Dopo la scoperta dello scandalo, le auto pubblicizzate come “ecologiche” hanno perso improvvisamente valore. Tuttavia, a differenza di molti altri Paesi, in Svizzera i consumatori non ricevono alcun risarcimento. Anche il procedimento penale contro VW e l’importatore svizzero Amag è stato archiviato dal Ministero pubblico lo scorso autunno.

La situazione è diversa negli Stati Uniti, dove la VW ha dovuto pagare più di venti miliardi di dollari di risarcimento per la manipolazione illegale delle emissioni. Anche le vittime nella maggior parte dei Paesi europei hanno ricevuto un risarcimento finanziario grazie a cause congiunte.

Ma non in Svizzera. Le parti lese sono rimaste a mani vuote e hanno dovuto fare i conti con la situazione.

La Fondazione spiega perché: “Chiunque abbia subito un torto in questo Paese non può semplicemente intraprendere un’azione legale, perché gli ostacoli in termini di costi e di onere della prova sono troppo alti per i singoli”.

La Fondazione ci ha provato comunque e ha presentato una richiesta di risarcimento danni contro VW e Amag presso il Tribunale commerciale di Zurigo per conto di circa 6.000 persone danneggiate. La causa è finita davanti al Tribunale federale. Tuttavia, il tribunale ha respinto la richiesta per motivi formali. La Fondazione non è stata autorizzata a intentare una causa per loro conto.

Per Sara Stalder, una cosa è chiara: “In caso di danni di massa, le parti lese devono poter agire congiuntamente utilizzando lo strumento dell’azione collettiva. Lo scandalo VW è solo un esempio di molte richieste di risarcimento di massa. Negli ultimi anni, le parti lese non sono state in grado di far valere i propri diritti anche nei confronti di fornitori di servizi di telecomunicazione, compagnie assicurative o banche”.

“Ritardo inqualificabile da parte del Parlamento”

La maggior parte dei Paesi democratici riconosce ai consumatori un diritto di azione comune (class action). In Svizzera, il Consiglio federale aveva già riconosciuto nel 2013 l’esistenza di una lacuna nel diritto elvetico. “Da allora, ci sono stati ritardi e rifiuti indicibili da parte del Parlamento”, critica la Fondazione per la tutela dei consumatori. In effetti, i “rappresentanti del popolo” dell’UDC e del PLR in particolare hanno ripetutamente trovato nuovi pretesti come “l’inondazione di cause”, “la scomparsa delle PMI” o “le condizioni americane” per impedire le azioni collettive o di gruppo in Svizzera. In realtà, la proposta legislativa svizzera è ben lontana dalle condizioni americane.

L’inganno dei “prezzi promozionali”

Dal 1° gennaio 2025, i negozi sono autorizzati a “ingannare” i loro clienti, denuncia la Fondazione. Ciò riguarda i numerosi prezzi promozionali e gli sconti. I negozi che attirano i clienti con “sconti fino al 50%” sono manipolatori. Questa affermazione è già vera se solo un singolo prodotto o pochi prodotti sono ridotti del 50% e tutti gli altri solo del 10%.

In precedenza, i negozi e gli shop online potevano pubblicizzare promozioni generose con sconti del 30, 50 o addirittura 70 percento solo se il prodotto scontato era stato precedentemente offerto per almeno il doppio del tempo al prezzo normale. La tutela dei consumatori lo spiega con un esempio. Se un negozio offriva una macchina da caffè a un prezzo promozionale ridotto del 50% per quattro settimane, doveva averla precedentemente venduta al doppio del “prezzo normale” per almeno otto settimane. Il Parlamento ha abolito questa regola del dimezzamento all’inizio dell’anno. Ora i negozi devono vendere un prodotto al “prezzo normale” solo per un mese e possono poi offrirlo al “prezzo promozionale” per un periodo di tempo illimitato.

Esempio: se un negozio offre una macchina da caffè a un prezzo molto gonfiato per 30 giorni, può poi pubblicizzarla come un “affare” con uno sconto “elevato” per tutto il tempo che vuole (“illimitato nel tempo per tutte le successive riduzioni di prezzo”). Anche se il negozio elimina “temporaneamente” la macchina da caffè dal suo assortimento, può continuare a utilizzare il “prezzo promozionale” quando la reintroduce (Ordinanza sull’indicazione dei prezzi, art. 16.3bis).

L’esperienza insegna che né le autorità cantonali né la Segreteria di Stato per l’Economia (SECO) verificano il rispetto di questa regola, peraltro difficile da controllare. Se un ispettore dovesse mai visitarla, il fornitore dovrebbe solo “dimostrare in modo credibile” di averla rispettata (Ordinanza sull’indicazione dei prezzi, art. 16.2).

La situazione è completamente diversa nei Paesi dell’UE: lì il prezzo promozionale deve sempre riferirsi al prezzo più basso effettivamente praticato per il prodotto negli ultimi 30 giorni.

Un esempio: il negozio può vendere la macchina da caffè allo stesso prezzo promozionale per un massimo di 30 giorni. Dopodiché, il negozio deve smettere di pubblicizzare il prezzo promozionale o ridurlo ulteriormente.

Il Consiglio federale vuole continuare ad autorizzare gli slogan pubblicitari “neutro per il clima” o “positivo per il clima”

Finora le affermazioni pubblicitarie sui benefici ambientali dei prodotti, come “ecologico”, “sostenibile”, “neutrale dal punto di vista climatico” o “riciclabile” e le relative etichette, non sono state praticamente regolamentate. Una nuova direttiva dell’UE è ora pronta a vietare l’uso diffuso del “greenwashing” nella pubblicità. La direttiva è già stata discussa una volta dal Parlamento europeo e dal Consiglio dei Ministri (Green Claims Directive (GCD)). La direttiva prevede quanto segue:

  • Le indicazioni ambientali generiche come “verde”, “ecologico”, “sostenibile”, “neutrale dal punto di vista climatico” saranno vietate nei testi scritti o parlati, con poche eccezioni. Tali indicazioni ambientali sono consentite solo se chiaramente specificate e giustificate.
  • In futuro sarà vietata l’etichettatura con un marchio di sostenibilità che non provenga da enti governativi né si basi su un sistema di certificazione di terzi. Inoltre, i marchi devono essere accessibili a tutte le aziende e i loro criteri di valutazione devono essere resi pubblici.
  • Un intero prodotto non potrà più essere pubblicizzato con una proprietà ecologica se questa si applica solo a una parte del prodotto.
  • Le dichiarazioni sul clima relative ai prodotti, basate sulla compensazione delle emissioni di gas a effetto serra, saranno incluse nell’elenco delle pratiche sleali e quindi fortemente limitate.

Tutti i Paesi dell’UE dovranno incorporare questa nuova direttiva nelle loro leggi e regolamenti 18 mesi dopo la sua entrata in vigore. In Svizzera, il Consiglio federale non sta facendo alcun tentativo per fermare il “greenwashing” nella pubblicità. Sta “monitorando gli sviluppi”, ma ritiene che le norme esistenti, come la Legge sulla concorrenza sleale (LCS), siano sufficienti in Svizzera.

La protezione dei consumatori si basa sui committenti

La pubblicità ingannevole è una fonte di fastidio costante. I tribunali sono molto più generosi nel valutare la veridicità delle affermazioni pubblicitarie rispetto a quelle contenute in un articolo di giornale. I consumatori dovrebbero sapere che la pubblicità è spesso ingannevole e menzognera.

Questo è offensivo. La pubblicità non dovrebbe essere autorizzata in primo luogo a sedurre, ma dovrebbe invece fare affermazioni veritiere e corrette. In questo modo i consumatori avrebbero meno probabilità di essere ingannati e di acquistare prodotti e servizi che soddisfino realmente le loro esigenze. Solo così la pubblicità potrebbe adempiere al suo scopo economico. I prodotti più appropriati prevarrebbero. I fornitori di prodotti adeguati verrebbero premiati e i prodotti scadenti sarebbero eliminati dal mercato.

Tuttavia, non c’è quasi nessun altro Paese in Europa in cui la protezione dei consumatori riceva così poco sostegno finanziario dallo Stato. In Germania, lo Stato spende circa venti volte di più per la protezione dei consumatori. Le organizzazioni dei consumatori ricevono sovvenzioni speciali per lanciare avvertimenti alle aziende che utilizzano metodi pubblicitari scorretti. Se queste aziende non si arrendono, rischiano una causa pubblica. Il sistema ha dimostrato la sua validità.

In Francia, le organizzazioni dei consumatori ricevono circa cinque volte più denaro per abitante. E la Svizzera è trilingue (senza il romancio). In Austria, la sola Associazione per l’informazione dei consumatori riceve un sostegno statale quattro volte superiore a quello delle organizzazioni dei consumatori in Svizzera.

Condizioni di concorrenza diseguali

In Svizzera, la legge contro la concorrenza sleale (UWG) dovrebbe proteggere i consumatori in modo analogo. Tuttavia, questa rimane una teoria. Questo perché le organizzazioni di tutela dei consumatori non hanno i fondi necessari per agire contro le pratiche sleali delle aziende, e i singoli consumatori ancora meno.

Al contrario, le aziende, le associazioni di categoria e le organizzazioni hanno i mezzi per impugnare in tribunale le ordinanze ufficiali che le riguardano – comprese quelle relative alla pubblicità – con l’aiuto di costosi studi legali. Se necessario, fino al Tribunale federale. Ciò impedisce a molti uffici federali e alle autorità cantonali di applicare coerentemente la legge con le loro ordinanze.

  • Nella Svizzera italiana funzioni analoghe a quelle della Fondazione bernese sono svolte dall’ACSI (Associazione consumatori e consumatrici della Svizzera italiana)

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: Sara Stalder


Musk va all’assalto di OpenAI: offerta ostile da 97,4 miliardi

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

Elon Musk sfida Sam Altman, lanciando un’offerta ostile per prendere il controllo di OpenAI. Così però dimostra che i suoi interessi personali, e in questo caso il risentimento verso l’ex socio con cui voleva sviluppare l’intelligenza artificiale, minacciano di mettersi di traverso rispetto ai piani del presidente Trump. Uno dei primi atti del capo della Casa Bianca, infatti, era stato benedire l’iniziativa “Stargate” lanciata proprio da Altman, che con la collaborazione di SoftBank e Oracle punta a raccogliere 500 miliardi di dollari per costruire i centri dati indispensabili alla crescita della nuova tecnologia.

Secondo il Wall Street Journal, l’avvocato di Musk Marc Toberoff ha presentato ieri un’offerta da 97,4 miliardi di dollari al consiglio di amministrazione di OpenAI. Della cordata fanno parte anche investitori come Valor Equity Partners, Baron Capital, Atreides Management, Vy Capital e 8VC, una venture farm guidata dal cofondatore di Palantir Joe Lonsdale, amico e collaboratore di Musk e Peter Thiel. Anche Ari Emanuel, ceo della compagnia di Hollywood Endeavor, partecipa all’operazione. L’obiettivo, secondo la spiegazione di Toberoff, è in sostanza prendere il controllo della compagna che ha messo sul mercato ChatGPT, alzando il prezzo della sua componente non profit. E qui è necessario fare un passo indietro, per capire la genesi e l’obiettivo dell’assalto.

Altman e Musk avevano fondato insieme OpenAI nel 2015 come organizzazione a scopo benefico. Il suo obiettivo non era fare soldi, ma sviluppare l’intelligenza artificiale in una maniera responsabile e utile all’umanità. I due ex soci però avevano litigato, proprio per la divergenza fondamentale sulla natura e gli obiettivi della compagnia che avevano fondato. Nel 2019 Elon aveva lasciato l’azienda e Sam era diventato il ceo, creando una sussidiaria non profit che aveva lo scopo di raccogliere soldi da Microsoft e altri investitori, interessati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, anche per competere con i progressi fatti dalla Cina in questo campo. Musk era quindi rimasto fuori dal progetto, infuriandosi, e aveva creato xAI per realizzare la nuova tecnologia a modo suo.

Dopo lo scontro interno ad OpenAI avvenuto nei mesi scorsi, Altman ha ripreso il controllo, con lo scopo di trasformare la compagnia for profit, aiutato dall’investimento da 10 miliardi di dollari di Microsoft. Per completare questa operazione deve fare lo spin-off, lo scorporo della non profit. E qui si è inserito Musk. Con la sua offerta da 97 miliardi di dollari punta a comprare proprio la non profit che controlla OpenAI, alzandone il valore molto oltre le intenzioni di Altman, per deragliare la trasformazione dell’azienda a scopo di lucro di Sam.

Fin qui dunque è una storia di rivalità personale e imprenditoriale, che intreccia il risentimento tra i due alla visione divergente sul futuro dell’intelligenza artificiale. Il problema però è che con l’ascesa di Musk a braccio destro di Trump, e il ruolo centrale nella rivoluzione dello stato condotta attraverso il suo Department of Government Efficiency, questa sfida adesso coinvolge direttamente anche il capo della Casa Bianca. Altman è riuscito ad entrare nelle sue grazie, creando la cordata col ceo di SoftBank Masayoshi Son e quello di Oracle Larry Ellison, per investire 500 miliardi di dollari nelle infrastrutture per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Trump ha benedetto l’iniziativa, ma Musk ha risposto che Altman e soci non hanno i soldi e cerca di boicottarli, con l’offerta non sollecitata per OpenAI. Resta ora da vedere come la prenderà Trump. La risposta provocatoria di Altman all’ultima mossa dell’ex amico Elon non si è fatta attendere: «No grazie, ma compreremo Twitter per 9,74 miliardi di dollari se vuoi».

Nell’immagine: sempre lui


Il ciclone The Donald 80 anni dopo Yalta

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Serena Sileoni, La Stampa

Nonostante fosse febbraio, quando Roosevelt e Churchill giunsero a Yalta il clima era tiepido e il cielo sereno. La città era un’amena località con nobili ville affacciate sul mare e memore ancora di essere stata la residenza estiva dello zar. Stalin insistette per ospitare lì il vertice con gli altri due grandi alleati: pur ormai decadente, lo sfarzo della rinnegata epoca degli zar gli tornava utile per ostentare le possibilità del nascente impero sovietico. E fare gli onori di casa voleva dire comunque un debito di cortesia da parte di due leader vicini tra loro e a lui lontani.

Al ritorno negli Stati Uniti, Roosevelt era soddisfatto. Aveva concesso molto a Stalin ma confidava che con il vertice si fossero poste le basi per la ripartizione del futuro ordine mondiale. E fu così e anche più di così.

Fu a Yalta che, con l’assenso di Stalin, prese avvio un sistema politico e giuridico che avrebbe dovuto fare da guardiano della stabilità internazionale, prevenendo le aggressioni e le dispute fra gli Stati. D’altra parte, come scrisse nelle sue memorie Edward Stettinius, il segretario di Stato americano, a Yalta non era in discussione ciò che Gran Bretagna e Usa avrebbero consentito di fare all’Unione Sovietica, «ma ciò che sarebbero riusciti a far accettare all’Unione Sovietica».

Due mesi dopo, i delegati di cinquanta paesi si incontrarono a San Francisco per la conferenza che avrebbe dato vita all’Organizzazione delle Nazioni Unite: una istituzione internazionale universale che, sotto l’egida delle Grandi Potenze – per le quali Stalin si era premurato di ottenere il potere di veto in qualità di membri permanenti e Churchill l’ingresso della Francia per non dover essere il solo a fare gli interessi dell’Europa -, avrebbe garantito una pace stabile e duratura.

La prospettiva dei diritti umani, che pure sarebbe uscita trionfante con la Dichiarazione Universale del ’48, non era tra le priorità iniziali. Il diritto internazionale era ancora per definizione un affare tra Stati.

Presto, l’Onu ha iniziato a mostrare tutte le sue debolezze. Non si tratta solo della questione del veto, ma di concreti fallimenti nel mantenere fede al suo mandato e di non rivelarsi un consesso di inconcludenti parolai.

Meglio però le chiacchiere che la guerra, diceva Churchill. E la retorica dei diritti umani e della pace universale, per quanto – appunto – retorica, ha dato un contributo al più lungo e ampio assetto di pace della storia. A garantirla in concreto, più che l’Onu, sarebbe stata la convenienza del reciproco riconoscimento delle sfere di influenza che maturò negli anni dopo Yalta e poi con la distensione. E, almeno per la sfera occidentale, anche la convenienza dei liberi scambi, quella stessa che ha attirato e continua ad attirare, dal finire del secolo scorso, gli Stati satellite dell’Impero sovietico verso l’Unione europea.

La domanda in testa a molti è che fine farà, con Trump, l’ordine germogliato a Yalta, codificato a San Francisco e negli anni consolidato malgrado le fragilità intrinseche dell’Onu.

Sfere di cristallo a parte, ciò che per ora comprendiamo è che l’attuale Presidente degli Stati Uniti non ha molto rispetto per le istituzioni internazionali che provengono da quell’ordine.

Ha ritirato il Paese dal Consiglio Onu per i diritti umani e dall’Organizzazione mondiale della sanità, come già aveva fatto nel primo mandato. Nei giorni scorsi, ha imposto sanzioni contro la Corte penale internazionale. Per quanto la CPI non sia un’istituzione dell’Onu, è pur sempre figlia della stessa idea che l’ordine internazionale non sia solo un affare tra Stati, ma un sistema di sorveglianza reciproca a tutela degli individui.

Le accuse e le decisioni di Trump sono da prendere sul serio, per due motivi. In primo luogo, perché sono il frutto anche dei fallimenti, se non della fine, di quella idea, di cui forse solo noi europei ancora non ci siamo accorti. In secondo luogo, perché possono essere l’anticipo di un ordine diverso, che lo stesso Trump prova a intestarsi con le sue proposte di pace in Ucraina e a Gaza.

Il mondo nuovo emerso da Yalta ha compiuto ottanta anni. Si può decidere di ridicolizzare le scelte di Trump attaccandoci a quel mondo che intanto si è fatto vecchio (o forse è morto), o si può decidere di cogliere l’occasione per fare quello che si fece allora: immaginare un futuro migliore del passato e porne le condizioni per una sopravvivenza più duratura possibile.

Se fosse in grado di battere un colpo, l’Europa – cioè il continente dove ha visto la luce un sistema di convivenza basato su diritti, limitazione del potere politico e mercato – dovrebbe batterlo ora. Non per rispondere alle minacce di dazi con minacce di azioni antitrust, o all’espansione economica altrui con debito proprio, ma per richiamare una parte di risorse, merci, scambi, ricerca che finora sono stati catalizzati dal Nuovo continente.

La settimana scorsa, il premier britannico Starmer ha partecipato al vertice informale dell’Unione europea sulla difesa. L’Europa (e gli Usa) del potere limitato, dei diritti e delle libertà anche economiche non sarebbero esistiti senza il Regno Unito. Il riavvicinamento tra questo e l’Unione europea potrebbe essere un primo, timidissimo ma importante segno verso qualcosa di buono.

Nell’immagine: Churchill, Roosevelt e Stalin alla Conferenza di Yalta (4 – 11 febbraio 1945)


Le tasse sul commercio e la legge del più forte

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Di Mario Deaglio, La Stampa

Moltissimi lettori saranno rimasti sconcertati dalla proposta alla Danimarca, formulata dal Presidente degli Stati Uniti di acquistare la Groenlandia, da circa 800 anni parte integrante di quel Paese. E dal suo progetto di acquisto, da parte degli Stati Uniti, della Striscia di Gaza, con l’obiettivo di trasformarla in un magnifico centro di vacanze dopo averne collocato «altrove» gli abitanti. In realtà, l’«espansione mediante acquisizione» è un elemento quasi sempre presente nella storia degli Stati Uniti.

Nel lontano 1803 gli Stati Uniti acquistarono la Louisiana dalla Francia per quindici milioni di dollari di allora: il territorio era troppo lontano e Napoleone troppo fortemente impegnato sul fronte militare europeo. La lontananza convinse la Spagna, una quindicina di anni più tardi, a vendere a Washington la Florida (allora largamente selvaggia) per 5 milioni di dollari. Nel 1898, il prezzo pagato agli spagnoli per la Filippine fu di 20 milioni di dollari; gli americani vi costruirono importanti ottime basi militari espandendo la loro presenza nel Pacifico: Manila divenne indipendente soltanto nel 1946.

Nello stesso 1898, la bandiera a stelle e strisce sventolò anche su Cuba, dopo una guerra con gli spagnoli, e gli Stati Uniti acquistarono la base di Guantanamo, dove ancora oggi possono venir detenuti combattenti stranieri di guerre lontane e scomode. Nel 1867 la Russia cedette l’Alaska a Washington per 7 milioni di dollari. E la stessa Danimarca, oggi indignata per l’offerta d’acquisto della Groenlandia, vendette agli Stati Uniti nel 1917 le sue Indie Occidentali. Durante la seconda guerra mondiale, il Regno Unito ricevette grandi quantità di materiale bellico dagli Stati Uniti, che ha finito di pagare solo pochi anni fa; poco prima dell’entrata in guerra degli Stati Uniti, concesse a Washington per 99 anni la costruzione e l’uso di basi militari sull’Isola di Terranova e nei Caraibi. Oggi il «pacchetto degli obiettivi» di Trump comprende anche l’offerta al Canada di diventare uno «Stato dell’Unione».

In definitiva, si può sostenere che l’obiettivo di Washington sia quello di continuare e di consolidare una condizione di primato che molti indicatori mostrano essere in fase di tramonto. Questa condizione è «mascherata» come «economia di mercato» ma il mercato trumpiano è semplicemente il predominio del più forte, con una distribuzione dei redditi sempre più diseguale.

A complicare la situazione contribuisce una generale presa di coscienza delle potenzialità dell’Ucraina e in particolare delle sue riserve minerarie come ha scritto ieri su questo giornale Monica Perosino. Probabilmente, proprio durante la guerra in corso si è preso coscienza dell’importanza strategica di queste riserve (al primo posto occorre porre soprattutto le cosiddette «terre rare», indispensabili per molte applicazioni avanzate dell’elettronica e dell’informatica).

In definitiva, appare ben possibile un tentativo del Presidente americano di concludere un accordo con il suo collega russo «scavalcando» l’Europa per confermare e consolidare quel primato tecnologico-economico che Trump e i suoi collaboratori sentono minacciati dalla crescita e dalle «terre rare» cinesi. Di qui nasce la minaccia di dazi senza che esista una vera e propria stima degli effetti che questi possono determinare non solo sui partner commerciali esteri ma anche sui produttori interni americani.

Di certo, i dazi su acciaio e alluminio, annunciati ieri dal Presidente americano, non hanno molte possibilità di incidere davvero sui flussi commerciali tra Unione europea e Stati Uniti e sembrano un elemento «di bandiera» o poco più. La vera «battaglia commerciale» tra i due motori dell’economia occidentale non riguarderà le materie prime industriali ma i più sofisticati prodotti elettronici. L’Europa potrebbe cercare di imporre ai grandi mondiali dell’elettronica e dell’informatica di pagare più imposte nel Vecchio Continente e impedire che i «serbatoi elettronici» di dati che riguardano l’Europa stessa vengano stivati all’estero (o comunque manovrati dall’estero).

Soprattutto l’Europa dovrà modificare in maniera più realistica le sue politiche ambientali. Finora ha, infatti, agito pressoché esclusivamente sui motori elettrici delle auto, facendo passare in secondo piano il costo, veramente elevato, della creazione di reti di ricarica delle batterie dimenticando che così soprattutto si sposta l’inquinamento dai centri urbani verso i luoghi di produzione dell’elettricità senza realmente ridurlo. Si è data scarsa importanza, soprattutto nei Paesi con grandi allevamenti meccanizzati, al ruolo dell’inquinamento agricolo. In questi e altri settori è necessario rivedere i programmi europei per il futuro Speriamo che gli elettori tedeschi (i primi chiamati a rinnovare, tra poche settimane, il loro parlamento) si rendano conto che qui (e non sulla «rottamazione delle cartelle e simili) si gioca una parte importante del nostro futuro.


No, nessuna lezione

Il fenomeno non è un’emergenza ma un dato strutturale in crescita 

Capita di leggere l’articolo di fondo di un quotidiano ticinese e capita di aver letto poco prima un articolo di fondo del New York Times (anche da “vassalli” di quella parte del mondo, come accenna il presidente italiano Mattarella). Il confronto è azzardoso, è vero, ma la tentazione è forte.

Lode al decisionismo

Per il primo articolo, a quanto sembra già dal titolo, dovremmo andare a lezione da Trump, di cui non si può sempre parlar male. E infatti se ne parla più o meno male, ma in maniera anche divertita, per tre quarti, e poi si arriva al nocciolo della “lezione”.

Che da un lato è una lode implicita al “decisionismo”, al “suo agire in conseguenza del detto (magari non del pensato…)”. Messo quasi inevitabilmente a confronto dei nostri politici temporeggiatori, quelli che straparlano di misure urgenti o dell’immobilismo degli altri, preoccupati solo di prolungare la propria carriera “spacciando il proprio malsano amore per la poltrona per un sano approccio alla realpolitik”.

D’altro lato eccoti il rimbrotto o la immancabile attribuita colpevolezza, sotto forma di flemma e pavidità, dell’ala progressista, della sinistra, insomma, addormentatasi. Via via elencando, da Obama, al “pasticciaccio brutto chiamato Pd”, alla gauche francese, ai socialisti di Scholz. “Se solo avessero partorito un po’ di atti concreti…” ci saremmo risparmiati Trump. Fuori discussione, chi sa perché, i liberali, non i “liberal” statunitensi, no, quegli altri, attori perdutisi o troppo interessati.

Poiché i media sono stupidi….

Per il secondo articolo, quello del NYT, (Don’t Believe Him, 2 febbraio) sembra invece tutto il contrario: il decisionismo (la frenesia di annunci e di proclami interventisti) serve a nascondere il fatto che Donald Trump è stato eletto senza un programma, ha solo agitato il terrore “degli altri” come rovina della grande America, dell’immigrazione (anche sotto forma di merci importate da ogni dove) e lo spauracchio sprecone del “deep state” (della cosiddetta burocrazia federale) che fa sempre effetto (anche in casa nostra).

Ezra Klein, influente editorialista del NYT, richiama però una piccola frase pronunciata da Steve Bannon, già consigliere di Trump (che ha bazzicato, invitato, anche i nostri noti finanzieri luganesi). Che è questa: “Poiché i media sono stupidi e pigri, possono concentrarsi su una sola cosa per volta… Tutto ciò che noi dobbiamo fare, è inondarli. Ogni giorno li colpiremo con almeno tre storie; abboccheranno all’ amo e noi potremo metterci al lavoro. Bang, bang, bang”. Agire in fretta, aggiungeva Bannon.

È vero, quindi, che si ammetteva, implicitamente, che la sola vera “opposizione” poteva ancora venire non tanto dai democratici ma da quella parte, oppure sussisteva ancora in qualche media non assoggettato “finanziariamente”. Da inondare subito, da sommergere con raffiche di decisioni o di “fake”. E così tutto diventava… “Vichy”. Questa è la vera lezione.

Correre lentamente

L’editorialista del NYT, Ezra Klein, non manca tuttavia di rilevare, quasi con una certa speranza, la debolezza della strategia alla Bannon. Che è questa: “Per mantenere la zona [l’opposizione, ndr] inondata, bisogna continuare… a creare nuovi cicli di indignazione e di paura. Presto sarete costretti ad andare oltre ciò che voi potete realmente fare. E allora o scatenerete una crisi costituzionale [un colpo di stato? ndr] oppure mostrerete tutta la vostra debolezza”.

Dunque: per amore della democrazia, comprese anche le sue debolezze, nessuna lezione da Trump. Imitarlo sarebbe un premio all’ignoranza e alla disumanità. Preferibili la lentezza e la ponderatezza della democrazia, dei nostri politici e delle nostre istituzioni. Perché di sicuro evitano quel decisionismo che è ed è sempre stato il preludio (anche se lì per lì ammaliante) e poi il marchio costitutivo dell’autoritarismo e del fascismo.

E non a caso si cita uno dei Sette Savi (Chilone), quasi come emblema della giusta e sana politica, benché appaia un ossimoro fuori corso: “In ogni cosa è meglio correre lentamente”.

Nell’immagine: Giacomo Balla, “Velocità+Luci” (1913 ca.). Velocità e fascismo, attrazione fatale