Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador)
«La situazione del Canale è inaccettabile; in assenza di cambiamenti immediati dovremo prendere misure per proteggere i propri diritti». Così ha esordito il neo segretario di stato Marco Rubio nella sua primissima missione internazionale con destino l’istmo centroamericano e tappa iniziale proprio Città di Panama. Ma nel colloquio di due ore di domenica il presidente di destra José Raúl Mulino si è subito piegato annunciando che «è in corso un’ispezione» sulla gestione dei porti d’ingresso/uscita della via interoceanica affidati alla Hutchison Ports di Hong Kong. Come a lasciar intendere che presto le verrà revocata. E che il suo governo sospenderà ogni interesse verso la «nuova via della seta» sottoscritto con la Cina (con tanto di visita di Xi Jinping) nel 2018.
Del resto Donald Trump, paventando una presunta presenza di soldati cinesi nell’area, aveva persino minacciato un intervento militare per recuperare il controllo del Canale, fatto costruire dal suo predecessore Theodore Roosevelt all’inizio del secolo scorso e ceduto alla piena sovranità panamense il 31 dicembre 1999.
Sul tema immigrazione poi Mulino non solo ha confermato il proprio impegno per contenerne il flusso verso nord dallo stretto del Darién, ma ha offerto pure la disponibilità di ricevere dagli Usa immigrati irregolari di nazionalità terze.
Che è poi il tema al centro della seconda tappa del cubano/americano Rubio nello storico patio trasero (il cortile di casa) statunitense: El Salvador. Con la differenza che qui vorrebbe deportare pandilleros venezuelani della gang cosiddetta del Tren de Aragua. Visto che l’aspirante autocrate millennials Najib Bukele si è specializzato nella repressione delle proprie bande giovanili incarcerando oltre 80mila giovani (un terzo dei quali arbitrariamente, assicurano ong per i diritti umani) dal marzo 2021, data in cui proclamò uno stato di emergenza nazionale tuttora in vigore. Appena rieletto, Bukele (popolarissimo negli Usa del Maga, che lo considerano un maître à penser) si è mostrato un grande fan di Trump durante la campagna elettorale del tycoon.
Anche se ha recentemente dovuto deluderlo cancellando l’obbligo in patria delle transazioni in bitcoin che aveva imposto nel settembre del ’22 legalizzando (primo paese al mondo) la circolazione della criptomoneta: il Fondo Monetario Internazionale gli avrebbe negato un prestito di 1,4 miliardi di dollari.
Anche in Guatemala Rubio discuterà d’immigrazione. Il paese che per primo, il giorno dopo il reinsediamento di Trump, ha ricevuto senza lamentarsi ben tre aerei carichi di immigrati. Un paradosso visto che Bernardo Arevalo è il capo di stato più progressista della regione, democraticamente subentrato un anno fa al governo di una destra oligarchica legata al narcotraffico. Che non lo lascia comunque governare granché, per il controllo che continua ad esercitare sul potere giudiziario; e nonostante lo stesso Joe Biden abbia tentato di dargli una mano. È che per gli Stati Uniti il Guatemala, oltre che per l’imperversare dei narcos, riveste un interesse particolare per essere rimasto l’unico paese centroamericano che mantiene rapporti con Taiwan. A differenza di tutti gli altri che negli ultimi due decenni hanno scaricato Taipei e aperto relazioni diplomatiche con Pechino. Che a sua volta ha timidamente cominciato a operarvi modesti investimenti.
Il tour di Rubio proseguirà per il “neutrale” Costarica per poi concludersi nei Caraibi in Repubblica Dominicana, dove si riunirà col neopresidente Luis Abinader. Che si è già premunito cacciando migliaia di profughi haitiani e cominciando ad erigere anch’egli un muro sul confine col disperato paese vicino con cui condivide la isola Hispaniola.
Scritto per il manifesto
Nell’immagine: Rubio all’arrivo nel Panama