Inchiesta sui porti cinesi, Via della seta sospesa: Panama si piega

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

«La situazione del Canale è inaccettabile; in assenza di cambiamenti immediati dovremo prendere misure per proteggere i propri diritti». Così ha esordito il neo segretario di stato Marco Rubio nella sua primissima missione internazionale con destino l’istmo centroamericano e tappa iniziale proprio Città di Panama. Ma nel colloquio di due ore di domenica il presidente di destra José Raúl Mulino si è subito piegato annunciando che «è in corso un’ispezione» sulla gestione dei porti d’ingresso/uscita della via interoceanica affidati alla Hutchison Ports di Hong Kong. Come a lasciar intendere che presto le verrà revocata. E che il suo governo sospenderà ogni interesse verso la «nuova via della seta» sottoscritto con la Cina (con tanto di visita di Xi Jinping) nel 2018.

Del resto Donald Trump, paventando una presunta presenza di soldati cinesi nell’area, aveva persino minacciato un intervento militare per recuperare il controllo del Canale, fatto costruire dal suo predecessore Theodore Roosevelt all’inizio del secolo scorso e ceduto alla piena sovranità panamense il 31 dicembre 1999.

Sul tema immigrazione poi Mulino non solo ha confermato il proprio impegno per contenerne il flusso verso nord dallo stretto del Darién, ma ha offerto pure la disponibilità di ricevere dagli Usa immigrati irregolari di nazionalità terze.

Che è poi il tema al centro della seconda tappa del cubano/americano Rubio nello storico patio trasero (il cortile di casa) statunitense: El Salvador. Con la differenza che qui vorrebbe deportare pandilleros venezuelani della gang cosiddetta del Tren de Aragua. Visto che l’aspirante autocrate millennials Najib Bukele si è specializzato nella repressione delle proprie bande giovanili incarcerando oltre 80mila giovani (un terzo dei quali arbitrariamente, assicurano ong per i diritti umani) dal marzo 2021, data in cui proclamò uno stato di emergenza nazionale tuttora in vigore. Appena rieletto, Bukele (popolarissimo negli Usa del Maga, che lo considerano un maître à penser) si è mostrato un grande fan di Trump durante la campagna elettorale del tycoon.

Anche se ha recentemente dovuto deluderlo cancellando l’obbligo in patria delle transazioni in bitcoin che aveva imposto nel settembre del ’22 legalizzando (primo paese al mondo) la circolazione della criptomoneta: il Fondo Monetario Internazionale gli avrebbe negato un prestito di 1,4 miliardi di dollari.

Anche in Guatemala Rubio discuterà d’immigrazione. Il paese che per primo, il giorno dopo il reinsediamento di Trump, ha ricevuto senza lamentarsi ben tre aerei carichi di immigrati. Un paradosso visto che Bernardo Arevalo è il capo di stato più progressista della regione, democraticamente subentrato un anno fa al governo di una destra oligarchica legata al narcotraffico. Che non lo lascia comunque governare granché, per il controllo che continua ad esercitare sul potere giudiziario; e nonostante lo stesso Joe Biden abbia tentato di dargli una mano. È che per gli Stati Uniti il Guatemala, oltre che per l’imperversare dei narcos, riveste un interesse particolare per essere rimasto l’unico paese centroamericano che mantiene rapporti con Taiwan. A differenza di tutti gli altri che negli ultimi due decenni hanno scaricato Taipei e aperto relazioni diplomatiche con Pechino. Che a sua volta ha timidamente cominciato a operarvi modesti investimenti.

Il tour di Rubio proseguirà per il “neutrale” Costarica per poi concludersi nei Caraibi in Repubblica Dominicana, dove si riunirà col neopresidente Luis Abinader. Che si è già premunito cacciando migliaia di profughi haitiani e cominciando ad erigere anch’egli un muro sul confine col disperato paese vicino con cui condivide la isola Hispaniola.

Scritto per il manifesto
Nell’immagine: Rubio all’arrivo nel Panama


L’idea di ordine mondiale sullo scacchiere di Yalta

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Andrea Ruggeri, il manifesto

Una foto: Winston Churchill, Franklin D. Roosevelt e Joseph Stalin sono seduti sulla terrazza del Palazzo di Livadija, fuori Yalta. Dietro di loro, uomini in uniforme militare rappresentano tre nazioni: Stati uniti, Regno unito e Unione sovietica.

I tre leader hanno appena preso decisioni destinate a influenzare la vita di milioni di persone. Stalin aveva scelto deliberatamente la Crimea come sede della conferenza: un ex palazzo imperiale sulla costa del Mar Nero, area ancora devastata dalla guerra e dall’occupazione tedesca.

La Conferenza di Crimea, nota come conferenza di Yalta, è stata interpretata, da un lato, come teatro di gravi errori politici da parte dei leader occidentali, dall’altro, come un tentativo di creare un ordine internazionale stabile. Yalta fu principalmente un summit in tempo di guerra.

Nel febbraio del 1945, la priorità di tutti e tre i leader era sconfiggere la Germania e garantire che non potesse mai più minacciare la pace in Europa. Solo a posteriori la situazione militare appare semplice: l’incontro si tenne tre mesi prima della vittoria in Europa, quattro mesi prima dalla esplosione atomica sperimentale nel Nuovo Messico e sei mesi prima della resa del Giappone.

Per chi era presente, però, lo scenario militare era tutt’altro che certo.

Nell’Europa occidentale, le forze del generale Eisenhower non avevano ancora attraversato il Reno. Nel nord Italia, il generale Alexander era bloccato con le sue truppe. Nel Pacifico, gli Stati uniti si preparavano allo sbarco su Iwo Jima, con previsioni di gravi perdite. Nell’Europa centrale, le forze del maresciallo Žukov, dopo aver conquistato Varsavia, erano arrivate al fiume Oder. All’inizio della conferenza, l’Armata Rossa si trovava a soli 60 chilometri da Berlino.

La conferenza di Yalta seguiva un precedente incontro tra i tre a Teheran, nel 1943, dove erano stati affrontati alcuni dei temi centrali poi discussi in Crimea: la creazione dell’organizzazione che sarebbe diventata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), il ruolo della Francia, il destino e i confini della Polonia, l’ingresso sovietico nel conflitto del Pacifico, le riparazioni di guerra e la punizione dei criminali nazisti.

A Teheran, Churchill aveva ironizzato sul suo ruolo marginale, descrivendosi come «un povero asinello inglese» tra «il grande orso russo» e «il grande bufalo americano». Cinque mesi dopo Yalta, a Potsdam, i «Tre Grandi» – con Harry S. Truman
al posto di Roosevelt, deceduto nel frattempo – presiedettero un processo che diede inizio a una divisione dell’Europa più definitiva di quella discussa a Yalta.

A Yalta, gli Stati uniti avevano due obiettivi principali: garantire la partecipazione sovietica alla guerra contro il Giappone e ottenere l’appoggio sovietico per l’istituzione dell’ONU.

Churchill, invece, era focalizzato sulla Polonia e, in generale, sulle divisioni interalleate. Fu anche l’unico dei tre leader ad avere un’esperienza diretta del precedente processo di pace – quello di Versailles – e dei suoi errori, che tutti volevano evitare. Uno dei suoi pochi successi a Yalta riguardò l’Europa: insistette con forza affinché la Francia avesse una zona di occupazione in Germania e un posto nella Commissione alleata di controllo. Tuttavia, Charles de Gaulle non perdonò mai la sua esclusione dalla conferenza.

Per Stati uniti e Unione sovietica, uno dei punti centrali della conferenza fu l’accordo sull’Estremo Oriente, firmato l’ultimo giorno. Sebbene formalmente tripartito, l’accordo fu in realtà un’intesa bilaterale tra le due grandi potenze emergenti, destinata a delineare il futuro sistema bipolare. La Cina, direttamente interessata, non fu consultata.

Tuttavia, la conferenza è ricordata soprattutto per la questione della Polonia, dove l’influenza sovietica fu di fatto sancita, forse per un accordo consapevole tra Stalin e i leader occidentali oppure per astuzia sovietica.

I «Tre Grandi» definirono il futuro della Germania post–nazista, i nuovi confini dell’Europa orientale e la forma della nuova «organizzazione mondiale», l’ONU.

Come viene ricordata Yalta? Generazioni successive di politici l’hanno usata come sinonimo di tradimento nei confronti dell’Europa orientale, accusando Churchill e Roosevelt di aver lasciato che Stalin scrivesse il copione della storia.

Nel 2005, il presidente George W. Bush, parlando in Lettonia, paragonò gli accordi di Yalta all’accordo di Monaco del 1938 e al patto Molotov- Ribbentrop del 1939, affermando che Yalta aveva lasciato l’Europa «divisa e instabile». Dichiarò che si era trattato di «uno dei più grandi torti della storia», dove «la libertà delle piccole nazioni era sacrificabile». Queste parole furono pronunciate ipocritamente dopo l’inizio delle guerre in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003), quest’ultima dichiarata illegale dall’allora segretario generale dell’ONU, Kofi Annan.

Anche il presidente francese Nicolas Sarkozy condannò le decisioni di Yalta. Per lui, la «tragedia di Yalta» fu personale – suo padre, aristocratico ungherese, dovette lasciare la patria – ma nel 2008, prima di visitare Mosca, insistette: «La rinascita delle sfere di influenza è inaccettabile. Yalta appartiene al passato». Pochi anni dopo, nel 2011, Sarkozy promosse un’azione militare in Libia, le cui conseguenze hanno lasciato strascichi di instabilità nel Mediterraneo, ancora oggi irrisolti.

Allora il mondo usciva da una guerra globale devastante, il periodo 1914-1945 fu una lunga fase di riorganizzazione mondiale. Oggi, invece, siamo entrati in una nuova fase di grande instabilità e riallineamento.

A ottant’anni da Yalta, risuona il ricordo di Milovan Djilas, che riferì una frase di Stalin due mesi dopo la conferenza: «Questa guerra non è come le precedenti; chi occupa un territorio impone anche il proprio sistema sociale. Ognuno impone il proprio sistema nella misura in cui il suo esercito ha il potere di farlo. Non può essere altrimenti». Una logica cinica e tragica della politica internazionale che sembra riecheggiare anche oggi.


Dazi, la contromossa dell’Ue. Nuovo asse con il Canada: “Se attaccati, rispondiamo”

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Marco Bresolin, La Stampa

Fare il possibile per scongiurare «un’inutile e stupida guerra commerciale» transatlantica (il copyright è del premier polacco Donald Tusk), che secondo l’Alto Rappresentante Kaja Kallas «finirebbe per far ridere soltanto la Cina». Ma pronti a rispondere colpo su colpo come ha fatto il Canada, anche perché la strategia del premier Justin Trudeau si è rivelata utile e ha permesso di portare Donald Trump al tavolo delle trattative e congelare i dazi. L’Unione europea prova a serrare i ranghi in vista delle tariffe del 10% ventilate da Washington e, nell’attesa, stringe un patto con Ottawa.

L’ex premier belga Guy Verhofstadt ha addirittura proposto di aprire le porte del club Ue al Canada. Si tratta chiaramente di una boutade, ma l’alleanza euro-canadese delle vittime reali e potenziali dei dazi di Trump è già una realtà. C’è stata una telefonata, domenica sera, tra il primo ministro canadese Justin Trudeau e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa. È stato Trudeau a chiamarlo alla vigilia del vertice Ue e gli ha chiesto di far arrivare a tutti il suo messaggio. Bisogna rimanere uniti, tenersi pronti a rispondere a Trump con la stessa moneta e rafforzare le partnership extra-Usa. Soltanto così si può arrivare a un accordo con il presidente americano. Costa e Trudeau, rivela un funzionario Ue, «hanno confermato la loro determinazione a continuare a lavorare insieme su tutti gli aspetti di questa cooperazione».

Ufficialmente, al vertice di ieri, i Ventisette leader Ue avrebbero dovuto parlare soltanto di questioni legate alla Difesa con la “D” maiuscola. E invece, sin dal mattino, si sono ritrovati a discutere di come difendersi dalle politiche commerciali di Trump. L’occasione è stata offerta dalla prima sessione di lavoro nel Palazzo d’Egmont di Bruxelles, sede del ministero degli Esteri belga, che ha ospitato per tutta la giornata il “ritiro” dei leader. L’agenda prevedeva proprio una discussione sulle relazioni transatlantiche, teoricamente in ambito militare e sicurezza, ma si è subito animata attorno alla questione dei dazi. «I leader hanno evidenziato il valore della partnership Ue con gli Stati Uniti che ha radici profonde ed è destinata a durare nel tempo – ha riassunto un funzionario al termine del confronto, che come previsto è terminato senza conclusioni scritte – e hanno concordato che quando ci sono dei problemi, bisogna trovare delle soluzioni».

E così, mentre si discute di cosa mettere sul piatto per provare a placare Trump («Dovremmo proporre un accordo di libero scambio per l’industria automobilistica e aumentare gli acquisti di gas naturale liquefatto», ha suggerito il presidente lituano Gitanas Nauseda), si preparano le contromosse. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, che guida il Paese europeo con il maggior surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti, ha ricordato che «sia gli Usa che l’Europa traggono vantaggio dallo scambio di beni e servizi» e che «se ci fosse una politica che rendesse ciò difficile, allora sarebbe un male per gli Usa e un male per l’Europa». Ma «l’Europa – ha aggiunto – è un’area economica forte: possiamo gestire i nostri affari in autonomia e possiamo rispondere a una politica dei dazi con una politica dei dazi». Ancor più diretto il presidente francese, Emmanuel Macron: «L’Europa è una potenza e, se attaccata sul piano commerciale, dovrà farsi rispettare e reagire». Uno scenario che spaventa la Camera di Commercio americana in Europa, che ieri ha invitato le parti a trovare una soluzione.

Macron è tornato a mostrare i muscoli anche nella sessione del vertice dedicata alla Difesa, insistendo sulla necessità di dare «preferenza» agli acquisti europei per quanto riguarda le forniture militari. In particolare, per le spese congiunte. Su questo, però, rimane la contrarietà di molti altri Paesi, a partire dalla Germania e dalla Polonia: «Convincerò i leader a non introdurre restrizioni alla possibilità di spendere denaro europeo per gli armamenti americani – ha avvertito Tusk –. Le relazioni in termini di Difesa con Stati Uniti, Canada e Norvegia devono rimanere in prima linea». Nonostante l’appello condiviso ad aumentare le spese militari, i leader non hanno ancora trovato una linea comune sulle fonti di finanziamento: l’idea del debito congiunto cara all’Italia trova il sostegno della Finlandia e dei baltici, ma continua a incontrare la resistenza di Paesi Bassi e soprattutto Germania. Da Scholz, però, è arrivata un’apertura per la flessibilità sui conti pubblici dei singoli Paesi e infatti Ursula von der Leyen si è detta «disposta a esplorare la piena flessibilità prevista dal Patto».


Attentato a Mosca: Putin perde un altro dei suoi fedelissimi

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Sabato Angieri, il manifesto 

L’attentato di ieri mattina a Mosca ha fatto tremare di nuovo il cuore della classe dirigente russa. Non solo perchè a saltare in aria è stato, ancora, un fedelissimo di Putin, ma per il luogo dell’accaduto. Un complesso residenziale al limite nord-occidentale della capitale russa, una zona ricca affacciata sulla Moscova, dai palazzi imponenti e ben rifiniti, abitata da dirigenti dell’amministrazione civile e militare e da esponenti di spicco dell’alta società. Alye Parusa, le «Vele scarlatte», si chiama, come il romanzo di Aleksandr Grin. E visti dall’altra riva del fiume i grattacieli richiamano un po’ le vele che compaiono su tutte le edizioni del libro.

ALL’INTERNO del complesso viveva Armen Nagapetovich Sargsyan, sconosciuto ai più in occidente ma molto odiato a Kiev. Intorno alle 8 di ieri mattina un bomba, circa un chilo di tritolo secondo le prime dichiarazioni dei servizi di emergenza, gli ha prima asportato una gamba di netto e poi l’ha fatto morire in terapia intensiva senza mai riprendere conoscenza. Nell’esplosione sono rimasti feriti Oleg Kaspirovich, ex vice-comandante di un’unità delle forze speciali della Crimea e guardia del corpo di Sargsyan e Sergei Shkryabatovsky, che aveva lavorato come gorilla dell’ex-presidente ucraino Viktor Yanukovych. La carica, posizionata nell’atrio del grattacielo, sarebbe stata attivata da un radio-comando nell’istante preciso in cui Sargsyan ha oltrepassato le porte automatiche.

«Si è verificata una terribile tragedia» si legge su uno dei canali Telegram più seguiti in Russia, Wargonzo: «A seguito di un attacco terroristico è morto Armen Nagapetovich Sargsyan, Cavaliere dell’Ordine del Coraggio, cittadino onorario della città di Gorlovka, fondatore battaglione speciale ‘ArBat’, noto per le sue buone azioni non solo nella Repubblica popolare di Donetsk, ma anche sul territorio della Federazione Russa».

Wargonzo è uno dei cosiddetti «falchi» della Russia contemporanea, un blogger che ha raccontato la guerra in Ucraina parlando dell’«annientamento dei nazisti di Kiev» e che ha più volte criticato l’esercito (ma mai il Cremlino) per essere «troppo morbido» con i nemici. Se quest’ultimo si lancia in un accorato necrologio del defunto è perché Sargsyan era ben noto a tutti i frequentatori del Donbass, fin dai primi tempi delle repubbliche separatiste.

FIGLIO di emigrati armeni trasferiti a Gorlivka (in russo Gorlovka), fin da ragazzo si distingue come esponente di spicco della zona grigia tra la malavita e gli oligarchi del Donetsk. Secondo i servizi segreti ucraini (Sbu) era un «boss criminale» della sua regione. Questa reputazione gli vale il soprannome di «Gorlovsky», con cui a volte è presentato. Durante le proteste di Euromaidan è segnalato a Kiev tra gli organizzatori degli «squadroni della morte» che effettuavano delle ronde contro i manifestanti filo-europeisti. Le autorità ucraine lo accusano anche di avere avuto stretti legami con l’allora presidente Yanukovych, prima che quest’ultimo fuggisse all’estero. Allo scoppio della guerra tra il governo centrale e i separatisti torna in Donbass e combatte attivamente per la Repubblica popolare del Donetsk. Per questo le autorità ucraine lo condannano in contumacia e spiccano un mandato d’arresto nei suoi confronti. Nel 2022 fonda il battaglione Arbat, acronimo di «Battaglione armeno», impiegato in varie operazioni di supporto alle truppe regolari russe in Donbass e poi inviato a fronteggiare gli ucraini nel Kursk, dopo la contro-invasione del luglio scorso. A finanziarlo sembra ci fosse l’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan. Si stima che alle sue dipendenze ci fossero oltre 500 uomini, molti di nazionalità o provenienza armena e alcuni reclutati direttamente nelle prigioni della Federazione. Da qualche anno era stato nominato presidente onorario della Federazione Pugilato della repubblica separatista di Donetsk. A dicembre del 2023 contro di lui sono state aggiunte nuove accuse da parte dell’Sbu per aver «fondato e diretto formazioni armate o paramilitari illegali o aver assistito tali formazioni in operazioni di combattimento contro le forze armate di Kiev».

PER L’AGENZIA russa Tass l’attentato è stato preparato con molta cura e con l’impiego di «diverse persone, ciascuna con un compito specifico, alcune per seguire l’obiettivo, altre come esecutori» e giunge a solo un mese e mezzo dall’assassinio del generale Igor Kirillov mediante una bomba piazzata su un monopattino fuori dal suo portone di casa. Per ora non ci sono state rivendicazioni chiare ma tutto lascia supporre che si sia trattata dell’ennesima operazione dietro le linee nemiche dei reparti speciali dei servizi segreti ucraini.

Nell’immagine: Agenti di polizia sorvegliano il sito dell’esplosione in un complesso residenziale a Mosca


David Grossman rompe il silenzio: “Israele e Palestina, non ci resta che vivere nell’odio”

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Francesca Caferri, La Repubblica

Non trovare le parole è quello che accade alle persone comuni. Quando succede a uno dei più importanti scrittori del mondo, a qualcuno che con le parole per decenni ha non solo raccontato, ma anche plasmato la realtà, è il segno di qualcosa di grave, di qualcosa che si è rotto.

Per mesi, David Grossman non ha trovato le parole. Ha smesso di scrivere qualche mese dopo il 7 ottobre 2023. Per un po’, dopo la strage commessa da Hamas quel giorno, aveva provato a spiegare i sentimenti di Israele e le azioni che a questi sentimenti erano seguite. Le sue parole, soprattutto di fronte all’intensificarsi dei bombardamenti su Gaza e all’aumento del numero delle vittime palestinesi, non erano sempre state accolte con favore. Poi semplicemente, ha smesso. Sopraffatto da qualcosa che in Occidente forse non abbiamo capito fino in fondo: il dolore e l’impotenza che dopo il 7 ottobre hanno travolto molti di quelli che per decenni avevano scelto la strada della pace e del dialogo. E dal riacuirsi – dettato dagli eventi – di una ferita personale: nel 2006 suo figlio Uri morì nell’ultimo giorno della guerra di Israele contro Libano. «Non saprei cosa dire. Ho bisogno di prendere le distanze», è stato il filo rosso delle scarne conversazioni con lui in questi mesi.

Ora che la distanza è stata presa – anche fisicamente, con lunghi soggiorni all’estero – Grossman è tornato. Dolorante, ermetico, guardingo: come l’Israele di oggi. Un Paese che non è più lo stesso di due anni fa, che fatica ad allargare lo sguardo e a dare spazio a un dolore che non sia il suo. È diverso Israele ed è diverso Grossman: non ha scritto un racconto, un articolo o un discorso, come tante volte ha fatto in questi anni. Ha scritto una poesia che in patria è diventata un rap e che trovate qui accanto, tradotta in italiano. Sono versi complessi, a volte brutali, che ci obbligano a scavare, a leggere e a rileggere. A mettere da parte la logica ferrea degli articoli giornalistici o dei discorsi con cui per anni, anche dalle colonne di Repubblica, lo scrittore ha attaccato il governo israeliano e criticato la direzione che il suo Paese stava prendendo.

Signor Grossman, la prima domanda è scontata: perché una poesia?

«Perché con quello che è successo in Israele e a Gaza, dopo i massacri a cui abbiamo assistito, le parole da sole non bastano: non possono contenere tutto. Per mesi, prima e dopo la strage, abbiamo ripetuto le stesse cose e non siamo arrivati da nessuna parte. Cosa fare? Un altro articolo? Un altro discorso in piazza? Non avrebbe avuto nessun effetto. Così, a un certo punto, mi è venuto di scrivere qualcosa che fosse un mix fra i fatti che avevamo vissuto e la poesia. È stato come se qualcuno mi prendesse la mano, guidandola: una volta partita, la mano è andata da sola. Quello che ne è uscito fuori è quello che leggete. Non so se definirlo un canto, una preghiera, o un mix fra entrambi. Credo che sia qualcosa di adeguato a una situazione estrema come questa: emotivo e non razionale».

Non è un testo facile quello che ha scelto di condividere con noi: vuole provare lei a guidarci nell’interpretazione?

«Come lei dicevo è una canzone, una preghiera, una poesia. Qualche mese fa ho scritto qualcosa su quanto è fragile il processo che porta la vita, quanto è difficile creare un essere vivente: e quanto invece è facile distruggerlo. Ma è ancora lì, nel cassetto. Questa poesia invece ho pensato che potevo condividerla. Perché è un urlo: e di fronte a una situazione insostenibile come quella che viviamo da più di un anno, gridare è giusto».

Cosa intende quando parla di “situazione insostenibile”?

«Intendo la consapevolezza che da ora in avanti vivremo sempre circondati dall’odio e dalla paura, che l’irrazionalità è più forte della razionalità, che dovremmo sempre stare in guardia di fronte una possibile esplosione di violenza, che dovremmo passare il tempo a sperare che non accada di nuovo. Questo vale per entrambi i lati: ed è una cosa che per me è molto difficile ammettere. Ho passato la vita a scrivere e attraverso la scrittura a cercare di capire l’altro: ora ho raggiunto il punto in cui non ce la faccio più. Questa poesia è il mio urlo».

Se guarda davanti a sé, cosa vede oggi?

«Due popoli distrutti dall’odio e dalla violenza».

Il cessate il fuoco in corso non le dà un briciolo di speranza?

«Probabilmente questo cessate il fuoco sarà l’inizio di una soluzione: non perché questo governo in Israele davvero la voglia, ma perché la pressione di Trump sarà insostenibile e il governo dovrà cedere. A Trump non interessano le sfumature, la complessità della regione, le contraddizioni continue delle persone coinvolte in questa crisi. Ha uno sguardo nuovo: quello dell’uomo d’affari che vuole un risultato e lo vuole adesso. Si è messo in testa che l’obiettivo da raggiungere è la pace in Medio Oriente: e intende raggiungerlo. Ho guardato un’intervista che ha dato l’altro giorno a una televisione americana. Il giornalista gli ha chiesto se davvero pensava che Egitto e Giordania avrebbero accettato di prendersi i palestinesi di Gaza. Ha risposto solo “Accetteranno. Accetteranno perché diamo loro un sacco di soldi e ci devono qualcosa in cambio”. È una risposta incredibile, brutale, senza sfumature. Magari questo approccio è quello di cui questi due popoli hanno bisogno: perché mi pare chiaro da soli non possono arrivare a una soluzione».

Ha detto “soluzione” due volte in pochi minuti: forzo di molto il suo pensiero se dico che allora forse non tutto è perduto…

«Non ricordo nella mia vita un tempo in cui l’incertezza è stata così forte. Ma allo stesso tempo non possiamo permetterci di lasciarci prendere dalla disperazione: è per questo che ho scritto. Perché la disperazione non può vincere. Forse, con il ritorno degli ostaggi e con la ricostruzione di Gaza potrà tornare un velo di normalità».

Come? Qual è la strada?

«Credo che un passo avanti importante potrebbe segnarlo un accordo fra Israele e l’Arabia Saudita: non arriveremo a una pace hollywoodiana, non saremo amici, ma insieme saremo più forti. Forse potremmo raggiungere un’intesa basata sul fatto che entrambi siamo terrorizzati da quello che possono fare l’Iran e i suoi alleati nella regione».

L’Arabia Saudita non potrà mai accettare un accordo con Israele senza un accordo sullo Stato di Palestina. Torniamo al punto di partenza: due popoli, il sogno di due Stati, la necessità di un accordo. Ma da nessuna delle due parti oggi la volontà di trovare un accordo è forte…

«La sua è un’osservazione realistica. Ma questo è il tempo delle cose imprevedibili, non del realismo».

La poesia di Grossman: “D’improvviso volò un grido”

In esclusiva per Repubblica, i versi con cui il grande scrittore israeliano rompe un lungo silenzio

 

Per un istante le luci tremarono, per un istante

i tunnel ulularono

e il mondo era nero e bianco.

E il mondo era carbone e ghiaccio.

D’improvviso, da chissà dove,

volò un grido,

rabbioso, con una sferzata

acuta, tagliente,

ci svegliò da un sonno agitato.

“Ditemi, siete forse impazziti?

Rinunciare a tutto questo?

Darsi per vinti così

senza lottare veramente?”.

“Lascia stare”, rispondemmo

“lasciaci raccogliere in noi stessi,

piangere i nostri morti,

aspettare che finisca tutto questo

che non può essere descritto a parole,

muti dinanzi al peso del dolore,

all’orrore dei nostri ostaggi.

Lasciaci essere, solo essere,

senza capire senza pensare,

finché la terra saccheggiata calpestata

la terra violentata

non farà più male.

Per un istante le luci tremarono, per un istante

i tunnel ulularono

e il mondo era nero e bianco.

E il mondo era carbone e ghiaccio.

Nel cuore della notte ci alzammo per fuggire,

mia moglie, io e il bambino.

Su una mia spalla era posato il grido,

sull’altra la speranza,

intubata e sedata.

“Quanto si può continuare così”, disse mia moglie sottovoce,

affinché il bambino non sentisse,

affinché non si impaurisse.

“Guarda,

è così che succede

è così quando succede davvero…”.

Vedemmo carovane lunghe, silenziose,

fluire dalle montagne alle valli,

inghiottite dalle navi, e poi dai mari.

“Com’è successo che in un giorno di orrore questa terra

si è fatta troppo esigente, al di là dei nostri mezzi?”

“No, no”, ci schernì un ragazzo su un monopattino,

sfrecciando con una pistola alla cintura.

“No, no. È successo che in un giorno di orrore

in voi si è spento, o forse avete perso,

oppure non l’avete mai avuto,

il desiderio di una terra vostra”.

“E non è che stiamo scappando”

dissi a mia moglie.

“Ci stiamo solo trasferendo, dentro la nostra anima…”

D’un tratto il bambino parlò:

“Forza, genitori, rialzatevi dalla cenere.

La paura e la disperazione vi danno una lezione.

Così parlò nostro figlio, che cresceva e si rafforzava

sotto ai nostri occhi.

“Se non ci rialziamo ora,

non lo faremo mai più.

Oppure ci rialzeremo diversi,

estranei e tremendi,

duri e amari e ostili”.

Per un istante le luci tremarono, per un istante

i tunnel ulularono

e il mondo era nero e bianco.

E il mondo era carbone e ghiaccio.

“Non c’è più tempo,

chi è stato abbandonato – abbandona.

Chi è stato lasciato a se stesso – lascia.

Parlami, padre mio,

infondimi coraggio,

sto invecchiando, padre, sono a terra,

la mia anima è stanca delle guerre. Stanca.

Dammi speranza, dammi un motivo.

Tu taci, padre, lo dico al posto tuo:

È il momento di lottare, uomini, donne.

È il momento di scendere nelle vie, nelle strade.

E c’è per chi lottare, e c’è per cosa,

Perché non riceveremo più un dono simile, dalla vita,

non germoglierà più uno stato per noi

dalle contese.

E c’è per chi lottare.

Ora tutto dipende da voi,

è il momento di rialzarsi, di vivere,

di essere un popolo o di non essere,

di essere uomini o di non essere.

E c’è per chi e c’è per cosa.

Tutto è appeso a un filo”.

(Traduzione di Alessandra Shomroni)


Della stupidità e i sei principi della stupidità

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Mai oseresti scrivere, piccolo insignificante giornalista di provincia e perdipiù su una “zattera” che può essere affondata da un momento all’altro,  che il presidente americano Trump è uno stupido.

Ti rimbrotterebbero subito, persino gli amici: chi ti credi di essere, il padreterno? Ecco se però si permette di scriverlo il serio e quotatissimo “The New York Times” (v. David Brooks, The Six Principles of Stupidity, NYT 30 gennaio) non puoi mancare, con tale appoggio, di approfittarne, di rilevarlo, di scriverne. Non tanto per aver delle conferme (un fatto personale) quanto per indagarne i motivi (un fatto politico-universale).

“Stupid” (la persona più pericolosa che esista)

Attacca subito l’opinionista del NYT: “Questa è stata la settimana in cui i cinesi hanno fatto incredibili guadagni nell’intelligenza artificiale e gli americani hanno fatto incredibili guadagni nella stupidità umana. I’m sorry, mi dispiace, ma se osservo il comportamento dell’amministrazione Trump nell’ultima settimana, l’unica parola che possa descriverlo accuratamente (accurately) è: “stupid”. Che tutti capiscono. Ed è forte, tanto che un serio giornale svizzero non si permetterebbe di dire tanto di un consigliere di stato o consigliere federale, anche se ne avesse tutte le ragioni e le prove.

Anche l’opinionista americano si premura comunque di mettere i classici puntini sulle “i”. “Non sto dicendo che i componenti dell’amministrazione Trump non siano intelligenti; conosciamo però persone con un alto QI (quoziente d’intelligenza) che si comportano in modo stupido; non ci sono persone stupide, ci sono comportamenti stupidi”.

E qui, anche per l’opinionista del NYT capita a fagiolo uno storico-economista italiano, Carlo Cipolla (e, personalmente, quanto ho ammirato e adorato il suo libricino “Allegro ma non troppo”, Mulino, 1988!), che viene  citato: ”La probabilità che una certa Persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica di quella persona”.

A dire il vero non ho trovato questa citazione tale e quale. Anche se  ne ho trovate due più devastanti: “le persone non stupide sottovalutano sempre il potenziale nocivo delle persone stupide… associarsi con individui stupidi si dimostra infallibilmente un costosissimo errore”; “la persona stupida è il tipo di persona più pericoloso che esista”. È chiaro, mi sembra, che David Brooks non voleva arrivare a permettersi tanto.

“Raffiche di stupidità” o “come curare l’acne con la decapitazione”

Tuttavia l’opinionista del NYT insiste sostenendo “che l’amministrazione ha prodotto “raffiche di stupidità” (sì, proprio “volleys of stupidity”) in una sola settimana. E cita, ad esempio: tariffe rovinose all’importazione (che provocheranno inflazione), ampia e generale epurazione di forza lavoro federale (senza chiedersi le certe conseguenze). Ma soprattutto cita “il tentativo di congelare (to freeze) la spesa federale per i programmi di assistenza… e la successiva inversione di rotta di non congelare (undo the freeze).”

Sembra quindi che la critica sia alla massima improvvisazione o alla voglia d’effetto travolgente (tre trilioni di dollari di spesa federale risparmiati!) e quindi… alla stupidità più becera.

Così, “i pazienti ammalati di cancro non sapevano se potevano ancor continuare i trattamementi, le città e gli stati non sapevano se avrebbero avuto ancora soldi per le forze di polizia, le scuole,
i programmi nutrizionali, le infrastrutture stradali e altri servizi di base”.

Ed ecco la frase-sentenza che già di per sé è un capolavoro: “Questa politica di Trump è come cercare di curare l’acne… con la decapitazione”. Solo una volta che le “ramificazioni” di quella stupidità  sono apparse troppo evidenti, Trump ha invertito rotta (“he will flip-flop”). E la previsione è che si continuerà sempre così: flusso di politiche stupide e quando appariranno le catastrofiche conseguenze (che colpiranno anche il tasso di approvazione di Trump) si farà flip-flop.
Perché Trump ama la popolarità più di qualsiasi idea.

Un distillato di sei principi utili

L’aspetto più interessante dell’opinione apparsa sul NYT è una sorta di distillato perché si avrà stupidità per quattro anni e qualcosa bisognerà pur imparare. Distillato in sei principi: 

  1. L’ideologia produce disaccordo, ma la stupidità produce confusione (e “le parole si svitano dalla loro relazione con la realtà”)
  2. La stupidità è spesso insita nelle organizzazioni e non negli individui (e quando un uomo ha tutto il potere e tutti gli altri devono ossequiare i suoi preconcetti, allora la stupidità proprompe).
    A dire il vero lo diceva già il sociologo tedesco Bonhoeffer, con cognizione di causa: “è una legge sociopsicologica: il potere dell’uno ha bisogno della stupidità dell’altro”.
  3. Le persone che si comportano stupidamente sono più pericolose delle persone che si comportano male (la stupidità osa molto, “dares greatly” e ha sempre tutte le risposte, “already has all the answers”)
  4. Le persone che si comportano stupidamente non sono consapevoli della stupidità delle loro azioni (e qui si pensa all’assunzione di “lealisti” più che di competenti da parte di Trump e al licenziamento di coloro ritenuti… progressisti)
  5. La stupidità è difficile da contrastare (Bonhoefer diceva: “contro la stupidità siamo indifesi”, anche perché la persona stupida è sempre completamente soddisfatta di se stessa e, se irritata, diventa pericolosa attaccando”)
  6. L’opposto della stupidità non è l’intelligenza, è la razionalità (i populisti sono disposti a credere a qualsiasi cosa perché “non vivono all’interno di un corpo strutturato di pensiero, ma all’interno di un caos di pregiudizi”).

(P.S.: Diciamocelo onestamente, è un distillato sempre più utile anche dalle nostre parti).

Nell’immagine: il titolo e l’illustrazione dell’opinione pubblicata dal NYT


Trumpiana 1 – Venni, vidi, mentii

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

L’affermazione di personaggi come Donald Trump sulla scena mondiale e all’interno di una democrazia, quella americana, ritenuta dai più matura e basata su una costituzione pressoché inattaccabile, ha sconvolto alcune certezze e, soprattutto, ribaltato molte previsioni.

Per quel che riguarda le certezze, a un certo punto, prima della seconda affermazione di “The Donald”. sembrava che le menti ragionevoli si affidassero più che altro alla “astuta mente della storia mondiale” di hegeliana memoria, un concetto che anela, nonostante tutto, al progresso inevitabile della storia umana, per predire una sconfitta trumpiana sulla base della speranza, invece di basarsi sull’effettivo mood socio-politico e mediatico americano.

Il mood socio-politico e mediatico trumpiano (“digerito” e non osteggiato da una chiara maggioranza di americani) si basa, invece, in buona sostanza su quattro elementi portanti: il potere mediatico, la menzogna organizzata, la simbologia dell’esclusione e l’idea dell’impero.

Il potere mediatico: la comunicazione shock and awe, i social

Il potere mediatico di Trump è evidente, e non si basa solo su quei media che lo seguono e lo sostengono come “X” di Elon Musk o “Fox tv”. La strategia comunicazionale di Trump si basa su ben altro, e cioè su ciò che è stato definito da numerosi sociologi come “la società dello scandalo”, ovvero quella attuale occidentale. Nella società dello scandalo un personaggio che abbia abbastanza potere da riuscire ad ottenere una costante attenzione da parte dei media gioca sempre all’attacco, usando l’aborrita ma presentissima strategia shock and awe (colpisci e terrorizza), tipicamente trumpiana, ad esempio fornendo ai media amici ma anche a quelli neutrali e critici, un continuo flusso di sparate ma anche di autentiche cazzate che in ogni caso fanno notizia (è una notizia se un uomo morde un cane, non è una notizia se un cane morde un uomo). Ecco, in buona sostanza, e sostenuto pure dall’ampia galassia dei social media, mezzi potentissimi in grado di ampliare ulteriormente lo scandalo, Trump è l’uomo che morde il cane, ogni giorno.

La menzogna organizzata mediaticamente

“Insegnamento per tutti i tempi” scrisse temerariamente ma valorosamente lo storico Tucidide a proposito dell’opera della sua vita, “La guerra del Peloponneso”. Tucidide, ex generale ateniese e primo storico occidentale a basarsi sui fatti e sul discorso per esplorare le vie che conducono alla verità, è naturalmente l’opposto di Donald Trump, che ha sviluppato con grande efficacia le vie che conducono alla menzogna. Una menzogna talmente palese da essere chiamata, durante il suo primo mandato presidenziale, “verità alternativa”. Come ebbe modo di ben argomentare Karl Marx, la quantità a un certo punto si trasforma in qualità, e l’enorme fiume di bugie, invenzioni pure e semplici e autentiche barzellette con cui ci ha sommerso Trump in questi anni si è trasformato come d’incanto in verità per un sempre maggior numero di persone (nell’immaginario trumpiano la frase “l’elezione contro Biden l’ho vinta io e mi è stata rubata” vale tanto quanto “curate il Covid con la candeggina”). Navigando in un mare di menzogne e ammiccamenti al limite dell’idiozia un personaggio come Trump accoglie senza battere ciglio l’adagio dello scrittore Pynchon “il mare è pieno di pesci e anguille, una rossa mi ha fatto fare la figura dell’imbecille” – incredibilmente, ciò finisce per renderlo persino “simpatico” ai compatrioti e a molti altri sparsi nel mondo.

La simbologia dell’esclusione: le catene

La simbologia trumpiana che ha conquistato e sta conquistando strati sempre maggiori della popolazione “arrabbiata” punta sull’esclusione e sull’emarginazione “senza se e senza ma” di minoranze, migranti e di tutto ciò che è woke. Un esempio del fatto che Trump parla sì spesso a vanvera, ma che comunque “mantiene” alcune delle sue più orribili promesse elettorali è quello recente dei migranti rimpatriati, in catene, da aerei militari USA, con tanto di foto fornite ai media da parte delle autorità. Il messaggio è chiaro: ci sono due compagini sociali negli USA: i benestanti (spesso bianchi) e i reietti, gli americani (di passaporto) e gli stranieri (specie quelli illegali), quindi coloro che godono di diritti e hanno dei doveri e coloro che devono andarsene o deperire. Il corpo e le immagini dei reietti sono dati in pasto all’opinione pubblica a mo’ di greve rivalsa per supposti torti subiti.

L’idea dell’impero senza regole

Nei primissimi giorni del suo secondo mandato come presidente USA, Donald Trump ci ha pure elargito alcuni esempi di politica imperiale da non sottovalutare. Le pretese di occupazione del Canale di Panama e della Groenlandia si contrappongono, nella retorica trumpiana, alle pretese degli altri due “imperi”, la claudicante Russia e la prudente Cina. E se gli avversari “imperiali” degli USA sono coinvolti in una guerra brutta e sporca o in rivendicazioni territoriali a due passi da casa, i nuovi USA trumpiani, almeno per voce del loro neopresidente, si apprestano a perseguire politiche aggressive su territori che non gli appartengono né storicamente né in nessun altro modo. Il presunto isolazionismo degli USA di Trump fa quindi a pugni con una “fame” di conquista territoriale dichiarata ai quattro venti foriera, come i pesanti dazi economici che Trump vuole imporre un po’ a tutti, di un disequilibrio e una destabilizzazione globale senza uguali nella storia.

Nell’immagine: illustrazione generata con l’AI (Stable Diffusion)


E’ finita la pax americana

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Marta Dassù, La Repubblica

Le tariffe (dazi doganali) decise da Trump II contro Messico e Canada, con un’aggiunta alla Cina per il commercio di Fentanyl, innescano potenzialmente quella che il Wall Street Journaldefinisce la guerra commerciale “più stupida” della storia. In effetti, le motivazioni economiche sono nulle — o quasi. E comunque lesive per settori dell’America stessa. Mentre il fine dichiarato è politico: sigillare i confini degli Stati Uniti all’immigrazione illegale, tagliare a zero i cartelli della droga, controllare la penetrazione cinese nel cortile di casa di Washington. O Messico e Canada collaboreranno (come la Colombia, ma non sono la stessa cosa) o subiranno i costi dei dazi americani.

Viene confermato, così, un tratto rilevante della politica estera di Trump II: la Casa Bianca rivendica, nell’Emisfero Occidentale, una propria sfera di influenza. Trump, che si richiama storicamente alle scelte di fine Ottocento (le presidenze di McKinley e di Theodore Roosevelt), applica nei fatti una sorta di dottrina Monroe aggiornata. Secondo cui l’America, nel proprio vicinato, non ha bisogno di alleati ma ha bisogno di paesi allineati. La politica estera di Trump II muove insomma dall’idea che la forza comparativa degli Stati Uniti debba basarsi anzitutto sulla proiezione continentale. In uno spazio regionale americano per definizione. Se per Monroe e i suoi seguaci dell’Ottocento ciò significava eliminare le presenze coloniali europee, per Trump significa rafforzare la presa territoriale degli Stati Uniti, così da rafforzare la lotta all’immigrazione illegale, limitare l’influenza cinese (Canale di Panama) e acquisire nuove risorse strategiche. Che i dazi doganali siano lo strumento adatto per facilitare il compito è discutibile; ma l’idea sembra questa.

Verso il resto del mondo, la logica è diversa. Trump II, come Trump I, vede nelle tariffe — che gran parte degli economisti considera soprattutto una tassa sui consumatori americani, con potenziali effetti inflattivi — la leva per riequilibrare i rapporti commerciali internazionali, con un abbattimento del deficit degli Stati Uniti. Sul piano interno, ciò serve in teoria a rendere sostenibili i tagli fiscali. E a proteggere parte di una manifattura “made in Usa”. Sul piano esterno, l’idea di Trump — non adesso ma da decenni — è che l’ordine internazionale vigente, costruito e garantito dagli Stati Uniti, indebolisca l’America (il deficit commerciale ne sarebbe la spia) a vantaggio sia degli alleati che dei rivali. Per questo Trump non fa grandi differenze fra le due categorie di paesi: siamo nell’epoca dei “frenemies”, degli amici che sono al tempo stesso nemici. Nuovi dazi colpiranno anche l’Europa.

La cosiddetta “pax americana” è così davvero alle spalle. L’America di Trump non è più disposta a garantire il vecchio ordine liberale ma vuole almeno in parte liberarsene, perché ritiene i costi superiori ai benefici. Di conseguenza, gli Stati Uniti diventano a loro volta una potenza revisionista, come lo sono — in modi e con obiettivi del tutto diversi — Cina e Russia. E come invece non è l’Europa, potenza erbivora in un mondo di carnivori. L’Unione europea rischia molto, anche perché sembra vivere con la testa all’indietro, aggrappata a un ordine che non esiste più; mentre non pare preparata ad affrontare un mondo in cui la potenza vale più delle regole.

La capacità contrattuale dell’Unione europea, che ha un importante surplus commerciale con gli Stati Uniti, verrà presto messa alla prova. E su un terreno fondamentale: la relazione economica transatlantica è il 30% del commercio globale, con un peso enorme degli investimenti bilaterali e degli scambi di beni e servizi. Può darsi — sostengono le tesi ottimistiche — che la “scossa” americana spinga l’Europa a fare finalmente scelte economiche, insieme a scelte per la difesa, che ha rimandato troppo a lungo. La crisi della Germania lo dimostra, è in effetti il declino di un intero modello di sviluppo industriale. Rivederlo è nell’interesse degli europei stessi, non solo del rapporto con gli Stati Uniti.

Il bivio è ormai chiaro. O l’Europa riuscirà a partecipare alla definizione del nuovo assetto internazionale, trattando con Washington un’agenda positiva e non solo ritorsioni commerciali. O gli sviluppi futuri verranno largamente definiti altrove: in particolare, dal rapporto competitivo fra gli Stati Uniti e la Cina, con la sua preminente dimensione tecnologica. Non sappiamo ancora — ed è uno degli interrogativi più rilevanti dell’epoca Trump — se la dinamica fra Washington e Pechino sfocerà in un conflitto più aperto o in un accordo parziale. Ma sappiamo già che, se non avrà superato con successo quel bivio, l’Europa sarà vulnerabile: all’interno e all’esterno, come area contesa fra grandi potenze.


Ma la leadership Usa adesso è più in bilico

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Alan Friedman, La Stampa

Le guerre commerciali dichiarate contro Canada, Messico e Cina da Donald Trump e la sua promessa di imporre dazi all’Unione europea segnano l’inizio di una nuova fase di instabilità e di incertezza economica globali. Se la guerra commerciale degenererà, quasi sicuramente comporterà un boomerang economico che danneggerà l’America per prima e il resto del mondo subito dopo. I dazi provocheranno un aumento dei prezzi per i consumatori americani, questo alimenterà l’inflazione, il che significa che la banca centrale degli Stati Uniti non potrà abbassare i tassi di interesse, il che determinerà un rallentamento della crescita del Pil, e quindi le aziende si innervosiranno all’idea di effettuare nuovi investimenti, e la disoccupazione aumenterà. Per le aziende europee, i dazi e una guerra commerciale transatlantica sarebbero un disastro.

Per l’Europa il fatto che il suo protettore e storico alleato, gli Stati Uniti, minacci una guerra commerciale è un problema molto serio. Ed è un grosso problema che il presidente degli Stati Uniti stia minacciando di ricorrere all’uso della forza militare contro la Danimarca, un membro della Nato. Il caso della Groenlandia è ridicolo, ma esiste. Di fatto, il nuovo presidente americano sta letteralmente sovvertendo tutte le premesse delle politiche tradizionali europee.

È un problema per l’Europa che Elon Musk usi la Casa Bianca come podio personale da cui lanciare il suo ripetuto appoggio al partito neonazista Alternatif für Deutschland. È un problema perché AfD è un partito estremista, filoputiniano, antieuropeo, pieno di elementi che apprezzano il saluto “Sieg Heil” che Elon Musk ha fatto di recente. Musk, che ha la benedizione di Trump, è un problema per tutta l’Europa, non soltanto per la Germania. La sua campagna “Make Europe Great Again” lanciata sulla sua piattaforma social sarà piena di menzogne e di propaganda finalizzate a rafforzare i nazionalisti antieuropei.

È un problema per l’Europa anche che Keith Kellogg, il nuovo inviato di Trump per l’Ucraina e la Russia, sabato abbia detto di voler imporre elezioni anticipate in Ucraina che potrebbero mandare a casa Volodymyr Zelensky. Ricordiamo che Trump odia Zelensky come Putin; nel luglio 2019 Trump ha cercato di taglieggiare e ricattare il leader ucraino. Ed è un problema che Trump e Putin stiano dialogando senza coinvolgere Zelensky. Discutono, per il tramite di Kellogg, su quale tipo di pace imporre a lui o, forse, dopo le elezioni, a un suo successore più malleabile. In altre parole, Putin potrebbe finire per essere premiato per la sua invasione.

È un problema che Trump dica che l’Ue «ci ha trattati malissimo» e adesso minacci di imporre nuovi dazi. Il deficit commerciale degli Stati Uniti con l’Ue nel 2024 si aggirava intorno ai 150 miliardi di euro. In questa fase di recessione in Germania e di debolezza nella zona euro, l’Ue non può permettersi l’impatto di dazi commerciali in molteplici settori industriali e in quello agricolo. In ogni caso, le ritorsioni non faranno che portare a un’ulteriore escalation statunitense e a sofferenze economiche in Europa.

Le conseguenze dei drastici provvedimenti di Trump vanno ben oltre l’ambito commerciale. Rischiano di accelerare un cambiamento epocale nella geopolitica globale – quello in virtù del quale in futuro l’Europa potrebbe essere costretta a scegliere tra gli Stati Uniti inaffidabili e una Cina in ascesa, con una Russia ringalluzzita che incombe a Est.

Le guerre commerciali di Trump e il suo simultaneo sostegno a partiti anti-europei di estrema destra metteranno i leader moderati che hanno ancora un ruolo importante nell’Unione europea davanti a scelte difficili.

Un presidente che dichiara guerra ai suoi alleati

Per decenni, gli Stati Uniti sono stati l’ancora di un ordine globale basato sulle regole. Era un sistema fondato sul libero commercio, la democrazia e impegni condivisi per la sicurezza – un sistema che Washington ha accusato Mosca e Pechino di voler sovvertire. Che cosa succede, però, quando l’accusatore numero uno inizia a comportarsi come quelli che un tempo condannava?

Attaccando l’Ue sul piano economico, Trump sta accelerando una trasformazione ben più vasta. La tradizionale Pax Americana, imperniata sulla fiducia reciproca e su valori comuni, si sta sgretolando. Le guerre commerciali con le nazioni amiche mandano un chiaro messaggio: l’America non onora più i trattati e non rispetta più i suoi alleati. Il mondo osserva. I nemici prendono appunti. Putin è contento. Xi starà sorridendo.

Che cosa ne deriva? Un effetto boomerang che tornerà a screditare la leadership americana. Se le economie europee vacilleranno sotto il peso dei dazi imposti da Trump, Pechino sarà pronta a sfruttare la discordia. La Cina – che secondo Goldman Sachs è destinata a sorpassare gli Stati Uniti come economia più importante del mondo entro il 2036 – sarà più che felice di colmare qualsiasi vuoto di potere lasciato da Trump. Sia in politica sia in economia. La Russia, nel frattempo, continuerà la sua campagna di destabilizzazione, finanziamento e rafforzamento dei movimenti europei di estrema destra per indebolire l’Ue dal suo interno.

La guerra di Putin contro l’Ucraina, ricordiamo, è davvero una guerra contro la democrazia liberale in Europa.

Domenica, Vladimir Putin ha elogiato Trump, parlando del presidente americano con le conoscenze di psicologia di un uomo del Kgb, dicendo che Trump metterà in riga le élite europee. «Con il suo carattere e la sua perseveranza, Trump rimetterà le cose in ordine abbastanza rapidamente. Vedrete, si metteranno ai piedi del loro padrone e scodinzoleranno gentilmente».

In altre parole, l’Europa oggi si trova di fronte a un grosso dilemma. Presto potrebbe trovarsi intrappolata tra l’equivalente di Scilla e Cariddi, in termini geopolitici e commerciali.

L’Ue riuscirà a rafforzare la sua indipendenza militare ed economica, allacciando realmente rapporti commerciali più solidi con la Cina? Oppure rimarrà vulnerabile al ricatto statunitense e alla fine si frammenterà, mentre i partiti nazionalisti fomentati da Trump mineranno le premesse stesse dell’unità europea?

Il paradosso delle sue guerre commerciali è che, nel tentativo di punire l’Unione europea, Trump potrebbe spingerla inavvertitamente nelle braccia di Pechino. Messi davanti a ingenti dazi sui prodotti Made in America, i consumatori e le imprese europee cercheranno istintivamente fornitori alternativi. E la Cina, sempre opportunista, è prontissima a colmare il vuoto con prodotti più economici e immediatamente disponibili. Se Washington non tratterà più l’Europa da partner commerciale, perché mai l’Europa dovrebbe rimanere fedele ai prodotti e alle politiche americane?

Trump pensa di essere imperialista. Le sue azioni, invece, annienteranno qualsiasi aspirazione americana alla leadership mondiale. Stiamo assistendo a una sorta di comportamento da “fine dell’impero” da parte di un presidente americano che si comporta come un fuorilegge. L’ironia è che in definitiva Trump non farà che accelerare la fine della Pax Americana, anche quando si comporta come l’imperialista americano più teppista che si sia mai visto.

E l’Europa? Se in futuro non potrà più fare affidamento sugli Stati Uniti per i commerci, la sicurezza militare o la stabilità politica, l’Europa sarà costretta a fare di testa sua in un mondo sempre più caotico.

Nell’epoca dell’America First, nella quale vecchi amici e alleati non si fidano più gli uni degli altri, l’Europa potrebbe ben presto trovarsi sola. O guardando a Est.


Dazi, il Canada restituisce il colpo per gli Usa un conto da 25 miliardi

Il segretario di Stato Rubio incontra il presidente Molino e incassa. Poi tocca a Bukele (Salvador) 

Di Eugenio Occorsio, La Repubblica¨

Canada, Messico e Cina, i destinatari della prima micidiale raffica di dazi da parte americana, passano subito al contrattacco. Di fronte alla minaccia di Trump di «trasformare il Canada nel 51esimo Stato degli Usa», il più grintoso è proprio il premier di Ottawa, Justin Trudeau. Ha presentato una lista di prodotti americani che saranno colpiti da dazi al 25% per 107 miliardi di dollari: abbigliamento, profumi, liquori, elettrodomestici e molti altri. Messico e Cina hanno confermato anch’essi le ritorsioni, senza scendere nel dettaglio. Ma la novità è che dal business americano, che Trump dice di favorire, arriva una sonora protesta: «È vero che c’è un problema di controlli alle frontiere e di diffusione del Fentanyl, ma l’imposizione di tariffe doganali non lo risolve e avrà l’unico effetto di alzare i prezzi per le famiglie americane», ha detto John Murphy, vicepresidente della US Chamber of Commerce.

Intanto, l’Europa si prepara ad essere la prossima vittima di Trump. La paura diffusa è che stia solo cercando un appiglio – come lo sono stati i migranti e il Fentanyl – per invocare l’International Emergency Economic Power Act. «Penalizzare l’Europa con i dazi equivale a un’immotivata distruzione di ricchezza ed è una mossa dannosa per tutti», avverte un portavoce di Bruxelles. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, conferma: «La guerra dei dazi non conviene a nessuno. Abbiamo idee e strategie per tutelare le nostre imprese». Tajani precisa l’interpretazione del rapporto personale fra Giorgia Meloni e Trump: «L’Italia sarà il miglior ambasciatore Ue nel dialogo con Washington». Insomma, userà le sue relazioni a nome dell’Unione per schivare il tentativo di Trump di imporre negoziati con i singoli Stati. «Se ognuno guarda al proprio interesse, l’Europa scompare», rimarca senza mezzi termini il premier francese Francois Bayrou. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz aggiunge che «se si vuole dividere il mondo, l’Europa ha spazio per ritorsioni», confermando che della guerra commerciale si parlerà oggi nel Consiglio dei ministri informale di Bruxelles. E il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, garantisce che «l’Ue è pronta alla partita». Scende in campo anche la Bce: «L’Europa è una potenza commerciale e non si farà mettere alla gogna», assicurato Klaas Knot del direttivo di Francoforte.

Da parte americana non si vuole cambiare linea. «Messico e Cina approfittano da decenni degli Stati Uniti, ma ora abbiamo un presidente pronto a prendersi cura dei cittadini americani», ha scandito il vicepresidente JD Vance, inserendosi in un dibattito che coinvolge economisti di prima taglia. «Non si rendono conto neanche, per esempio, che il Canada è sì in surplus, ma l’attivo è dovuto esclusivamente alle forniture di petrolio indispensabile per far funzionare le nostre raffinerie di ultima generazione», ha ricordato Paul Krugman sul social Substack. «Trump d’abitudine moltiplica per due o per tre le cifre quando gli serve – aggiunge il premio Nobel – e chiama il deficit commerciale “sussidio” americano, un assoluto nonsense». Nel caso del Canada, il deficit non ha superato i 45 miliardi nel 2024: appena lo 0,2% del Pil Usa.

Nell’immagine: il primo ministro del Canda Justin Trudeau