La misoginia nell’era Trump

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Di Arianna Farinelli, La Repubblica

Dopo la vittoria di Trump lo slogan che più circolava in rete (insieme a “tornatevene in cucina”) era “il tuo corpo la mia scelta” — un vero e proprio capovolgimento del motto che negli anni Settanta rivendicava il diritto delle donne all’autodeterminazione. Sulla piattaforma X di Elon Musk lo slogan è stato visualizzato 90 milioni di volte e ha avuto 35 mila condivisioni. Nella cosiddetta “uomo-sfera,” la comunità virtuale che riunisce antifemministi e misogini di vari Paesi, sono moltissimi i post che oggi inneggiano esplicitamente alla violenza contro le donne. Per non parlare della chat di Telegram dove 70 mila utenti condividono consigli e informazioni su come stuprare una donna e rimanere impuniti. Tutto questo produce contraccolpi anche nelle aule scolastiche dove i ragazzi cantano in coro slogan sessisti contro le studentesse. Del resto, il 55 per cento dei maschi tra i 18 e i 29 anni ha votato per Trump (nel 2020 erano stati il 41 percento), proprio perché il tycoon ha promesso loro il ritorno al maschio macho e ai ruoli tradizionali di genere.

In campagna elettorale il presidente aveva detto che intendeva diventare il protettore delle donne “che a loro piaccia o meno”, come se le americane non fossero in grado di decidere da sole su contraccezione, gravidanze e fecondazione assistita. Per questo non sorprende che, appena insediato, abbia ordinato di rimuovere dal sito del ministero della Salute ogni riferimento all’aborto e da quello della Cdc (l’Istituto di sanità) le pagine sulla contraccezione. Non stupisce neppure che il ministro della Difesa Pete Hegseth sia stato confermato dal Congresso malgrado l’accusa di molestie sessuali e le frasi misogine sulle donne soldato. E che Google, Meta e altre aziende dalla Big Tech abbiano rimosso tutte le politiche di diversità, eguaglianza e inclusione (volte a dare maggiori opportunità a donne, transgender e minoranze) auspicando un ritorno alla “mascolinità’” e ai “comportamenti aggressivi.” Lo stesso Trump ha rimosso le politiche inclusive dall’amministrazione federale, accusandole addirittura di essere responsabili del disastro aereo di Washington.

Intanto lo stato del Texas invita mariti e fidanzati a denunciare le donne che comprano per posta la pillola abortiva, visto che lì l’interruzione volontaria di gravidanza è illegale dopo la sesta settimana. E non deve meravigliare l’ordine esecutivo firmato per bandire le ragazze transgender dallo sport nelle scuole. Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete e “tenere i maschi lontani dagli sport femminili”, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere. “Ci sono solo due generi”, ha detto, “maschio e femmina” e non è possibile cambiare sesso rispetto a quello assegnato alla nascita.

Intanto l’emendamento sull’uguaglianza dei diritti tra uomini e donne è stato finalmente ratificato dai due terzi degli stati americani (dopo essere stato approvato dal Congresso ben 50 anni fa) ma questa amministrazione non ha alcuna intenzione di inserirlo nella Costituzione, visto che già alcuni stati hanno fatto marcia indietro. Evidentemente, nel 2025, fa ancora troppa paura dover riconoscere alle donne uguali diritti mentre diventa sempre più imperante la misoginia di Stato. I diritti delle donne, del resto, sono fragili e perennemente sotto attacco. Non averli protetti, considerandoli acquisiti, è stato un grave errore della Sinistra americana. Mi chiedo, infine, se la volontà di Musk di fare anche“l’Europa di nuovo grande” (Mega) preveda che questo approccio reazionario verso le donne e i loro diritti venga esportato anche da noi.

Nell’immagine: Trump firma il divieto per le transgender circondato da ragazze 


L’Europa smarrita e la trappola di Musk

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Dunque Elon Musk ci invita a lanciare “Mega”, acronimo che, mutuato dal trumpismo, è da intendersi come “Make Europe Great Again”. Di nuovo grande. Ma a quale “grandezza” pensa il geniale multimiliardario americano mentre il suo presidente minaccia di “punire” anche il vecchio continente con i dazi che devono riequilibrare i surplus commerciali sfavorevoli agli USA ma che rischiano di tramutarsi in un boomerang per l’economia dell’America stessa? Nonostante la con-fusione di queste prime spanne del secondo mandato del “tycoon”, la risposta non è difficile.

Trump ragiona da commerciante, pieno di rabbia vendicativa, convinto della forza anche militare del suo paese, quindi minacciosamente imperiale (dal Canada, alla Groenlandia, a Panama); Musk invece pensa da visionario, seguace del transumanesimo, disciplina per cui basterebbe affidarsi alla scienza per qualsiasi soluzione ai problemi del genere umano. Certi loro proclami potranno perciò sembrare in scarsa sintonia. Ma condividono il bersaglio grosso, appunto l’Europa. Già durante il primo mandato, il pregiudicato e condannato capo della Casa Bianca manifestò tutto il suo disprezzo per la parte di mondo da cui partì la sua famiglia tedesca (a proposito di immigrati…): per lui, un aggregato di nazioni avide, impigrite, approfittatrici dell’ombrello statunitense. Per Elon Musk, silenzioso ma convinto difensore del “primato bianco”, un territorio, l’Europa, da conquistare al suo progetto universale, di nuovo mondo tecno-comunicativo, politicamente illiberale, e di destrutturazione degli equilibri democratici.

Quindi, “minimo Stato e massima libertà”, individuale e imprenditoriale. Che è la sostanza del “Maga” trumpiano. Se vale per l’America, deve valere per l’Europa. A cui conviene farsi cooptare nella nuova disciplina cesellata (finché è economicamente interessante) negli asettici laboratori della Silicon Valley. Non è fantapolitica. È già realtà. E infatti l’inventore di Tesla è presto partito all’attacco, scegliendo e sponsorizzando al di qua dell’Atlantico il peggior anti-europeismo dei partiti di destra radicale, che non sono soltanto euro-scettici – sarebbe troppo poco – bensì euro-demolitori. A cominciare dall’AfD tedesca, “l’unica – ha ammonito il più ricco uomo del mondo – che può salvare la Germania”, e poco importa se nel suo dna sono ancora ben presenti istinti e malinconie neo-naziste. L’importante è che diventi il più efficace grimaldello per metter fine al progetto comunitario, colpendolo possibilmente nel suo momento più difficile: un’UE disorientata, incapace di un progetto unitario di concorrenzialità, in grande ritardo tecnologico nei confronti di Usa e Cina. “Ha preso d’assalto l’Europa”, si è infatti compiaciuto Trump presentando Giorgia Meloni, a sua volta convinta di poter diventare l’unificatrice dei due mondi.

Tutto in essere. Per cui c’è ancora da sperare che questa Europa oggi così smarrita non voglia diventare trumpianamente ”Mega” E che invece recuperi velocemente la sua ragion d’essere. Che deve essere democratica e sociale. Certo, anche attraverso uno snellimento di procedure e organizzazione. Mentre la “grandezza” a cui l’invita Elon Musk è solo disgregazione e assoggettamento. Suicidio garantito.

Scritto per laRegione


Trump e l’ordine del caos: i destini mondiali legati a un uomo

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Di Lucio Caracciolo, La Repubblica

Viviamo un eccesso di caos prodotto dalla simultanea crisi del Numero Uno e dei suoi sfidanti. America, Cina e Russia temono per la propria esistenza. A quei gradi di autocoscienza ti consideri in vita solo se grande potenza. Se ridotto a rango inferiore, sei tentato dal suicidio (Urss docet). Ti lasci andare. Di qui la Guerra Grande su più teatri, caldi o tiepidi, che se non sospesa virerà in Totale. Il disordine apre vuoti che invitano gli ambiziosi. Antichi imperi già diagnosticati in irreversibile disarmo (Turchia, Giappone), fu colonie che si riscoprono Stati-civiltà (India/Bharat), nazioni umiliate e offese in risalita causa infragilirsi dei vicini (esempio Polonia). Mentre annaspano i protagonisti dell’altro ieri, dall’Inghilterra penultimo egemone alla finta coppia Francia-Germania, confitta nel simul stabunt simul cadent. Le onde del caos inghiottono terre neutre o trascurate, riducono le distanze fra i tre Grandi, gomito a gomito nei Mari Cinesi, in Ucraina, presto nell’Artico

La transizione egemonica scorre dall’America al caos. Vi resterà a lungo. Un colosso senza eguali non si scioglie dalla sera alla mattina, specie se capace di trascinare nel disastro il resto del mondo. Quando stimerà giunta l’ora, il suo ultimo desiderio sarà impedire che altri occupi il suo trono. L’America è in lotta con sé stessa.

In lotta per la sopravvivenza, America sa che il suo male interiore si cura in rapporto col mondo, ma solo dopo aver ristabilito l’ordine naturale delle cose. Noi davanti, gli altri dietro o contro. Ne è convinta la nuova combinazione vincente di élite postliberali e disinibite tecnostar, ibridi anarco-autoritari, sostenuta dall’entusiasmo vendicativo dei ceti medio-bassi frustrati dalla globalizzazione, dall’ “invasione” di allogeni non assimilabili al canone Wasp, dal declino del proprio stile di vita.

Questa strana alleanza ha trovato in Donald Trump il suo esuberante campione. Profeta del “senso comune”. Brutale nella logica e nei gesti. Incarnazione del “terribile semplificatore”, idealtipo del demagogo insofferente delle regole evocato con orrore da Jakob Burckhardt a fine Ottocento. Ispirato alTrasimaco della Repubblica platonica: “La giustizia non è altro che l’utile del più forte” (I, 339c). Lui si battezza “genio molto stabile”. Eletto da Dio che deviò il proiettile con cui il satanico Stato profondo sperava di liquidarlo. Storia dirà. Intanto constatiamo che c’è del genio nel suo agire terribilmente semplificato. Da prendere alla lettera.

Il primo atto del secondo Trump, eversore e uomo d’ordine, è molto scenografico. Frenetico. La malattia dell’America richiede cure pericolose. Ci vorrà tempo per risanare il paziente, se possibile. Un presidente quasi ottantenne, con appena quattro anni di mandato davanti – ammesso non finisca di reinterpretare la costituzione inventandosene un terzo – ha fretta. Ricomincia da dove può cogliere subito frutti: il mito americano.

La sua narrazione esalta la volontà dunque la certezza di tornar grande. Per Trump volere è potere. Volere significa sognare e far sognare. Rivelare ai compatrioti il destino manifesto 2.0. Serve nuova frontiera. Metaverso operativo. Ergo: dominio dello Spazio per controllare la Terra ed entusiasmare il pubblico con la leggenda marziana raccontata da Musk; primato rafforzato nell’intelligenza artificiale per governare il ciberspazio, guidare la rivoluzione tecnologica, reinventare l’industria su princìpi inediti, forse fantastici – evitando di scoprirli troppo presto per non alienarsi i colletti blu; spegnere gli incendi ucraino e mediorientale e prepararsi alle guerre del futuro di cui intravvediamo appena l’alba. Possibilmente senza combatterle grazie al ristabilimento della deterrenza perduta. Alfa e omega di questa narrazione gli annunci a raffica via social media.

Trump il rivoluzionario si avvicina al bivio dove si parrà la sua cifra. Raro ma vero: il successo o il fallimento di un singolo influirà sul destino della nazione e del mondo. Prova di quanto profondo e strutturale sia il dissesto emotivo degli americani. La rivolta di una coorte di ricchi sfondati annoiati dai soldi ed eccitati dal potere ha steso l’esausto establishment centrista. Gli ologrammi dell’amministrazione Biden si godono immeritato riposo. Mentre le burocrazie federali e degli Stati blu si danno alla guerriglia partigiana col supporto degli apparati duri. Guerra civile a bassa intensità.


“Non siate vassalli felici”

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

In un intervento all’Università di Marsiglia il capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella, ha rivolto a studentesse e studenti un discorso fra i più importanti e significativi della sua presidenza. Pubblichiamo integralmente alcuni passaggi del suo discorso, che toccano in particolare il collegamento storico fra periodo nazista e invasione dell’Ucraina e inoltre i pericoli della  recente affermazione negli Stati Uniti di una élite tecno-monopolista che affianca il presidente Donald Trump.


Un’Università di questa portata, dove si studiano storia e diritto per avere gli strumenti per comprendere e governare il presente e il futuro, è il luogo appropriato per interrogarsi sulla situazione delle relazioni internazionali e sullo stato dell’ordine che i nostri Paesi hanno contribuito a definire.

Un ordine internazionale che, come tutti i contratti sociali e le strutture politiche, ribadisce la propria funzione, conferma la propria stabilità, se alimentato con impegno, sviluppando capacità di ascolto e adattamento, nonché cooperazione rispetto ai fenomeni che si presentano.

La storia, in particolare quella del Ventesimo secolo, ci ha insegnato che quest’ordine è un’entità dinamica, subordinata a equilibri che, ovviamente, non sono immuni dall’essere influenzati da tensioni politiche, cambiamenti economici.


I veti incrociati in Consiglio di Sicurezza hanno ripetutamente impedito all’Onu di dispiegare la sua azione di pace, e, tuttavia, quanto è riuscito a esprimere è stato un grande successo.

I detrattori dell’Organizzazione dimenticano, comunque, tra l’altro, il suo ruolo cruciale nel processo di decolonizzazione, o nella costruzione di un impianto normativo per arginare l’escalation militare e favorire il disarmo.

Una riflessione sul futuro dell’ordine internazionale non può prescindere da un esercizio di analisi che, guardando alle incertezze geopolitiche che oggi caratterizzano il nostro mondo, richiami alla memoria la successione di eventi, di azioni o inazioni, che condussero alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale.


Fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni Paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali.

Il risultato fu l’accentuarsi di un clima di conflitto – anziché di cooperazione – pur nella consapevolezza di dover affrontare e risolvere i problemi a una scala più ampia. Ma, anziché cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista.

Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa.

L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura.


Care studentesse, cari studenti,
vi vediamo, oggi, con grande apprezzamento, partecipi, attivi, pieni di progetti.

Il vostro attuale destino, le condizioni in cui viviamo in Europa, sono frutto delle scelte fortemente volute dopo la Seconda Guerra Mondiale, guardando proprio ai milioni di morti delle guerre del Novecento.

Cooperazione e non competizione. Fraternità laddove regimi e governi avevano voluto seminare odio. Penso alle centinaia di migliaia di giovani che la Seconda Guerra Mondiale strappò alle aule universitarie, alle loro famiglie.

Sul rifiuto di cedere alla violenza della prepotenza, sul sacrificio di quelle generazioni, abbiamo costruito il più lungo periodo di pace di cui l’Europa abbia goduto.

Settant’anni di pace.

Certo, per guardare alla storia di Francia, si studia la Guerra cosiddetta dei Cent’anni (116 per l’esattezza), con l’Inghilterra. Ma, per l’intera Europa, ricordiamo quella degli Ottant’anni, dei Trent’anni, dei Quindici anni: sono anelli della periodizzazione che gli storici propongono, centrandola sui conflitti.

Raramente ci si sofferma sui periodi di pace.

È bene, invece, parlare della pace di questi decenni come della Pace dei Settant’anni, nel proposito che si prolunghi e non venga mai interrotta, per dire che la pace è possibile. Che una pace rispettosa dei diritti della persona, delle comunità e dei popoli, è possibile. Che non si tratta di aspirazioni ireniche, non sorrette da fatti. Al contrario.

Al termine del conflitto le potenze alleate contro il morbo nazifascista si trovarono di fronte alla necessità di costituire un nuovo ordine mondiale che sapesse evitare gli errori del passato e fornire nuove prospettive all’umanità stremata.

Il primo risultato fu la Carta di San Francisco, della quale ricorrono gli ottant’anni.

Colpisce e coinvolge leggerne il preambolo che, non a caso, si apre con la formula “noi popoli”. Non dice “noi Stati”, “noi nazioni”. Proclama: “noi popoli”.

Recita infatti:

Noi popoli delle Nazioni Unite,
decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità,
a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole,
a creare le condizioni in cui la giustizia ed il rispetto degli obblighi derivanti dai trattati e dalle altre fonti del diritto internazionale possano essere mantenuti,
a promuovere il progresso sociale ed un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà,
e per tali fini
a praticare la tolleranza ed a vivere in pace l’uno con l’altro in rapporti di buon vicinato,
ad unire le nostre forze per mantenere la pace e la sicurezza internazionale,
ad assicurare, mediante l’accettazione di principi e l’istituzione di sistemi, che la forza delle armi non sarà usata, salvo che nell’interesse comune,
ad impiegare strumenti internazionali per promuovere il progresso economico e sociale di tutti i popoli,
abbiamo risoluto di unire i nostri sforzi per il raggiungimento di tali fini”.

Questa la strada lucidamente disegnata.

Nacque quel complesso sistema di organismi internazionali con al centro le Nazioni Unite, la prima vera organizzazione universale della storia umana, che, seppur tra luci e ombre, ha perseguito per ottant’anni l’obiettivo primario della pace mondiale, della crescita e diffusione della prosperità, della soluzione pacifica delle controversie.

Senza dimenticare il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, essenziale tassello di questa nuova architettura.

Il grande giurista René Cassin, che di questa Università fu studente e poi professore, coautore della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani del 1948 e premio Nobel per la pace, scrisse, infatti “Non ci sarà mai Pace su questo pianeta finché i diritti umani vengono violati, in qualunque parte del mondo.”

Il dispotismo dei sistemi di impronta fascista e nazista appariva condannato dalla storia.

Il sistema costruito dopo il 1945 fu retto, per una lunga fase, dalla grammatica del bipolarismo basato in primo luogo su contrapposizioni ideologiche, cui corrispondevano, tuttavia, anche propositi di potenza. La Guerra Fredda definì le relazioni internazionali per quasi mezzo secolo, cristallizzando i rapporti, gli schieramenti e gli attori stessi della vita internazionale. A dominare era il terrore dell’olocausto nucleare.

Il 9 novembre 1989, con il crollo del Muro di Berlino, si ricomponevano storia e geografia in Europa e nel Mediterraneo dopo la frattura della Guerra fredda. Una trasformazione epocale si realizzava e l’ordine internazionale, ancora una volta, assumeva una nuova forma.

Il XX secolo si concludeva con il collasso dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche e un nuovo assetto globale, nel quale la diffusione delle democrazie liberali appariva preponderante.

Molti lessero nella fine della Guerra Fredda il compimento dell’internazionalismo kantiano: sembrava a portata di mano una pace universale fondata sui valori liberali e democratici.

Fu la stagione delle grandi conferenze onusiane, da quella sull’Ambiente di Rio de Janeiro del 1992 a quella sulle Donne di Pechino nel 1995. Nascono gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, si amplia la membership delle Organizzazioni Internazionali (è del 2001 l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio), realizzando così una progressiva integrazione degli attori nell’ordine internazionale.

L’umanità sembrava esser divenuta consapevole di essere legata a un destino comune, a una unica responsabilità.

La globalizzazione, con la crescita del commercio internazionale, la riduzione delle distanze dovuta all’aumento e alla facilità dei trasporti intercontinentali, il sempre maggiore flusso di passeggeri, idee, ha ampliato gli orizzonti di libertà e spinto molti osservatori a pensare che fosse anche il più rapido veicolo per la pace, la cooperazione, se non la democratizzazione.

La globalizzazione contemporanea ha prodotto un livello di integrazione internazionale e di crescita senza precedenti nel corso della storia. Miliardi di persone sono uscite dalla povertà. Scambi di conoscenze e opportunità sono aumentati esponenzialmente, il progresso scientifico ha compiuto passi in avanti impensabili e ha permesso applicazioni pratiche in ogni settore della vita umana.

L’utopia di un mondo “unipolare” si è consumata nel tempo di poco più di un ventennio. Il processo si è inceppato, a fronte di scontri di interesse, spesso all’interno delle stesse comunità, basti pensare alla ex Jugoslavia all’inizio degli anni ‘90, all’instabilità in molti paesi del Corno d’Africa e dell’Africa sub-sahariana, al mai risolto conflitto in Medio Oriente. Attori, spesso non statuali – anche se, talvolta, sorretti da Stati – si propongono la “conquista”, non esclusa la pratica di atti di terrorismo.

All’inizio del XXI secolo ci si è così progressivamente trovati di fronte a una situazione fluida, nella quale a prevalere erano i rischi e il sentimento di incertezza e imprevedibilità.

La sfida è corrispondere in modo costruttivo al nuovo che emerge.

Agli organismi internazionali tradizionali si è affiancato il G7, a questo il G20. Il gruppo dei “BRICS” vede espandere i suoi membri e rappresenta una quota crescente della popolazione e della produzione economica globale, proponendosi di agire da gruppo di pressione nella definizione di standard e nella gestione di opportunità, quasi revival riveduto del gruppo dei Paesi “non allineati” – allora, peraltro, davvero tali – che prese avvio con la Conferenza di Bandung, in Indonesia, nel 1955.

Accanto a questa nuova articolazione multipolare dell’equilibrio mondiale, si riaffaccia, tuttavia, con forza, e in contraddizione con essa, il concetto di “sfere di influenza”, all’origine dei mali del XX secolo e che la mia generazione ha combattuto.

Tema cui si affianca quello di figure di neo-feudatari del Terzo millennio – novelli corsari a cui attribuire patenti – che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica, per gestire parti dei beni comuni rappresentati dal cyberspazio nonché dallo spazio extra-atmosferico, quasi usurpatori delle sovranità democratiche.

Ricordiamoci cosa detta l’Outer Space Treaty all’Art. II: «Lo spazio extra-atmosferico, compresi la luna e gli altri corpi celesti, non è soggetto ad appropriazione da parte degli Stati, né sotto pretesa di sovranità, né per utilizzazione od occupazione, né per qualsiasi altro mezzo possibile».

L’età moderna è stata caratterizzata dalla “Conquista”, di terre, ricchezze, risorse. Nei secoli, dall’abbandono progressivo di territori non più fertili, con le migrazioni verso nuovi lidi. In tempi relativamente recenti, con il mito, in America, della “Nuova frontiera”.

Regole e strumenti ci sarebbero per affrontare questa fase e allora perché il sistema multilaterale sembra non riuscirci, con il rischio del ripetersi di quanto accaduto negli anni Trenta del secolo scorso: sfiducia nella democrazia, riemergere di unilateralismo e nazionalismi?

Oggi come allora si allarga il campo di quanti, ritenendo superflue se non dannose per i propri interessi le organizzazioni internazionali, pensano di abbandonarle.

Interessi di chi? Dei cittadini? Dei popoli del mondo? Non risulta che sia così. Le conseguenze di queste scelte, la storia ci insegna, sono purtroppo già scritte.

È il momento di agire: ricordando le lezioni della storia e avendo a mente il fatto che l’ordine internazionale non è statico. E’ un’entità dinamica, che deve sapersi adattare ai cambiamenti, senza cedimenti su principi, valori e diritti che i popoli hanno conquistato e affermato.

Quest’anno – ho menzionato Bandung e la Carta di San Francisco – ricorrono altresì i cinquant’anni dalla conclusione della Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, insieme ai trent’anni dell’Osce, che ne è derivata.

Settantacinque anni fa, nel mese di ottobre, veniva lanciato il Piano Pleven per una difesa europea. Faceva seguito alla dichiarazione Schuman, del maggio dello stesso anno, che avrebbe portato alla costituzione della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio.

Quarant’anni fa, sul lago di Ginevra, il presidente Usa, Ronald Reagan, e quello dell’Urss, Michail Gorbaciov, avviarono il disgelo che portò alla sottoscrizione del Trattato INF che eliminò dall’Europa i missili cosiddetti di teatro.

Nel 1990, Parigi vide la sottoscrizione del Trattato CFE per la riduzione delle forze convenzionali in Europa. La distensione portò a un dividendo per la pace, che si espresse con sensibili riduzioni delle spese per armamenti, e una stagione di incontro, condivisione. Fu l’avvio di una nuova architettura di sicurezza europea e mondiale.

Ancora una volta, dialogo e spirito di cooperazione prevalsero. Cosa vuol dire? Che la pace non è un dono gratuito della storia. Che statisti e popoli, per conseguirla, devono dispiegarvi il loro impegno. Che la pace occorre volerla, costruirla, custodirla. Anche con la paziente messa in campo di misure di fiducia.

Basti pensare alla vera e propria batteria di accordi e trattati internazionali che, nei decenni, l’hanno corroborata. Cosa rimane di tutto ciò? Passo dopo passo, i principali protagonisti hanno, dapprima, iniziato a violarli e, poi, a denunciarli.

Quale diventa, quindi, il prezzo della sicurezza? La minaccia dell’uso, se non la pratica, della violenza? Si tratta di interrogativi che riguardano, in primo luogo, proprio l’Unione Europea.

L’Europa intende essere oggetto nella disputa internazionale, area in cui altri esercitino la loro influenza, o, invece, divenire soggetto di politica internazionale, nell’affermazione dei valori della propria civiltà?

Può accettare di essere schiacciata tra oligarchie e autocrazie? Con, al massimo, la prospettiva di un “vassallaggio felice”.

Bisogna scegliere: essere “protetti” oppure essere “protagonisti”?

 


Allarme Italia, San Gennaro facci il miracolo

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Diciamo la verità, un pasticciaccio così non si era mai visto nella storia della Repubblica italiana.

Neppure nel 2010, ai tempi del caso Ruby, lo scandalo politico-sessuale (riguardante la famosa minorenne marocchina) di cui fu protagonista il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il quale, invocando la ragione di Stato, cioè per sottrarsi alla responsabilità delle proprie malefatte, sosteneva che la ragazza da lui circuita era nipote del presidente egiziano Mubarak.

Neppure andando indietro di oltre tre decenni, ai tempi di Tangentopoli, troviamo una simile situazione, quando vedemmo sfilare davanti ai giudici del tribunale di Milano decine di papaveri socialisti e democristiani accusati di aver intascato miliardi e miliardi di lire di tangenti dagli imprenditori, per sé stessi e per il partito. Una corruzione sistematica, un ladrocinio trasversale bene organizzato, al di là di ogni immaginazione. Ricordate la scena del segretario della DC Arnaldo Forlani, ripreso in un impietoso primo piano con la bava alla bocca, mentre balbettava risposte senza senso di fronte alle incalzanti domande di Antonio Di Pietro?

In questi giorni l’Italia ha superato di gran lunga le soglie d’indecenza istituzionale e politica allora raggiunte, confermando la tesi di coloro che sostengono che ci troviamo eternamente di fronte a una democrazia farlocca, mai pienamente realizzata, in barba alla Costituzione repubblicana nata dalla resistenza contro i nazifascisti e ora calpestata dalle destre al governo.

La conferma viene dai fatti, ovvero misfatti, succedutisi con velocità impressionante tra la fine 2024 e l’inizio 2025. Prendiamone in considerazione tre, a dimostrazione di un quadro inquietante della situazione italiana, dominata da un Governo in grave difficoltà e da una presidente del Consiglio tenacemente arroccata su posizioni difensive, che lancia anatemi contro la magistratura e le opposizioni, e al tempo stesso esalta i (presunti) mirabolanti risultati da lei raggiunti. Per dirla con i versi della filastrocca francese degli anni Quaranta, resa celebre in Italia da Nunzio Filogamo, secondo Meloni «tutto va ben madama la marchesa». Tranne le “toghe rosse” che non obbediscono al Governo.

Il criminale libico Almasri e l’attacco di Meloni alla magistratura

Facciamo un po’ di chiarezza su alcuni nodi venuti al pettine, partendo dal caso del generale libico Njeem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica. I fatti sono questi. Il 19 gennaio viene arrestato a Torino in esecuzione d’un mandato di cattura della CPI, Corte penale internazionale, che lo accusa di crimini contro l’umanità commessi nel famigerato carcere di Mittiga, vicino a Tripoli, dove vengono rinchiusi in condizioni disumane migliaia di migranti africani il cui unico desiderio era di emigrare per sfuggire alla fame e alle guerre. Qui, secondo le accuse, sono state uccise decine di persone e si sono consumati stupri, torture, violenze di ogni genere, anche su bambini. Il 21 gennaio, la Corte d’Appello di Roma dispone la scarcerazione di Almasri, evidenziando un’irregolarità procedurale: l’arresto non era stato infatti convalidato dal ministro della Giustizia, titolare dei rapporti con la CPI. Subito dopo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, emette un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza nazionale: Almasri viene rimpatriato in Libia con un volo di Stato italiano e accolto trionfalmente a Tripoli dai suoi sodali. Piovono gli attacchi da parte delle opposizioni, protesta la CPI. La Procura di Roma, da parte sua, iscrive nel registro degli indagati la presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ipotizzando i reati di favoreggiamento e di peculato per via dell’aereo militare usato.

Giorgia Meloni, con un video diffuso il 28 gennaio, va all’attacco con inaudita veemenza: «Il procuratore della Repubblica Francesco Lo Voi, lo stesso del fallimentare processo a Matteo Salvini per sequestro di persona, mi ha inviato un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato in relazione alla vicenda del rimpatrio del cittadino Almasri, presumo al seguito di una denuncia presentata dall’avvocato Luigi Li Gotti, ex politico di sinistra molto vicino a Romano Prodi, conosciuto per avere difeso pentiti del calibro di Buscetta, Brusca e altri mafiosi». E conclude con la solita litania: «Non sono ricattabile, non mi faccio intimidire».

La premier prende lucciole per lanterne. Prima di tutto quell’atto non è un avviso di garanzia, bensì una notifica con la quale gli interessati vengono messi a conoscenza dell’apertura di un fascicolo a loro carico, che viene inviato, «omessa ogni indagine», al Tribunale dei ministri, non essendo il caso di competenza della Procura, poiché si tratta di persone con incarichi di governo. Quindi non siamo di fronte a un attacco frontale al Governo, bensì a un atto dovuto, essendo le accuse del denunciante, l’avvocato Li Gotti, circostanziate e ben documentate. Il legale calabrese, oltretutto, ha un passato politico di destra, pur essendo stato sottosegretario alla Giustizia nel 2006-2008 nel Governo guidato da Romano Prodi. «Ma io non ero certo amico del presidente del Consiglio, come dice Giorgia Meloni», ha candidamente ammesso durante una trasmissione televisiva. «In due anni di mandato non l’ho incontrato neppure una volta».

Dopo due settimane di sguaiati attacchi alla magistratura e di assurde giravolte da parte degli esponenti della maggioranza, il 5 febbraio finalmente il Governo riferisce in Parlamento, prima alla Camera dei deputati, poi al Senato. Ma a presentarsi non è, come reclamavano le opposizioni e come sarebbe stato doveroso, la presidente del Consiglio. Tocca ai ministri Nordio e Piantedosi metterci la faccia, fornendo spiegazioni e ricostruzioni confuse e contraddittorie, se non surreali, che aggiungono confusione a confusione e scatenano la bagarre nei banchi delle opposizioni.

Il caso, quindi, è ben lontano dall’essere concluso, mentre giornalisti del livello – si fa per dire – di Italo Bocchino e Mario Sechi, si stracciano le vesti nei talk show televisivi per difendere le scelte governative. Rimangono aperti, in questo pasticciato caso più politico che giudiziario, i cui ingredienti sono l’incompetenza e la malafede, molti interrogativi riguardanti gli accordi tra Italia e Libia per il blocco dei migranti, il ruolo dei servizi segreti e la ragion di Stato, che quasi certamente è prevalsa nella scelta del Governo di rimpatriare Almasri anziché arrestarlo.

Una delle vittime delle violenze di questo criminale, Lam Magok Biel Ruei, il 3 febbraio, ha presentato a sua volta alla Procura di Roma una denuncia per favoreggiamento nei confronti di Nordio, Piantedosi e Meloni i quali, a suo dire, «hanno sottratto il torturatore libico alla giustizia».

Centri di detenzione dei migranti in Albania, Governo tre volte sconfitto

L’accordo firmato il 6 novembre 2023 da Giorgia Meloni e dal premier albanese Edi Rama sui centri di detenzione per immigrati da realizzare a spese dell’Italia in Albania, era stato presentato come una panacea per gestire i flussi migratori e alleggerire il peso degli sbarchi sulle coste italiane. Si è trattato invece di un colossale fallimento, un flop annunciato, dal punto tecnico, giuridico e politico, uno spreco insensato che sta costando alle casse dello Stato un miliardo di euro.

Anzitutto: i centri sono in contrasto con le norme europee sui diritti dei migranti, per quanto riguarda in particolare i “paesi sicuri” ai quali rispedire gli irregolari che si vedono negare dalle autorità italiane il diritto d’asilo. Affidarsi a Tirana è stata una trovata mediatica, nata dal sodalizio personale, quasi goliardico, tra Meloni e Rama, più che un’azione politica bene organizzata. L’Albania non fa parte dell’UE e questo permette al governo italiano di aggirare alcune normative, ma resta il fatto che l’Italia sta esternalizzando un problema senza risolverlo. Con buona pace di Meloni, che ostenta l’interesse per il modello-Albania manifestato da parte di alcuni leader europei.

In base a quell’accordo si sono succeduti tre tentativi di trasferimento di immigrati in Albania. Tutti falliti.

Il primo, il 16 ottobre 2024: 16 uomini provenienti da Egitto e Bangladesh, vengono trasferiti a bordo della nave della Marina militare Libra, 81 metri di lunghezza e un equipaggio compreso tra 64 e 81 membri. Quattro migranti sono immediatamente riportati in Italia, due perché minorenni, due dichiaratisi ammalati. Subito dopo, in ottemperanza alle normative europee, di rango superiore rispetto alle leggi italiane, il Tribunale di Roma non convalida il trattenimento degli altri nei centri albanesi, ordinando il loro ritorno in Italia. Apriti cielo, la premier italiana tuona contro la magistratura, colpevole, a suo dire, di remare contro il Governo.

Secondo tentativo. L’11 novembre 2024 la Libra viaggia di nuovo verso l’Albania, con soli otto adulti a bordo e una sessantina di uomini d’equipaggio. Anche in questo caso, la magistratura italiana blocca l’operazione, sottolineando che né l’Egitto né il Bangladesh, dai quali provengono i migranti, possono essere considerati completamente sicuri per i rimpatri. Di conseguenza, anche questi poveri cristi vengono riportati in Italia.

Ma Giorgia non demorde. Il 15 dicembre dal palco di Atreju, al Circo Massimo, urla con gli occhi spiritati: «Abbiate fiducia, i centri in Albania funzioneranno, dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo italiano». E scandisce più volte: «Fun-zio-ne-ranno!».

Come no! Terzo ostinato tentativo. Pochi giorni fa, il 28 gennaio, un’imbarcazione militare italiana, questa volta la motovedetta Cassiopea, trasporta in Albania 49 migranti. Dopo le procedure d’identificazione, sei di loro, ritenuti vulnerabili, vengono immediatamente riportati in Italia. Per gli altri 43, la Corte d’Appello di Roma (alla quale nel frattempo il Governo ha trasferito la competenza sui rimpatri per evitare l’impasse dei tribunali ordinari) non convalida il trattenimento e rinvia la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata a esprimersi sulla legittimità dei trasferimenti il 25 febbraio prossimo. Di conseguenza, anche questi migranti sono riportati in Italia.

Caso Santanché, la ministra accusata di truffa ai danni dello Stato

In quale altro Paese un ministro resterebbe al suo posto quando viene messo sotto accusa per falso in bilancio e truffa ai danni dello Stato? È il caso di Daniela Garnero, 63 anni, già coniugata Santanché e ora compagna del sedicente principe Dimitri Kunz d’Asburgo, ministra del Turismo, quella – per intenderci – della disastrosa campagna promozionale da nove milioni di euro “Open to Meraviglia”: la Venere di Botticelli nelle vesti di un’influencer virtuale che ha esposto l’Italia al ridicolo.

Ebbene, il 17 gennaio la signora Garnero Santanché è stata rinviata a giudizio dal Tribunale di Milano, assieme ad altre 16 persone, con l’accusa di falso in bilancio nella gestione, prima della nomina a ministro, della società Visibilia, editrice di periodici quali Novella 2000, Visto, Ciak, PC Professionale. Il processo inizierà il prossimo 20 marzo.

Nel maggio dello scorso anno la Procura milanese aveva, invece, chiesto il suo rinvio a giudizio anche per truffa aggravata ai danni dell’INPS, l’Istituto nazionale della previdenza sociale. L’imprenditrice avrebbe utilizzato indebitamente i contributi dello Stato ottenuti durante la pandemia, tra il 2000 e il 2022, circa 130.00 euro. I fondi erano destinati alla cassa integrazione a zero ore dei propri dipendenti in Visibilia. Secondo l’accusa, alcuni di loro hanno continuato a lavorare pur essendo in cassa integrazione, causando un evidente danno all’INPS, che si è costituito parte civile. Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha respinto la richiesta della difesa di trasferire il procedimento a Roma, il che avrebbe comportato un notevole allungamento dei tempi. La competenza rimane dunque al Tribunale di Milano, chiamato ora a pronunciarsi sul probabile rinvio a giudizio.

Il Fatto Quotidiano e la trasmissione di Raitre Report condotta da Sigfrido Ranucci hanno ricostruito per filo e per segno le intricate vicende di Santanché imprenditrice, nelle quali si manifestano ambigui personaggi ed emergono oscuri giri di finanziamenti attraverso scatole cinesi societarie. I coraggiosi giornalisti hanno scoperto un altro caso, oggetto di un’indagine della Guardia di Finanza: la villa in Versilia che fu del sociologo Francesco Alberoni, acquistata nel gennaio dello scorso anno dal compagno di Santanché, Dimitri Kunz e da Laura De Cicco, moglie del presidente del Senato Ignazio Benito Maria La Russa per 2,45 milioni di euro e rivenduta dopo meno di un’ora dal rogito per 3,45 milioni, con una plusvalenza di un milione che non si sa dove sia andata a finire.

Ma, come non bastasse, c’è un’altra tegola che rischia di cadere sulla testa della ministra, l’atto di proroga delle indagini preliminari, emesso a dicembre, per la vicenda riguardante Ki Group Srl, operante nel campo del bio-food, di cui è stata presidente e legale rappresentante dall’aprile 2019 al dicembre 2021, che potrebbe sfociare nell’accusa di bancarotta fraudolenta.

Di fronte a questa situazione, Santanché, fortemente difesa da esponenti della Lega e di Forza Italia, un po’ meno dal suo partito, Fratelli d’Italia, ostenta sicurezza, confortata dall’antica amicizia con il presidente del Senato ma scoraggiata dalle sibilline dichiarazioni di Meloni. Non vuole proprio saperne di arrendersi. Per ora non molla la poltrona da ministro, come invece ha fatto – dobbiamo dirlo, con dignità – Gennaro Sangiuliano, ministro della Cultura, per una vicenda meno grave, non certo paragonabile alla sua.

Questa è la situazione dell’Italia nei primi mesi dell’anno giubilare 2025. La sinistra, intanto, si affanna in ordine sparso, con il principale partito, il PD, incapace di stabilire una linea d’azione chiara in un Paese che rischia di precipitare nel baratro. Meloni, con l’empatia di cui è capace, si è conquistata un posto al sole alla corte di Donald Trump e del suo alter ego Elon Musk, unica leader europea, mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con i suoi felpati moniti, dopo 10 anni di permanenza al Colle si è conquistato la simpatia della maggioranza degli italiani. Peccato che egli non abbia saputo dire qualche no a questo Governo e a questa maggioranza, per esempio rifiutandosi di firmare l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio nell’agosto 2024. Una scelta devastante fortemente voluta dal ministro Nordio, assieme ad altri interventi sulla giustizia che gridano vendetta.

I cittadini, sfiduciati di fronte a una classe politica incapace di dare risposte concrete alle loro necessità, che non pensa a risolvere i problemi del caro-bollette e dell’aumento dei prezzi, si rifugiano mugugnando nel privato e disertano le urne. Sono la maggioranza silenziosa del Paese. Alle ultime elezioni meno della metà degli elettori è andata a votare. È una scelta irresponsabile, perché soltanto con il voto è possibile cambiare radicalmente le cose e restituire un po’ di dignità alla politica. Che dobbiamo fare? Come convincerli ad esercitare il diritto-dovere al voto, conquistato con il sangue dai nostri genitori e nonni?

Idea. Forse per farli uscire dal loro guscio potremmo rivolgerci al patrono di Napoli, uno dei santi più amati, e supplicarlo: San Gennaro, facci il miracolo!


Distribuire la terra, un impegno prioritario ma irrealizzato

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Dalla nostra corrispondente dal Sudafrica

La riforma agraria proposta e firmata in legge dal Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa sta creando qualche problema ai membri del Governo di Unità Nazionale (GNU). Non tutti sono d’accordo, e troppi importanti interrogativi rimangono senza risposta.

Di che cosa si tratta? Il Presidente Ramaphosa ha proposto, tra altri, un emendamento alla Costituzione che prevede l’esproprio, in alcuni casi senza indennizzo, dei terreni di proprietà di coltivatori bianchi per redistribuirla ai più poveri agricoltori neri.

Dal 1996, anno in cui il Sudafrica inseriva nella Costituzione il diritto equo a un accesso alla terra per tutti nel paese, solo il 25% dei terreni è stato redistribuito rispetto all’obiettivo del 30% che l’African National Congress (il partito di Mandela) aveva stabilito. Il governo di Pretoria ha comunque chiarito che gli espropri senza compensazione saranno solo uno dei meccanismi a disposizione dello Stato per fare progredire il processo di riforma, e che toccherà solo un gruppo di proprietà, vale a dire quelle abbandonate o detenute per scopi speculativi. Sono escluse tutte le proprietà private non agricole. 

Finora, i governi che si sono succeduti hanno deciso di non avvalersi di questo potere, preferendo limitarsi alla soluzione negoziata con il proprietario, basandosi su logiche di mercato, che però hanno reso questo processo lento e oneroso per lo Stato (si parla di compensazioni nell’ordine di 22 miliardi di Rand, circa 1,1 miliardi di franchi). 

Oltre agli alti costi, ciò che preoccupa molto i partiti dell’opposizione, come il Democratic Alliance (che fa parte del GNU), è la mancanza di chiarezza su chi e come verranno prese le decisioni riguardanti la distribuzione e la compensazione.

Per contro, secondo varie organizzazioni della società civile per il diritto alla terra, una riforma agraria efficace potrebbe rafforzare piccoli agricoltori e migliorare il livello di sicurezza alimentare per i più vulnerabili. Da notare che 34 mila grandi agricoltori bianchi possiedono la gran parte delle terre più produttive del Sudafrica. Il settore agricolo contribuisce al 12% del PIL del Paese. 

Quindi il paese è diviso fra una questione di etica morale per i più poveri e la troppo poca chiarezza sui criteri di come e a chi verrà concesso un beneficio fondiario. Purtroppo, il pericolo di corruzione da parte dei partiti, in corsa per le elezioni regionali dell’anno prossimo, e le negative esperienze fatte in passato, concedendo terra coltivabile a contadini con poca o nessuna esperienza nel settore agricolo produttivo, non permettono un eccessivo ottimismo. I casi di totale fallimento di progetti sono tanti e preoccupanti. Coltivare la terra è un impegno che richiede una preparazione solida, e notevole competenza. Troppe le esperienze miseramente fallite come accadde, per fare solo un esempio, un paio di anni fa agli eredi delle vittime del massacro di Marikana, dove una fattoria modello per il pollame interamente finanziata dal governo venne letteralmente saccheggiata e dilapidata a danno dei beneficiari, per poi usare mattoni e altro materiale edile per risanare alcune abitazioni. 

Una dimostrazione di come sia complesso far fronte a problemi di questa natura in un paese alle strette con inflazione e disoccupazione a livelli sempre più alti.

Ne sapremo di più giovedì prossimo, quando il presidente Ramaphosa terrà l’annuale discorso sullo stato della nazione. Certamente verrà affrontata anche il problema della terra, che sta mettendo sotto forte pressione il Governo di Unità Nazionale.

Nell’immagine: contadine sudafricane


“Vale, e ti sia lieve il suol”

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Fabrizio Mena ci ha lasciati lunedì 3 febbraio, dopo una lunga malattia sopportata in modo ammirevole. Il mio ricordo va all’amico generoso, al collega di grande umanità e allo storico eccellente.

Il connubio scuola e ricerca è sempre stato per molti docenti importante, una opportunità non usuale tra gli insegnanti liceali, di cui possiamo rallegrarci e anche vantarci. L’aggancio operativo tra il mondo della formazione e quello della ricerca e della produzione culturale è elemento centrale. Fabrizio ne è un esempio: accanto all’insegnamento egli ha svolto molte ricerche in Biblioteche e Archivi ticinesi e lombardi poi sfociate in volumi importanti di storia ottocentesca del nostro Cantone. Tra i molti suoi saggi sulla storia della stampa e dell’editoria della Svizzera italiana, ricordo l’importante libro Stamperie ai margini d’Italia. Editori e librai nella Svizzera italiana 1746-1848, Bellinzona, Edizioni Casagrande, 2003 (“Premio Migros Ticino” per le ricerche di storia locale): titolo che diede origine alla bella mostra che occupò gli spazi del porticato della Biblioteca Salita dei Frati di Lugano nell’autunno dello scorso anno, concepita con Fabrizio a partire da uno dei possibili filoni offerti dalla Collezione Staffieri, quello delle stamperie attive tra XVIII e XIX secolo «ai margini d’Italia».

Se il suo insegnamento nei Licei del Canton Ticino e all’Alta Scuola Pedagogica di Locarno (oggi DFA) ha potuto beneficiare delle sue ricerche, allo stesso modo la sua ricca indagine storica ha potuto far tesoro dell’esperienza dell’insegnante, della chiarezza e del rigore che solo l’insegnamento e il dialogo quotidiano con gli studenti possono dare. In questo gli è stato maestro il compianto Raffaello Ceschi, ottimo docente ed eccellente storico, che del connubio scuola e ricerca è stato tra i massimi rappresentanti. Con Ceschi, Fabrizio ha collaborato alla realizzazione dei volumi collettanei Storia del Cantone Ticino (Bellinzona 1998),  Storia della Svizzera italiana (Bellinzona 2000) e alla nuova edizione dell’Epistolario di Stefano Franscini (Bellinzona 2007), del quale, in solitaria, ha curato gli Scritti giornalistici 1824-1855 (Bellinzona 2014).

Fabrizio Mena mancherà: agli studi, certo, ma soprattutto alla sua famiglia e ai suoi amici. Sul mio cellulare trovo una chat intitolata I venerdì di don Fabrizio, con la quale egli ricordava agli amici l’ora e il luogo in cui si andava a pranzo a dipendenza del suo stato di salute. Questo per dire dell’importanza di stare insieme, di condividere sentimenti e ideali in un mondo che traligna e nel quale l’egoismo imperversa.

Nell’immagine: Fabrizio Mena in un servizio RSI


I banditi e le proposte indecenti

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

Di Alberto Negri, il manifesto

Banditi a Gaza. Banditi i palestinesi, che devono essere deportati, banditi, in un altro senso, coloro che lo propongono. Con Trump gli Stati uniti gettano la maschera e il neocolonialismo del presidente americano si innesta direttamente sul colonialismo sionista. Ora anche Trump vuole un pezzo di Medio Oriente con Gaza che nei suoi progetti deve diventare una sorta di Riviera per ricchi – con la deportazione dei palestinesi – ma che avrebbe già il suo bottino immediato da offrire, il gas offshore dei palestinesi che verrebbero ovviamente depredati anche di questa risorsa, come del resto sta già facendo Israele. Prima degli yacht a Gaza arriverebbero comunque le trivelle americane.

In realtà i piani dell’immobiliarista Trump e della sua banda di famigliari e amici, in apparenza deliranti e comunque di medio-lungo periodo, preludono forse nel breve a mosse più concrete, ovvero il riconoscimento Usa dell’annessione della Cisgiordania da parte di Israele e la cancellazione di ogni possibilità di uno Stato palestinese, il vero obiettivo politico di Tel Aviv ma anche di questa amministrazione americana. Trattare Gaza alla stregua di un investimento immobiliare significa che si può fare con tutta la Palestina in violazione di ogni regola del diritto internazionale. Una logica predatoria che Trump vorrebbe applicare alla Groenlandia, al Canada, a Panama.

Già nelle prossime ore si capirà anche se avrà un seguito la fase due del cessate il fuoco. Se Trump ha chiesto a Netanyahu di non aprire una nuova fase bellica, la realtà sul terreno ci dice ben altro e il premier israeliano, così come la destra radicale che lo sostiene, non ha per niente rinunciato all’obiettivo di sradicare Hamas e la sua organizzazione. Mentre in una qualche stanza di Washington e della società immobiliare Phoenix del genero di Trump Jared Kushner – del quale sono soci anche i sauditi – si costruiscono i plastici della nuova Costa Azzurra mediorientale, la guerra può riesplodere: tutto lavoro per le ruspe. Gli esseri umani e la loro storia secolare sono destinati a sparire.

Le ruspe della politica trumpiana nella Striscia di Gaza per ora sono respinte dalla maggior parte degli Stati della regione ma stanno già scavando divisioni in un Medio Oriente in pieno movimento dopo la caduta di Assad in Siria, la devastante guerra del Libano e la crisi della Mezzaluna sciita iraniana. La Turchia ha appena respinto – come l’Arabia saudita, la Giordania e l’Egitto – lo spostamento dei palestinesi dalla Striscia ma Erdogan ha i suoi piani coloniali, a spese dei curdi, nella Siria del Nord. Ognuno in Medio Oriente ha il suo pezzo di terra da rivendicare con la guerra o la pulizia etnica, religiosa o settaria.

Adesso tutti si dimostrano più o meno indignati per la proposta di Trump ma quando cominceranno ad annusare qualche manciata di miliardi le cose potrebbero sembrare meno definitive. Basti pensare al nuovo leader siriano Al Jolani a capo di un Paese smembrato e con le casse vuote che si è appena accordato con Erdogan per due nuove basi aeree turche nella zona desertica di Badiyah da usare soprattutto contro i combattenti curdi. Ognuno si vende quel che può. Potevamo aspettarci qualcosa di diverso? In fondo una proposta scandalosa come quella su Gaza, accolta con entusiasmo dagli israeliani messianici e non solo, era anche prevedibile.

Il nuovo inviato Usa in Medio Oriente Steve Witkoff è un immobiliarista e soprattutto il genero di Trump Kushner, come ci informa sul manifesto Michele Giorgio, poche ore prima della firma del cessate il fuoco aveva aumentato la sua quota nella società immobiliare Phoenix già attiva nel finanziare gli insediamenti israeliani dei coloni in Cisgiordania. Kushner è un socio dei sauditi e l’ingresso nel Patto di Abramo di Riad – che insiste per una soluzione della questione palestinese – con il conseguente riconoscimento di Israele è notoriamente una delle grandi priorità di Trump. Ma il suo neocolonialismo in Medio Oriente non è poi una novità: o forse ci siamo già dimenticati l’invasione americana dell’Iraq nel 2003 che aveva tra l’altro lo scopo di controllare le risorse petrolifere del Paese?

Con Donald Trump cade la maschera indossata in questi decenni dagli Usa per gettare fumo negli occhi sulla questione palestinese. Basti pensare ai miliardi di aiuti militari americani versati in maniera incondizionata in questo ultimo anno e mezzo a Netanyahu dall’amministrazione Biden mentre il governo di Tel Aviv respingeva ogni sua proposta di cessate il fuoco. Il complesso militare industriale israelo-americano non è una creatura di Trump ma ha decenni di storia e di investimenti alle spalle. Il 70% dei raid di ricognizione su Gaza e il Libano sono stati effettuati dall’aviazione Usa e britannica e gli F-35 forniti dagli americani sono stati decisivi quando il 26 ottobre scorso Israele ha eliminato le difese anti-aeree dell’Iran e ampiamente danneggiato la sua capacità di produzione missilistica. E ora gli iraniani – al di là delle sparate su entrambi i fronti – pensano che forse è venuto il momento di trattare sul nucleare.

Ai palestinesi resta solo la resistenza. Al cinema c’è un docu-film girato da giovani palestinesi e israeliani, No other land, che ha vinto già diversi premi. Non lascia molte speranze ma rende in modo chiaro ed evidente di chi sono le responsabilità e come potrebbe cambiare il corso della storia. Di sicuro a Trump non interessa: a lui fa comodo soltanto cancellare la storia. E a noi?

Nell’immagine: Donald Trump accoglie Benjamin Netanyahu alla Casa bianca


Trump’s new world

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 


Una vignetta, la storia e le analogie agghiaccianti

Usando come scusa la volontà di difendere le giovani atlete, Trump porta avanti la sua battaglia contro la transizione di genere 

C’è una vignetta che ha sollevato molto scalpore e tanta (triste) ironia. Si sa che una vignetta (come capita con quelle del nostro Franco Cavani) hanno alle volte più forza, efficacia e contenuto di un articolo di fondo o di un’intera intervista. È tanto vero ciò che stiamo dicendo che il prestigioso giornale britannico “The Guardian” l’ha ripresa e inserita in un ampio preoccupante articolo, condito di affinità storiche, della valida e ardita Julia Carrie Wong (v. Capitulating to Trump: why people are warning about “Vichy” America, The Guardian, 31 gennaio).

Quindi, perché ‘capitolazione’ dinanzi a Trump, e perché le persone vanno messe in guardia da un’”America alla Vichy”? Perché in quella vignetta (intitolata sarcasticamente “Aloha ai democratici di Vichy!”) che ha suscitato scalpore, ironia o esecrazione, c’è un Biden/Pétain che dice a un Trump/Hitler: “A differenza di voi fascisti promettiamo una transizione graduale del potere… a voi fascisti”.

Forse chi sa di storia può coglierne il significato e la tragica ironia. Chi non ne sa, forse gli parla solo la stranezza del mustacchiato e annoiato dittatore collocato nello Studio ovale della Casa Bianca.

La Resistenza è morta, benvenuti a Vichy

La commentatrice del Guardian parte con un lamento: mentre Trump ha rapidamente e spietatamente gettato il governo federale in un caos senza precedenti, i leader del partito democratico hanno offerto poco più di banalità e luoghi comuni. Come ad esempio: “i presidenti vanno e vengono e Dio è ancora sul suo trono” (come ha detto il capo della minoranza alla Camera); oppure: “dateci un po’ di tempo”; o ancora: “siamo ovviamente un po’ in disordine” (a causa di democratici che forniscono sostegno bipartisan a un certo numero di persone di governo nominate da Trump).

Dev’essere questa sorta di capitolazione che ha ispirato (tra liberali e progressisti) l’analogia storica. O, se si vuole, “un insulto”. E cioè: la Resistenza è morta; benvenuti nella Francia di Vichy.

“Se si vuole un’analogia per lo stato attuale dell’America, forse non è tanto un regime fascista assoluto, quanto certamente un regime di Vichy”, sostiene John Ganz, opinionista “liberale”, citato dalla Wong. Il quale precisa: “È in parte fascista, ma soprattutto reazionario e disfattista onnicomprensivo; nato dalla capitolazione e dalla sconfitta, dal lento e poi improvviso crollo delle istituzioni di lunga durata e di una grande democrazia…”.

Quei… democratici di Vichy

Ganz non è stato il primo a invocare il regime collaborazionista di Vichy. Infatti, già a novembre, quando Biden ha accolto il rieletto Trump alla Casa Bianca e ha promesso una “transizione graduale”, la genialità del vignettista Ted Rall ha reimmaginato quell’incontro nello Studio ovale come una versione aggiornata della famigerata stretta di mano tra Adolf Hitler e Philippe Pétain. Che aveva segnato la caduta della Terza Repubblica francese e l’ascesa dall’era di Vichy. Vignetta con la scritta che abbiamo evidenziato sopra.

“Democratici di Vichy” è infatti diventata un’espressione sempre più popolare “di disgusto nei confronti dell’incapace partito di opposizione “, sia in numerosi “tweet”, sia in titoli come quello del noto “magazine” Esquire (“Vichy Democrats take note: the Republican Congress is coming for everything”; cioè: Democratici di Vichy, prendete nota, il Congresso repubblicano sta arrivando per qualunque cosa). C’è poi chi ha usato ”Vichy” anche per denunciare la cantante Jewel per essersi esibita all’insediamento di Trump, oppure per chi ha cooperato nell’applicazione della legge sull’immigrazione, o ancora come soprannome per intere istituzioni percepite come “collaborazioniste” (così ad esempio: “Vichy Twitter”, “Vichy Media”).

Le affinità storiche

La Francia di Vichy era quella che amministrava le parti non occupate dell’invasione hitleriana dopo il 1940. Fu un celebrato eroe della prima guerra mondiale, il maresciallo Pétain, a firmare l’armistizio con Hitler: la parte meridionale della Francia sarebbe rimasta libera dall’occupazione tedesca e sarebbe stata amministrata dal governo di Pétain. E benché la Germania hitleriana finì per occupare subito l’intero territorio francese, Pétain rimase il capo nominale del governo di Vichy fino alla fine della guerra. Quando fu arrestato, processato, dichiarato colpevole. Responsabile, in concreto, delle sofferenze del popolo francese e della deportazione e dell’assassinio di 75 mila ebrei francesi.

Ma allora, quale rilevanza ha la politica di Vichy per l’America di Trump? Ed è giusto paragonare Joe Biden a Pétain?

“Non credo che ci sia un’analogia fra la Francia di Vichy e gli Stati Uniti di oggi”, ha detto al Guardian Robert Paxton (il cui fondamentale libro del 1972 – La France de Vichy – rivelò la scomoda verità, e cioè che i leader di Vichy avevano collaborato con Hitler). ”Non siamo stati invasi, sconfitti e occupati da una potenza straniera ma solo dalla metà reazionaria della nostra popolazione”.

Non si può però negare che esistano dei parallelismi: “I leader di Vichy pensavano di poter negoziare con Hitler un accordo migliore accettando la sconfitta, che avrebbero ottenuto qualcosa dai tedeschi”. E i parallelismi stanno quindi tra il comportamento di ex-politici (tra cui anche il vicepresidente JD Vance o Mike Johnson) o i “padroni” miliardari delle multinazionali, un tempo decisamente anti-Trump, poi tutti assoggettatisi al trumpismo e… al modello storico di Vichy.

Che cosa capiterà?

Robert Paxton però suggerisce un’altra analogia, risalente alla stessa epoca. Si chiama: Benito Mussolini. Ricorda così come Mussolini fu legittimamente eletto al parlamento italiano nel 1919, e nominato legittimamente primo ministro dal re d’Italia (sebbene sotto una pressione illegale da parte di dimostranti fascisti, con la “marcia su Roma” e poi con l’assassinio nel giugno del 1924 di Giacomo Matteotti, il parlamentare dell’opposizione più intelligente, più perspicace e acceso critico e quindi più “pericoloso”).

“Accadrà qualcosa di spiacevole a qualcuno dei più pubblici critici di Trump? (“Will something unpleasant happen to any of Trump’s most public critics?”). È l’interrogativo che fatalmente scappa alla giornalista del Guardian. Ed è un’allusione agghiacciante. Ma Mussolini non fini bene, si osa aggiungere timidamente.

Nell’immagine: cartolina satirica con i saluti da “New Vichy, un tempo Washington DC”