Si avvicina la spartizione dell’Ucraina, la trappola del voto minaccia Zelensky

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Anna Zafesova, La Stampa

I leader europei «si metteranno al piede del padrone, scodinzolando teneramente»: la visione delle relazioni internazionali raccontata da Vladimir Putin non sembra quella di un leader politico ansioso di stringere un accordo di pace con l’Ucraina, ma in compenso svela un intenso desiderio di piacere a Donald Trump.

Tutte le frasi insultanti a indirizzo dei colleghi europei pronunciate dal dittatore russo nella sua intervista televisiva – «pescetti piccoli della politica», che «eseguivano con piacere qualunque ordine arrivato da Joe Biden» – servono da sottofondo offensivo per fare risultare meglio i complimenti che vuole inviare al presidente americano, un «uomo di carattere e tenacia», che «metterà ordine molto presto» nella politica internazionale e, soprattutto, richiamerà all’obbedienza quell’Europa che ha «lottato attivamente» contro il nuovo presidente americano.

Una violenza verbale molto aggressiva perfino per la retorica del padrone del Cremlino, e tutt’altro che casuale: l’intervista è stata girata qualche giorno fa, e uno spezzone era già stato trasmesso dalla tv di Stato russa. Si tratta quindi di un messaggio intenzionale e calibrato per colpire quelle che Putin ritiene essere le corde più sensibili di colui che considera il suo unico vero interlocutore.

L’immagine del «padrone», che «rimette ordine» e costringe i sottoposti a «scodinzolare ai suoi piedi» è sicuramente una visione che Putin applica a se stesso, ma che estende anche a Trump, in un invito a spartirsi il mondo tra “padroni”, senza badare agli alleati, «affini mentalmente a Biden». Un tentativo fin troppo palese di mettere zizzania tra Washington e l’Europa, battendo su un punto già abbastanza sensibile delle antipatie trumpiane.

Probabilmente, al Cremlino hanno ritenuto le probabilità di attirare Trump dalla propria parte talmente elevate da aver deciso di correre il rischio di alienarsi le simpatie di alcuni politici europei, inclusi quelli che secondo le indiscrezioni riportate qualche giorno fa dal Financial Times avrebbero voluto riaprire le forniture di gas russo in Europa, principale fonte di entrate russe fino al 2022.

Probabilmente anche i consulenti di Volodymyr Zelensky gli hanno consigliato lo stesso atteggiamento, visto che il presidente ucraino ieri è tornato a ribadire che «Trump è un leader forte», e in quanto tale dovrebbe aprire all’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

Il cui segretario generale Mark Rutte peraltro ha appena garantito l’impegno degli alleati di «non far perdere l’Ucraina», e ha promesso un inevitabile (e auspicato più volte da Trump) incremento dell’impegno militare europeo, per evitare una guerra contro il regime di Putin.

Ma, intanto, la Casa Bianca sembra più sensibile ai complimenti, e alle richieste, di Mosca: il nuovo inviato speciale per l’Ucraina Keith Kellogg ha detto alla Reuters che gli Stati Uniti vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace con la Russia la clausola di nuove elezioni entro la fine dell’anno. perché «ciò è buono per la democrazia».

Sulla necessità di tornare alle urne appena raggiunta la tregua, e revocata la legge marziale, in Ucraina esiste un consenso che comprende anche Zelensky (che però in una recente intervista non ha più negato di volersi ricandidare).

Il capo di Stato e il parlamento avrebbero dovuto entrambi essere stati rieletti l’anno scorso, ma l’idea di un voto con il 20% del Paese sotto occupazione russa, con un terzo della popolazione trasformata in profughi e un milione di persone al fronte, è stata considerata impraticabile, e anche su questo esiste un consenso abbastanza trasversale.

Il problema è che a chiedere la testa di Zelensky, appena pochi giorni fa, è stato proprio Putin, e l’accusa al leader di Kyiv di essere «non più legittimo» è da mesi un tormentone della propaganda russa. Che molti in Ucraina vogliano sostituire un leader che negli anni di guerra ha accentrato notevolmente (e inevitabilmente) il potere, non è un segreto nemmeno per Zelensky, così come probabilmente il fatto che alcuni partner occidentali di Kyiv possano voler trattare con un presidente meno star internazionale. Ma mostrare in questo momento di voler venire incontro alle condizioni di Putin, trattando l’Ucraina come una colonia che due “padroni” si gestiscono a piacimento, potrebbe essere un segnale molto inquietante, soprattutto per i Paesi europei, e non a caso Zelensky ieri ha ribadito che alla trattativa di pace deve partecipare a pari merito anche l’Ue.


Sarah Parenzo – Ma davvero Hamas è stato sconfitto?

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Sarah Parenzo è corrispondente da Tel Aviv

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ora ascoltare in podcast su YouTube Music


Il sistema per la vendita di persone migranti tra Tunisia e Libia

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Da il Post

Mercoledì al Parlamento europeo è stata presentata una ricerca che dimostra l’esistenza di uno strutturato sistema di vendita di persone migranti tra Tunisia e Libia. Il sistema non viene gestito da bande criminali o da gruppi di milizie informali, ma da agenti e militari sia tunisini che libici e dunque dai governi di entrambi i paesi che da tempo, grazie a una serie di accordi e memorandum, ricevono dall’Italia o dall’Unione europea sostegno materiale e diplomatico.

Il rapporto [anche in italiano, ndr] si intitola “Tratta di Stato”. È stato realizzato da un gruppo di ricercatori internazionali che ha deciso di restare anonimo per garantire la sicurezza di chi ne fa parte ed è stato sostenuto da Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, da Border Forensics, agenzia di inchiesta che si occupa di violenze ai confini tra paesi, e da On Borders, progetto di osservazione, ricerca e analisi sulle frontiere. L’indagine è stata costruita attraverso le testimonianze di 30 persone migranti che sono state espulse dalla Tunisia verso la Libia da giugno 2023 a novembre 2024 e grazie alle quali è stato possibile ricostruire e localizzare con precisione, tramite immagini satellitari, tragitti, centri di detenzione e punti in cui avviene la vendita lungo il confine tra i due paesi.

Il rapporto dimostra «la vendita di esseri umani alla frontiera da parte di apparati di polizia e militari tunisini e l’interconnessione fra questa infrastruttura dei respingimenti e l’industria del sequestro nelle prigioni libiche» dove torture e stupri sono quotidiani, come hanno dimostrato diverse inchieste giornalistiche e molti rapporti delle più autorevoli agenzie internazionali. “Tratta di Stato”, si spiega, «aggiunge un anello a quanto già conosciuto: le responsabilità di apparati dello stato tunisino nella tratta di esseri umani alla frontiera libica».

Secondo il Tunisian Forum for Economic and Social Rights (FTDES, organizzazione non governativa tunisina), nel corso del 2023 e del 2024 la Tunisia ha bloccato oltre 100mila persone, di cui oltre l’80 per cento provenienti dall’Africa sub-sahariana. Una parte consistente di queste 80mila persone, a partire dal giugno del 2023, è stata vittima di espulsioni soprattutto verso l’Algeria e la Libia, espulsioni le cui caratteristiche e logiche, si dice nella ricerca, «rimangono spesso invisibili, perché nascoste e realizzate in aree militari inaccessibili ai mezzi di comunicazione».

Il meccanismo della tratta di persone descritto nella ricerca si svolge in cinque fasi: arresto, trasporto verso la frontiera tunisino-libica, permanenza nei campi di detenzione alla frontiera tunisina, passaggio e vendita a corpi armati libici, detenzione nelle prigioni libiche.

Si spiega innanzitutto che gli arresti vengono fatti dalla Garde Nationale tunisina, il corpo militare che fra le altre cose svolge le funzioni di guardia costiera e che ha tra i suoi compiti principali quello del controllo delle frontiere. Gli arresti avvengono in contesti molto diversi: in mare, sul posto di lavoro, di fronte a banche e agenzie di trasferimento di denaro, per strada, nelle abitazioni, dentro il perimetro del carcere e nel corso dei raid in cui vengono distrutti gli accampamenti informali delle persone in attesa di partire dalla città tunisina di Sfax. Le persone coinvolte negli arresti hanno differenti statuti giuridici: studenti o lavoratori con documenti di soggiorno, persone con passaporto e timbro di entrata in Tunisia, persone che hanno i documenti e altre che non li hanno.

Dalle testimonianze raccolte è stato possibile individuare alcuni elementi ricorrenti durante le operazioni di cattura, come l’applicazione di criteri di “racial profiling”: sono cioè le persone nere, di ogni nazionalità, l’obiettivo principale. Altri metodi ricorrenti sono: l’utilizzo di una comunicazione ingannevole per evitare resistenze o fughe, la sistematica sottrazione di denaro e beni personali, l’impossibilità di chiedere o accedere a un’assistenza legale, l’assenza di qualunque documentazione giuridica relativa alla privazione della libertà. I naufragi vengono spesso provocati da imbarcazioni della Guardia costiera tunisina nel caso delle intercettazioni in mare, alle persone vengono requisiti i documenti e su di loro vengono fatte violenze e perquisizioni che, nel caso delle donne, diventano spesso in molestie sessuali.

Molte delle persone arrestate, prima di essere caricate sui bus, vengono legate con fascette di plastica, alle mani e, a volte, ai piedi. Il trasporto in bus avviene prevalentemente di notte. Sui bus sono presenti, oltre all’autista, il personale in uniforme della Garde Nationale tunisina mentre i mezzi di altri corpi militari e di polizia sono utilizzati come scorta per aprire e chiudere il convoglio. In una delle testimonianze si racconta di una morte avvenuta per le violenze subite sul bus e di un cadavere scaricato nel deserto. In un’altra si menziona l’utilizzo di psicofarmaci mescolati al cibo, sempre sugli autobus.

Arrivate vicino alla frontiera con la Libia le persone arrestate vengono consegnate o ad altro personale della Garde Nationale o ai corpi militari tunisini (hanno uniformi simili che spesso non si riescono a distinguere). Sia la Garde Nationale che l’esercito hanno a disposizione basi, infrastrutture e personale. I testimoni hanno raccontato il passaggio in vari campi di detenzione (di diversa grandezza e con diverse dotazioni) che progressivamente li avvicinano alla frontiera libica. Il tempo del trattenimento varia nelle testimonianze raccolte da meno di un giorno fino a un massimo di 30 giorni. In questi campi, si dice nella ricerca, «la violenza e la tortura sono sistematiche, generalizzate e ripetute»: sono praticate da personale in uniforme con barre di ferro, bastoni, taser, cani, armi da fuoco usate per sparare proiettili in aria. In diverse testimonianze si parla di situazioni in cui i prigionieri muoiono e si dice che i corpi vengono caricati sui pick-up e altri mezzi militari e trasportati in luoghi sconosciuti.

Molti testimoni hanno segnalato come ultima tappa della detenzione in Tunisia una “gabbia” che grazie a vari riferimenti è stato possibile localizzare.

Per parlare della fase successiva, nelle loro testimonianze le persone coinvolte hanno parlato di «vendita» o «scambio»: i gruppi di prigionieri sono scambiati cioè con denaro, hashish e carburante. Si dice che una costante fra i venditori è la presenza di personale in uniforme dal lato tunisino, mentre la tipologia degli acquirenti dal lato libico è variabile: nelle testimonianze si riporta la presenza di gruppi interamente in uniforme e con mezzi ufficiali, gruppi misti (personale in uniforme e personale armato in abiti civili), milizie prive di uniforme.

Quando la vendita è in denaro, le tariffe più ricorrenti oscillano fra i 40 dinari e i 300 dinari tunisini (12 – 90 euro) a persona. Il prezzo è in funzione del valore finale che il soggetto venduto può generare attraverso il riscatto in Libia. Le donne hanno un valore di mercato superiore. Si spiega che le transazioni per fissare l’accordo sul prezzo avvengono per telefono, ma anche attraverso la presenza di personale libico nelle infrastrutture tunisine a ridosso della frontiera.

La fase finale, quella dei centri di detenzione in Libia, delle violenze, delle torture e degli stupri che qui avvengono, è stata anche, finora, la più documentata così come il ruolo nella gestione di tali luoghi da parte di corpi che dipendono dal ministero dell’Interno libico.

Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, ha riletto tutte le testimonianze dell’inchiesta in chiave giuridica, evidenziando moltissime violazioni del diritto internazionale: crimini contro l’umanità, detenzione arbitraria, discriminazione razziale e incitazione all’odio, respingimenti collettivi, riduzione in schiavitù, sparizioni forzate, tortura e trattamenti inumani e degradanti, tratta e violenza di genere. Nella ricerca si dice che un ruolo fondamentale nello sviluppo di tale sistema l’hanno avuto e continuano ad averlo il sostegno materiale e diplomatico a Tunisia e Libia dell’Italia e dell’Unione europea.

Dal 2017, quando al governo c’era il centrosinistra di Paolo Gentiloni e il ministro dell’Interno era Marco Minniti, l’Italia ha sottoscritto con la Libia una serie di accordi bilaterali confermati anche dai governi successivi, guidati rispettivamente da Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni: prevedevano in sostanza di finanziare, addestrare e fornire mezzi alla cosiddetta Guardia costiera libica.

Poi c’è la Tunisia dove il governo autoritario di Kais Saied promuove una sistematica campagna di discriminazione contro le persone che provengono dall’Africa subsahariana. La Tunisia è stata inserita dal governo italiano nella lista dei “paesi sicuri” cioè quei paesi di provenienza delle persone migranti ritenuti dal governo così sicuri che le richieste di asilo avanzate dai suoi cittadini debbano essere considerate perlopiù infondate. In questo modo l’Italia può giustificare la loro espulsione e il loro rimpatrio. Nelle politiche di contenimento delle migrazioni dalla e attraverso la Tunisia, a partire dal 2017, l’Italia ha speso quasi 75 milioni di euro per equipaggiare  e formare le guardie di frontiera attraverso vari fondi. Oltre al supporto diretto delle autorità tunisine, l’Italia ha svolto anche un ruolo fondamentale di mediazione con le istituzioni europee nel negoziare ulteriori accordi.

Nell’estate del 2023 il governo italiano e la Commissione Europea hanno infatti concluso un accordo col governo autoritario tunisino del presidente Kais Saied, a cui hanno chiesto un maggiore impegno nel fermare le partenze dei migranti. In cambio l’Unione Europea ha promesso aiuti e finanziamenti in altri settori. Nell’ambito dell’accordo la Tunisia ha anche ricevuto 105 milioni di euro dalla Commissione Europea per rafforzare le autorità che si occupano di pattugliare i confini del paese.

Di questi 105 milioni, 17 sono stati stanziati per fornire nuovi mezzi navali alla Garde nationale e per permettere alla Tunisia di istituire una propria zona SAR, cioè una zona dove si impegna a mantenere attivo un servizio di ricerca e soccorso. L’indagine si conclude dicendo che «la strategia italiana ed europea sembra la medesima: finanziare il blocco, giustificare discorsivamente le misure di contenimento delle migrazioni con la necessità di “gestire i flussi” e combattere il traffico e predisporre flebili misure di protezione d’impronta umanitaria, che hanno un’efficacia estremamente limitata».


La sinistra e il quinto Stato

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Improvvisamente, sembra che la partita si giochi tutta in una sola metà del campo, quella della destra. Smarrita e non solo battuta, la sinistra assiste all’avvento dell’era trumpiana dagli spalti, come se fosse fuori dal gioco, vittima e spettatrice. È la prima volta nel dopoguerra che fatica a trovare uno spazio — sia pure minoritario — nel teatro politico in cui siamo appena entrati, a reinventare come sempre la ragione della sua presenza nella società, a dare un nuovo significato alla sua lunga lotta per la giustizia, l’emancipazione e i diritti. Come se non fosse più un elemento costitutivo e necessario di quel nuovo mondo che concepisce se stesso come il prodotto di un big bang capace di ridurre il Novecento in cenere, con tutte le sue creature inadatte a sopravvivere nell’atmosfera 2.0, arricchita per gli organismi forti, vincenti e dominanti, signori dell’epoca.

In realtà questa afasia che costringe in Occidente la sinistra a giocare in difesa, per contrastare il furore della destra nella trasformazione ideologica della realtà, ha una causa ben precisa: un nuovo vocabolario battezza il mondo, interpreta i fenomeni e dà un nome alle cose. Noi vediamo i risultati di questa rivoluzione della storia, con l’estremismo di destra premiato nel voto di qua e di là dell’Atlantico, il post-fascismo e il neonazismo che diventano un bene rifugio in Europa, la reazione che si fa governo, in un brutalismo ormai ostentato e ovunque applaudito. Ma non ci accorgiamo che prima, la politica e la cultura hanno fatto un patto egemonico, operando uno scambi

Il trumpismo agisce come forza di sfondamento, disarticola l’universo del politicamente corretto, assicura una rappresentanza ai nuovi esclusi del ceto medio proletarizzato, crea una classe desiderante e impaziente, che pretende di essere risarcita singolarmente nella frustrazione degli individui, misconosciuti dal sistema. Il leader è scelto appunto perché si pone fuori da quel sistema, in una terra di nessuno dove tutto è possibile in quanto non valgono più regole, convenzioni e inibizioni, ogni atto è fondativo di un nuovo ordine, anzi il grande disordine dell’assalto eversivo al Campidoglio è il vero trailer della nuova avventura, il suo orizzonte minaccioso, la sua riserva antidemocratica.

Queste condizioni eccezionali che non si verificavano da decenni, rompendo la cornice di garanzia che la democrazia liberale aveva costruito intorno a se stessa hanno trasformato il territorio della politica, delle istituzioni e del governo in una terra vergine, un pianeta da raggiungere, una nuova frontiera da colonizzare. I padroni del nuovo, stregoni dell’innovazione, sperimentatori del futurismo tecnologico, si sono sentiti interpellati e convocati: immediatamente arruolati, sono i moderni pionieri, gli ultimi esploratori. È il momento per loro di trasformare la potenza in potere, la scienza in politica, l’innovazione in comando, sfruttando la caduta di ogni barriera tra gli interessi, che possono infine cumularsi con profitto invece di disciplinarsi distinguendosi. Non c’è più limite perché è saltato il vecchio pudore gerarchico che regolava lo sviluppo inseguendo il bene comune. La sproporzione è la cifra del successo, il disequilibrio diventa carismatico, la tecnica è la nuova fonte di autorità. Una diversa legittimità si sta instaurando, una costituzione materiale empirica si è già insediata, forgiata dalla realtà: come può la vecchia superficie novecentesca della democrazia governare questo tumulto e reggere l’urto della ribellione delle élite?

Ecco perché, quasi inevitabilmente, la super-classe dei big tech si unisce alla destra politica estrema nel tentativo congiunto di superare la democrazia liberale. Sono movimenti distinti ma complementari e per il momento utili l’uno all’altro, seguendo l’istinto di classe che li accomuna. Il trumpismo ha aperto un varco nel sistema con il consenso politico trasformato in forza d’urto continua; da quel varco gli innovatori-conquistatori sono penetrati nel meccanismo di governo e lo stanno testando, diventando padroni non solo della tecno-finanza, ma della tecno-politica. È una sorta di Quinto Stato che si è messo in cammino, la versione ribaltata e digitale della marcia di Pelizza da Volpedo. Lo scambio è in atto: Trump annuncia il nuovo mondo con la sua energia demolitrice, Musk e i suoi fratelli archiviano il vecchio mondo con il loro potere di definizione, la capacità e l’autorità di classificare e distinguere, decidendo cosa merita di traghettare sulla sponda del futuro e cosa invece deve scomparire.

Questo stato di cose significa una cosa sola, che tiene insieme tutto, spiegandolo: è in atto un vero e proprio cambio di egemonia culturale, che si sta compiendo a cielo aperto, davanti a noi. Dopo decenni di minorità e frustrazione, la radicalità di destra ibridata dal tecno-futurismo oggi tiene in mano il vocabolario del futuro, aperto alla pagina consumata e grandiosa della democrazia. Ecco perché la sinistra non può più accontentarsi di giocare di rimbalzo, soltanto denunciando gli strappi al buonsenso democratico, ma deve portare la sfida al cuore culturale del sistema, da cui discendono le scelte politiche. Ciò vuol dire non solo tutelare il presente, ma immaginare il futuro: ci sarà pure un modo di stare nel “nuovo” salvando le ragioni di una storia di popolo e di Paese, e rinnovando il patto di libertà della nostra civiltà democratica.

Nell’immagine: orrida  sovrapposizione. Ci scusiamo con Pelizza Da Volpedo per aver deturpato
il suo capolavoro:  “Il Quarto Stato”


Dazi Usa, il mondo con il fiato sospeso. Sconti al petrolio

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Giovanna Branca, il manifesto

«I dazi ci renderanno molto ricchi e molto forti», ha detto nella serata Usa di venerdì il presidente Donald Trump dallo Studio ovale, mentre confermava l’entrata in vigore dei dazi sulle merci di Messico, Canada (entrambi del 25%) e Cina (10%) nonostante le settimane di negoziazioni intercorse fra i rappresentanti diplomatici dei tre paesi con quelli degli Stati uniti, nella speranza di capire se esisteva qualcosa che potevano fare per placare la foga protezionista di Trump. «Nulla», è stata la risposta dello stesso tycoon ai giornalisti che gli ponevano questa domanda alla Casa bianca, che ha reso ancor più evidente la pretestuosità delle sue richieste affinché Messico e Canada limitassero l’ingresso di «migranti illegali» negli Stati uniti, e la Cina quelo dei prodotti chimici usati per produrre il fentanyl.

TRUMP ha anche annunciato che nelle prossime settimane imporrà dazi sull’importazione di acciaio, alluminio e rame, e che al più presto nel mirino finirà il più grande partner commerciale Usa, l’Unione europea. Che «ci ha trattati orribilmente» – il suo gabinetto sta lavorando a misure protezionistiche e punitive «sostanziali» – ha detto il presidente ai reporter senza specificare come o perché Washington sia stata trattata così male. Uno degli oggetti del suo risentimento sono senz’altro le misure per regolare il settore tecnologico emanate dalle istituzioni europee, particolarmente invise al “vicepresidente ombra” Elon Musk e alla Silicon Valley tutta, che ha fatto quadrato intorno al nuovo presidente americano

Uno dei settori che ci si aspetta verranno colpiti con maggiore forza infatti è proprio quello tecnologico, con sanzioni sui microprocessori provenienti principalmente da Taiwan: colpiremo «anche i chip e le cose associate ai chip» ha detto il tycoon. Che pochi giorni prima, in risposta al terremoto causato dalla nuova app cinese di intelligenza artificiale DeepSeek, aveva incontrato il Ceo di Nvidia Jensen Huang. Sul tavolo «semiconduttori e politiche sulla Ia», e come «rafforzare la tecnologia Usa e la sua leadership nel campo dell’intelligenza artificiale».

L’amministrazione Trump starebbe anche considerando una restrizione sulla vendita dei chip H20 prodotti da Nvidia appositamente per il mercato cinese, dopo che il governo Biden aveva messo sotto embargo la vendita dei chip più performanti della compagnia tecnologica proprio per dare un vantaggio al settore statunitense – sforzo vanificato proprio dal debutto di DeepSeek.

DAL CANTO SUO l’Unione europea si limita per il momento a opporre una debolissima risposta attraverso un portavoce: «L’Ue resterà fedele ai suoi principi e, se necessario, sarà pronta a difendere i propri legittimi interessi». Si prende tempo in attesa di comprendere le intenzioni di Donald Trump, o magari di trovare un modo per porre un argine alla valanga di dazi promessa.

Non sono molto dissimili le risposte dei due paesi sinora più colpiti, Canada – che pure si era impegnato a investire un miliardo di dollari canadesi per incrementare la sicurezza ai propri confini con gli Stati uniti – e Messico. Ottawa è «pronta a rispondere con forza, e immediatamente», ha scritto su X il primo ministro canadese Justin Trudeau dopo la conferenza di Trump allo Studio ovale. «Nessuno, da entrambi i lati del confine, vuole vedere dazi americani su merci canadesi».

«SIAMO PREPARATI», ha dichiarato invece la presidente messicana Claudia Sheinbaum. «Difenderemo sempre la dignità della nostra gente, il rispetto della sovranità e il dialogo fra uguali, senza subordinazioni». Il mondo intero ieri è rimasto con il fiato sospeso in attesa che Trump annunciasse – troppo tardi per noi – l’effettiva entrata in vigore dei dazi, e soprattutto di capire quali eccezioni il presidente Usa ha concesso nella sua guerra protezionista: il bene su cui ci si aspettavano maggiori concessioni è il petrolio canadese, dopo che lo stesso Trump aveva detto alla stampa che pensava a tariffe “solo” del 10% sull’oro nero proveniente da nord, pressato anche dal sindacato delle acciaierie United Steelworkers.

Lo ha confermato ieri sera un comunicato della Casa bianca, Intanto la stessa economia americana si prepara all’impatto: venerdì sera le borse statunitensi hanno chiuso al ribasso riflettendo l’ansia degli investitori per i dazi, mentre uno studio del Budget Lab of Yale stima che il loro costo annuale per le famiglie americane ammonterà a circa 1.300 dollari.


Shiller: “Donald fa sul serio, ma queste guerre commerciali gli si ritorceranno contro”

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Eugenio Occorsio, La Repubblica

«A me Donald Trump ricorda tanto Benito Mussolini, cent’anni dopo», dice Robert Shiller, premio Nobel 2013, economista di Yale dopo un PhD al Mit con Franco Modigliani relatore. «Guardate: lo stesso ego ipertrofico, la stessa fisiognomica, soprattutto la stessa caparbia volontà di andare alla guerra contro qualsiasi buon senso. Per fortuna stavolta è per ora solo una guerra commerciale, ma è altrettanto irragionevole».

Insomma. Trump vuole riportare indietro l’orologio della storia?

«Non solo, ripescando gli elementi peggiori. Guardate all’auto: mentre in tutto il mondo si è raggiunto un faticoso consenso sulla direzione da prendere, che non è certo quella di un prolungamento dei combustibili fossili, il presidente rimuove i sussidi alla produzione domestica di auto elettriche, amplia i limiti alle emissioni, blocca lo sviluppo di parchi eolici offshore, incoraggia le nuove trivellazioni mentre intima a tutti di comprare più gas e petrolio americani, minaccia Cina ed Europa di dazi sulle produzioni più sostenibili dai veicoli elettrici ai pannelli solari, esce dall’accordo di Parigi sul clima».

Cosa dobbiamo aspettarci dopo questo weekend con i primi dazi?

«Trump ha dimostrato di fare sul serio. Ma questa furia gli si rivolterà contro, con un’impennata dell’inflazione, una restrizione del Pil, una perdita di posti di lavoro nell’ordine delle centinaia di migliaia. La prossima vittima predestinata di questa specie di palla da demolizione impazzita che rotea sbriciolando qualsiasi cosa gli capiti a tiro, sarà l’Europa. Ancora, senza alcuna spiegazione plausibile se non quella di avere un attivo commerciale. Come se il libero mercato non avesse senso, proprio quel mercato che Trump idealizza ma solo perché non vuole limiti né controlli. Siamo tornati all’imperialismo di James Monroe che fu presidente all’inizio del XIX secolo, anzi a prima ancora, quando le colonie si rivoltarono contro l’Inghilterra perché volevano condurre i loro business senza restrizioni. Trump oggi ha la stessa psicologia, e probabilmente la stessa cultura, di un bambino capriccioso che trae soddisfazione dall’intimidire anche gli amici più stretti».

Eppure l’hanno votato metà degli americani. Come se lo spiega?

«Non riesco a capacitarmi. Qualche anno fa ho scritto un libro che si chiama “Narrative economics”: analizzava la capacità di una narrativa efficace e martellante, ancorché come quella di Trump infarcita di plateali menzogne, di influenzare l’economia, in questo caso addirittura quella mondiale. L’ultima trovata populista è l’“emergenza energetica”: uno dei tanti ordini esecutivi che ha firmato dice che “un’insufficiente produzione di energia costituisce una straordinaria minaccia all’economia e alla sicurezza nazionale della nostra nazione».

Nel 2024 gli Usa sono diventati il primo produttore di petrolio al mondo, la bilancia energetica è in surplus, il prezzo della benzina è in caduta dopo i picchi del 2022. Dov’è l’emergenza?

«Appunto. Ma Trump fa ancora di peggio: evoca un complotto per mettere in ginocchio l’America, di cui Biden sarebbe stato complice fissando limiti ecologici all’uso dei combustibili fossili. Terrificante».

Nell’immagine: Robert James Shiller, Premio Nobel dell’Economia 2013


Mario Tozzi: “Rischiamo la sesta estinzione ma agli uomini non interessa”

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Mario Tozzi, La Stampa

Pubblichiamo un estratto del nuovo saggio di Mario Tozzi, «Prove tecniche di estinzione. «Istruzioni per salvare il salvabile»

Un milione di specie viventi sta rischiando l’estinzione, ma nessuno fra i sapiens sembra preoccuparsi più di tanto. Eppure, la prossima estinzione di massa, la sesta, rischia di essere tragicamente anche la nostra. Ma questo tema è assente da qualsiasi dibattito e orizzonte culturale: nessuna paura di estinguerci, mentre erodiamo risorse, salute complessiva dell’umanità e i fondamenti stessi dell’economia. Il tasso di estinzione delle specie è oggi decine o centinaia di volte superiore a quello che è stato di media negli ultimi dieci milioni di anni. Il 37 per cento delle conifere è a rischio estinzione, così come il 25 per cento dei mammiferi, il 39 per cento dei mammiferi marini, il 41 per cento degli anfibi, il 19 per cento dei rettili, il 13 per cento degli uccelli, il 7 per cento dei pesci, il 27 per cento dei crostacei e il 10 per cento degli insetti. Sono percentuali spaventose, numeri allarmanti che, però, non inducono ad azioni significative, nell’illusione che le altre specie non servano agli uomini i quali, invece, campano solo grazie a loro.

Lo sconvolgimento degli habitat naturali, la caccia, la pesca e l’eccessivo prelievo di risorse, il cambiamento climatico provocano una crisi della biodiversità tale da sconvolgere l’equilibrio degli ecosistemi terrestri. Una crisi iniziata circa 10mila anni fa con l’agricoltura, ma che ha subito un’accelerazione spaventosa negli ultimi secoli, soprattutto a causa dell’eccessiva pressione demografica dei sapiens. Quando l’uomo moderno appare sulla scena, provoca rapide estinzioni di altri viventi, soprattutto grandi mammiferi e uccelli. Un tempo, per dirne una, uccelli simili a pinguini si trovavano anche al Polo Nord: l’alca impenne campava egregiamente prima di incontrare i marinai che solcavano l’Atlantico, interessati a cibarsene e a prelevare il suo prezioso piumino. Fu massacrata e si estinse definitivamente nel 1844. Il Raphus cucullatus (meglio noto come dodo) era una specie di grande piccione terricolo che si aggirava pacifico sull’isola di Mauritius prima di essere sterminato a bastonate dagli europei, in meno di cento anni dal loro arrivo: l’ultimo esemplare fu avvistato nel 1662. I sapiens si muovono sulla Terra buttando all’aria gli ecosistemi: nessun’altra specie si comporta in quel modo. I cambiamenti sul pianeta sono la regola, ma dove passa l’uomo si distruggono gli habitat e si va ben oltre la competizione darwiniana per le nicchie ecologiche che, infatti, quando si parla di altri viventi, continuano a rimanere sostanzialmente integre. Dove passa l’uomo no, il degrado e la distruzione cancellano letteralmente i viventi e i loro habitat naturali. Nel 2010, in occasione della Cop 10 di Nagoya, tutti i governi del mondo dichiararono che nessuna specie si sarebbe estinta, anzi, che nessuna avrebbe più neppure rischiato di farlo. Non è andata così. E il danno, in ultima analisi, è soprattutto per noi. Se la biodiversità è una biblioteca con miliardi di volumi, quello che stiamo facendo alle specie dei viventi è bruciare quei libri prima di aver imparato a leggerli.

C’è una storia tutta italiana particolarmente emblematica di cosa succede quando agiamo in sprezzo della biodiversità, ponendo l’uomo in cima alla piramide dei viventi. Eppure, c’è chi ancora lo annovera tra le cose “anche buone” che si riconoscono a un certo regime che ci ha governato nella prima metà del secolo scorso. Parlo della bonifica della Pianura Pontina. È stato il più imponente massacro di alberi che si sia mai perpetrato in Europa in un solo, singolo intervento di deforestazione e bonifica.La cancellazione di decine di ecosistemi al limite fra la terra e il mare: paludi, laghi costieri, boschi planiziali, farnete, leccete, dune costiere, estuari, fiumi e ruscelli con centinaia di specie fra uccelli, mammiferi, pesci, anfibi, rettili. E centinaia di specie di insetti e di piante di ogni tipo. Bonifica integrale, l’hanno chiamata, e aveva una motivazione di fondo: creare agricoltura e allevamento e, come conseguenza, edificare nuove città e costruire strade. Muovendo e regolando una migrazione interna senza precedenti, ridando operatività ai reduci di guerra e contribuendo alla propaganda di regime. Eliminando la malaria con il prosciugamento delle paludi, la piantagione degli eucalipti e l’irrorazione del Ddt, il primo insetticida a essere utilizzato su ampia scala, bandito in Italia dal 1978. La bonifica integrale inizia nel 1927: su 135mila ettari complessivi, circa 80mila appartengono all’Agro Pontino vero e proprio. Vengono impiegati 120mila lavoratori, si costruiscono migliaia di chilometri di canali di drenaggio e più di 1000 chilometri di strade pubbliche. Tutto attorno vengono attribuiti 3mila poderi con le case coloniche, 1800 dei quali assegnati a veneti e friulani, gli altri a ferraresi. Quasi nessuno a laziali o campani, primitivi padroni di quelle terre, ora spodestati da una popolazione esogena.

Dal punto di vista ambientale si è trattato di uno scempio vero e proprio: un insieme di habitat naturali di pregio distrutto per sempre e, con essi, tutti i contributi che gratuitamente ecosistemi come questi forniscono ai viventi e ai sapiens: aria e acqua pulita, stoccaggio di anidride carbonica, cibo, medicinali, svago e divertimento. Soprattutto tenendo presente il cambiamento climatico attuale che viene mitigato dalla presenza di zone umide e foreste, e il loro valore ecosistemico, come acclarato dalla Convenzione di Ramsar, un trattato che guida l’azione nazionale e la cooperazione. In guerra con la natura internazionale per conservare e usare in modo sostenibile le zone umide e le loro risorse (1971).


Chi ha bisogno di me?

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Scrive con la sua raffinata ma anche pratica e tagliente ironia l’economista e storico Jacques Attali (già consigliere speciale del presidente Mitterand, già presidente della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, e poi anche noto saggista, docente in varie università): “Quando il presidente americano annuncia che occuperà la Groenlandia e Panama, non c’è da meravigliarsi se altri penseranno di avere anche loro il diritto di… occupare i loro vicini”.

Tuttavia Attali, che non manca di essere anche filosofo, ascoltato in un suo recente intervento sembrava capovolgere un famoso interrogativo socratico (“chi sono io?”, mai smettere di chiederselo) con un altro interrogativo: “qui a besoin de moi?”, chi ha bisogno di me? E commentava: “Colui la cui risposta è nessuno è in grave pericolo; perché, alla fine, non sei difeso, sostenuto, protetto se non da colui, da colei o da coloro che, per ragioni razionali o affettive, hanno interesse a farlo. E cioè da coloro che hanno bisogno di noi”.

E c’è molto in questa spiegazione a una domanda che è primordiale ma che non ci poniamo quasi mai, o ce la poniamo per risponderci – magari con finta modestia oppure con umiltà pelosa – con un’altra domanda: chi vuoi che abbia veramente bisogno di me? Ci si può tuttavia sentire non difeso quando non si riesce a far valere la ragione per esserlo, oppure anche quando non si può minacciare l’altro di ritorsione, privandolo di fatto di ciò che egli si attende da noi.

La domanda cruciale

Una situazione sociale è equilibrata se ognuno ha bisogno dell’altro. Ed è per questo che una persona, una famiglia, un’impresa, una nazione, di cui nessuno ha bisogno è sempre in grave pericolo. Una persona, una famiglia che non si preoccupa dei suoi ascendenti o discendenti è minacciata. Una impresa di cui nessuno ha bisogno è morta. Una nazione esiste e sarà anche potente solo in quanto altre hanno bisogno di essa.

“Noi Europei siamo oggi confrontati più che mai a quella domanda in modo cruciale: chi ha bisogno di noi?”, dice Attali.

All’Est Russia o Cina possono invaderci, occuparci, vassallizzarci (ma dipendiamo da loro per numerose materie prime, anche rare). Da Sud si annunciano e arrivano ondate di emigranti climatici o economici. Ad Occidente gli Stati Uniti minacciano di ritirarsi dalla Nato perché non paghiamo e non comperiamo abbastanza armi da loro; di proibire il loro mercato a numerose imprese europee perché distruggono la loro economia, elevando barriere tariffarie doganali; di occupare la Groenlandia (danese) perché gli fa gola per le materie prime e per accrescere la loro difesa; di inondarci di notizie false o apocalittiche per imporci governi che stiano ai loro ordini.

Oggi, d’altronde, il mercato europeo è una frazione non così determinante del mercato mondiale e la posizione geopolitica dell’Europa non è più un argomento per frenare le ambizioni imperiali degli Americani, mentre i valori americani si allontanano sempre più dagli ideali europei (“les valeurs américaines dérivent à des années-lumière des idéaux européens”).

Bisogno d’Europa (con la Svizzera)

Quindi (constata amaramente Attali): l’Europa ha bisogno del mondo mentre il mondo pensa che non ha più bisogno dell’Europa (infatti nessuna delle sue produzioni è insostituibile, nessuno dei suoi eserciti è utile, nessuno dei suoi media, delle sue idee, dei suoi valori sembra necessario). Non potremo contrastare questa situazione se non riusciamo a mostrare agli altri ch’essi hanno bisogno di noi.

Come diventare necessari al mondo? Dipendendo meno dal mondo; in modo particolare da quello che è l’alleato principale, se non si vuol diventarne una colonia. Proteggendo le proprie democrazie contro i tentativi successivi e interessati di destabilizzazione e di divisione, disponendo di un’industria della difesa europea, diventando insostituibili in alcuni settori dell’alta tecnologia, dell’ambiente, delle altre dimensioni dell’economia della vita. (Telle est la clé de nostre survie. C’est plus qu’urgent!).

A mo’ di ovvia appendice si potrebbe aggiungere che anche la Svizzera, oggi più che mai, pensando alla situazione geopolitica attuale e anche alla sua presenza tutt’altro che secondaria in Europa, non solo per la sua economia o la sua finanza (che foraggia tra l’altro ampiamente e quasi esclusivamente gli Stati Uniti), ma soprattutto per la sua storia e la sua “sostanziale” democrazia, dovrebbe porsi la stessa domanda: chi ha bisogno di me?

Nell’immagine: il celebre meme adattato alla situazione


L’esercito di Trump è un disastro annunciato

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Di William Astore, The Nation

Mentre il Presidente Donald Trump si prepara a riportare l’America (di nuovo!) alla grandezza, si è parlato molto del nuovo DOGE [Dipartimento dell’efficienza organizzativa] di Elon Musk, e ci si è chiesti se oserà affrontare la spesa del Pentagono in modo utile. Riuscirà a frenare le frodi, gli sprechi e gli abusi dilaganti negli appalti militari? Il Pentagono supererà finalmente un audit finanziario dopo sette tentativi consecutivi falliti? La guerra in Ucraina potrebbe finalmente terminare, insieme al sostegno dei contribuenti statunitensi a quel Paese, pari a circa 175 miliardi di dollari negli ultimi tre anni?

“Efficienza” può essere la parola del momento, ma un esercito imperiale più ‘efficiente’, con un guinzaglio meno rigido per attaccare l’Iran, imbottigliare la Cina e minacciare la Russia, porterebbe probabilmente altri disordini in un mondo che sta già vivendo il caos bellico. Quando la “letalità” militare diventa la parola d’ordine persino dei Democratici, come è accaduto con la campagna di Kamala Harris – la cui principale critica al comportamento di Trump nei confronti dell’Iran da parte del suo compagno di corsa alla vicepresidenza è stata che la sua leadership era troppo “volubile” quando si trattava della possibile acquisizione di un’arma nucleare da parte di quel Paese – ci si chiede se all’interno della cerchia di Washington sia possibile un qualsiasi passo verso la moderazione, per non parlare della sanità mentale e della pace.

Se Musk vuole guidare un DOGE utile quando si tratta dell’esercito statunitense, dovrebbe concentrarsi sull’efficacia, non sull’efficienza. Ricordatemi quale è stata l’ultima grande guerra che l’America ha effettivamente vinto. Sì, certo, è stata la Seconda Guerra Mondiale, 80 anni fa, con l’aiuto di alleati come l’Unione Sovietica di Stalin.

E ancora, ricordatemi quanto è stato “efficace” l’esercito statunitense nel sostituire i talebani con… sì, i Talebani in Afghanistan dopo 20 anni di sforzi e circa 2.000 miliardi di dollari di spese; o quanto sia stato “efficace” nel trovare le armi di distruzione di massa (inesistenti) di Saddam Hussein e nel portare la democrazia in Iraq; o quanto sia stato “efficace” nel diminuire il rischio di una guerra nucleare di portata mondiale (mentre costruiva un’intera nuova generazione di armi nucleari), mentre l’orologio del giorno del giudizio del Bulletin of the Atomic Scientists si avvicina sempre più alla mezzanotte termonucleare.

Una nuova amministrazione dovrebbe rappresentare una sorta di nuovo inizio, un’altra opportunità per questo Paese di modificare il suo corso militarista. Forse mi asseconderete per un momento mentre sogno 10 modi in cui l’amministrazione Trump potrebbe (ma, ovviamente, non lo farà) riportare una forma di “grandezza” in America. (Un inciso: Spiegatemi l’eterna attenzione di Donald Trump a rendere l’America “di nuovo grande”, quando qualsiasi presidente dovrebbe invece concentrarsi a rendere l’America di nuovo buona, cioè moralmente giusta e decente).

  1. Si dice che il candidato di Trump a segretario alla Difesa, Pete Hegseth, “porrà fine alla wokeness” nell’esercito. Niente più generali DEI [da diversità, equità, inclusione], qualunque cosa significhi. A quanto pare la prossima amministrazione vuole tornare a un mondo militare di uomini bianchi con le stellette (e che perdono le guerre) – l’equivalente del XXI secolo degli eroi che hanno “trionfato” in luoghi come la Corea e il Vietnam nel secolo precedente. America, non abbiamo bisogno di un segretario alla Difesa per “porre fine al lavoro” nelle forze armate. Abbiamo bisogno di uno che ponga fine alla guerra, alla ricerca di un conflitto perpetuo in tutto il mondo. Invece di incanalare il suo Darth Vader interiore e soffocare le carriere dei militari woke, Hegseth – ammesso che riesca ad arrivare al Pentagono – dovrebbe agire per tenere a freno tutti i suoi “guerrieri” e i neoconservatori civili che continuano a vantarsi di aver indossato i loro pantaloni da grandi mentre chiedono a gran voce un’altra guerra.
  2. Parlando di Darth Vader e di Guerre Stellari (e ricordando le sue armi che distruggono il pianeta), i circa 2.000 miliardi di dollari previsti per la “modernizzazione” dell’arsenale nucleare di questo Paese, tra cui nuovi missili balistici intercontinentali Sentinel, un nuovo bombardiere stealth (il B-21 Raider) e nuovi sottomarini nucleari della classe Columbia, potrebbero essere facilmente ridotti, o addirittura tagliati del tutto, senza avere un minimo impatto sulla sicurezza nazionale. Gli Stati Uniti potrebbero invece portare avanti colloqui di disarmo nucleare con la Russia e la Cina, che rafforzerebbero la sicurezza mondiale molto di più della costruzione di un’intera nuova serie di testate nucleari genocide e dei loro sistemi di lancio. Se l’amministrazione Trump vuole dare prova di “grandezza”, dovrebbe fare come il presidente Ronald Reagan: lavorare per porre fine alla follia nucleare attraverso la diplomazia.
  3. A proposito di diplomazia e disarmo, non è forse ora che questo Paese smetta di essere il principale mercante di morte al mondo? Gli Stati Uniti sono infatti il numero uno incontrastato nelle vendite internazionali di armi, con il 40% del mercato. Per cominciare, Trump e i suoi tirapiedi potrebbero riacquistare un briciolo di autorità morale interrompendo il flusso infinito di bombe, missili e proiettili (quasi) gratuiti verso Israele, rallentando così i suoi sforzi genocidi per uccidere altri palestinesi a Gaza. (Buona fortuna per questo, ovviamente).
  4. Se Trump è così desideroso di mettere “l’America al primo posto”, questo non dovrebbe significare inviare denaro nei quartieri dove vive la gente, piuttosto che a Wall Street, ai lobbisti delle armi di K Street a Washington, o ai giganteschi appaltatori militari a Crystal City, Virginia? Chiamato eufemisticamente “bilancio della difesa”, il denaro che confluisce nelle forze armate statunitensi è ora ufficialmente fissato a quasi 900 miliardi di dollari, ma il suo tetto futuro sembra illimitato e il “bilancio della sicurezza nazionale” totale è già più vicino alla stupefacente cifra di 1.400 miliardi di dollari. Perché gli americani lasciano che il Pentagono e lo Stato di (In)sicurezza nazionale si accaparrino circa il 60% del bilancio discrezionale federale, anno dopo anno, indipendentemente dal partito politico che conquista la presidenza? Come ha detto Gore Vidal, negli Stati Uniti c’è un solo partito, il Partito della Proprietà, che ha due correnti, entrambe  di destra: i Repubblicani e i Democratici.
  5. Date queste due ali destre, forse non dovrebbe sorprendere la frequenza con cui gira, si agita e fallisce. Solo di recente, ad esempio, il Pentagono ha fallito la sua settima revisione contabile consecutiva. Se fosse stato un casinò di Trump, avrebbe dichiarato bancarotta e sarebbe fallito 30 anni fa. Anche allora non sarebbe stato possibile scioglierlo e distribuire i suoi beni, dato che circa 2.000 miliardi di dollari sono “scomparsi”. (America, il tuo denaro è MIA [missing in action, ovvero disperso in un’azione militare], mentre il sogno americano è stato KIA [ucciso in azione], a causa delle spese sconsiderate, dispendiose e sbagliate del Pentagono). Volete che quell’istituzione superi una revisione contabile? Dimezzate il suo budget finché non produrrà una contabilità credibile e accurata. Qualcosa mi dice che la burocrazia “vincerebbe” finalmente la sua guerra con i numeri se si trovasse di fronte a una ghigliottina di bilancio.
  6. Non è forse giunto il momento per il Pentagono di abbandonare il suo sogno febbrile di “dominio a tutto campo”? Un esercito americano dispiegato ovunque è anche un esercito vulnerabile ovunque. Che senso ha avere forze speciali statunitensi in oltre 80 Paesi? Che senso ha avere circa 800 basi militari in tutto il mondo? Tornando alla mia gioventù fantascientifica, l’America di oggi assomiglia molto all’impero guidato dal potere di Guerre stellari (con la belligeranza dei Klingon di Star Trek aggiunta per buona misura). Se Elon Musk crede davvero che meno può essere di più (cioè più efficiente), perché non iniziare con un numero molto minore di basi e di ingarbugliamenti all’estero?
  7. A proposito di Star Trek, questo Paese avrebbe bisogno di una nuova “prima direttiva” [il principio guida della Flotta Stellare che vieta ai suoi membri di interferire con lo sviluppo naturale delle civiltà aliene] che ci permetta di non andare alla ricerca di mostri da distruggere ovunque. Non è forse giunto il momento di rivolgersi verso l’interno e di concentrarsi sulla guarigione di noi stessi? Come il candidato alla presidenza e senatore George McGovern, un pilota di bombardieri decorato della Seconda Guerra Mondiale, disse con tanta forza nel 1972: “Torna a casa, America”. Lasciate che il mondo risolva i suoi affari.
  8. A proposito di nuovi approcci, perché non provare il riavvicinamento? Smettere di cercare di dominare la Russia e la Cina, Paesi che potrebbero distruggere gli Stati Uniti (come noi potremmo distruggere loro), e iniziare a trovare modi intelligenti per cooperare? Facendo eco al linguaggio commerciale che potrebbe piacere a Musk e a Trump, non è forse giunto il momento di cercare scenari vincenti piuttosto che scenari di guerra-guerra?
  9. Si dice che il fascismo arriverà in America solo se avvolto nella bandiera e portando la croce, ma forse una versione di questo è, in realtà, l’unico modo per neutralizzare il fascismo futuro – con un patriottismo critico (piuttosto che un nazionalismo sciovinista) che sottolinea la fedeltà ai più alti ideali dell’America. Smettete di abbracciare la bandiera e iniziate a vivere all’altezza della visione di “Stati Uniti” (anziché sempre più disuniti), una vera terra libera e patria dei coraggiosi che rifiuta di farsi spaventare dai droni nel cielo o da una Cina in espansione. Smettete di promuovere la visione di un’America crociata e iniziate a vivere la visione di un Paese in cui i costruttori di pace sono onorati, e persino venerati.
  10. I nomi dei droni americani – “Predator” e “Reaper” [mietitore] – rivelano molto della direzione presa dal Paese nell’ultimo mezzo secolo. Ciò di cui questo Paese ha bisogno per tornare “grande” sono strutture militari e governative molto meno predatorie e che raccolgano molti meno cadaveri oltreoceano o, meglio ancora, nessuno. (Si pensi ai milioni di persone uccise, ferite o sfollate in Paesi che vanno dalla Corea, al Vietnam, al Laos e alla Cambogia, fino all’Afghanistan, all’Iraq e a troppe altre terre del pianeta in questo secolo).

William Astore è un tenente colonnello dell’aeronautica in pensione e professore di storia
Traduzione a cura della redazione. I link portano a pagine in inglese
Nell’immagine: mappa delle basi militari USA secondo World Beyond War


Usa via dall’Oms, l’isolazionismo come minaccia alla salute mondiale

Gli Usa vogliono inserire nell’ipotetico accordo di pace la clausola del voto a fine anno: la chiede Mosca. Un segnale inquietante per i Paesi europei che, secondo Putin, «scodinzoleranno ai piedi di Donald» 

Di Raffaele K. Salinari, il manifesto

La decisione, forse non definitiva ma certamente di impatto immediato, del Presidente Trump di ritirare gli Usa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), si inscrive in un quadro molto più ampio di revisione della politica estera statunitense su scala globale, una posizione giustamente definita di ritorno alla Dottrine Monroe.

Questa visione, operante sino alla prima Guerra Mondiale e che sembrava definitivamente superata con il ruolo giocato dagli States nel Secondo Conflitto mondiale, origina dalla storia stessa del Paese, basti pensare alla descrizione degli Stati uniti fatta da Abraham Lincoln come «l’ultima, migliore speranza della Terra». Il discorso di Gettysburg di Lincoln, nel quale interpretò la guerra civile come una lotta per determinare se qualsiasi nazione con gli ideali degli Stati uniti potesse sopravvivere, è stato chiamato dallo storico R. Johannsen «la dichiarazione più duratura della missione e del destino manifesto dell’America».

In sintesi è la giustificazione morale, prima ancora che geopolitica, della necessaria leadership Usa sull’insieme del continente americano. All’epoca della Dottrina le implicazioni erano sostanzialmente due: gli Stati uniti non si sarebbero interessati di ciò che avveniva nel resto del mondo, il resto del mondo non doveva interessarsi a ciò che avveniva nel continente americano.

Già durante il Primo Conflitto Mondiale però, gli Usa entrarono, con motivazioni “umanitarie”, in guerra, sostenendo che la Germania era un nemico del genere umano e che dunque essi avevano il dovere di intervenire per creare le basi di un Governo Mondiale, cosa che poi avvenne attraverso la fallimentare Società delle Nazioni.

In realtà la scelta era obbligata dal modello di sviluppo capitalista che aveva bisogni sia di nuovi mercati ma soprattutto di cambiare le regole mercantili soppiantando quelle dettate dalla Vecchia Europa per sostituirle con il nuovo modello fordista taylorista. È molto interessante, per analizzare le mosse di Trump in particolare quella che ordina la sospensione di 90 giorni di tutte le attività di Usaid, l’agenzia per la cooperazione allo sviluppo americana, tornare al dibattito all’interno del mondo politico americano proprio sulla proposta del Presidente Truman, di rilanciare il Destino Manifesto degli Usa attraverso l’aiuto ai Paesi in Via di Sviluppo, categoria geopolitica inaugurata dal Presidente americano con la chiara intenzione di promuovere il modello statunitense ai Paesi ancora colonizzati.

Ebbene anche allora ci furono parecchie opposizioni all’idea, dato che alcuni pensavano che l’America, una volta sistemate le cose in Europa, si sarebbe dovuta occupare solo del cortile di casa. Ora, in un quadro di rinascenti spinte verso vecchi imperi, quello Ottomano piuttosto che dello spazio ex sovietico, una vena di ripiegamento verso gli “affari interni” si ripalesa anche attraverso queste decisioni di Trump che, ovviamente, non potrà ritirarsi dal mondo ma certo non offrirà la sua presenza in nome degli ideali di democrazia che ammantavano quella del secolo passato, quanto di interessi meramente nazionali.

Ancora una volta dunque, l’attacco è al multilateralismo, cominciando dagli impegni presi a livello Onu sugli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, già indeboliti dalla mancanza di fondi da parte dei donatori più importanti, Italia inclusa, ma oggi ulteriormente minati nella loro fattibilità anche dal ritiro Usa dagli accordi sul clima di Parigi.